sabato 11 luglio 2026

Spagna, scoperto un interessantissimo carro votivo in bronzo

Spagna, il carro votivo in bronzo
(Foto: CSCIC Comunicaciòn)

Nel sito archeologico di Casas del Turunelo, nella provincia di Badjoz, in Spagna, è stato rinvenuto un carro votivo in bronzo di grande complessità decorativa ed iconografica, ritenuto un esemplare senza confronti noti nella penisola iberica. Il reperto è stato individuato all'interno di un passaggio di un edificio a carattere rituale, un'area oggetto già di precedenti scoperte, tra le quali un altare con forma di pelle di toro.
Il carro, databile al V secolo a.C. e riferibile all'ambito culturale di Tartesso, si conserva in forma parziale: è stata recuperata circa la metà del manufatto, con due ruote e parte della cassa principale. Nonostante l'incompletezza, lo stato di conservazione consente la lettura di un apparato decorativo articolato e di una tecnologia costruttiva basata sull'assemblaggio di più elementi in bronzo, uniti mediante componenti in ferro.
Tra le figure rappresentate compare una divinità fluviale identificata come Acheloo, figura diffusa nei contesti greci ed etruschi, affiancata da due grifi collocati agli estremi della struttura. Sono presenti, inoltre, due figure maschili di tipo atlante con funzione di sostegno della cassa del carro. L'insieme iconografico rimanda ad un programma simbolico complesso, collegato a contesti rituali e votivi.
Secondo gli studiosi, non esistono attualmente confronti diretti nella penisola iberica. Alcuni elementi trovano analogie parziali nell'ambito etrusco, ma nessun esemplare noto presenta la stessa combinazione di soluzioni decorative e costruttive. Dopo una prima fase di pulizia e documentazione, il reperto sarà sottoposto ad ulteriori analisi specialistiche finalizzate a chiarirne la funzione, cronologia e significato all'interno del contesto del sito.
La campagna di scavo ha interessato i settori nord e sud del tumulo che copre il complesso archeologico, una struttura del diametro di circa 90 metri ed alta sei metri, sotto la quale l'edificio venne sigillato intenzionalmente alla fine del V secolo a.C.
Le indagini si sono concentrate anche nell'area della stanza H-100, un ambiente di circa 70 metri quadrati, il più ampio finora portato alla luce. Nel settore nord sono stati recuperati due bracieri e un calderone in bronzo, elementi che confermano la ricchezza materiale del contesto. La quantità di ceramica rinvenuta nel corso della campagna risulta tuttavia inferiore rispetto alle stagioni precedenti.

Fonte:
finestresullarte.info


Turchia, torna alla luce uno splendido pavimento musivo ad Aspendos

Turchia, il mosaico ritrovato ad Aspendos (Foto: Ministero della Cultura della Turchia)
Importante scoperta archeologica nell'antica città di Aspendos, in Turchia. Nel corso degli scavi condotti dal Ministero della Cultura e del Turismo è stato riportato alla luce un eccezionale mosaico del III secolo d.C. raffigurante Eurimedonte, personificazione dell'omonimo fiume che diede origine e prosperità alla città.
Il mosaico, rinvenuto nell'area della piazza orientale della Via del Teatro, rappresenta un interessante esempio di raffigurazione di una divinità fluviale nell'arte musiva romana ed offre nuovi elementi per lo studio della produzione artistica anatolica dell'epoca imperiale.
L'opera è emersa durante le indagini archeologiche lungo la Via del Teatro, l'antico asse viario che collegava l'Acropoli di Aspendos con il celebre teatro romano. Proprio in quest'area gli archeologi hanno individuato una struttura monumentale decorata a mosaico che ha restituito uno dei ritrovamenti più significativi degli ultimi anni per il sito archeologico.
Al centro del mosaico si trova la raffigurazione del Giovane Eurimedonte, arricchita da canne, un'anfora e figure di pesce a rappresentare simbolicamente l'acqua, la fertilità e la vita. L'opera, notevole per le transizioni cromatiche create con piccole tessere, la ricchezza di dettagli e l'alta qualità della lavorazione, è inoltre di particolare importanza in quanto rappresenta una rara raffigurazione di una divinità fluviale nell'arte musiva anatolica di epoca romana.
Le prime analisi indicano che l'edificio fu realizzato all'inizio del III secolo d.C. come una piscina monumentale. Finora gli archeologi hanno riportato alla luce una porzione di pavimento musivo di circa sei metri per sette metri e mezzo, ma ritengono che la decorazione prosegua anche nelle aree ancora da scavare. Gli studiosi ipotizzano, inoltre, che la struttura abbia subito importanti trasformazioni dopo il terremoto che colpì la regione nel 262 d.C. In seguito all'evento sismico, l'edificio sarebbe stato suddiviso in diversi ambienti attraverso la costruzione di muri interni, modificandone, così, l'assetto originario.
Il pavimento musivo si articola in almeno due pannelli distinti. Il primo è caratterizzato a una decorazione geometrica, mentre il secondo ospita al centro la scena figurata con il Giovane Eurimedonte. L'identificazione della figura è stata possibile grazie al confronto con esempi iconografici analoghi e alle caratteristiche della rappresentazione. La composizione è costruita attorno alla figura del dio, raffigurato con canne tra le mani e sul capo, che si appoggia ad un'anfora dalla quale fuoriesce l'acqua. Ad accompagnare la figura principale compaiono anche pesci raffigurati mentre nuotano uno di fronte all'altro.

Fonte:
finestresullarte.info


Egitto, importanti ritrovamenti a Marina Alamein

Egitto, il sito di Marina Alamein (Foto: Ministero
del Turismo e delle Antichità Egiziano)

Il Ministero del Turismo e delle Antichità dell'Egitto ha annunciato il ritrovamento di 18 nuove sepolture e di un ricco corredo funerario che contribuisce a ridefinire il ruolo storico di Marina Alamein, antico crocevia tra la civiltà egizia ed il mondo ellenistico.
Le nuove scoperte sono emerse durante una campagna di scavo condotta dalla missione archeologica egiziana e portano a 44 il numero complessivo di sepolture individuate nel sito dalla sua scoperta, avvenuta nel 1986 durante lavori edilizi. Situata a circa 100 chilometri ad ovest di Alessandria, la città è identificabile con l'antica Leukaspis, citata dal geografo greco Strabone, e conobbe il suo massimo splendore tra il I ed il III secolo d.C.
Tra i ritrovamenti più significativi figurano undici ipogei scavati nella roccia, profondi fino ad otto metri e sette tombe in pietra calcarea, alcune delle quali ancora sigillate con le lastre originali. Di particolare rilievo un sarcofago in granito lungo 2,5 metri, rinvenuto intatto con il coperchio ancora in posizione, al cui interno sono stati recuperati resti umani ora sottoposti ad analisi scientifiche.
Gli archeologi hanno inoltre recuperato vasi in ceramica, altari, bacili, elementi architettonici, una statua in marmo di Afrodite, una stele funeraria con un personaggio maschile seduto che tiene in mano un uccello ed una statua in gesso del dio Arpocrate. Eccezionale anche il rinvenimento di 24 amuleti funerari d'oro, le cosiddette "lingue d'oro", collocate nella bocca dei defunti secondo una credenza che garantiva loro la parola nell'aldilà, insieme ad un amuleto raffigurante l'Occhio di Horus.
Le tipologie di sepoltura sono multiple, riflettendo una chiara stratificazione sociale della necropoli. Undici sono ipogei interamente scavati nella roccia, una di queste è il frutto di un adattamento di un pozzo idrico già esistente. Le altre sette sepolture erano costruite in superficie con blocchi di calcare. 

Fonte:
ilgiornaledellarte.com
Ministro del Turismo e delle Antichità
 


Ercolano, torna visitabile la Casa del Mobilio Bruciato

Ercolano, la casa del mobilio carbonizzato
(Foto: archeomedia.net)

E' tornata visitabile una delle domus più suggestive del Parco Archeologico di Pompei, restituita alla città grazie ad un complesso progetto di restauro.
Per quasi trent'anni la domus è stata chiusa ai visitatori, si tratta della Casa del Mobilio Carbonizzato, che ha restituito ad Ercolano uno dei suoi ambienti più intimi e toccanti.
Il nome di questa domus è dovuto al ritrovamento di un tavolino e di un letto con alta spalliera, che conservano ancora tracce di tessuto ed i resti della rete di corda a cui erano agganciate le doghe di legno. Si tratta di oggetti di vita quotidiana, sorpresi dall'eruzione e custoditi dal tempo, riportati alla luce tra il 1932 ed il 1933, durante la grande stagione di scavi condotta da Amedeo Maiuri, il grande archeologo che più di ogni altro ha restituito al mondo il volto dell'antica Ercolano.
La casa si affaccia sul cardo IV ed ha una superficie di 215 metri quadrati. L'atrio è senza impluvium, decorato con pitture in terzo stile, delle quali rimangono scarse tracce, mentre sono più visibili le decorazioni in gesso ed una serie di colonne poste lungo il perimetro superiore, che avevano la funzione di arieggiare ed illuminare l'ambiente.
L'impianto domestico di questa domus si è straordinariamente conservato: gli ambienti si dispongono intorno all'atrio ed al giardino sul fondo, dove un piccolo larario a forma di tempietto accoglieva le devozioni della famiglia. Al piano superiore, un loggiato con colonne che si affacciava sull'atrio già dalla prima fase costruttiva della casa.
Tra gli ambienti più preziosi, il triclinio, a destra dell'ingresso, conserva un pavimento a mosaico con un raffinato emblema marmoreo e decorazioni con nature morte. Il tablinio custodisce, a sua volta, un mosaico con inserto marmoreo e tracce dell'antico soffitto affrescato. E proprio sul fondo della casa, nel cosiddetto oecus Cyzicenus, aperto da una grande finestra sul giardino, vennero ritrovati gli arredi carbonizzati che hanno dato il nome a questa domus: un tavolino ed un letto.
La riapertura della Casa del Mobilio Carbonizzato è il frutto di un percorso di restauro avviato più di dieci anni fa, quando furono eseguite le prime opere urgenti di ricostruzione delle coperture e di messa in sicurezza delle superfici decorate. Gli interventi più recenti hanno dato priorità ad alcune criticità rimaste irisolte, come la ricostruzione di alcuni solai lignei, la sostituzione di architravi compromessi, il consolidamento ed il restauro completo delle colonne che affacciano nell'atrio collocate al primo piano, sopra la copertura del tablinio.

Fonte:
Parco Archeologico di Ercolano
Wikipedia

Puglia, l'antica Vereto svela parte delle sue "radici"

Patù (Lecce) gli scavi archeologici
(Foto: archeomedia.net)

Una campagna di scavi sta aiutando i ricercatori a ricostruire le identità e le reti di scambio del Capo di Leuca tra la fine dell'Età del Bronzo e la prima romanizzazione.
Si è appena conclusa la campagna di scavo nel sito archeologico di Vereto, antica città messapica del Capo di Leuca, condotta dall'Università degli Studi di Napoli L'Orientale sotto la direzione scientifica del Professor Valentino Nizzo, archeologo esperto nelle culture dell'età preromana.
Nella parte meridionale del sito sono emerse strutture databili tra il III ed il IV secolo d.C. Si tratti di due piani pavimentali di edifici probabilmente appartenenti a gruppi di livello sociale elevato, come confermerebbero il vasellame e le ceramiche da mensa e da cucina ritrovate. Nella parte più settentrionale, vicina alla chiesa della Madonna di Vereto, sono state scoperte, invece, grandi fosse colmate con pietre e materiali provenienti dalla demolizione di edifici precedenti, probabilmente legati ai cambiamenti vissuti dall'area e collegati alla successiva frequentazione cultuale del luogo.
E' stato anche riportato alla luce un interro artificiale di età romano imperiale, in cui erano custoditi materiali risalenti alle fasi più antiche dell'insediamento, comprese tra la prima Età del Ferro e l'Età Arcaica, oltre a numerose testimonianze della fase messapica e frammenti di ceramica di importazione di tradizione corinzia, databili al VII secolo a.C.
L'evidenza più significativa è costituita da due grandi blocchi monolitici in calcarenite, impostati direttamente sul banco roccioso, che potrebbero appartenere alle fondazioni di una struttura monumentale di carattere collettivo, forse anche cultuale, un'ipotesi che dovrà essere verificata ampliando lo scavo.
Tra i rinvenimenti spicca una testina femminile in calcarenite di età ellenistica, con dettagli della capigliatura ed orecchini ancora leggibili. Un reperto che sembra indicare la presenza, nell'area, di strutture monumentali ancora in larga parte da esplorare.
Vereto era un insediamento strategico del promontorio salentino, in rapporto con gli approdi di Leuca e di San Gregorio

Fonti:
ansa.it
archeoreporter.com


venerdì 26 giugno 2026

Castel di Guido, emergono i resti di una ricca villa romana

Castel di Guido, resti della villa imperiale
(Foto: archeomedia.net)

Un'importante villa suburbana di età imperiale, tra le più estese mai attestate, è riemersa durante le indagini archeologiche condotte dalla Soprintendenza Speciale di Roma del Ministero della Cultura, restituendo un raffinato contesto di decorazioni pittoriche e musive, oltre ad una statua in marmo bianco.
Le indagini sono state condotte in seguito alla segnalazione di uno scavo abusivo nella tenuta agricola di Castel di Guido, località situata lungo la via Aurelia. In questo contesto si trovavano, un tempo, le residenze imperiali della dinastia antonina.
Gli ambienti rinvenuti sono ben conservati, sono emersi mosaici e intonaci dipinti nonché l'atrio di ingresso della villa con un sontuoso impluvium centrale.
Delle quattro stanze individuate, tre conservano ancora parte del mosaico pavimentale: il primo è a tessere bianche e nere con nove riquadri decorati con motivi geometrici, il secondo reca un motivo ad ottagoni neri su fondo bianco, il terzo presenta rettangoli neri dai lati concavi e convessi. A lato della terza stanza, che conserva solo parzialmente il piano pavimentale, sono stati individuati una vasca ed un altro ambiente non ancora scavato, forse parte di uno spazio adibito ad attività produttive ed agricole.
Tra i reperti emersi figurano una statua frammentaria con rappresentato un personaggio con la barba, probabilmente il dio Silvano, divinità agreste legata al mondo rurale, che trasporta un piccolo animale domestico, forse un vitello o un maialino.
La qualità dei mosaici e degli affreschi ritrovati farebbe pensare ad una residenza romana di alto rango, di proprietà di aristocratici romani o addirittura di membri della famiglia imperiale. Sorge, infatti, nell'area dell'antica proprietà imperiale di Lorium, una stazione di posta al XII miglio della via Aurelia, ricordata dalle fonti anche come sede del palazzo imperiale degli Antonini, particolarmente caro ad Antonino Pio che vi trascorse la sua fanciullezza.
Queste decorazioni pavimentali e parietali si diffondono, inoltre, nelle ville a partire dalla prima metà del I secolo d.C.

Fonte:
ilgiornaledell'arte.com


Barbarano Romano, rinvenuta una tomba etrusca intatta

Barbarano, la tomba etrusca scoperta
(Foto: archeomedia.net)

Un frammento ulteriore della storia e della presenza etrusca è stato rinvenuto nel viterbese, a Barbarano Romano, nella necropoli di San Giuliano. Qui è stata individuata una tomba risalente al VII secolo a.C., rimasta sigillata per circa 2700 anni e riportata alla luce da un'équipe di archeologi italo-statunitense.
La sepoltura, caratterizzata da un soffitto a capanna in tufo, si presenta in condizioni di conservazione tali da aver permesso il ritrovamento dei resti di una famiglia di alto rango, deposti su un letto funerario secondo i rituali dell'epoca.
La tomba custodisce i resti di due individui e un corredo funebre. Dai primissimi rilievi effettuati dopo l'apertura della lastra di pietra, gli esperti hanno ipotizzato che una delle due salme appartenga ad un uomo: accanto ai resti parzialmente conservati delle ossa è stata infatti rinvenuta una punta di lancia in metallo. Lo spazio interno della camera contiene numerosi oggetti della vita quotidiana e dei rituali funebri dell'epoca. Tra la terra di infiltrazione si distinguono chiaramente diverse olle, alcuni calici in bucchero e almeno un aryballos, un genere di vaso utilizzato anticamente per contenere unguenti e profumi.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


Oderzo, riemerge un'importante basilica paleocristiana

Oderzo, particolare del pavimento musivo della navata
laterale meridionale della  basilica paleocristiana
(Foto: archeomedia.net)

A poca distanza dal Duomo di Oderzo, nell'area della ex Pescheria, sotto il livello della strada sono emersi i resti di una basilica paleocristiana, con una grande aula a tre navate, muri possenti, tombe addossate all'edificio e mosaici policromi dal disegno elaborato.
La parte meglio conservata è la navata laterale meridionale: il muro perimetrale, rinforzato da contrafforti regolari, corre accanto ad un tappeto musivo dai ricchi e coloratissimi stilemi decorativi geometrici e floreali.
La chiesa sorgeva nel primo suburbio sudorientale dell'antica Opitergium, in una zona che conferma quanto la storia urbana di Oderzo non si sia semplicemente interrotta con la fine della città romana classica. L'insediamento era già attivo nel X secolo a.C., si sviluppò nell'Età del Ferro e divenne municipium dalla seconda metà del I secolo a.C.
Si pensa che la chiesa di cui sono stati rinvenuti i resti fosse una basilica costruita alla fine del IV - inizio V secolo d.C. Questa interpretazione è supportata dalla planimetria, dalle sepolture, da alcuni elementi che sembrano riferibili ad un presbiterio e soprattutto dal livello dei mosaici. I confronti inducono gli studiosi a raffronti con Concordia Sagittaria e con Aquileia.
Le prime ad emergere dallo scavo sono state solo alcune tessere bianche e nere. Poi, ampliando l'area di indagine, i mosaici hanno cominciato ad comparire in diverse zone. Sotto l'attuale piano stradale sono emerse murature conservate fino a circa 3 metri di profondità. Alcuni muri arrivato ad 1,20 metri di larghezza in fondazione e mantengono fino a 14 corsi di elevano.
Lesene, contrafforti e articolazione delle murature fanno pensare ad un complesso monumentale molto importante. Assai interessante è anche il modo in cui fu costruita. Nel terreno alluvionale furono infissi pali lignei, sopra i quali vennero impostati muri in laterizio e malta.
Nella navata centrale sono già emersi ampi tratti di pavimento musivo, con ottagoni intrecciati, nodi doppi alternati in rosso e azzurro, motivi a edera, cerchi concentrici e decorazioni dette "a pale di mulino". La navata laterale meridionale è però quella più interessante. Qui emerge un grande ottagono con un motivo a velario al centro ed un nodo di Salomone. Attorno una trama continua di figure geometriche organizza il pavimento in modo tutt'altro che casuale.
La qualità complessiva del mosaico è confermata anche dal ritrovamento di tessere in pasta vitrea, materiali che rimandano ad un apparato decorativo più ricco di quanto una prima occhiata potrebbe suggerire. Tra le strutture emerse figurano alcune basi di pilastrini che potrebbero appartenere alle transenne presbiteriali, cioè agli elementi che separavano lo spazio riservato al clero dall'area dei fedeli.
Accanto alla chiesa sono emersi anche ambienti e depositi legati, con tutta probabilità, alla costruzione o alla decorazione dell'edificio sacro. Sono stati recuperati tessere musive, frammenti di marmo, laterizi, vetri, anfore, metalli ed una piccola fornace.
All'esterno dell'edificio sono state individuate quattro sepolture collocate tra le lesene della struttura. Le condizioni di conservazione delle ossa non sono ideali, saranno le analisi antropologiche, isotopiche e del Dna a chiarire età, sesso, provenienza e caratteristiche biologiche degli individui deposti.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


mercoledì 24 giugno 2026

Antica Saepinum, una città...imperiale

Sepino, la villa romana riportata alla luce
(Foto: archeomedia.net)

La recente scoperta di una domus di età imperiale cambia la storia di Saepinum , lo sostiene Enrico Rinaldi, direttore del Parco Archeologico di Sepino e della Direzione regionale Musei nazionali Molise.
"Prima non avevamo testimonianze abitative che documentassero in età imperiale la presenza stabile in città di élite che avevano rapporti privilegiati con il potere centrale. - Ha dichiarato il Dottor Rinaldi. - Le indagini stratigrafiche insieme allo studio dei materiali e dei contesti, consentono di identificare Saepinum come centro non isolato, bensì pienamente integrato nelle reti amministrative ed economiche dell'Italia romana".
Nel sottosuolo sono state individuate anomalie riconducibili a potenziali strutture murarie ed infrastrutture ancora sepolte. Queste informazioni, ha detto il Dottor Rinaldi, aiutano a ricostruire la topografia di Saepinum. Stanno emergendo tracce di un insediamento sannitico precedente, non solo luogo di scambio e commercio, ma insediamento specializzato in attività legate alla transumanza, in particolare alla filiera della lana con la messa in luce di vasche probabilmente destinate al lavaggio della stessa.
Le nuove ricerche hanno permesso di riportare alla luce una domus di eccezionale rilievo, caratterizzata da un ingresso monumentale affacciato sul decumano e interessata da numerose trasformazioni nel corso del tempo. L'edificio restituisce un articolato palinsesto architettonico che documenta una lunga continuità di vita, dalla prima età imperiale fino al VI secolo d.C.
Le fasi più antiche del complesso sono documentate da antefisse architettoniche e ceramiche di età augustea e tiberiana, che indicano l'alto livello della residenza nel I secolo d.C. Nella piena età imperiale e fino al III secolo d.C. prevalgono, invece, ceramiche comuni e sigillate africane d'importazione, a conferma dell'inserimento di Saepinum nei circuiti commerciali del Mediterraneo. Nella tarda antichità, tra il IV ed il VI secolo d.C., i materiali segnalano un cambiamento nell'uso degli ambienti, destinati ora ad attività produttive e di stoccaggio.
Accanto alle monete, il repertorio dei piccoli oggetti restituisce uno spaccato concreto della vita quotidiana: lucerne in terracotta, un raro bruciaprofumi anch'esso in terracotta, piccoli contenitori ceramici ed oggetti personali in bronzo, tra i quali anelli ed una piccola chiave di scrigno.
Di particolare rilievo è il recupero di un grande contenitore in piombo appartenente ad un sofisticato sistema domestico per il riscaldamento dell'acqua. Il recipiente, di forma cilindrica, è decorato in rilievo con motivi solari stilizzati e teste di Gorgone. La scoperta, insieme ai frammenti di tubature e valvole rinvenuti nello scavo, offre una rara testimonianza delle tecnologie idrauliche utilizzate nelle residente di alto livello nel mondo romano.
Nel 2025, inoltre, sono stati recuperati frammenti architettonici in marmo ed un'importante iscrizione onoraria risalente al 139 d.C., durante il regno dell'imperatore Antonino Pio. L'epigrafe testimonia un intervento della casa imperiale in città, confermando il legame privilegiato tra Saepinum e l'amministrazione centrale dell'Impero.

Fonti:
archeomedia.net
cultura.gov.it


Torre del Greco, presentate le meraviglie appena scoperte a Villa Sora

Torre del Greco, i resti di Villa Sora (Foto: archeomedia.net)

A Torre del Greco sono stati presentati i risultati delle indagini 2025-2026 a Villa Sora, vale a dire affreschi con ittiocentauro alato, capitelli, cistae plumbee ed un cantiere che era in piena attività al momento dell'eruzione del 79 d.C.
Villa Sora era un complesso di età tardorepubblicana e primo imperiale, affacciato sul Golfo di Napoli, a Torre del Greco. Si tratta di una tra le più sontuose ville di otium di rango senatorio ed imperiale sorte lungo la costa campana.
Venne edificata intorno alla metà del I secolo a.C. e fu oggetto di successivirifacimenti. Si sviluppava lungo la linea di costa con un impianto scenografico articolato su terrazze digradanti verso il mare, per un'estensione stimata di circa 150 metri lungo il litorale.
Le indagini condotte tra il 2025 ed il 2026 sono le prime indagini sistematiche condotte sul sito dopo oltre trent'anni ed hanno preso avvio dalla necessità di messa in sicurezza del fronte nord-est del settore già scavato a cielo aperto tra gli anni '80 e '90, cogliendo nel contempo l'opportunità di ampliare le conoscenze del complesso.
L'intervento si è concentrato sull'ambiente 22, di circa 10 mq ma di eccezionale qualità decorativa, già parzialmente visibile attraverso un cunicolo. I numerosi frammenti di intonaco affrescato di pareti e soffitto attestano un programma decorativo di grande raffinatezza ricondotto al 50 d.C. Le pareti su fondo nero, scandite da fasce in cinabro, presentano il motivo del candelabro metallico in oro animato da aironi. Il soffitto a fondo chiaro era ornato da ghirlande, fregi e figure mitologiche, tra le quali grifi inseriti in un ricco repertorio ornamentale.
Tra i ritrovamenti più eccezionali, i frammenti del soffitto ricompongono la figura di un ittiocentauro alato, una raffigurazione di eccezionale unicità iconografica, trattata non come ornamento accessorio ma come figura protagonisca, ricca di chiaroscuri e lumeggiature, in una posa dinamica e plastica di significativo impatto scenico.
All'interno l'ambiente ospitava tre cistae plumbee finemente decorate, insieme ad elementi architettonici in marmo bianco di elevata qualità. Tra questi ultimi spicca il capitello corinzieggiante con motivo liriforme, rinvenuto in stato di conservazione sorprendente, eseguito interamente a scalpello. La presenza di ulteriori frammenti marmorei e la qualità della lavoraione indicano uno stoccaggio intenzionale di elementi destinati a lavori edilizi in corso: la villa era in pieno cantiere al momento dell'eruzione del 79 d.C.

Fonte:
archeomedia.net


lunedì 25 maggio 2026

Pompei, l'ultimo respiro di un medico

Pompei, alcuni dei calchi delle vittime
(Foto: archeomedia.net)

A Pompei, a distanza di sessant'ani dallo scavo dell'Orto dei Fuggiaschi, una nuova scoperta consente di dare un'identità professionale ad una delle vittime dell'eruzione del Vesuvio del 79 d.C.: era probabilmente un medico, colto dalla tragedia mentre tentava la fuga portando con sé alcuni strumenti del mestiere.
La svolta è arrivata dallo studio di un piccolo astuccio rimasto nascosto all'interno del gesso di un calco umano, rinvenuto durante le indagini dirette da Amedeo Maiuri nel 1961. In quell'area, allora occupata da un vigneto, furono individuati i calchi di quattordici persone sorprese dalla nube piroclastica nel disperato tentativo di mettersi in salvo.
Le recenti analisi sui materiali conservati nei depositi del Parco Archeologico di Pompei hanno riportato alla luce un corredo personale di eccezionale interesse: una piccola cassettina in materiale organico con elementi metallici, una borsa in tessuto con monete in bronzo ed argento ed una serie di strumenti compatibili con un set medico. Le indagini diagnostiche, condotte tramite radiografie e tomografie presso la Casa di Cura Maria Rosaria di Pompei, hanno rivelato all'interno dell'astuccio una lastrina in ardesia - utilizzata per la preparazione di sostanze medicali o cosmetiche - e piccoli strumenti metallici interpretabili come utensili chirurgici. Questi elementi consento di avanzare l'ipotesi che la vittima fosse un medicus, fornendo un raro e prezioso indizio sulla professione esercitata.

Fonte:
Parco Archeologico di Pompei


Spagna, scoperto un interessantissimo carro votivo in bronzo

Spagna, il carro votivo in bronzo (Foto: CSCIC Comunicaciòn) Nel sito archeologico di Casas del Turunelo , nella provincia di Badjoz , in Sp...