mercoledì 4 febbraio 2026

Egitto, la conquista del deserto in una scena incisa sulla pietra

Sinai, la scena litica risalenti all'occupazione egiziana
(Foto: M. Nour El-Din/ridisegno: E. Kiesel)

Cinquemila anni fa, in un remoto letto di un fiume asciutto noto come Wadi Khamila, un artista scolpì una scena impressionante su una parete di arenaria.
La scena rappresenta un uomo imponente, in piedi, con le braccia alzate in un gesto di trionfo. Davanti a lui, inginocchiata, una figura più piccola, con le braccia legate dietro la schiena ed una freccia conficcata nel petto. E' un'istantanea di una delle prime conquiste coloniali della storia umana.
Per millenni questa scena è rimasta nascosta nel calore e nella polvere del Sinai sudoccidentale, a circa 35 km ad est del Golfo di Suez. Ora una nuova indagine condotta dall'archeologo Mustafa Nour El-Din e dall'egittologo Ludwig Morenz lo ha portato alla luce, offrendo uno sguardo raro e agghiacciante sulle origini violente dello stato faraonico.
La scoperta è iniziata con un sopralluogo all'inizio del 2025 condotto da Mustafa Nour El-Din del Ministero del Turismo e delle Antichità egiziano. Wadi Khamila era già nota per le iscrizioni nabatee, risalenti ad un'epoca più tarda. El-Din ha individuato, invece, qualcosa di molto più antico. Si tratta di una scena che rappresenta, in modo terrificate, come gli egiziani colonizzarono il Sinai e ne soggiogarono gli abitanti.
L'uomo che avanza trionfante indossa un semplice perizoma e non porta alcun copricapo. La figura inginocchiata dinanzi a lui rappresenta la popolazione locale del Sinai: gruppi di nomadi che, all'epoca, non disponevano né di un governo centralizzato né di sistemi di scrittura del loro potente vicino occidentale.
Questa specifica iconografia di sottomissione ha radici profonde nell'ideologia statale egiziana. E' parallela a celebri scene dinastiche antiche come quelle di Gebel Sheikh Suleiman, dove il potere faraonico era brutalmente imposto ai nubiani del sud.
Gli archeologi sono concordi che questa raffigurazione nel deserto del Sinai rappresenti una delle prime rappresentazioni di dominio su un altro territorio. Questo suggerisce che l'unificazione dell'Egitto non avvenne solo lungo il Nilo, ma venne realizzata attraverso la violenta predazione delle risorse alla periferia del Paese.
Gli Egizi si spinsero nelle ardenti sabbie del Sinai alla ricerca di risorse minerarie, in particolare rame e turchese. L'iscrizione presente accanto alle immagini rinvenute di recente fornisce una "giustificazione religiosa" per l'estrazione di risorse. I geroglifici sembrano identificare il patrono di questa spedizione. Il testo recita: "Dio Min, sovrano del minerale di rame / della regione mineraria".
Nel periodo protodinastico il dio Min non era solo la divinità della fertilità, della riproduzione e della potenza sessuale maschile, ma era anche il "protettore divino degli Egizi nelle aree oltre la valle del Nilo". Era il dio della frontiera pericolosa, il patrono dei cercatori d'oro e dei conquistatori. Incidendo il nome e il titolo di Min nella roccia, gli Egizi stavano sacralizzando il paesaggio, rivendicando la terra ricca di rame del Sinai come proprietà dei loro dèi e del loro re. Nel contesto coloniale Min rappresentava la potenza cruda e maschile del faraone.
Con l'instaurarsi dello stato egizio dell'Antico Regno, la sua amministrazione divenne più specializzata. Non avevano bisogno solo di un dio del "potere", avevano bisogno di un dio dei confini. Ed ecco Sopdu. Il nome Sopdu si può tradurre con "L'Aguzzo" oppure "Denti Aguzzi". Sopdu era specificamente il "Signore dell'Oriente" (Neb Iabet).
Dietro la figura trionfante incisa nella roccia si staglia la sagoma di una barca. Nell'antica iconografia egizia, la barca era un potente simbolo del sovrano: rappresentava la capacità dello Stato di proiettare il suo potere e trasportare risorse pesanti su grandi distanze. L'identità del faraone che ordinò la conquista di questo territorio rimane un mistero. Una presunta iscrizione con un nome, al di sopra della raffigurazione della barca, è stata deliberatamente cancellata.
La raffigurazione nel deserto del Sinai presenta multiple sovrascritture, tra le quali scritte nabatee molto più tarde e graffiti arabi.

Fonte:
zmescience.com 


Egitto: nuove, interessanti, scoperte a Karnak

Egitto, le rovine del tempio di Montu a Medamud,
nei pressi di Luxor (Foto: Wikimedia Commons)

Nel complesso templare di Karnak a Luxor, in Egitto, una missione archeologica congiunta tra Cina ed Egitto, ha portato alla luce una serie di nuove evidenze che contribuiscono a ridefinire la conoscenza dell'area del tempio di Montu.
Tra i risultati più rilevanti figura la scoperta di un lago sacro finora ignoto, individuato all'interno del recinto del tempio, ad ovest del tempio di Maat. La struttura, estesa per oltre 50 metri quadrati, si presenta come un bacino artificiale antico ben conservato e caratterizzato da una costruzione articolata.
Il lago sacro è stato interpretato come uno spazio rituale dedicato alla dea Maat, divinità associata ai principi di verità, giustizia ed equilibrio cosmico. La collocazione all'interno del recinto del tempio di Montu e la prossimità con il tempio di Maat suggeriscono un rapporto funzionale e simbolico tra le strutture, inserite in un vasto sistema cerimoniale. Dal punto di vista architettonico il bacino presenta un ingresso realizzato in mattoni crudi, blocchi di arenaria riutilizzati ed una scalinata in arenaria lungo il lato orientale.
Le parti superiori delle pareti, in particolare quella meridionale, risultano rinforzate con una combinazione di mattoni rossi, mattoni crudi e blocchi di arenaria, indice di interventi di consolidamento o di fasi costruttive successive. Di particolare interesse è la presenza, integrata nella scalinata, di un blocco in arenaria che sembra provenire dall'antico portale del tempio di Maat, databile alla XXV Dinastia. Tal portale sarebbe stato successivamente sostituito da una nuova struttura in arenaria nel corso della XXX Dinastia, a testimonianza di un riuso sistematico dei materiali all'interno del complesso
La scoperta assume un rilievo ulteriore considerando l'assetto complessivo dell'area: il nuovo bacino è stato identificato come il lago sacro meridionale, in quanto affiancato da un secondo lago sacro situato più a nord, entrambi collocati all'interno delle mura del recinto di Karnak. La presenza di due laghi sacri disposti uno accanto all'altro rappresenta una configurazione inusuale, che apre nuove prospettive interpretative sulle pratiche rituali e sull'organizzazione spaziale del complesso.
Nel corso degli scavi, il team ha inoltre rinvenuto decine di mandibole di bovino, oltre a blocchi architettonici riutilizzati recanti riferimenti a sovrani e alla Divina Adoratrice di Amon, figura sacerdotale di grande rilievo nel periodo tardo, compreso tra il 747 e il 332 a.C. I materiali forniscono elementi utili per la ricostruzione del contesto culturale e saranno fondamentali per stabilire con maggiore precisione la fase iniziale di costruzione del lago sacro.
Le indagini non si sono limitate all'area del lago ma hanno interessato anche un altro settore del sito noto come area della cappella osiriaca. Qui gli archeologi hanno individuato tre cappelle dedicate ad Osiride, una delle principali divinità del pantheon egizio, legata ai cigli agricoli, alla fertilità e all'aldilà. Le cappelle, destinate a funzioni rituali, erano accompagnate da numerose statuette raffiguranti il dio, di dimensioni e materiali differenti, oltre a frammenti associabili nuovamente alla Divina Adoratrice di Amon.

Fonte:
finestresullarte.info


Francia, scoperto un insediamento gallo-romano ed una necropoli

Francia una delle sepolture della necropoli di
Annay-sous-Lens (Foto: ilgiornaledellarte.com)

Nel nord della Francia, un'équipe di archeologi intenti in uno scavo di archeologia preventiva in un quartiere della cittadina di Annay-sous-Lens, nella regione Hauts-de-France, ha ritrovato, su una superficie di 9.500 metri quadrati circa, un insediamento rurale di epoca gallo-romana, risalente all'inizio del I secolo d.C., nonché un'antica necropoli composta da 38 sepolture. Gli scavi hanno riportato alla luce anche vari resti della Prima Guerra Mondiale.
Una delle scoperte più importanti è quella di una strada gallo-romana lunga 155 metri. Il tratto viario risalirebbe all'inizio del I secolo d.C. e sarebbe stato perpendicolare alla grande via antica che collegava Lens a Tournai. La strada presupporrebbe una via secondaria, utilizzata per collegare le abitazioni locali alla strada principale. I ricercatori hanno rinvenuto diversi strati di battuto. Nella vicinanze della strada, gli scavi hanno anche portato alla luce fosse e fossati relativi ad appezzamenti agricoli. La loro funzione esatta rimane difficile da determinare, anche perché, purtroppo, questi resti sono in cattivo stato di conservazione.
Ad est del tracciato gli archeologi hanno scoperto un'antica necropoli comprendente 38 sepolture. La maggior parte delle tombe risalirebbe al I secolo d.C. e sarebbe in ottimo stato di conservazione. Tra queste strutture, 35 sono state classificate come depositi secondari di cremazione, due come roghi funerari ed una come sepoltura. In quest'ultima il defunto è stato sepolto in posizione supina in una fossa quadrangolare lunga 2,65 metri e larga 1,40. Dei chiodi indicano la presenza di una bara, intorno alla quale sono stati deposti un vaso ed un paio di scarpe. Questa tomba è stata datata tra il III ed il IV secolo d.C. e si trova lontano dalla necropoli.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


Maiorca, riemergono i resti di un'antichissima città preromana

 
Maiorca, resti di un insediamento romano
(Foto: archeomedia.net)
A Maiorca, per la precisione a Son Fornés, la terra sta restituendo agli archeologi un tesoro custodito per oltre venti secoli. Quello che per decenni è stato considerato un semplice insediamento rurale sembrerebbe essere una città romana scomparsa, con un impianto urbanistico estremamente preciso finora ignoto.
Per secoli gli archeologi hanno cercato Tucis e Guium, due località citate da Plinio il Vecchio nei suoi scritti, che rappresentavano i pezzi mancanti della dominazione romana nelle Baleari, iniziata nel 123 a.C. con la conquista del generale Quinto Cecilio Metello detto Balearico. Questo evento segnò l'inizio dell'insediamento struttura di Maiorca nel sistema amministrativo, fiscale ed economico di Roma. In questa fase, molti centri indigeni furono trasformati in civitates stipendiariae, comunità soggette a tributo ma dotate di istituzioni civiche ed infrastrutture secondo il modello romano. Si trattava di nodi amministrativi, strumenti di controllo del territorio e veicoli di romanizzazione culturale.
Fino ad oggi i nomi di queste due città erano rimaste nelle pagine dei libri. Il sito è oggetto di indagini sistematiche da quasi mezzo secolo. Gli scavi condotti dal gruppo Arquelogìa Social Mediterrànea hanno cambiato le carte in tavola. In un'area di circa 5.000 metri quadrati sono emerse strutture che non lasciano spazio ai dubbi: un centro urbano pianificato, quali tratti murari, spazi aperti e allineamenti, che corrispondono a criteri di urbanistica romana formale, incompatibili con una semplice villa o con un insediamento agricolo di rango medio.  
Tra le rovine sono stati ritrovati tegulae, classiche tegole romane, un bene di lusso acquistato e trasportato, segno di edifici di alto prestigio; vasellame pregiato e anfore, prove di un commercio florido che collegava l'isola al resto del Mediterraneo nonché segnale di una popolazione numerosa ben integrata nei circuiti commerciali.
La qualità e la quantità dei reperti fanno pensare che in questo luogo sorgesse, un tempo, l'antica Tucis. Il sito è un libro aperto sulla storia di Maiorca. L'area, prima dell'arrivo dei romani, era un centro della cultura talaiotica, caratterizzata da imponenti torri circolari in pietra, i talayot, che fungevano da luoghi di aggregazione politica e sociale. Con l'espansione dell'impero romano, le tradizioni locali si fusero con il pragmatismo romano. Il sito mostra chiaramente questa transizione: dalle società comunitarie preistoriche alla nascita di élite locali, fino alla costruzione di ville in stile romano.
In età romana Balearis Maior occupava una posizione strategica nel Mediterraneo occidentale. Roma vi introdusse strade, porti, nuove forme di sfruttamento agricolo e sistemi fiscali. La conferma dell'identificazione dell'abitato appena riemerso con Tucis richiederà ulteriori scavi. Nella prossima stagione gli archeologi intendono concentrarsi su un'area che potrebbe corrispondere al cuore civico della città, alla ricerca di edifici pubblici o iscrizioni che possano fornire un nome certo.

Fonti:
quotidiano.net
stilearte.it

domenica 25 gennaio 2026

Pergamo, uso alternativo degli unguentaria...

Pergamo, recipienti contenenti resti di feci umane
(Foto: C. Atila/Journal of Archaeological Science)

Gli antichi testi medici descrivono trattamenti a base di escrementi umani. Un'analisi dei residui di un contenitore di vetro romano di Pergamo, nell'odierna Turchia, ha fornito la prima prova chimica diretta che un medicinale preparato con feci umane fosse conservato e probabilmente utilizzato nel mondo romano.
Lo studio su questi elementi suggerisce che alcuni contenitori definiti "cosmetici", debbano essere riconsiderati, dal momento che i confini tra profumo, unguento e medicina erano, un tempo più labili di quanto si possa credere oggi.
L'oggetto al centro dell'indagine archeologica e scientifica è un piccolo unguentarium romano in vetro, una sorta di fiaschetta spesso associata ad oli e profumi, conservato presso il Museo Archeologico di Pergamo. Da esso i ricercatori hanno rimosso circa 14,6 grammi di residuo per sottoporlo ad analisi.
La città di Pergamo era strettamente legata al santuario di Asclepio e godeva da tempo della reputazione di centro di guarigione. L'Asklepeion di Pergamo divenne uno dei centri di cura più famosi dell'antichità, offrendo terapie che spaziavano dai bagni e dai rimedi erboristici alla diagnosi basata sui sogni.
I ricercatori hanno identificato, in questo unguentarium, il coprostanolo ed il 24-etilcoprostanolo, composti considerati biomarcatori affidabili della materia fecale. Il loro rapporto supporta un'origine umana del materiale contenuto nell'unguentarium. Il residuo conteneva anche carvacrolo, un composto aromatico legato a piante simili al timo ed all'origano. Gli studiosi interpretano questo ritrovamento come un espediente per mascherare gli odori, rifacendosi alle antiche istruzioni per la miscelazione degli ingredienti, che indicavano di miscelare ingredienti dall'odore forte con sostanze aromatiche.
I rimedi a base di feci sono noti da tempo grazie agli autori classici (in particolare quelli legati a Pergamo), ma questa scoperta offre la prova fisica che almeno una di queste ricette veniva preparata e conservata in un contenitore e non solo discussa sui testi. La scoperta ha portato anche ad ripensamento sull'utilizzo dei piccoli contenitori considerati da sempre deputati ai profumi.

Fonte:
ancient-origins.net

Pompei, i graffiti tornati leggibili narrano stralci di vita quotidiana

Pompei, uno dei graffiti rinvenuti negli scavi
(Foto: finestresullarte.info)

Nel quartiere dei teatri del Parco Archeologico di Pompei riemergono, grazie alle nuove tecnologie, iscrizioni che restituiscono frammenti di vita quotidiana, tra le quali la dichiarazione d'amore di una donna chiamata Erato e la rappresentazione di un combattimento tra gladiatori.
Racconti di amori, passioni, offese e tifo sportivo che sarebbero potuti scomparire per sempre. Le scoperte riguardano il corridoio di passaggio tra l'area dei teatri e la via Stabiana, un muro scavato oltre 230 anni fa, davanti al quale sono passati milioni di visitatori. Qui, attraverso metodi di ricerca innovativi, sono stati individuate quasi 300 iscrizioni, 200 delle quali già note e79 emerse di recente.
Il progetto, intitolato Bruits de coloir (Voci dal corridoio) è stato ideato da Louis Autin ed Eloise Letellier-Taillefer dell'Università della Sorbona e da Marie-Adeline Le Guennec dell'Università del Québec a Montréal, in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei. La ricerca si è dipanata dal 2022 al 2025 ed è stata basata su un approccio multidisciplinare che unisce epigrafia, archeologia, filologia e digital humanities.
Per garantire una migliore tutela di questo straordinario complesso epigrafico, rinvenuto nel 1794, il Parco Archeologico di Pompei ha previsto la realizzazione di una copertura del corridoio per proteggere gli intonaci incisi e favorire, in futuro, un'esperienza di visita integrata con le tecnologie messe a punto dalle ricerche più recenti.
"Vado di fretta; stammi bene, mia Sava, fa che mi ami!", "Methe, (schiava) di Cominia, di Atella, ama Cresto nel suo cuore. Che ad entrambi la Venere di Pompei sia propizia e che vivano sempre in armonia": questi sono solo alcuni esempi tra quelli già precedentemente noti, che attestano la vitalità, la molteplicità delle interazioni e delle forme di socialità, che si sviluppavano in uno spazio pubblico così frequentato dagli dell'antica Pompei.

Fonte:
finestresullarte.info

venerdì 23 gennaio 2026

Fano, riemerge la Basilica attribuita a Vitruvio

Fano, resti della Basilica vitruviana
(Foto: Ufficio Stampa e Comunicazione MIC)

E' la Basilica descritta da Vitruvio nel "De Architectura" quella emersa dagli scavi di piazza Andrea Costa a Fano: l'unico edificio attribuibile con certezza all'architetto romano. L'annuncio ufficiale è arrivato nel corso di una conferenza stampa alla Mediateca Montanari, alla presenza del Presidente della Regione Marche, Francesco Acquaroli, del Sindaco di Fano Luca Serfilippi.
Durante gli scavi legati alla riqualificazione di piazza Andrea Costa, è stata identificata con certezza la Basilica romana descritta da Vitruvio, con pianta rettangolare e colonnato perimetrale: otto colonne sui lati lunghi e quattro sui lati brevi. La conferma definitiva è arrivata con un ultimo sondaggio che ha restituito la quinta colonna d'angolo, confermando la posizione e l'orientamento dell'edificio tra le due piazze.
Le colonne, di circa 147-150 centimetri di diametro (circa cinque piedi romani) ed alte circa 15 metri erano addossate a pilastri e paraste portanti a sostegno di un piano superiore. La ricostruzione planimetrica, basata sulla descrizione vitruviana, ha trovato una corrispondenza al centimetro. Il riconoscimento si inserisce in un percorso di ricerca avviato già da anni: già nel 2022, in via Vitruvio, il rinvenimento di imponenti strutture murarie e pavimentazioni in marmi pregiati (verde cipollino e bianco venato pavonazzetto) aveva evidenziato la presenza di edifici pubblici di alto livello.
L'esistenza di un edificio concepito interamente dall'architetto cesariano-augusteo Vitruvio Pollione e localizzato nel Foro dell'antica Fanum Fortunae, rinominata, in età augustea, Colonia Iulia Fanestris, è nota da secoli, almeno da quando hanno cominciato a circolare le prime versioni a stampa dell'opera vitruviana.
Nel Libro V del De Architectura, l'architetto fornisce una descrizione dettagliata della basilica: una grande aula rettangolare, circondata da un peristilio colonnato, pensata per le funzioni pubbliche ed amministrative della città.

Fonti:
archeomedia.net
nationalgeographic.it
focus.it

domenica 18 gennaio 2026

Sant'Antico, la Tomba dell'Egizio

Sardegna, rilievo antropomorfo sul pilastro centrale della cosiddetta
"Tomba dell'Egizio" (Foto: Facebook/Ignazio Locci)

La tomba 7 PGM, conosciuta come la Tomba dell'Egizio di Sant'Antioco, in Sardegna, si distingue tra le sepolture della necropoli punica per l'eccezionalità delle sue decorazioni e per il valore storico che ne fa un unicum nell'isola. L'ambiente, rinvenuto nel 2002, è attualmente sottoposto a lavori di restauro e consolidamento che ne garantiranno la conservazione e la futura fruizione, inserendolo nel percorso di visita della necropoli. La qualità dei dipinti e delle strutture architettoniche rende il sito un punto di riferimento per gli studi sulla cultura funeraria punica e sulle influenze egiziane nel Mediterraneo occidentale. In occasione dei lavori in corso, il sindaco di Sant'Antioco, Ignazio Locci, ha visitato la tomba per la prima volta.
La necropoli di Sant'Antioco si trova sull'isola omonima, nel sudovest della Sardegna e rappresenta una delle aree funerarie puniche più estese e meglio conservate dell'isola. Il settore noto come Is Pirixeddus comprende oltre 50 tombe sotterranee, parte di un'area funeraria che in origine si estendeva per circa dieci ettari. Gli ipogei erano accessibili tramite corridoi scalinati detti dròmos, e ospitavano più sepolture, probabilmente appartenenti a membri della stessa famiglia, deposti in bare di legno spesso dipinte di rosso o decorate con figure intagliate in rilievo. L'uso della necropoli proseguì anche in epoca romana, quando lungo la collina che dall'Acropoli scendeva verso l'antico centro abitato si diffusero tombe alla cappuccina, sepolture ad incinerazione e fosse terragne.
La Tomba dell'Egizio costituisce un caso rarissimo nel Mediterraneo punico per la presenza di una camera funeraria trapezoidale con un pilastro centrale scolpito a rilievo antropomorfo. La figura maschile presenta volumi rigidi e compatti, con forme geometriche evidenti nelle spalle squadrate, nel gonnellino rettangolare, nel volto triangolare e nel copricapo. Le braccia aderiscono al corpo, con il braccio destro disteso lungo il fianco e il sinistro ripiegato sotto il petto. L'impostazione simmetrica e statica della figura è animata solo dal movimento accennato della gamba e del braccio sinistro, mentre l'impatto visivo è rafforzato dal contrasto cromatico dei pigmenti rossi e neri applicati direttamente sulla roccia chiara. Il colore nero è utilizzato per definire i dettaglia dell'acconciatura egizia, il klaft, che scende rigidamente dietro le orecchie, così come per i baffi e la barba con il caratteristico ricciolo faraonico. Sul petto, retto dalla mano piegata, è stato identificato un unguentario legato al polso, oggetto legato all'igiene personale. Il rosso, colore dominante nella camera funeraria, assume un forte valore simbolico e rituale, connesso alla morte, alla rinascita ed alla sfera divina.
La decorazione si estende alle pareti della camera attraverso una tessitura geometrica a larghe fasce e bande piene, articolata in grandi spazi rettangolari, false finestre e otto nicchie scolpite, due per ciascuna parete. L'apparato simbolico culmina in una falsa porta collocata nel quadrante sinistro della camera, elemento che, secondo la tradizione egizia, consentiva all'anima del defunto di transitare verso il mondo dei morti.
All'interno della camera funeraria era deposto un solo individuo, collocato nell'angolo di fondo entro un sarcofago ligneo che imita i modelli egizi a cartonnage (materiale che veniva utilizzato per le maschere funerarie), caratterizzati dalla forma antropomorfa e dal ritratto schematico del defunto sul coperchio. Il corredo vascolare associato era estremamente essenziale e comprendeva una lucerna con supporto, un'anfora, un piatto ed un kernos, una forma vascolare in uso nell'antica Grecia.
L'apparente contrasto tra la ricchezza dell'architettura funeraria e la semplicità del corredo suggerisce che le distinzioni sociali nella Sulci (o Sulki) punica, l'attuale Sant'Antioco, della metà del V secolo a.C. venissero espresse principalmente attraverso la monumentalità e la simbologia dello spazio sepolcrale, piuttosto che attraverso l'accumulo degli oggetti.
I richiami alla cultura egizia, ulteriormente attestati dal rinvenimento di volatili ed uova come offerte alimentari e simboli di rinascita, non sono estranei alla tradizione fenicia e punica.
Le ipotesi del personaggio scolpito restano aperte: potrebbe trattarsi di una divinità o di un demone ctonio (figura associata ai culti delle potenze sotterranee) legato alla protezione del defunto, di Baal Addir, "Signore Potente", divinità connessa agli inferi, oppure dello stesso defunto rappresentato nel contesto dei rituali di eroizzazione funeraria.

Fonte:
finestresullarte.info


Turchia, ritrovano il tempio di Zeus a Limira

Turchia, vista aerea dell'antica Limira
(Fonte: storicang.it)

Limira, in Turchia, era una delle città più importanti dell'antica Licia. Gli storici sapevano che il dio principale venerato in città era Zeus grazie ad una serie di iscrizioni epigrafiche scoperte nel 1982 che confermavano l'esistenza di un tempio a lui dedicato. Ma l'ubicazione era sconosciuta. Gli archeologi lo hanno cercato per oltre quattro decenni sotto strati di storia, pietre e alberi di arancio. Fino ad ora.
Un team guidato dal Professor Kudret Sezgin, dell'Università Hitit, in collaborazione con l'Istituto Archeologico Austriaco, ha posto fine all'annoso enigma con la scoperta dell'ingresso orientale del tempio perduto di Zeus, delle sue mura e di parte della sua struttura monumentale. Il ritrovamento è stato definito uno dei più importanti dell'archeologia licia e greca degli ultimi decenni.
Situata ai piedi del monte Tocak, a circa 9 chilometri dall'attuale Finike, nella provincia di Antalya (Turchia), Limira era un centro politico e religioso chiave nella Licia orientale. Durante il IV secolo a.C., sotto il regno del re Pericle di Limira, la città conobbe un grande sviluppo architettonico e culturale.
Tra i suoi monumenti più famosi vi sono l'heroon di Pericle, che riflette il suo potere monarchico indipendente tra le influenze persiane e greche, il teatro che poteva contenere seimila spettatori, i bagni romani, il Ptolemaion, tempio costruito in onore di Tolomeo II Filadelfo e le tombe scavate nella roccia. Mancava solamente il tempio principale di Zeus, dio protettore della città.
La struttura scoperta coincide perfettamente con le descrizioni architettoniche riportate nelle iscrizioni antiche. La sua facciata orientale, larga 15 metri, era nascosta sotto una muraglia bizantina costruita secoli dopo, cosa che, insieme all'orografia del terreno, ha complicato gli scavi.
La cella, vale a dire la camera sacra interna del tempio, è tuttora sepolta sotto un aranceto privato ma gli archeologi contano di scavare in questa zona una volta concluse le procedure di esproprio dell'area. Si pensa che la cella del tempio possa aver conservato pavimentazioni, arredi votivi e dettagli architettonici ancora intatti.
La cosa più insolita di questi scavi è che si è verificata una reinterpretazione delle strutture precedentemente scavate. Per anni un grande portale monumentale sotto la cosiddetta strada romana è stato considerato un propileo civico. Con le nuove scoperte, gli archeologi hanno concluso che si trattava, invece, dell'accesso cerimoniale all'imponente santuario di Zeus. Allo stesso modo, una cinta muraria attribuita alle fortificazioni ellenistiche, è stata ribattezzata come il muro perimetrale dello stesso tempio, noto come témenos, il recinto sacro in cui era edificato il mausoleo sacro. Questa reinterpretazione riconfigura completamente la gerarchia spaziale di Limira, ponendo il santuario di Zeus come asse simbolico della parte occidentale della città.
Monete, iscrizioni e fonti scritte citano Zeus quale divinità suprema della città durante i periodi classico, ellenistico e romano. Questo tempio era il cuore spirituale di una comunità, che lo frequentò per ben 800 anni.
I ricercatori hanno rinvenuto, nei resti dell'antica Limira, anche frammenti di ceramica che indicano un'attività umana a Limira da almeno 5000 anni, il che fa risalire la storia urbana della città all'inizio del III millennio a.C.

Fonte:
storicang.it

Turchia, l'anello dell'arciere...

Turchia, anello da arciere del XII secolo
(Foto: storicang.com)

La città di Hasankeyf, nel sudest della Turchia, è stata abitata senza interruzione per ben dodicimila anni. Si tratta di uno dei centri abitati più antichi del mondo.
Ad Hasankeyf gli archeologi hanno fatto una scoperta affascinante: un anello da arciere intagliato in avorio, decorato con perle, turchesi e filigrane d'argento, straordinariamente ben conservato.
Questo raro gioiello, scoperto durante gli scavi del 2025 nell'ambito del progetto Heritage for the Future del Ministero della Cultura e del Turismo della Turchia, si distingue non solo per la sua manifattura raffinata, ma anche poiché, ad oggi, non risultano confronti noti in ambito islamico medioevale. Si tratta di uno zihgir, un tipo di anello utilizzato dagli arcieri per proteggere il pollice mentre scoccavano le frecce con l'arco.
Situata sulle rive del Tigri, nella provincia turca di Batman, la posizione strategica di questa città millenaria tra Mesopotamia ed Anatolia ne fece un nodo cruciale per il commercio, la difesa e la vita culturale. Da qui passarono romani, bizantini, arabi, ottomani e, tra l'XI e il XIII secolo, la potente dinastia turcomanna degli Artuqidi.
Sotto il dominio artuqide, Hasankeyf visse la sua età dell'oro. Furono costruiti palazzi, fortezze, ponti e moschee che ancora oggi colpiscono per grandezza ed eleganza. Il Palazzo artuqide dove è stato rinvenuto l'anello, fu proprio l'epicentro del potere politico e culturale della regione.
L'anello è stato trovato nel settore sudest del complesso palaziale, in un'area direttamente associata all'élite governativa. Sia la manifattura che il luogo del rinvenimento indicano che non si trattava di un semplice accessorio militare, ma di un oggetto cerimoniale o legato al prestigio personale.
Intagliato in avorio, un materiale di grande valore nel mondo islamico medioevale, l'anello presenta una decorazione raffinata con piccole perle incastonate in file simmetriche, una pietra turchese montata su una base romboidale e dettagli in argento (cerchi, triangoli e motivi geometrici) che circondano l'apertura per il dito. Al centro della composizione è presente un motivo argentato a forma di rombo.
Nelle culture islamiche e turciche medioevali l'arte del tiro con l'arco non era soltanto un'abilità militare, ma anche una pratica nobile, una disciplina spirituale ed un indicatore di prestigio. Lo zihgir, indossato sul pollice per proteggerlo dallo sfregamento della corda, passò così da oggetto funzionale a gioiello distintivo dell'élite.
Per gli arcieri comuni la protezione del pollice di solito era in cuoio o in osso, mentre gli esemplari di fattura così raffinata servivano a marcare l'appartenenza ad una casta guerriera privilegiata. I ricercatori ritengono che questo anello non fosse usato in combattimento, ma in contesti di corte, forse come parte dell'abbigliamento cerimoniale di un membro della famiglia reale artuqide o del suo entourage.
La dinastia artuqide governò parti dell'Anatolia e della Mesopotamia settentrionale tra l'XI ed il XIII secolo. Fu una grande promotrice dell'architettura, delle arti decorative e delle scienze, esibite in capitali come Mardin ed Hasankeyf, dove s'intrecciavano diverse influenze culturali. Questo anello è una testimonianza di questa raffinatezza e pluralità culturale: la combinazione di avorio, perle, argento e turchese non ha precedenti noti, nemmeno nel tesoro del palazzo di Topkapi ad Istanbul e rende il ritrovamento un pezzo unico a livello mondiale.
Gli esperti sono convinti che l'anello sia stato deposto deliberatamente in quest'area del palazzo, forse come parte di un rituale di chiusura o come offerta. Il suo stato di conservazione è eccezionale, malgrado sia rimasto sepolto per oltre ottocento anni.

Fonte:
storicang.it


Toscana, a Sorano individuata una struttura Neolitica per bagni rituali

Sorano, la struttura neolitica appena rinvenuta
(Foto: Ufficio Stampa e Comunicazioni MIC)

Una struttura in pietra databile al Neolitico (tra il 4490 ed il 4330 a.C. circa) è stata individuata nell'area delle terme di Sorano, nella Maremma toscana, in provincia di Grosseto, nel corso di uno scavo archeologico autorizzato dal Ministero della Cultura e tuttora in corso. Il rinvenimento documenta un utilizzo delle acque termali in epoca preistorica e restituisce una delle più antiche attestazioni note di frequentazione umana del sito.
La scoperta è avvenuta all'interno di una vasta cavità scavata in un ripiano di travertino, estesa per circa 320 metri quadrati e profonda fino a 3,60 metri dal piano di campagna, situata al di sopra del cosiddetto Bagno dei Frati, vasca termale storica risalente al XV secolo, utilizzata in passato dai religiosi della pieve di Santa Maria dell'Aquila.
Nel corso della prima campagna di scavo, avviata nel 2024, la rimozione dello strato superficiale di humus ha portato all'individuazione di un ingresso ad imbuto con tre gradini ricavati direttamente nella roccia. Un saggio stratigrafico interno, approfondito fino a circa 2,50 metri, ha consentito di mettere in luce, sul fondo della cavità, una struttura ellissoidale di 2,60 per 2,20 metri, costruita con blocchi di travertino e tufo disposti su più assise, con riempimento interno di piccole pietre e massicciate perimetrali esterne.
Durante le operazioni è emersa anche una falda di acqua termale antica, mai documentata in precedenza in quell'area. Le analisi al radiocarbonio effettuate su frammenti di carboni rinvenuti a diretto contatto con le pietre della struttura ne hanno collocato la realizzazione in piena Età Neolitica. La datazione è coerente con il rinvenimento di manufatti litici e frammenti ceramici, che attestano un utilizzo delle acque termali con finalità salutari e, verosimilmente, anche cultuali.
Una parte consistente della cavità deve ancora essere indagata, ma i dati raccolti finora consentono già di riconoscere l'eccezionale valore scientifico del sito ed il suo contributo alla conoscenza del Neolitico in Italia, in particolare in relazione al rapporto tra comunità umane e sorgenti termali.

Fonte:
Ufficio Stampa e Comunicazione MIC

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