domenica 16 agosto 2026

Sardes, Turchia, ritrovata la statua di un giovane rivolta verso terra

Turchia, la statua ritrovata a testa in giù come base di
una strada romana (Foto: Ministero della Cultura e del
Turismo della Turchia)

Per quasi 2500 anni il volto di un giovane uomo è rimasto rivolto verso la terra. Sopra il marmo passava una strada della Sardes romana, mentre la statua era stata trasformata in materiale da costruzione. Quella posizione ha protetto proprio le parti più delicate della scultura. Oggi il reperto conserva il volto, la capigliatura, le mani e particolari dell'abbigliamento.
La scoperta è avvenuta a Sardes, presso l'odierna Sart, a circa 440 chilometri da Ankara. La città sorgeva nella valle dell'Hermos, l'attuale Gediz, in una posizione strategica dell'Anatolia occidentale, tra l'interno della regione ed il mondo egeo.
Il giovane raffigurato dalla statua è in piedi ed ha dimensioni superiori a quelle naturali. L'opera è stata datata tra il 470 ed il 450 a.C. e raggiunge i 2,20 metri di altezza. E' stata recuperate in due grandi parti; i piedi e alcuni frammenti minori risultano mancanti.
Quando fu scolpita, Sardes era già una delle città più importanti dell'Anatolia occidentale. Era stata la capitale del regno di Lidia, una potenza conosciuta nell'antichità per la sua ricchezza, legata anche alle risorse aurifere della regione. La città occupava una posizione favorevole lungo le vie che collegavano l'interno dell'Anatolia alla costa egea. A Sardes si svilupparono anche alcune delle prime forme di monetazione in metallo prezioso.
Nel 547 a.C. il regno lidio fu conquistato dai Persiani di Ciro il Grande. Sardes mantenne il proprio peso politico e divenne la capitale della provincia occidentale dell'impero achemenide, amministrata da un satrapo, il rappresentante del sovrano persiano. La statua appartiene proprio a questa fase della storia della città.
Il giovane indossa un himation, il grande mantello utilizzato nel mondo greco, sopra un chiton, una veste leggera simile ad una tunica. Sotto questi indumenti compare una terza veste caratterizzata da linee orizzontali. Secondo il Ministero della Cultura e del Turismo turco, questo particolare non trova confronti nelle statue analoghe conosciute dell'Anatolia e della Grecia e rappresenta quindi un possibile elemento della tradizione locale legata alla cultura lidia.
La posizione eretta ed i lunghi capelli ricordano esempi della scultura del VI secolo a.C.; i lineamenti del volto, la resa anatomica delle mani ed altri dettagli della lavorazione appartengono, invece, alla prima metà del V secolo a.C.
Nella mano destra il giovane tiene un frutto che gli studiosi ritengono possa essere una mela cotogna. Secondo l'interpretazione indicata dal Ministero turco, potrebbe trattarsi di un'offerta destinata ad una divinità. L'identità del personaggio resta ancora sconosciuta. Le informazioni diffuse finora lo descrivono semplicemente come un giovane uomo e non permettono di identificarlo come re, sacerdote, atleta, guerriero o divinità.
Anche il luogo nel quale la statua era stata collocata originariamente non è stato individuato. Gli archeologi hanno invece documentato il suo ultimo impiego avvenuto molti secoli dopo la sua realizzazione. Durante il periodo romano il marmo venne riutilizzato nella pavimentazione della strada colonnata all'ingresso di Sardes. La statua fu collocata con il volto rivolto verso il basso, sotto la superficie della strada. Le fonti disponibili non permettono di stabilire le motivazioni di questa strana collocazione. Il riutilizzo di elementi scultorei e architettonici era una pratica conosciuta nel mondo romano ed anche a Sardes sono documentati materiali più antichi impiegati nuovamente nelle costruzioni.
Gli studiosi ora si preoccupano della conservazione e della ricerca di eventuali pigmenti antichi. Le sculture in marmo dell'antichità potevano, infatti, essere dipinte ed il loro aspetto originale era molto diverso dal bianco uniforme che oggi associamo alla statuaria classica. La presenza di pigmenti potrebbe fornire nuovi elementi per ricostruire l'aspetto originario del giovane, compresi i colori utilizzati per l'abbigliamento ed eventuali dettagli decorativi.

Fonti:
Ministero della Cultura e del Turismo della Turchia
stilearte.it

Roma, il Tevere rivela i resti del Ponte Neroniano

Roma, i resti del ponte neroniano emerso grazie alla secca
del Tevere (Foto: archeomedia.net)

Il livello straordinariamente basso del fiume Tevere, nel cuore di Roma, ha rivelato, in questi giorni, nei pressi del Vaticano, i resti dell'antico ponte romano databile probabilmente al regno dell'imperatore Nerone (54-68 d.C.).
La costruzione, posta nei pressi di Castel Sant'Angelo, consentiva alla Via Triumphalis (l'antica strada consolare che collegava Roma a Veio) di attraversare il fiume, collegando Roma all'area del Vaticano.
Il ponte, realizzato nel I secolo d.C., collegava il Campo Marzio con l'Ager Vaticanus, dove si trovavano le proprietà dell'imperatore Nerone, compresa la villa della madre Agrippina, il circo di Caligola e la via Cornelia, che passava davanti a Castel Sant'Angelo.
Alla metà del Settecento i resti dei piloni, che emergevano dall'acqua, erano più evidenti e venivano impiegati per ormeggiare i mulini natanti che azionavano le loro macine sfruttando la corrente del Tevere incanalata dai piloni. Alla fine del XIX secolo i piloni furono demoliti per rendere più navigale il fiume e negli scavi dei primi del Novecento, intrapresi per realizzare il ponte Vittorio Emanuele II, vennero trovate le puntazze in ferro e le travi in legno conficcate ancora nel letto del fiume.
Non si conosce l'epoca della distruzione e, forse, andò in disuso in occasione della costruzione delle mura aureliane, nelle quali sembra mancare una porta in corrispondenza del ponte, anche a causa della vicinanza del ponte Elio. Non doveva più essere utilizzabile nel VI secolo d.C., all'epoca della guerra gotica. Il Ponte Neroniano avrebbe dovuto essere ricostruito per Giulio II della Rovere con il nome di ponte Giuliano per collegare via della Lungara con la via Giulia, sulla riva opposta, ma il progetto rimase irrealizzato. 

Fonti:
archeomedia.net
Wikipedia


Kainua ed i suoi segreti, torna alla luce un pozzetto votivo a Marzabotto

Marzabotto, una delle statuine rinvenute nel pozzo
(Foto: archeomedia.net

Statuette in bronzo, un rarissimo piatto in bronzo, che conserva ancora l'originario colore lucente del metallo, e offerte votive sono i principali reperti emersi dalla campagna di scavo che interessato un antico pozzo rituale nell'area sacra di Kainua, l'antica città etrusca i cui resti si conservano nel territorio di Marzabotto, in provincia di Bologna
Gli oggetti rinvenuti sul fondo del pozzo sembrano essere frutto di una deposizione rituale legata alla fondazione della struttura, che è stata datata tra la fine del VI ed i primi decenni del V secolo a.C., in concomitanza con la nascita della città di Kainua. A testimonianza della fase finale di utilizzo del pozzo, con la conseguente chiusura, sono due scheletri umani, che sembrano segnare il momento dell'abbandono e della chiusura della struttura.
Il pozzo si trova nell'area sacra urbana di Kainua e conferma come questa struttura non fosse destinata solo all'approvvigionamento idrico, ma avesse anche una funzione rituale legata sia alla fondazione della città che al culto dell'acqua.
L'area non è nuova a ritrovamenti di particolare rilievo, come dimostrano i due monumentali templi le cui iscrizioni etrusche sono state attribuite alla principale coppia divina del pantheon etrusco: Tinia (corrispondente a Zeus) e la sua consorte Uni (assimilata ad Hera). Nell'area dedicata ad Uni è documentato, inoltre, il culto di Vei, divinità assimilabile a Demetra, protettrice della fertilità agraria ed umana.
La campagna di scavo è stata condotta dal Museo Nazionale Etrusco di Marzabotto e dall'Università di Bologna, nell'ambito di una collaborazione istituzionale.
L'esistenza della città è nota fin dal 1551, quando frate Leandro Alberti, nel suo Descrittione di tutta Italia, ipotizza la presenza di una città antica sulla base del ritrovamento di alcune rovine di edifici, mosaici e monete. Il sito, malgrado sia andato in parte perduto a causa dell'erosione della marna dovuta al vicino fiume Reno, rimane unico nel suo genere poiché ha perfettamente conservato le tracce della sua planimetria, a pianta ottagonale di stampo coloniale.

Fonti:
archeomedia.net
Wikipedia

Gragnano, riemerge un'antica e ben conservata necropoli

 
Gragnano, i materiali recuperati dalla necropoli
(Foto: quotidianoarte.com)
Si tratta di uno dei ritrovamenti archeologici più rilevanti degli ultimi anni nel Sud Italia. Nel corso dei lavori di espansione del Pastificio Garofalo di Gragnano, in provincia di Napoli, è emersa una necropoli risalente al VI secolo a.C., portata alla luce grazie alle attività di archeologia preventiva condotte sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l'Area Metropolitana di Napoli.
Lo scavo, condotto tra l'inizio del 2025 e i primi mesi del 2026, ha restituito 85 sepolture distribuite su un'area di circa 2.000 metri quadrati. Finora sono stati identificati 16 adulti, 4 bambini e 15 infanti, mentre le indagini sui restanti individui sono ancora in corso. A colpire i ricercatori non è stato tanto il numero dei sepolti ma lo stato di conservazione delle sepolture. In alcune casse funerarie in tufo si è, infatti, creata, nel tempo, un'atmosfera priva di ossigeno che ha permesso la sopravvivenza di materiali organici normalmente perduti, compreso un piatto di legno.
Le tombe hanno restituito vasellame decorato, gioielli tra i quali collane e pendenti in avorio con figure umane, una spada in ferro e fibule in bronzo, elementi che, secondo la Soprintendenza, rimandano alle strategie di autorappresentazione sociale di un'élite di rango elevato dell'Ager Stabianus. Tra i reperti figurano inoltre graffiti alfabetici che riportano i nomi dei possessori, testimonianza delle reti commerciali che nel VI secolo a.C. collegavano quest'area della Campania alla Grecia, all'Egitto ed al Mediterraneo orientale
Lo studio dei materiali biologici ha permesso di ricostruire aspetti legati all'alimentazione, alla mobilità e alle condizioni di vita delle comunità dell'epoca, dal rachitismo infantile alle deformazioni scheletriche legate alle attività lavorative.
Al di sotto della necropoli sono emerse anche strutture più antiche, riferibili all'Età del Rame e del Bronzo che creerebbero una continuità con le popolazioni di Longola e, in prospettiva, con Pompei, riaprendo l'interrogativo sulla localizzazione dell'antica città di Stabia, questione su cui gli studiosi non si dicono ancora in grado di offrire una risposta definitiva. Si riteneva che gli insediamenti indigeni fossero scomparsi con la fondazione italica di Nocera e di Pompei, mentre i nuovi dati suggeriscono una fase più avanzata di quella presenza nel VI secolo a.C.
Il ritrovamento non è isolato. La nuova area funeraria si inserisce in una necropoli più ampia, individuata già a metà degli anni '50 dall'archeologo Libero D'Orsi in località Madonna delle Grazie. In quell'occasione furono recuperati i corredi di circa 300 tombe, oggi conservati al Museo Archeologico di Quisisana.

Fonte:
quotidianoarte.com

Pineto, portato alla luce un interessante complesso romano

Pineto, il complesso produttivo riportato alla luce
(Foto: notiziedabruzzo.it)

Un complesso produttivo romano databile tra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C. è stato individuato a Pineto, in provincia di Teramo, durante i lavori per la realizzazione del metanodotto Cellino Attanasio-Pineto.
Le indagini, condotte sotto la direzione scientifica della Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio per le province dell'Aquila e Teramo e coordinale dalla funzionaria archeologa Gilda Assenti, hanno riportato alla luce strutture murarie, ambienti destinati allo stoccaggio e una fornace.
Tra i reperti rinvenuti figurano frammenti di anfore, tappi, laterizi, una moneta ed un amo da pesca in bronzo.
Gli elementi raccolti fanno ipotizzare la presenza di un centro specializzato nella produzione e nello stoccaggio di contenitori destinati al trasporto di olio, garum e vino atriano, collegato all'antica Hatria (l'attuale Atri) e ai traffici commerciali lungo l'Adriatico. L'area è stata temporaneamente reinterrata per garantirne la tutela.
L'area era situata in una posizione strategica tra la viabilità antica e il litorale.

Fonte:
notiziedabruzzo.it

sabato 11 luglio 2026

Spagna, scoperto un interessantissimo carro votivo in bronzo

Spagna, il carro votivo in bronzo
(Foto: CSCIC Comunicaciòn)

Nel sito archeologico di Casas del Turunelo, nella provincia di Badjoz, in Spagna, è stato rinvenuto un carro votivo in bronzo di grande complessità decorativa ed iconografica, ritenuto un esemplare senza confronti noti nella penisola iberica. Il reperto è stato individuato all'interno di un passaggio di un edificio a carattere rituale, un'area oggetto già di precedenti scoperte, tra le quali un altare con forma di pelle di toro.
Il carro, databile al V secolo a.C. e riferibile all'ambito culturale di Tartesso, si conserva in forma parziale: è stata recuperata circa la metà del manufatto, con due ruote e parte della cassa principale. Nonostante l'incompletezza, lo stato di conservazione consente la lettura di un apparato decorativo articolato e di una tecnologia costruttiva basata sull'assemblaggio di più elementi in bronzo, uniti mediante componenti in ferro.
Tra le figure rappresentate compare una divinità fluviale identificata come Acheloo, figura diffusa nei contesti greci ed etruschi, affiancata da due grifi collocati agli estremi della struttura. Sono presenti, inoltre, due figure maschili di tipo atlante con funzione di sostegno della cassa del carro. L'insieme iconografico rimanda ad un programma simbolico complesso, collegato a contesti rituali e votivi.
Secondo gli studiosi, non esistono attualmente confronti diretti nella penisola iberica. Alcuni elementi trovano analogie parziali nell'ambito etrusco, ma nessun esemplare noto presenta la stessa combinazione di soluzioni decorative e costruttive. Dopo una prima fase di pulizia e documentazione, il reperto sarà sottoposto ad ulteriori analisi specialistiche finalizzate a chiarirne la funzione, cronologia e significato all'interno del contesto del sito.
La campagna di scavo ha interessato i settori nord e sud del tumulo che copre il complesso archeologico, una struttura del diametro di circa 90 metri ed alta sei metri, sotto la quale l'edificio venne sigillato intenzionalmente alla fine del V secolo a.C.
Le indagini si sono concentrate anche nell'area della stanza H-100, un ambiente di circa 70 metri quadrati, il più ampio finora portato alla luce. Nel settore nord sono stati recuperati due bracieri e un calderone in bronzo, elementi che confermano la ricchezza materiale del contesto. La quantità di ceramica rinvenuta nel corso della campagna risulta tuttavia inferiore rispetto alle stagioni precedenti.

Fonte:
finestresullarte.info


Turchia, torna alla luce uno splendido pavimento musivo ad Aspendos

Turchia, il mosaico ritrovato ad Aspendos (Foto: Ministero della Cultura della Turchia)
Importante scoperta archeologica nell'antica città di Aspendos, in Turchia. Nel corso degli scavi condotti dal Ministero della Cultura e del Turismo è stato riportato alla luce un eccezionale mosaico del III secolo d.C. raffigurante Eurimedonte, personificazione dell'omonimo fiume che diede origine e prosperità alla città.
Il mosaico, rinvenuto nell'area della piazza orientale della Via del Teatro, rappresenta un interessante esempio di raffigurazione di una divinità fluviale nell'arte musiva romana ed offre nuovi elementi per lo studio della produzione artistica anatolica dell'epoca imperiale.
L'opera è emersa durante le indagini archeologiche lungo la Via del Teatro, l'antico asse viario che collegava l'Acropoli di Aspendos con il celebre teatro romano. Proprio in quest'area gli archeologi hanno individuato una struttura monumentale decorata a mosaico che ha restituito uno dei ritrovamenti più significativi degli ultimi anni per il sito archeologico.
Al centro del mosaico si trova la raffigurazione del Giovane Eurimedonte, arricchita da canne, un'anfora e figure di pesce a rappresentare simbolicamente l'acqua, la fertilità e la vita. L'opera, notevole per le transizioni cromatiche create con piccole tessere, la ricchezza di dettagli e l'alta qualità della lavorazione, è inoltre di particolare importanza in quanto rappresenta una rara raffigurazione di una divinità fluviale nell'arte musiva anatolica di epoca romana.
Le prime analisi indicano che l'edificio fu realizzato all'inizio del III secolo d.C. come una piscina monumentale. Finora gli archeologi hanno riportato alla luce una porzione di pavimento musivo di circa sei metri per sette metri e mezzo, ma ritengono che la decorazione prosegua anche nelle aree ancora da scavare. Gli studiosi ipotizzano, inoltre, che la struttura abbia subito importanti trasformazioni dopo il terremoto che colpì la regione nel 262 d.C. In seguito all'evento sismico, l'edificio sarebbe stato suddiviso in diversi ambienti attraverso la costruzione di muri interni, modificandone, così, l'assetto originario.
Il pavimento musivo si articola in almeno due pannelli distinti. Il primo è caratterizzato a una decorazione geometrica, mentre il secondo ospita al centro la scena figurata con il Giovane Eurimedonte. L'identificazione della figura è stata possibile grazie al confronto con esempi iconografici analoghi e alle caratteristiche della rappresentazione. La composizione è costruita attorno alla figura del dio, raffigurato con canne tra le mani e sul capo, che si appoggia ad un'anfora dalla quale fuoriesce l'acqua. Ad accompagnare la figura principale compaiono anche pesci raffigurati mentre nuotano uno di fronte all'altro.

Fonte:
finestresullarte.info


Egitto, importanti ritrovamenti a Marina Alamein

Egitto, il sito di Marina Alamein (Foto: Ministero
del Turismo e delle Antichità Egiziano)

Il Ministero del Turismo e delle Antichità dell'Egitto ha annunciato il ritrovamento di 18 nuove sepolture e di un ricco corredo funerario che contribuisce a ridefinire il ruolo storico di Marina Alamein, antico crocevia tra la civiltà egizia ed il mondo ellenistico.
Le nuove scoperte sono emerse durante una campagna di scavo condotta dalla missione archeologica egiziana e portano a 44 il numero complessivo di sepolture individuate nel sito dalla sua scoperta, avvenuta nel 1986 durante lavori edilizi. Situata a circa 100 chilometri ad ovest di Alessandria, la città è identificabile con l'antica Leukaspis, citata dal geografo greco Strabone, e conobbe il suo massimo splendore tra il I ed il III secolo d.C.
Tra i ritrovamenti più significativi figurano undici ipogei scavati nella roccia, profondi fino ad otto metri e sette tombe in pietra calcarea, alcune delle quali ancora sigillate con le lastre originali. Di particolare rilievo un sarcofago in granito lungo 2,5 metri, rinvenuto intatto con il coperchio ancora in posizione, al cui interno sono stati recuperati resti umani ora sottoposti ad analisi scientifiche.
Gli archeologi hanno inoltre recuperato vasi in ceramica, altari, bacili, elementi architettonici, una statua in marmo di Afrodite, una stele funeraria con un personaggio maschile seduto che tiene in mano un uccello ed una statua in gesso del dio Arpocrate. Eccezionale anche il rinvenimento di 24 amuleti funerari d'oro, le cosiddette "lingue d'oro", collocate nella bocca dei defunti secondo una credenza che garantiva loro la parola nell'aldilà, insieme ad un amuleto raffigurante l'Occhio di Horus.
Le tipologie di sepoltura sono multiple, riflettendo una chiara stratificazione sociale della necropoli. Undici sono ipogei interamente scavati nella roccia, una di queste è il frutto di un adattamento di un pozzo idrico già esistente. Le altre sette sepolture erano costruite in superficie con blocchi di calcare. 

Fonte:
ilgiornaledellarte.com
Ministro del Turismo e delle Antichità
 


Ercolano, torna visitabile la Casa del Mobilio Bruciato

Ercolano, la casa del mobilio carbonizzato
(Foto: archeomedia.net)

E' tornata visitabile una delle domus più suggestive del Parco Archeologico di Pompei, restituita alla città grazie ad un complesso progetto di restauro.
Per quasi trent'anni la domus è stata chiusa ai visitatori, si tratta della Casa del Mobilio Carbonizzato, che ha restituito ad Ercolano uno dei suoi ambienti più intimi e toccanti.
Il nome di questa domus è dovuto al ritrovamento di un tavolino e di un letto con alta spalliera, che conservano ancora tracce di tessuto ed i resti della rete di corda a cui erano agganciate le doghe di legno. Si tratta di oggetti di vita quotidiana, sorpresi dall'eruzione e custoditi dal tempo, riportati alla luce tra il 1932 ed il 1933, durante la grande stagione di scavi condotta da Amedeo Maiuri, il grande archeologo che più di ogni altro ha restituito al mondo il volto dell'antica Ercolano.
La casa si affaccia sul cardo IV ed ha una superficie di 215 metri quadrati. L'atrio è senza impluvium, decorato con pitture in terzo stile, delle quali rimangono scarse tracce, mentre sono più visibili le decorazioni in gesso ed una serie di colonne poste lungo il perimetro superiore, che avevano la funzione di arieggiare ed illuminare l'ambiente.
L'impianto domestico di questa domus si è straordinariamente conservato: gli ambienti si dispongono intorno all'atrio ed al giardino sul fondo, dove un piccolo larario a forma di tempietto accoglieva le devozioni della famiglia. Al piano superiore, un loggiato con colonne che si affacciava sull'atrio già dalla prima fase costruttiva della casa.
Tra gli ambienti più preziosi, il triclinio, a destra dell'ingresso, conserva un pavimento a mosaico con un raffinato emblema marmoreo e decorazioni con nature morte. Il tablinio custodisce, a sua volta, un mosaico con inserto marmoreo e tracce dell'antico soffitto affrescato. E proprio sul fondo della casa, nel cosiddetto oecus Cyzicenus, aperto da una grande finestra sul giardino, vennero ritrovati gli arredi carbonizzati che hanno dato il nome a questa domus: un tavolino ed un letto.
La riapertura della Casa del Mobilio Carbonizzato è il frutto di un percorso di restauro avviato più di dieci anni fa, quando furono eseguite le prime opere urgenti di ricostruzione delle coperture e di messa in sicurezza delle superfici decorate. Gli interventi più recenti hanno dato priorità ad alcune criticità rimaste irisolte, come la ricostruzione di alcuni solai lignei, la sostituzione di architravi compromessi, il consolidamento ed il restauro completo delle colonne che affacciano nell'atrio collocate al primo piano, sopra la copertura del tablinio.

Fonte:
Parco Archeologico di Ercolano
Wikipedia

Puglia, l'antica Vereto svela parte delle sue "radici"

Patù (Lecce) gli scavi archeologici
(Foto: archeomedia.net)

Una campagna di scavi sta aiutando i ricercatori a ricostruire le identità e le reti di scambio del Capo di Leuca tra la fine dell'Età del Bronzo e la prima romanizzazione.
Si è appena conclusa la campagna di scavo nel sito archeologico di Vereto, antica città messapica del Capo di Leuca, condotta dall'Università degli Studi di Napoli L'Orientale sotto la direzione scientifica del Professor Valentino Nizzo, archeologo esperto nelle culture dell'età preromana.
Nella parte meridionale del sito sono emerse strutture databili tra il III ed il IV secolo d.C. Si tratti di due piani pavimentali di edifici probabilmente appartenenti a gruppi di livello sociale elevato, come confermerebbero il vasellame e le ceramiche da mensa e da cucina ritrovate. Nella parte più settentrionale, vicina alla chiesa della Madonna di Vereto, sono state scoperte, invece, grandi fosse colmate con pietre e materiali provenienti dalla demolizione di edifici precedenti, probabilmente legati ai cambiamenti vissuti dall'area e collegati alla successiva frequentazione cultuale del luogo.
E' stato anche riportato alla luce un interro artificiale di età romano imperiale, in cui erano custoditi materiali risalenti alle fasi più antiche dell'insediamento, comprese tra la prima Età del Ferro e l'Età Arcaica, oltre a numerose testimonianze della fase messapica e frammenti di ceramica di importazione di tradizione corinzia, databili al VII secolo a.C.
L'evidenza più significativa è costituita da due grandi blocchi monolitici in calcarenite, impostati direttamente sul banco roccioso, che potrebbero appartenere alle fondazioni di una struttura monumentale di carattere collettivo, forse anche cultuale, un'ipotesi che dovrà essere verificata ampliando lo scavo.
Tra i rinvenimenti spicca una testina femminile in calcarenite di età ellenistica, con dettagli della capigliatura ed orecchini ancora leggibili. Un reperto che sembra indicare la presenza, nell'area, di strutture monumentali ancora in larga parte da esplorare.
Vereto era un insediamento strategico del promontorio salentino, in rapporto con gli approdi di Leuca e di San Gregorio

Fonti:
ansa.it
archeoreporter.com


venerdì 26 giugno 2026

Castel di Guido, emergono i resti di una ricca villa romana

Castel di Guido, resti della villa imperiale
(Foto: archeomedia.net)

Un'importante villa suburbana di età imperiale, tra le più estese mai attestate, è riemersa durante le indagini archeologiche condotte dalla Soprintendenza Speciale di Roma del Ministero della Cultura, restituendo un raffinato contesto di decorazioni pittoriche e musive, oltre ad una statua in marmo bianco.
Le indagini sono state condotte in seguito alla segnalazione di uno scavo abusivo nella tenuta agricola di Castel di Guido, località situata lungo la via Aurelia. In questo contesto si trovavano, un tempo, le residenze imperiali della dinastia antonina.
Gli ambienti rinvenuti sono ben conservati, sono emersi mosaici e intonaci dipinti nonché l'atrio di ingresso della villa con un sontuoso impluvium centrale.
Delle quattro stanze individuate, tre conservano ancora parte del mosaico pavimentale: il primo è a tessere bianche e nere con nove riquadri decorati con motivi geometrici, il secondo reca un motivo ad ottagoni neri su fondo bianco, il terzo presenta rettangoli neri dai lati concavi e convessi. A lato della terza stanza, che conserva solo parzialmente il piano pavimentale, sono stati individuati una vasca ed un altro ambiente non ancora scavato, forse parte di uno spazio adibito ad attività produttive ed agricole.
Tra i reperti emersi figurano una statua frammentaria con rappresentato un personaggio con la barba, probabilmente il dio Silvano, divinità agreste legata al mondo rurale, che trasporta un piccolo animale domestico, forse un vitello o un maialino.
La qualità dei mosaici e degli affreschi ritrovati farebbe pensare ad una residenza romana di alto rango, di proprietà di aristocratici romani o addirittura di membri della famiglia imperiale. Sorge, infatti, nell'area dell'antica proprietà imperiale di Lorium, una stazione di posta al XII miglio della via Aurelia, ricordata dalle fonti anche come sede del palazzo imperiale degli Antonini, particolarmente caro ad Antonino Pio che vi trascorse la sua fanciullezza.
Queste decorazioni pavimentali e parietali si diffondono, inoltre, nelle ville a partire dalla prima metà del I secolo d.C.

Fonte:
ilgiornaledell'arte.com


Sardes, Turchia, ritrovata la statua di un giovane rivolta verso terra

Turchia, la statua ritrovata a testa in giù come base di una strada romana (Foto: Ministero della Cultura e del Turismo della Turchia) Per q...