domenica 8 marzo 2026

Egitto, il deposito dei sarcofagi dei Cantori di Amon

Egitto, i sarcofagi dei "Cantori di Amon"
(Foto: Ministero del Turismo e delle Antichità)

Nel settore sudoccidentale del cortile della tomba di Seneb, nell'area di Qurna, sulla riva occidentale di Luxor, in Egitto, una missione archeologica egiziana congiunta tra il Consiglio Supremo delle Antichità e la Fondazione Zahi Hawass per le Antichità ed il Patrimonio ha individuato un deposito di sarcofagi lignei dipinti contenti mummie, insieme ad un gruppo di rari papiri databili al Terzo Periodo Intermedio (1070/1069 - 712 a.C.).
Secondo quanto comunicato dal ministro del Turismo e delle Antichità, Sherif Fathy, la scoperta si inserisce nel quadro delle recenti attività di ricerca sostenute dallo Stato egiziano nell'ambito di una strategia di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale.
Le indagini hanno portato alla luce una camera rettangolare scavata nella roccia, utilizzata come deposito funerario. All'interno sono stati trovati 22 sarcofagi lignei policromi disposti su più livelli. L'organizzazione interna del deposito evidenzia un preciso sfruttamento dello spazio: i sarcofagi erano collocati in dieci file orizzontali sovrapposte, con i coperchi separati dalle casse per ottimizzare la capienza dell'ambiente. Accanto ai sarcofagi, la missione ha recuperato un gruppo di vasi in ceramica, ritenuti funzionali alla conservazione dei residui dei materiali impiegati durante il processo di imbalsamazione.
La maggior parte dei sarcofagi riporta titoli professionali invece dei nomi personali. L'appellativo più ricorrente è quello di "cantore di Amon", elemento che apre prospettive di ricerca sulla classe dei musicisti e dei cantori attivi nel culto del dio Amon durante il Terzo Periodo Intermedio. Le condizioni conservative dei manufatti lignei hanno reso necessario un intervento immediato del team di restauro della missione. Le operazioni hanno incluso il consolidamento delle fibre lignee compromesse, il trattamento delle superfici in rivestimento policromo interessate da distacchi ed un'accurata pulitura meccanica per rimuovere i depositi superficiali senza alterare la vivacità dei colori originari. Il supervisore della missione, Afifi Rahim, ha attribuito il deposito alle Dinastie XXI-XXV. Nonostante l'assenza di nomi personali, le mummie risultano ancora all'interno dei rispettivi sarcofagi.
Particolare rilievo assume il ritrovamento di otto papiri, rinvenuti all'interno di un grande vaso in terracotta. Alcuni esemplari conservano ancora il sigillo originario in argilla. I documenti presentano dimensioni differenti e saranno oggetto di interventi di restauro e di successive operazioni di traduzione e studio.

Fonte:
finestresullarte.info
 


Un contratto matrimoniale nell'Egitto romano: Chaeremonis e Dionysapollodorus

Egitto, gli sposi Tjay e Naya (1550-1295 a.C.)
(Foto: Tiziana Giuliani)

Il matrimonio, in Egitto, era un accordo privato, solitamente monogamico, basato sul reciproco consenso. Non veniva celebrato ricorrendo a cerimonie ufficiali o alla presenza di autorità religiose o civili. La festa di matrimonio era molto semplice e privata. 
La sposa era accompagnata, in corteo, a casa del suo sposo. Il contratto di matrimonio, perché di tale trattasi, era stipulato dai rispettivi padri, dal momento che nell'antico Egitto la donna era tutelata e godeva di notevoli diritto tra i quali, dal carattere estremamente moderno, quelli di gestire il suo patrimonio, di divorziare e di disporre il proprio testamento.
Gli archeologi sono in possesso di un documento prezioso, a questo proposito: il contratto di matrimonio di Chaeremonis e Dionysapollodorus, due sposi del periodo romano entrambi originari di Ossirinco.
Dal testo sembra che i due giovani, al momento della redazione del contratto matrimoniale, convivessero. Si sa per certo, comunque, che tra il 157 ed il 158 d.C. i rispettivi genitori si sono incontrati e che il padre della sposa ha redatto su papiro il contratto di matrimonio, stipulato in greco e contenente le condizioni e l'elenco degli oggetti che la giovane Chaeremonis avrebbe ricevuto in dote.
Nell'antico Egitto la dote era l'insieme dei beni che il padre della sposa donava a sua figlia per affrontare la nuova vita. Questi beni venivano messi a disposizione della nuova famiglia della sposa, anche se la sposa ne restava la esclusiva proprietaria.
Ossirinco, patria dei due sposi, si trovava nel XIX nomo dell'Alto Egitto. Da qui proviene un'enorme collezione di documenti e testi su papiro di epoca greco-romana, rinvenuti tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo in un'antica discarica. Le particolari condizioni climatiche ed ambientali della zona, l'assenza di inondazioni, il clima secco e ventoso, hanno permesso la straordinaria conservazione dei papiri che sono un tesoro prezioso di informazioni. Si tratta di documenti pubblici e privati, editti, registri, inventari, atti di compravendita, lettere, contratti di varia natura, opere letterarie redatti in greco e latino tra il I ed il VI secolo d.C.
Il papiro contenente il contratto matrimoniale di Chaeremonis e Dionysapollodorus, quantunque piuttosto lacunoso, informa i moderni studiosi sulle pratiche matrimoniali nell'Egitto romano al tempo dell'imperatore Antonino Pio.
Il testo conserva i dettagli della dote fornita a Chaeremonis dai suoi genitori: gioielli in oro e argento, un mantello, vesti, una statuetta di Afrodite, vari oggetti per la casa, uno specchio ed un cofanetto ligneo per unguenti. Si tratta di oggetti di utilità giornaliera ma anche di simboli di sicurezza, prestigio, fertilità e cura personale. Nel prezioso documento vengono menzionati anche beni immobili: un cortile ed un vigneto destinati alla vita comune della coppia oltre alla casa familiare ed un terreno che la sposa erediterà alla morte dei genitori.
Il contratto matrimoniale ha clausole molto precise e rigorose: il marito non poteva ipotecare, vendere o trarre profitto dai beni della sposa senza il consenso di quest'ultima, segno di una partecipazione giuridica femminile all'interno del matrimonio. Inoltre, in caso di separazione senza figli, la dote sarebbe stata restituita immediatamente a Chaeremonis, a salvaguardia del patrimonio familiare. Una clausola che indica quanto i beni femminili fossero fondamentali per proteggere la stabilità economica della donna.
Il contratto di matrimonio tra Chaeremonis e Dionysapollodorus è conservato presso la Oxford University, Papyrology Rooms, Art, Archaeology and Ancient World Library dalla Egypt Exploration Society. Nello stesso luogo si trovano conservati la maggior parte dei papiri trovati ad Ossirinco.

Fonte:
mediterraneoantico.it

I tesori nascosti di Roma: emerge una necropoli sulla via Ostiense

Roma, un tratto della necropoli appena scoperta
(Foto: Ufficio Stampa e Comunicazione MiC)

Nel corso delle indagini di archeologia preventiva condotte dal Ministero della Cultura - Soprintendenza Speciale di Roma, per la realizzazione di uno studentato sulla via Ostiense, in zona San Paolo Fuori le Mura, è stata scoperta una vasta area funeraria, con tombe in muratura decorate e sepolture a fossa, eccezionalmente ben conservata.
Questo rinvenimento conferma la straordinaria complessità del patrimonio archeologico della città, che continua ad emergere anche nei contesti interessati da trasformazioni urbane.
Dallo scavo, diretto dalla Dottoressa Diletta Menghinello, archeologa della Soprintendenza Speciale di Roma, è emerso, a circa un metro di profondità, un nucleo di cinque edifici funerari di età imperiale a pianta quadrangolare con copertura a volta, allineati da nord-est a sud-ovest e preceduti da due strutture minori. Un sesto edificio, analogo agli altri ma ad essi perpendicolare, suggerisce, insieme ai resti di ulteriori ambienti, l'organizzazione del complesso attorno ad un cortile interno.
"Lo scavo dei sepolcri - spiega la Dottoressa Menghinello - molto probabilmente identificabili come colombari, ambienti dotati di nicchie destinate ad ospitare le urne cinerarie, è ancora in una fase preliminare. Nella limitata porzione attualmente visibile delle camere sepolcrali, è comunque già possibile riconoscere un elaborato apparato decorativo, costituito da intonaci affrescati a fasce e a motivi vegetali, stucchi, edicole ornate da figure della simbologia funeraria romana (come Oranti o Vittorie Alate). La prosecuzione dello scavo potrebbe consentire il rinvenimento di numerosi elementi di corredo, epigrafi e rivestimenti pavimentali".
Nell'area più prossima alla strada, a profondità via via maggiori, sono stati inoltre riportati alla luce un'aula absidata ed un altro grande ambiente con resti di pavimentazione a mosaico, entrambi in laterizi, la cui funzione si chiarirà con il procedere dell'indagine. In età tardo-antica, una necropoli assai più modesta si impianta alle spalle del settore monumentale occupato dalle tombe di età imperiale, dal quale è separata da un lungo muro in blocchetti di tufo: scarsi oggetti di corredo accompagnano semplici sepolture a fossa, sovrapposte le une alle altre in fitta successione.
Il contesto va ricondotto alla vasta necropoli della via Ostiense, sviluppatasi tra la tarda età repubblicana e il tardo impero, di cui attualmente sono visibili i settori del Sepolcreto Ostiense e della Rupe di San Paolo.

Fonte:
Ufficio Stampa e Comunicazione MiC


domenica 22 febbraio 2026

Gran Bretagna, la bambina sepolta nella grotta 11000 anni fa

Gran Bretagna, la grotta in Cumbria dove sono stati
rinvenuti i resti umani (Foto: archaeology.wiki)

Le ossa, risalenti ad 11000 anni fa, rinvenute nella grotta di Heaning Wood, a Great Urswick, in Cumbria, dall'archeologo Martin Stables, hanno fornito chiare evidenze delle sepolture mesolitiche nel nord dell'isola.
Un team internazionale, guidato dagli archeologi dell'Università del Lancashire, è riuscito ad estrarre sufficiente DNA dalle ossa per identificare i resti umani come quelli appartenenti ad una bambina di circa 2-3 anni di età.
Si tratta della terza sepoltura mesolitica più antica dell'Europa nordoccidentale e rappresentano una delle più antiche attività umane in Gran Bretagna dopo la fine dell'ultima era glaciale.
Tra i gioielli rinvenuti recentemente nello stesso sito, figurano un dente di cervo perforato e delle perle, datate attraverso il C14 a 11000 anni fa. La sepoltura infantile venne scoperta nel 2016.
Oltre ai resti della bambina, gli archeologi hanno rinvenuto i resti di almeno altre otto persone diverse sepolte nella medesima grotta, che dimostrano che tali sepolture erano intenzionali e non casuali. Tutte risalgono a tre diverse datazioni preistoriche: circa 4000 anni fa (Età del Bronzo); circa 5500 anni fa (Neolitico Antico); circa 11.000 anni fa, durante la prima parte del Mesolitico.

Fonte:
archaeology.wiki


Svezia, le sepolture multiple di una comunità di cacciatori-raccoglitori

Svezia, i resti indagati sull'isola di Gotland
(Foto: archaeology.wiki)

Una donna venne sepolta con due bambini non suoi. In un'altra tomba furono deposti due bambini che non erano fratelli, ma parenti lontani, forse cugini. I ricercatori dell'Università di Uppsala, in uno studio, hanno chiarito le relazioni familiari esistenti tra coloro che vennero deposti in sepolture riferentesi ad una comunità di cacciatori-raccoglitori di 5500 anni ad Ajvide, sull'isola di Gotland, in Svezia.
Le analisi del DNA suggeriscono che i defunti avessero consapevolezza del grado di parentela esistente tra loro e che le relazioni al di fuori del gruppo familiare più stretto giocassero un ruolo importante.
Ajvide è uno dei siti dell'Età della Pietra più importanti della Scandinavia ed è noto per le sue sepolture ben conservate e per i ricchi reperti archeologici. Qui viveva, circa 5500 anni fa, una comunità di cacciatori-raccoglitori che si sostenevano principalmente con la caccia alle foche e con la pesca. All'epoca l'agricoltura era diffusa in tutta Europa, ma al nord le comunità di cacciatori-raccoglitori continuavano a persistere e rimanevano geneticamente distinte da quelle agricole.
Il sito sepolcrale contiene 85 tombe note, tra le quali figurano otto che ospitavano due o più individui. I ricercatori hanno analizzato il DNA dei resti rinvenuti in quattro di queste sepolture condivise, al fine di ricostruire il grado di parentela tra i defunti.
L'analisi ha mostrato che molti di quelli che furono sepolti insieme erano parenti di secondo o terzo grado, piuttosto che di primo grado, come spesso si sarebbe portati a credere. Questo sembra suggerire che costoro conoscevano bene le relazione genealogiche e che i rapporti al di fuori della famiglia immediata erano molto importanti.
In una delle sepolture, una donna di circa vent'anni è stata rinvenuta deposta sulla schiena. Ai suoi fianchi giacevano due bambini, uno di quattro anni e l'altro di circa un anno e mezzo. Questi bambini - un maschio ed una femmina - erano fratelli tra loro ma non erano i figli della defunta sepolta con loro che, a sua volta potrebbe essere o la sorella del padre oppure una sorellastra.
In un'altra sepoltura sono stati rinvenuti i resti di un individuo giovane accanto al quale giacevano i resti di un uomo adulto, probabilmente trasferiti qui da un'altra sepoltura. L'analisi del DNA ha permesso di stabilire che il giovane era, in realtà, una ragazza e che l'adulto era suo padre.
In una terza sepoltura furono sepolti insieme due bambini, un maschio ed una femmina che, secondo l'analisi del DNA erano legati da una lontana parentela: forse erano cugini.
Nella quarta sepoltura giacevano i resti di due giovani donne che, secondo le analisi, erano parenti di terzo grado. Una di loro era, forse, la prozia o la cugina dell'altra.
L'analisi archeogenetica delle co-sepolture nel cimitero di Ajvide è il primo studio pilota che esplora le relazioni familiari tra i cacciatori-raccoglitori neolitici scandinavi. I ricercatori intendono proseguire, ora, con studi interdisciplinari sui resti di oltre 70 individui provenienti dalla stessa necropoli. In questo modo sperano di approfondire la conoscenza della struttura sociale, delle storie di vita e dei riti funerari delle antiche culture di cacciatori-raccoglitori.
Il sesso dei defunti è stato individuato attraverso l'analisi del DNA di denti ed ossa di dieci individui. Il sesso dei bambini è stato verificato attraverso la ricerca dei cromosomi: due cromosomi X per le femmine oppure un cromosoma X ed uno Y per i maschi. La parentela è stata individuata analizzando la percentuale di DNA condivisa dagli individui.

Fonte:
archaeology.com


Egitto, riemergono i resti del tempio del faraone Apries, figlio di Psammetico II

Egitto, la scoperta dei resti del tempio del
faraone Apries (Foto: Ministero del Turismo
e delle Antichità)

Una missione archeologica congiunta egiziano-cinese, coordinata dal Consiglio Supremo delle Antichità, dall'Università di Pechino e dall'Istituto di Patrimonio Culturale e Archeologia dello Shandong, ha portato alla luce un edificio costruito in calcare a Mit Rahina, nel governatorato di Giza. L'elemento scoperto è ritenuto parte dei resti del tempio del faraone Apries, figlio di Psammetico II, sovrano della XXVI Dinastia, già oggetto di precedenti campagne di scavo presso il sito di Tel Aziz, nella parte orientale della zona.
Secondo quanto dichiarato da Sharif Fathi, Ministro del Turismo e delle Antichità, il ritrovamento rappresenta un contributo importante alle ricerche archeologiche in corso a Mit Rahina, permettendo di approfondire la conoscenza di uno dei principali siti collegati alla storia antica della città.
Lo scavo ha, inoltre, permesso di individuare cinque sfingi acefale, blocchi e lastre di pietra incisi con geroglifici dedicati al dio Ptah e cartigli di Apries, oltre ad una varietà di reperti come vasi in terracotta e vetro e monete di rame.
La città di Menfi, situata alla confluenza tra il Nilo ed il suo delta, tra il deserto orientale e quello occidentale, rappresenta una delle capitali più antiche dell'Egitto, centro di attività amministrative, economiche e religiose per quasi tremila anni.
Hisham El-Leithy, Segretario Generale del Consiglio Supremo delle Antichità, ha spiegato che questa scoperta contribuisce notevolmente ad una migliore comprensione della pianificazione urbana dell'antica città di Menfi, nonché delle sue pratiche religiose durante il periodo che va dalla XXVI Dinastia ai giorni nostri, dal Periodo Tardo all'epoca greco-romana. Ha aggiunto che gli studi iniziali condotti sui resti indicano che la parte meridionale di Tell Aziz faceva parte del cuore di Menfi e che il tempio rimase in uso fino all'epoca romana.

Fonti:
finestresullarte.info
ansa.it
 


lunedì 16 febbraio 2026

Colonia, importanti ritrovamenti riscrivono la storia romana della città

Germania, Colonia, scala romana del I secolo
(Foto: Franziska Bartz)

Durante il lavori preparatori per il nuovo percorso sotterraneo del MiQua, il Museo ebraico e Quartiere archeologico di Colonia, in Germania, sono stati riportati alla luce reperti romani di eccezionale importanza. La posizione particolarmente profonda del percorso ha consentito di conservare tracce edilizie che normalmente svaniscono nel tempo. I resti romani erano stati coperti fin dall'antichità da accumuli di terreno lungo la riva del Reno, che ne ha garantito la conservazione.
Tra i ritrovamenti più rilevanti figurano i resti dell'abside di una basilica romana a più navate risalente al IV secolo. L'analisi del taglio del terreno ha permesso di comprendere che la struttura non era in calcestruzzo romano (opus caementicium), ma costruita con strati di tufo, basalto e calcare legati da un mortaio robusto e duraturo, contenente frammenti di mattoni e ghiaia.
Altra scoperta è stata una scala del tardo I secolo, ritrovata durante gli scavi, che collegava un livello profondo verso il Reno ad una zona più elevata del Praetorium, il palazzo del governatore romano. La scala rappresenta un ritrovamento raro per l'archeologia di Colonia, dove solitamente si conservano solo le fondamenta degli edifici. Le condizioni topografiche particolarmente favorevoli, unite alle antiche colmate di terreno, ne hanno permesso la conservazione. Un ulteriore reperto è un lararium del II secolo, un altare domestico all'interno del Praetorium dedicato ai Lari, divinità protettrici della casa. La nicchia ospitava le figure dei Lari, accanto alle quali venivano deposte offerte alimentari e oggetti rituali. Tracce di chiodi sopra ed accanto alla nicchia indicano la presenza di ghirlande sospese, mentre un bordo di rottura sotto la nicchia segnala la collocazione originale della mensa d'altare, ritrovata durante lo scavo e destinata ad essere restaurata e riposizionata. I resti di pittura interna alla nicchia e le sporgenze laterali delle mura suggeriscono un'articolata cornice decorativa. Il ritrovamento rappresenta un unicum a nord delle Alpi, esempi comparabili si conoscono solo in città vesuviane.

Fonte:
finestresullarte.info


Tunisia, riemergono i tesori di Numluli, città romana e bizantina

Tunisia, Henchir Matriya, la statua ritrovata
(Foto: Institut National du Patrimoine)

A Henchir Matriya, corrispondente all'antica città romana di Numluli, situata nel governatorato di Béja, in Tunisia, un team multidisciplinare italo-tunisino sta conducendo scavi archeologici nell'ambito di una collaborazione tra l'Institut National du Patrimoine e l'Università di Sassari.
Le ricerche si concentrano sull'area della piazza pubblica, il foro, e sulla chiesa bizantina del sito. I lavori hanno di recente portato alla luce numerosi reperti, tra i quali capitelli e colonne romane appartenenti al Tempio Capitolino, statue di divinità romane con tracce di policromia, candelabri e mosaici bizantini. Lo studio dei reperti e delle strutture emerse offre nuovi elementi per comprendere l'evoluzione urbana e religiosa di Numluli durante le epoche romana e bizantina.
La presenza di statue di divinità romane, ancora in fase di studio, rafforza l'ipotesi di un complesso cultuale di rilievo inserito in un tessuto urbano strutturato e coerente.
Accanto alla dimensione religiosa di età imperiale, emerge quella tardoantica. La basilica bizantina ed i mosaici rinvenuti testimoniano la continuità di vita del centro anche dopo la riconquista dell'Africa da parte dell'Impero Romano d'Oriente nel VI secolo. In questo periodo la basilica - edificio rettangolare a navate, destinato al culto cristiano - sostituisce progressivamente i templi pagani come fulcro spirituale della comunità. I mosaici, realizzati con tessere litiche e talvolta vitree, rappresentano non solo un patrimonio artistico, ma anche una fonte documentaria per la comprensione delle trasformazioni religiose e sociali.
Numluli si inserisce in una regione che, già in età punica, era caratterizzata da insediamenti agricoli e reti commerciali legate a Cartagine. Dopo la distruzione della metropoli punica nel 146 a.C., Roma riorganizzò il territorio valorizzandone la straordinaria fertilità. Béja - identificata con l'antica Vaga - divenne un centro strategico noto per la produzione cerealicola. L'area riforniva Roma di grano, contribuendo in modo determinante all'annona, il sistema di approvvigionamento pubblico della capitale.
Numluli appare come una città di medie dimensioni ma dotata di un impianto monumentale completo: oltre al foro e al Campidoglio, il sito conserva due complessi termali, un martyrium (edificio destinato al culto dei martiri cristiani) e strutture urbane ancora in parte da esplorare. Le terme, articolate in ambienti riscaldati come il calidarium ed il tepidarium, non erano solo spazi per l'igiene, ma luoghi di socialità e rappresentazione civica.

Fonti:
finestresullarte.info
stilearte.it

Villa Sora a Torre del Greco, dall'oblio allo splendore

Torre del Greco, alcune delle decorazioni di Villa Sora
(Foto: Mic)

A distanza di oltre trent'anni dalle ultime indagini sistematiche, a Villa Sora, nel comune campano di Torre del Greco, un nuovo ambiente restituisce decorazioni di alta qualità, apparati pittorici e tracce di un cantiere in attività al momento dell'eruzione del 79 d.C.
Il nuovo intervento, condotto dal Parco Archeologico di Ercolano, consente di ampliare in modo significativo il quadro conoscitivo della villa, portando all'individuazione di contesti finora non esplorati e ad una ricostruzione più puntuale delle fasi di vita della residenza, bruscamente interrotte dall'eruzione del 79 d.C.
Le indagini si sono concentrate sul fronte nordorientale della villa, dove è stato documentato un ambiente di dimensioni contenute, circa 10 mq, ma di eccezionale qualità decorativa. I frammenti pittorici rinvenuti, riferibili alle pareti e al soffitto, restituiscono un programma decorativo di grande raffinatezza. Le pareti, impostate su un fondo scuro scandito da fasce in rosso cinabro, erano animate da elementi figurativi, tra i quali aironi disposti attorno ad un candelabro dorato. Il soffitto, a fondo chiaro, era ornato da ghirlande, fregi e figure mitologiche: tra queste emergono grifi inseriti in un ricco repertorio ornamentale e la figura di un centauro in movimento di notevole qualità pittorica.
All'interno dell'ambiente, inoltre, erano presenti tre ciste in piombo finemente decorate, riconducibili alla medesima officina, insieme ad elementi architettonici in marmo bianco di elevata qualità, tra i quali un capitello conservato in condizioni eccellenti. La qualità della lavorazione, realizzata esclusivamente a scalpello, e la presenza di ulteriori frammenti marmorei, tra i quali un secondo capitello, indicano uno stoccaggio intenzionale di elementi destinati ad un intervento architettonico in corso. L'insieme di questi dati restituisce l'immagine di un ambiente utilizzato come deposito o spazio di cantiere, confermando l'ipotesi che la villa fosse interessata da lavori edilizi al momento dell'eruzione.
La lettura stratigrafica ha messo in evidenza l'impatto delle colate piroclastiche che investirono le strutture edilizie e provocarono il collasso delle coperture, del soffitto e il successivo cedimento delle pareti.
La villa venne edificata intorno alla metà del I secolo a.C. e fu soggetta a diversi rifacimenti fino al momento della distruzione. Si sviluppava lungo la linea di costa con un impianto scenografico articolato su terrazze digradanti verso il mare. L'estensione stimata del complesso, pari a circa 150 metri lungo il litorale, restituisce l'immagine di una dimora di alto livello, dotata di ambienti residenziali e di rappresentanza di grande raffinatezza.
Le prime scoperte nell'area risalgono al XVII secolo, quando si rinvennero due lastre di bronzo con i decreti dei due consoli Cn. Hosidius Geta e L. Vagellius ed un rilievo in marmo con Orfeo, Hermes e Euridice oggi conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Fu Francesco IV, tra il 1797 ed il 1798, ad intraprendere scavi sistematici nella villa portandone in luce il nucleo centrale che si sviluppava intorno ad un grande salone absidato. L'area subì, in seguito, un progressivo abbandono e solo tra il 1989 ed il 1992 ripresero le ricerche.

Fonte:
Mic 


giovedì 12 febbraio 2026

Montopoli Sabina, scoperto un tratto di un acquedotto romano

Montopoli Sabina, particolare
della villa romana detta dei
Casoni (Foto: abcvox.info)

All'interno del complesso della Villa dei Casoni, nel territorio di Montopoli Sabina, in provincia di Rieti, è stato scoperto un tratto di acquedotto di epoca romana. Il ritrovamento si deve all'attività di ricerca e studio della Soprintendenza Abap per l'area metropolitana di Roma e per la provincia di Rieti, che sta coordinando gli scavi, e del Gruppo Speleo Archeologico Vespertillo sullo sterminato patrimonio di strutture ipogee della Sabina.
Eretta in epoca repubblicana, la Villa dei Casoni poggiava su due terrazze digradanti: quella inferiore ospitava il giardino con ninfeo e piscina circolare, quella superiore accoglieva la zona residenziale con criptoportico, cubicoli e tablinio. La presenza di acquedotti molto antichi e della cosiddetta Fonte Varrone era già testimoniata da alcune fonti storiche alla fine del Settecento e nel corso dell'Ottocento, ma solo oggi, grazie ad un'accurata indagine topografica ed a diverse sessioni di ricognizione sul territorio, si sono potuti individuare con certezza non solo la fonte, ma anche l'acquedotto e le sorgenti che alimentavano il complesso.
Il gruppo di speleologi ha individuato un complesso sistema idraulico sotterraneo, costituito da una rete articolata di cunicoli scavati nel conglomerato naturale. Si tratta di un sistema di drenaggio e captazione delle acque situato a circa 300 metri dalla villa. Le acque provenienti da queste sorgenti, che fino a pochi decenni fa alimentavano un fontanile noto come Fonte Varrone, venivano convogliate in una cisterna che aveva anche una funzione di vasca limaria, per poi essere redistribuite alle varie utenze della villa. E' un sistema che doveva essere in uso già prima della romanizzazione della Sabina, riferibile ad un antico abitato presente nell'area.
Si pensa che la villa sia stata edificata, infatti, su un preesistente villaggio sabino. Le tracce di opus poligonalis e quadratum suggeriscono l'antichità del sito. Caratterizzata da una struttura elevata di sei metri rispetto al piazzale antistante, la villa ospitava un ninfeo circolare, interpretato come una piscina, ed una serie di stanze residenziali e funzionali.
Le fondamenta conservate rivelano l'organizzazione degli interni. L'atrio centrale, fiancheggiato da cubicoli (camere da letto), dava accesso a biblioteche separate per letteratura greca e latina ed al peristilio tramite un posticum. Verso est si trovano stanze di servizio, tra le quali un'esedra che conduceva all'horreum (magazzino per le granaglie), quest'ultimo collegato ad un criptoportico sotterraneo utilizzato come officina.
Il criptoportico è uno dei meglio conservati della Sabina. Ha una forma ad "L" e si estende per 50 metri, illuminato da aperture a bocca di lupo.
A nord della villa si trova il rudere di una fontana romana (fons), presumibilmente decorativa. Altri resti frammentari di stanze e parti delle mura esterne, compresa un'esedra semicircolare, si trovano nel piazzale sottostante, probabilmente un tempo giardino.
La Villa dei Casoni sembrerebbe collegata da condutture idrauliche ai cosiddetti Bagni di Lucilla, altra costruzione romana che si trova poco distante, esattamente in località San Valentino, frazione di Poggio Mirteto. Il rinvenimento di una tegola con impresso il bollo "DOMIT PFLUCILL T'EPRCOS" fece ritenere che la villa fosse appartenuta a Lucilla, imperatrice figlia di Marco Aurelio, moglie di Lucio Vero, uccisa nel 186 d.C. da suo fratello Commodo nell'isola di Capri.

Fonti:
archeomedia.net
geosabina.it

mercoledì 4 febbraio 2026

Egitto, la conquista del deserto in una scena incisa sulla pietra

Sinai, la scena litica risalenti all'occupazione egiziana
(Foto: M. Nour El-Din/ridisegno: E. Kiesel)

Cinquemila anni fa, in un remoto letto di un fiume asciutto noto come Wadi Khamila, un artista scolpì una scena impressionante su una parete di arenaria.
La scena rappresenta un uomo imponente, in piedi, con le braccia alzate in un gesto di trionfo. Davanti a lui, inginocchiata, una figura più piccola, con le braccia legate dietro la schiena ed una freccia conficcata nel petto. E' un'istantanea di una delle prime conquiste coloniali della storia umana.
Per millenni questa scena è rimasta nascosta nel calore e nella polvere del Sinai sudoccidentale, a circa 35 km ad est del Golfo di Suez. Ora una nuova indagine condotta dall'archeologo Mustafa Nour El-Din e dall'egittologo Ludwig Morenz lo ha portato alla luce, offrendo uno sguardo raro e agghiacciante sulle origini violente dello stato faraonico.
La scoperta è iniziata con un sopralluogo all'inizio del 2025 condotto da Mustafa Nour El-Din del Ministero del Turismo e delle Antichità egiziano. Wadi Khamila era già nota per le iscrizioni nabatee, risalenti ad un'epoca più tarda. El-Din ha individuato, invece, qualcosa di molto più antico. Si tratta di una scena che rappresenta, in modo terrificate, come gli egiziani colonizzarono il Sinai e ne soggiogarono gli abitanti.
L'uomo che avanza trionfante indossa un semplice perizoma e non porta alcun copricapo. La figura inginocchiata dinanzi a lui rappresenta la popolazione locale del Sinai: gruppi di nomadi che, all'epoca, non disponevano né di un governo centralizzato né di sistemi di scrittura del loro potente vicino occidentale.
Questa specifica iconografia di sottomissione ha radici profonde nell'ideologia statale egiziana. E' parallela a celebri scene dinastiche antiche come quelle di Gebel Sheikh Suleiman, dove il potere faraonico era brutalmente imposto ai nubiani del sud.
Gli archeologi sono concordi che questa raffigurazione nel deserto del Sinai rappresenti una delle prime rappresentazioni di dominio su un altro territorio. Questo suggerisce che l'unificazione dell'Egitto non avvenne solo lungo il Nilo, ma venne realizzata attraverso la violenta predazione delle risorse alla periferia del Paese.
Gli Egizi si spinsero nelle ardenti sabbie del Sinai alla ricerca di risorse minerarie, in particolare rame e turchese. L'iscrizione presente accanto alle immagini rinvenute di recente fornisce una "giustificazione religiosa" per l'estrazione di risorse. I geroglifici sembrano identificare il patrono di questa spedizione. Il testo recita: "Dio Min, sovrano del minerale di rame / della regione mineraria".
Nel periodo protodinastico il dio Min non era solo la divinità della fertilità, della riproduzione e della potenza sessuale maschile, ma era anche il "protettore divino degli Egizi nelle aree oltre la valle del Nilo". Era il dio della frontiera pericolosa, il patrono dei cercatori d'oro e dei conquistatori. Incidendo il nome e il titolo di Min nella roccia, gli Egizi stavano sacralizzando il paesaggio, rivendicando la terra ricca di rame del Sinai come proprietà dei loro dèi e del loro re. Nel contesto coloniale Min rappresentava la potenza cruda e maschile del faraone.
Con l'instaurarsi dello stato egizio dell'Antico Regno, la sua amministrazione divenne più specializzata. Non avevano bisogno solo di un dio del "potere", avevano bisogno di un dio dei confini. Ed ecco Sopdu. Il nome Sopdu si può tradurre con "L'Aguzzo" oppure "Denti Aguzzi". Sopdu era specificamente il "Signore dell'Oriente" (Neb Iabet).
Dietro la figura trionfante incisa nella roccia si staglia la sagoma di una barca. Nell'antica iconografia egizia, la barca era un potente simbolo del sovrano: rappresentava la capacità dello Stato di proiettare il suo potere e trasportare risorse pesanti su grandi distanze. L'identità del faraone che ordinò la conquista di questo territorio rimane un mistero. Una presunta iscrizione con un nome, al di sopra della raffigurazione della barca, è stata deliberatamente cancellata.
La raffigurazione nel deserto del Sinai presenta multiple sovrascritture, tra le quali scritte nabatee molto più tarde e graffiti arabi.

Fonte:
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Egitto, il deposito dei sarcofagi dei Cantori di Amon

Egitto, i sarcofagi dei "Cantori di Amon" (Foto: Ministero del Turismo e delle Antichità) Nel settore sudoccidentale del cortile d...