mercoledì 19 agosto 2026

Roma, rinvenuto un edificio sotto Villa Celimontana

Roma, le scoperte sotto villa Celimontana
(Foto: Fabio Caricchia, Ministero della Cultura)

Otto ambienti decorati con mosaici ed affreschi di grande pregio, un edificio di età imperiale rimasto nascosto per secoli e un ritrovamento che potrebbe ridefinire la conoscenza di uno dei settori più importanti del Celio antico. E' questo il risultato degli scavi condotti dalla Soprintendenza Speciale di Roma del Ministero della Cultura durante i lavori di consolidamento del muraglione storico di Villa Celimontana
Le indagini hanno portato alla luce cinque ambienti completamente scavati ed altri tre parzialmente conservati, appartenenti ad un edificio costruito nel II secolo d.C. e riorganizzato nel III secolo. Tra i ritrovamenti più significativi figurano un grande  mosaico con un emblema marino raffigurante un delfino, un pesce, un'aragosta ed un granchio intorno ad un cratere, frammenti di un precedente pavimento musivo di età antonina, ampie porzioni del soffitto affrescato e numerosi rivestimenti in opus sectile, testimonianza dell'elevato livello decorativo del complesso.
La natura dell'edificio resta al momento oggetto di studio. I raffinati mosaici e gli affreschi sembrano raccontare la storia di una residenza aristocratica, mentre la collocazione dell'edificio e alcuni elementi emersi durante lo scavo potrebbero indicare che facesse parte della caserma della V coorte dei Vigiles. Se questa seconda ipotesi venisse confermata, il ritrovamento contribuirebbe a ridefinire l'estensione di uno dei più importanti complessi militari della Roma imperiale.

Fonte:
Ufficio Stampa e Comunicazione MiC


Crimea, un antico tempio e la sepoltura di un bambino

Crimea, gli scavi nell'area del tempio di
Zeus (Foto: amanti della storia
dell'antica Grecia)

Un cranio con evidenti tracce di malattia, un tempio costruito con la fronte verso l'alba ed un bambino che potrebbe essere stato sacrificato o semplicemente compianto.
Nella steppa della Crimea orientale, dove le rovine dell'antica città-fortezza di Axis Artezian giacciono sepolte sotto terra da oltre due millenni, gli archeologi hanno appena scoperto i resti di un neonato, sepolti direttamente sotto le fondamenta di un tempio sacro, in quella che potrebbe essere la prova di un sacrificio rituale risalente a circa 2100 anni fa.
Il minuscolo scheletro è stato ritrovato nascosto sotto un altare, proprio alla base del muro settentrionale del tempio di Zeus Genarchos e Soter, Zeus il Progenitore e Salvatore. Gli archeologi datano la sepoltura a prima del 63 a.C., quindi antecedente alla costruzione del tempio. La tomba venne realizzata contemporaneamente alla posa della prima fila di fondamenta dell'edificio, durante il regno di Mitridate Eupatore Dioniso, tra gli anni 60 e 70 del I secolo a.C. La lapide venne incastonata nelle fondamenta, trasformandola in una tavola sacrificale. La buca venne, in seguito, riempita di terra.
Il bambino è stato ritrovato completamente vestito, con un braccialetto di bronzo con delle perline fatte di semi. C'era anche una fibbia metallica purtroppo decomposta, della quale sono stati recuperati frammenti in lega di bronzo ossidata.
La prima ipotesi fatta dai ricercatori in merito a questa particolare sepoltura è che sia un sacrificio di fondazione, un'antica e diffusa pratica in cui una sepoltura veniva collocata direttamente sotto la pietra angolare di una nuova struttura per ancorare simbolicamente l'edificio e garantirgli la protezione divina. Altri ricercatori, invece, ipotizzano la possibilità che possa trattarsi di un rituale di espiazione, una sorta di capro espiatorio, in cui il sacrificio aveva lo scopo di allontanare la sventura dalla comunità o di espiare qualche colpa collettiva.
Esiste, però, anche un'altra possibilità, più inquietante. La forma del cranio del neonato ha indotto i ricercatori a sospettare che il bambino soffrisse di idrocefalia, un accumulo di liquido nel cervello che, nell'antichità sarebbe stato fatale. In tal caso la sepoltura potrebbe non essere stato un sacrificio ma una sepoltura sacra: un bambino morto per cause naturali sepolto in un luogo di particolare importanza.
Gli archeologi sospettano che la fossa di sepoltura possa contenere anche i resti di un secondo neonato. Finora sono state rinvenute solo ossa delle gambe appartenenti ad un altro bambino.
Si stima che il bambino abbia avuto un anno o più. Quel che è certo è che non si tratta di un neonato. La parte superiore dello scheletro era deliberatamente rivolta a sud-est, sul fianco sinistro, un orientamento che suggerisce una collocazione rituale intenzionale.
Il tempio di Zeus Genarchos e Soter non era un santuario ordinario. I suoi altari erano disposti con una notevole precisione astronomica, allineati lungo l'asse dell'equinozio per segnare i punti in cui il sole sorge e tramonta: un livello di pianificazione che testimonia quanto questo tempio fosse centrale nella vita religiosa della comunità che lo costruì.
Questa comunità viveva ad Artezian, uno dei principali insediamenti fortificati dell'antichità che proteggevano la costa del mar d'Azov, in Crimea. Strategicamente il sito controllava quella che viene spesso definita la "via reale", la terrestre che collegava il mar d'Azov a Panticapeo, la grande capitale del Regno del Bosforo. Le sue mura difensive e la posizione dominante lo rendevano un anello chiave nella rete degli insediamenti fortificati del regno durante i turbolenti secoli del tardo periodo ellenistico e dell'inizio del periodo romano.

Fonte:
Amanti della storia dell'Antica Grecia


Sicilia, interessanti scoperte sull'Akragas (Agrigento) cristiana

Agrigento, il pavimento musivo rinvenuto tra le rovine
dell'antica città (foto: finestresullarte.info)

Ad Agrigento si è conclusa l'undicesima campagna di scavi nel quartiere ellenistico-romano dell'antica città. Le indagini hanno restituito elementi utili a ricostruire l'evoluzione dell'antica Akragas, l'Agrigentum romana, tra l'Età tardo-antica e l'Alto Medioevo.
Le ricerche si sono concentrate nel quarto isolato dell'area archeologica del Parco della Valle dei Templi, nelle vicinanze di un vasto complesso termale, dove è tornato alla luce un edificio rimasto in uso per circa otto secoli, dal III secolo a.C. fino almeno al V secolo d.C., testimoniando la lunga continuità di vita del quartiere. L'analisi delle diverse pavimentazioni sovrapposte ha permesso di ricostruire le principali fasi di trasformazione dell'edificio.
Al più antico piano in calcarenite gialla è succeduto un pavimento in cocciopesto di età repubblicana, con tracce di colore rosso, mentre l'ultima fase è rappresentata da un raffinato mosaico geometrico policromo risalente all'età tardoantica.
La scoperta più significativa riguarda alcuni elementi che sembrano documentare la diffusione del cristianesimo in Sicilia tra il III ed il IV secolo d.C. All'interno di una vasca quadrangolare sono stati, infatti, rinvenuti monete, resti di piccoli animali riconducibili a probabili banchetti rituali e alcuni tappi di anfore. Su uno di questi è inciso il monogramma cristiano, dettaglio che suggerisce un possibile collegamento con il vicino luogo di culto ricavato, in epoca precedente, all'interno di una cisterna delle terme.
"Le ricerche degli ultimi anni stanno mettendo il luce una vera e propria città cristiana, con le sue articolazioni intorno agli edifici di culto, le sue necropoli e i suoi spazi rituali. - Ha affermato Maria Serena Rizzo, funzionaria archeologa del parco di Agrigento. - Più difficile riconoscere le tracce della nuova religione all'interno degli spazi abitativi".

Fonti:
finestresullarte.info
magazine.unibo.it


Ferento, rinvenuta un'interessantissima necropoli

Ferento, parti di un corredo tombale rinvenuto nella
necropoli appena scoperta (Foto: ViterboToday)

In località Casaccio, in un'area compresa tra Viterbo e Vitorchiano, le indagini archeologiche preventive legate alla realizzazione di un cavidotto hanno portato alla luce un complesso funerario eccezionale.
L'area, estesa per circa 600 metri quadrati, conserva 25 sepolture databili ad un periodo compreso tra il V secolo a.C. fino al II secolo d.C. Un arco di sette secoli che permette di seguire il passaggio dall'epoca etrusca alla romanizzazione e, successivamente, alla piena età imperiale. Gli archeologi hanno individuato sette tombe a camera e diciotto tombe a fossa, con sarcofagi in peperino, urne in tufo e resti osteologici appartenenti a diversi individui.
I corredi funerari rinvenuti comprendono vasellame da mensa, oggetti in vetro, monete, lucerne ed elementi in bronzo che restituiscono frammenti della vita quotidiana e delle pratiche funerarie, ma anche indicazioni sulle differenze sociali e sulle credenze delle comunità locali. Tra i reperti spiccano uno specchio in lega d'argento e un minuscolo orecchino d'oro, rinvenuto nella sepoltura di un bambino.
Particolarmente imponente è la cosiddetta "tomba quattro". Un corridoio di accesso composto da sedici gradini conduce a una camera funeraria scavata a quasi cinque metri di profondità progettata originariamente per accogliere almeno dodici defunti. Una struttura che testimonia l'importanza attribuita alla sepoltura e, probabilmente, il rango della famiglia o del gruppo che ne fece uso.
Ma a rendere ancora più singolare la scoperta è stato il ritrovamento, nello spazio tra due sepolture, di un cranio fossilizzato di un Bos primigenio, l'uro, gigantesco bovino selvatico ormai estinto e considerato l'antenato del bestiame domestico. La sua presenza apre interrogativi sulla stratigrafia del sito e sulle diverse fasi di formazione del paesaggio.

Fonti:
ilgiornaledellarte.com


domenica 16 agosto 2026

Sardes, Turchia, ritrovata la statua di un giovane rivolta verso terra

Turchia, la statua ritrovata a testa in giù come base di
una strada romana (Foto: Ministero della Cultura e del
Turismo della Turchia)

Per quasi 2500 anni il volto di un giovane uomo è rimasto rivolto verso la terra. Sopra il marmo passava una strada della Sardes romana, mentre la statua era stata trasformata in materiale da costruzione. Quella posizione ha protetto proprio le parti più delicate della scultura. Oggi il reperto conserva il volto, la capigliatura, le mani e particolari dell'abbigliamento.
La scoperta è avvenuta a Sardes, presso l'odierna Sart, a circa 440 chilometri da Ankara. La città sorgeva nella valle dell'Hermos, l'attuale Gediz, in una posizione strategica dell'Anatolia occidentale, tra l'interno della regione ed il mondo egeo.
Il giovane raffigurato dalla statua è in piedi ed ha dimensioni superiori a quelle naturali. L'opera è stata datata tra il 470 ed il 450 a.C. e raggiunge i 2,20 metri di altezza. E' stata recuperate in due grandi parti; i piedi e alcuni frammenti minori risultano mancanti.
Quando fu scolpita, Sardes era già una delle città più importanti dell'Anatolia occidentale. Era stata la capitale del regno di Lidia, una potenza conosciuta nell'antichità per la sua ricchezza, legata anche alle risorse aurifere della regione. La città occupava una posizione favorevole lungo le vie che collegavano l'interno dell'Anatolia alla costa egea. A Sardes si svilupparono anche alcune delle prime forme di monetazione in metallo prezioso.
Nel 547 a.C. il regno lidio fu conquistato dai Persiani di Ciro il Grande. Sardes mantenne il proprio peso politico e divenne la capitale della provincia occidentale dell'impero achemenide, amministrata da un satrapo, il rappresentante del sovrano persiano. La statua appartiene proprio a questa fase della storia della città.
Il giovane indossa un himation, il grande mantello utilizzato nel mondo greco, sopra un chiton, una veste leggera simile ad una tunica. Sotto questi indumenti compare una terza veste caratterizzata da linee orizzontali. Secondo il Ministero della Cultura e del Turismo turco, questo particolare non trova confronti nelle statue analoghe conosciute dell'Anatolia e della Grecia e rappresenta quindi un possibile elemento della tradizione locale legata alla cultura lidia.
La posizione eretta ed i lunghi capelli ricordano esempi della scultura del VI secolo a.C.; i lineamenti del volto, la resa anatomica delle mani ed altri dettagli della lavorazione appartengono, invece, alla prima metà del V secolo a.C.
Nella mano destra il giovane tiene un frutto che gli studiosi ritengono possa essere una mela cotogna. Secondo l'interpretazione indicata dal Ministero turco, potrebbe trattarsi di un'offerta destinata ad una divinità. L'identità del personaggio resta ancora sconosciuta. Le informazioni diffuse finora lo descrivono semplicemente come un giovane uomo e non permettono di identificarlo come re, sacerdote, atleta, guerriero o divinità.
Anche il luogo nel quale la statua era stata collocata originariamente non è stato individuato. Gli archeologi hanno invece documentato il suo ultimo impiego avvenuto molti secoli dopo la sua realizzazione. Durante il periodo romano il marmo venne riutilizzato nella pavimentazione della strada colonnata all'ingresso di Sardes. La statua fu collocata con il volto rivolto verso il basso, sotto la superficie della strada. Le fonti disponibili non permettono di stabilire le motivazioni di questa strana collocazione. Il riutilizzo di elementi scultorei e architettonici era una pratica conosciuta nel mondo romano ed anche a Sardes sono documentati materiali più antichi impiegati nuovamente nelle costruzioni.
Gli studiosi ora si preoccupano della conservazione e della ricerca di eventuali pigmenti antichi. Le sculture in marmo dell'antichità potevano, infatti, essere dipinte ed il loro aspetto originale era molto diverso dal bianco uniforme che oggi associamo alla statuaria classica. La presenza di pigmenti potrebbe fornire nuovi elementi per ricostruire l'aspetto originario del giovane, compresi i colori utilizzati per l'abbigliamento ed eventuali dettagli decorativi.

Fonti:
Ministero della Cultura e del Turismo della Turchia
stilearte.it

Roma, il Tevere rivela i resti del Ponte Neroniano

Roma, i resti del ponte neroniano emerso grazie alla secca
del Tevere (Foto: archeomedia.net)

Il livello straordinariamente basso del fiume Tevere, nel cuore di Roma, ha rivelato, in questi giorni, nei pressi del Vaticano, i resti dell'antico ponte romano databile probabilmente al regno dell'imperatore Nerone (54-68 d.C.).
La costruzione, posta nei pressi di Castel Sant'Angelo, consentiva alla Via Triumphalis (l'antica strada consolare che collegava Roma a Veio) di attraversare il fiume, collegando Roma all'area del Vaticano.
Il ponte, realizzato nel I secolo d.C., collegava il Campo Marzio con l'Ager Vaticanus, dove si trovavano le proprietà dell'imperatore Nerone, compresa la villa della madre Agrippina, il circo di Caligola e la via Cornelia, che passava davanti a Castel Sant'Angelo.
Alla metà del Settecento i resti dei piloni, che emergevano dall'acqua, erano più evidenti e venivano impiegati per ormeggiare i mulini natanti che azionavano le loro macine sfruttando la corrente del Tevere incanalata dai piloni. Alla fine del XIX secolo i piloni furono demoliti per rendere più navigale il fiume e negli scavi dei primi del Novecento, intrapresi per realizzare il ponte Vittorio Emanuele II, vennero trovate le puntazze in ferro e le travi in legno conficcate ancora nel letto del fiume.
Non si conosce l'epoca della distruzione e, forse, andò in disuso in occasione della costruzione delle mura aureliane, nelle quali sembra mancare una porta in corrispondenza del ponte, anche a causa della vicinanza del ponte Elio. Non doveva più essere utilizzabile nel VI secolo d.C., all'epoca della guerra gotica. Il Ponte Neroniano avrebbe dovuto essere ricostruito per Giulio II della Rovere con il nome di ponte Giuliano per collegare via della Lungara con la via Giulia, sulla riva opposta, ma il progetto rimase irrealizzato. 

Fonti:
archeomedia.net
Wikipedia


Kainua ed i suoi segreti, torna alla luce un pozzetto votivo a Marzabotto

Marzabotto, una delle statuine rinvenute nel pozzo
(Foto: archeomedia.net

Statuette in bronzo, un rarissimo piatto in bronzo, che conserva ancora l'originario colore lucente del metallo, e offerte votive sono i principali reperti emersi dalla campagna di scavo che interessato un antico pozzo rituale nell'area sacra di Kainua, l'antica città etrusca i cui resti si conservano nel territorio di Marzabotto, in provincia di Bologna
Gli oggetti rinvenuti sul fondo del pozzo sembrano essere frutto di una deposizione rituale legata alla fondazione della struttura, che è stata datata tra la fine del VI ed i primi decenni del V secolo a.C., in concomitanza con la nascita della città di Kainua. A testimonianza della fase finale di utilizzo del pozzo, con la conseguente chiusura, sono due scheletri umani, che sembrano segnare il momento dell'abbandono e della chiusura della struttura.
Il pozzo si trova nell'area sacra urbana di Kainua e conferma come questa struttura non fosse destinata solo all'approvvigionamento idrico, ma avesse anche una funzione rituale legata sia alla fondazione della città che al culto dell'acqua.
L'area non è nuova a ritrovamenti di particolare rilievo, come dimostrano i due monumentali templi le cui iscrizioni etrusche sono state attribuite alla principale coppia divina del pantheon etrusco: Tinia (corrispondente a Zeus) e la sua consorte Uni (assimilata ad Hera). Nell'area dedicata ad Uni è documentato, inoltre, il culto di Vei, divinità assimilabile a Demetra, protettrice della fertilità agraria ed umana.
La campagna di scavo è stata condotta dal Museo Nazionale Etrusco di Marzabotto e dall'Università di Bologna, nell'ambito di una collaborazione istituzionale.
L'esistenza della città è nota fin dal 1551, quando frate Leandro Alberti, nel suo Descrittione di tutta Italia, ipotizza la presenza di una città antica sulla base del ritrovamento di alcune rovine di edifici, mosaici e monete. Il sito, malgrado sia andato in parte perduto a causa dell'erosione della marna dovuta al vicino fiume Reno, rimane unico nel suo genere poiché ha perfettamente conservato le tracce della sua planimetria, a pianta ottagonale di stampo coloniale.

Fonti:
archeomedia.net
Wikipedia

Gragnano, riemerge un'antica e ben conservata necropoli

 
Gragnano, i materiali recuperati dalla necropoli
(Foto: quotidianoarte.com)
Si tratta di uno dei ritrovamenti archeologici più rilevanti degli ultimi anni nel Sud Italia. Nel corso dei lavori di espansione del Pastificio Garofalo di Gragnano, in provincia di Napoli, è emersa una necropoli risalente al VI secolo a.C., portata alla luce grazie alle attività di archeologia preventiva condotte sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l'Area Metropolitana di Napoli.
Lo scavo, condotto tra l'inizio del 2025 e i primi mesi del 2026, ha restituito 85 sepolture distribuite su un'area di circa 2.000 metri quadrati. Finora sono stati identificati 16 adulti, 4 bambini e 15 infanti, mentre le indagini sui restanti individui sono ancora in corso. A colpire i ricercatori non è stato tanto il numero dei sepolti ma lo stato di conservazione delle sepolture. In alcune casse funerarie in tufo si è, infatti, creata, nel tempo, un'atmosfera priva di ossigeno che ha permesso la sopravvivenza di materiali organici normalmente perduti, compreso un piatto di legno.
Le tombe hanno restituito vasellame decorato, gioielli tra i quali collane e pendenti in avorio con figure umane, una spada in ferro e fibule in bronzo, elementi che, secondo la Soprintendenza, rimandano alle strategie di autorappresentazione sociale di un'élite di rango elevato dell'Ager Stabianus. Tra i reperti figurano inoltre graffiti alfabetici che riportano i nomi dei possessori, testimonianza delle reti commerciali che nel VI secolo a.C. collegavano quest'area della Campania alla Grecia, all'Egitto ed al Mediterraneo orientale
Lo studio dei materiali biologici ha permesso di ricostruire aspetti legati all'alimentazione, alla mobilità e alle condizioni di vita delle comunità dell'epoca, dal rachitismo infantile alle deformazioni scheletriche legate alle attività lavorative.
Al di sotto della necropoli sono emerse anche strutture più antiche, riferibili all'Età del Rame e del Bronzo che creerebbero una continuità con le popolazioni di Longola e, in prospettiva, con Pompei, riaprendo l'interrogativo sulla localizzazione dell'antica città di Stabia, questione su cui gli studiosi non si dicono ancora in grado di offrire una risposta definitiva. Si riteneva che gli insediamenti indigeni fossero scomparsi con la fondazione italica di Nocera e di Pompei, mentre i nuovi dati suggeriscono una fase più avanzata di quella presenza nel VI secolo a.C.
Il ritrovamento non è isolato. La nuova area funeraria si inserisce in una necropoli più ampia, individuata già a metà degli anni '50 dall'archeologo Libero D'Orsi in località Madonna delle Grazie. In quell'occasione furono recuperati i corredi di circa 300 tombe, oggi conservati al Museo Archeologico di Quisisana.

Fonte:
quotidianoarte.com

Pineto, portato alla luce un interessante complesso romano

Pineto, il complesso produttivo riportato alla luce
(Foto: notiziedabruzzo.it)

Un complesso produttivo romano databile tra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C. è stato individuato a Pineto, in provincia di Teramo, durante i lavori per la realizzazione del metanodotto Cellino Attanasio-Pineto.
Le indagini, condotte sotto la direzione scientifica della Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio per le province dell'Aquila e Teramo e coordinale dalla funzionaria archeologa Gilda Assenti, hanno riportato alla luce strutture murarie, ambienti destinati allo stoccaggio e una fornace.
Tra i reperti rinvenuti figurano frammenti di anfore, tappi, laterizi, una moneta ed un amo da pesca in bronzo.
Gli elementi raccolti fanno ipotizzare la presenza di un centro specializzato nella produzione e nello stoccaggio di contenitori destinati al trasporto di olio, garum e vino atriano, collegato all'antica Hatria (l'attuale Atri) e ai traffici commerciali lungo l'Adriatico. L'area è stata temporaneamente reinterrata per garantirne la tutela.
L'area era situata in una posizione strategica tra la viabilità antica e il litorale.

Fonte:
notiziedabruzzo.it

sabato 11 luglio 2026

Spagna, scoperto un interessantissimo carro votivo in bronzo

Spagna, il carro votivo in bronzo
(Foto: CSCIC Comunicaciòn)

Nel sito archeologico di Casas del Turunelo, nella provincia di Badjoz, in Spagna, è stato rinvenuto un carro votivo in bronzo di grande complessità decorativa ed iconografica, ritenuto un esemplare senza confronti noti nella penisola iberica. Il reperto è stato individuato all'interno di un passaggio di un edificio a carattere rituale, un'area oggetto già di precedenti scoperte, tra le quali un altare con forma di pelle di toro.
Il carro, databile al V secolo a.C. e riferibile all'ambito culturale di Tartesso, si conserva in forma parziale: è stata recuperata circa la metà del manufatto, con due ruote e parte della cassa principale. Nonostante l'incompletezza, lo stato di conservazione consente la lettura di un apparato decorativo articolato e di una tecnologia costruttiva basata sull'assemblaggio di più elementi in bronzo, uniti mediante componenti in ferro.
Tra le figure rappresentate compare una divinità fluviale identificata come Acheloo, figura diffusa nei contesti greci ed etruschi, affiancata da due grifi collocati agli estremi della struttura. Sono presenti, inoltre, due figure maschili di tipo atlante con funzione di sostegno della cassa del carro. L'insieme iconografico rimanda ad un programma simbolico complesso, collegato a contesti rituali e votivi.
Secondo gli studiosi, non esistono attualmente confronti diretti nella penisola iberica. Alcuni elementi trovano analogie parziali nell'ambito etrusco, ma nessun esemplare noto presenta la stessa combinazione di soluzioni decorative e costruttive. Dopo una prima fase di pulizia e documentazione, il reperto sarà sottoposto ad ulteriori analisi specialistiche finalizzate a chiarirne la funzione, cronologia e significato all'interno del contesto del sito.
La campagna di scavo ha interessato i settori nord e sud del tumulo che copre il complesso archeologico, una struttura del diametro di circa 90 metri ed alta sei metri, sotto la quale l'edificio venne sigillato intenzionalmente alla fine del V secolo a.C.
Le indagini si sono concentrate anche nell'area della stanza H-100, un ambiente di circa 70 metri quadrati, il più ampio finora portato alla luce. Nel settore nord sono stati recuperati due bracieri e un calderone in bronzo, elementi che confermano la ricchezza materiale del contesto. La quantità di ceramica rinvenuta nel corso della campagna risulta tuttavia inferiore rispetto alle stagioni precedenti.

Fonte:
finestresullarte.info


Turchia, torna alla luce uno splendido pavimento musivo ad Aspendos

Turchia, il mosaico ritrovato ad Aspendos (Foto: Ministero della Cultura della Turchia)
Importante scoperta archeologica nell'antica città di Aspendos, in Turchia. Nel corso degli scavi condotti dal Ministero della Cultura e del Turismo è stato riportato alla luce un eccezionale mosaico del III secolo d.C. raffigurante Eurimedonte, personificazione dell'omonimo fiume che diede origine e prosperità alla città.
Il mosaico, rinvenuto nell'area della piazza orientale della Via del Teatro, rappresenta un interessante esempio di raffigurazione di una divinità fluviale nell'arte musiva romana ed offre nuovi elementi per lo studio della produzione artistica anatolica dell'epoca imperiale.
L'opera è emersa durante le indagini archeologiche lungo la Via del Teatro, l'antico asse viario che collegava l'Acropoli di Aspendos con il celebre teatro romano. Proprio in quest'area gli archeologi hanno individuato una struttura monumentale decorata a mosaico che ha restituito uno dei ritrovamenti più significativi degli ultimi anni per il sito archeologico.
Al centro del mosaico si trova la raffigurazione del Giovane Eurimedonte, arricchita da canne, un'anfora e figure di pesce a rappresentare simbolicamente l'acqua, la fertilità e la vita. L'opera, notevole per le transizioni cromatiche create con piccole tessere, la ricchezza di dettagli e l'alta qualità della lavorazione, è inoltre di particolare importanza in quanto rappresenta una rara raffigurazione di una divinità fluviale nell'arte musiva anatolica di epoca romana.
Le prime analisi indicano che l'edificio fu realizzato all'inizio del III secolo d.C. come una piscina monumentale. Finora gli archeologi hanno riportato alla luce una porzione di pavimento musivo di circa sei metri per sette metri e mezzo, ma ritengono che la decorazione prosegua anche nelle aree ancora da scavare. Gli studiosi ipotizzano, inoltre, che la struttura abbia subito importanti trasformazioni dopo il terremoto che colpì la regione nel 262 d.C. In seguito all'evento sismico, l'edificio sarebbe stato suddiviso in diversi ambienti attraverso la costruzione di muri interni, modificandone, così, l'assetto originario.
Il pavimento musivo si articola in almeno due pannelli distinti. Il primo è caratterizzato a una decorazione geometrica, mentre il secondo ospita al centro la scena figurata con il Giovane Eurimedonte. L'identificazione della figura è stata possibile grazie al confronto con esempi iconografici analoghi e alle caratteristiche della rappresentazione. La composizione è costruita attorno alla figura del dio, raffigurato con canne tra le mani e sul capo, che si appoggia ad un'anfora dalla quale fuoriesce l'acqua. Ad accompagnare la figura principale compaiono anche pesci raffigurati mentre nuotano uno di fronte all'altro.

Fonte:
finestresullarte.info


Roma, rinvenuto un edificio sotto Villa Celimontana

Roma, le scoperte sotto villa Celimontana (Foto: Fabio Caricchia, Ministero della Cultura) Otto ambienti decorati con mosaici ed affreschi d...