domenica 11 ottobre 2026

Tunisia, Numluli: una città dalle molte vite

Tunisia, gli scavi di Numluli (Foto: Unione Sarda)

Nel governatorato tunisino di Béja, gli archeologi stanno riportando alla luce una città romana rimasta per secoli quasi intatta sotto la vegetazione ed i terreni agricoli.
La collina di Henchir Matria ospita la città di Numluli, che è ancora leggibile nella sua struttura urbana, con il foro, il Capitolium, gli edifici termali, l'acquedotto, altri luoghi di culto e complessi cristiani. Il sito è noto anche come Sidi Akrout mentre il nome antico, ricostruito attraverso l'epigrafia, è Numluli o Numlulis.
La campagna di scavo appena conclusa, condotta dall'Institut National du Patrimoine tunisino insieme all'Università di Sassari, si è concentrata su due settori che mostrano, come fotogrammi sovrapposti, la trasformazione dell'antica città: da una parte il Capitolium, centro religioso della comunità romana; dall'altra una basilica cristiana di età vandala, costruita intorno alla metà del V secolo. Nel primo settore sono emersi il pavimento della piazza pubblica, una fontana, colonne, capitelli, decorazioni geometriche e frammenti di statue. Nel secondo sono tornati alla luce tombe di personaggi di rilievo della comunità cristiana, ambienti diversi, muri, contenitori funerari, grandi recipienti infissi verticalmente nel terreno per la conservazione delle provviste e pannelli musivi.
L'esistenza del Capitolium era nota grazie alle iscrizioni ed alle esplorazioni archeologiche avviate tra Ottocento e Novecento. Gli scavi attuali stanno restituendo il monumento al suo contesto urbano, riportando alla luce la piazza sulla si affacciava e gli elementi architettonici che permettono di ricomporne progressivamente l'immagine. La dedica del tempio consente di collocare la costruzione al 170 d.C., durante il regno di Marco Aurelio.
La storia del monumento nasconde anche una vicenda particolarmente rivelatrice. Il Capitolium era legato all'evergetismo di L. Memmius Pecuarius Marcellinus e del figlio L. Memmius Marcellus Pecuarianus, quest'ultimo decurione di Cartagine e flamine di Nerva. L'opera aveva un costo, indicato dalla documentazione epigrafica, e nasceva dall'iniziativa di una famiglia inserita negli ambienti privilegiati della società africana romanizzata. Il tempio diventavano così anche una dichiarazione pubblica di prestigio, appartenenza e rapporto con la comunità.
L'evergetismo era la pratica, diffusa nel mondo classico ed ellenistico, che consisteva nell'elargizione benevola e apparentemente disinteressata, di doni e beni materiali alla collettività da parte di singoli cittadini facoltosi o governanti
(schema tratto da stilearte.it)
La decorazione del Capitolium rende il monumento oltremodo interessante. Nei materiali architettonici sono documentati rilievi con armi disposte attorno a un olivo, interpretati in rapporto a Giove e Minerva. L'olivo possiede qui un valore particolare: rimanda alla fertilità, alla produzione agricola ed a una delle grandi ricchezze dell'Africa romana. Il santuario, quindi, non era un elemento isolato dal territorio: rappresentava anche l'immagine monumentale di una comunità inserita in un paesaggio agricolo produttivo.
Numluli occupava una posizione significativa nella rete delle città dell'interno dell'Africa Proconsularis. Il territorio era densamente urbanizzato e caratterizzato da una successione di centri di dimensioni diverse, fattorie, impianti produttivi e strade. La ricchezza agricola della regione contribuiva alla crescita di queste comunità e alimentava un sistema nel quale le élite locali investivano una parte delle proprie risorse in templi, terme, infrastrutture e monumenti pubblici.
Per una fase della sua esistenza, Numluli presenta una doppia identità istituzionale: da un lato pagus civium Romanorum, legato alla pertica di Cartagine; dall'altro la civitas della popolazione locale. Le due componenti vivevano nello stesso spazio urbano e potevano operare separatamente oppure congiuntamente. Una dedica ad Antonino Pio, databile tra il 138 ed il 161 d.C., conserva proprio la memoria della Civitas Numlulitana.
Questa situazione è utile per comprendere meglio il significato politico del Capitolium del 170. Il tempio, dedicato alla Triade Capitolina Giove, Giunone e Minerva, dava forma monumentale alla comunità nel momento in cui le sue componenti istituzionali stavano progressivamente avvicinandosi. La documentazione epigrafica permette di seguire questo processo fino alla probabile fusione nel municipium Numlulitanorum, collocata dagli studiosi nell'età di Settimio Severo. Quando una città dell'impero costruiva un Capitolium non stava semplicemente edificando un tempio, stava riproducendo, in scala locale, uno dei simboli fondamentali dell'ordine romano. Il culto capitolino, inoltre, unificava simbolicamente Roma e le città provinciali. Un abitante di Numluli, di Dougga, di Cartagine o di un'altra città africana poteva trovarsi davanti ad un tempio costruito secondo lo stesso modello ideologico del Campidoglio romano.
La scelta di dedicare il Capitolium di Numluli a Giove, Giunone e Minerva non era, dunque, casuale. In una città caratterizzata dalla convivenza istituzionale tra civitas e pagus, il grande tempio poteva rappresentare visivamente l'inserimento della comunità nell'ordine politico e religioso dell'impero. Il Capitolium non era solo un luogo di preghiera. Attorno al tempio si svolgeva una parte della vita pubblica: cerimonie, dediche, celebrazioni, distribuzioni e manifestazioni collettive.
Qualche secolo dopo il Capitolium di Numluli compare, in città, una basilica cristiana. Lo stesso spazio urbano attraversa così tre grandi momenti: la tradizione locale africana, la città romana con il suo Capitolium e, infine, la città cristiana dell'età vandala.
A rendere ancora più particolare la storia della città di Numluli c'è la storia di un horologium, probabilmente una meridiana pubblica. Un'iscrizione ricorda, infatti, un'opera destinata congiuntamente al pagus ed alla civitas. La documentazione suggerisce che l'iniziativa fosse legata ad un lascito testamentario e ad una forma di evergetismo privato. La meridiana potrebbe essere stata collocata nella zona pubblica, probabilmente nei pressi del foro. Gli archeologi non ne hanno ancora individuato con certezza i resti.
Numluli disponeva anche di un articolato sistema idrico. Un acquedotto prendeva origine nell'area della sorgente di Ain Maatria e conduceva l'acqua verso delle cisterne. Sono stati individuati lo specus, pozzi di ispezione, piccoli bacini e sistemi di raccolta. Le terme conservano ambienti voltati e strutture collegate alla gestione dell'acqua piovana. Questo insieme conferma ancora di più la caratteristica di Numluli come città romana dotata di infrastrutture che richiedevano progettazione, manutenzione e disponibilità economiche.
Accanto al Capitolium e agli altri luoghi di culto pagani sono documentati edifici cristiani tra i quali una struttura a quadrifoglio, interpretata come possibile martyrium. Il passaggio dal mondo religioso romano a quello cristiano non avveniva attraverso un semplice abbandono della città: gli edifici, gli spazi e le aree funerarie continuavano ad essere utilizzati, trasformati e reimpiegati.
La basilica di età vandala venne costruita intorno al V secolo d.C., quando l'Africa settentrionale stava attraversando una fase di profonda trasformazione politica. I Vandali erano entrati in Africa nel 429 e nel 439 d.C. ed avevano conquistato Cartagine, creando un regno che sarebbe durato fino alla riconquista bizantina del 533-534 d.C. L'antica provincia romana rimaneva una delle aree più ricche e urbanizzate del Mediterraneo occidentale. La nuova dominazione non cancellava automaticamente la vita delle città, le istituzioni locali e le tradizioni culturali precedenti.
La presenza delle tombe di personaggi eminenti all'interno della basilica aggiunge un altro elemento. Lo spazio cristiano diventa un luogo della memoria delle élite locali. Le sepolture, i mosaici e gli ambienti di servizio restituiscono una comunità nella quale culto, memoria familiare e vita quotidiana convivono nello stesso complesso. Ancora più curioso è il rinvenimento dei grandi recipienti disposti verticalmente per conservare le provviste: elementi apparentemente domestici che permettono di osservare la basilica anche come spazio concretamente inserito nella vita economica della comunità.
Nell'attuale campagna di scavi è stata rinvenuta una statua in marmo greco policromo, alta circa 55 centimetri, raffigurante un giovane pastore con tunica, accompagnato da una pecora e da un agnello. Accanto è stata trovata una piccola figura di Eros, che apparteneva allo stesso gruppo scultoreo. Restano ampie tracce di colore scuro sui calzari del pastore, sul vello degli animali e sulle ali di Eros. La presenza di quest'ultimo rende prudente l'identificazione del personaggio. Potrebbe trattarsi di una figura mitologica oppure di un'immagine idealizzata del pastore legata a valori idillici. Il dato più importante resta il materiale: un'opera in marmo greco policromo di questa qualità è eccezionalmente rara nell'entroterra tunisino. 
Molti dei resti che oggi sembrano appartenere ad epoche diverse sono, in realtà, fisicamente sovrapposti a Numluli. Il podio del Capitolium è stato inglobato in una struttura fortificata successiva; numerosi elementi architettonici romani sono diventati spolia, cioè materiali riutilizzati nelle costruzioni tarde. Anche le terme hanno subito trasformazioni e riutilizzi.

Fonte:
stilearte.it

Sagonico, Trieste, trovata un'ascia di corno di cervo

Segonico (Ts) l'ascia ricavata da corno di cervo
(Foto: ilgiornaledellarte.com)

Un'ascia in corno, rara in Italia e confrontabile con reperti dell'Europa centrale e settentrionale, è tra le scoperte più importanti degli scavi alla Tina Jama (Sagonico, nel Carso triestino).
Il rinvenimento contribuisce a far luce su uno dei passaggi più delicati della preistoria dell'Adriatico nordorientale, vale a dire la trasformazione delle ultime comunità di cacciatori-raccoglitori mesoliti e l'arrivo, circa 7500 anni fa, dei primi gruppi neolitici.
L'ascia appartiene ad un insieme di manufatti in corno di cervo comprendente anche un oggetto ancora da identificare: un segmento di corno lungo circa 11 centimetri, con una perforazione trasversale ed una longitudinale, forse utilizzato per raddrizzare le aste delle frecce. Sono state ritrovate anche punte di freccia in selce, punte in osso, ornamenti realizzati con conchiglie marine e d'acqua dolce e canini atrofici di cervo forati, utilizzati come pendagli. Su alcuni strumenti sono state, inoltre, individuate tracce di ocra, sostanze adesive conservate su strumenti in selce e il dente di un bambino.
Eccezionale è soprattutto la conservazione della sequenza stratigrafica del luogo: i livelli mesolitici si trovano sotto quelli riferibili ai primi gruppi neolitici. Gli archeologi hanno rinvenuto anche i resti di un accampamento organizzato intorno ad un focolare, nella parte più riparata della grotta e delimitato da una struttura di pietre e blocchi.
La quarta campagna di scavo a Tina Jama è condotta sotto la direzione di Federico Bernardini, del Venice Centre for Digital and Public Humanities e del Centro Studi Archeologia Venezia dell'Università Ca' Foscari, in collaborazione con l'Institute of Archaeology dello ZRC SAZU.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com
 


mercoledì 7 ottobre 2026

Agrigento, interessantissime sorprese dagli scavi del 2026

Agrigento, parte di un volto maschile dallo scavo del 2026
(Foto: Scuola Normale Superiore di Pisa)

Nella Valle dei Templi stanno emergendo nuove tracce dell'Agrigento Romana. Durante gli scavi condotti dalla Scuola Normale Superiore di Pisa all'interno del Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento, sono stati rinvenuti resti di affreschi, elementi architettonici e stucchi risalenti al I secolo a.C., che testimoniano l'esistenza di un edificio costruito quando la Sicilia era ormai pienamente inserita nella sfera del dominio di Roma. I reperti provengono da ciò che resta di un antico edificio situato poco a sud dell'ekklesiasterion, la cavea destinata alle assemblee dei cittadini liberi dell'antica Akaragas. Gli elementi decorativi potrebbero appartenere al peristilio di una domus oppure a un portico monumentale realizzato in età romana.
Gli archeologi della Scuola Superiore di Pisa hanno rinvenuto diversi frammenti di intonaci policromi che hanno classificato al secondo e terzo stile della pittura parietale romana. Resta da decifrare se l'edificio a cui appartenevano i fregi avesse un utilizzo privato, come domus di dimensioni imponenti, o forse pubblico, come terrazza porticata in connessione con il tempio romano, data la dismissione delle funzioni pubbliche dell'attiguo ekklesiasterion. Inoltre quest'area fu a lungo frequentata come testimoniano i resti di un'abside di una piccola basilica paleocristiana.

Fonte:
finestresullarte.info


Aquinum e le sorprese degli scavi del 2026

Castrocielo, il cippo ritrovato
(Foto: ilgiornaledellarte.com)

Il sito archeologico di Aquinum, al centro della Valle del Liri, nel comune di Castrocielo, sono emersi, durante la diciottesima campagna di scavo, un cippo riccamente decorato ed un altare votivo in marmo.
Gli scavi, diretti dal Professor Giuseppe Ceraudo, docente di topografia antica all'Ateneo salentino, vengono condotti in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Frosinone e Latina e con i comuni di Castrocielo e Aquino.
Il cippo è stato ritrovato in una posizione di riutilizzo. Il monumento, infatti, era stato reimpiegato come elemento della pavimentazione nei pressi di uno dei principali incroci di Aquinum. Sul manufatto compare il nome del dedicante, probabilmente Caius Ammius Cammarus, anche se gli archeologi sono prudenti nella lettura completa dell'iscrizione.
Interessante è la decorazione del cippo: ghirlande, festoni e bucrani incorniciano le raffigurazioni di tre animali, un bue, un montone ed un maiale. Una combinazione che potrebbe richiamare il suovetaurilium, uno dei più importanti sacrifici della religione romana, nel quale venivano immolati un maiale (sus), un ovino (ovis) ed un toro (taurus). La scena potrebbe rievocare un rito legato alla purificazione, alla consacrazione o alla delimitazione rituale dello spazio.
L'altare votivo marmoreo, invece, apre alla conoscenza della dimensione religiosa e politica della colonia. Si tratta di un altare del quale sono stati recuperati, nel tempo, diversi frammenti che hanno permesso di ricostruire l'iscrizione ed identificare i destinatari della dedica: il Genio di Augusto, i Lari di Augusto ed il Genio della colonia. A commissionare l'altare fu Manius Popidius Anteros, facoltoso liberto che ricoprì la carica di seviro augustale.
Nel teatro romano, inoltre, è stata individuata una lastra marmorea con la formula FUL(GVR) C[ONDITUM], collegata al rituale con cui i romani consacravano un luogo colpito da un fulmine. Il rinvenimento potrebbe indicare che anche il teatro di Aquinum sia stato interessato da un fenomeno atmosferico interpretato come manifestazione della volontà divina.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


martedì 6 ottobre 2026

Tuscia, rinvenuta una spada di 3000 anni fa nel lago di Mezzano

Tuscia, lago di Mezzano, la spada rinvenuta sul fondo
(Foto: Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio
per la provincia di Viterbo e per l'Etruria meridionale)

Una spada di oltre 3000 anni ancora ben conservata da presentare il filo della lama tagliente, è riemersa dalle acque del lago di Mezzano, nella Tuscia. Il reperto, databile al XIII secolo a.C., è stato scoperto durante le ultime fasi della campagna di ricerche condotta nell'antico insediamento palafitticolo e rappresenta uno dei risultati più importanti delle recenti indagini archeologiche subacquee.
La scoperta è stata compiuta dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l'Etruria Meridionale, guidata da Margherita Eichberg. Alle operazioni hanno partecipato anche i Carabinieri del Nucleo Subacquei di Roma, impegnati nelle operazioni di prospezione e documentazione e nella sicurezza delle attività in ambiente sommerso.
Il ritrovamento è avvenuto lungo la sponda meridionale del lago, un settore finora interessato solo marginalmente dalle indagini. La spada appartiene al Bronzo Recente e costituisce la terza spada rinvenuta nel sito di Mezzano dagli anni Settanta del Novecento, e conferma l'eccezionale valore archeologico del contesto. Il suo stato di conservazione è particolarmente significativo: nonostante sia rimasta immersa per migliaia di anni, la lama conserva ancora il filo tagliente.
Per caratteristiche, tipologia e cronologia, il manufatto rientra pienamente nella produzione metallurgica dell'Italia centrale durante la tarda Età del Bronzo e testimonia l'elevato livello di specializzazione raggiunto dalle comunità protostoriche. La spada offre, inoltre nuovi elementi per comprendere il modo in cui il bacino di Mezzano veniva frequentato ed utilizzato oltre tremila anni fa. Nel corso della stessa campagna sono stati infatti recuperati numerosi vasi integri e diversi manufatti in bronzo, tra i quali asce, punte di freccia, pugnali, punte di lancia, spilloni e un rasoio.
Il lago di Mezzano occupa il cratere di un antico vulcano e costituisce uno dei più importanti archivi archeologici e paleoambientali della Tuscia. Le ricerche condotte nel corso degli ultimi decenni hanno portato alla luce le tracce di un vasto insediamento palafitticolo dell'Età del Bronzo, frequentato già all'inizio del II millennio a.C. La posizione del sito, inserito in un ambiente particolarmente favorevole, contribuì allo sviluppo di attività produttive, scambi e forme articolate di organizzazione sociale. 
La spada appartiene ad un periodo (XIII-XII secolo a.C.) nel quale le comunità dell'Italia centrale erano inserite in una fitta rete di contatti che collegava diverse aree della penisola e del Mediterraneo. In questo scenario le armi di bronzo non venivano utilizzate solamente nei combattimenti ma potevano rappresentare anche status, prestigio, identità e potere.

Fonte:
finestresullarte.info


domenica 27 settembre 2026

Vulci ed i suoi tesori, emerge una grande sepoltura con un corredo quasi intatto

Vulci, nuovi scavi archeologici
(Foto: ritorno a Vulci 2026)

Una nuova campagna di scavi nella necropoli della Polledrara, nell'antica città etrusca di Vulci, ha riportato alla luce un importante complesso funerario di età orientalizzante. Al centro della scoperta la Tomba della Camera di pietra, un monumentale sepolcro che offre nuove informazioni sull'aristocrazia vulcente alla fine del VII secolo a.C.
Le indagini, svolte nell'ambito del progetto internazionale "Ritorno a Vulci", hanno consentito di individuare nuovamente il recinto circolare riconducibile al cosiddetto Tumulo Gsell, già portato alla luce dall'Ecole française de Rome nel 1889, ma rimasto finora privo di uno scavo completo.
La Tomba della Camera di pietra è un grande ambiente funerario che permette di ampliare le conoscenze sull'aristocrazia di Vulci alla fine del VII secolo a.C. Si tratta di una fase cruciale nella storia della città etrusca, caratterizzata da una notevole prosperità economica e da intensi rapporti e scambi con il mondo mediterraneo.
Sebbene il sepolcro sia stato interessato da diverse incursioni clandestine durante il XX secolo, le recenti indagini archeologiche hanno evidenziato un sorprendente stato di conservazione delle strutture architettoniche interne. Un elemento di particolare interesse è rappresentato dalle pareti di contenimento della camera principale, costruite con grandi blocchi di nenfro, una pietra vulcanica ampiamente utilizzata nell'architettura dell'Etruria.
La monumentalità della struttura restituisce l'immagine di un complesso funerario di grande importanza, ricavato direttamente nei depositi naturali formatisi lungo l'antico corso del fiume Fiora. Il ricco corredo emerso comprende: importazioni di pregio ed artigianato locale quali ceramiche greche di produzione attica e corinzia, affiancate da raffinati vasi locali in impasto decorato e nel classico bucchero nero; simboli di status e potere: armi in metallo, elementi appartenenti ad un antico carro da guerra, obeloi (spiedi per la cottura delle carni), lamine d'oro e di bronzo, oltre a finissimi oggetti lavorati in osso e avorio; ornamenti personali come diversi accessori di abbigliamento, tra cui spicca una rarissima calzatura femminile, straordinario reperto di costume dell'epoca.
Particolarmente sorprendenti sono i ritrovamenti nelle camere laterali rimasti pressoché intatti nelle loro posizioni originarie. Gli archeologi hanno recuperato un tripode in bronzo associato a una lucerna in gesso alabastrino (probabilmente proveniente dal bacino del Mediterraneo orientale, tra Naucrati e Rodi) e un servizio da banchetto in una rara classe ceramica locale. Il servizio include phialai, olpai, hydriai e dinoi riccamente decorati con motivi policromi, una grattugia per la preparazione rituale del vino speziato ed una coppa policroma in stile ionico.

Fonti:
finestresullarte.info
ilgiornaledellarte.com


Turchia, interpretato un frammento del trattato di pace di Kadesh

Turchia il frammento del trattato di pace di Kadesh
(Foto: Ministero della Cultura della Turchia)
Nell'antica capitale ittita di Hattusa, nell'odierna provincia turca di Corum, è stato identificato un nuovo frammento del trattato di pace di Kadesh, uno dei più importanti documenti della storia della diplomazia. Il reperto, rinvenuto durante gli scavi nell'area archeologica di Bogazkoy/Hattusa, è il risultato appartenere ad una delle copie in lingua accadica dell'accordo stipulato tra il re ittita Hattusili III ed il faraone egizio Ramses II.
Il frammento della tavoletta in caratteri cuneiformi è stato rinvenuto a Buyukkale, l'area in cui sorgeva il palazzo reale ittita, nei pressi dell'edificio denominato "E". La tavoletta, conservata su un lato, è stata sottoposta a circa un anno di analisi scientifiche dettagliate, al termine delle quali è stata riconosciuta come parte di una delle copie del trattato.
Il testo conserva alcune righe relative agli articoli 12-20 dell'accordo, dedicati al trattamento delle persone che lasciavano uno dei due Paesi per rifugiarsi nell'altro. Il frammento presenta diverse lacune e parti spezzate, ma nelle sezioni leggibili sono menzionate persone provenienti dall'Egitto e dal Paese di Hatti. Il testo contiene, inoltre, riferimenti alla necessità di evitare la distruzione delle abitazioni.
La regola di base era piuttosto semplice: i fuggitivi andavano riconsegnati. Subito dopo, però, il testo mette alcuni paletti alla sorte di chi tornava nelle mani del proprio sovrano. Nelle copie già note del trattato compare una clausola molto esplicita: al fuggitivo riconsegnato non dovevano essere mutilati occhi, bocca, piedi ed altre parti del corpo. Nemmeno moglie, figli e case dovevano essere distrutti.
L'accordo venne concluso durante il regno di Hattusili III, successore di Muwatalli, nel ventunesimo anno di regno di Ramses II, generalmente collocato intorno al 1250 a.C.
Il trattato di Kadesh è noto attraverso diverse testimoniante. La versione egizia fu incisa in geroglifici sulle pareti di alcuni templi in Egitto, mentre i frammenti delle copie in lingua accadica su tavolette d'argilla furono rinvenuti ad Hattusa durante le prime campagne di scavo condotte tra il 1906 ed il 1912. I reperti già identificati sono oggi conservati nelle collezioni dei Musei Archeologici di Istanbul, del Museo delle Civiltà Anatoliche di Ankara, del Museo del Vicino Oriente di Berlino e del Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo. 
Il trattato di Kadesh mise formalmente fine ad una lunga fase di rivalità tra le due grandi potenze del Vicino Oriente. L'accordo prevedeva il mantenimento della pace e della non aggressione, oltre a forme di assistenza militare reciproca e disposizioni sull'estradizione dei fuggitivi.

Fonti:
finestresullarte.info
greenme.it


Siponto rinvenute sepolture medioevali

Siponto, lo scheletro femminile rinvenuto negli scavi di una
necropoli medioevale (Foto: ilgiornaledellarte.com)

A Siponto, a pochi chilometri da Manfredonia, gli scavi archeologici stanno restituendo una pagina inedita della storia medioevale della città. Nell'area dell'antico porto, gli archeologi dell'Università di Bari e Foggia hanno individuato una struttura muraria lunga circa trenta metri, al cui interno è emerso un vero e proprio cimitero, con una trentina di sepolture che, secondo le prime analisi, risalgono al XII-XIII secolo.
Tra le tombe, in gran parte appartenenti ad adulti, ne sono state rinvenute alcune di bambini. Particolarmente significativa è la sepoltura di una donna la cui età è stata approssimativamente tra i 30 ed i 40 anni, deposta assieme ad un bambino di circa 4-5 anni. La donna lo stringe a sé con il braccio destro. Il ritrovamento è stato illustrato all'Ansa dall'archeologo Giuliano Volpe, docente dell'Università di Bari. C'è ancora molta cautela nel considerare il ritrovamento come quello di una madre e di un figlio.
Le indagini future cercheranno di gettare luce sulla funzione della struttura che ospitava le sepolture per verificare anche l'eventuale presenza di un edificio di culto.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


venerdì 25 settembre 2026

Pirgy, il volto di Uni

Pyrgi, il volto della dea Uni appena ritrovato
(Foto: Anticae Viae)
Nell'area del tempio B del santuario etrusco di Pyrgi, durante la campagna di scavo in corso condotta dall'Università di Roma La Sapienza, è emerso un nuovo frammento di antefissa con il volto della dea Uni.
Le antefisse erano elementi in terracotta che decoravano i bordi dei tetti dei templi, coprendo le estremità delle tegole: una funzione architettonica ed al tempo stesso di devozione, perché il volto della divinità presidiava il limite del sacro. Trovarlo qui, nel tempio che le fu consacrato, ha una coerenza che raramente l'archeologia restituisce con tale precisione.
Il tempio B fu dedicato ad Uni alla fine del VI secolo a.C. da Thefarie Velianas, supremo magistrato di Caere: lo sappiamo dalle celebri lamine d'oro di Pyrgi, tre placche inscritte in etrusco e fenicio, conservate nel Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. Il nuovo frammento si aggiunge al dossier di uno dei santuari più documentati e più discussi del mondo etrusco.
Pyrgi era il porto principale di Caere, una delle città etrusche più potenti del Lazio. Il suo santuario, con tre templi ed un'area sacra di eccezionale ricchezza, era frequentato da Etruschi, Fenici e Greci, crocevia di devozioni e commerci. Le lamine d'oro redatte in due lingue, attestano un'alleanza politico-religiosa tra Caere e Cartagine nel momento di massima tensione nel Tirreno. Trovare il volto di Uni nel luogo esatto in cui Thefarie Velianas la onorò oltre duemila anni fa non è un dettaglio: è la chiusura di un cerchio.

Fonte:
Anticae Viae

venerdì 18 settembre 2026

Pontecagnano, emerge una rara tomba a cubo del VI secolo a.C.

Pontecagnano Faiano, la tomba a cubo appena scoperta
(Foto: archeomedia.net)

Durante le indagini di archeologia preventiva condotte in vista della realizzazione di un complesso edilizio privato, è emersa una rara tomba a cubo del VI secolo a.C. nel cuore della moderna Pontecagnano Faiano, in provincia di Salerno. La tomba restituisce un importante tassello della necropoli occidentale dell'antico insediamento etrusco.
Nel settore meridionale dell'area sono state individuate quattro sepolture, databili alla prima metà del VI secolo a.C. Alcune sono parzialmente compromesse dalla presenza di un moderno impianto fognario. Si distingue, tra le altre, la tomba 10188, sia per tipologia che per corredo.
La sepoltura era costituita da una struttura parallelepipeda in travertino, chiusa da una lastra di copertura. Al suo interno è stato rinvenuto un cratere figurato prodotto a Corinto, utilizzato come cinerario per le ossa combuste del defunto. Si tratta di una cosiddetta tomba "a cubo", tipologia diffusa soprattutto nella Campania settentrionale, ma molto rara a Pontecagnano. Prima di questa scoperta erano note soltanto altre due tombe, la 1840 e la 9954, entrambe conservate ed esposte al Museo Archeologico Nazionale "Gli Etruschi di frontiera", nella stessa Pontecagnano Fagnano.
Secondo gli archeologi, diversi elementi suggerirebbero che la sepoltura appartenesse ad un personaggio di rango elevato. Ad indicarlo sono sia la particolare struttura della tomba, sia il rituale dell'incinerazione con l'impiego, come urna, di un cratere ma soprattutto la raffinata decorazione del recipiente, importato direttamente dalla Grecia.

Fonte:
archeomedia.net


sabato 22 agosto 2026

Aspendos, la città di Asclepio. Trovata una scultura del dio e di suo figlio Telesforo

Aspendos, volto della statua di Asclepio
(Foto: Ministero turco della Cultura e del Turismo)

Una nuova scoperta archeologica ad Aspendos, in Turchia meridionale, aggiunge un importante tassello alla conoscenza della vita religiosa e sociale della città in epoca romana. Gli archeologi hanno portato alla luce un gruppo scultoreo in marmo dedicato ad Asclepio, il dio greco della medicina e della guarigione, raffigurato insieme al figlio Telesforo, personaggio associato alla salute ed alla convalescenza. Il reperto è stato datato dagli archeologi all'ultimo quarto del II secolo d.C. 
La statua, alta 2,2 metri, restituisce l'immagine di una divinità dall'aspetto solenne. La parte superiore del corpo è per lo più scoperta, mentre l'himation, il tradizionale mantello greco, è appoggiato sulla spalla sinistra. Il tessuto scende lungo il corpo formando ricche pieghe intorno alla vita ed alle gambe, secondo una resa che sottolinea la maestria degli scultori antichi.
Ai piedi della divinità compare Telesforo, rappresentato in dimensioni molto più ridotte rispetto ad Asclepio. La figura, dall'aspetto infantile, è immediatamente riconoscibile per il lungo abito con cappuccio che ne avvolge completamente il corpo.
E' molto importante il fatto che entrambe le figure siano sopravvissute insieme e in gran parte intatte. Asclepio e Telesforo vengono spesso rinvenuti separatamente, danneggiati o del tutto assenti dai reperti archeologici, il che costringe gli studiosi a ricostruire gli studiosi a ricostruire la coppia sulla base dei frammenti e fonti scritte. Il fatto di avere entrambe le figure in un unico gruppo sostanzialmente completo offre ai ricerchi qualcosa di ancora più raro: l'opportunità di studiare l'intero arco simbolico delle antiche credenze sulla guarigione esattamente come lo avrebbe visto un pubblico dell'antichità.
Significativo è anche il luogo del ritrovamento. Il gruppo scultoreo è stato rinvenuto tra i resti della Porta Monumentale collegata alla Piazza Orientale di Aspendos. La posizione suggerisce che la scultura non fosse destinata ad un ambiente privato, ma fosse esposta in uno spazio pubblico di particolare importanza, probabilmente legato alla vita cerimoniale della città.
Il gruppo di Asclepio e Telesforo si inserisce, dunque, nel più ampio panorama della religiosità dell'Aspendos romana e mostra come tradizioni greche legate alla medicina continuassero a trovare spazio nella società dell'epoca. Il ritrovamento, oltre al valore artistico delle sculture rappresenta, quindi, una valida testimonianza della vita quotidiana, delle credenze e delle pratiche sociali di una delle maggiori città dell'antica Anatolia.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com



Tunisia, Numluli: una città dalle molte vite

Tunisia, gli scavi di Numluli (Foto: Unione Sarda) Nel governatorato tunisino di Béja , gli archeologi stanno riportando alla luce una città...