domenica 11 ottobre 2026

Tunisia, Numluli: una città dalle molte vite

Tunisia, gli scavi di Numluli (Foto: Unione Sarda)

Nel governatorato tunisino di Béja, gli archeologi stanno riportando alla luce una città romana rimasta per secoli quasi intatta sotto la vegetazione ed i terreni agricoli.
La collina di Henchir Matria ospita la città di Numluli, che è ancora leggibile nella sua struttura urbana, con il foro, il Capitolium, gli edifici termali, l'acquedotto, altri luoghi di culto e complessi cristiani. Il sito è noto anche come Sidi Akrout mentre il nome antico, ricostruito attraverso l'epigrafia, è Numluli o Numlulis.
La campagna di scavo appena conclusa, condotta dall'Institut National du Patrimoine tunisino insieme all'Università di Sassari, si è concentrata su due settori che mostrano, come fotogrammi sovrapposti, la trasformazione dell'antica città: da una parte il Capitolium, centro religioso della comunità romana; dall'altra una basilica cristiana di età vandala, costruita intorno alla metà del V secolo. Nel primo settore sono emersi il pavimento della piazza pubblica, una fontana, colonne, capitelli, decorazioni geometriche e frammenti di statue. Nel secondo sono tornati alla luce tombe di personaggi di rilievo della comunità cristiana, ambienti diversi, muri, contenitori funerari, grandi recipienti infissi verticalmente nel terreno per la conservazione delle provviste e pannelli musivi.
L'esistenza del Capitolium era nota grazie alle iscrizioni ed alle esplorazioni archeologiche avviate tra Ottocento e Novecento. Gli scavi attuali stanno restituendo il monumento al suo contesto urbano, riportando alla luce la piazza sulla si affacciava e gli elementi architettonici che permettono di ricomporne progressivamente l'immagine. La dedica del tempio consente di collocare la costruzione al 170 d.C., durante il regno di Marco Aurelio.
La storia del monumento nasconde anche una vicenda particolarmente rivelatrice. Il Capitolium era legato all'evergetismo di L. Memmius Pecuarius Marcellinus e del figlio L. Memmius Marcellus Pecuarianus, quest'ultimo decurione di Cartagine e flamine di Nerva. L'opera aveva un costo, indicato dalla documentazione epigrafica, e nasceva dall'iniziativa di una famiglia inserita negli ambienti privilegiati della società africana romanizzata. Il tempio diventavano così anche una dichiarazione pubblica di prestigio, appartenenza e rapporto con la comunità.
L'evergetismo era la pratica, diffusa nel mondo classico ed ellenistico, che consisteva nell'elargizione benevola e apparentemente disinteressata, di doni e beni materiali alla collettività da parte di singoli cittadini facoltosi o governanti
(schema tratto da stilearte.it)
La decorazione del Capitolium rende il monumento oltremodo interessante. Nei materiali architettonici sono documentati rilievi con armi disposte attorno a un olivo, interpretati in rapporto a Giove e Minerva. L'olivo possiede qui un valore particolare: rimanda alla fertilità, alla produzione agricola ed a una delle grandi ricchezze dell'Africa romana. Il santuario, quindi, non era un elemento isolato dal territorio: rappresentava anche l'immagine monumentale di una comunità inserita in un paesaggio agricolo produttivo.
Numluli occupava una posizione significativa nella rete delle città dell'interno dell'Africa Proconsularis. Il territorio era densamente urbanizzato e caratterizzato da una successione di centri di dimensioni diverse, fattorie, impianti produttivi e strade. La ricchezza agricola della regione contribuiva alla crescita di queste comunità e alimentava un sistema nel quale le élite locali investivano una parte delle proprie risorse in templi, terme, infrastrutture e monumenti pubblici.
Per una fase della sua esistenza, Numluli presenta una doppia identità istituzionale: da un lato pagus civium Romanorum, legato alla pertica di Cartagine; dall'altro la civitas della popolazione locale. Le due componenti vivevano nello stesso spazio urbano e potevano operare separatamente oppure congiuntamente. Una dedica ad Antonino Pio, databile tra il 138 ed il 161 d.C., conserva proprio la memoria della Civitas Numlulitana.
Questa situazione è utile per comprendere meglio il significato politico del Capitolium del 170. Il tempio, dedicato alla Triade Capitolina Giove, Giunone e Minerva, dava forma monumentale alla comunità nel momento in cui le sue componenti istituzionali stavano progressivamente avvicinandosi. La documentazione epigrafica permette di seguire questo processo fino alla probabile fusione nel municipium Numlulitanorum, collocata dagli studiosi nell'età di Settimio Severo. Quando una città dell'impero costruiva un Capitolium non stava semplicemente edificando un tempio, stava riproducendo, in scala locale, uno dei simboli fondamentali dell'ordine romano. Il culto capitolino, inoltre, unificava simbolicamente Roma e le città provinciali. Un abitante di Numluli, di Dougga, di Cartagine o di un'altra città africana poteva trovarsi davanti ad un tempio costruito secondo lo stesso modello ideologico del Campidoglio romano.
La scelta di dedicare il Capitolium di Numluli a Giove, Giunone e Minerva non era, dunque, casuale. In una città caratterizzata dalla convivenza istituzionale tra civitas e pagus, il grande tempio poteva rappresentare visivamente l'inserimento della comunità nell'ordine politico e religioso dell'impero. Il Capitolium non era solo un luogo di preghiera. Attorno al tempio si svolgeva una parte della vita pubblica: cerimonie, dediche, celebrazioni, distribuzioni e manifestazioni collettive.
Qualche secolo dopo il Capitolium di Numluli compare, in città, una basilica cristiana. Lo stesso spazio urbano attraversa così tre grandi momenti: la tradizione locale africana, la città romana con il suo Capitolium e, infine, la città cristiana dell'età vandala.
A rendere ancora più particolare la storia della città di Numluli c'è la storia di un horologium, probabilmente una meridiana pubblica. Un'iscrizione ricorda, infatti, un'opera destinata congiuntamente al pagus ed alla civitas. La documentazione suggerisce che l'iniziativa fosse legata ad un lascito testamentario e ad una forma di evergetismo privato. La meridiana potrebbe essere stata collocata nella zona pubblica, probabilmente nei pressi del foro. Gli archeologi non ne hanno ancora individuato con certezza i resti.
Numluli disponeva anche di un articolato sistema idrico. Un acquedotto prendeva origine nell'area della sorgente di Ain Maatria e conduceva l'acqua verso delle cisterne. Sono stati individuati lo specus, pozzi di ispezione, piccoli bacini e sistemi di raccolta. Le terme conservano ambienti voltati e strutture collegate alla gestione dell'acqua piovana. Questo insieme conferma ancora di più la caratteristica di Numluli come città romana dotata di infrastrutture che richiedevano progettazione, manutenzione e disponibilità economiche.
Accanto al Capitolium e agli altri luoghi di culto pagani sono documentati edifici cristiani tra i quali una struttura a quadrifoglio, interpretata come possibile martyrium. Il passaggio dal mondo religioso romano a quello cristiano non avveniva attraverso un semplice abbandono della città: gli edifici, gli spazi e le aree funerarie continuavano ad essere utilizzati, trasformati e reimpiegati.
La basilica di età vandala venne costruita intorno al V secolo d.C., quando l'Africa settentrionale stava attraversando una fase di profonda trasformazione politica. I Vandali erano entrati in Africa nel 429 e nel 439 d.C. ed avevano conquistato Cartagine, creando un regno che sarebbe durato fino alla riconquista bizantina del 533-534 d.C. L'antica provincia romana rimaneva una delle aree più ricche e urbanizzate del Mediterraneo occidentale. La nuova dominazione non cancellava automaticamente la vita delle città, le istituzioni locali e le tradizioni culturali precedenti.
La presenza delle tombe di personaggi eminenti all'interno della basilica aggiunge un altro elemento. Lo spazio cristiano diventa un luogo della memoria delle élite locali. Le sepolture, i mosaici e gli ambienti di servizio restituiscono una comunità nella quale culto, memoria familiare e vita quotidiana convivono nello stesso complesso. Ancora più curioso è il rinvenimento dei grandi recipienti disposti verticalmente per conservare le provviste: elementi apparentemente domestici che permettono di osservare la basilica anche come spazio concretamente inserito nella vita economica della comunità.
Nell'attuale campagna di scavi è stata rinvenuta una statua in marmo greco policromo, alta circa 55 centimetri, raffigurante un giovane pastore con tunica, accompagnato da una pecora e da un agnello. Accanto è stata trovata una piccola figura di Eros, che apparteneva allo stesso gruppo scultoreo. Restano ampie tracce di colore scuro sui calzari del pastore, sul vello degli animali e sulle ali di Eros. La presenza di quest'ultimo rende prudente l'identificazione del personaggio. Potrebbe trattarsi di una figura mitologica oppure di un'immagine idealizzata del pastore legata a valori idillici. Il dato più importante resta il materiale: un'opera in marmo greco policromo di questa qualità è eccezionalmente rara nell'entroterra tunisino. 
Molti dei resti che oggi sembrano appartenere ad epoche diverse sono, in realtà, fisicamente sovrapposti a Numluli. Il podio del Capitolium è stato inglobato in una struttura fortificata successiva; numerosi elementi architettonici romani sono diventati spolia, cioè materiali riutilizzati nelle costruzioni tarde. Anche le terme hanno subito trasformazioni e riutilizzi.

Fonte:
stilearte.it

Sagonico, Trieste, trovata un'ascia di corno di cervo

Segonico (Ts) l'ascia ricavata da corno di cervo
(Foto: ilgiornaledellarte.com)

Un'ascia in corno, rara in Italia e confrontabile con reperti dell'Europa centrale e settentrionale, è tra le scoperte più importanti degli scavi alla Tina Jama (Sagonico, nel Carso triestino).
Il rinvenimento contribuisce a far luce su uno dei passaggi più delicati della preistoria dell'Adriatico nordorientale, vale a dire la trasformazione delle ultime comunità di cacciatori-raccoglitori mesoliti e l'arrivo, circa 7500 anni fa, dei primi gruppi neolitici.
L'ascia appartiene ad un insieme di manufatti in corno di cervo comprendente anche un oggetto ancora da identificare: un segmento di corno lungo circa 11 centimetri, con una perforazione trasversale ed una longitudinale, forse utilizzato per raddrizzare le aste delle frecce. Sono state ritrovate anche punte di freccia in selce, punte in osso, ornamenti realizzati con conchiglie marine e d'acqua dolce e canini atrofici di cervo forati, utilizzati come pendagli. Su alcuni strumenti sono state, inoltre, individuate tracce di ocra, sostanze adesive conservate su strumenti in selce e il dente di un bambino.
Eccezionale è soprattutto la conservazione della sequenza stratigrafica del luogo: i livelli mesolitici si trovano sotto quelli riferibili ai primi gruppi neolitici. Gli archeologi hanno rinvenuto anche i resti di un accampamento organizzato intorno ad un focolare, nella parte più riparata della grotta e delimitato da una struttura di pietre e blocchi.
La quarta campagna di scavo a Tina Jama è condotta sotto la direzione di Federico Bernardini, del Venice Centre for Digital and Public Humanities e del Centro Studi Archeologia Venezia dell'Università Ca' Foscari, in collaborazione con l'Institute of Archaeology dello ZRC SAZU.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com
 


mercoledì 7 ottobre 2026

Agrigento, interessantissime sorprese dagli scavi del 2026

Agrigento, parte di un volto maschile dallo scavo del 2026
(Foto: Scuola Normale Superiore di Pisa)

Nella Valle dei Templi stanno emergendo nuove tracce dell'Agrigento Romana. Durante gli scavi condotti dalla Scuola Normale Superiore di Pisa all'interno del Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento, sono stati rinvenuti resti di affreschi, elementi architettonici e stucchi risalenti al I secolo a.C., che testimoniano l'esistenza di un edificio costruito quando la Sicilia era ormai pienamente inserita nella sfera del dominio di Roma. I reperti provengono da ciò che resta di un antico edificio situato poco a sud dell'ekklesiasterion, la cavea destinata alle assemblee dei cittadini liberi dell'antica Akaragas. Gli elementi decorativi potrebbero appartenere al peristilio di una domus oppure a un portico monumentale realizzato in età romana.
Gli archeologi della Scuola Superiore di Pisa hanno rinvenuto diversi frammenti di intonaci policromi che hanno classificato al secondo e terzo stile della pittura parietale romana. Resta da decifrare se l'edificio a cui appartenevano i fregi avesse un utilizzo privato, come domus di dimensioni imponenti, o forse pubblico, come terrazza porticata in connessione con il tempio romano, data la dismissione delle funzioni pubbliche dell'attiguo ekklesiasterion. Inoltre quest'area fu a lungo frequentata come testimoniano i resti di un'abside di una piccola basilica paleocristiana.

Fonte:
finestresullarte.info


Aquinum e le sorprese degli scavi del 2026

Castrocielo, il cippo ritrovato
(Foto: ilgiornaledellarte.com)

Il sito archeologico di Aquinum, al centro della Valle del Liri, nel comune di Castrocielo, sono emersi, durante la diciottesima campagna di scavo, un cippo riccamente decorato ed un altare votivo in marmo.
Gli scavi, diretti dal Professor Giuseppe Ceraudo, docente di topografia antica all'Ateneo salentino, vengono condotti in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Frosinone e Latina e con i comuni di Castrocielo e Aquino.
Il cippo è stato ritrovato in una posizione di riutilizzo. Il monumento, infatti, era stato reimpiegato come elemento della pavimentazione nei pressi di uno dei principali incroci di Aquinum. Sul manufatto compare il nome del dedicante, probabilmente Caius Ammius Cammarus, anche se gli archeologi sono prudenti nella lettura completa dell'iscrizione.
Interessante è la decorazione del cippo: ghirlande, festoni e bucrani incorniciano le raffigurazioni di tre animali, un bue, un montone ed un maiale. Una combinazione che potrebbe richiamare il suovetaurilium, uno dei più importanti sacrifici della religione romana, nel quale venivano immolati un maiale (sus), un ovino (ovis) ed un toro (taurus). La scena potrebbe rievocare un rito legato alla purificazione, alla consacrazione o alla delimitazione rituale dello spazio.
L'altare votivo marmoreo, invece, apre alla conoscenza della dimensione religiosa e politica della colonia. Si tratta di un altare del quale sono stati recuperati, nel tempo, diversi frammenti che hanno permesso di ricostruire l'iscrizione ed identificare i destinatari della dedica: il Genio di Augusto, i Lari di Augusto ed il Genio della colonia. A commissionare l'altare fu Manius Popidius Anteros, facoltoso liberto che ricoprì la carica di seviro augustale.
Nel teatro romano, inoltre, è stata individuata una lastra marmorea con la formula FUL(GVR) C[ONDITUM], collegata al rituale con cui i romani consacravano un luogo colpito da un fulmine. Il rinvenimento potrebbe indicare che anche il teatro di Aquinum sia stato interessato da un fenomeno atmosferico interpretato come manifestazione della volontà divina.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


martedì 6 ottobre 2026

Tuscia, rinvenuta una spada di 3000 anni fa nel lago di Mezzano

Tuscia, lago di Mezzano, la spada rinvenuta sul fondo
(Foto: Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio
per la provincia di Viterbo e per l'Etruria meridionale)

Una spada di oltre 3000 anni ancora ben conservata da presentare il filo della lama tagliente, è riemersa dalle acque del lago di Mezzano, nella Tuscia. Il reperto, databile al XIII secolo a.C., è stato scoperto durante le ultime fasi della campagna di ricerche condotta nell'antico insediamento palafitticolo e rappresenta uno dei risultati più importanti delle recenti indagini archeologiche subacquee.
La scoperta è stata compiuta dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l'Etruria Meridionale, guidata da Margherita Eichberg. Alle operazioni hanno partecipato anche i Carabinieri del Nucleo Subacquei di Roma, impegnati nelle operazioni di prospezione e documentazione e nella sicurezza delle attività in ambiente sommerso.
Il ritrovamento è avvenuto lungo la sponda meridionale del lago, un settore finora interessato solo marginalmente dalle indagini. La spada appartiene al Bronzo Recente e costituisce la terza spada rinvenuta nel sito di Mezzano dagli anni Settanta del Novecento, e conferma l'eccezionale valore archeologico del contesto. Il suo stato di conservazione è particolarmente significativo: nonostante sia rimasta immersa per migliaia di anni, la lama conserva ancora il filo tagliente.
Per caratteristiche, tipologia e cronologia, il manufatto rientra pienamente nella produzione metallurgica dell'Italia centrale durante la tarda Età del Bronzo e testimonia l'elevato livello di specializzazione raggiunto dalle comunità protostoriche. La spada offre, inoltre nuovi elementi per comprendere il modo in cui il bacino di Mezzano veniva frequentato ed utilizzato oltre tremila anni fa. Nel corso della stessa campagna sono stati infatti recuperati numerosi vasi integri e diversi manufatti in bronzo, tra i quali asce, punte di freccia, pugnali, punte di lancia, spilloni e un rasoio.
Il lago di Mezzano occupa il cratere di un antico vulcano e costituisce uno dei più importanti archivi archeologici e paleoambientali della Tuscia. Le ricerche condotte nel corso degli ultimi decenni hanno portato alla luce le tracce di un vasto insediamento palafitticolo dell'Età del Bronzo, frequentato già all'inizio del II millennio a.C. La posizione del sito, inserito in un ambiente particolarmente favorevole, contribuì allo sviluppo di attività produttive, scambi e forme articolate di organizzazione sociale. 
La spada appartiene ad un periodo (XIII-XII secolo a.C.) nel quale le comunità dell'Italia centrale erano inserite in una fitta rete di contatti che collegava diverse aree della penisola e del Mediterraneo. In questo scenario le armi di bronzo non venivano utilizzate solamente nei combattimenti ma potevano rappresentare anche status, prestigio, identità e potere.

Fonte:
finestresullarte.info


Tunisia, Numluli: una città dalle molte vite

Tunisia, gli scavi di Numluli (Foto: Unione Sarda) Nel governatorato tunisino di Béja , gli archeologi stanno riportando alla luce una città...