mercoledì 10 maggio 2017

Egitto, scoperti affreschi interessanti

Disegno sul muro della tomba di Beni Hassan che mostra un cacciatore
che tiene un cane al guinzaglio (Foto: Linda Evans)
Una mangusta al guinzaglio, un pittoresco pellicano e vari pipistrelli sono solo alcuni dei rari disegni animali rivelati da una nuova indagine in un gruppo di tombe egizie di 4000 anni fa.
Le tombe si trovano nella necropoli di Beni Hassan e sono state scavate e dettagliatamente descritte in una pubblicazione di oltre un secolo fa, a cura dell'archeologo Percy Newberry. Ora l'archeologa Linda Evans ed i suoi colleghi della Macquarie University stanno nuovamente mappando la tomba, utilizzando allo scopo le risorse della tecnologia moderna. Quest'operazione di registrazione ha "rivelato molte scene che non si trovano nella relazione di Newberry", ha detto Linda Evans.
Uno degli animali raffigurato negli affreschi, per esempio, non era stato ben identificato da Newberry. La squadra di ricercatori della Dottoressa Evans ha determinato che quest'animale è morfologicamente identico alla mangusta egiziana e viene tenuto al guinzaglio da un uomo. Non si conoscono altre immagini di manguste tenute al guinzaglio, nell'arte egizia.
La sepoltura apparteneva ad un nomarca (governatore) di nome Baqet, che visse durante l'XI Dinastia. Ad un altro nomarca, sempre di nome Baqet, appartiene una sepoltura attigua, anch'essa con un muro affrescato con l'immagine di un pellicano, dai colori ancora vividi malgrado siano trascorsi 4000 anni. Newberry non registrò la presenza di questo muro affrescato. I pellicani si incontrano raramente nell'arte egiziana.
I ricercatori stanno tuttora registrando e analizzando altri animali raffigurati sulle pareti delle tombe. In una di queste hanno individuato la presenza di pipistrelli, animali mai registrati da Newberry. In un affresco hanno contato non meno di 29 uccelli e tre pipistrelli.

Fonte:
Live Science

domenica 7 maggio 2017

Santa Vittoria di Serri, ritorno al passato

Complesso nuragico di Santa Vittoria di Serri
(Foto: laghienuraghi.it)
Santa Vittoria è il più importante complesso santuariale nuragico finora messo in luce in Sardegna. Sorge su un altopiano basaltico alla quota di 650 metri sul livello del mare. L'altopiano è segnato da dirupi profondi, soprattutto sul lato meridionale e occidentale del villaggio. Là dove questi dirupi si interrompono, la difesa naturale è integrata o sostituita da una muraglia integrata da un passaggio coperto e da una torre fornita di feritoie-occhi di luce. Quest'ultima inglobava una grande capanna circolare con sedili e, sul lato opposto, un'altra capanna anch'essa circolare, che gli archeologi ritengono essere  quella del Sacerdote. L'area archeologica si estende su 22 ettari e ad essa faceva probabilmente riferimento anche il villaggio che gravitava intorno al grandioso Su Nuraxi di Barunimi, sito Unesco.
I gradini di accesso al Pozzo Sacro (Foto: sardegnamia.it)
La civiltà nuragica si sviluppò durante l'Età del Bronzo e si organizzò in nuclei autonomi, tra il XII e il X secolo a.C.. Essa aveva come punti di riferimento dei santuari "federali", spazi neutrali dove, in particolari ricorrenze, le popolazioni potevano riunirsi in una sorta di tregua per stringere alleanze, derimere controversie o semplicemente effettuare scambi.
Il santuario di Santa Vittoria è stato scoperto e indagato sistematicamente a partire dal 1907 dall'archeologo Antonio Taramelli (1868-1939), al quale si devono le denominazioni delle strutture monumentali. La Sovrintendenza è intervenuta tra il 1963 e il 2015, mentre nel 2016 sono iniziati gli scavi a cura del Comune di Serri.
Capanna con sedile gradonato (Foto: Wikimapia.org)
La frequentazione del sito è iniziata intorno al XVIII-XVII secolo a.C., quando venne edificato un nuraghe cosiddetto "a corridoio", caratterizzato da stretti passaggi e privo di tholos, la falsa cupola che si trova nei nuraghi classici. Il sito si connotò in senso sacro già nell'Età del Bronzo recente, tra il XV e il XIII secolo a.C., mentre gli edifici cerimoniali sorgono tra il XII e il X secolo a.C.. La frequentazione proseguì anche nei secoli successivi, in età punica, romana e bizantina. Ancor oggi il luogo è oggetto di culto e vi è stata costruita la chiesetta di Santa Maria della Vittoria.
La visita comprende tre grandi aree o gruppi di edifici: ad est la zona del villaggio e della Curia; ad ovest le zone del Recinto delle Feste e dei templi. Nella zona più orientale sorgevano le abitazioni, qui è stato identificato il Piazzale delle Abitazioni, uno spazio centrale attorno al quale si organizzarono una serie di ambienti. La Curia era un grande capanna circolare, del diametro di 12 metri, con un altare e altri arredi cerimoniali, tra cui vaschette utilizzate, forse, per l'acqua lustrale.
Bronzetto nuragico della madre da Santa Vittoria
di Serri (Foto: ladeamadremediterranea.it)
Un sedile corre lungo la parete. La struttura poteva ospitare fino a sessanta persone. La sua copertura a cono ligneo ha richiesto certamente una raffinata opera di carpenteria. Il diametro esterno della costruzione è di 15 metri. Qui si pensa avvenissero gli incontri degli anziani e dei notabili, si tratta della più grande Capanna delle Riunioni rinvenuta in Sardegna.
Tra i reperti che sono stati raccolti dagli archeologi vi sono un torciere di provenienza cipriota e numerosi bronzi raffiguranti animali e frammenti di navicelle, una cesta miniaturistica e un piccolo melograno in bronzo, rinvenuto nel 2015, frutto legato alle divinità femminili della rigenerazione.
Il fulcro del santuario si trova a circa 300 metri, qui si concentravano la maggior parte degli edifici sacri. Il primo è il Recinto delle Feste, una struttura di pianta ellittica con due ingressi e un ampio spazio centrale, fornita di un porticato e diversi ambienti lungo il perimetro. Qui, secondo gli archeologi, si svolgevano le feste e il mercato, che si serviva di piccoli ambienti adibiti a botteghe.
Santa Vittoria di Serri, sito archeologico (Foto: Sardegna Turismo)
Nella piena Età del Ferro, a partire dal VII secolo a.C. e prima della conquista cartaginese della Sardegna, si ritiene che anche sull'isola venisse praticata la prostituzione sacra, una delle principali entrate dei santuari mediterranei. In questa fase i piccoli vani rettangolari del Recinto delle Feste potevano essere delle cellette dove le ierodule, sotto la protezione delle divinità e dietro presentazione di alcune offerte, accoglievano i pellegrini.
A nord del Recinto delle Feste si trova la Casa del Capo, un tempietto con l'ambiente principale di forma circolare, in origine coperto a tholos, la cui altezza raggiunge i 2,60 metri. E' una delle strutture meglio conservate del complesso. In posizione di dominio sulla piana sottostante, sul limite occidentale del costone roccioso, si trova l'area dei templi dove sono presenti una serie di strutture con fasi cronologiche sovrapposte. Soprattutto qui si trova il Pozzo Sacro, uno dei meglio conservati di tutta la Sardegna, dedicato al culto delle acque. Il manufatto, della lunghezza di circa 11 metri e del diametro esterno di 4,90 metri, è stato realizzato in blocchi di basalto regolari ed è caratterizzato da un atrio, da una scala con tredici gradini e un vano circolare di raccolta dell'acqua. Si tratta, come hanno dimostrato recenti rilievi ed ispezioni, non tanto di un pozzo vero e proprio ma di una cisterna che aveva il compito di immagazzinare le acque meteoriche.
Dalla zona dei templi provengono numerosi bronzetti figurati realizzati con la tecnica della cera persa. Queste figure rappresentano la società dell'epoca: capitribù, guerrieri, offerenti e una madre con il figlio. Questi reperti sono visibili, oggi, al Museo Archeologico di Cagliari.

Fonte:
Liberamente adattato da "Archeologia Viva", maggio-giugno 2017

La dèa delle prostitute, la multiforme Venere

(Foto: Wikipedia)
Tra le tante feste del calendario romano, non mancavano quelle riservate alle donne, in generale o distinte per categoria. C'era la festa dedicata alle madri di famiglia, le Matralia, che si celebravano l'11 giugno; c'erano quelle delle serve, il Festum Ancillarum, celebrate il 7 luglio.
Una festa minore era riservata alle prostitute, le Meretrices (da merere, guadagnare), le donne che "facevano pubblicamente commercio del proprio corpo", come erano giuridicamente definite. Il mestiere più antico del mondo era a Roma legalmente riconosciuto e, per certi versi, anche regolamentato. Le prostitute, infatti, dovevano essere iscritte in un "albo" professionale tenuto dagli Edili. Le prostitute, poi, dovevano indossare un abito speciale (vestis meretricia), dovevano pagare una tassa giornaliera (vectigal meretricium) pari all'importo di una singola prestazione al giorno, non potevano assistere ai pubblici spettacoli e testimoniare in tribunale, né potevano ricevere legati ed eredità, nemmeno da un congiunto.
Le prostitute, però, sfuggirono ai rigori della legge sugli adultéri promulgata da Augusto nel 18 a.C.. Questo fece si che anche donne di buona famiglia, maldisposte a causa delle limitazioni alle libertà di comportamento ed anche per protestare per l'intrusione dello Stato nella loro vita privata, andarono a iscriversi nei registri delle prostitute.
Dante Rossetti, Venere Verticordia (Foto: Angèlique DeVil)
Tra le prostitute vi erano donne di condizione servile che lavoravano alle dipendenze del proprio datore di lavoro nei bordelli (lupanaria), nelle locande (cauponae) o nelle osterie. Non di rado il mercimonio avveniva anche nelle case private. Le altre, quelle che esercitavano "liberamente" la prostituzione, lavoravano in proprio. Attiravano i clienti dalle soglie delle cellae meretricae, aperte sulla strada, o dai fornici dei teatri del circo (da cui il verbo fornicare), oppure tra le tombe che affollavano le vie consolari.
Le prostitute celebravano la loro "festa" (dies meretricum), il 23 aprile, giorno anniversario della dedica, nel 181 a.C., del tempio votato nel 184 a.C. dal console Lucio Porcio Licinio, in guerra contro i Liguri, a Venere Ericina. Una Venere onorata nel santuario di Erice, in Sicilia, con un culto che prevedeva, tra l'altro, l'antichissima pratica della prostituzione sacra. Poiché il tempio costruito a Roma era dedicato ad una divinità straniera, venne costruito fuori del pomerio e delle mura urbane, all'estremità del Quirinale, oltre la Porta Collina, in un luogo che alcuni studiosi pensano di riconoscere tra le vie Sicilia e Lucania o tra le vie Gaeta e Curtatone (dove nel 1873 furono trovati i resti di un edificio sacro). Il tempio venne inglobato, successivamente, negli Horti Sallustiani.
Antonio Canova, Venere e Adone (Foto: visionealchemica.com)
Al tempio di Venere Ericina, ogni 23 aprile, convergevano le prostitute in processione, recando corone di rose e di mirto, piante sacre alla dea, per onorare Venere. Le donne chiedevano alla dea di vegliare su di loro e di mantenerle sempre giovani ed attraenti. Ovviamente questo pellegrinaggio attirava una folta platea maschile e solitamente avevano anche luogo incontri e contrattazioni di natura sessuale.
In epoca tarda questa festa venne, probabilmente, unificata con quella che, alle calende del mese di aprile, era dedicata sempre a Venere, ma alla divinità dell'amore coniugale, la Venere Verticordia, ossia che volge e converte i cuori. All'origine di questo culto ci sarebbe stato un sacrilegio compiuto dalle vestali, in espiazione del quale i Libri Sibillini avrebbero prescritto l'erezione di una statua o di un tempio alla dea, la cui dedica (216 a.C.) sarebbe stata affidata ad una certa Sulpicia, moglie di Quinto Fulvio Flacco, ritenuta all'epoca la matrona più casta di Roma. Così, in uno stesso giorno, si festeggiava e si invocava la Venere "sacra" e quella "profana".
Venere Obsequens o Venere Ericina
(Foto: RomeandArt)
Nei Veneralia, secondo il poeta Ovidio, madri e nuore, adorne di corone di mirto, invocavano la divinità lavandone il simulacro e libando con una miscela di fiori di papavero, latte e miele. L'etimologia del nome Venus viene riportata al verbo vinciri, avvincere, unire; oppure ad un astrato neutro, *venus, il cui significato è espresso dal verbo venerari, cercare di piacere, rendere dei favori al dio.
I Romani ritenevano Venere una divinità androgina o addirittura di sesso maschile. Scrive Macrobio: "Ad esempio certuni leggono [negli scolia di Servio all'Eneide]: mi allontano e guidato dalla Dèa tra le fiamme e i nemici/riesco a passare; mentre egli con grande erudizione aveva detto 'guidato dal Dio' non 'dalla Dèa'. [...] A Cipro c'è anche una sua statua con la barba, con forme e in abbigliamento da donna, con lo scettro e in statura di uomo; e ritengono che sia maschio e femmina nello stesso tempo. Aristofane la chiama Aphròdìtos, al maschile". Androgina era la statua di Venus Calva, la più antica forma di Venus di quelle a noi storicamente nota.
Le tracce di una sorta di prostituzione sacra nella tradizione romana emergono dai racconti mitici di incontri sessuali tra donne e membri virili comparsi dal nulla, come nel caso del re Servio Tullio, frutto dell'unione della madre Ocrisia, schiava di Tarquinio Prisco, con un fallo comparso tra le ceneri del focolare. Un'altra prova è considerata il culto di Anna Perenna, che si svolgeva sulle rive del Tevere, caratterizzata da rituali orgiastici. Inoltre nei Floralia le prostitute si spogliavano ritualmente su richiesta dei partecipanti ed eseguivano danze sfrenate; durante la festa della Bona Dea si svolgevano, invece, vere e proprie orge rituali, che rappresentavano dei matrimoni sacri nei quali si prostituivano donne di nobili natali che erano tenute in grande considerazioni.

Fonti:
Liberamente adattato da "Archeo" aprile 2017 e da "Il Tempo di Roma" di P. Galiano e M. Vigna

sabato 6 maggio 2017

Un mitreo sul Mar Nero

Scavi nell'antico Castello di Zerzevan (Foto: dailysabah.com)
Scavi archeologici effettuati nel Castello di Zerzevan, nel distretto sudest della provincia di Diyarbakir, in Turchia, hanno portato alla luce un mitreo, dove si svolgevano culti precristiani 1700 anni fa.
Il castello, che si estende su un'area di quasi 60.000 metri quadrati, si trova a 13 chilometri da una località in cui si trovava una base militare di epoca romana. Gli scavi nell'edificio sono in corso dal 2014. Sono stati trovati, finora, i resti di pareti alte 15 metri per 200 metri di lunghezza, una torre di difesa, una chiesa, un locale adibito alla gestione del complesso, un granaio, un deposito per le armi, un santuario sotterraneo, rifugi sotterranei, canali per il trasporto dell'acqua, tombe rupestri e ben 54 cisterne per la raccolta dell'acqua.
Il castello è stato rimaneggiato e rinforzato nel corso dei secoli. Per quanto riguarda il mitreo, esso presenta tre nicchie nella parte occidentale, c'è anche una sorta di piscina, poiché l'acqua - oltre al sangue - era un elemento molto frequente nei riti di Mitra. Il mitreo occupa una superficie di 35 metri quadrati per un'altezza di 2,5 metri.
Il Castello di Zerzevan è situato lungo un'antica via militare, su una collina rocciosa di 124 metri di altezza, in una posizione strategica tra Amida e Dara. Ai suoi piedi una valle ed un percorso chiave per le vie commerciali. Qui vi era anche una guarnigione romana che assistette agli scontri tra i Romani e i Sasanidi. Il primo insediamento venne chiamato Samachi. Le mura del castello risalgono all'epoca di Anastasio (491-518 d.C.) e Giustiniano (527-565 d.C.). Alcune parti sono state completamente ricostruite.

Fonte:
dailysabah.com

Mar Nero, emerge la testa di un'antica divinità

L'individuazione del sito nella baia di Kerch
E' stata trovata, al largo della Crimea, da alcuni subacquei russi intenti a testare il funzionamento di una costruzione subacquea, la testa in terracotta di una divinità greca risalente a 2500 anni fa.
Il responsabile della sezione di archeologia subacquea dell'Accademia Russa delle scienze, Sergei Olkhovskiy ha affermato che il manufatto è un'opera unica per quanto riguarda la regione del Mar Nero. Il reperto è stato rinvenuto nella baia di Kerch, dove il Mar Nero incontra il Mare di Azov e dove si sta costruendo un ponte che collegherà le due coste.
Le esplorazioni archeologiche in questo sito sono iniziate circa due anni fa, quando è stato progettata la costruzione del ponte. Da allora gli scavi subacquei hanno restituito più di 60.000 pezzi, la maggior parte dei quali sono frammenti di vasi in ceramica realizzati nell'area del Mediterraneo e in Asia Minore tra il V e il III secolo a.C.
La testa raffigurante una divinità greca appena rinvenuta risale al V secolo a.C. e si presume sia stata realizzata in Asia Minore o in Anatolia. Altre informazioni potranno essere raccolte dagli esami più approfonditi ai quali sarà sottoposto il reperto.

Fonte:
tomosnews.gr

Trovate 24 teste di ascia in un deposito in Norvegia

Una delle teste di ascia trovate a Stjordal, in Norvegia (Foto: Erik Solheim)
Sono tornate alla luce, da un deposito comune a Stjordal, circa 44 chilometri ad est di Trondheim, in Norvegia, 24 asce risalenti a 3000 anni fa. La sorprendente scoperta risale al mese scorso. Si tratta di teste di ascia, di una lama di coltello risalenti all'Età del Bronzo, tra il 1100 e il 500 a.C.. Gli archeologi dell'Università Norvegese di Scienza e Tecnologia (NTNU) stanno raccogliendo i reperti con l'aiuto di alcuni dilettanti forniti di metal detector.
Sono stati proprio questi ricercatori dilettanti, i fratelli Joakim e Jorgen Korstad, che abitano nel comune di Stjordal, a fare le prime scoperte in questa località. Hanno trovato nove asce, una punta di lancia, uno stampo per colata e un frammento di bronzo. I fratelli hanno immediatamente contattato gli archeologi.
Al momento non possibile far alcuna ipotesi sulla sepoltura collettiva di questi oggetti, se alla base ci fosse un motivo rituale oppure un rito religioso o, magari, le asce siano state raccolte semplicemente per essere riutilizzate in seguito quali fonti di metallo, pratica conosciuta nella tarda Età del Bronzo.
Stjordal si trova nella Norvegia centrale e presenta un'alta concentrazione di antiche pitture ed incisioni rupestri.

Fonte:
Università Norvegese di Scienza e Tecnologia (NTNU)

Costa Rica, trovato un interessante petroglifo

Il petroglifo trovato a Guanacaste, in Costa Rica (Foto: ICE)
Gli archeologi dell'Istituto statale Costa Rica elettricità (ICE) hanno rinvenuto un petroglifo indigeno nella provincia di Guanacaste. Il petroglifo ha più di mille anni. L'artefatto è stato rinvenuto recentemente sulle rive del fiume Blanco. Si pensa appartenga al periodo Bagaces, tra il 300 e l'800 d.C..
L'archeologa Ana Cristina Hernàndez afferma di avere le prove che il sito, insieme alle altre aree interessate dal progetto ICE, sono state saccheggiate dai tombaroli. Il petroglifo è stato rinvenuto in un settore che gli archeologi ritengono sia parte di una complessa necropoli indigena. Mostra un'immagine che rappresenta un colibrì, con tutta probabilità simbolo delle popolazioni indigene del Costa Rica. Il colibrì rappresentava la fertilità, nelle culture indigene locali.
Il petroglifo mostra anche due spirali parallele collocate in direzioni opposte, forse la rappresentazione del fiume che scorre e il rapporto degli indigenti con i luoghi di sepoltura che si trovano lungo il fiume Blanco.

Fonte:
ticotimes.net

Cina, la tomba del mostro blu

L'affresco del mostro blu nella sepoltura cinese
(Foto: Chinese Archaeology)
In Cina, a Xinzhou, è stata scoperta una tomba di 1400 anni fa, con affreschi rappresentanti un mostro di colore blu, un cavallo alato e una divinità nuda conosciuta come "maestro del vento". Gli affreschi murali di questa sepoltura sono piuttosto originali, rispetto alle altre tombe dello stesso periodo.
Gli archeologi non sono ancora in grado di comprendere il significato delle immagini. La sepoltura è stata scoperta nel 2013 ed è rilevato che era stata saccheggiata di recente. Si compone di una camera funeraria, mancante dei corpi dei defunti e con solo pochi frammenti della bara. Parte di un primo corridoio e tutto un secondo corridoio non avevamo, però, subito saccheggi e qui sono stati rinvenuti una serie di manufatti e gli affreschi ben conservati, che possono gettare nuova luce sulla vita sociale, la storia e la cultura dell'epoca.

Fonte:
Live Science

Egitto, scoperte due sepolture di eunuchi?

La sepoltura B26 con lo scheletro del probabile eunuco al centro
(Foto: 
S. Haddow, S. Zakrzwski, J.Rowland )
Recentemente gli archeologi hanno scoperto, presso la necropoli tolemaico-romana di Quesna, nella città di Monufiya, in Egitto, due scheletri interessanti. Analizzando questi resti umani, infatti, i ricercatori hanno pensato di trovarsi di fronte a degli eunuchi.
La ricerca a Quesna è condotta da Scott Hadow, dell'Università di Bordeaux, da Sonia Zakrzwski, dell'Università di Southampton e da Joanne Rowland dell'Università di Edimburgo. Gli archeologi hanno spiegato, in una conferenza, le tecniche di sepoltura dei due scheletri analizzati, le anomalie che presentavano e le evidenze generali che richiamavano l'idea di una castrazione.
Il primo scheletro, chiamato B21, apparteneva ad un adolescente di sesso indeterminato, vissuto durante l'epoca tolemaica. La sua sepoltura mostrava delle differenze rispetto a quella della maggior parte delle sepolture comuni: il cranio era stato, infatti, posizionato verso sud invece che verso nord. Inoltre non tutte le ossa dello scheletro sono completamente sviluppate, il che vuol dire  che la persona era più alta della media dell'epoca, malgrado non fosse completamente cresciuta.
Sepoltura B21, adolescente di sesso indeterminato
(Foto: S. Haddow, S. Zakrzwski, J.Rowland)
Il secondo scheletro, chiamato B26, appartiene anch'esso ad un adolescente di sesso sconosciuto e risale all'epoca romana. Venne sepolto in una tomba ed era anch'esso più alto della media. "Anche se ci sono pochi studi sugli scheletri di individui che hanno subito la castrazione, quelli esistenti, come quelli dei castrati italiani Farinelli e Pacchierotti, mostrano ossa lunghe incomplete, alta statura ed osteoporosi", hanno dichiarato gli archeologi.
La sepoltura dell'individuo deposto nella B26 è conforme alle altre dell'epoca. L'orientamento della sepoltura e gli oggetti del corredo funebre potrebbero indicare il riconoscimento, all'interno della società egizia, dello stato intersessuale degli individui, frutto, probabilmente, di una castrazione pre-pubertale. Potrebbe, però, anche indicare la presenza della sindrome di Klinefelter. Quest'ultima è una malattia genetica, caratterizzata da un'anomalia cromosomica, per cui un individuo di sesso maschile possiede un cromosoma X soprannumerario. Molte persone affette dalla sindrome di Klinefelter non presentano alcun segno fino alla pubertà, quando le caratteristiche fisiche della condizione diventano più evidenti. Tali caratteristiche comprendono l'ipogonadismo e la riduzione della fertilità, unitamente ad altre differenze fisiche e comportamentali. In genere gli individui affetti da questa sindrome tendono all'obesità.
La combinazione dello sviluppo scheletrico e dell'osteoporosi con le abitudini dell'epoca possono far pensare anche a disturbi endocrini geneticamente e culturalmente indotti. I ricercatori ritengono che finquando non saranno condotti studi sul Dna dei due individui sarà difficile stabilire l'origine delle caratteristiche scheletriche dei due individui sepolti a Quesna.

Fonte:
ancient-origins.net

giovedì 4 maggio 2017

Salamina, scoperta una tomba micenea

Uno dei reperti rinvenuti a Salamina (Foto: greece.greekreporter.com)
E' stata scoperta, sull'isola di Salamina, una tomba a camera micenea, contenente corredi funerari del XIII-XII secolo a.C.. Si tratta della terza tomba emersa nella zona, che fa seguito alle due scoperte avvenute nel 2009 durante uno scavo per l'installazione di tubazioni di scarico. In quel caso furono portati alla luce 41 vasi in ceramica in ottime condizioni, con decorazioni tipiche dell'epoca, oltre ad altri elementi di vasellame.
Lo scavo è particolarmente impegnativo a causa della presenza di diverse sorgenti e le sepolture presenti, scavate nella roccia, sono soggette ad allagamenti. La tomba emersa dagli scavi attuali fa parte di una necropoli di epoca micenea. Essa è scavata nella roccia naturale, è leggermente più piccola rispetto alle altre sepolture della necropoli.
Nella tomba sono stati ritrovati i resti scheletrici di almeno cinque persone, l'ingresso era aperto e i resti dei morti sepolti per primi erano stati spostati per far posto ai nuovi defunti ed ai loro corredi funerari.

Fonte:
ana-mpa

mercoledì 3 maggio 2017

Scoperti i leggendari giardini funerari egizi

Il giardino funerario di Dra Abu el-Naga (Foto: MoA)
Quella annunciata oggi dal Ministero delle Antichità egiziano non è solo una nuova scoperta, ma una scoperta del tutto nuova: si tratta della prima testimonianza archeologica di un giardino funerario di 4000 anni fa. Si era a conoscenza della presenza di questa area cultuale grazie ai modellini funerari e alle varie rappresentazioni presenti sulle pareti delle tombe del Nuovo Regno, dove un piccolo giardino quadrato veniva raffigurato all'ingresso del monumento funebre con un paio di alberi accanto ad esso, ma archeologicamente, finora, non ne era mai stata trovata nessuna traccia.
La sensazionale scoperta è opera della missione archeologica spagnola che da 16 anni lavora nella necropoli di Dra Abul el-Naga, sulla west bank di Luqsor, alle tombe rupestri della XVIII Dinastia di Djehuty e Hery (1500-1450 a.C.): il "Proyecto Djehuty". Il giardino funerario è stato dissotterrato nel cortile aperto di una tomba del Medio Regno scavata nella roccia, misura 3 x 2 metri ed è diviso in piccole aiuole quadrate di circa 30 centimetri per lato. I riquadri sembrano contenere diversi tipi di piante e fiori. Al centro emergono due aiuole rialzate probabilmente utilizzate per accogliere un piccolo albero o un cespuglio. In uno degli angoli, invece, sono stati trovati ancora ben conservati la radice e una porzione di tronco (circa 30 centimetri) di un piccolo albero risalente sempre a quel periodo, 4000 anni fa. Quello che sorprende e che emoziona è che accanto a questo albero si trovava ancora una ciotola contenente datteri e altri frutti, lasciata lì probabilmente come un'offerta presentata al defunto.
Ciotola con datteri ed altri frutti (Foto: MoA)
Ora, grazie al ritrovamento di questo giardino, che probabilmente aveva anche un significato simbolico, si ha la conferma archeologica di un aspetto dell'antica cultura e religione egizia che finora era conosciuto solo attraverso l'iconografia, visto che mai niente di nemmeno simile è stato mai trovato.
Come se questa notizia non fosse abbastanza eclatante di per sé, la missione diretta dal Dottor Jose Galan ha anche scoperto una piccola cappella in mattoni crudi (46 x 70 x 55 centimetri) proprio a ridosso della facciata della tomba intagliata nella roccia. Al suo interno sono state rinvenute tre stele della XIII Dinastia (1800 a.C. circa): una di proprietà de "il cittadino Khemenit, figlio della signora della casa, Idenu" - così come indica la stele nella quale sono anche menzionati gli dei Montu, Ptah, Sokar e Osiris - e un'altra che vede come proprietario un uomo di nome Renefseneb.

Fonte
mediterraneoantico.it

Spagna, scoperto un interessantissimo carro votivo in bronzo

Spagna, il carro votivo in bronzo (Foto: CSCIC Comunicaciòn) Nel sito archeologico di Casas del Turunelo , nella provincia di Badjoz , in Sp...