venerdì 21 agosto 2026

Egitto, la misteriosa città-fortezza di Mesen

Egitto, frammenti di un'architrave dell'epoca di Ramses
che recano il nome di Mesen (Foto: stilearte.it)

Un'architrave con il nome di Ramses II e di Horus, signore di Mesen, riporta al centro della ricerca un'antica città di frontiera egiziana. Presso il santuario di una città antichissima sono emerse anche le tracce di una lunga storia militare, fino al castrum romano e alle fornaci che distrussero il complesso monumentale.
Di Mesen, citata nelle fonti come luogo di potente e gloriosa manifestazione del dio Horus, s'erano perse le tracce. Ora gli archeologi egiziani, pure con molta prudenza, ipotizzano che i resti di un insediamento soprattutto militare, e di un importante tempio, appartengano proprio alla città perduta. Il nome della città appare in un'iscrizione su parte di un architrave portato alla luce in questi giorni.
Mesen apparteneva ad un sistema militare e propagandistico dell'Egitto verso l'Asia. Chi arrivava alla frontiera incontrava un paesaggio costruito per impressionare: mura, strade monumentali, soldati, edifici imponenti e, soprattutto, il santuario di Horus, il grande dio falco della regalità, della guerra e della vittoria. Horus incarnava la forza del sovrano e la sua capacità di sconfiggere i nemici. Un grande tempio dedicato a Horus, collocato accanto alle fortificazioni, poteva dunque trasformare la frontiera in una rappresentazione visibile della potenza egiziana.
Le fonti antiche ricordano Mesen proprio attraverso il culto di Horus e la collegano alla regione della grande strada militare verso il Sinai ed il Levante. Mesen poteva essere una città-porta, dove architettura, religione e apparato militare costruivano insieme l'immagine della superiorità dell'Egitto sulla frontiera.
Il nome di Mesen è inciso sulla pietra. Ed è proprio questo nome a rendere particolarmente interessante la nuova campagna archeologica condotta a Tell Abu Saifi, presso Qantara Sharq, nel governatorato di Ismailia, sulla riva orientale del Canale di Suez. Il sito si trova a circa 150-155 chilometri a nordest del Cairo, in uno dei punti più delicati dell'antica frontiera egiziana.
Gli archeologi della missione egiziana hanno recuperato un grande frammento di architrave in arenaria, spezzato in due parti e decorato su tre lati. L'iscrizione contiene i titoli di Ramses II e fa riferimento a lavori di restauro eseguiti su una statua di Horus, signore della città di Mesen. Il significato della citazione è importante perché consente di ipotizzare che la statua del dio fosse collocata proprio nella città perduta. Il faraone volle sottolineare, attraverso il restauro della statua stessa, il recupero del controllo pieno, anche culturale, della porta di accesso, da Oriente, all'Egitto.
Il reperto è importante perché Tell Abu Saifi è da tempo coinvolta nella discussione sulla localizzazione di Mesen e sulla geografia dell'antica Via di Horus, la grande direttrice che dall'Egitto conduceva verso il Sinai e il Levante. Lungo il suo percorso si concentravano fortificazioni, stazioni di rifornimento, punti di controllo e strutture necessarie al movimento delle truppe.
Le fonti del Nuovo Regno ricordano una successione di fortezze lungo questa direttrice. Un rilievo di Seti I a Karnak rappresenta e nomina alcune delle fortificazioni sulla Via di Horus. Il percorso usciva dall'Egitto attraverso una città fortificata collegata al sistema idrico del Delta. Studi sulla viabilità del nord Sinai in età greco-romana hanno collegato questa antica direttrice all'area di Qantara e, nelle ricostruzioni tradizionali, a Tjaru, Sele o Sile.
La cosa divenne ancora più complessa quando il paesaggio del Delta cambiò. Il corso dei rami del Nilo e la linea costiera si modificarono nel corso dei secoli, alterando i rapporti fra i centri e la frontiera. Il Ministero egiziano ricorda proprio questo processo per spiegare lo spostamento dell'importanza strategica dall'area di Tell Heboua, associata alla città faraonica di Tharu, verso Tell Abu Saifi.
In età tolemaica Tell Abu Saifi diventa un grande complesso fortificato. Le ricerche hanno individuato una strada in lastre calcaree lunga più di 100 metri e larga circa 11 metri, che dall'ingresso orientale conduceva verso il cuore del sito. Ai lati sono stati trovati oltre 500 cerchi di argilla, interpretati come alloggiamenti per alberi che formavano un ingresso alberato alla fortezza. Sotto la strada romana è stata riconosciuta una precedente pavimentazione di età tolemaica.
Roma eredita una frontiera già organizzata dagli Stati precedenti. Dopo l'annessione dell'Egitto nel 30 a.C., il controllo della fascia orientale diventa parte del sistema di sicurezza della nuova provincia. La strada verso Pelusium, Qantara e il Sinai mette in comunicazione il Delta con uno dei principali corridoi verso la Siria e la Palestina. Pelusium, sulla costa mediterranea, costituisce uno dei grandi punti strategici della regione: le sue vie militari la collegano sia con l'interno dell'Egitto sia con la costa levantina.
Pelusium controlla l'accesso nordorientale al Delta; Qantara presidia il passaggio verso il Sinai; più ad est la Via di Horus prosegue verso le stazioni di frontiera e quindi verso Rafah e Gaza. Tell Abu Saifi si inserisce in questo dispositivo. Anche un millennio dopo Ramses II il luogo è rimasto cruciale, le testimonianze romane qui sono, infatti, numerose. Uno studio dedicato alle arti e ai materiali di Tell Abu Saifi nel periodo greco- romano segnala ceramiche locali e importate, monete, manufatti in pietra, vetri ed iscrizioni. Una delle iscrizioni è datata al 288 d.C. e riguarda un'unità militare romana stanziata a Tell Abu Saifi, allora identificata come Sila. Un'altra iscrizione greca su calcare conserva informazioni sull'organizzazione dell'esercito romano nella fortezza.
La data del 288 d.C. è particolarmente utile perché porta la presenza militare in una fase precisa dell'impero, quando la frontiera egiziana è sottoposta a crescente riorganizzazione. La missione ha individuato alloggi per i soldati, inseriti nell'area della fortezza romana. Il sito, oltre mura e torri, conserva gli spazi della vita quotidiana della guarnigione. Il Ministero egiziano collega queste abitazioni alla presenza militare durante il periodo degli imperatori Diocleziano e Massimiano.
Nel Sinai e nel Delta orientale la funzione dei forti, delle torri e delle stazioni lungo le piste desertiche aveva la funzione di controllare le vie di comunicazione attraverso una presenza militare distribuita sul territorio. A Tell Abu Saifi questa funzione diventa particolarmente evidente nel III secolo d.C., quando parti del complesso vengono riutilizzate per un castrum romano. Tale trasformazione è leggibile anche attraverso la viabilità. La strada romana, più stretta di quella tolemaica sottostante, conduce verso il cuore dell'insediamento. La nuova organizzazione risponde ad esigenze differenti da quelle del grande complesso monumentale precedente.
Nella fase tarda dell'Età romana l'area diventa anche un centro di produzione della calce viva. Gli archeologi hanno individuato quattro grandi fornaci. La loro posizione è particolarmente significativa: furono realizzate sopra l'area monumentale del santuario. Il materiale lapideo degli edifici veniva recuperato e trasformato in calce, distruggendo sistematicamente gran parte delle strutture in pietra del complesso.

Fonte:
stilearte.it


Betiga, i mosaici del complesso di Sant'Andrea ed i dedicanti

Croazia, particolare di uno dei mosaici rinvenuti
(Foto: ilgiornaledeallarte.com)

Nel complesso di Sant'Andrea a Betiga, nell'Istria croata, sono tornati alla luce mosaici paleocristiani del V secolo d.C. rimasti protetti per quasi mezzo secolo.
Tra le iscrizioni compare quella di Feliciano e Ingenua, che si definiscono peccatores nimis, grandi peccatori, e dichiarano di aver finanziato l'opera in onore dei santi.
Non sappiamo quasi nulla delle vite di Feliciano ed Ingenua, sappiamo, però, che contribuirono alla realizzazione di uno dei primi edifici cristiani del sito.
Il mosaico è tornato visibile durante una nuova campagna di ricerca condotta dal Museo Archeologico dell'Istria, quasi cinquant'anni dopo gli scavi sistematici degli anni Settanta. Si tratta, quindi, di una riscoperta: i pavimenti erano stati riportati alla luce tra il 1975 ed il 1979 e successivamente protetti. La tecnologia dell'epoca non era in grado di analizzarli e documentarli come è possibile fare ora attraverso la scansione laser, la fotogrammetria e la modellazione tridimensionale.
Il nucleo più antico del complesso è una cappella commemorativa trilobata, costruita all'inizio del V secolo attorno alla tomba di un santo del quale non si conosce l'identità. E' qui che compare l'iscrizione di Feliciano ed Ingenua. La coppia potrebbe aver finanziato il pavimento musivo e forse aver avuto un ruolo più ampio nella costruzione stessa della cappella. Potrebbe darsi anche che la struttura non fosse inizialmente consacrata specificamente a Sant'Andrea. Questa dedicazione è documentata solo più tardi, attraverso un'iscrizione lapidea preromanica del IX secolo.
I mosaici più antichi sono in bianco e nero, con geometrie, croci e motivi vegetali stilizzati. Quando la cappella fu successivamente inglobata in una basilica più ampia, nella prima metà del V secolo, la decorazione divenne più complessa e policroma: viticci di edera, fiori di loto e composizioni interpretate come alberi della vita trasformavano il pavimento in un repertorio nel quale ornamento e simbolismo cristiano convivevano.
Feliciano ed Ingenua non sono gli unici committenti sopravvissuti attraverso le iscrizioni. Altri mosaici ricordano i nomi di chi contribuì economicamente alla decorazione della basilica. Un sacerdote di nome Dalmazio avrebbe finanziato circa 300 piedi quadrati romani di pavimento, equivalenti a circa 26 metri quadrati. Aquilino e Urania, insieme alla propria famiglia, ne sostennero altri 300, mentre Fiorenzo ed i suoi familiari ne offrirono circa 200.
Le iscrizioni consentono di osservare concretamente come veniva finanziata una comunità cristiana tardoantica. Il pavimento della chiesa funzionava anche come luogo di memoria sociale: chi contribuiva alla costruzione dello spazio sacro poteva associare il proprio nome al monumento ed alla comunità religiosa che lo frequentava.
Il sito di Betiga permette di seguire l'espansione di un centro religioso lungo diversi secoli. La prima cappella commemorativa venne progressivamente inglobata in una basilica a tre navate, dotata di battistero, mausoleo, portico, atrio e cisterna. In seguito vi si stabilì probabilmente una comunità monastica. Betiga sorgeva in un territorio rurale densamente occupato in età romana, caratterizzato dalla presenza di ville e insediamenti produttivi. Il complesso di Sant'Andrea divenne uno dei principali poli cristiani dell'Istria extraurbana. In epoca preromanica, la chiese venne nuovamente trasformata e arricchita con arredi liturgici in pietra decorati da motivi ad intreccio. I materiali ceramici indicano che la vita del monastero proseguì ancora per secoli, probabilmente fino al XIII secolo.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com

Gortina, i topi...di Apollo

Creta, il santuario di Apollo (Foto:

Nel santuario di Apollo a Gortina, sull'isola di Creta, gli archeologi della Scuola Archeologica Italiana di Atene e dell'Università di Padova stanno studiando un eccezionale deposito votivo con i resti di oltre 450 topi. Il ritrovamento potrebbe documentare sull'isola il culto di Apollo Smintheus, il dio associato ai roditori ed alle pestilenze già evocato nell'Iliade.
Gli scavi del 2026, intanto, stanno ridefinendo uno dei più antichi complessi sacri della nascente polis cretese.
Il deposito votivo, individuato nel 2025, si trova nel recinto sacro dedicato ad Apollo. Il numero dei roditori è eccezionale: oltre 450 individui deposti insieme ad altre offerte. Ed è proprio questa concentrazione ad avere suggerito agli archeologi una possibile interpretazione. I topi potrebbero essere collegati ad Apollo Smintheus, letteralmente l'Apollo dei topi, una particolare manifestazione del dio legata alla capacità di provocare e al tempo stesso allontanare pestilenze ed epidemie. Il riferimento porta direttamente ad Omero che, nel primo libro dell'Iliade, ci presenta il sacerdote Crise che invoca Apollo perché punisca con una pestilenza l'esercito acheo che assedia Troia.
Il principale centro conosciuto del culto di Apollo Smintheus si trovava, infatti, nella Troade, nell'Anatolia nordoccidentale, presso l'odierna Gulpinar. Secondo la tradizione antica, nel santuario venivano mantenuti topi vivi sotto l'altare e la statua cultuale attribuita allo scultore Skopas. La statua avrebbe rappresentato Apollo con un piede poggiato sopra un roditore.
Strabone ricordava, inoltre, diverse località dell'Asia Minore legate al nome Sminthe, indizio di una diffusione del culto più ampia rispetto al singolo santuario anatolico. E' precisamente questo quadro a rendere interessante Gortina. Se l'interpretazione del deposito verrà confermata, i 450 roditori potrebbero documentare una declinazione cretese del culto di Apollo Smintheus e ampliare sensibilmente la geografia religiosa finora conosciuta.
Il topo, nel mondo antico, possedeva un'ambivalenza che aiuta a comprendere il culto. Era un animale capace di distruggere raccolti e riserve alimentari e poteva essere associato alla diffusione delle malattie. Apollo, analogamente, possiede, nella religione greca, una natura duplice: può scagliare la pestilenza e può farla cessare. Il deposito di Gortina potrebbe, quindi, appartenere ad una pratica religiosa costruita precisamente attorno a questo rapporto fra contagio, protezione e divinità. Ovviamente è necessario uno studio archeozoologico dei materiali, della modalità di deposizione e delle offerte associate.
E' anche la cronologia del santuario a rendere importante la scoperta. Il recinto sacro venne costruito intorno alla metà del VII secol a.C., in una fase cruciale per la formazione delle città-stato cretesi. Le tre nuove trincee aperte durante la campagna 2026 hanno confermato la datazione e fornito ulteriori informazioni sulle tecniche costruttive dell'edificio.
Ci troviamo, quindi, davanti ad uno dei complessi religiosi più antichi collegati alla nascita della polis cretese. In una fase storica scarsamente documentata dalle fonti scritte, l'archeologia permette di osservare come culto, organizzazione dello spazio e costruzione della comunità politica procedessero insieme.
Nei secoli successivi il santuario avrebbe conosciuta una lunga trasformazione. In epoca ellenistica era associato ad Apollo Pizio, mentre sotto il dominio romano divenne uno dei principali complessi religiosi della città.
Gli archeologi stanno contemporaneamente lavorando sul vicino Teatro del Pizio, costruito nel II secolo d.C. e considerato il teatro romano meglio conservato di Creta. La cavea semicircolare poteva accogliere circa duemila spettatori ed era preceduta da un grande portico colonnato. Gli scavi del 2026 hanno riportato alla luce nuove porzioni della scaenae frons, la monumentale facciata architettonica che costituiva il fondale del palcoscenico. Lunga originariamente circa 50 metri, doveva presentarsi come una composizione articolata di portali, colonne doriche bianche e nere e rivestimenti marmorei. Dal materiale di crollo stanno, inoltre, emergendo elementi architettonici e frammenti scolpiti che potranno contribuire alla ricostruzione dell'aspetto originario dell'edificio.
Santuario e teatro formavano, così, un sistema monumentale nel quale religione, spettacolo e vita pubblica finivano per occupare spazi strettamente connessi.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


mercoledì 19 agosto 2026

Roma, rinvenuto un edificio sotto Villa Celimontana

Roma, le scoperte sotto villa Celimontana
(Foto: Fabio Caricchia, Ministero della Cultura)

Otto ambienti decorati con mosaici ed affreschi di grande pregio, un edificio di età imperiale rimasto nascosto per secoli e un ritrovamento che potrebbe ridefinire la conoscenza di uno dei settori più importanti del Celio antico. E' questo il risultato degli scavi condotti dalla Soprintendenza Speciale di Roma del Ministero della Cultura durante i lavori di consolidamento del muraglione storico di Villa Celimontana
Le indagini hanno portato alla luce cinque ambienti completamente scavati ed altri tre parzialmente conservati, appartenenti ad un edificio costruito nel II secolo d.C. e riorganizzato nel III secolo. Tra i ritrovamenti più significativi figurano un grande  mosaico con un emblema marino raffigurante un delfino, un pesce, un'aragosta ed un granchio intorno ad un cratere, frammenti di un precedente pavimento musivo di età antonina, ampie porzioni del soffitto affrescato e numerosi rivestimenti in opus sectile, testimonianza dell'elevato livello decorativo del complesso.
La natura dell'edificio resta al momento oggetto di studio. I raffinati mosaici e gli affreschi sembrano raccontare la storia di una residenza aristocratica, mentre la collocazione dell'edificio e alcuni elementi emersi durante lo scavo potrebbero indicare che facesse parte della caserma della V coorte dei Vigiles. Se questa seconda ipotesi venisse confermata, il ritrovamento contribuirebbe a ridefinire l'estensione di uno dei più importanti complessi militari della Roma imperiale.

Fonte:
Ufficio Stampa e Comunicazione MiC


Crimea, un antico tempio e la sepoltura di un bambino

Crimea, gli scavi nell'area del tempio di
Zeus (Foto: amanti della storia
dell'antica Grecia)

Un cranio con evidenti tracce di malattia, un tempio costruito con la fronte verso l'alba ed un bambino che potrebbe essere stato sacrificato o semplicemente compianto.
Nella steppa della Crimea orientale, dove le rovine dell'antica città-fortezza di Axis Artezian giacciono sepolte sotto terra da oltre due millenni, gli archeologi hanno appena scoperto i resti di un neonato, sepolti direttamente sotto le fondamenta di un tempio sacro, in quella che potrebbe essere la prova di un sacrificio rituale risalente a circa 2100 anni fa.
Il minuscolo scheletro è stato ritrovato nascosto sotto un altare, proprio alla base del muro settentrionale del tempio di Zeus Genarchos e Soter, Zeus il Progenitore e Salvatore. Gli archeologi datano la sepoltura a prima del 63 a.C., quindi antecedente alla costruzione del tempio. La tomba venne realizzata contemporaneamente alla posa della prima fila di fondamenta dell'edificio, durante il regno di Mitridate Eupatore Dioniso, tra gli anni 60 e 70 del I secolo a.C. La lapide venne incastonata nelle fondamenta, trasformandola in una tavola sacrificale. La buca venne, in seguito, riempita di terra.
Il bambino è stato ritrovato completamente vestito, con un braccialetto di bronzo con delle perline fatte di semi. C'era anche una fibbia metallica purtroppo decomposta, della quale sono stati recuperati frammenti in lega di bronzo ossidata.
La prima ipotesi fatta dai ricercatori in merito a questa particolare sepoltura è che sia un sacrificio di fondazione, un'antica e diffusa pratica in cui una sepoltura veniva collocata direttamente sotto la pietra angolare di una nuova struttura per ancorare simbolicamente l'edificio e garantirgli la protezione divina. Altri ricercatori, invece, ipotizzano la possibilità che possa trattarsi di un rituale di espiazione, una sorta di capro espiatorio, in cui il sacrificio aveva lo scopo di allontanare la sventura dalla comunità o di espiare qualche colpa collettiva.
Esiste, però, anche un'altra possibilità, più inquietante. La forma del cranio del neonato ha indotto i ricercatori a sospettare che il bambino soffrisse di idrocefalia, un accumulo di liquido nel cervello che, nell'antichità sarebbe stato fatale. In tal caso la sepoltura potrebbe non essere stato un sacrificio ma una sepoltura sacra: un bambino morto per cause naturali sepolto in un luogo di particolare importanza.
Gli archeologi sospettano che la fossa di sepoltura possa contenere anche i resti di un secondo neonato. Finora sono state rinvenute solo ossa delle gambe appartenenti ad un altro bambino.
Si stima che il bambino abbia avuto un anno o più. Quel che è certo è che non si tratta di un neonato. La parte superiore dello scheletro era deliberatamente rivolta a sud-est, sul fianco sinistro, un orientamento che suggerisce una collocazione rituale intenzionale.
Il tempio di Zeus Genarchos e Soter non era un santuario ordinario. I suoi altari erano disposti con una notevole precisione astronomica, allineati lungo l'asse dell'equinozio per segnare i punti in cui il sole sorge e tramonta: un livello di pianificazione che testimonia quanto questo tempio fosse centrale nella vita religiosa della comunità che lo costruì.
Questa comunità viveva ad Artezian, uno dei principali insediamenti fortificati dell'antichità che proteggevano la costa del mar d'Azov, in Crimea. Strategicamente il sito controllava quella che viene spesso definita la "via reale", la terrestre che collegava il mar d'Azov a Panticapeo, la grande capitale del Regno del Bosforo. Le sue mura difensive e la posizione dominante lo rendevano un anello chiave nella rete degli insediamenti fortificati del regno durante i turbolenti secoli del tardo periodo ellenistico e dell'inizio del periodo romano.

Fonte:
Amanti della storia dell'Antica Grecia


Sicilia, interessanti scoperte sull'Akragas (Agrigento) cristiana

Agrigento, il pavimento musivo rinvenuto tra le rovine
dell'antica città (foto: finestresullarte.info)

Ad Agrigento si è conclusa l'undicesima campagna di scavi nel quartiere ellenistico-romano dell'antica città. Le indagini hanno restituito elementi utili a ricostruire l'evoluzione dell'antica Akragas, l'Agrigentum romana, tra l'Età tardo-antica e l'Alto Medioevo.
Le ricerche si sono concentrate nel quarto isolato dell'area archeologica del Parco della Valle dei Templi, nelle vicinanze di un vasto complesso termale, dove è tornato alla luce un edificio rimasto in uso per circa otto secoli, dal III secolo a.C. fino almeno al V secolo d.C., testimoniando la lunga continuità di vita del quartiere. L'analisi delle diverse pavimentazioni sovrapposte ha permesso di ricostruire le principali fasi di trasformazione dell'edificio.
Al più antico piano in calcarenite gialla è succeduto un pavimento in cocciopesto di età repubblicana, con tracce di colore rosso, mentre l'ultima fase è rappresentata da un raffinato mosaico geometrico policromo risalente all'età tardoantica.
La scoperta più significativa riguarda alcuni elementi che sembrano documentare la diffusione del cristianesimo in Sicilia tra il III ed il IV secolo d.C. All'interno di una vasca quadrangolare sono stati, infatti, rinvenuti monete, resti di piccoli animali riconducibili a probabili banchetti rituali e alcuni tappi di anfore. Su uno di questi è inciso il monogramma cristiano, dettaglio che suggerisce un possibile collegamento con il vicino luogo di culto ricavato, in epoca precedente, all'interno di una cisterna delle terme.
"Le ricerche degli ultimi anni stanno mettendo il luce una vera e propria città cristiana, con le sue articolazioni intorno agli edifici di culto, le sue necropoli e i suoi spazi rituali. - Ha affermato Maria Serena Rizzo, funzionaria archeologa del parco di Agrigento. - Più difficile riconoscere le tracce della nuova religione all'interno degli spazi abitativi".

Fonti:
finestresullarte.info
magazine.unibo.it


Ferento, rinvenuta un'interessantissima necropoli

Ferento, parti di un corredo tombale rinvenuto nella
necropoli appena scoperta (Foto: ViterboToday)

In località Casaccio, in un'area compresa tra Viterbo e Vitorchiano, le indagini archeologiche preventive legate alla realizzazione di un cavidotto hanno portato alla luce un complesso funerario eccezionale.
L'area, estesa per circa 600 metri quadrati, conserva 25 sepolture databili ad un periodo compreso tra il V secolo a.C. fino al II secolo d.C. Un arco di sette secoli che permette di seguire il passaggio dall'epoca etrusca alla romanizzazione e, successivamente, alla piena età imperiale. Gli archeologi hanno individuato sette tombe a camera e diciotto tombe a fossa, con sarcofagi in peperino, urne in tufo e resti osteologici appartenenti a diversi individui.
I corredi funerari rinvenuti comprendono vasellame da mensa, oggetti in vetro, monete, lucerne ed elementi in bronzo che restituiscono frammenti della vita quotidiana e delle pratiche funerarie, ma anche indicazioni sulle differenze sociali e sulle credenze delle comunità locali. Tra i reperti spiccano uno specchio in lega d'argento e un minuscolo orecchino d'oro, rinvenuto nella sepoltura di un bambino.
Particolarmente imponente è la cosiddetta "tomba quattro". Un corridoio di accesso composto da sedici gradini conduce a una camera funeraria scavata a quasi cinque metri di profondità progettata originariamente per accogliere almeno dodici defunti. Una struttura che testimonia l'importanza attribuita alla sepoltura e, probabilmente, il rango della famiglia o del gruppo che ne fece uso.
Ma a rendere ancora più singolare la scoperta è stato il ritrovamento, nello spazio tra due sepolture, di un cranio fossilizzato di un Bos primigenio, l'uro, gigantesco bovino selvatico ormai estinto e considerato l'antenato del bestiame domestico. La sua presenza apre interrogativi sulla stratigrafia del sito e sulle diverse fasi di formazione del paesaggio.

Fonti:
ilgiornaledellarte.com


domenica 16 agosto 2026

Sardes, Turchia, ritrovata la statua di un giovane rivolta verso terra

Turchia, la statua ritrovata a testa in giù come base di
una strada romana (Foto: Ministero della Cultura e del
Turismo della Turchia)

Per quasi 2500 anni il volto di un giovane uomo è rimasto rivolto verso la terra. Sopra il marmo passava una strada della Sardes romana, mentre la statua era stata trasformata in materiale da costruzione. Quella posizione ha protetto proprio le parti più delicate della scultura. Oggi il reperto conserva il volto, la capigliatura, le mani e particolari dell'abbigliamento.
La scoperta è avvenuta a Sardes, presso l'odierna Sart, a circa 440 chilometri da Ankara. La città sorgeva nella valle dell'Hermos, l'attuale Gediz, in una posizione strategica dell'Anatolia occidentale, tra l'interno della regione ed il mondo egeo.
Il giovane raffigurato dalla statua è in piedi ed ha dimensioni superiori a quelle naturali. L'opera è stata datata tra il 470 ed il 450 a.C. e raggiunge i 2,20 metri di altezza. E' stata recuperate in due grandi parti; i piedi e alcuni frammenti minori risultano mancanti.
Quando fu scolpita, Sardes era già una delle città più importanti dell'Anatolia occidentale. Era stata la capitale del regno di Lidia, una potenza conosciuta nell'antichità per la sua ricchezza, legata anche alle risorse aurifere della regione. La città occupava una posizione favorevole lungo le vie che collegavano l'interno dell'Anatolia alla costa egea. A Sardes si svilupparono anche alcune delle prime forme di monetazione in metallo prezioso.
Nel 547 a.C. il regno lidio fu conquistato dai Persiani di Ciro il Grande. Sardes mantenne il proprio peso politico e divenne la capitale della provincia occidentale dell'impero achemenide, amministrata da un satrapo, il rappresentante del sovrano persiano. La statua appartiene proprio a questa fase della storia della città.
Il giovane indossa un himation, il grande mantello utilizzato nel mondo greco, sopra un chiton, una veste leggera simile ad una tunica. Sotto questi indumenti compare una terza veste caratterizzata da linee orizzontali. Secondo il Ministero della Cultura e del Turismo turco, questo particolare non trova confronti nelle statue analoghe conosciute dell'Anatolia e della Grecia e rappresenta quindi un possibile elemento della tradizione locale legata alla cultura lidia.
La posizione eretta ed i lunghi capelli ricordano esempi della scultura del VI secolo a.C.; i lineamenti del volto, la resa anatomica delle mani ed altri dettagli della lavorazione appartengono, invece, alla prima metà del V secolo a.C.
Nella mano destra il giovane tiene un frutto che gli studiosi ritengono possa essere una mela cotogna. Secondo l'interpretazione indicata dal Ministero turco, potrebbe trattarsi di un'offerta destinata ad una divinità. L'identità del personaggio resta ancora sconosciuta. Le informazioni diffuse finora lo descrivono semplicemente come un giovane uomo e non permettono di identificarlo come re, sacerdote, atleta, guerriero o divinità.
Anche il luogo nel quale la statua era stata collocata originariamente non è stato individuato. Gli archeologi hanno invece documentato il suo ultimo impiego avvenuto molti secoli dopo la sua realizzazione. Durante il periodo romano il marmo venne riutilizzato nella pavimentazione della strada colonnata all'ingresso di Sardes. La statua fu collocata con il volto rivolto verso il basso, sotto la superficie della strada. Le fonti disponibili non permettono di stabilire le motivazioni di questa strana collocazione. Il riutilizzo di elementi scultorei e architettonici era una pratica conosciuta nel mondo romano ed anche a Sardes sono documentati materiali più antichi impiegati nuovamente nelle costruzioni.
Gli studiosi ora si preoccupano della conservazione e della ricerca di eventuali pigmenti antichi. Le sculture in marmo dell'antichità potevano, infatti, essere dipinte ed il loro aspetto originale era molto diverso dal bianco uniforme che oggi associamo alla statuaria classica. La presenza di pigmenti potrebbe fornire nuovi elementi per ricostruire l'aspetto originario del giovane, compresi i colori utilizzati per l'abbigliamento ed eventuali dettagli decorativi.

Fonti:
Ministero della Cultura e del Turismo della Turchia
stilearte.it

Roma, il Tevere rivela i resti del Ponte Neroniano

Roma, i resti del ponte neroniano emerso grazie alla secca
del Tevere (Foto: archeomedia.net)

Il livello straordinariamente basso del fiume Tevere, nel cuore di Roma, ha rivelato, in questi giorni, nei pressi del Vaticano, i resti dell'antico ponte romano databile probabilmente al regno dell'imperatore Nerone (54-68 d.C.).
La costruzione, posta nei pressi di Castel Sant'Angelo, consentiva alla Via Triumphalis (l'antica strada consolare che collegava Roma a Veio) di attraversare il fiume, collegando Roma all'area del Vaticano.
Il ponte, realizzato nel I secolo d.C., collegava il Campo Marzio con l'Ager Vaticanus, dove si trovavano le proprietà dell'imperatore Nerone, compresa la villa della madre Agrippina, il circo di Caligola e la via Cornelia, che passava davanti a Castel Sant'Angelo.
Alla metà del Settecento i resti dei piloni, che emergevano dall'acqua, erano più evidenti e venivano impiegati per ormeggiare i mulini natanti che azionavano le loro macine sfruttando la corrente del Tevere incanalata dai piloni. Alla fine del XIX secolo i piloni furono demoliti per rendere più navigale il fiume e negli scavi dei primi del Novecento, intrapresi per realizzare il ponte Vittorio Emanuele II, vennero trovate le puntazze in ferro e le travi in legno conficcate ancora nel letto del fiume.
Non si conosce l'epoca della distruzione e, forse, andò in disuso in occasione della costruzione delle mura aureliane, nelle quali sembra mancare una porta in corrispondenza del ponte, anche a causa della vicinanza del ponte Elio. Non doveva più essere utilizzabile nel VI secolo d.C., all'epoca della guerra gotica. Il Ponte Neroniano avrebbe dovuto essere ricostruito per Giulio II della Rovere con il nome di ponte Giuliano per collegare via della Lungara con la via Giulia, sulla riva opposta, ma il progetto rimase irrealizzato. 

Fonti:
archeomedia.net
Wikipedia


Kainua ed i suoi segreti, torna alla luce un pozzetto votivo a Marzabotto

Marzabotto, una delle statuine rinvenute nel pozzo
(Foto: archeomedia.net

Statuette in bronzo, un rarissimo piatto in bronzo, che conserva ancora l'originario colore lucente del metallo, e offerte votive sono i principali reperti emersi dalla campagna di scavo che interessato un antico pozzo rituale nell'area sacra di Kainua, l'antica città etrusca i cui resti si conservano nel territorio di Marzabotto, in provincia di Bologna
Gli oggetti rinvenuti sul fondo del pozzo sembrano essere frutto di una deposizione rituale legata alla fondazione della struttura, che è stata datata tra la fine del VI ed i primi decenni del V secolo a.C., in concomitanza con la nascita della città di Kainua. A testimonianza della fase finale di utilizzo del pozzo, con la conseguente chiusura, sono due scheletri umani, che sembrano segnare il momento dell'abbandono e della chiusura della struttura.
Il pozzo si trova nell'area sacra urbana di Kainua e conferma come questa struttura non fosse destinata solo all'approvvigionamento idrico, ma avesse anche una funzione rituale legata sia alla fondazione della città che al culto dell'acqua.
L'area non è nuova a ritrovamenti di particolare rilievo, come dimostrano i due monumentali templi le cui iscrizioni etrusche sono state attribuite alla principale coppia divina del pantheon etrusco: Tinia (corrispondente a Zeus) e la sua consorte Uni (assimilata ad Hera). Nell'area dedicata ad Uni è documentato, inoltre, il culto di Vei, divinità assimilabile a Demetra, protettrice della fertilità agraria ed umana.
La campagna di scavo è stata condotta dal Museo Nazionale Etrusco di Marzabotto e dall'Università di Bologna, nell'ambito di una collaborazione istituzionale.
L'esistenza della città è nota fin dal 1551, quando frate Leandro Alberti, nel suo Descrittione di tutta Italia, ipotizza la presenza di una città antica sulla base del ritrovamento di alcune rovine di edifici, mosaici e monete. Il sito, malgrado sia andato in parte perduto a causa dell'erosione della marna dovuta al vicino fiume Reno, rimane unico nel suo genere poiché ha perfettamente conservato le tracce della sua planimetria, a pianta ottagonale di stampo coloniale.

Fonti:
archeomedia.net
Wikipedia

Gragnano, riemerge un'antica e ben conservata necropoli

 
Gragnano, i materiali recuperati dalla necropoli
(Foto: quotidianoarte.com)
Si tratta di uno dei ritrovamenti archeologici più rilevanti degli ultimi anni nel Sud Italia. Nel corso dei lavori di espansione del Pastificio Garofalo di Gragnano, in provincia di Napoli, è emersa una necropoli risalente al VI secolo a.C., portata alla luce grazie alle attività di archeologia preventiva condotte sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l'Area Metropolitana di Napoli.
Lo scavo, condotto tra l'inizio del 2025 e i primi mesi del 2026, ha restituito 85 sepolture distribuite su un'area di circa 2.000 metri quadrati. Finora sono stati identificati 16 adulti, 4 bambini e 15 infanti, mentre le indagini sui restanti individui sono ancora in corso. A colpire i ricercatori non è stato tanto il numero dei sepolti ma lo stato di conservazione delle sepolture. In alcune casse funerarie in tufo si è, infatti, creata, nel tempo, un'atmosfera priva di ossigeno che ha permesso la sopravvivenza di materiali organici normalmente perduti, compreso un piatto di legno.
Le tombe hanno restituito vasellame decorato, gioielli tra i quali collane e pendenti in avorio con figure umane, una spada in ferro e fibule in bronzo, elementi che, secondo la Soprintendenza, rimandano alle strategie di autorappresentazione sociale di un'élite di rango elevato dell'Ager Stabianus. Tra i reperti figurano inoltre graffiti alfabetici che riportano i nomi dei possessori, testimonianza delle reti commerciali che nel VI secolo a.C. collegavano quest'area della Campania alla Grecia, all'Egitto ed al Mediterraneo orientale
Lo studio dei materiali biologici ha permesso di ricostruire aspetti legati all'alimentazione, alla mobilità e alle condizioni di vita delle comunità dell'epoca, dal rachitismo infantile alle deformazioni scheletriche legate alle attività lavorative.
Al di sotto della necropoli sono emerse anche strutture più antiche, riferibili all'Età del Rame e del Bronzo che creerebbero una continuità con le popolazioni di Longola e, in prospettiva, con Pompei, riaprendo l'interrogativo sulla localizzazione dell'antica città di Stabia, questione su cui gli studiosi non si dicono ancora in grado di offrire una risposta definitiva. Si riteneva che gli insediamenti indigeni fossero scomparsi con la fondazione italica di Nocera e di Pompei, mentre i nuovi dati suggeriscono una fase più avanzata di quella presenza nel VI secolo a.C.
Il ritrovamento non è isolato. La nuova area funeraria si inserisce in una necropoli più ampia, individuata già a metà degli anni '50 dall'archeologo Libero D'Orsi in località Madonna delle Grazie. In quell'occasione furono recuperati i corredi di circa 300 tombe, oggi conservati al Museo Archeologico di Quisisana.

Fonte:
quotidianoarte.com

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