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sabato 11 luglio 2026

Egitto, importanti ritrovamenti a Marina Alamein

Egitto, il sito di Marina Alamein (Foto: Ministero
del Turismo e delle Antichità Egiziano)

Il Ministero del Turismo e delle Antichità dell'Egitto ha annunciato il ritrovamento di 18 nuove sepolture e di un ricco corredo funerario che contribuisce a ridefinire il ruolo storico di Marina Alamein, antico crocevia tra la civiltà egizia ed il mondo ellenistico.
Le nuove scoperte sono emerse durante una campagna di scavo condotta dalla missione archeologica egiziana e portano a 44 il numero complessivo di sepolture individuate nel sito dalla sua scoperta, avvenuta nel 1986 durante lavori edilizi. Situata a circa 100 chilometri ad ovest di Alessandria, la città è identificabile con l'antica Leukaspis, citata dal geografo greco Strabone, e conobbe il suo massimo splendore tra il I ed il III secolo d.C.
Tra i ritrovamenti più significativi figurano undici ipogei scavati nella roccia, profondi fino ad otto metri e sette tombe in pietra calcarea, alcune delle quali ancora sigillate con le lastre originali. Di particolare rilievo un sarcofago in granito lungo 2,5 metri, rinvenuto intatto con il coperchio ancora in posizione, al cui interno sono stati recuperati resti umani ora sottoposti ad analisi scientifiche.
Gli archeologi hanno inoltre recuperato vasi in ceramica, altari, bacili, elementi architettonici, una statua in marmo di Afrodite, una stele funeraria con un personaggio maschile seduto che tiene in mano un uccello ed una statua in gesso del dio Arpocrate. Eccezionale anche il rinvenimento di 24 amuleti funerari d'oro, le cosiddette "lingue d'oro", collocate nella bocca dei defunti secondo una credenza che garantiva loro la parola nell'aldilà, insieme ad un amuleto raffigurante l'Occhio di Horus.
Le tipologie di sepoltura sono multiple, riflettendo una chiara stratificazione sociale della necropoli. Undici sono ipogei interamente scavati nella roccia, una di queste è il frutto di un adattamento di un pozzo idrico già esistente. Le altre sette sepolture erano costruite in superficie con blocchi di calcare. 

Fonte:
ilgiornaledellarte.com
Ministro del Turismo e delle Antichità
 


venerdì 26 giugno 2026

Barbarano Romano, rinvenuta una tomba etrusca intatta

Barbarano, la tomba etrusca scoperta
(Foto: archeomedia.net)

Un frammento ulteriore della storia e della presenza etrusca è stato rinvenuto nel viterbese, a Barbarano Romano, nella necropoli di San Giuliano. Qui è stata individuata una tomba risalente al VII secolo a.C., rimasta sigillata per circa 2700 anni e riportata alla luce da un'équipe di archeologi italo-statunitense.
La sepoltura, caratterizzata da un soffitto a capanna in tufo, si presenta in condizioni di conservazione tali da aver permesso il ritrovamento dei resti di una famiglia di alto rango, deposti su un letto funerario secondo i rituali dell'epoca.
La tomba custodisce i resti di due individui e un corredo funebre. Dai primissimi rilievi effettuati dopo l'apertura della lastra di pietra, gli esperti hanno ipotizzato che una delle due salme appartenga ad un uomo: accanto ai resti parzialmente conservati delle ossa è stata infatti rinvenuta una punta di lancia in metallo. Lo spazio interno della camera contiene numerosi oggetti della vita quotidiana e dei rituali funebri dell'epoca. Tra la terra di infiltrazione si distinguono chiaramente diverse olle, alcuni calici in bucchero e almeno un aryballos, un genere di vaso utilizzato anticamente per contenere unguenti e profumi.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


mercoledì 24 giugno 2026

Torre del Greco, presentate le meraviglie appena scoperte a Villa Sora

Torre del Greco, i resti di Villa Sora (Foto: archeomedia.net)

A Torre del Greco sono stati presentati i risultati delle indagini 2025-2026 a Villa Sora, vale a dire affreschi con ittiocentauro alato, capitelli, cistae plumbee ed un cantiere che era in piena attività al momento dell'eruzione del 79 d.C.
Villa Sora era un complesso di età tardorepubblicana e primo imperiale, affacciato sul Golfo di Napoli, a Torre del Greco. Si tratta di una tra le più sontuose ville di otium di rango senatorio ed imperiale sorte lungo la costa campana.
Venne edificata intorno alla metà del I secolo a.C. e fu oggetto di successivirifacimenti. Si sviluppava lungo la linea di costa con un impianto scenografico articolato su terrazze digradanti verso il mare, per un'estensione stimata di circa 150 metri lungo il litorale.
Le indagini condotte tra il 2025 ed il 2026 sono le prime indagini sistematiche condotte sul sito dopo oltre trent'anni ed hanno preso avvio dalla necessità di messa in sicurezza del fronte nord-est del settore già scavato a cielo aperto tra gli anni '80 e '90, cogliendo nel contempo l'opportunità di ampliare le conoscenze del complesso.
L'intervento si è concentrato sull'ambiente 22, di circa 10 mq ma di eccezionale qualità decorativa, già parzialmente visibile attraverso un cunicolo. I numerosi frammenti di intonaco affrescato di pareti e soffitto attestano un programma decorativo di grande raffinatezza ricondotto al 50 d.C. Le pareti su fondo nero, scandite da fasce in cinabro, presentano il motivo del candelabro metallico in oro animato da aironi. Il soffitto a fondo chiaro era ornato da ghirlande, fregi e figure mitologiche, tra le quali grifi inseriti in un ricco repertorio ornamentale.
Tra i ritrovamenti più eccezionali, i frammenti del soffitto ricompongono la figura di un ittiocentauro alato, una raffigurazione di eccezionale unicità iconografica, trattata non come ornamento accessorio ma come figura protagonisca, ricca di chiaroscuri e lumeggiature, in una posa dinamica e plastica di significativo impatto scenico.
All'interno l'ambiente ospitava tre cistae plumbee finemente decorate, insieme ad elementi architettonici in marmo bianco di elevata qualità. Tra questi ultimi spicca il capitello corinzieggiante con motivo liriforme, rinvenuto in stato di conservazione sorprendente, eseguito interamente a scalpello. La presenza di ulteriori frammenti marmorei e la qualità della lavoraione indicano uno stoccaggio intenzionale di elementi destinati a lavori edilizi in corso: la villa era in pieno cantiere al momento dell'eruzione del 79 d.C.

Fonte:
archeomedia.net


sabato 11 aprile 2026

Egitto, identificato il tempio del dio Pelusio

Egitto, le rovine del tempio di Pelusio
(Foto: Ministero del Turismo e delle Antichità)

Dopo sei anni di meticolosi scavi a Tell El-Farama, nel Sinai settentrionale, una missione archeologica ha portato alla luce un raro complesso rituale incentrato sull'acqua. Dedicato alla divinità Pelusio, questo straordinario ritrovamento sta ridefinendo le convinzioni maturate nel tempo sull'antica città di Pelusio e sul suo ruolo nell'antichità. 
La monumentale struttura è caratterizzata da un elaborato sistema idraulico e sottolinea l'importanza della città come centro di innovazione religiosa. La missione archeologica è guidata dal Consiglio Supremo delle Antichità egiziano.
Quando, nel 2019, sono iniziati gli scavi, i ricercatori hanno scoperto solo una porzione di una struttura circolare in mattoni rossi, il che li ha indotti a credere che si trattasse di un edificio destinato al senato civico. Il proseguimento degli scavi, però, ha rivelato una planimetria molto più complessa, con ingressi multipli ed un esteso sistema di drenaggio, che hanno suggerito che in realtà si trattasse di un complesso sacro legato a rituali religiosi che avevano alla base l'acqua.
Al centro del complesso appena scoperto si trova un'enorme vasca circolare di circa 35 metri di diametro. Collegata direttamente al ramo Pelusiaco del Nilo, questa vasca era riempita di acqua ricca di limo associata simbolicamente al dio Pelusio, una divinità locale il cui nome deriva dal termine greco "pelos" che significa "fango".
Attorno alla vasca si snoda un elaborato sistema di canali d'acqua specificamente progettato per il drenaggio. Al centro della vasca, gli archeologi hanno rinvenuto una piattaforma quadrata che probabilmente sorreggeva una statua monumentale della divinità. Questa meraviglia architettonica presenta una straordinaria sintesi di stili, fondendo le antiche tradizioni egizie con influenze ellenistiche e romane.
Le prove archeologiche suggeriscono che il tempio dell'acqua sia rimasto in uso per quasi otto secoli, dal II secolo a.C. al VI secolo d.C., con lievi modifiche nel corso del tempo. Questa lunga durata sottolinea il significato duraturo dei rituali che vi si svolgevano.
Pelusio, situata sul margine orientale del delta del Nilo, era una fortezza di confine di vitale importanza, che proteggeva l'Egitto dalle invasioni provenienti dal mare e dalla Siria. Era famosa per la battaglia di Pelusio del 525 a.C., che vide affrontarsi Persiani ed Egizi.

Fonte:
ancient-origins.net


sabato 4 aprile 2026

Roma, eccezionale scoperta nei pressi della Necropoli Ostiense

Roma, uno degli affreschi della necropoli ostiense
(Foto: Ufficio Stampa e Comunicazione MiC)

Nel corso delle indagini di archeologia preventiva condotte dal Ministero della Cultura - Soprintendenza Speciale di Roma, per la realizzazione di uno studentato sulla via Ostiense, in zona San Paolo Fuori le Mura, è stata scoperta una vasta area funeraria, con tombe in muratura decorate e sepolture a fossa, eccezionalmente ben conservata.
Si tratta di una delle necropoli più estese dell'antica Roma. Dallo scavo, diretto da Diletta Menghinello, archeologa della Soprintendenza Speciale di Roma, è emerso, a circa un metro di profondità, un nucleo di cinque edifici funerari di età imperiale a pianta quadrangolare con copertura a volta, allineati da nordest a sudovest e preceduti da due strutture minori. Un sesto edificio, analogo agli altri ma ad essi perpendicolare, suggerisce, insieme ai resti di ulteriori ambienti, l'organizzazione del complesso attorno ad un cortile interno.
I sepolcri, secondo l'archeologa Menghinello, sono da identificarsi con tutta probabilità con dei colombari dotati di nicchie destinate ad ospitare le urne cinerarie. Lo scavo è ancora in una fase preliminare ma è già possibile riconoscere, negli ambienti venuti alla luce, un elaborato apparato decorativo, costituito da intonaci affrescati a fasce e a motivi vegetali, stucchi, edicole ornate da figure della simbologia funeraria romana (Oranti o Vittorie Alate).
Nell'area prossima alla strada, a profondità via via maggiori, sono stati inoltre rimessi in luce un'aula absidata ed un altro grande ambiente con resti di pavimentazione a mosaico, entrambi in laterizi, la cui funzione è ancora da determinarsi, forse il luogo dove si svolgevano i banchetti funerari.
In età tardo-antica, una necropoli molto più modesta si è impiantata alle spalle del settore monumentale occupato dalle tombe di età imperiale, dal quale è separata da un lungo muro in blocchetti di tufo. Scarsi oggetti di corredo accompagnano semplici sepolture a fossa, sovrapposte le une alle altre in fitta successione.
Il contesto è da ricondursi alla vasta Necropoli della via Ostiense, sviluppatasi tra la tarda età repubblicana ed il tardo impero, di cui sono attualmente visibili i settori del Sepolcreto Ostiense e della Rupe di San Paolo.
La Necropoli Ostiense era conosciuta fin dal 1917 e si è salvata dalla forte urbanizzazione del territorio.

Fonte:
Ufficio Stampa e Comunicazione MiC


domenica 8 marzo 2026

Egitto, il deposito dei sarcofagi dei Cantori di Amon

Egitto, i sarcofagi dei "Cantori di Amon"
(Foto: Ministero del Turismo e delle Antichità)

Nel settore sudoccidentale del cortile della tomba di Seneb, nell'area di Qurna, sulla riva occidentale di Luxor, in Egitto, una missione archeologica egiziana congiunta tra il Consiglio Supremo delle Antichità e la Fondazione Zahi Hawass per le Antichità ed il Patrimonio ha individuato un deposito di sarcofagi lignei dipinti contenti mummie, insieme ad un gruppo di rari papiri databili al Terzo Periodo Intermedio (1070/1069 - 712 a.C.).
Secondo quanto comunicato dal ministro del Turismo e delle Antichità, Sherif Fathy, la scoperta si inserisce nel quadro delle recenti attività di ricerca sostenute dallo Stato egiziano nell'ambito di una strategia di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale.
Le indagini hanno portato alla luce una camera rettangolare scavata nella roccia, utilizzata come deposito funerario. All'interno sono stati trovati 22 sarcofagi lignei policromi disposti su più livelli. L'organizzazione interna del deposito evidenzia un preciso sfruttamento dello spazio: i sarcofagi erano collocati in dieci file orizzontali sovrapposte, con i coperchi separati dalle casse per ottimizzare la capienza dell'ambiente. Accanto ai sarcofagi, la missione ha recuperato un gruppo di vasi in ceramica, ritenuti funzionali alla conservazione dei residui dei materiali impiegati durante il processo di imbalsamazione.
La maggior parte dei sarcofagi riporta titoli professionali invece dei nomi personali. L'appellativo più ricorrente è quello di "cantore di Amon", elemento che apre prospettive di ricerca sulla classe dei musicisti e dei cantori attivi nel culto del dio Amon durante il Terzo Periodo Intermedio. Le condizioni conservative dei manufatti lignei hanno reso necessario un intervento immediato del team di restauro della missione. Le operazioni hanno incluso il consolidamento delle fibre lignee compromesse, il trattamento delle superfici in rivestimento policromo interessate da distacchi ed un'accurata pulitura meccanica per rimuovere i depositi superficiali senza alterare la vivacità dei colori originari. Il supervisore della missione, Afifi Rahim, ha attribuito il deposito alle Dinastie XXI-XXV. Nonostante l'assenza di nomi personali, le mummie risultano ancora all'interno dei rispettivi sarcofagi.
Particolare rilievo assume il ritrovamento di otto papiri, rinvenuti all'interno di un grande vaso in terracotta. Alcuni esemplari conservano ancora il sigillo originario in argilla. I documenti presentano dimensioni differenti e saranno oggetto di interventi di restauro e di successive operazioni di traduzione e studio.

Fonte:
finestresullarte.info
 


Un contratto matrimoniale nell'Egitto romano: Chaeremonis e Dionysapollodorus

Egitto, gli sposi Tjay e Naya (1550-1295 a.C.)
(Foto: Tiziana Giuliani)

Il matrimonio, in Egitto, era un accordo privato, solitamente monogamico, basato sul reciproco consenso. Non veniva celebrato ricorrendo a cerimonie ufficiali o alla presenza di autorità religiose o civili. La festa di matrimonio era molto semplice e privata. 
La sposa era accompagnata, in corteo, a casa del suo sposo. Il contratto di matrimonio, perché di tale trattasi, era stipulato dai rispettivi padri, dal momento che nell'antico Egitto la donna era tutelata e godeva di notevoli diritto tra i quali, dal carattere estremamente moderno, quelli di gestire il suo patrimonio, di divorziare e di disporre il proprio testamento.
Gli archeologi sono in possesso di un documento prezioso, a questo proposito: il contratto di matrimonio di Chaeremonis e Dionysapollodorus, due sposi del periodo romano entrambi originari di Ossirinco.
Dal testo sembra che i due giovani, al momento della redazione del contratto matrimoniale, convivessero. Si sa per certo, comunque, che tra il 157 ed il 158 d.C. i rispettivi genitori si sono incontrati e che il padre della sposa ha redatto su papiro il contratto di matrimonio, stipulato in greco e contenente le condizioni e l'elenco degli oggetti che la giovane Chaeremonis avrebbe ricevuto in dote.
Nell'antico Egitto la dote era l'insieme dei beni che il padre della sposa donava a sua figlia per affrontare la nuova vita. Questi beni venivano messi a disposizione della nuova famiglia della sposa, anche se la sposa ne restava la esclusiva proprietaria.
Ossirinco, patria dei due sposi, si trovava nel XIX nomo dell'Alto Egitto. Da qui proviene un'enorme collezione di documenti e testi su papiro di epoca greco-romana, rinvenuti tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo in un'antica discarica. Le particolari condizioni climatiche ed ambientali della zona, l'assenza di inondazioni, il clima secco e ventoso, hanno permesso la straordinaria conservazione dei papiri che sono un tesoro prezioso di informazioni. Si tratta di documenti pubblici e privati, editti, registri, inventari, atti di compravendita, lettere, contratti di varia natura, opere letterarie redatti in greco e latino tra il I ed il VI secolo d.C.
Il papiro contenente il contratto matrimoniale di Chaeremonis e Dionysapollodorus, quantunque piuttosto lacunoso, informa i moderni studiosi sulle pratiche matrimoniali nell'Egitto romano al tempo dell'imperatore Antonino Pio.
Il testo conserva i dettagli della dote fornita a Chaeremonis dai suoi genitori: gioielli in oro e argento, un mantello, vesti, una statuetta di Afrodite, vari oggetti per la casa, uno specchio ed un cofanetto ligneo per unguenti. Si tratta di oggetti di utilità giornaliera ma anche di simboli di sicurezza, prestigio, fertilità e cura personale. Nel prezioso documento vengono menzionati anche beni immobili: un cortile ed un vigneto destinati alla vita comune della coppia oltre alla casa familiare ed un terreno che la sposa erediterà alla morte dei genitori.
Il contratto matrimoniale ha clausole molto precise e rigorose: il marito non poteva ipotecare, vendere o trarre profitto dai beni della sposa senza il consenso di quest'ultima, segno di una partecipazione giuridica femminile all'interno del matrimonio. Inoltre, in caso di separazione senza figli, la dote sarebbe stata restituita immediatamente a Chaeremonis, a salvaguardia del patrimonio familiare. Una clausola che indica quanto i beni femminili fossero fondamentali per proteggere la stabilità economica della donna.
Il contratto di matrimonio tra Chaeremonis e Dionysapollodorus è conservato presso la Oxford University, Papyrology Rooms, Art, Archaeology and Ancient World Library dalla Egypt Exploration Society. Nello stesso luogo si trovano conservati la maggior parte dei papiri trovati ad Ossirinco.

Fonte:
mediterraneoantico.it

domenica 22 febbraio 2026

Gran Bretagna, la bambina sepolta nella grotta 11000 anni fa

Gran Bretagna, la grotta in Cumbria dove sono stati
rinvenuti i resti umani (Foto: archaeology.wiki)

Le ossa, risalenti ad 11000 anni fa, rinvenute nella grotta di Heaning Wood, a Great Urswick, in Cumbria, dall'archeologo Martin Stables, hanno fornito chiare evidenze delle sepolture mesolitiche nel nord dell'isola.
Un team internazionale, guidato dagli archeologi dell'Università del Lancashire, è riuscito ad estrarre sufficiente DNA dalle ossa per identificare i resti umani come quelli appartenenti ad una bambina di circa 2-3 anni di età.
Si tratta della terza sepoltura mesolitica più antica dell'Europa nordoccidentale e rappresentano una delle più antiche attività umane in Gran Bretagna dopo la fine dell'ultima era glaciale.
Tra i gioielli rinvenuti recentemente nello stesso sito, figurano un dente di cervo perforato e delle perle, datate attraverso il C14 a 11000 anni fa. La sepoltura infantile venne scoperta nel 2016.
Oltre ai resti della bambina, gli archeologi hanno rinvenuto i resti di almeno altre otto persone diverse sepolte nella medesima grotta, che dimostrano che tali sepolture erano intenzionali e non casuali. Tutte risalgono a tre diverse datazioni preistoriche: circa 4000 anni fa (Età del Bronzo); circa 5500 anni fa (Neolitico Antico); circa 11.000 anni fa, durante la prima parte del Mesolitico.

Fonte:
archaeology.wiki


domenica 25 gennaio 2026

Pergamo, uso alternativo degli unguentaria...

Pergamo, recipienti contenenti resti di feci umane
(Foto: C. Atila/Journal of Archaeological Science)

Gli antichi testi medici descrivono trattamenti a base di escrementi umani. Un'analisi dei residui di un contenitore di vetro romano di Pergamo, nell'odierna Turchia, ha fornito la prima prova chimica diretta che un medicinale preparato con feci umane fosse conservato e probabilmente utilizzato nel mondo romano.
Lo studio su questi elementi suggerisce che alcuni contenitori definiti "cosmetici", debbano essere riconsiderati, dal momento che i confini tra profumo, unguento e medicina erano, un tempo più labili di quanto si possa credere oggi.
L'oggetto al centro dell'indagine archeologica e scientifica è un piccolo unguentarium romano in vetro, una sorta di fiaschetta spesso associata ad oli e profumi, conservato presso il Museo Archeologico di Pergamo. Da esso i ricercatori hanno rimosso circa 14,6 grammi di residuo per sottoporlo ad analisi.
La città di Pergamo era strettamente legata al santuario di Asclepio e godeva da tempo della reputazione di centro di guarigione. L'Asklepeion di Pergamo divenne uno dei centri di cura più famosi dell'antichità, offrendo terapie che spaziavano dai bagni e dai rimedi erboristici alla diagnosi basata sui sogni.
I ricercatori hanno identificato, in questo unguentarium, il coprostanolo ed il 24-etilcoprostanolo, composti considerati biomarcatori affidabili della materia fecale. Il loro rapporto supporta un'origine umana del materiale contenuto nell'unguentarium. Il residuo conteneva anche carvacrolo, un composto aromatico legato a piante simili al timo ed all'origano. Gli studiosi interpretano questo ritrovamento come un espediente per mascherare gli odori, rifacendosi alle antiche istruzioni per la miscelazione degli ingredienti, che indicavano di miscelare ingredienti dall'odore forte con sostanze aromatiche.
I rimedi a base di feci sono noti da tempo grazie agli autori classici (in particolare quelli legati a Pergamo), ma questa scoperta offre la prova fisica che almeno una di queste ricette veniva preparata e conservata in un contenitore e non solo discussa sui testi. La scoperta ha portato anche ad ripensamento sull'utilizzo dei piccoli contenitori considerati da sempre deputati ai profumi.

Fonte:
ancient-origins.net

Pompei, i graffiti tornati leggibili narrano stralci di vita quotidiana

Pompei, uno dei graffiti rinvenuti negli scavi
(Foto: finestresullarte.info)

Nel quartiere dei teatri del Parco Archeologico di Pompei riemergono, grazie alle nuove tecnologie, iscrizioni che restituiscono frammenti di vita quotidiana, tra le quali la dichiarazione d'amore di una donna chiamata Erato e la rappresentazione di un combattimento tra gladiatori.
Racconti di amori, passioni, offese e tifo sportivo che sarebbero potuti scomparire per sempre. Le scoperte riguardano il corridoio di passaggio tra l'area dei teatri e la via Stabiana, un muro scavato oltre 230 anni fa, davanti al quale sono passati milioni di visitatori. Qui, attraverso metodi di ricerca innovativi, sono stati individuate quasi 300 iscrizioni, 200 delle quali già note e79 emerse di recente.
Il progetto, intitolato Bruits de coloir (Voci dal corridoio) è stato ideato da Louis Autin ed Eloise Letellier-Taillefer dell'Università della Sorbona e da Marie-Adeline Le Guennec dell'Università del Québec a Montréal, in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei. La ricerca si è dipanata dal 2022 al 2025 ed è stata basata su un approccio multidisciplinare che unisce epigrafia, archeologia, filologia e digital humanities.
Per garantire una migliore tutela di questo straordinario complesso epigrafico, rinvenuto nel 1794, il Parco Archeologico di Pompei ha previsto la realizzazione di una copertura del corridoio per proteggere gli intonaci incisi e favorire, in futuro, un'esperienza di visita integrata con le tecnologie messe a punto dalle ricerche più recenti.
"Vado di fretta; stammi bene, mia Sava, fa che mi ami!", "Methe, (schiava) di Cominia, di Atella, ama Cresto nel suo cuore. Che ad entrambi la Venere di Pompei sia propizia e che vivano sempre in armonia": questi sono solo alcuni esempi tra quelli già precedentemente noti, che attestano la vitalità, la molteplicità delle interazioni e delle forme di socialità, che si sviluppavano in uno spazio pubblico così frequentato dagli dell'antica Pompei.

Fonte:
finestresullarte.info

domenica 18 gennaio 2026

Sant'Antico, la Tomba dell'Egizio

Sardegna, rilievo antropomorfo sul pilastro centrale della cosiddetta
"Tomba dell'Egizio" (Foto: Facebook/Ignazio Locci)

La tomba 7 PGM, conosciuta come la Tomba dell'Egizio di Sant'Antioco, in Sardegna, si distingue tra le sepolture della necropoli punica per l'eccezionalità delle sue decorazioni e per il valore storico che ne fa un unicum nell'isola. L'ambiente, rinvenuto nel 2002, è attualmente sottoposto a lavori di restauro e consolidamento che ne garantiranno la conservazione e la futura fruizione, inserendolo nel percorso di visita della necropoli. La qualità dei dipinti e delle strutture architettoniche rende il sito un punto di riferimento per gli studi sulla cultura funeraria punica e sulle influenze egiziane nel Mediterraneo occidentale. In occasione dei lavori in corso, il sindaco di Sant'Antioco, Ignazio Locci, ha visitato la tomba per la prima volta.
La necropoli di Sant'Antioco si trova sull'isola omonima, nel sudovest della Sardegna e rappresenta una delle aree funerarie puniche più estese e meglio conservate dell'isola. Il settore noto come Is Pirixeddus comprende oltre 50 tombe sotterranee, parte di un'area funeraria che in origine si estendeva per circa dieci ettari. Gli ipogei erano accessibili tramite corridoi scalinati detti dròmos, e ospitavano più sepolture, probabilmente appartenenti a membri della stessa famiglia, deposti in bare di legno spesso dipinte di rosso o decorate con figure intagliate in rilievo. L'uso della necropoli proseguì anche in epoca romana, quando lungo la collina che dall'Acropoli scendeva verso l'antico centro abitato si diffusero tombe alla cappuccina, sepolture ad incinerazione e fosse terragne.
La Tomba dell'Egizio costituisce un caso rarissimo nel Mediterraneo punico per la presenza di una camera funeraria trapezoidale con un pilastro centrale scolpito a rilievo antropomorfo. La figura maschile presenta volumi rigidi e compatti, con forme geometriche evidenti nelle spalle squadrate, nel gonnellino rettangolare, nel volto triangolare e nel copricapo. Le braccia aderiscono al corpo, con il braccio destro disteso lungo il fianco e il sinistro ripiegato sotto il petto. L'impostazione simmetrica e statica della figura è animata solo dal movimento accennato della gamba e del braccio sinistro, mentre l'impatto visivo è rafforzato dal contrasto cromatico dei pigmenti rossi e neri applicati direttamente sulla roccia chiara. Il colore nero è utilizzato per definire i dettaglia dell'acconciatura egizia, il klaft, che scende rigidamente dietro le orecchie, così come per i baffi e la barba con il caratteristico ricciolo faraonico. Sul petto, retto dalla mano piegata, è stato identificato un unguentario legato al polso, oggetto legato all'igiene personale. Il rosso, colore dominante nella camera funeraria, assume un forte valore simbolico e rituale, connesso alla morte, alla rinascita ed alla sfera divina.
La decorazione si estende alle pareti della camera attraverso una tessitura geometrica a larghe fasce e bande piene, articolata in grandi spazi rettangolari, false finestre e otto nicchie scolpite, due per ciascuna parete. L'apparato simbolico culmina in una falsa porta collocata nel quadrante sinistro della camera, elemento che, secondo la tradizione egizia, consentiva all'anima del defunto di transitare verso il mondo dei morti.
All'interno della camera funeraria era deposto un solo individuo, collocato nell'angolo di fondo entro un sarcofago ligneo che imita i modelli egizi a cartonnage (materiale che veniva utilizzato per le maschere funerarie), caratterizzati dalla forma antropomorfa e dal ritratto schematico del defunto sul coperchio. Il corredo vascolare associato era estremamente essenziale e comprendeva una lucerna con supporto, un'anfora, un piatto ed un kernos, una forma vascolare in uso nell'antica Grecia.
L'apparente contrasto tra la ricchezza dell'architettura funeraria e la semplicità del corredo suggerisce che le distinzioni sociali nella Sulci (o Sulki) punica, l'attuale Sant'Antioco, della metà del V secolo a.C. venissero espresse principalmente attraverso la monumentalità e la simbologia dello spazio sepolcrale, piuttosto che attraverso l'accumulo degli oggetti.
I richiami alla cultura egizia, ulteriormente attestati dal rinvenimento di volatili ed uova come offerte alimentari e simboli di rinascita, non sono estranei alla tradizione fenicia e punica.
Le ipotesi del personaggio scolpito restano aperte: potrebbe trattarsi di una divinità o di un demone ctonio (figura associata ai culti delle potenze sotterranee) legato alla protezione del defunto, di Baal Addir, "Signore Potente", divinità connessa agli inferi, oppure dello stesso defunto rappresentato nel contesto dei rituali di eroizzazione funeraria.

Fonte:
finestresullarte.info


Turchia, l'anello dell'arciere...

Turchia, anello da arciere del XII secolo
(Foto: storicang.com)

La città di Hasankeyf, nel sudest della Turchia, è stata abitata senza interruzione per ben dodicimila anni. Si tratta di uno dei centri abitati più antichi del mondo.
Ad Hasankeyf gli archeologi hanno fatto una scoperta affascinante: un anello da arciere intagliato in avorio, decorato con perle, turchesi e filigrane d'argento, straordinariamente ben conservato.
Questo raro gioiello, scoperto durante gli scavi del 2025 nell'ambito del progetto Heritage for the Future del Ministero della Cultura e del Turismo della Turchia, si distingue non solo per la sua manifattura raffinata, ma anche poiché, ad oggi, non risultano confronti noti in ambito islamico medioevale. Si tratta di uno zihgir, un tipo di anello utilizzato dagli arcieri per proteggere il pollice mentre scoccavano le frecce con l'arco.
Situata sulle rive del Tigri, nella provincia turca di Batman, la posizione strategica di questa città millenaria tra Mesopotamia ed Anatolia ne fece un nodo cruciale per il commercio, la difesa e la vita culturale. Da qui passarono romani, bizantini, arabi, ottomani e, tra l'XI e il XIII secolo, la potente dinastia turcomanna degli Artuqidi.
Sotto il dominio artuqide, Hasankeyf visse la sua età dell'oro. Furono costruiti palazzi, fortezze, ponti e moschee che ancora oggi colpiscono per grandezza ed eleganza. Il Palazzo artuqide dove è stato rinvenuto l'anello, fu proprio l'epicentro del potere politico e culturale della regione.
L'anello è stato trovato nel settore sudest del complesso palaziale, in un'area direttamente associata all'élite governativa. Sia la manifattura che il luogo del rinvenimento indicano che non si trattava di un semplice accessorio militare, ma di un oggetto cerimoniale o legato al prestigio personale.
Intagliato in avorio, un materiale di grande valore nel mondo islamico medioevale, l'anello presenta una decorazione raffinata con piccole perle incastonate in file simmetriche, una pietra turchese montata su una base romboidale e dettagli in argento (cerchi, triangoli e motivi geometrici) che circondano l'apertura per il dito. Al centro della composizione è presente un motivo argentato a forma di rombo.
Nelle culture islamiche e turciche medioevali l'arte del tiro con l'arco non era soltanto un'abilità militare, ma anche una pratica nobile, una disciplina spirituale ed un indicatore di prestigio. Lo zihgir, indossato sul pollice per proteggerlo dallo sfregamento della corda, passò così da oggetto funzionale a gioiello distintivo dell'élite.
Per gli arcieri comuni la protezione del pollice di solito era in cuoio o in osso, mentre gli esemplari di fattura così raffinata servivano a marcare l'appartenenza ad una casta guerriera privilegiata. I ricercatori ritengono che questo anello non fosse usato in combattimento, ma in contesti di corte, forse come parte dell'abbigliamento cerimoniale di un membro della famiglia reale artuqide o del suo entourage.
La dinastia artuqide governò parti dell'Anatolia e della Mesopotamia settentrionale tra l'XI ed il XIII secolo. Fu una grande promotrice dell'architettura, delle arti decorative e delle scienze, esibite in capitali come Mardin ed Hasankeyf, dove s'intrecciavano diverse influenze culturali. Questo anello è una testimonianza di questa raffinatezza e pluralità culturale: la combinazione di avorio, perle, argento e turchese non ha precedenti noti, nemmeno nel tesoro del palazzo di Topkapi ad Istanbul e rende il ritrovamento un pezzo unico a livello mondiale.
Gli esperti sono convinti che l'anello sia stato deposto deliberatamente in quest'area del palazzo, forse come parte di un rituale di chiusura o come offerta. Il suo stato di conservazione è eccezionale, malgrado sia rimasto sepolto per oltre ottocento anni.

Fonte:
storicang.it


Toscana, a Sorano individuata una struttura Neolitica per bagni rituali

Sorano, la struttura neolitica appena rinvenuta
(Foto: Ufficio Stampa e Comunicazioni MIC)

Una struttura in pietra databile al Neolitico (tra il 4490 ed il 4330 a.C. circa) è stata individuata nell'area delle terme di Sorano, nella Maremma toscana, in provincia di Grosseto, nel corso di uno scavo archeologico autorizzato dal Ministero della Cultura e tuttora in corso. Il rinvenimento documenta un utilizzo delle acque termali in epoca preistorica e restituisce una delle più antiche attestazioni note di frequentazione umana del sito.
La scoperta è avvenuta all'interno di una vasta cavità scavata in un ripiano di travertino, estesa per circa 320 metri quadrati e profonda fino a 3,60 metri dal piano di campagna, situata al di sopra del cosiddetto Bagno dei Frati, vasca termale storica risalente al XV secolo, utilizzata in passato dai religiosi della pieve di Santa Maria dell'Aquila.
Nel corso della prima campagna di scavo, avviata nel 2024, la rimozione dello strato superficiale di humus ha portato all'individuazione di un ingresso ad imbuto con tre gradini ricavati direttamente nella roccia. Un saggio stratigrafico interno, approfondito fino a circa 2,50 metri, ha consentito di mettere in luce, sul fondo della cavità, una struttura ellissoidale di 2,60 per 2,20 metri, costruita con blocchi di travertino e tufo disposti su più assise, con riempimento interno di piccole pietre e massicciate perimetrali esterne.
Durante le operazioni è emersa anche una falda di acqua termale antica, mai documentata in precedenza in quell'area. Le analisi al radiocarbonio effettuate su frammenti di carboni rinvenuti a diretto contatto con le pietre della struttura ne hanno collocato la realizzazione in piena Età Neolitica. La datazione è coerente con il rinvenimento di manufatti litici e frammenti ceramici, che attestano un utilizzo delle acque termali con finalità salutari e, verosimilmente, anche cultuali.
Una parte consistente della cavità deve ancora essere indagata, ma i dati raccolti finora consentono già di riconoscere l'eccezionale valore scientifico del sito ed il suo contributo alla conoscenza del Neolitico in Italia, in particolare in relazione al rapporto tra comunità umane e sorgenti termali.

Fonte:
Ufficio Stampa e Comunicazione MIC

Roma continua a riservare sorprese: gli scavi di via di Pietralata

Roma, il sacello trovato a Pietralata
(Foto: Soprintendenza Speciale di Roma)

A Roma, nel Parco delle Acacie lungo via di Pietralata, la Soprintendenza Speciale di Roma ha riportato alla luce un complesso archeologico esteso e stratificato, con strutture cultuali, funerarie e infrastrutture viarie risalenti ad un periodo tra età repubblicana e imperiale. Si tratta di due grandi vasche monumentali, un edificio di culto probabilmente dedicato ad Ercole ed un articolato complesso funerario di età repubblicana.
I dati finora emersi delineano una sequenza di occupazione che va dal V-IV secolo a.C. fino al I secolo d.C., con tracce di una presenza più sporadica anche tra il II ed il III secolo d.C. Al centro del contesto individuato si sviluppa un lungo asse viario di epoca antica, che attraversava l'area in un territorio caratterizzato dal passaggio di un corso d'acqua, confluito nel vicino fiume Aniene.
Roma, la vasca sud rinvenuta a Pietralata
(Foto: Soprintendenza Speciale di Roma)
La strada rappresenta uno degli elementi strutturanti del sito. L'asso viario si articola in due tratti distinti: uno più prossimo all'attuale via di Pietralata, realizzato in terra battuta, e un altro in direzione di via Feronia, scavato direttamente nel banco di tufo. Sebbene la percorrenza dell'area dovesse essere già più antica, le prime evidenze di una regolarizzazione dell'asse stradale, orientato da nordovest a sudest, risalgono all'età medio-repubblicana, intorno al III secolo a.C. In questa fase venne costruito un imponente muro di contenimento in blocchi di tufo, successivamente sostituito, nel secolo seguente, da una struttura in opera incerta.
Nel I secolo d.C. la strada era ancora in uso e fu oggetto di ulteriori interventi. Venne dotata di un nuovo battuto e delimitata da murature in opera reticolata, segno di una sistemazione più monumentale del percorso. La porzione di tracciato in prossimità di via Feronia mostra un periodo di utilizzo compreso tra il III secolo a.C. e il I secolo d.C. e conserva, nella sua fase più antica, evidenti solchi carrai incisi nella tagliata di tufo. A partire dal II-III secolo d.C. alcune modeste sepolture a fossa, disposte lungo l'asse stradale, sembrano documentare il progressivo abbandono della strada e la trasformazione del suo ruolo all'interno del paesaggio.
Roma, scavi di via di Pietralata, Tomba A Specchio
(Foto: Soprintendenza Speciale di Roma)
Dalla strada si accedeva a un piccolo edificio di culto, un sacello a pianta quadrangolare di dimensioni contenute ma di grande interesse simbolico ed archeologico. La struttura misura circa 4,5 per 5,5 metri ed è costruita con murature in opera incerta di tufo, con tracce di intonaco ancora visibili sulle pareti interne. Al centro dell'ambiente, in asse con l'ingresso, è stata rinvenuta una base quadrata in tufo intonacato di bianco, interpretabile come un altare o parte di esso. Sulla parete di fondo, sempre al centro, un avancorpo in muratura doveva fungere da base per una statua di culto.
Lo scavo ha messo in luce un dato particolarmente significativo: il sacello fu realizzato al di sopra di un deposito votivo ormai dismesso. All'interno di questo deposito sono stati rinvenuti numerosi ex voto, tra i quali teste, piedi, statuine femminili e due bovini in terracotta. Si tratta di materiali che fanno pensare ad un luogo legato al culto di Ercole, divinità ampiamente venerata lungo la vicina via Tiburtina, da Roma fino a Tibur, dove erano presenti diversi templi a lui dedicati. Alcune monete in bronzo rinvenute nel contesto consentono di datare la costruzione del sacello tra la fine del III ed il II secolo a.C., collocandolo pienamente nell'età repubblicana.
Roma, scavi di via di Pietralata, stipe votiva rinvenuta
nel sacello (Foto: Soprintendenza Speciale di Roma)
Sul pendio tufaceo che degrada da via di Pietralata è stato individuato anche un complesso funerario di notevole importanza. Due corridoi distinti e paralleli, i cosiddetti dromoi, conducono a due tombe a camera databili tra il IV e l'inizio del III secolo a.C. La prima, indicata come Tomba A, presenta un ingresso monumentale alla camera interna scavata nella roccia. Il portale, realizzato in pietra con stipiti e architrave, era chiuso internamente da una grande lastra monolitica. All'interno della sepoltura sono stati rinvenuti un grande sarcofago e tre urne, tutti in peperino. Il corredo comprende due vasi integri, una coppa a vernice nera, una brocchetta in ceramica depurata, uno specchio e una coppetta, anch'essa a vernice nera.
La Tomba B, probabilmente realizzata in un momento leggermente successivo ma sempre in età repubblicana, nel III secolo a.C., era chiusa da grandi blocchi di tufo. La camera presenta sui lati delle banchine destinate alla deposizione dei defunti. Tra i resti umani è stato individuato uno scheletro maschile adulto, del quale è stato finora recuperato soltanto parte del cranio. Su questo elemento è stato riconosciuto il segno di una trapanazione chirurgica, una testimonianza di grande interesse per la storia della medicina antica. Le due tombe facevano parte di un unico complesso funerario che doveva presentare una facciata monumentale in blocchi di tufo, oggi gran parte scomparsa. Alcuni elementi risultano infatti asportati e reimpiegati già in età romana.
La monumentalità dell'insieme suggerisce l'appartenenza ad una gens facoltosa e influente, attiva in questo settore del territorio.
Roma, scavi di via di Pietralata, 
statuetta votiva di Ercole
(Foto: Soprintendenza Speciale di Roma)
Tra le strutture più imponenti emerse dallo scavo spicca la cosiddetta vasca est. Si tratta di una struttura monumentale di circa 28 metri di lunghezza per 10 di larghezza, con una profondità di 2,10 metri. La vasca fu realizzata nel II secolo a.C., come indicano le tecniche murarie in opera incerta. A partire dal I secolo d.C. la struttura sembra perdere progressivamente la sua funzione, entrando in una fase di abbandono che culmina con la chiusura definitiva alla fine del II secolo d.C. Le murature sono in opera cementizia erano originariamente rivestite da un compatto intonaco bianco, oggi quasi del tutto distaccato, del quale rimangono solo alcune tracce. L'intera vasca era coronata da una cornice in grandi blocchi di tufo. Al centro dei due lati lunghi sono presenti nicchie con volta a botte, mentre su uno dei lati corti è stato individuato un dolio inglobato nella gettata di cementizio. Sull'altro lato corto si conserva una piccola rampa rivestita in blocchi di tufo lavorati, che tuttavia non raggiunge il fondo della vasca.
La funzione della struttura resta incerta. I materiali rinvenuti, tra cui terrecotte architettoniche e frammenti ceramici con graffiti fanno ipotizzare un possibile utilizzo cultuale, anche se non si può escludere un impiego legato ad attività produttive. La vasca era alimentata da un sistema di canalette che convogliavano l'acqua sia dal corso d'acqua naturale sia dal pendio ancora visibile a lato di via di Pietralata.
Una seconda vasca monumentale, definita vasca sud, è stata individuata poco distante. Questa struttura è scavata nel banco tufaceo e misura circa 21 per 9,2 metri, raggiungendo una profondità di circa 4 metri. Le pareti dell'invaso sono rivestite da murature in blocchetti squadrati disposti in modo irregolare, databili al II secolo a.C. Un secolo più tardi furono aggiunti ulteriori setti murari in opera reticolata e in opera quadrata di tufo, che delimitano la sommità della vasca.
L'accesso avveniva attraverso una rampa in grandi basoli di tufo, poggiata direttamente sul terreno, seguita da una seconda rampa più stretta, realizzata in cementizio e pavimentata con lastre rettangolari, che consentiva di raggiungere il fondo. Anche per la vasca sud, la funzione non è ancora chiaramente definita, soprattutto perché non sono stati finora individuati canali di adduzione o di deflusso delle acque.

Fonte:
finestresullarte.com

venerdì 9 gennaio 2026

Egitto, scavi rivelano un importante crocevia di traffici commerciali

Egitto, sito dello scavo nel delta occidentale del Nilo
(Foto: Ministero Egiziano del Turismo e delle Antichità)

Un vero e proprio crocevia di rotte commerciali è stato individuato grazie alle scoperte di Kom el-Ahmar e Kom Wasit, in Egitto. Scoperte che "parlano" anche di cultura e vita quotidiana dal V secolo a.C. all'età romana.
Scavi recenti, curati da un team egiziano-italiano del Consiglio Supremo delle Antichità e dell'Università di Padova, hanno permesso il ritrovamento di un vasto complesso industriale datato al V secolo a.C. e di un cimitero romano.
Questo importantissimo ritrovamento suggerisce che l'area tra i siti di Kom el-Ahmar e Kom Wasit non era solo fertile dal punto di vista agricolo, ma era anche un nodo strategico per la produzione, il commercio e l'insediamento strettamente connessi con il Mediterraneo e con l'entroterra di Alessandria d'Egitto.
Il complesso industriale comprendeva sei stanze, di cui due dedicate alla produzione di pesce salato, alimento facilmente commerciabile, testimoniato dal ritrovamento di 9.700 lische di pesce. Le altre stanze erano destinate alla fabbricazione di utensili in metallo e pietra e di amuleti in ceramica, suggerendo una produzione articolata e sofisticata. Sono state anche scoperte anfore importate per il vino e frammenti di ceramica greca, elementi che indicano stretti legami culturali e commerciali tra Egitto e mondo greco.
Accanto al complesso industriale, gli archeologi hanno documentato un cimitero romano, contenente sepolture semplici nel terreno, tombe in ceramica e sepolture di bambini in anfora. Le prime analisi bioarcheologiche sui resti di 23 individui - uomini, donne e bambini - suggeriscono che le condizioni di vita di questo gruppo umano erano abbastanza buone, senza segni di malattie gravi o violenza. Le sepolture offrono una rara visione sulle tradizioni funerarie e sulle strutture sociali dell'epoca.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com
 

Cina, trovate sepolture di tremila anni fa

Cina, manufatto bronzeo rinvenuto nelle rovine di
Changchun (Foto: Accademia di Archeologia dello
Shaanxi/Xinhua)

Risale a tremila anni fa la necropoli riemersa nella provincia dello Shaanxi, nella Cina nordoccidentale.
Le 31 sepolture ritrovate erano una parte rilevante delle rovine di Changchun, nella contea di Fuping, città di Weinan, che dall'agosto 2022 è oggetto di scavi condotti dall'Istituto provinciale di archeologia dello Shaanxi, dal Museo di Weinan e dall'Ufficio Cultura e Turismo di Fuping.
Le sepolture, secondo gli studiosi, possono essere classificate in quattro categorie in base alle loro caratteristiche morfologiche, con differenze gerarchiche.
Per esempio le tombe denominate M1 ed M2 sono di grado relativamente elevato, ciascuna con tre strati di bare. Sono stati portati alla luce più di 300 reperti, comprendenti corredi in rame, giada, pietra, lacca e conchiglie. Di particolare raffinatezza i ciondoli in giada, con motivi antropomorfi e di draghi ed i campanelli di pietra.
Dal confronto dei manufatti in ceramica e bronzo e dalle analisi al Carbonio-14 sulle ossa umane rinvenute nella M1 e nella M2, gli archeologi hanno determinato che i resti rinvenuti nell'area di scavo potrebbero risalire al periodo medio-tardo della dinastia Zhou occidentale (1046 a.C.-771 a.C.). Il proprietario della tomba M2 è un uomo e si presume che fosse il sovrano dell'insediamento, mentre nella tomba M1 è sepolta la moglie.
La mancanza di iscrizioni sui reperti finora rinvenuti rende, però, difficile confermare l'identità di questo gruppo. Nelle tombe più piccole sono state utilizzate solo bare singole e non sono stati sepolti oggetti in bronzo, mentre sono stati rinvenuti recipienti in ceramica e ornamenti in conchiglia, dai quali si deduce che le sepolture fossero destinate a gente comune. Gli archeologi hanno rinvenuto anche cinque fosse con resti di carri e cavalli.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


domenica 28 dicembre 2025

Verona, la vita dell'Arena oltre gli antichi spettacoli

Verona, scavi archeologici dei cunei dell'Arena
(Foto: ArchaeoReporter)

L'Arena di Verona è tra i monumenti romani più riconoscibili d'Italia. Lo scavo archeologico condotto sotto i livelli visibili ai visitatori ne restituisce un volto radicalmente diverso: quello di un luogo di produzione, trasformazione e lavoro, in cui la monumentalità antica è stata riadattata per usi pratici, artigianali e quotidiani.
Oggi, grazie ad una serie di campagne archeologiche avviate con metodologie stratigrafiche puntuali e strumentali di rilevamento avanzati, l'Arena rivela le sue fasi meno visibili, quelle che sono essenziali per ricostruire il rapporto tra monumento e città nel lungo periodo. I protagonisti sono soprattutto gli arcovoli, ossia la denominazione tutta veronese di quelli che vengono generalmente chiamati cunei, gli spazi vuoti sotto le strutture per gli spettatori.
Uno degli aspetti più rilevanti emersi dall'ultimo scavo è la documentazione di attività legate alla produzione del vetro. La presenza di fornaci, scarti di lavorazione, residui di crogioli e frammenti riconducibili a fasi operative del ciclo vetrario suggerisce un riuso tecnico degli spazi interni del monumento. In questa fase della storia dell'edificio, le esigenze produttive mostrano di aver sostituito quelle legate alla sua originaria funzione spettacolare, salvando in fondo il monumento dalla sua spoliazione più o meno totale.

Fonte:
archaeoreporter.com
 


Pompei, lo strano uso di una situla egizia

Pompei, il recipiente egizio rinvenuto in un thermopolium
(Foto: Parco Archeologico di Pompei)

Nella piccola cucina di un thermopolium, una sorta di chiosco per cibo da strada, dell'antica Pompei è stato trovato un lussuoso recipiente proveniente dall'Egitto. Si tratta di una situla egizia in pasta vitrea decorata con scene di caccia in stile nilotiche che, curiosamente, veniva utilizzata come semplice utensile da cucina nel retro del thermopolium.
L'antica situla è un vaso in pasta vitrea di colore giallo-verdastro, decorato con figure umane, animali e vegetali. E' stato fabbricato ad Alessandria d'Egitto, uno dei centri artistici e commerciali più sofisticati del mondo greco-romano. Nel suo contesto tradizionale ed abituale, un pezzo come questo avrebbe adornato giardini aristocratici o sale da ricevimento delle domus più ricche.
Quello che rende speciale questo ritrovamento non è solo il fatto che si tratti di un oggetto proveniente dall'Egitto, ma anche la sua insolita collocazione, poiché il lussuoso vaso è stato trovato nel cuore di una cucina di uso comune, circondato da mortai, anfore per il vino, mestoli in bronzo ed utensili di uso quotidiano.
Il luogo del ritrovamento fa parte del cosiddetto thermopolium del Gallo, nell'insula III della Regio V di Pompei. Si tratta di uno degli oltre 80 thermopolia identificati nella città. In questi locali si vendevano sia bevande che cibo ai passanti, agli operai ed ai cittadini che non cucinavano a casa. Gli scavi più recenti hanno rivelato che questo thermopolium non solo aveva un bancone decorato con affreschi colorati, ma anche locali di servizio che includevano una cucina attrezzata, un piccolo bagno ed un appartamento al piano superiore dove, probabilmente, vivevano i proprietari dell'attività. Qui gli archeologi hanno trovato mobili, scrigni con profumi in vetro ed oggetti personali, come forcine in osso, in uno spazio piuttosto ridotto. Il pavimento, in malta cementizia, presentava inserti marmorei e una porzione rubricata in giallo. Le pareti conservano resti di decorazioni in IV stile, rimaste incompiute.
Al piano terra un ambiente fungeva da cucina e laboratorio di preparazione: sono stati trovati mortai, tegami, boccali ancora in posizione d'uso e una decina di anfore vinarie di diversa provenienza mediterranea. Accanto al piano cottura, una latrina in muratura e, poco distante, un piccolo altare domestico con terrecotte votive, una base in marmo ed una pigna in pasta vitrea blu.
Al momento dell'eruzione del 79 d.C. il complesso era ancora abitato, ma in condizioni fragili. Il Genio edilizio locale aveva rinforzato il solaio con pali orizzontali ed un rocchio di colonna; gli accessi erano stati modificati dopo i terremoti degli anni 60 d.C. e la pavimentazione mostrava segni di riparazione d'urgenza.
Sebbene non sia ancora stato determinato con certezza quale funzione avesse la situla in cucina, i componenti del team di conservazione hanno avviato analisi dei residui per scoprire cosa contenesse. Potrebbe essere stata utilizzata per conservare liquidi, spezie, oli o persino alimenti trasformati.

Fonti:
storicang.it
archaeoreporter.com


venerdì 26 dicembre 2025

Scoperte interessanti negli alloggi della Villa di Civita Giuliana a Pompei

Pompei, gli ambienti servili della Villa
di Civita Giuliana
(Foto: archeomedia.net)

Nuove scoperte nella villa di Civita Giuliana nei pressi degli Scavi di Pompei. In questa dimora i lavoratori schiavizzati che i Romani consideravano “strumenti parlanti” (instrumentum vocale), in alcuni casi godevano di una nutrizione migliore dei loro prossimi “liberi”. Tale quadro, suggerito dalle fonti scritte, sembra ora trovare riscontro negli scavi della villa di Civita Giuliana vicino a Pompe.
In uno degli ambienti al primo piano del quartiere servile della grande villa sono stati trovati anfore con fave, di cui una semivuota, nonché un grande cesto con frutta (pere, mele o sorbe). Si tratta di integratori preziosi per uomini, donne e bambini ridotti in schiavitù, che abitavano in piccole celle di 16 mq. Ciascuna cella conteneva fino a tre letti. In quanto “strumenti di produzione”, il cui valore poteva arrivare a diverse migliaia di sesterzi, il padrone evidentemente aveva pensato bene di integrare la dieta dei lavoratori agricoli, basata sul grano, con alimenti ricchi di vitamine, come le pere o le mele, e proteine, come le fave.
La conservazione al primo piano, in una zona dove le indagini stratigrafiche continueranno nei prossimi mesi, verosimilmente aveva una doppia finalità: in primo luogo, gli alimenti erano più protetti da parassiti come i roditori. Sin dal 2023, sono stati trovati resti di diversi esemplari di topi e ratti negli alloggi servili del pianterreno, che non disponevano di un vero e proprio pavimento ma solo di un battuto di terra. Inoltre, è probabile che comunque fosse previsto un razionamento e dunque un controllo di quanto ciascuno poteva prendere giornalmente dalla dispensa, anche in base alle mansioni, all’età e al sesso. Tale controllo potrebbe essere risultato più facile conservando i viveri al primo piano, dove potrebbero aver alloggiato i servi più fidati del padrone di casa, che esercitavano un controllo sugli altri.
Si stima che per un numero di cinquanta lavoratori, che corrisponde alla capienza del quartiere servile di Civita Giuliana, uno dei più grandi noti dal territorio dell’antica Pompei, servissero circa 18.500 chilogrammi di grano all’anno. Per la produzione di una tale quantità era necessaria una superficie di circa 25 ettari. Tuttavia, per evitare il diffondersi di malattie legate alla malnutrizione, era essenziale aggiungere altri alimenti alla dieta; solo così si poteva garantire la piena efficacia degli “strumenti parlanti”. Poteva così verificarsi che gli schiavi delle ville intorno a Pompei fossero meglio nutriti di molti cittadini formalmente liberi, alle cui famiglie mancava il minimo per vivere e che erano pertanto costretti a chiedere elemosine ai personaggi eminenti della città.
Le indagini archeologiche si sono concentrate nel settore nord del quartiere servile nello spazio occupato dall’attuale strada di Via Giuliana, al di sotto della quale si sono messe in luce le strutture murarie riferibili ai piani superiori della villa, ed in particolar modo a quattro ambienti delimitati da tramezzi in opus craticium.
Gli ambienti indagati al piano terra hanno restituito il calco dell’anta di una porta, composta da due pannelli rettangolari e con ancora le borchie in ferro, probabilmente una delle ante della porta a doppio battente che dal portico conduceva al corridoio che terminava all’ingresso del sacrario. Un secondo calco sembra rientrare nella sfera degli attrezzi agricoli, forse un aratro a spalla o una stegola, ovvero l’elemento che serve a guidare un aratro trainato da animali.
Un altro calco di notevoli dimensioni potrebbe essere interpretato come un’anta di un portone che, a giudicare dagli incassi e dagli alloggi presenti sul lato lungo superiore, doveva essere a doppio battente. La sua posizione leggermente inclinata verso la parete a cui si appoggia e la vicinanza alla stanza cosiddetta del carpentiere lascia ipotizzare che potesse essere qualcosa in attesa o in fase di riparazione.
La villa di Civita è stata oggetto di una campagna di scavo avviata a partire dal 2017 grazie alla collaborazione con la Procura della Repubblica di Torre Annunziata, che nel 2019 è stata sancita dalla sottoscrizione di un Protocollo d’intesa, rinnovato più volte, finalizzato ad arrestare il saccheggio sistematico che per anni aveva interessato la villa. Le indagini del 2023-24 si sono concentrate lungo il tratto urbano di strada, investigando per la prima volta un’area interposta tra i due settori già noti, quello residenziale a nord e il quartiere servile a sud, allo scopo di verificare l’attendibilità delle informazioni recuperate dalle indagini giudiziarie condotte dalla Procura.
Attualmente è in corso il progetto “Demolizione, scavo e valorizzazione in località Civita Giuliana” finanziato con i fondi ordinari del Parco, che prevede la demolizione di due costruzioni che insistono sul quartiere servile ed il successivo ampliamento delle attività di scavo archeologico di questo quartiere di cui, allo stato attuale, conosciamo solo una parte. Lo scavo permetterà di ricostruire un quadro più completo e articolato dell’organizzazione planimetrica della villa e della sua estensione nel quartiere servile, elemento di fondamentale importanza per mettere a punto nuove strategie di conservazione e valorizzazione di tutta l’area in questione.

Fonte:
Ufficio Stampa e Comunicazione MIC


Scozia, trovate misteriose sepolture dell'Età del Bronzo

Scozia, le urne contenenti resti umani
(Foto: bbc.com)

Recenti ricerche archeologiche hanno rivelato una misteriosa sepoltura comune nel sud della Scozia risalente a circa 3300 anni fa.
Gli scavi condotti in anni recenti hanno rivelato un tumulo dell'Età del Bronzo contenente le ossa cremate appartenenti a diverse persone, custodite in cinque urne. I resti appartenevano ad almeno otto individui, tutti posti lì in una sepoltura di massa risalente ad un periodo compreso tra il 1439 ed il 1287 a.C.
Le analisi hanno rivelato che i resti furono cremati e poi sepolti quasi immediatamente. Di solito le tradizioni dell'Età del Bronzo volevano che si lasciassero i corpi esposti per un certo periodo, com'è testimoniato in un altro scavo a Broughton, nelle Borders. Quella appena scoperta è una sepoltura riutilizzata da una comunità per un lungo periodo di tempo. Gli archeologi pensano che sia riconducibile ad un periodo di carestia che funestò la regione.

Fonte:
bbc.com 


Spagna, scoperto un interessantissimo carro votivo in bronzo

Spagna, il carro votivo in bronzo (Foto: CSCIC Comunicaciòn) Nel sito archeologico di Casas del Turunelo , nella provincia di Badjoz , in Sp...