lunedì 16 febbraio 2026

Colonia, importanti ritrovamenti riscrivono la storia romana della città

Germania, Colonia, scala romana del I secolo
(Foto: Franziska Bartz)

Durante il lavori preparatori per il nuovo percorso sotterraneo del MiQua, il Museo ebraico e Quartiere archeologico di Colonia, in Germania, sono stati riportati alla luce reperti romani di eccezionale importanza. La posizione particolarmente profonda del percorso ha consentito di conservare tracce edilizie che normalmente svaniscono nel tempo. I resti romani erano stati coperti fin dall'antichità da accumuli di terreno lungo la riva del Reno, che ne ha garantito la conservazione.
Tra i ritrovamenti più rilevanti figurano i resti dell'abside di una basilica romana a più navate risalente al IV secolo. L'analisi del taglio del terreno ha permesso di comprendere che la struttura non era in calcestruzzo romano (opus caementicium), ma costruita con strati di tufo, basalto e calcare legati da un mortaio robusto e duraturo, contenente frammenti di mattoni e ghiaia.
Altra scoperta è stata una scala del tardo I secolo, ritrovata durante gli scavi, che collegava un livello profondo verso il Reno ad una zona più elevata del Praetorium, il palazzo del governatore romano. La scala rappresenta un ritrovamento raro per l'archeologia di Colonia, dove solitamente si conservano solo le fondamenta degli edifici. Le condizioni topografiche particolarmente favorevoli, unite alle antiche colmate di terreno, ne hanno permesso la conservazione. Un ulteriore reperto è un lararium del II secolo, un altare domestico all'interno del Praetorium dedicato ai Lari, divinità protettrici della casa. La nicchia ospitava le figure dei Lari, accanto alle quali venivano deposte offerte alimentari e oggetti rituali. Tracce di chiodi sopra ed accanto alla nicchia indicano la presenza di ghirlande sospese, mentre un bordo di rottura sotto la nicchia segnala la collocazione originale della mensa d'altare, ritrovata durante lo scavo e destinata ad essere restaurata e riposizionata. I resti di pittura interna alla nicchia e le sporgenze laterali delle mura suggeriscono un'articolata cornice decorativa. Il ritrovamento rappresenta un unicum a nord delle Alpi, esempi comparabili si conoscono solo in città vesuviane.

Fonte:
finestresullarte.info


Tunisia, riemergono i tesori di Numluli, città romana e bizantina

Tunisia, Henchir Matriya, la statua ritrovata
(Foto: Institut National du Patrimoine)

A Henchir Matriya, corrispondente all'antica città romana di Numluli, situata nel governatorato di Béja, in Tunisia, un team multidisciplinare italo-tunisino sta conducendo scavi archeologici nell'ambito di una collaborazione tra l'Institut National du Patrimoine e l'Università di Sassari.
Le ricerche si concentrano sull'area della piazza pubblica, il foro, e sulla chiesa bizantina del sito. I lavori hanno di recente portato alla luce numerosi reperti, tra i quali capitelli e colonne romane appartenenti al Tempio Capitolino, statue di divinità romane con tracce di policromia, candelabri e mosaici bizantini. Lo studio dei reperti e delle strutture emerse offre nuovi elementi per comprendere l'evoluzione urbana e religiosa di Numluli durante le epoche romana e bizantina.
La presenza di statue di divinità romane, ancora in fase di studio, rafforza l'ipotesi di un complesso cultuale di rilievo inserito in un tessuto urbano strutturato e coerente.
Accanto alla dimensione religiosa di età imperiale, emerge quella tardoantica. La basilica bizantina ed i mosaici rinvenuti testimoniano la continuità di vita del centro anche dopo la riconquista dell'Africa da parte dell'Impero Romano d'Oriente nel VI secolo. In questo periodo la basilica - edificio rettangolare a navate, destinato al culto cristiano - sostituisce progressivamente i templi pagani come fulcro spirituale della comunità. I mosaici, realizzati con tessere litiche e talvolta vitree, rappresentano non solo un patrimonio artistico, ma anche una fonte documentaria per la comprensione delle trasformazioni religiose e sociali.
Numluli si inserisce in una regione che, già in età punica, era caratterizzata da insediamenti agricoli e reti commerciali legate a Cartagine. Dopo la distruzione della metropoli punica nel 146 a.C., Roma riorganizzò il territorio valorizzandone la straordinaria fertilità. Béja - identificata con l'antica Vaga - divenne un centro strategico noto per la produzione cerealicola. L'area riforniva Roma di grano, contribuendo in modo determinante all'annona, il sistema di approvvigionamento pubblico della capitale.
Numluli appare come una città di medie dimensioni ma dotata di un impianto monumentale completo: oltre al foro e al Campidoglio, il sito conserva due complessi termali, un martyrium (edificio destinato al culto dei martiri cristiani) e strutture urbane ancora in parte da esplorare. Le terme, articolate in ambienti riscaldati come il calidarium ed il tepidarium, non erano solo spazi per l'igiene, ma luoghi di socialità e rappresentazione civica.

Fonti:
finestresullarte.info
stilearte.it

Villa Sora a Torre del Greco, dall'oblio allo splendore

Torre del Greco, alcune delle decorazioni di Villa Sora
(Foto: Mic)

A distanza di oltre trent'anni dalle ultime indagini sistematiche, a Villa Sora, nel comune campano di Torre del Greco, un nuovo ambiente restituisce decorazioni di alta qualità, apparati pittorici e tracce di un cantiere in attività al momento dell'eruzione del 79 d.C.
Il nuovo intervento, condotto dal Parco Archeologico di Ercolano, consente di ampliare in modo significativo il quadro conoscitivo della villa, portando all'individuazione di contesti finora non esplorati e ad una ricostruzione più puntuale delle fasi di vita della residenza, bruscamente interrotte dall'eruzione del 79 d.C.
Le indagini si sono concentrate sul fronte nordorientale della villa, dove è stato documentato un ambiente di dimensioni contenute, circa 10 mq, ma di eccezionale qualità decorativa. I frammenti pittorici rinvenuti, riferibili alle pareti e al soffitto, restituiscono un programma decorativo di grande raffinatezza. Le pareti, impostate su un fondo scuro scandito da fasce in rosso cinabro, erano animate da elementi figurativi, tra i quali aironi disposti attorno ad un candelabro dorato. Il soffitto, a fondo chiaro, era ornato da ghirlande, fregi e figure mitologiche: tra queste emergono grifi inseriti in un ricco repertorio ornamentale e la figura di un centauro in movimento di notevole qualità pittorica.
All'interno dell'ambiente, inoltre, erano presenti tre ciste in piombo finemente decorate, riconducibili alla medesima officina, insieme ad elementi architettonici in marmo bianco di elevata qualità, tra i quali un capitello conservato in condizioni eccellenti. La qualità della lavorazione, realizzata esclusivamente a scalpello, e la presenza di ulteriori frammenti marmorei, tra i quali un secondo capitello, indicano uno stoccaggio intenzionale di elementi destinati ad un intervento architettonico in corso. L'insieme di questi dati restituisce l'immagine di un ambiente utilizzato come deposito o spazio di cantiere, confermando l'ipotesi che la villa fosse interessata da lavori edilizi al momento dell'eruzione.
La lettura stratigrafica ha messo in evidenza l'impatto delle colate piroclastiche che investirono le strutture edilizie e provocarono il collasso delle coperture, del soffitto e il successivo cedimento delle pareti.
La villa venne edificata intorno alla metà del I secolo a.C. e fu soggetta a diversi rifacimenti fino al momento della distruzione. Si sviluppava lungo la linea di costa con un impianto scenografico articolato su terrazze digradanti verso il mare. L'estensione stimata del complesso, pari a circa 150 metri lungo il litorale, restituisce l'immagine di una dimora di alto livello, dotata di ambienti residenziali e di rappresentanza di grande raffinatezza.
Le prime scoperte nell'area risalgono al XVII secolo, quando si rinvennero due lastre di bronzo con i decreti dei due consoli Cn. Hosidius Geta e L. Vagellius ed un rilievo in marmo con Orfeo, Hermes e Euridice oggi conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Fu Francesco IV, tra il 1797 ed il 1798, ad intraprendere scavi sistematici nella villa portandone in luce il nucleo centrale che si sviluppava intorno ad un grande salone absidato. L'area subì, in seguito, un progressivo abbandono e solo tra il 1989 ed il 1992 ripresero le ricerche.

Fonte:
Mic 


giovedì 12 febbraio 2026

Montopoli Sabina, scoperto un tratto di un acquedotto romano

Montopoli Sabina, particolare
della villa romana detta dei
Casoni (Foto: abcvox.info)

All'interno del complesso della Villa dei Casoni, nel territorio di Montopoli Sabina, in provincia di Rieti, è stato scoperto un tratto di acquedotto di epoca romana. Il ritrovamento si deve all'attività di ricerca e studio della Soprintendenza Abap per l'area metropolitana di Roma e per la provincia di Rieti, che sta coordinando gli scavi, e del Gruppo Speleo Archeologico Vespertillo sullo sterminato patrimonio di strutture ipogee della Sabina.
Eretta in epoca repubblicana, la Villa dei Casoni poggiava su due terrazze digradanti: quella inferiore ospitava il giardino con ninfeo e piscina circolare, quella superiore accoglieva la zona residenziale con criptoportico, cubicoli e tablinio. La presenza di acquedotti molto antichi e della cosiddetta Fonte Varrone era già testimoniata da alcune fonti storiche alla fine del Settecento e nel corso dell'Ottocento, ma solo oggi, grazie ad un'accurata indagine topografica ed a diverse sessioni di ricognizione sul territorio, si sono potuti individuare con certezza non solo la fonte, ma anche l'acquedotto e le sorgenti che alimentavano il complesso.
Il gruppo di speleologi ha individuato un complesso sistema idraulico sotterraneo, costituito da una rete articolata di cunicoli scavati nel conglomerato naturale. Si tratta di un sistema di drenaggio e captazione delle acque situato a circa 300 metri dalla villa. Le acque provenienti da queste sorgenti, che fino a pochi decenni fa alimentavano un fontanile noto come Fonte Varrone, venivano convogliate in una cisterna che aveva anche una funzione di vasca limaria, per poi essere redistribuite alle varie utenze della villa. E' un sistema che doveva essere in uso già prima della romanizzazione della Sabina, riferibile ad un antico abitato presente nell'area.
Si pensa che la villa sia stata edificata, infatti, su un preesistente villaggio sabino. Le tracce di opus poligonalis e quadratum suggeriscono l'antichità del sito. Caratterizzata da una struttura elevata di sei metri rispetto al piazzale antistante, la villa ospitava un ninfeo circolare, interpretato come una piscina, ed una serie di stanze residenziali e funzionali.
Le fondamenta conservate rivelano l'organizzazione degli interni. L'atrio centrale, fiancheggiato da cubicoli (camere da letto), dava accesso a biblioteche separate per letteratura greca e latina ed al peristilio tramite un posticum. Verso est si trovano stanze di servizio, tra le quali un'esedra che conduceva all'horreum (magazzino per le granaglie), quest'ultimo collegato ad un criptoportico sotterraneo utilizzato come officina.
Il criptoportico è uno dei meglio conservati della Sabina. Ha una forma ad "L" e si estende per 50 metri, illuminato da aperture a bocca di lupo.
A nord della villa si trova il rudere di una fontana romana (fons), presumibilmente decorativa. Altri resti frammentari di stanze e parti delle mura esterne, compresa un'esedra semicircolare, si trovano nel piazzale sottostante, probabilmente un tempo giardino.
La Villa dei Casoni sembrerebbe collegata da condutture idrauliche ai cosiddetti Bagni di Lucilla, altra costruzione romana che si trova poco distante, esattamente in località San Valentino, frazione di Poggio Mirteto. Il rinvenimento di una tegola con impresso il bollo "DOMIT PFLUCILL T'EPRCOS" fece ritenere che la villa fosse appartenuta a Lucilla, imperatrice figlia di Marco Aurelio, moglie di Lucio Vero, uccisa nel 186 d.C. da suo fratello Commodo nell'isola di Capri.

Fonti:
archeomedia.net
geosabina.it

mercoledì 4 febbraio 2026

Egitto, la conquista del deserto in una scena incisa sulla pietra

Sinai, la scena litica risalenti all'occupazione egiziana
(Foto: M. Nour El-Din/ridisegno: E. Kiesel)

Cinquemila anni fa, in un remoto letto di un fiume asciutto noto come Wadi Khamila, un artista scolpì una scena impressionante su una parete di arenaria.
La scena rappresenta un uomo imponente, in piedi, con le braccia alzate in un gesto di trionfo. Davanti a lui, inginocchiata, una figura più piccola, con le braccia legate dietro la schiena ed una freccia conficcata nel petto. E' un'istantanea di una delle prime conquiste coloniali della storia umana.
Per millenni questa scena è rimasta nascosta nel calore e nella polvere del Sinai sudoccidentale, a circa 35 km ad est del Golfo di Suez. Ora una nuova indagine condotta dall'archeologo Mustafa Nour El-Din e dall'egittologo Ludwig Morenz lo ha portato alla luce, offrendo uno sguardo raro e agghiacciante sulle origini violente dello stato faraonico.
La scoperta è iniziata con un sopralluogo all'inizio del 2025 condotto da Mustafa Nour El-Din del Ministero del Turismo e delle Antichità egiziano. Wadi Khamila era già nota per le iscrizioni nabatee, risalenti ad un'epoca più tarda. El-Din ha individuato, invece, qualcosa di molto più antico. Si tratta di una scena che rappresenta, in modo terrificate, come gli egiziani colonizzarono il Sinai e ne soggiogarono gli abitanti.
L'uomo che avanza trionfante indossa un semplice perizoma e non porta alcun copricapo. La figura inginocchiata dinanzi a lui rappresenta la popolazione locale del Sinai: gruppi di nomadi che, all'epoca, non disponevano né di un governo centralizzato né di sistemi di scrittura del loro potente vicino occidentale.
Questa specifica iconografia di sottomissione ha radici profonde nell'ideologia statale egiziana. E' parallela a celebri scene dinastiche antiche come quelle di Gebel Sheikh Suleiman, dove il potere faraonico era brutalmente imposto ai nubiani del sud.
Gli archeologi sono concordi che questa raffigurazione nel deserto del Sinai rappresenti una delle prime rappresentazioni di dominio su un altro territorio. Questo suggerisce che l'unificazione dell'Egitto non avvenne solo lungo il Nilo, ma venne realizzata attraverso la violenta predazione delle risorse alla periferia del Paese.
Gli Egizi si spinsero nelle ardenti sabbie del Sinai alla ricerca di risorse minerarie, in particolare rame e turchese. L'iscrizione presente accanto alle immagini rinvenute di recente fornisce una "giustificazione religiosa" per l'estrazione di risorse. I geroglifici sembrano identificare il patrono di questa spedizione. Il testo recita: "Dio Min, sovrano del minerale di rame / della regione mineraria".
Nel periodo protodinastico il dio Min non era solo la divinità della fertilità, della riproduzione e della potenza sessuale maschile, ma era anche il "protettore divino degli Egizi nelle aree oltre la valle del Nilo". Era il dio della frontiera pericolosa, il patrono dei cercatori d'oro e dei conquistatori. Incidendo il nome e il titolo di Min nella roccia, gli Egizi stavano sacralizzando il paesaggio, rivendicando la terra ricca di rame del Sinai come proprietà dei loro dèi e del loro re. Nel contesto coloniale Min rappresentava la potenza cruda e maschile del faraone.
Con l'instaurarsi dello stato egizio dell'Antico Regno, la sua amministrazione divenne più specializzata. Non avevano bisogno solo di un dio del "potere", avevano bisogno di un dio dei confini. Ed ecco Sopdu. Il nome Sopdu si può tradurre con "L'Aguzzo" oppure "Denti Aguzzi". Sopdu era specificamente il "Signore dell'Oriente" (Neb Iabet).
Dietro la figura trionfante incisa nella roccia si staglia la sagoma di una barca. Nell'antica iconografia egizia, la barca era un potente simbolo del sovrano: rappresentava la capacità dello Stato di proiettare il suo potere e trasportare risorse pesanti su grandi distanze. L'identità del faraone che ordinò la conquista di questo territorio rimane un mistero. Una presunta iscrizione con un nome, al di sopra della raffigurazione della barca, è stata deliberatamente cancellata.
La raffigurazione nel deserto del Sinai presenta multiple sovrascritture, tra le quali scritte nabatee molto più tarde e graffiti arabi.

Fonte:
zmescience.com 


Egitto: nuove, interessanti, scoperte a Karnak

Egitto, le rovine del tempio di Montu a Medamud,
nei pressi di Luxor (Foto: Wikimedia Commons)

Nel complesso templare di Karnak a Luxor, in Egitto, una missione archeologica congiunta tra Cina ed Egitto, ha portato alla luce una serie di nuove evidenze che contribuiscono a ridefinire la conoscenza dell'area del tempio di Montu.
Tra i risultati più rilevanti figura la scoperta di un lago sacro finora ignoto, individuato all'interno del recinto del tempio, ad ovest del tempio di Maat. La struttura, estesa per oltre 50 metri quadrati, si presenta come un bacino artificiale antico ben conservato e caratterizzato da una costruzione articolata.
Il lago sacro è stato interpretato come uno spazio rituale dedicato alla dea Maat, divinità associata ai principi di verità, giustizia ed equilibrio cosmico. La collocazione all'interno del recinto del tempio di Montu e la prossimità con il tempio di Maat suggeriscono un rapporto funzionale e simbolico tra le strutture, inserite in un vasto sistema cerimoniale. Dal punto di vista architettonico il bacino presenta un ingresso realizzato in mattoni crudi, blocchi di arenaria riutilizzati ed una scalinata in arenaria lungo il lato orientale.
Le parti superiori delle pareti, in particolare quella meridionale, risultano rinforzate con una combinazione di mattoni rossi, mattoni crudi e blocchi di arenaria, indice di interventi di consolidamento o di fasi costruttive successive. Di particolare interesse è la presenza, integrata nella scalinata, di un blocco in arenaria che sembra provenire dall'antico portale del tempio di Maat, databile alla XXV Dinastia. Tal portale sarebbe stato successivamente sostituito da una nuova struttura in arenaria nel corso della XXX Dinastia, a testimonianza di un riuso sistematico dei materiali all'interno del complesso
La scoperta assume un rilievo ulteriore considerando l'assetto complessivo dell'area: il nuovo bacino è stato identificato come il lago sacro meridionale, in quanto affiancato da un secondo lago sacro situato più a nord, entrambi collocati all'interno delle mura del recinto di Karnak. La presenza di due laghi sacri disposti uno accanto all'altro rappresenta una configurazione inusuale, che apre nuove prospettive interpretative sulle pratiche rituali e sull'organizzazione spaziale del complesso.
Nel corso degli scavi, il team ha inoltre rinvenuto decine di mandibole di bovino, oltre a blocchi architettonici riutilizzati recanti riferimenti a sovrani e alla Divina Adoratrice di Amon, figura sacerdotale di grande rilievo nel periodo tardo, compreso tra il 747 e il 332 a.C. I materiali forniscono elementi utili per la ricostruzione del contesto culturale e saranno fondamentali per stabilire con maggiore precisione la fase iniziale di costruzione del lago sacro.
Le indagini non si sono limitate all'area del lago ma hanno interessato anche un altro settore del sito noto come area della cappella osiriaca. Qui gli archeologi hanno individuato tre cappelle dedicate ad Osiride, una delle principali divinità del pantheon egizio, legata ai cigli agricoli, alla fertilità e all'aldilà. Le cappelle, destinate a funzioni rituali, erano accompagnate da numerose statuette raffiguranti il dio, di dimensioni e materiali differenti, oltre a frammenti associabili nuovamente alla Divina Adoratrice di Amon.

Fonte:
finestresullarte.info


Francia, scoperto un insediamento gallo-romano ed una necropoli

Francia una delle sepolture della necropoli di
Annay-sous-Lens (Foto: ilgiornaledellarte.com)

Nel nord della Francia, un'équipe di archeologi intenti in uno scavo di archeologia preventiva in un quartiere della cittadina di Annay-sous-Lens, nella regione Hauts-de-France, ha ritrovato, su una superficie di 9.500 metri quadrati circa, un insediamento rurale di epoca gallo-romana, risalente all'inizio del I secolo d.C., nonché un'antica necropoli composta da 38 sepolture. Gli scavi hanno riportato alla luce anche vari resti della Prima Guerra Mondiale.
Una delle scoperte più importanti è quella di una strada gallo-romana lunga 155 metri. Il tratto viario risalirebbe all'inizio del I secolo d.C. e sarebbe stato perpendicolare alla grande via antica che collegava Lens a Tournai. La strada presupporrebbe una via secondaria, utilizzata per collegare le abitazioni locali alla strada principale. I ricercatori hanno rinvenuto diversi strati di battuto. Nella vicinanze della strada, gli scavi hanno anche portato alla luce fosse e fossati relativi ad appezzamenti agricoli. La loro funzione esatta rimane difficile da determinare, anche perché, purtroppo, questi resti sono in cattivo stato di conservazione.
Ad est del tracciato gli archeologi hanno scoperto un'antica necropoli comprendente 38 sepolture. La maggior parte delle tombe risalirebbe al I secolo d.C. e sarebbe in ottimo stato di conservazione. Tra queste strutture, 35 sono state classificate come depositi secondari di cremazione, due come roghi funerari ed una come sepoltura. In quest'ultima il defunto è stato sepolto in posizione supina in una fossa quadrangolare lunga 2,65 metri e larga 1,40. Dei chiodi indicano la presenza di una bara, intorno alla quale sono stati deposti un vaso ed un paio di scarpe. Questa tomba è stata datata tra il III ed il IV secolo d.C. e si trova lontano dalla necropoli.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


Maiorca, riemergono i resti di un'antichissima città preromana

 
Maiorca, resti di un insediamento romano
(Foto: archeomedia.net)
A Maiorca, per la precisione a Son Fornés, la terra sta restituendo agli archeologi un tesoro custodito per oltre venti secoli. Quello che per decenni è stato considerato un semplice insediamento rurale sembrerebbe essere una città romana scomparsa, con un impianto urbanistico estremamente preciso finora ignoto.
Per secoli gli archeologi hanno cercato Tucis e Guium, due località citate da Plinio il Vecchio nei suoi scritti, che rappresentavano i pezzi mancanti della dominazione romana nelle Baleari, iniziata nel 123 a.C. con la conquista del generale Quinto Cecilio Metello detto Balearico. Questo evento segnò l'inizio dell'insediamento struttura di Maiorca nel sistema amministrativo, fiscale ed economico di Roma. In questa fase, molti centri indigeni furono trasformati in civitates stipendiariae, comunità soggette a tributo ma dotate di istituzioni civiche ed infrastrutture secondo il modello romano. Si trattava di nodi amministrativi, strumenti di controllo del territorio e veicoli di romanizzazione culturale.
Fino ad oggi i nomi di queste due città erano rimaste nelle pagine dei libri. Il sito è oggetto di indagini sistematiche da quasi mezzo secolo. Gli scavi condotti dal gruppo Arquelogìa Social Mediterrànea hanno cambiato le carte in tavola. In un'area di circa 5.000 metri quadrati sono emerse strutture che non lasciano spazio ai dubbi: un centro urbano pianificato, quali tratti murari, spazi aperti e allineamenti, che corrispondono a criteri di urbanistica romana formale, incompatibili con una semplice villa o con un insediamento agricolo di rango medio.  
Tra le rovine sono stati ritrovati tegulae, classiche tegole romane, un bene di lusso acquistato e trasportato, segno di edifici di alto prestigio; vasellame pregiato e anfore, prove di un commercio florido che collegava l'isola al resto del Mediterraneo nonché segnale di una popolazione numerosa ben integrata nei circuiti commerciali.
La qualità e la quantità dei reperti fanno pensare che in questo luogo sorgesse, un tempo, l'antica Tucis. Il sito è un libro aperto sulla storia di Maiorca. L'area, prima dell'arrivo dei romani, era un centro della cultura talaiotica, caratterizzata da imponenti torri circolari in pietra, i talayot, che fungevano da luoghi di aggregazione politica e sociale. Con l'espansione dell'impero romano, le tradizioni locali si fusero con il pragmatismo romano. Il sito mostra chiaramente questa transizione: dalle società comunitarie preistoriche alla nascita di élite locali, fino alla costruzione di ville in stile romano.
In età romana Balearis Maior occupava una posizione strategica nel Mediterraneo occidentale. Roma vi introdusse strade, porti, nuove forme di sfruttamento agricolo e sistemi fiscali. La conferma dell'identificazione dell'abitato appena riemerso con Tucis richiederà ulteriori scavi. Nella prossima stagione gli archeologi intendono concentrarsi su un'area che potrebbe corrispondere al cuore civico della città, alla ricerca di edifici pubblici o iscrizioni che possano fornire un nome certo.

Fonti:
quotidiano.net
stilearte.it

domenica 25 gennaio 2026

Pergamo, uso alternativo degli unguentaria...

Pergamo, recipienti contenenti resti di feci umane
(Foto: C. Atila/Journal of Archaeological Science)

Gli antichi testi medici descrivono trattamenti a base di escrementi umani. Un'analisi dei residui di un contenitore di vetro romano di Pergamo, nell'odierna Turchia, ha fornito la prima prova chimica diretta che un medicinale preparato con feci umane fosse conservato e probabilmente utilizzato nel mondo romano.
Lo studio su questi elementi suggerisce che alcuni contenitori definiti "cosmetici", debbano essere riconsiderati, dal momento che i confini tra profumo, unguento e medicina erano, un tempo più labili di quanto si possa credere oggi.
L'oggetto al centro dell'indagine archeologica e scientifica è un piccolo unguentarium romano in vetro, una sorta di fiaschetta spesso associata ad oli e profumi, conservato presso il Museo Archeologico di Pergamo. Da esso i ricercatori hanno rimosso circa 14,6 grammi di residuo per sottoporlo ad analisi.
La città di Pergamo era strettamente legata al santuario di Asclepio e godeva da tempo della reputazione di centro di guarigione. L'Asklepeion di Pergamo divenne uno dei centri di cura più famosi dell'antichità, offrendo terapie che spaziavano dai bagni e dai rimedi erboristici alla diagnosi basata sui sogni.
I ricercatori hanno identificato, in questo unguentarium, il coprostanolo ed il 24-etilcoprostanolo, composti considerati biomarcatori affidabili della materia fecale. Il loro rapporto supporta un'origine umana del materiale contenuto nell'unguentarium. Il residuo conteneva anche carvacrolo, un composto aromatico legato a piante simili al timo ed all'origano. Gli studiosi interpretano questo ritrovamento come un espediente per mascherare gli odori, rifacendosi alle antiche istruzioni per la miscelazione degli ingredienti, che indicavano di miscelare ingredienti dall'odore forte con sostanze aromatiche.
I rimedi a base di feci sono noti da tempo grazie agli autori classici (in particolare quelli legati a Pergamo), ma questa scoperta offre la prova fisica che almeno una di queste ricette veniva preparata e conservata in un contenitore e non solo discussa sui testi. La scoperta ha portato anche ad ripensamento sull'utilizzo dei piccoli contenitori considerati da sempre deputati ai profumi.

Fonte:
ancient-origins.net

Pompei, i graffiti tornati leggibili narrano stralci di vita quotidiana

Pompei, uno dei graffiti rinvenuti negli scavi
(Foto: finestresullarte.info)

Nel quartiere dei teatri del Parco Archeologico di Pompei riemergono, grazie alle nuove tecnologie, iscrizioni che restituiscono frammenti di vita quotidiana, tra le quali la dichiarazione d'amore di una donna chiamata Erato e la rappresentazione di un combattimento tra gladiatori.
Racconti di amori, passioni, offese e tifo sportivo che sarebbero potuti scomparire per sempre. Le scoperte riguardano il corridoio di passaggio tra l'area dei teatri e la via Stabiana, un muro scavato oltre 230 anni fa, davanti al quale sono passati milioni di visitatori. Qui, attraverso metodi di ricerca innovativi, sono stati individuate quasi 300 iscrizioni, 200 delle quali già note e79 emerse di recente.
Il progetto, intitolato Bruits de coloir (Voci dal corridoio) è stato ideato da Louis Autin ed Eloise Letellier-Taillefer dell'Università della Sorbona e da Marie-Adeline Le Guennec dell'Università del Québec a Montréal, in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei. La ricerca si è dipanata dal 2022 al 2025 ed è stata basata su un approccio multidisciplinare che unisce epigrafia, archeologia, filologia e digital humanities.
Per garantire una migliore tutela di questo straordinario complesso epigrafico, rinvenuto nel 1794, il Parco Archeologico di Pompei ha previsto la realizzazione di una copertura del corridoio per proteggere gli intonaci incisi e favorire, in futuro, un'esperienza di visita integrata con le tecnologie messe a punto dalle ricerche più recenti.
"Vado di fretta; stammi bene, mia Sava, fa che mi ami!", "Methe, (schiava) di Cominia, di Atella, ama Cresto nel suo cuore. Che ad entrambi la Venere di Pompei sia propizia e che vivano sempre in armonia": questi sono solo alcuni esempi tra quelli già precedentemente noti, che attestano la vitalità, la molteplicità delle interazioni e delle forme di socialità, che si sviluppavano in uno spazio pubblico così frequentato dagli dell'antica Pompei.

Fonte:
finestresullarte.info

venerdì 23 gennaio 2026

Fano, riemerge la Basilica attribuita a Vitruvio

Fano, resti della Basilica vitruviana
(Foto: Ufficio Stampa e Comunicazione MIC)

E' la Basilica descritta da Vitruvio nel "De Architectura" quella emersa dagli scavi di piazza Andrea Costa a Fano: l'unico edificio attribuibile con certezza all'architetto romano. L'annuncio ufficiale è arrivato nel corso di una conferenza stampa alla Mediateca Montanari, alla presenza del Presidente della Regione Marche, Francesco Acquaroli, del Sindaco di Fano Luca Serfilippi.
Durante gli scavi legati alla riqualificazione di piazza Andrea Costa, è stata identificata con certezza la Basilica romana descritta da Vitruvio, con pianta rettangolare e colonnato perimetrale: otto colonne sui lati lunghi e quattro sui lati brevi. La conferma definitiva è arrivata con un ultimo sondaggio che ha restituito la quinta colonna d'angolo, confermando la posizione e l'orientamento dell'edificio tra le due piazze.
Le colonne, di circa 147-150 centimetri di diametro (circa cinque piedi romani) ed alte circa 15 metri erano addossate a pilastri e paraste portanti a sostegno di un piano superiore. La ricostruzione planimetrica, basata sulla descrizione vitruviana, ha trovato una corrispondenza al centimetro. Il riconoscimento si inserisce in un percorso di ricerca avviato già da anni: già nel 2022, in via Vitruvio, il rinvenimento di imponenti strutture murarie e pavimentazioni in marmi pregiati (verde cipollino e bianco venato pavonazzetto) aveva evidenziato la presenza di edifici pubblici di alto livello.
L'esistenza di un edificio concepito interamente dall'architetto cesariano-augusteo Vitruvio Pollione e localizzato nel Foro dell'antica Fanum Fortunae, rinominata, in età augustea, Colonia Iulia Fanestris, è nota da secoli, almeno da quando hanno cominciato a circolare le prime versioni a stampa dell'opera vitruviana.
Nel Libro V del De Architectura, l'architetto fornisce una descrizione dettagliata della basilica: una grande aula rettangolare, circondata da un peristilio colonnato, pensata per le funzioni pubbliche ed amministrative della città.

Fonti:
archeomedia.net
nationalgeographic.it
focus.it

Colonia, importanti ritrovamenti riscrivono la storia romana della città

Germania, Colonia, scala romana del I secolo (Foto: Franziska Bartz) Durante il lavori preparatori per il nuovo percorso sotterraneo del MiQ...