venerdì 26 giugno 2026

Castel di Guido, emergono i resti di una ricca villa romana

Castel di Guido, resti della villa imperiale
(Foto: archeomedia.net)

Un'importante villa suburbana di età imperiale, tra le più estese mai attestate, è riemersa durante le indagini archeologiche condotte dalla Soprintendenza Speciale di Roma del Ministero della Cultura, restituendo un raffinato contesto di decorazioni pittoriche e musive, oltre ad una statua in marmo bianco.
Le indagini sono state condotte in seguito alla segnalazione di uno scavo abusivo nella tenuta agricola di Castel di Guido, località situata lungo la via Aurelia. In questo contesto si trovavano, un tempo, le residenze imperiali della dinastia antonina.
Gli ambienti rinvenuti sono ben conservati, sono emersi mosaici e intonaci dipinti nonché l'atrio di ingresso della villa con un sontuoso impluvium centrale.
Delle quattro stanze individuate, tre conservano ancora parte del mosaico pavimentale: il primo è a tessere bianche e nere con nove riquadri decorati con motivi geometrici, il secondo reca un motivo ad ottagoni neri su fondo bianco, il terzo presenta rettangoli neri dai lati concavi e convessi. A lato della terza stanza, che conserva solo parzialmente il piano pavimentale, sono stati individuati una vasca ed un altro ambiente non ancora scavato, forse parte di uno spazio adibito ad attività produttive ed agricole.
Tra i reperti emersi figurano una statua frammentaria con rappresentato un personaggio con la barba, probabilmente il dio Silvano, divinità agreste legata al mondo rurale, che trasporta un piccolo animale domestico, forse un vitello o un maialino.
La qualità dei mosaici e degli affreschi ritrovati farebbe pensare ad una residenza romana di alto rango, di proprietà di aristocratici romani o addirittura di membri della famiglia imperiale. Sorge, infatti, nell'area dell'antica proprietà imperiale di Lorium, una stazione di posta al XII miglio della via Aurelia, ricordata dalle fonti anche come sede del palazzo imperiale degli Antonini, particolarmente caro ad Antonino Pio che vi trascorse la sua fanciullezza.
Queste decorazioni pavimentali e parietali si diffondono, inoltre, nelle ville a partire dalla prima metà del I secolo d.C.

Fonte:
ilgiornaledell'arte.com


Barbarano Romano, rinvenuta una tomba etrusca intatta

Barbarano, la tomba etrusca scoperta
(Foto: archeomedia.net)

Un frammento ulteriore della storia e della presenza etrusca è stato rinvenuto nel viterbese, a Barbarano Romano, nella necropoli di San Giuliano. Qui è stata individuata una tomba risalente al VII secolo a.C., rimasta sigillata per circa 2700 anni e riportata alla luce da un'équipe di archeologi italo-statunitense.
La sepoltura, caratterizzata da un soffitto a capanna in tufo, si presenta in condizioni di conservazione tali da aver permesso il ritrovamento dei resti di una famiglia di alto rango, deposti su un letto funerario secondo i rituali dell'epoca.
La tomba custodisce i resti di due individui e un corredo funebre. Dai primissimi rilievi effettuati dopo l'apertura della lastra di pietra, gli esperti hanno ipotizzato che una delle due salme appartenga ad un uomo: accanto ai resti parzialmente conservati delle ossa è stata infatti rinvenuta una punta di lancia in metallo. Lo spazio interno della camera contiene numerosi oggetti della vita quotidiana e dei rituali funebri dell'epoca. Tra la terra di infiltrazione si distinguono chiaramente diverse olle, alcuni calici in bucchero e almeno un aryballos, un genere di vaso utilizzato anticamente per contenere unguenti e profumi.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


Oderzo, riemerge un'importante basilica paleocristiana

Oderzo, particolare del pavimento musivo della navata
laterale meridionale della  basilica paleocristiana
(Foto: archeomedia.net)

A poca distanza dal Duomo di Oderzo, nell'area della ex Pescheria, sotto il livello della strada sono emersi i resti di una basilica paleocristiana, con una grande aula a tre navate, muri possenti, tombe addossate all'edificio e mosaici policromi dal disegno elaborato.
La parte meglio conservata è la navata laterale meridionale: il muro perimetrale, rinforzato da contrafforti regolari, corre accanto ad un tappeto musivo dai ricchi e coloratissimi stilemi decorativi geometrici e floreali.
La chiesa sorgeva nel primo suburbio sudorientale dell'antica Opitergium, in una zona che conferma quanto la storia urbana di Oderzo non si sia semplicemente interrotta con la fine della città romana classica. L'insediamento era già attivo nel X secolo a.C., si sviluppò nell'Età del Ferro e divenne municipium dalla seconda metà del I secolo a.C.
Si pensa che la chiesa di cui sono stati rinvenuti i resti fosse una basilica costruita alla fine del IV - inizio V secolo d.C. Questa interpretazione è supportata dalla planimetria, dalle sepolture, da alcuni elementi che sembrano riferibili ad un presbiterio e soprattutto dal livello dei mosaici. I confronti inducono gli studiosi a raffronti con Concordia Sagittaria e con Aquileia.
Le prime ad emergere dallo scavo sono state solo alcune tessere bianche e nere. Poi, ampliando l'area di indagine, i mosaici hanno cominciato ad comparire in diverse zone. Sotto l'attuale piano stradale sono emerse murature conservate fino a circa 3 metri di profondità. Alcuni muri arrivato ad 1,20 metri di larghezza in fondazione e mantengono fino a 14 corsi di elevano.
Lesene, contrafforti e articolazione delle murature fanno pensare ad un complesso monumentale molto importante. Assai interessante è anche il modo in cui fu costruita. Nel terreno alluvionale furono infissi pali lignei, sopra i quali vennero impostati muri in laterizio e malta.
Nella navata centrale sono già emersi ampi tratti di pavimento musivo, con ottagoni intrecciati, nodi doppi alternati in rosso e azzurro, motivi a edera, cerchi concentrici e decorazioni dette "a pale di mulino". La navata laterale meridionale è però quella più interessante. Qui emerge un grande ottagono con un motivo a velario al centro ed un nodo di Salomone. Attorno una trama continua di figure geometriche organizza il pavimento in modo tutt'altro che casuale.
La qualità complessiva del mosaico è confermata anche dal ritrovamento di tessere in pasta vitrea, materiali che rimandano ad un apparato decorativo più ricco di quanto una prima occhiata potrebbe suggerire. Tra le strutture emerse figurano alcune basi di pilastrini che potrebbero appartenere alle transenne presbiteriali, cioè agli elementi che separavano lo spazio riservato al clero dall'area dei fedeli.
Accanto alla chiesa sono emersi anche ambienti e depositi legati, con tutta probabilità, alla costruzione o alla decorazione dell'edificio sacro. Sono stati recuperati tessere musive, frammenti di marmo, laterizi, vetri, anfore, metalli ed una piccola fornace.
All'esterno dell'edificio sono state individuate quattro sepolture collocate tra le lesene della struttura. Le condizioni di conservazione delle ossa non sono ideali, saranno le analisi antropologiche, isotopiche e del Dna a chiarire età, sesso, provenienza e caratteristiche biologiche degli individui deposti.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


mercoledì 24 giugno 2026

Antica Saepinum, una città...imperiale

Sepino, la villa romana riportata alla luce
(Foto: archeomedia.net)

La recente scoperta di una domus di età imperiale cambia la storia di Saepinum , lo sostiene Enrico Rinaldi, direttore del Parco Archeologico di Sepino e della Direzione regionale Musei nazionali Molise.
"Prima non avevamo testimonianze abitative che documentassero in età imperiale la presenza stabile in città di élite che avevano rapporti privilegiati con il potere centrale. - Ha dichiarato il Dottor Rinaldi. - Le indagini stratigrafiche insieme allo studio dei materiali e dei contesti, consentono di identificare Saepinum come centro non isolato, bensì pienamente integrato nelle reti amministrative ed economiche dell'Italia romana".
Nel sottosuolo sono state individuate anomalie riconducibili a potenziali strutture murarie ed infrastrutture ancora sepolte. Queste informazioni, ha detto il Dottor Rinaldi, aiutano a ricostruire la topografia di Saepinum. Stanno emergendo tracce di un insediamento sannitico precedente, non solo luogo di scambio e commercio, ma insediamento specializzato in attività legate alla transumanza, in particolare alla filiera della lana con la messa in luce di vasche probabilmente destinate al lavaggio della stessa.
Le nuove ricerche hanno permesso di riportare alla luce una domus di eccezionale rilievo, caratterizzata da un ingresso monumentale affacciato sul decumano e interessata da numerose trasformazioni nel corso del tempo. L'edificio restituisce un articolato palinsesto architettonico che documenta una lunga continuità di vita, dalla prima età imperiale fino al VI secolo d.C.
Le fasi più antiche del complesso sono documentate da antefisse architettoniche e ceramiche di età augustea e tiberiana, che indicano l'alto livello della residenza nel I secolo d.C. Nella piena età imperiale e fino al III secolo d.C. prevalgono, invece, ceramiche comuni e sigillate africane d'importazione, a conferma dell'inserimento di Saepinum nei circuiti commerciali del Mediterraneo. Nella tarda antichità, tra il IV ed il VI secolo d.C., i materiali segnalano un cambiamento nell'uso degli ambienti, destinati ora ad attività produttive e di stoccaggio.
Accanto alle monete, il repertorio dei piccoli oggetti restituisce uno spaccato concreto della vita quotidiana: lucerne in terracotta, un raro bruciaprofumi anch'esso in terracotta, piccoli contenitori ceramici ed oggetti personali in bronzo, tra i quali anelli ed una piccola chiave di scrigno.
Di particolare rilievo è il recupero di un grande contenitore in piombo appartenente ad un sofisticato sistema domestico per il riscaldamento dell'acqua. Il recipiente, di forma cilindrica, è decorato in rilievo con motivi solari stilizzati e teste di Gorgone. La scoperta, insieme ai frammenti di tubature e valvole rinvenuti nello scavo, offre una rara testimonianza delle tecnologie idrauliche utilizzate nelle residente di alto livello nel mondo romano.
Nel 2025, inoltre, sono stati recuperati frammenti architettonici in marmo ed un'importante iscrizione onoraria risalente al 139 d.C., durante il regno dell'imperatore Antonino Pio. L'epigrafe testimonia un intervento della casa imperiale in città, confermando il legame privilegiato tra Saepinum e l'amministrazione centrale dell'Impero.

Fonti:
archeomedia.net
cultura.gov.it


Torre del Greco, presentate le meraviglie appena scoperte a Villa Sora

Torre del Greco, i resti di Villa Sora (Foto: archeomedia.net)

A Torre del Greco sono stati presentati i risultati delle indagini 2025-2026 a Villa Sora, vale a dire affreschi con ittiocentauro alato, capitelli, cistae plumbee ed un cantiere che era in piena attività al momento dell'eruzione del 79 d.C.
Villa Sora era un complesso di età tardorepubblicana e primo imperiale, affacciato sul Golfo di Napoli, a Torre del Greco. Si tratta di una tra le più sontuose ville di otium di rango senatorio ed imperiale sorte lungo la costa campana.
Venne edificata intorno alla metà del I secolo a.C. e fu oggetto di successivirifacimenti. Si sviluppava lungo la linea di costa con un impianto scenografico articolato su terrazze digradanti verso il mare, per un'estensione stimata di circa 150 metri lungo il litorale.
Le indagini condotte tra il 2025 ed il 2026 sono le prime indagini sistematiche condotte sul sito dopo oltre trent'anni ed hanno preso avvio dalla necessità di messa in sicurezza del fronte nord-est del settore già scavato a cielo aperto tra gli anni '80 e '90, cogliendo nel contempo l'opportunità di ampliare le conoscenze del complesso.
L'intervento si è concentrato sull'ambiente 22, di circa 10 mq ma di eccezionale qualità decorativa, già parzialmente visibile attraverso un cunicolo. I numerosi frammenti di intonaco affrescato di pareti e soffitto attestano un programma decorativo di grande raffinatezza ricondotto al 50 d.C. Le pareti su fondo nero, scandite da fasce in cinabro, presentano il motivo del candelabro metallico in oro animato da aironi. Il soffitto a fondo chiaro era ornato da ghirlande, fregi e figure mitologiche, tra le quali grifi inseriti in un ricco repertorio ornamentale.
Tra i ritrovamenti più eccezionali, i frammenti del soffitto ricompongono la figura di un ittiocentauro alato, una raffigurazione di eccezionale unicità iconografica, trattata non come ornamento accessorio ma come figura protagonisca, ricca di chiaroscuri e lumeggiature, in una posa dinamica e plastica di significativo impatto scenico.
All'interno l'ambiente ospitava tre cistae plumbee finemente decorate, insieme ad elementi architettonici in marmo bianco di elevata qualità. Tra questi ultimi spicca il capitello corinzieggiante con motivo liriforme, rinvenuto in stato di conservazione sorprendente, eseguito interamente a scalpello. La presenza di ulteriori frammenti marmorei e la qualità della lavoraione indicano uno stoccaggio intenzionale di elementi destinati a lavori edilizi in corso: la villa era in pieno cantiere al momento dell'eruzione del 79 d.C.

Fonte:
archeomedia.net


lunedì 25 maggio 2026

Pompei, l'ultimo respiro di un medico

Pompei, alcuni dei calchi delle vittime
(Foto: archeomedia.net)

A Pompei, a distanza di sessant'ani dallo scavo dell'Orto dei Fuggiaschi, una nuova scoperta consente di dare un'identità professionale ad una delle vittime dell'eruzione del Vesuvio del 79 d.C.: era probabilmente un medico, colto dalla tragedia mentre tentava la fuga portando con sé alcuni strumenti del mestiere.
La svolta è arrivata dallo studio di un piccolo astuccio rimasto nascosto all'interno del gesso di un calco umano, rinvenuto durante le indagini dirette da Amedeo Maiuri nel 1961. In quell'area, allora occupata da un vigneto, furono individuati i calchi di quattordici persone sorprese dalla nube piroclastica nel disperato tentativo di mettersi in salvo.
Le recenti analisi sui materiali conservati nei depositi del Parco Archeologico di Pompei hanno riportato alla luce un corredo personale di eccezionale interesse: una piccola cassettina in materiale organico con elementi metallici, una borsa in tessuto con monete in bronzo ed argento ed una serie di strumenti compatibili con un set medico. Le indagini diagnostiche, condotte tramite radiografie e tomografie presso la Casa di Cura Maria Rosaria di Pompei, hanno rivelato all'interno dell'astuccio una lastrina in ardesia - utilizzata per la preparazione di sostanze medicali o cosmetiche - e piccoli strumenti metallici interpretabili come utensili chirurgici. Questi elementi consento di avanzare l'ipotesi che la vittima fosse un medicus, fornendo un raro e prezioso indizio sulla professione esercitata.

Fonte:
Parco Archeologico di Pompei


Gela, rinvenuto un interessante tesoretto di 71 monete

Gela sullo sfondo del tesoretto rinvenuto
(Foto: stilearte.it)

A Gela, in Sicilia, sono state rinvenute 71 monete in ottimo stato di conservazione, risalenti al V secolo a.C.
Il ritrovamento è avvenuto nel sito di Orto Fontanelle, nell'ambito delle attività di archeologia preventiva condotte dalla Soprintendenza ai Beni Culturali di Caltanissetta all'interno del cantiere PNRR per la realizzazione del futuro Palazzodella Cultura.
All'interno di un ambiente annesso ad un sacello è stato individuato un piccolo vasetto contenente un tesoretto monetale di carattere votivo, composto da 71 emissioni: 67 in argento e 4 in bronzo. Le monete risultano attribuibili a tre diverse zecche dell'antica Sicilia: Agrigento, Siracusa e la stessa Gela. Il contesto chiuso ed integro del deposito ne accresce il valore scientifico, offrendo agli studiosi un quadro particolarmente affidabile per l'analisi storica ed economica dell'area in età greca.
L'area di Orto Fontanelle non è nuova a rinvenimenti significativi. Si colloca in una porzione urbana di straordinaria sensibilità archeologica, in una città che, letteralmente, poggia sopra secoli di stratificazioni. Gela era un punto strategico nei traffici marittimi del Canale di Sicilia e nei rapporti con l'entroterra.
Fondata nel 688 a.C. da coloni provenienti da Rodi e Creta, Gela divenne rapidamente una delle più potenti città greche dell'Occidente. Non fu una polis marginale, ma un attore geopolitico di primo piano. Da qui partirono i fondatori di Agrigento (Akragas), una delle città più ricche della Magna Grecia siceliota. Gela sviluppò una propria identità politica, militare e culturale molto forte, segnata dalla presenza di tiranni come Cleandro, Ippocrate e soprattutto Gelone, figura decisiva che trasferì poi il proprio potere a Siracusa, trasformandola in grande capitale del Mediterraneo occidentale.
Nel V secolo a.C., proprio il periodo cui sembrano appartenere le monete appena rinvenute, Gela attraversava una stagione complessa, segnata da equilibri mutevoli, conflitti interni, rapporti competitivi con altre città greche e pressioni provenienti dal mondo cartaginese. La moneta, in questo quadro, non rappresentava soltanto un strumento economico, ma era anche un mezzo di propaganda politica, un marcatore identitario, un oggetto simbolico.
Riguardo alle monete, l'ipotesi avanzata in prima battuta è quella di un deposito votivo, un'offerta collegata a pratiche religiose. L'eccezionale conservazione delle monete lascia supporre una deposizione protetta e stabile. La leggibilità quasi completa degli esemplari potrebbe consentire identificazioni numismatiche precise.
Le tre zecche coinvolte non sono casuali. Gela coniava moneta con una propria iconografia distintiva, spesso legata al cavallo o a simboli identitari urbani. Agrigento, tra le città più opulente del mondo greco occidentale, produceva emissioni di altissima qualità artistica, celebri soprattutto per il granchio, segno distintivo della polis. Siracusa, potenza dominante della Sicilia greca, rappresentava uno dei massimi centri monetari del Mediterraneo, con emissioni oggi considerate capolavori assoluti dell'arte incisoria antica.

Fonti:
ragusah24.it
stilearte.it


sabato 11 aprile 2026

Egitto, identificato il tempio del dio Pelusio

Egitto, le rovine del tempio di Pelusio
(Foto: Ministero del Turismo e delle Antichità)

Dopo sei anni di meticolosi scavi a Tell El-Farama, nel Sinai settentrionale, una missione archeologica ha portato alla luce un raro complesso rituale incentrato sull'acqua. Dedicato alla divinità Pelusio, questo straordinario ritrovamento sta ridefinendo le convinzioni maturate nel tempo sull'antica città di Pelusio e sul suo ruolo nell'antichità. 
La monumentale struttura è caratterizzata da un elaborato sistema idraulico e sottolinea l'importanza della città come centro di innovazione religiosa. La missione archeologica è guidata dal Consiglio Supremo delle Antichità egiziano.
Quando, nel 2019, sono iniziati gli scavi, i ricercatori hanno scoperto solo una porzione di una struttura circolare in mattoni rossi, il che li ha indotti a credere che si trattasse di un edificio destinato al senato civico. Il proseguimento degli scavi, però, ha rivelato una planimetria molto più complessa, con ingressi multipli ed un esteso sistema di drenaggio, che hanno suggerito che in realtà si trattasse di un complesso sacro legato a rituali religiosi che avevano alla base l'acqua.
Al centro del complesso appena scoperto si trova un'enorme vasca circolare di circa 35 metri di diametro. Collegata direttamente al ramo Pelusiaco del Nilo, questa vasca era riempita di acqua ricca di limo associata simbolicamente al dio Pelusio, una divinità locale il cui nome deriva dal termine greco "pelos" che significa "fango".
Attorno alla vasca si snoda un elaborato sistema di canali d'acqua specificamente progettato per il drenaggio. Al centro della vasca, gli archeologi hanno rinvenuto una piattaforma quadrata che probabilmente sorreggeva una statua monumentale della divinità. Questa meraviglia architettonica presenta una straordinaria sintesi di stili, fondendo le antiche tradizioni egizie con influenze ellenistiche e romane.
Le prove archeologiche suggeriscono che il tempio dell'acqua sia rimasto in uso per quasi otto secoli, dal II secolo a.C. al VI secolo d.C., con lievi modifiche nel corso del tempo. Questa lunga durata sottolinea il significato duraturo dei rituali che vi si svolgevano.
Pelusio, situata sul margine orientale del delta del Nilo, era una fortezza di confine di vitale importanza, che proteggeva l'Egitto dalle invasioni provenienti dal mare e dalla Siria. Era famosa per la battaglia di Pelusio del 525 a.C., che vide affrontarsi Persiani ed Egizi.

Fonte:
ancient-origins.net


Bacoli, la villa di Dolabella strappata alla camorra

Bacoli, i resti della villa di Publio Cornelio Dolabella
(Foto: profilo FB di Josi Gerardo Della Ragione)

A Bacoli è stata resa visibile al pubblico una villa marittima di epoca romana emersa nell'area di Villa Ferretti. Il complesso, attribuito al politico e militare Publio Cornelio Dolabella, genero di Marco Tullio Cicerone e figura di rilievo nell'età cesariana, si colloca nel contesto archeologico dell'antica Baia. Si tratta della prima villa marittima romana individuata all'interno di un bene confiscato alla camorra.
Il complesso si articola su più terrazze e si inserisce nel sistema monumentale dell'antica Baia, città costiera oggi in parte sommersa nei fondali del golfo. Le indagini archeologiche, comprese le ricerche subacquee, hanno consentito di individuare ulteriori livelli del complesso che risultano attualmente sommersi e di ampliare la conoscenza dell'organizzazione architettonica della villa.
Le evidenze superstiti delineano la presenza di un vasto complesso monumentale, scenograficamente rivolto verso il mare, la cui linea di costa doveva essere allora notevolmente avanzata rispetto a quanto non appaia oggi, a causa dei fenomeni bradisismici. Probabilmente si tratta di una villa d'otium di grandi proporzioni, con una parte forse destinata ad attività produttive.
Ciascun livello è caratterizzato dalla presenza di una sequenza di ambienti paralleli, alcuni dei quali con soffitti voltati, destinati al soggiorno, altri collegati all'utilizzo di riserve d'acqua, immagazzinate in cisterne. La villa si estende su un fronte lineare di oltre 120 metri e digrada per oltre 100 metri verso il mare aperto, fino a 6 metri al di sotto dell'attuale livello del mare.
Publio Cornelio Dolabella nacque intorno all'85 a.C. in una delle più antiche e prestigiose famiglie patrizie di Roma, la gens Cornelia. Le fonti lo descrivono come incline agli eccessi, gravato di debiti e protagonista di una vita pubblica spesso spregiudicata. Per sottrarsi ai creditori adottò una strategia non insolita nella tarda Repubblica: si fece adottare da una famiglia plebea, mutando formalmente status sociale per poter accedere al tribunato della plebe, magistratura preclusa ai patrizi.
Il suo nome si lega in modo diretto a quello di Marco Tullio Cicerone, di cui sposò la figlia Tullia nel 50 a.C. Il matrimonio, però, si rivelò infelice e si concluse con il divorzio pochi anni dopo, segnato successivamente anche dalla morte prematura della giovane.
Durante la guerra civile tra Giulio Cesare e Pompeo, Dolabella si schierò con Cesare e venne ricompensato con incarichi e favori, ma sua carriera rimase segnata da comportamenti controversi. Nel 44 a.C., anno della morte di Cesare, ottenne il consolato, se pure in circostanze politicamente turbolente - e si trovò coinvolto nelle complesse dinamiche del potere post-cesariano.
Dopo la morte di Cesare, Dolabella ottenne il governo della Siria. Qui la sua azione politica e militare fu particolarmente dura: si rese responsabile del saccheggio di diverse città e della repressione violenta di oppositori, tra i quali il filosofo stoico Publio Clodio Pulcro e altri esponenti delle fazioni avverse. La sua condotta gli alienò molti consensi ed attirò l'ostilità del Senato.
Nel 43 a.C. Dolabella fu assediato nella città di Laodicea, in Siria. Di fronte alla sconfitta imminente, scelse il suicidio, secondo un modello di comportamento coerente con l'etica aristocratica romana in situazioni di disonore o cattura.
Il nome "Dolabella" è un cognomen, vale a dire un soprannome ereditario all'interno della gens Cornelia. Deriva dal termine latino "dolabra", che indicava una sorta di piccone o ascia da lavoro, strumento utilizzato sia in ambito agricolo che militare. Il suffisso diminutivo -ella suggerisce un significato letterale di "piccola ascia" o "piccone leggero".
Come molti cognomina romani, anche "Dolabella" nacque probabilmente come soprannome riferito ad una caratteristica fisica, a un'attività o ad un episodio legato ad un antenato. Nel tempo il termine perse il suo valore descrittivo originario per diventare un segno distintivo di un ramo familiare.

Fonti:
finestresullarte.info
sabapmetropolitanana.cultura.gov.it
stilearte.it 

sabato 4 aprile 2026

Basilicata, individuato il luogo dove sorgeva il teatro di Herakleia

Basilicata, il teatro di Herakleia (Foto: Musei Nazionali
di Matera/Direzione Regionale Musei nazionali della
Basilicata)

Una nuova scoperta arricchisce la conoscenza della Magna Grecia in Basilicata. A Policoro, nel cuore dell'antica città greca di Herakleia, gli archeologi hanno individuato i resti dell'antico teatro della polis, uno degli edifici più significativi dell'urbanistica delle città greche.
Herakleia fu fondata da Taranto nel 433 a.C. sulla costa ionica lucana e nel giro di pochi decenni divenne uno dei centri più prosperi e influenti della Magna Grecia.
Nel corso del tempo le campagne di scavo condotte nell'area hanno restituito una grande quantità di dati archeologici, contribuendo a delineare l'immagine di una città articolata e ricca di strutture pubbliche e private. Gli scavi hanno portato alla luce quartieri residenziali, strade, santuari e numerosi spazi pubblici che testimoniano la complessità dell'organizzazione urbana e il ruolo centrale svolto da Herakleia nei rapporti commerciali e culturali del Mediterraneo antico. Nonostante decenni di ricerche, tuttavia, nella carta archeologica della città mancava ancora uno degli edifici simbolo della polis greca: il teatro.
Grazie alle nuove ricerche è stato possibile individuare con certezza l'area occupata dall'antico teatro della città. La scoperta rappresenta un tassello fondamentale per la comprensione dell'assetto urbanistico della polis ed apre nuove prospettive di studio sulla vita culturale e sociale della comunità di Herakleia.

Fonte:
finestresullarte.info 


Saepinum, riemergono le evidenze di una domus imperiale

Il parco archeologico di Sepino (Foto: Ministero della
Cultura)

Una nuova fase di indagini archeologiche nel sito di Saepinum, nell'area di Altilia, in provincia di Campobasso, restituisce un quadro più articolato dell'evoluzione urbana della città antica. Le ricerche, condotte tra il 2023 ed il 2025 grazie anche ai finanziamenti del Ministero della Cultura, hanno portato alla luce strutture e materiali che contribuiscono a ridefinire la storia del centro molisano.
Uno dei risultati più importanti riguarda il settore urbano di Porta Bojano, già oggetto di indagini sistematiche negli anni Cinquanta sotto la direzione del soprintendente Valerio Cianfarani. Le nuove campagne di scavo hanno consentito di riaprire lo studio dell'area, riportando alla luce una domus di notevole rilievo, caratterizzata da un ingresso monumentale affacciato sul decumano, una delle principali arterie della città romana, orientata in senso est-ovest.
L'edificio presenta un articolato palinsesto architettonico che documenta una lunga continuità di frequentazione, dalla prima età imperiale fino al VI secolo d.C. La complessità delle strutture e l'estensione della domus, che supera i limiti dell'area attualmente indagata, confermano le dimensioni monumentali già ipotizzate attraverso precedenti indagini geofisiche.
Le evidenze materiali permettono di ricostruire le diverse fasi di vita del complesso. Le testimonianze più antiche, riconducibili all'età augustea e tiberiana, comprendono antefisse architettoniche e ceramiche che indicano un elevato livello qualitativo della residenza già nel I secolo d.C. Nei secoli successivi, fino al III secolo d.C., la presenza di ceramiche comuni e sigillate africane d'importazione segnala l'inserimento di Saepinum nei circuiti commerciali del Mediterraneo. Nella tarda antichità, tra il IV ed il VI secolo d.C., si registra, invece, una trasformazione funzionale degli ambienti, destinati ad attività produttive o di stoccaggio.
Tra i rinvenimenti si annoverano lucerne in terracotta, un raro bruciaprofumi, contenitori ceramici di piccole dimensioni ed oggetti personali in bronzo, tra i quali anelli ed una chiave di scrigno. A questi si affianca il recupero di un grande contenitore in piombo appartenente ad un sistema domestico per il riscaldamento dell'acqua. Il recipiente, di forma cilindrica, è decorato in rilievo con motivi solari stilizzati e teste di Gorgone, e costituisce una testimonianza delle tecnologie idrauliche adottate nelle residenze di alto livello del mondo romano, anche alla luce dei frammenti di tubature e valvole rinvenuti nello stesso contesto.
La campagna del 2025 ha arricchito il quadro con il recupero di frammenti architettonici in marmo e di un'iscrizione onoraria datata al 139 d.C., durante il regno dell'imperatore Antonino Pio. L'epigrafe documenta un intervento diretto della casa imperiale nella città confermando il rapporto privilegiato tra Saepinum e l'amministrazione centrale dell'Impero.
Il cardo, asse viario principale orientato in senso nord-sud, è stato oggetto di un'analisi stratigrafica che ha consentito di documentarne la continuità d'uso anche nelle fasi successive alla fine dell'età antica. Tra i rinvenimenti più notevoli figura un tesoretto di monete databile al V secolo d.C., individuato in un livello riferibile alla fase di occupazione bizantina della città.

Fonte:
finestresullarte.info 


Castel di Guido, emergono i resti di una ricca villa romana

Castel di Guido, resti della villa imperiale (Foto: archeomedia.net) Un'importante villa suburbana di età imperiale , tra le più estese ...