domenica 27 settembre 2026

Vulci ed i suoi tesori, emerge una grande sepoltura con un corredo quasi intatto

Vulci, nuovi scavi archeologici
(Foto: ritorno a Vulci 2026)

Una nuova campagna di scavi nella necropoli della Polledrara, nell'antica città etrusca di Vulci, ha riportato alla luce un importante complesso funerario di età orientalizzante. Al centro della scoperta la Tomba della Camera di pietra, un monumentale sepolcro che offre nuove informazioni sull'aristocrazia vulcente alla fine del VII secolo a.C.
Le indagini, svolte nell'ambito del progetto internazionale "Ritorno a Vulci", hanno consentito di individuare nuovamente il recinto circolare riconducibile al cosiddetto Tumulo Gsell, già portato alla luce dall'Ecole française de Rome nel 1889, ma rimasto finora privo di uno scavo completo.
La Tomba della Camera di pietra è un grande ambiente funerario che permette di ampliare le conoscenze sull'aristocrazia di Vulci alla fine del VII secolo a.C. Si tratta di una fase cruciale nella storia della città etrusca, caratterizzata da una notevole prosperità economica e da intensi rapporti e scambi con il mondo mediterraneo.
Sebbene il sepolcro sia stato interessato da diverse incursioni clandestine durante il XX secolo, le recenti indagini archeologiche hanno evidenziato un sorprendente stato di conservazione delle strutture architettoniche interne. Un elemento di particolare interesse è rappresentato dalle pareti di contenimento della camera principale, costruite con grandi blocchi di nenfro, una pietra vulcanica ampiamente utilizzata nell'architettura dell'Etruria.
La monumentalità della struttura restituisce l'immagine di un complesso funerario di grande importanza, ricavato direttamente nei depositi naturali formatisi lungo l'antico corso del fiume Fiora. Il ricco corredo emerso comprende: importazioni di pregio ed artigianato locale quali ceramiche greche di produzione attica e corinzia, affiancate da raffinati vasi locali in impasto decorato e nel classico bucchero nero; simboli di status e potere: armi in metallo, elementi appartenenti ad un antico carro da guerra, obeloi (spiedi per la cottura delle carni), lamine d'oro e di bronzo, oltre a finissimi oggetti lavorati in osso e avorio; ornamenti personali come diversi accessori di abbigliamento, tra cui spicca una rarissima calzatura femminile, straordinario reperto di costume dell'epoca.
Particolarmente sorprendenti sono i ritrovamenti nelle camere laterali rimasti pressoché intatti nelle loro posizioni originarie. Gli archeologi hanno recuperato un tripode in bronzo associato a una lucerna in gesso alabastrino (probabilmente proveniente dal bacino del Mediterraneo orientale, tra Naucrati e Rodi) e un servizio da banchetto in una rara classe ceramica locale. Il servizio include phialai, olpai, hydriai e dinoi riccamente decorati con motivi policromi, una grattugia per la preparazione rituale del vino speziato ed una coppa policroma in stile ionico.

Fonti:
finestresullarte.info
ilgiornaledellarte.com


Turchia, interpretato un frammento del trattato di pace di Kadesh

Turchia il frammento del trattato di pace di Kadesh
(Foto: Ministero della Cultura della Turchia)
Nell'antica capitale ittita di Hattusa, nell'odierna provincia turca di Corum, è stato identificato un nuovo frammento del trattato di pace di Kadesh, uno dei più importanti documenti della storia della diplomazia. Il reperto, rinvenuto durante gli scavi nell'area archeologica di Bogazkoy/Hattusa, è il risultato appartenere ad una delle copie in lingua accadica dell'accordo stipulato tra il re ittita Hattusili III ed il faraone egizio Ramses II.
Il frammento della tavoletta in caratteri cuneiformi è stato rinvenuto a Buyukkale, l'area in cui sorgeva il palazzo reale ittita, nei pressi dell'edificio denominato "E". La tavoletta, conservata su un lato, è stata sottoposta a circa un anno di analisi scientifiche dettagliate, al termine delle quali è stata riconosciuta come parte di una delle copie del trattato.
Il testo conserva alcune righe relative agli articoli 12-20 dell'accordo, dedicati al trattamento delle persone che lasciavano uno dei due Paesi per rifugiarsi nell'altro. Il frammento presenta diverse lacune e parti spezzate, ma nelle sezioni leggibili sono menzionate persone provenienti dall'Egitto e dal Paese di Hatti. Il testo contiene, inoltre, riferimenti alla necessità di evitare la distruzione delle abitazioni.
La regola di base era piuttosto semplice: i fuggitivi andavano riconsegnati. Subito dopo, però, il testo mette alcuni paletti alla sorte di chi tornava nelle mani del proprio sovrano. Nelle copie già note del trattato compare una clausola molto esplicita: al fuggitivo riconsegnato non dovevano essere mutilati occhi, bocca, piedi ed altre parti del corpo. Nemmeno moglie, figli e case dovevano essere distrutti.
L'accordo venne concluso durante il regno di Hattusili III, successore di Muwatalli, nel ventunesimo anno di regno di Ramses II, generalmente collocato intorno al 1250 a.C.
Il trattato di Kadesh è noto attraverso diverse testimoniante. La versione egizia fu incisa in geroglifici sulle pareti di alcuni templi in Egitto, mentre i frammenti delle copie in lingua accadica su tavolette d'argilla furono rinvenuti ad Hattusa durante le prime campagne di scavo condotte tra il 1906 ed il 1912. I reperti già identificati sono oggi conservati nelle collezioni dei Musei Archeologici di Istanbul, del Museo delle Civiltà Anatoliche di Ankara, del Museo del Vicino Oriente di Berlino e del Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo. 
Il trattato di Kadesh mise formalmente fine ad una lunga fase di rivalità tra le due grandi potenze del Vicino Oriente. L'accordo prevedeva il mantenimento della pace e della non aggressione, oltre a forme di assistenza militare reciproca e disposizioni sull'estradizione dei fuggitivi.

Fonti:
finestresullarte.info
greenme.it


Siponto rinvenute sepolture medioevali

Siponto, lo scheletro femminile rinvenuto negli scavi di una
necropoli medioevale (Foto: ilgiornaledellarte.com)

A Siponto, a pochi chilometri da Manfredonia, gli scavi archeologici stanno restituendo una pagina inedita della storia medioevale della città. Nell'area dell'antico porto, gli archeologi dell'Università di Bari e Foggia hanno individuato una struttura muraria lunga circa trenta metri, al cui interno è emerso un vero e proprio cimitero, con una trentina di sepolture che, secondo le prime analisi, risalgono al XII-XIII secolo.
Tra le tombe, in gran parte appartenenti ad adulti, ne sono state rinvenute alcune di bambini. Particolarmente significativa è la sepoltura di una donna la cui età è stata approssimativamente tra i 30 ed i 40 anni, deposta assieme ad un bambino di circa 4-5 anni. La donna lo stringe a sé con il braccio destro. Il ritrovamento è stato illustrato all'Ansa dall'archeologo Giuliano Volpe, docente dell'Università di Bari. C'è ancora molta cautela nel considerare il ritrovamento come quello di una madre e di un figlio.
Le indagini future cercheranno di gettare luce sulla funzione della struttura che ospitava le sepolture per verificare anche l'eventuale presenza di un edificio di culto.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


venerdì 25 settembre 2026

Pirgy, il volto di Uni

Pyrgi, il volto della dea Uni appena ritrovato
(Foto: Anticae Viae)
Nell'area del tempio B del santuario etrusco di Pyrgi, durante la campagna di scavo in corso condotta dall'Università di Roma La Sapienza, è emerso un nuovo frammento di antefissa con il volto della dea Uni.
Le antefisse erano elementi in terracotta che decoravano i bordi dei tetti dei templi, coprendo le estremità delle tegole: una funzione architettonica ed al tempo stesso di devozione, perché il volto della divinità presidiava il limite del sacro. Trovarlo qui, nel tempio che le fu consacrato, ha una coerenza che raramente l'archeologia restituisce con tale precisione.
Il tempio B fu dedicato ad Uni alla fine del VI secolo a.C. da Thefarie Velianas, supremo magistrato di Caere: lo sappiamo dalle celebri lamine d'oro di Pyrgi, tre placche inscritte in etrusco e fenicio, conservate nel Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. Il nuovo frammento si aggiunge al dossier di uno dei santuari più documentati e più discussi del mondo etrusco.
Pyrgi era il porto principale di Caere, una delle città etrusche più potenti del Lazio. Il suo santuario, con tre templi ed un'area sacra di eccezionale ricchezza, era frequentato da Etruschi, Fenici e Greci, crocevia di devozioni e commerci. Le lamine d'oro redatte in due lingue, attestano un'alleanza politico-religiosa tra Caere e Cartagine nel momento di massima tensione nel Tirreno. Trovare il volto di Uni nel luogo esatto in cui Thefarie Velianas la onorò oltre duemila anni fa non è un dettaglio: è la chiusura di un cerchio.

Fonte:
Anticae Viae

venerdì 18 settembre 2026

Pontecagnano, emerge una rara tomba a cubo del VI secolo a.C.

Pontecagnano Faiano, la tomba a cubo appena scoperta
(Foto: archeomedia.net)

Durante le indagini di archeologia preventiva condotte in vista della realizzazione di un complesso edilizio privato, è emersa una rara tomba a cubo del VI secolo a.C. nel cuore della moderna Pontecagnano Faiano, in provincia di Salerno. La tomba restituisce un importante tassello della necropoli occidentale dell'antico insediamento etrusco.
Nel settore meridionale dell'area sono state individuate quattro sepolture, databili alla prima metà del VI secolo a.C. Alcune sono parzialmente compromesse dalla presenza di un moderno impianto fognario. Si distingue, tra le altre, la tomba 10188, sia per tipologia che per corredo.
La sepoltura era costituita da una struttura parallelepipeda in travertino, chiusa da una lastra di copertura. Al suo interno è stato rinvenuto un cratere figurato prodotto a Corinto, utilizzato come cinerario per le ossa combuste del defunto. Si tratta di una cosiddetta tomba "a cubo", tipologia diffusa soprattutto nella Campania settentrionale, ma molto rara a Pontecagnano. Prima di questa scoperta erano note soltanto altre due tombe, la 1840 e la 9954, entrambe conservate ed esposte al Museo Archeologico Nazionale "Gli Etruschi di frontiera", nella stessa Pontecagnano Fagnano.
Secondo gli archeologi, diversi elementi suggerirebbero che la sepoltura appartenesse ad un personaggio di rango elevato. Ad indicarlo sono sia la particolare struttura della tomba, sia il rituale dell'incinerazione con l'impiego, come urna, di un cratere ma soprattutto la raffinata decorazione del recipiente, importato direttamente dalla Grecia.

Fonte:
archeomedia.net


sabato 22 agosto 2026

Aspendos, la città di Asclepio. Trovata una scultura del dio e di suo figlio Telesforo

Aspendos, volto della statua di Asclepio
(Foto: Ministero turco della Cultura e del Turismo)

Una nuova scoperta archeologica ad Aspendos, in Turchia meridionale, aggiunge un importante tassello alla conoscenza della vita religiosa e sociale della città in epoca romana. Gli archeologi hanno portato alla luce un gruppo scultoreo in marmo dedicato ad Asclepio, il dio greco della medicina e della guarigione, raffigurato insieme al figlio Telesforo, personaggio associato alla salute ed alla convalescenza. Il reperto è stato datato dagli archeologi all'ultimo quarto del II secolo d.C. 
La statua, alta 2,2 metri, restituisce l'immagine di una divinità dall'aspetto solenne. La parte superiore del corpo è per lo più scoperta, mentre l'himation, il tradizionale mantello greco, è appoggiato sulla spalla sinistra. Il tessuto scende lungo il corpo formando ricche pieghe intorno alla vita ed alle gambe, secondo una resa che sottolinea la maestria degli scultori antichi.
Ai piedi della divinità compare Telesforo, rappresentato in dimensioni molto più ridotte rispetto ad Asclepio. La figura, dall'aspetto infantile, è immediatamente riconoscibile per il lungo abito con cappuccio che ne avvolge completamente il corpo.
E' molto importante il fatto che entrambe le figure siano sopravvissute insieme e in gran parte intatte. Asclepio e Telesforo vengono spesso rinvenuti separatamente, danneggiati o del tutto assenti dai reperti archeologici, il che costringe gli studiosi a ricostruire gli studiosi a ricostruire la coppia sulla base dei frammenti e fonti scritte. Il fatto di avere entrambe le figure in un unico gruppo sostanzialmente completo offre ai ricerchi qualcosa di ancora più raro: l'opportunità di studiare l'intero arco simbolico delle antiche credenze sulla guarigione esattamente come lo avrebbe visto un pubblico dell'antichità.
Significativo è anche il luogo del ritrovamento. Il gruppo scultoreo è stato rinvenuto tra i resti della Porta Monumentale collegata alla Piazza Orientale di Aspendos. La posizione suggerisce che la scultura non fosse destinata ad un ambiente privato, ma fosse esposta in uno spazio pubblico di particolare importanza, probabilmente legato alla vita cerimoniale della città.
Il gruppo di Asclepio e Telesforo si inserisce, dunque, nel più ampio panorama della religiosità dell'Aspendos romana e mostra come tradizioni greche legate alla medicina continuassero a trovare spazio nella società dell'epoca. Il ritrovamento, oltre al valore artistico delle sculture rappresenta, quindi, una valida testimonianza della vita quotidiana, delle credenze e delle pratiche sociali di una delle maggiori città dell'antica Anatolia.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com



Turchia, gli stateri di Aspendos


Uno statere di Aspendos (Foto: Wikipedia)

Potrebbero essere quelli di un lottatore di oltre 2400 anni fa i resti che sono stati riesumati ad Aspendos, antica città della Panfilia, nell'odierna Turchia meridionale. 
Un'équipe di archeologi ha individuato uno scheletro all'interno di un sarcofago formato da lastre di pietra, in una necropoli finora poco conosciuta, situata fuori dall'abitato. La sepoltura è stata datata, con ogni probabilità, tra il 475 ed il 300 a.C.
A rendere particolarmente interessante la scoperta sono alcuni oggetti deposti nella tomba, tra i quali alcune monete d'argento, i cosiddetti stateri di Aspendos. Su una delle facce è raffigurata una coppia di lottatori nudi impegnati nel combattimento, immagine che compare molto frequentemente nella monetazione della città. Secondo Mehmet Nuri Ersoy, il ministro turco della Cultura e del Turismo, la presenza di queste monete e degli altri reperti potrebbe indicare che la persona sepolta avesse un legame con lo sport, forse addirittura che fosse un lottatore professionista. Per il momento non esistono, però, prove definitive che consentano di identificare lo scheletro con un atleta.
Aspendos, fondata da coloni greci e sviluppatasi come importante centro commerciale, era dotata di strutture destinate all'attività fisica e alle competizioni. In epoca romana disponeva, inoltre, di un grande stadio, capace di accogliere migliaia di spettatori per gare di corsa, lancio del giavellotto e combattimenti.
Gli stateri con i due lottatori furono coniati per un periodo molto lungo e testimoniano quanto questa disciplina permeasse la stessa identità civica della città. Non si tratta, quindi, solo di un dettaglio decorativo: la ripetizione del motivo nella monetazione suggerisce l'importanza attribuita allo sport nella società locale.
La necropoli orientale, in cui è stata individuata la sepoltura, si trova lungo un'antica strada che dalla zona delle mura conduceva verso il teatro. La scoperta è significativa anche perché il periodo "classico" di Aspendos è ancora relativamente poco documentato dal punto di vista archeologico.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


Egitto, scoperte nuove tombe nell'oasi di Bahariya

Egitto, veduta degli scavi a Bahariya
(Foto: ilgiornaledellarte.com)

Una missione egiziana ha portato alla luce tre tombe nel sito di Sheikh Sobi, nell'oasi di Bahariya, nel deserto occidentale del Paese. Le sepolture appartengono a periodi differenti e contengono mummie, sarcofagi e altri reperti che potrebbero contribuire a ricostruire aspetti della vita e delle pratiche funerarie della comunità che abitò la regione.
La missione archeologica è guidata da Sabri Farag, direttore generale delle antichità dell'oasi di Bahariya.
Il sito di Sheikh Sobi ospita numerose tombe appartenenti a sovrani e sacerdoti del periodo tardo della civiltà faraonica. Le nuove sepolture aggiungono ulteriori elementi ad un quadro archeologico già ricco e mostrano come l'area si stata utilizzata per scopi funerari anche in epoche successive. La prima delle tre tombe rinvenute risale al Periodo Tardo e presenta un pozzo quadrato profondo circa tre metri, da cui si accede a due camere funerarie. Nella camera occidentale, una piccola stanza rettangolare, gli archeologi hanno trovato un sarcofago in pietra calcarea collocato direttamente sul pavimento. All'interno si trovava una mummia avvolta in bende di lino. Secondo Farag, la disposizione del sarcofago è coerente con le caratteristiche di altre tombe del sito datate alla XXVI Dinastia, una fase della storia egiziana compresa tra il VII ed il VI secolo a.C.
Sul lato settentrionale del pozzo si trova una seconda camera, più grande e anch'essa di forma rettangolare. Gli archeologi ritengono che possa essere stata destinata alla sepoltura di altri membri della stessa famiglia, suggerendo l'esistenza di un complesso funerario condiviso.
Le altre due tombe appartengono invece all'epoca romana. Una presenta una struttura a pozzo con caratteristiche riconducibili ad un modello a scala: un ingresso conduce ad un piccolo ambiente, inserito all'interno di una struttura rettangolare. In base alle evidenze archeologiche raccolte durante gli scavi, gli studiosi ritengono che questa tomba non sia mai stata effettivamente utilizzata per le sepolture. L'assenza di decorazioni e le caratteristiche architettoniche hanno portato a collocarla in epoca romana. Anche questa sepoltura potrà offrire informazioni sulla continuità delle tradizioni funerarie dell'oasi in un periodo profondamente diverso da quello faraonico.
La terza tomba presenta una struttura più articolata. E' costituita da un pozzo rettangolare con, con un ingresso nella parte inferiore che conduce ad una piccola camera priva di copertura. Secondo gli archeologi, questo ambiente potrebbe essere stato utilizzato durante il rito funerario per accogliere temporaneamente la mummia prima del suo trasferimento nella collocazione definitiva, all'interno di una delle camere della tomba. La camera conduce ad altri due ambienti. Il primo, sul lato meridionale, conteneva frammenti di un sarcofago in terracotta. Il secondo, collocato sul lato orientale, conservava, invece, un sarcofago in pietra calcarea, del quale mancavano alcune parti del coperchio.
Interessante è la presenza di quattro piccoli ingressi disposti sui lati est, nord ed ovest del pozzo. Gli scavi condotti presso l'ingresso orientale hanno permesso di individuare una sepoltura laterale. Al suo interno è stato trovato un sarcofago cilindrico in terracotta, frammentato in diversi pezzi. Il coperchio presenta una raffigurazione di un volto umano dai tratti ben definiti, un elemento che aggiunge particolare interesse alla scoperta e fornisce ulteriori informazioni sulle pratiche funerarie dell'epoca.
Particolarmente interessante è il carattere artistico dei reperti provenienti da Bahariya. L'egittologo Hassan Selim sottolinea come gli artisti locali non seguissero sempre in modo rigoroso i modelli tradizionali dell'arte egizia. Le precedenti missioni archeologiche avevano individuato nelle tombe raffigurazioni di persone facoltose rappresentate come sacerdoti, mentre le iscrizioni hanno restituito informazioni sulla vita quotidiana e sulle divinità venerate nella regione.
Tra i reperti recuperati figura una variegata raccolta di vasi in ceramica, piccole bottiglie e piatti di forme e dimensioni differenti. Sono state rinvenute diverse tavolette votive in calcare e arenaria, insieme a numerose piccole statuette votive realizzate in terracotta cotta. Tra queste sono presenti statuette raffiguranti figure materne e altre caratterizzate da forme animali rielaborate.
Il complesso archeologico di Sheikh Subi, considerato uno dei siti più importanti dell'oasi, comprende anche il tempio Bawiti, costruito durante la XXVI Dinastia dal governatore dell'oasi di Bahariya, Djed Khonsu-Iuf-Ankh, in onore del re Ahmose II.
Già nel giugno scorso, sempre a Bahariya, erano stati individuati nuovi elementi architettonici del tempio dell'Antico Qasr, tra cui una camera in arenaria e blocchi iscritti con il nome e i titoli del faraone Psamtik I.

Fonti:
ilgiornaledellarte.com
finestresullarte.com

venerdì 21 agosto 2026

Egitto, la misteriosa città-fortezza di Mesen

Egitto, frammenti di un'architrave dell'epoca di Ramses
che recano il nome di Mesen (Foto: stilearte.it)

Un'architrave con il nome di Ramses II e di Horus, signore di Mesen, riporta al centro della ricerca un'antica città di frontiera egiziana. Presso il santuario di una città antichissima sono emerse anche le tracce di una lunga storia militare, fino al castrum romano e alle fornaci che distrussero il complesso monumentale.
Di Mesen, citata nelle fonti come luogo di potente e gloriosa manifestazione del dio Horus, s'erano perse le tracce. Ora gli archeologi egiziani, pure con molta prudenza, ipotizzano che i resti di un insediamento soprattutto militare, e di un importante tempio, appartengano proprio alla città perduta. Il nome della città appare in un'iscrizione su parte di un architrave portato alla luce in questi giorni.
Mesen apparteneva ad un sistema militare e propagandistico dell'Egitto verso l'Asia. Chi arrivava alla frontiera incontrava un paesaggio costruito per impressionare: mura, strade monumentali, soldati, edifici imponenti e, soprattutto, il santuario di Horus, il grande dio falco della regalità, della guerra e della vittoria. Horus incarnava la forza del sovrano e la sua capacità di sconfiggere i nemici. Un grande tempio dedicato a Horus, collocato accanto alle fortificazioni, poteva dunque trasformare la frontiera in una rappresentazione visibile della potenza egiziana.
Le fonti antiche ricordano Mesen proprio attraverso il culto di Horus e la collegano alla regione della grande strada militare verso il Sinai ed il Levante. Mesen poteva essere una città-porta, dove architettura, religione e apparato militare costruivano insieme l'immagine della superiorità dell'Egitto sulla frontiera.
Il nome di Mesen è inciso sulla pietra. Ed è proprio questo nome a rendere particolarmente interessante la nuova campagna archeologica condotta a Tell Abu Saifi, presso Qantara Sharq, nel governatorato di Ismailia, sulla riva orientale del Canale di Suez. Il sito si trova a circa 150-155 chilometri a nordest del Cairo, in uno dei punti più delicati dell'antica frontiera egiziana.
Gli archeologi della missione egiziana hanno recuperato un grande frammento di architrave in arenaria, spezzato in due parti e decorato su tre lati. L'iscrizione contiene i titoli di Ramses II e fa riferimento a lavori di restauro eseguiti su una statua di Horus, signore della città di Mesen. Il significato della citazione è importante perché consente di ipotizzare che la statua del dio fosse collocata proprio nella città perduta. Il faraone volle sottolineare, attraverso il restauro della statua stessa, il recupero del controllo pieno, anche culturale, della porta di accesso, da Oriente, all'Egitto.
Il reperto è importante perché Tell Abu Saifi è da tempo coinvolta nella discussione sulla localizzazione di Mesen e sulla geografia dell'antica Via di Horus, la grande direttrice che dall'Egitto conduceva verso il Sinai e il Levante. Lungo il suo percorso si concentravano fortificazioni, stazioni di rifornimento, punti di controllo e strutture necessarie al movimento delle truppe.
Le fonti del Nuovo Regno ricordano una successione di fortezze lungo questa direttrice. Un rilievo di Seti I a Karnak rappresenta e nomina alcune delle fortificazioni sulla Via di Horus. Il percorso usciva dall'Egitto attraverso una città fortificata collegata al sistema idrico del Delta. Studi sulla viabilità del nord Sinai in età greco-romana hanno collegato questa antica direttrice all'area di Qantara e, nelle ricostruzioni tradizionali, a Tjaru, Sele o Sile.
La cosa divenne ancora più complessa quando il paesaggio del Delta cambiò. Il corso dei rami del Nilo e la linea costiera si modificarono nel corso dei secoli, alterando i rapporti fra i centri e la frontiera. Il Ministero egiziano ricorda proprio questo processo per spiegare lo spostamento dell'importanza strategica dall'area di Tell Heboua, associata alla città faraonica di Tharu, verso Tell Abu Saifi.
In età tolemaica Tell Abu Saifi diventa un grande complesso fortificato. Le ricerche hanno individuato una strada in lastre calcaree lunga più di 100 metri e larga circa 11 metri, che dall'ingresso orientale conduceva verso il cuore del sito. Ai lati sono stati trovati oltre 500 cerchi di argilla, interpretati come alloggiamenti per alberi che formavano un ingresso alberato alla fortezza. Sotto la strada romana è stata riconosciuta una precedente pavimentazione di età tolemaica.
Roma eredita una frontiera già organizzata dagli Stati precedenti. Dopo l'annessione dell'Egitto nel 30 a.C., il controllo della fascia orientale diventa parte del sistema di sicurezza della nuova provincia. La strada verso Pelusium, Qantara e il Sinai mette in comunicazione il Delta con uno dei principali corridoi verso la Siria e la Palestina. Pelusium, sulla costa mediterranea, costituisce uno dei grandi punti strategici della regione: le sue vie militari la collegano sia con l'interno dell'Egitto sia con la costa levantina.
Pelusium controlla l'accesso nordorientale al Delta; Qantara presidia il passaggio verso il Sinai; più ad est la Via di Horus prosegue verso le stazioni di frontiera e quindi verso Rafah e Gaza. Tell Abu Saifi si inserisce in questo dispositivo. Anche un millennio dopo Ramses II il luogo è rimasto cruciale, le testimonianze romane qui sono, infatti, numerose. Uno studio dedicato alle arti e ai materiali di Tell Abu Saifi nel periodo greco- romano segnala ceramiche locali e importate, monete, manufatti in pietra, vetri ed iscrizioni. Una delle iscrizioni è datata al 288 d.C. e riguarda un'unità militare romana stanziata a Tell Abu Saifi, allora identificata come Sila. Un'altra iscrizione greca su calcare conserva informazioni sull'organizzazione dell'esercito romano nella fortezza.
La data del 288 d.C. è particolarmente utile perché porta la presenza militare in una fase precisa dell'impero, quando la frontiera egiziana è sottoposta a crescente riorganizzazione. La missione ha individuato alloggi per i soldati, inseriti nell'area della fortezza romana. Il sito, oltre mura e torri, conserva gli spazi della vita quotidiana della guarnigione. Il Ministero egiziano collega queste abitazioni alla presenza militare durante il periodo degli imperatori Diocleziano e Massimiano.
Nel Sinai e nel Delta orientale la funzione dei forti, delle torri e delle stazioni lungo le piste desertiche aveva la funzione di controllare le vie di comunicazione attraverso una presenza militare distribuita sul territorio. A Tell Abu Saifi questa funzione diventa particolarmente evidente nel III secolo d.C., quando parti del complesso vengono riutilizzate per un castrum romano. Tale trasformazione è leggibile anche attraverso la viabilità. La strada romana, più stretta di quella tolemaica sottostante, conduce verso il cuore dell'insediamento. La nuova organizzazione risponde ad esigenze differenti da quelle del grande complesso monumentale precedente.
Nella fase tarda dell'Età romana l'area diventa anche un centro di produzione della calce viva. Gli archeologi hanno individuato quattro grandi fornaci. La loro posizione è particolarmente significativa: furono realizzate sopra l'area monumentale del santuario. Il materiale lapideo degli edifici veniva recuperato e trasformato in calce, distruggendo sistematicamente gran parte delle strutture in pietra del complesso.

Fonte:
stilearte.it


Betiga, i mosaici del complesso di Sant'Andrea ed i dedicanti

Croazia, particolare di uno dei mosaici rinvenuti
(Foto: ilgiornaledeallarte.com)

Nel complesso di Sant'Andrea a Betiga, nell'Istria croata, sono tornati alla luce mosaici paleocristiani del V secolo d.C. rimasti protetti per quasi mezzo secolo.
Tra le iscrizioni compare quella di Feliciano e Ingenua, che si definiscono peccatores nimis, grandi peccatori, e dichiarano di aver finanziato l'opera in onore dei santi.
Non sappiamo quasi nulla delle vite di Feliciano ed Ingenua, sappiamo, però, che contribuirono alla realizzazione di uno dei primi edifici cristiani del sito.
Il mosaico è tornato visibile durante una nuova campagna di ricerca condotta dal Museo Archeologico dell'Istria, quasi cinquant'anni dopo gli scavi sistematici degli anni Settanta. Si tratta, quindi, di una riscoperta: i pavimenti erano stati riportati alla luce tra il 1975 ed il 1979 e successivamente protetti. La tecnologia dell'epoca non era in grado di analizzarli e documentarli come è possibile fare ora attraverso la scansione laser, la fotogrammetria e la modellazione tridimensionale.
Il nucleo più antico del complesso è una cappella commemorativa trilobata, costruita all'inizio del V secolo attorno alla tomba di un santo del quale non si conosce l'identità. E' qui che compare l'iscrizione di Feliciano ed Ingenua. La coppia potrebbe aver finanziato il pavimento musivo e forse aver avuto un ruolo più ampio nella costruzione stessa della cappella. Potrebbe darsi anche che la struttura non fosse inizialmente consacrata specificamente a Sant'Andrea. Questa dedicazione è documentata solo più tardi, attraverso un'iscrizione lapidea preromanica del IX secolo.
I mosaici più antichi sono in bianco e nero, con geometrie, croci e motivi vegetali stilizzati. Quando la cappella fu successivamente inglobata in una basilica più ampia, nella prima metà del V secolo, la decorazione divenne più complessa e policroma: viticci di edera, fiori di loto e composizioni interpretate come alberi della vita trasformavano il pavimento in un repertorio nel quale ornamento e simbolismo cristiano convivevano.
Feliciano ed Ingenua non sono gli unici committenti sopravvissuti attraverso le iscrizioni. Altri mosaici ricordano i nomi di chi contribuì economicamente alla decorazione della basilica. Un sacerdote di nome Dalmazio avrebbe finanziato circa 300 piedi quadrati romani di pavimento, equivalenti a circa 26 metri quadrati. Aquilino e Urania, insieme alla propria famiglia, ne sostennero altri 300, mentre Fiorenzo ed i suoi familiari ne offrirono circa 200.
Le iscrizioni consentono di osservare concretamente come veniva finanziata una comunità cristiana tardoantica. Il pavimento della chiesa funzionava anche come luogo di memoria sociale: chi contribuiva alla costruzione dello spazio sacro poteva associare il proprio nome al monumento ed alla comunità religiosa che lo frequentava.
Il sito di Betiga permette di seguire l'espansione di un centro religioso lungo diversi secoli. La prima cappella commemorativa venne progressivamente inglobata in una basilica a tre navate, dotata di battistero, mausoleo, portico, atrio e cisterna. In seguito vi si stabilì probabilmente una comunità monastica. Betiga sorgeva in un territorio rurale densamente occupato in età romana, caratterizzato dalla presenza di ville e insediamenti produttivi. Il complesso di Sant'Andrea divenne uno dei principali poli cristiani dell'Istria extraurbana. In epoca preromanica, la chiese venne nuovamente trasformata e arricchita con arredi liturgici in pietra decorati da motivi ad intreccio. I materiali ceramici indicano che la vita del monastero proseguì ancora per secoli, probabilmente fino al XIII secolo.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com

Gortina, i topi...di Apollo

Creta, il santuario di Apollo (Foto:

Nel santuario di Apollo a Gortina, sull'isola di Creta, gli archeologi della Scuola Archeologica Italiana di Atene e dell'Università di Padova stanno studiando un eccezionale deposito votivo con i resti di oltre 450 topi. Il ritrovamento potrebbe documentare sull'isola il culto di Apollo Smintheus, il dio associato ai roditori ed alle pestilenze già evocato nell'Iliade.
Gli scavi del 2026, intanto, stanno ridefinendo uno dei più antichi complessi sacri della nascente polis cretese.
Il deposito votivo, individuato nel 2025, si trova nel recinto sacro dedicato ad Apollo. Il numero dei roditori è eccezionale: oltre 450 individui deposti insieme ad altre offerte. Ed è proprio questa concentrazione ad avere suggerito agli archeologi una possibile interpretazione. I topi potrebbero essere collegati ad Apollo Smintheus, letteralmente l'Apollo dei topi, una particolare manifestazione del dio legata alla capacità di provocare e al tempo stesso allontanare pestilenze ed epidemie. Il riferimento porta direttamente ad Omero che, nel primo libro dell'Iliade, ci presenta il sacerdote Crise che invoca Apollo perché punisca con una pestilenza l'esercito acheo che assedia Troia.
Il principale centro conosciuto del culto di Apollo Smintheus si trovava, infatti, nella Troade, nell'Anatolia nordoccidentale, presso l'odierna Gulpinar. Secondo la tradizione antica, nel santuario venivano mantenuti topi vivi sotto l'altare e la statua cultuale attribuita allo scultore Skopas. La statua avrebbe rappresentato Apollo con un piede poggiato sopra un roditore.
Strabone ricordava, inoltre, diverse località dell'Asia Minore legate al nome Sminthe, indizio di una diffusione del culto più ampia rispetto al singolo santuario anatolico. E' precisamente questo quadro a rendere interessante Gortina. Se l'interpretazione del deposito verrà confermata, i 450 roditori potrebbero documentare una declinazione cretese del culto di Apollo Smintheus e ampliare sensibilmente la geografia religiosa finora conosciuta.
Il topo, nel mondo antico, possedeva un'ambivalenza che aiuta a comprendere il culto. Era un animale capace di distruggere raccolti e riserve alimentari e poteva essere associato alla diffusione delle malattie. Apollo, analogamente, possiede, nella religione greca, una natura duplice: può scagliare la pestilenza e può farla cessare. Il deposito di Gortina potrebbe, quindi, appartenere ad una pratica religiosa costruita precisamente attorno a questo rapporto fra contagio, protezione e divinità. Ovviamente è necessario uno studio archeozoologico dei materiali, della modalità di deposizione e delle offerte associate.
E' anche la cronologia del santuario a rendere importante la scoperta. Il recinto sacro venne costruito intorno alla metà del VII secol a.C., in una fase cruciale per la formazione delle città-stato cretesi. Le tre nuove trincee aperte durante la campagna 2026 hanno confermato la datazione e fornito ulteriori informazioni sulle tecniche costruttive dell'edificio.
Ci troviamo, quindi, davanti ad uno dei complessi religiosi più antichi collegati alla nascita della polis cretese. In una fase storica scarsamente documentata dalle fonti scritte, l'archeologia permette di osservare come culto, organizzazione dello spazio e costruzione della comunità politica procedessero insieme.
Nei secoli successivi il santuario avrebbe conosciuta una lunga trasformazione. In epoca ellenistica era associato ad Apollo Pizio, mentre sotto il dominio romano divenne uno dei principali complessi religiosi della città.
Gli archeologi stanno contemporaneamente lavorando sul vicino Teatro del Pizio, costruito nel II secolo d.C. e considerato il teatro romano meglio conservato di Creta. La cavea semicircolare poteva accogliere circa duemila spettatori ed era preceduta da un grande portico colonnato. Gli scavi del 2026 hanno riportato alla luce nuove porzioni della scaenae frons, la monumentale facciata architettonica che costituiva il fondale del palcoscenico. Lunga originariamente circa 50 metri, doveva presentarsi come una composizione articolata di portali, colonne doriche bianche e nere e rivestimenti marmorei. Dal materiale di crollo stanno, inoltre, emergendo elementi architettonici e frammenti scolpiti che potranno contribuire alla ricostruzione dell'aspetto originario dell'edificio.
Santuario e teatro formavano, così, un sistema monumentale nel quale religione, spettacolo e vita pubblica finivano per occupare spazi strettamente connessi.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


Vulci ed i suoi tesori, emerge una grande sepoltura con un corredo quasi intatto

Vulci, nuovi scavi archeologici (Foto: ritorno a Vulci 2026) Una nuova campagna di scavi nella necropoli della Polledrara , nell'antica ...