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sabato 15 giugno 2019

Gli egizi e...l'anguria

Egitto, raffigurazione tombale di un'antica anguria
(Foto: Renner, Perez-Escobar, Silber, Nesbitt, Preick, Hofreiter, Chomicki)
Grazie ad un accurato studio del Dna sappiamo per certo che gli antichi egizi amavano mangiare angurie dalla polpa rossa. I cocomeri selvatici che si trovano in molte parti dell'Africa sono differenti dalla varietà "domestica" di questi frutti. Essi hanno un sapore piuttosto amaro e la polpa bianca.
Immagini sulle pareti di almeno tre antiche tombe egizie raffigurano, invece, come doveva essere l'aspetto delle angurie gradite agli antichi egizi. Questi frutti sono simili in modo sorprendente alle varietà moderne e nel XIX secolo foglie di anguria sono state rinvenute collocate su una mummia di 3500 anni fa.
La botanica Susanne Renner, dell'Università di Monaco di Baviera, una volta osservate queste foglie ha capito che il Dna in esse contenuto poteva rivelare il sapore e l'aspetto di questi frutti. Il Dna antico, quindi, è stato parzialmente sequenziato, compresi due geni cruciali, uno dei quali controlla il sapore amaro dovuto alla produzione di una sostanza chiamata cucurbitacina. Nel melone di 3500 anni fa è stata riscontrata una mutazione che ha "disabilitato" questo gene, il che vuol dire che il frutto aveva una polpa dolce al pari delle varietà moderne.
L'altro gene è una codifica dell'enzima che converte il pigmento rosso licopene - lo stesso che dà il colore ai pomodori - in un'altra sostanza. Anche questo gene, per mutazione, nelle foglie dell'antico frutto è stato disattivato. Dunque questi antenati delle angurie che conosciamo dovevano essere grandi e dalla forma allungata, così come è rappresentato nelle antiche raffigurazioni egizie. Gli antichi agricoltori coltivavano, pertanto, un frutto molto simile all'attuale anguria.
Lo studio del Dna delle foglie ha, inoltre, rivelato che l'antico melone era "imparentato" con un cocomero dolce, dalla polpa bianca, ancora coltivato nella regione sudanese del Darfur. Il che suggerisce che l'anguria sia stato il primo frutto coltivato dagli agricoltori di questa regione e che la sua coltivazione si sia, poi, diffusa verso nord, lungo il Nilo, parallelamente ad un miglioramento dell'aspetto e del sapore della gustosa polpa.

Fonte:
newscientist.com

martedì 25 dicembre 2018

Pompei, rivive la famosa rosa rossa

Pompei, particolare di affresco con rose dalla Casa
del Bracciale d'Oro, I secolo d.C.
(Foto: Museo Archeologico Nazionale di Napoli)
La rosa antica di Pompei, protagonista della vita quotidiana nell'antica città romana e resa famosa nel mondo dagli affreschi pompeiani, è tornata a vivere. Lo straordinario risultato è stato possibile grazie ad una ricerca scientifica sulla presenza e sull'utilizzo di questo pregiato fiore nell'antica Pompei e nell'area vesuviana, svolta a cura del Laboratorio di Ricerche Applicate del Parco Archeologico di Pompei e del Dipartimento di Agraria dell'Università "Federico II" di Napoli (Professor Luigi Frusciante, docente di genetica e Gaetano Di Pasquale, ricercatore di archeobotanica), in collaborazione con l'associazione "La Rosa antica di Pompei".
Come simbolo di seduzione e di grazia, per la sua bellezza ed il suo aroma la rosa era associata alla dea Afrodite. Il suo uso come pianta ornamentale o nell'alimentazione, per la salute e il benessere, o ancora in cosmesi, è testimoniato dal ritrovamento di numerose ampolline contenenti profumi (lekythoi) e dalle svariate botteghe di produzione di profumi di Pompei. La rosa che oggi chiamiamo "di Pompei" fioriva due volte l'anno, era rossa ed aveva 36 petali. In Campania la produzione e la lavorazione della rosa erano destinate ad un mercato più ampio della sola penisola italiana, affermandosi come attività di gran pregio sulle sponde dell'intero Mediterraneo antico.
I ricercatori hanno ricreato il fiore grazie alle moderne tecniche di genetica molecolare, associata alle potenzialità dell'ibridazione sessuale. L'esperimento è stato condotto in vitro ed ha permesso di ottenere una rossa rossa riconducibile a quella dell'antica Pompei.
Esemplare di rosa rossa a fiore doppio (Foto: famedisud.it)
Con il proposito di scoprire la natura della rosa pompeiana, il Dipartimento di Agraria dell'Università degli Studi di Napoli "Federico II" ha condotto analisi genetiche e di comparazione genomica tra le varietà e le specie oggi coltivate e quelle conservate nelle collezioni private di rose antiche campane, nei cimiteri monumentali campani e negli erbari storici italiani. A questo lavoro si è affiancato un importante studio di archeobotanica finalizzato a studiare reperti vegetali provenienti da siti archeologici campani. Questi studi sono stati finanziati dalla società "Villa Silvana", che si è anche fatta carico dell'allevamento delle giovani piantine di popolazioni segreganti, contribuendo alla loro selezione.
"Villa Silvana", inoltre, tramite la sua associazione "La Rosa antica di Pompei", su autorizzazione del Parco Archeologico di Pompei, coltiva attualmente le rose in alcuni giardini delle domus pompeiane, come la Casa del Fauno, la Casa di Loreio Tiburtino e la cosiddetta Casa del Profumiere.
Studi su materiali disponibili, poi, hanno permesso di appurare che in Campania e a Pompei non esisteva una sola specie di rosa, quanto, piuttosto, un gruppo di piante che comprendeva specie spontanee ed ibride, fra le quali la rosa rossa a fiore doppio e rifiorente, che risulta essere la più frequente, come comprovato dalla sua ricorrente presenza nei dipinti rinvenuti in vari siti archeologici della Campania e, in particolare a Pompei, in domus come la Casa del Bracciale d'Oro, quella di Venere in Conchiglia o la Casa dei Quadretti Teatrali, che guardavano l'esempio offerto dalla Villa di Livia a Prima Porta, a Roma.

Fonti:
madeinpompei.it
amalfinotizie.it
famedisud.it

giovedì 20 settembre 2018

Basilicata, le antiche olive bianche

La leucocarpa o oliva bianca (Foto: improntaunika.it)
Il ritrovamento per la prima volta in Basilicata di due piante di Leucocarpa, un'antica varietà quasi perduta di oliva bianca, che si trova oggi solo in sporadiche coltivazioni soprattutto in Calabria, è segnalato da Agia-Cia in agro di Nova Siri (Mt), nelle contrade di Pizzarello e Pietrosa.
La segnalazione arriva attraverso due giovani "custodi della biodiversità" Antonio Manolio e Carlo Stigliano. Portata dagli antichi Greci nell'VIII secolo a.C., la particolarità dei suoi delicati frutti è quella di essere privi di pigmenti e non riuscendo a effettuare la sintesi antocianina, assumono un colore simile all'avorio.
Da ricerche condotte in Calabria, riferisce il presidente dell'Agia-Cia Rudy Marranchelli, apprendiamo che, diffusi particolarmente tra il VII e il X secolo d.C., gli ulivi sono stati ritrovati nei pressi di poderi che appartenevano un tempo a monasteri basiliani e sono stati salvati e riprodotti attraverso innesti, riportando in vita questa bellissima specie, anche se le ricerche scientifiche non sono ancora concluse. Le fonti storiche narrano che all'epoca i monaci basiliani diedero un forte impulso ad alcune coltivazioni e probabilmente curavano questi ulivi per utilizzarli nelle loro attività. L'olio che si produceva, infatti, era chiarissimo e veniva chiamato anche "olio del crisma" perché veniva utilizzato nelle funzioni religiose per ungere i sacerdoti, come olio sacro per i sacramenti come il battesimo, la cresima o l'unzione degli infermi, nelle cerimonie di incoronazione per ungere le alte cariche imperiali bizantine.
Il prezioso olio di leucolea serviva, inoltre, per alimentare le lampade nei luoghi di culto, poiché se bruciato produceva pochissimo fumo. Le drupe, nome scientifico del frutto dell'ulivo, possono rimanere sulla pianta più a lungo di altre varietà, fino anche a primavera, si ottiene così un effetto cromatico molto particolare: il verde scuro delle foglie e il bianco delle olive.

Fonte:
improntaunika.it

sabato 1 agosto 2015

Il vino di Tel Kabri

Pithoi utilizzati a Knosso (Foto: Cedric Labrousse)
Gli archeologi che stanno scavando in un palazzo reale in Israele hanno trovato 120 grandi orci da vino, alcuni dei quali contenevano ancora residui e semi d'uva di 4000 anni fa. Proprio da questi semi sarà possibile "risuscitare" i vitigni che fornivano vino sulle tavole dei ricchi dell'epoca. Il ritrovamento è avvenuto nel palazzo di Tel Kabri, nel nord di Israele.
Il palazzo di Tel Kabri si estende su circa 6.000 metri quadrati di superficie e ospita diversi saloni e sale per banchetti. Non si sa come venisse chiamato in passato dal momento che non sono state trovate testimonianze scritte. Venne costruito tra il 1850 e il 1600 a.C. ed ha molte somiglianze con i palazzi dell'Egeo, tra i quali quelli di Cnosso, di Creta o di Mari in Mesopotamia. Le varie stanze sono state aggiunte nel corso del tempo. Sicuramente era la dimora di un governante e vi accedevano anche persone che vivevano altrove e vi convenivano per speciali occasioni.
Gli archeologi stanno, ora, esaminando i vasi e i residui che vi sono stati trovati. Al momento sono riusciti a stabilire che il vino contenuto nei recipienti era aromatizzato. La cantina che conteneva i vasi era apparentemente una camera con un deposito che, al suo interno, aveva altri quattro spazi. Il pavimento era intonacato e, oltre ai vasi, sono stati trovati anche un calice e due scodelle basse.
I semi d'uva sono molto importanti dal momento che le varietà di uve presenti oggigiorno in Israele furono portate da Edmond de Rothschild nel tardo XIX secolo e sostituirono completamente la vinificazione del Levante. I semi d'uva trovati a Tel Kabri potrebbero restituire una parte degli antichi vitigni di Canaan.

sabato 25 luglio 2015

Israele, trovate le più antiche tracce di culture domestiche

Ricostruzione di una capanna di Ohalo II, sul Mare di Galilea
(Foto: muschecht.haifa.act.il
Il Medio Oriente è la culla della civiltà, dove i cacciatori-raccoglitori si "trasformarono" per la prima volta in comunità di agricoltori. Recentemente si è scoperto che il primo tentativo di coltivare la terra è molto più antico di quanto si fosse sempre pensato.
Una squadra di archeologi e botanici dell'Università di Haifa, dell'Università di Tel Aviv e di Harvard ha pubblicato uno studio sulla rivista scientifica "PlosOne" in cui giunge a conclusioni sorprendenti riguardo la nascita delle comunità agricole in Medio Oriente. Lo studio ha rilevato la presenza, in Israele, di frumento e di orzo appartenente ad una tipologia domestica più che selvaggia e la contemporanea presenza di strumenti a lama utilizzati per il taglio e la raccolta dei cereali.
Il sito preso in esame dai ricercatori è quello di Ohalo II, un campo coltivato ben 23.000 anni fa da una comunità di cacciatori-raccoglitori che vivevano sulle rive del Mare di Galilea. Il sito si trova a circa 9 chilometri a sud dell'attuale Tiberiade e venne scoperto nel 1989, quando il livello del lago si abbassò a causa di una forte siccità che colpì Israele. Gli scavi vennero, allora, portati avanti per sei stagioni dalla Professoressa Dani Nadel, dell'Università di Haifa.
In precedenza si era pensato che le prime tracce di coltivazione razionale della terra risalissero al 12.000 a.C., in Mesopotamia e nelle attuali Iran e Turchia.
Gli scavi ad Ohalo II hanno riportato alla luce i resti di sei abitazioni a capanna, una sepoltura e resti abbondanti e ben conservati di alimenti animali e vegetali, unitamente a perline provenienti dal Mediterraneo ed a strumenti in selce.
Artefatti trovati nel sito di Ohalo II (Foto: Dani Nadel/Haifa University)
I resti di alimenti vegetali erano stati trovati ben conservati poiché carbonizzati e coperti da sedimenti. L'acqua del lago li aveva come sigillati, privandoli quasi di ossigeno e permettendone la conservazione. Questo ha permesso ai ricercatori di raccogliere molte informazioni preziosi su quello che è stato presto considerato uno dei migliori esempi in tutto il mondo di un villaggio di cacciatori-raccoglitori. Qui sono stati rintracciati i primi tentativi ben riusciti di semina e di raccolta.
Il villaggio ha restituito ben 150.000 resti vegetali, mostrando che i residenti del sito erano riusciti a mettere a coltura 140 specie di piante diverse. Tra queste i botanici hanno identificato specie di cerali commestibili come il farro selvatico, l'orzo selvatico e l'avena selvatica. Questi cereali erano mescolati con 13 specie di cosiddette "proto-erbacce", antenate di quelle erbacce che fioriscono attualmente nei campi coltivati.
E' stato trovato anche, in una di quelle che un tempo erano capanne, uno strumento in pietra fissato al terreno, da cui sono stati estratti granuli di amido di cereali che hanno fornito ulteriori prove che i cereali, dopo la raccolta, venivano portati nelle capanne per essere macinati e impastati e poi essere cotti, forse su pietre piatte trovate all'esterno delle stesse capanne.
Il Mare di Galilea, dove si affaccia il sito di Ohalo II
(Foto: Hanan Isachar/Alamy)
L'esame dei cereali trovati nel sito mostra un'elevata percentuale di piante addomesticate. Le spighe dei cereali come l'orzo e il frumento, nella loro forma selvaggia sono costituite da unità separate che vengono facilmente disperse dal vento, in modo da poter raggiungere il suolo e germogliare senza l'intervento dell'uomo. Quando gli esseri umani hanno iniziato a coltivare queste piante per diverse stagioni consecutive, le piante hanno mostrato un sostanziale cambiamento: si è sviluppata una sorta di "cicatrice" che ha bloccato le unità prima separate che, in questo modo, non hanno potuto autoriprodursi affidandosi al vento. E' questo il tratto distintivo delle culture cosiddette domestiche.
A confortare la presenza di coltivazioni domestiche nel sito di Ohalo II vi sono anche un certo numero di lame di falcetti, un tempo inserite in immanicature di legno o di osso. Si tratta delle più antiche falci finora rinvenute. Queste falci, studiate dai ricercatori, hanno rivelato di essere state utilizzate proprio per la raccolta dei cereali. Sono state notate tracce di silicio, su di esse, trasferitosi sulle lame dalle piante di grano e di orzo al momento del taglio.
Ad Ohalo II l'agricoltura domestica, dunque, si è diffusa molto prima di quanto si credesse ed è continuata anche per un notevole lasso di tempo. Ora i ricercatori stanno studiando, sempre ad Ohalo II, la comparsa delle prime erbe infestanti e i cambiamenti di uso del terreno nel corso del tempo.

venerdì 20 febbraio 2015

Sardegna: trovati semi di melone dell'Età del Bronzo

Alcuni semi di melone recuperati in Sardegna (Foto: La Stampa)
A Sa Osa, in Sardegna, sono stati trovai i semi di melone più antichi del Mediterraneo. La scoperta è stata fatta dall'Università di Cagliari in pozzi antichi più di 3000 anni, individuati dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Cagliari e Oristano. A coordinare gli archeologi il Dottor Gianluigi Bacchetta, del Centro Conservazione Biodiversità dell'Università di Cagliari.
Il contenuto del pozzo più ricco di reperti (chiamato pozzo "N") è stato studiato sotto tutti gli aspetti botanici. Al suo interno sono stati rinvenuti ben 47 semi di melone, un ritrovamento davvero eccezionale, dal momento che fino ad oggi le prove della coltivazione di questo frutto erano state trovate solo nel Vicino e Medio Oriente. I semi trovati nel pozzo "N" sono stati datati all'Età del Bronzo (1310-1120 a.C.) e costituiscono attualmente la prima prova certa della coltivazione del melone nel bacino del Mediterraneo. Prima d'ora si pensava che fossero stati i Greci prima e i Romani poi a diffondere questa coltura.
I semi recuperati dagli archeobotanici sono circa 15.000 e "parlano" di una civiltà nuragica estremamente evoluta dal punto di vista alimentare. I nuragici coltivavano il melone e la vite, bevevano vino, raccoglievano noci, nocciole e fichi. Avevano, insomma, "inventato" la dieta mediterranea.
I cibi venivano conservati in pozzi scavati nella roccia, gli stessi dai quali gli archeologi hanno recuperato i semi di melone. Oltre ai semi di melone sono stati identificati centinaia di migliaia di semi, frutti, granuli, pollini e frammenti di legno e carbone di piante coltivate e selvatiche come olivo, mirto, mora, frumento, orzo, prugnolo selvatico, cicerchia, ginepro e lentisco.

sabato 18 ottobre 2014

Murales e piante psichedeliche in New Mexico

Motivi a triangolo al di sotto di una sporgenza rocciosa
nel canyon di Walt. Qui è stato ritrovato anche del
tabacco selvatico (Foto: L. Soendorf)
Decine di siti di arte rupestre nel sud del New Mexico, documentati di recente per la prima volta, hanno rivelato indizi botanici che potrebbero aiutare gli archeologi a capire il reale significato degli affreschi.
Alcuni di questi affreschi sono una teoria luna di triangoli dipinti nelle combinazioni di rosso, giallo e nero. In ognuno dei siti dove compaiono questi misteriosi affreschi, gli archeologi hanno notato somiglianze non solo nella composizione della roccia ma anche nel terreno. E' stato notato che proprio sul terreno al di sotto di questi dipinti murali, sono cresciute delle piante di natura allucinogena, tra le quali una specie di tabacco selvatico, particolarmente potente ed una pianta psichedelica potenzialmente letale: la datura.
Pannello di arte rupestre scoperto a Dripping Springs, nel New Mexico, con
motivi a triangolo. Al di sotto si sono trovate piante di tabacco selvatico
(Foto: L. Loendorf)
I ricercatori ritengono che proprio piante come la datura, degli allucinogeni insomma, abbiamo potuto portare alla composizione dei murales sulle antiche pareti rocciose. Probabilmente erano gli sciamani delle popolazioni qui stanziate che utilizzavano queste piante anche come componenti della pittura.
La regione in cui si sono concentrati gli archeologi era un tempo abitata dalla cultura del Jornada Mogollon, simili ai primi Puebloans, che vivevano qui dal V al XV secolo d.C.
I Jornadans crearono pittogrammi estremamente sofisticati e colorati, che raffigurano non solo piante riconoscibili, animali e forme umane ma anche modelli astratti. Anche le loro ceramiche riportano la medesima policromia di rosso, marrone e nero oggi conosciuta come ceramica della fase di El Paso.
Il tabacco selvatico contiene fino a tre volte la quantità di nicotina del tabacco convenzionale. Se viene fumata in continuazione per sei od otto ore può portare ad uno stato di trance ma anche alla morte. La trance veniva utilizzata dagli antichi sciamani per entrare in contatto con gli spiriti della pioggia nei momenti di siccità.

sabato 12 aprile 2014

Misterioso e magico silfio

Antica moneta di Cirene raffigurante il silfio
(Foto: Wikipedia)
I Romani conoscevano diverse erbe e le loro proprietà terapeutiche e culinarie. Tra queste il cumino, utilizzato per i disturbi della digestione e il meteorismo, la tosse e le coliche; il timo, considerato vermifugo e antisettico; i capperi, ai quali si riconoscevano, proprietà diuretiche e depurative come l'ortica, che era anche cardiotonica, antianemica, antireumatica, antidiarroica. L'anice era utilizzato per digerire, il porro contro i calcoli renali e vescicali. La menta era inserita nel panis militaris a lunga conservazione, destinato ai legionari, poiché aveva proprietà toniche, antisettiche, antispasmodiche. La salvia, chiamata salvatrix, era utilizzata per diversi disturbi e per usi sia interni che esterni.
La regina, però, delle erbe era, secondo i Romani, il silfio (in greco silphion, o laserpizio, come la chiamavano i Romani. Questa pianta cresceva a sud di Cirene e determinò la fortuna di questa città che sull'esportazione del laserpizio basò la sua economia. Tant'è vero che la città aveva impresso, sulle proprie monete, l'immagine della preziosa pianta. Cirene fu fondata dai Greci di Thera (oggi Santorini) nel 630 a.C. circa, sulla costa della cirenaica. I prodigiosi effetti del silfio furono scoperti dai Cirenaici circa sette anni dopo la fondazione della città.
La coppa di Arkesilas, dove compare la scena
della pesatura del silfio
Del silfio/laserpizio si usava il succo, un lattice resinoso detto laser, dal sapore vagamente simile all'aglio. Questo lattice si solidificava al contatto con l'aria, assumendo un aspetto ceroso. Il silfio non poteva essere coltivato, si trovava solo allo stato selvaggio. I pastori la utilizzavano come cibo per pecore e mucche, nella convinzione che facesse bene agli animali e questo, unitamente allo sfruttamento indiscriminato per le sue proprietà, fece sì che il silfio cominciasse presto a scarseggiare e poi sparire.
Il silfio, al tempo di Augusto, era oramai una rarità e per questo era pagato a peso d'oro. Nel 93 d.C., però, secondo Plinio il Vecchio, ne erano state importate 30 libbre a spese dello stato e quest'acquisto venne ricordato per oltre un secolo e mezzo, tanto la pianta era considerata preziosa. Sempre al tempo di Plinio un esemplare della pianta fu considerato così eccezionale da farne un omaggio personale a Nerone e ancora nel V secolo d.C. il filosofo cristiano Sinesio, originario di Cirene, ringraziava il fratello per avergli donato una certa quantità di silfio.
Una volta che il silfio di Cirene scomparve, si cercò un suo sostituto. Questo venne trovato in Medio Oriente, nel regno partico, che si estendeva dalla Persia all'Afghanistan. Questo silfio, però, era di qualità inferiore a quello di Cirene. Venne chiamato laser Parthicus o Siriacus ed aveva un odore piuttosto penetrante. Ben presto il nuovo silfio prese il posto del pregiatissimo laser di Cirene.
Ancora oggi il silfio è una pianta piuttosto diffusa in certe regioni dell'India meridionale con il nome di Assafetida.
Tetradramma d'argento in cui compare la ninfa Cirene, seduta,
mentre tocca il silfio (485-475 a.C. circa)
Ippocrate utilizzava il succo del silfio per la cura di diverse malattie. Del silfio ne parlano Catone il Vecchio, Strabone e Columella.
Nell'antica Roma il silfio era utilizzato in dosi minime ed era molto apprezzato come condimento. Apicio, noto esperto di cucina dell'Urbe, consigliava di metterne l'equivalente di 30 grammi in un vaso pieno di pinoli e di prendere ogni volta una trentina di questi per pestarli nel mortaio con altri ingredienti. Gli usi più apprezzati del silfio erano quelli medicamentosi: un vero e proprio toccasana per uomini e animali. Secondo Plinio faceva addormentare le pecore, starnutire le capre e scoppiare i serpenti. Per gli uomini era utilizzato durante i periodi di convalescenza e in quelli di depressione, nelle digestioni difficili e nei disturbi di circolazione. Ma veniva anche applicato su ferite e piaghe ed era considerato un antidoto contro il veleno degli scorpioni e dei serpenti. Curava il mal di gola, l'asma, l'epilessia e l'itterizia. I Romani producevano anche gocce oculari a base di silfio, come scrive Aulo Cornelio Celso, medico romano vissuto tra il 14 a.C. e il 37 d.C.
Dai fiori del silfio si ricavava il profumo e la pianta era conosciuta anche come contraccettivo e come mezzo per procurare l'aborto.
La coppa di di Arkesilas, risalente al 560 a.C., mostra una scena che si svolge davanti ad Arkesilas (Argesilao), re di Cirene: una grande stadera e tre personaggi intenti a pesare dei sacchi. L'operazione raffigura la pesatura e la vendita di quantità di silfio. Il re presiedeva a questa operazione proprio a causa della preziosità dei tuberi commerciati e dell'importanza che questo commercio aveva per la città di Cirene.
Teofrasto di Lesbo (370-287 a.C.), nella sua "Storia delle piante", descrive il silfio simile al finocchio gigante e parla delle modalità di raccolta della pianta.
Gli arabi chiamavano il silfio asa, da cui il termine asafetida, utilizzato di recente per identificare questa pianta. 

venerdì 23 agosto 2013

Il lungo cammino della cannella

Rovine di Tel Dor, a 30 Km da Haifa, Israele. Qui sono state
trovate le boccette per la cannella  (Foto: Lang Gito)
In Israele sono state trovate le prove che 3000 anni fa veniva commerciata la cannella. I ricercatori hanno analizzato il contenuto di 27 flaconi provenienti da cinque siti archeologici d'Israele ed ha scoperto che 10 dei flaconi contengono cinnamica, il composto che dà alla cannella il suo particolare aroma, il che indica che, in questi contenitori, è stato conservato il sale.
Finora tracce di cannella sono state trovate in Estremo Oriente, nel sud dell'India e dello Sri Lanka. Tracce ne sono state ritrovate anche in Africa, anche se non corrispondono al materiale ritrovato nei flaconi in Israele.
La recente scoperta fa pensare ad un commercio ad ampio raggio di spezie già 3000 anni fa. Il pepe nero, per esempio, dall'India è stato ritrovato nella mummia di Ramses II, vissuto 3200 anni fa. Al momento in cui è stato commerciata la cannella, la costa d'Israele era abitata dai Fenici, un popolo rinomato per la sua abilità marinara.
Le boccette che contenevano la cannella sono state prodotte nel nord d'Israele, che allora faceva parte della Fenicia. I contenitori sembrano essere stati prodotti esclusivamente per contenere la preziosa spezia, hanno un'apertura piuttosto stretta e le pareti spesse. La cannella arrivava in Israele in forma secca e, raggiunta la Fenicia, veniva mescolata con del liquido e versata in questi contenitori. Dalla Fenicia la cannella in bottiglia veniva spedita in tutto il paese e nelle regioni limitrofe fino a Cipro.
I ricercatori ritengono che la cannella fosse mescolata con il vino. In effetti anche oggi questa spezia è spesso utilizzata in ricette a base di vino, tra le quali il vin brulé o speziato.

domenica 18 agosto 2013

Un disastro climatico di 3200 anni fa

Il Lago Salato di Cipro, dove sono stati effettuati prelievi di terreno
che hanno restituito pollini e fossili marini (Foto: David Kaniewski)
Per decenni gli archeologi hanno dibattuto sulla causa che ha portato al collasso le fiorenti civiltà della costa orientale del Mediterraneo. Sono stati chiamati in causa la guerra, i disordini politici e le catastrofi naturali. Ora un nuovo studio ha aperto le porte ad una nuova teoria che vede nel cambiamento climatico il responsabile di quell'antico disastro.
Analizzando antichi pollini provenienti da Cipro, i ricercatori hanno scoperto che la regione fu colpita da una devastante siccità circa 3200 anni fa. Gli scritti antichi riportano di cattivi raccolti, carestie e invasioni che si verificarono all'incirca nello stesso periodo, suggerendo che il cambiamento climatico abbia portato, come conseguenza, il crollo generalizzato della società dell'Età del Bronzo.
Prima che ciò accadesse, i popoli dell'Egeo, gli Ittiti, gli Egiziani e i Siro-Palestinesi avevano dato vita ad una fitta rete di legami economici e commerciali che si dipanava su tutto il Mediterraneo orientale. Intorno al 1200 a.C., però, questa complessa rete di scambi scomparve improvvisamente dalla storia. Per capire cosa fosse successo 3200 anni fa, gli studiosi di più discipline hanno effettuato approfondite ed estese ricerche nel Lago Salato di Larnaca, sull'isola di Cipro, un importante scalo commerciale nell'antico Mediterraneo orientale. I reperti recuperati durante la ricerca sono stati datati al radiocarbonio, in modo da determinare l'età di ogni strato di sedimento. In seguito i ricercatori hanno esaminato 84 grani di polline contenuti nei sedimenti estratti dal lago ed hanno identificato le specie arboree dalle quali provenivano. Hanno così scoperto che 3200 anni fa i boschi lussureggianti che circondavano il Lago Salato furono soppiantati da un'arida distesa di prateria, segno di uno dei periodi più aridi degli ultimi 5000 anni della storia del Mediterraneo orientale.
Le analisi dei fossili marini contenuti nei prelievi effettuati sul fondo del lago, hanno rivelato che il sito era, un tempo, un vivace porto le cui acque si prosciugarono riducendosi ad un lago salato senza sbocco sul mare, contribuendo definitivamente al crollo del commercio e dell'agricoltura. Del resto esistono diverse testimonianze scritte di un evento traumatico che colpì le regioni del Mediterraneo orientale durante la Tarda Età del Bronzo. Si tratta di testi in geroglifico e cuneiforme che descrivono carestie e ondate migratorie dei misteriosi "popoli del mare", che effettuarono raid in Egitto, in Turchia, in Siria e sulle coste della Palestina all'incirca in concomitanza con il peggioramento climatico. Gli archeologi pensano che questi "popoli del mare" non fossero altro che profughi in fuga dalle loro terre oramai divenute inospitali e in cerca di nuove aree da abitare.

sabato 10 novembre 2012

Ritorno a Karkemish

Veduta dei resti di Karkemish, al confine turco-siriano
Pochi luoghi al mondo intrecciano la storia di antichi e moderni conflitti come la città di Karkemish, dove si svolse una battaglia citata nella Bibbia. La città si trova al confine tra la Turchia e la Siria, dove oggi infuria la guerra civile.
Militari turchi sorvegliano, oggi, quella che fu l'acropoli di una città di 5000 anni fa. Recentemente, inoltre, le rovine sono state "bonificate" dalle mine. Un team italo-turco sta ora conducendo sul luogo un'estesa campagna di scavi, ad un secolo e più di distanza da quelli condotti dal British Museum e dei quali si interessò anche il leggendario Lawrence d'Arabia. Gli archeologi sperano di aprire ai turisti il sito, che si trova lungo il corso dell'Eufrate, entro il 2014.
Karkemish si trovò, in passato, sotto l'influenza ittita e di altri governanti e re. Le ricerche archeologiche sono state spesso interrotte dai conflitti moderni e dalle ostilità tra nazioni confinanti, che hanno portato, oltretutto, all'erezione di frontiere ed alla militarizzazione dell'area.
Direttore del progetto Karkemish è Niccolò Marchetti, professore di archeologia e Storia dell'Arte del Vicino Oriente Antico presso l'Università di Bologna. Con la missione dell'Università di Bologna collaborano gli archeologi e gli studenti delle Università di Gaziantep e Istanbul. I lavori presso l'antica città sono ripresi nel 2011, a distanza di 90 anni dall'occupazione del sito da parte delle truppe turche. Circa 90 ettari della superficie di Karkemish si trovano in territorio siriano e sono, pertanto, off-limits. La maggior parte del materiale scoperto è in territorio turco.
Un corredo funerario di pesi in pietra, fibule in bronzo, orecchini d'oro
ed elementi in ceramica provenienti dalla necropoli di Karkemish
Nel 1911, anno in cui si è cominciato ad esplorare Karkemish, la città faceva parte dell'oramai indebolito impero Ottomano. L'archeologo britannico Woolley e il suo assistente Lawrence trovarono lastre di basalto e di calcare scolpite con figure di soldati, carri, animali e re che oggi sono esposte nel Museo delle Civiltà Anatoliche di Ankara. Durante la spedizione britannica tornarono alla luce palazzi e templi.
Nel libro di Geremia, la Bibbia fa riferimento a Karkemish in merito ad una battaglia in cui i Babilonesi, guidati da Nabucodonosor II, sconfissero gli Assiri ed i loro alleati Egizi. I Babilonesi, in seguito, saccheggiarono la città in altre occasioni.
Karkemish è menzionata anche in alcune tavolette degli archivi di Ebla (III millennio a.C.). Dalle tavolette di Mari e di Alalakh (odierna Tell Atchana, presso Antakya o Antiochia, 1800 a.C.) sappiamo che la città era governata, all'epoca, da un re di nome Aplahanda e che era un importante centro per il commercio del legname. Il momento di massimo splendore della città fu durante i due secoli finali dell'impero ittita, nel Bronzo Tardo. Purtroppo non restano tracce di questo periodo. Le evidenze giunte fino ai giorni nostri risalgono all'Età del Ferro, quando Karkemish era un importantissimo stato neo ittita.
Veduta di Karkemish
Nel 1600 a.C. la città venne conquistata dai Mitanni e nel 1350 a.C. da Shuppiluliuma, che vi insediò, come viceré, uno dei suoi figli. La conquista di Sargon II, nel 717 a.C., segnò la fine dell'indipendenza della città stato. Questo sovrapporsi di dominazioni storiche ha indotto gli archeologi a soprannominare Karkemish la "Pompei d'Oriente".
Il team italo-turco ha aperto ben cinque cantieri, lo scorso anno, nell'area dove sorgeva l'antica città, scoprendo, negli scavi del 1911, vecchi strumenti archeologici, i frammenti di una statua e un mosaico romano. Sono stati, poi, ritrovati un sigillo cilindrico in bronzo, inciso con geroglifici, che apparteneva ad un funzionario ed una statuetta bronzea in cui è raffigurata una divinità con una tiara adorna di due corna. Il dio indossa un gonnellino e brandisce un pugnale d'argento nella mano sinistra. La statuetta è stata ritrovata nelle vicinanze dell'area del Tempio del dio della Tempesta, dove sono emersi anche i frammenti di altre sculture e iscrizioni ittite geroglifiche. Gli scavi dello scorso anno hanno, inoltre, restituito i resti di enormi edifici scolpiti, un'intera necropoli all'interno delle mura cittadine, con tombe dai ricchi corredi. A tre metri di profondità si sono ritrovati livelli con cenere, resti bruciati e travi carbonizzate, che sono la testimonianza della conquista e del saccheggio delle truppe di Sargon.
Casa utilizzata da Woolley e Lawrence durante
gli scavi del 1911
Una tra le scoperte più importanti effettuate nella passata campagna di scavi è una grande stele basaltica intatta. La stele è coperta, alla sommità, di simboli astrali e sulle facciate da diverse linee di un'iscrizione reale ittitta geroglifica. Quest'ultima è stata decifrata da David Hawkins, della British Accademy. La stele è dedicata da Suhis, "signore del paese di Karkemish", ad Ura Tarhunza, "gran re del paese di Karkemish", figlio di Sapazitis. E' la testimonianza di un insolito dualismo istituzionale nella regalità della città ed anche della fondazione, ad opera di Suhis I, di una nuova dinastia reale agli inizi del X secolo a.C..
Nel contempo i botanici hanno identificato piante rare, nel sito, ed una specie di pioppo che si riteneva estinta.
Hasan Peker, filologo dell'Università di Istanbul, spera di trovare, durante gli scavi, gli archivi reali della città, archivi che potrebbero risalire al culmine della civiltà ittita, 3000 anni fa. Al momento si pensa di scendere al di sotto del lastricato delle vie romane, sulle quali è ancora possibile transitare, e di arrivare alle fondazioni degli edifici che vi si affacciavano.

mercoledì 22 agosto 2012

Cause della caduta dell'impero Maya

Belize occidentale, sito cerimoniale di El Castillo
Xunantunich
Le città stato dell'impero Maya sorsero e si svilupparono soprattutto nel sud del Messico e nella parte settentrionale dell'America centrale. Improvvisamente, però, queste città-stato decaddero e la stessa civiltà Maya si disintegrò.
Due nuovi studi stanno facendo luce sulle ragioni del crollo della cultura Maya, individuando nei Maya stessi la causa del collasso dell'impero che avevano costruito. Sicuramente la siccità ha giocato un ruolo fondamentale nel tramonto di questa civiltà, ma i Maya hanno contribuito non poco disboscando selvaggiamente la giungla per far posto a città e coltivazioni. La legna, inoltre, era loro necessaria per cuocere grandi quantità di calce per ricavarne intonaco. Sever Thomas, archeologo dell'Università di Huntsville, in Alabama, ha stimato che ci sono voluti circa 20 alberi per la produzione di un solo metro quadrato di paesaggio urbano.
Sito fortificato di Becan, abbandonato e
mai più ripopolato
Il dottor Benjamin Cook, studioso di mutamenti climatici alla Columbia University Lamont-Doherty Earth Observatory ha dichiarato: "Non si tratta di spiegare l'intero fenomeno della siccità con la deforestazione, ma sicuramente quest'ultima è una causa essenziale nell'inaridimento progressivo del suolo e del clima". Gli studiosi, Cook in testa, hanno analizzato l'incidenza delle coltivazioni di mais nell'alterazione del clima ed hanno scoperto che, nel momento di massima deforestazione durante il periodo Maya, il passaggio dalla giungla alle coltivazioni di mais ha inciso per il 60 per cento sulla deforestazione.
Anche la riconfigurazione del paesaggio ha svolto la sua parte nel processo di progressivo inaridimento del suolo. Un indice dello stress a cui è stato sottoposto l'ambiente si trova nell'albero della sapodilla, utilizzato per ricavarne tavole da costruzione, il quale non risulta più adoperato nelle costruzioni di Tikal e Calakmul già dal 741 d.C.. Inoltre nella penisola dello Yucatan gli scienziati hanno registrato un calo di precipitazioni di ben il 15 per cento del totale.
Un'altra veduta del sito di Becan
Nel contempo anche la vecchia struttura politica ed economica dei Maya, dominata da sovrani semidivini, è venuta a decadere. Contadini ed artigiani sembrano aver abbandonato le loro case e le loro città in cerca di migliori opportunità economiche. Oggi molte delle antiche città Maya sono ricoperte dalla giungla, soprattutto nello Yucatan. Le immagini satellitari, però, mostrano che la deforestazione si sta verificando in altre regioni Maya, un tempo occupate.
L'impero Maya contava più di 19 milioni di persone sparse sul suo territorio tra il 250 e il 900 d.C.. Gli antenati dei Maya vivono ancora oggi in alcune parti del Messico, del Guatemala, del Belize di El Salvador e dell'Honduras.

giovedì 16 agosto 2012

Antiche civiltà nordamericane

Tazza potoria da Cahokia
Le antiche popolazioni precolombiane degli Stati Uniti, vissute nella città di Cahokia 700-900 anni fa, usavano consumare una "bevanda nera", a base di caffeina estratta da foglie di agrifoglio che crescevano a centinaia di chilometri di distanza dal sito di Cahokia. Il consumo di questa bevanda, secondo i ricercatori, aveva un significato rituale e religioso allo stesso tempo.
La scoperta si deve ad una squadra di archeologi ed antropologi dell'Università dell'Illinois, del New Messico, del Millsaps College del Mississippi e dell'Hershey Technical Center della Pennsylvania. Gli studiosi hanno campionato dei residui vegetali trovati all'interno di antichi e rari bicchieri cilindrici Cahokiani. Sono stati trovati diversi marcatori biochimici, quali la caffeina, in percentuale spropositata rispetto a quelli rinvenuti in altri vasi potori del sud-est degli Stati Uniti. I bicchieri esaminati risalgono al 1050-1250 e sono stati trovati in siti rituali nei dintorni di Cahokia.
Questa scoperta apre le porte a diverse e ampie considerazioni sul comportamento religioso e simbolico nella civiltà Cahokia. Inoltre sono indice della presenza di una fitta rete commerciale tra Cahokia e gli altri insediamenti del continente nordamericano, in particolare quelli del sud-est. I manufatti ritrovati sono la prova che vi fu anche un vasto movimento di emigrazione, oltre che un intenso scambio di merci, tra le varie località indiane americane.
Monk's Mound
I bicchieri Cahokia sono considerati di produzione locale. Si tratta di piccoli vasi cilindrici con un'ansa su un lato ed una sorta di labbro sull'altro. Molti di loro sono scolpiti con simboli che rappresentano l'acqua ed il mondo sotterraneo. L'agrifoglio Yaupon, utilizzato per trarne la bevanda rituale, contiene livelli molto elevati di caffeina, pari a sei volte quelli del caffè forte. L'assunzione di questa bevanda in grandi quantità, come risulta dai resoconti pervenuti sino a noi, provoca vomito ed  è considerata intenzionale in un rituale di purificazione che solitamente veniva svolto prima di battaglie o eventi importanti.
La città di Cahokia contava, nel momento del suo massimo splendore, tra il XII e il XIII secolo d.C., 50.000 abitanti. E' stata il più grande insediamento preistorico del Nord America e del Nord Messico. Il suo declino e la sua improvvisa scomparsa rimangono tuttora un mistero per gli studiosi. Nonostante questo, però, l'influenza di Cahokia sull'arte, la religione e l'architettura si può ritrovare anche in insediamenti lontani come quelli in Alabama, Arkansas, Luoisiana e Wisconsin.
Ricostruzione della sepoltura dell'uomo-falco
di Cahokia
Cahokia si trova in Illinois, sulle rive del Mississippi, vicino St. Luois. E' considerata il più grande sito archeologico della cultura Mississippiana detta, più frequentemente, Cahokiana. La costruzione delle colline che la caratterizzano iniziò nel 1050. Gli abitanti non hanno lasciato testimonianze scritte ed il nome antico della città resta un mistero come la scomparsa della civiltà che l'abitava. Il nome Cahokia fa riferimento ad un clan di Illiniwek che, in un periodo successivo, abitavano la regione.
Il centro cerimoniale di Cahokia è conosciuto come Monk's Mound, struttura imponente a quattro terrazze, alte 30,5 metri. Gli scavi hanno permesso di ritrovare i resti di un grande edificio, forse un tempio o, piuttosto, la residenza del capo tribù, visibile da ogni punto della città, data la considerevole altezza di 15 metri. Ad est di Monk's Mound si trova Woodhenge, un cerchio di pali utilizzato per l'osservazione astronomica di solstizi ed equinozi. Degli originari 120 tumuli, ne sopravvivono attualmente solo 80 e Monk's Mound è il più grandi di essi.
Ricostruzione della città di Cahokia
Durante gli scavi di una collina sepolcrale a sud di Monk's Mound, gli archeologi hanno ritrovato i resti di un uomo di circa quarant'anni, probabilmente un capo Cahokiano. L'uomo venne deposto su un letto di oltre 20.000 conchiglie marine a formare il disegno di un falco, la cui testa appare sotto il cranio del defunto e le cui ali si trovano sotto le braccia e le gambe. Il guerriero-falco o uomo-uccello, è un'immagine piuttosto comune nella cultura Cahokiana. A poca distanza venne anche rinvenuto un deposito pieno di punte di freccia in differenti materiali e forge. Le frecce appartengono a quattro tipi differenti, ognuno dei quali proviene da una diversa area geografica, a dimostrazione della rete commerciale intessuta efficacemente dai Cahokiani.
Altri 250 scheletri vennero estratti dal medesimo luogo dove fu trovata la sepoltura del guerriero-falco. Molti erano stati deposti in fosse comuni, altri mancavano di mani e testa, il che ha fatto pensare a sacrifici umani. In uno dei "cimiteri" sono stati ritrovati i resti di giovani donne che si è pensato essere vergini sacrificate al dio sole. La maggior parte dei 260 scheletri femminili, analizzati, hanno rivelato che le donne avevano intorno ai venti anni, al momento della morte. Uno studio ha accertato che le poverette furono sepolte vive. Al contrario degli scheletri di individui maschili, quelli appartenenti ad individui di sesso femminile non presentano lesioni o altri tipi di traumi. Si pensa, dunque, che prima della sepoltura possano essere state drogate.

venerdì 24 febbraio 2012

Un piccolo grande museo nella Tuscia

Una forra nel Parco Regionale di Marturanum
Barbarano Romano è un piccolo centro nel cuore della Tuscia, uno dei borghi più suggestivi della zona. Qui, da alcuni anni, è operativa una struttura museale che supporta efficacemente le attività del parco regionale di Marturanum, esteso per oltre mille ettari e caratterizzato da una interessante varietà di ambienti.
I visitatori del parco possono entrare in contatto, oltre che con gli splendidi paesaggi naturalistici, anche con le testimonianze archeologiche dell'importante passato della zona: la necropoli etrusca di San Giuliano e la rocca medioevale. A tal proposito il museo di Marturanum è diventato proprio quest'anno il museo più innovativo dell'intera Tuscia rupestre. Il museo è dedicato a Francesco Spallone, un giovane biologo purtroppo recentemente scomparso, conosciuto per il suo amore per la natura. La struttura museale non riguarda esclusivamente il territorio del parco di Marturanum, ma prende in considerazione l'area morfologica vulcanica della Tuscia e le tracce umane che sono state qui individuate.
Il 3 e 4 marzo 2012 il museo di Marturanum aderirà alla "Festa dei Mezzi Musei", che vuole attirare l'attenzione del pubblico sulle difficoltà che i recenti tagli agli scarsi finanziamenti hanno portato alle istituzioni museali. Il 4 marzo, alle ore 10.30, ci si troverà di fronte al museo per una "mezza escursione" gratuita, alla metà delle risorse ambientali e culturali incontrare sul cammino.
Il museo è stato a lungo chiuso per mancanza di fondi, da poco riesce a riaprire solo grazie all'aiuto dei volontari. Dal momento che il settore culturale è - senza dubbio alcuno - il settore che può maggiormente supportare l'economia nazionale, oltre che rivalutare e rinverdire la memoria storica e sociale di ciascuno, sarebbe bello incentivare e sostenere sempre di più queste iniziative.
Museo Naturalistico Etnografico Marturanum
Viale IV Novembre snc. - Barbarano Romano (Viterbo)
Apertura: venerdì, sabato e domenica 10.00 - 13.00 e 14.00 - 18.00
Aperto per le scuole nei giorni infrasettimanali e su richiesta per gruppi organizzati.
Per prenotare escursioni, trekking e visite guidate rivolgersi alla direzione: infomuseo@marturanum.eu

venerdì 26 agosto 2011

L'antico porto di Syedra

Tracce dell'antico porto di Syedra
Gli archeologi hanno ritrovato i resti di un porto antichissimo nei pressi della città di Alanya, nel sud dell'attuale Turchia. Si tratta del porto della città di Syedra.
L'archeologo Hakan Oniz, della Eastern Mediterranean University ritiene che il porto risalga a 5000 anni fa, dal momento che sono state trovate testimonianze dell'età del Bronzo. Allora gli abitanti del luogo si dedicavano prevalentemente alla pesca e alla navigazione.
Syedra è divisa tra l'area portuale, chiamata distretto di Adatas, dalla quale le mercanzie raggiungevano l'interno, e la città vera e propria, che si trova, oggi, a 240 metri di profondità nelle acque del Mediterraneo. Attualmente, circa 20 chilometri ad est di Alanya, una strada segnalata conduce a nord verso la Syedra romana, su una collina al confine tra il centro di Kargicak ed il villaggio di Seki. Le antiche terme cittadine sono ancora in buone condizioni, anche se le lastre di marmo e le colonne che le adornavano sono sparse all'intorno. E' visibile anche una serie di cisterne per l'immagazzinamento dell'acqua ancora in buone condizioni. Queste cisterne sono composte da tre vasche che misurano metri 8 x 12 metri, con una profondità di 8 metri, in origine coperte. Due di queste vasche funzionano ancora, alimentate dall'acqua di storiche sorgenti, e vengono utilizzate dai contadini per irrigare gli orti. In una caverna sono presenti tracce di affreschi murari. Sono state ritrovate, in questo luogo, monete coniate tra il 138 ed il 161 d.C., con inciso il nome degli imperatori Marco Aurelio e Antonino Pio.
Una delle cose più interessanti ritrovate a Syedra è un mosaico che raffigura un pescatore e dei pesci, ora nel giardino del Museo di Alanya.

martedì 24 maggio 2011

Il supervulcano ed i primi indonesiani




Recenti scoperte archeologiche effettuate nel sud e nel nord dell'Indonesia, hanno rivelato come viveva la popolazione prima e dopo la disastrosa eruzione vulcanica del Toba, avvenuta 74.000 anni fa. Un team di ricerca multidisciplinare, guidato dall'Università di Oxford in collaborazione con le istituzioni indiane, ha scoperto quella che viene definita una nuova Pompei, tra le ceneri del Toba.
Il progetto ha avuto una durata di sette anni ed ha preso in considerazione l'ambiente in cui sono vissuti gli esseri umani, i loro attrezzi in pietra ma anche le piante e le ossa degli animali. Queste ricerche hanno permesso di stabilire che gli uomini erano già presenti in Indonesia 74.000 anni fa, 15.000 anni prima di quanto si era pensato finora. Molte forme di vita sono riuscite a sopravvivere alla devastante eruzione del Toba.
Secondo i ricercatori, inoltre, gli uomini che modellarono gli attrezzi in pietra finora ritrovati appartenevano alla specie dell'Homo Sapiens. A tutt'oggi non sono stati ancora ritrovati resti umani, ma gli scienziati non disperano in future rivelazioni. Nel frattempo, nel complesso di grotte di Billasurgam, gli studiosi hanno scoperto ossa di animali (bovini selvatici, carnivori, scimmie) risalenti a 100.000 anni fa.
Attualmente il lago generato dallo sprofondamento dell'antica caldera vulcanica, è lungo 100 chilometri e largo 30. L'eruzione più catastrofica del vulcano, che viene comunemente fatta risalire a 70-80.000 anni fa, scagliò in aria 2-3000 chilometri cubici di roccia, 800 dei quali sotto forma di cenere che si depositò su tutta l'Asia meridionale in uno strato spesso 15 centimetri con zone in India e Malesia che vennero sepolte da ben 6-9 metri di cenere. L'eruzione causò un drastico calo delle temperature su tutto il pianeta.

lunedì 23 maggio 2011

La foresta pietrificata



Sull'isola di Ellesmere, nel nord del Canada, è stata scoperta un'antica foresta pietrificata, con tronchi, foglie e baccelli ben conservati. A trovare questa foresta sono stati dei ricercatori messi in allarme dalle guardie del Quttinirpaaq National Park. I ranger si sono imbattuti in resti di grandi alberi sparsi sul terreno di cui ignoravano l'origine ma che pensavano essere molto antichi.
Gli studiosi hanno analizzato le caratteristiche dei tronchi, delle foglie e dei baccelli ed hanno identificato, in tal modo, alcune specie. La foresta pietrificata è risultata essere simile alle foreste oggi diffuse a latitudini più meridionali, il che porta a credere che un tempo l'Artide avesse un clima più caldo.
Contando i cerchi dei tronchi, i ricercatori hanno stimato che gli alberi dovevano avere almeno 75 anni al momento in cui furono seppelliti da una frana. Gli anelli erano molto deboli, il che significa che le piante crescevano con estrema lentezza a causa delle condizioni climatiche proibitive.

martedì 22 febbraio 2011

Il misterioso, miracoloso silfio


In passato, in Africa, veniva coltivata una specie di finocchio selvatico, utilizzato per la contraccezione e il controllo delle nascite. Questa pianta era presente sulle antiche monete provenienti dalla Cirenaica. Essa era esclusiva della costa nordafricana ed era anche considerata uno dei rimedi medici più potenti, il suo nome era silfio.
Il silfio possedeva un sapore eccezionale e, tra le sue qualità vi era quella che anticipava di duemila anni le moderne pillole anticoncezionali. Questa spezia, infatti, utilizzata anche come cibo, era consumata anche per i suoi effetti abortivi e antifecondativi, permettendo un certo controllo delle nascite.
A Cirene la produzione era a livelli industriali, al punto che l'economia della zona era quasi esclusivamente basata sulla coltivazione ed esportazione di questa pianta. I commercianti romani ritenevano il silfio un dono di Apollo, che valeva tanto oro quanto pesava. Ne veniva anche estratta una resina gommosa chiamata Laserpicium, esportata in tutto l'impero. Tracce di silfio sono state ritrovate anche in India e in Cina, anche se, in questi paesi, esistevano specie simili.
Il silfio apparteneva al genere delle Ferula, di cui ancor oggi esiste un rappresentante nella forma dell'Assafetida. Quest'ultima è una spezia molto utilizzata nella cucina asiatica e indiana come sostituto dell'aglio e della cipolla ma anche come pianta curativa di asma e bronchiti nonchè con proprietà digestive. Anche l'Assafetida ha leggere proprietà abortive e anticoncenzionali, che condivide con il finocchio e la carota. Queste peculiarità erano già conosciute nel Medioevo, al punto che, per un certo periodo, l'infuso di finocchio fu vietato alle donne pena l'accusa di stregoneria.
Ma nessuna delle piante le cui proprietà anticoncezionali e abortive erano e sono note, aveva la potenza del Silfilo che, probabilmente, conteneva dei fitoestrogeni così potenti da provocare l'espulsione dell'embrione fecondato. Secondo Plinio il Vecchio il silfio poteva essere utilizzato per curare le calvizie, la tosse, la gola irritata, la febbre, l'indigestione, i dolori articolari e le verruche. Era, inoltre, un rimedio ecezionale per i veleni e conteneva gli effetti della lebbra.
Anche gli Egizi conoscevano e utilizzavano il silfio per la cura della psoriasi e di altre gravi malattie della pelle. Plinio ritiene che il segreto di questa pianta era, però, quello di prevenire gravidanze indesiderate e proprio questo segreto ne decretò il successo nel mondo antico.
A partire dal III secolo d.C. il silfio scomparve progressivamente, probabilmente a causa del predominio dell'Impero Romano sul mondo allora conosciuto e dal crescente potere della nascente chiesa cattolica. Naturalmente sono da considerare anche fattori ambientali, quali il progressivo inaridimento della Cirenaica e la costante espansione del Deserto del Sahara, che portò a cambiamenti climatici estremi che limitarono l'area coltivabile alle coste dell'Africa settentrionale fino alla scomparsa totale della pianta. Gli storici ritengono che la raccolta intensiva della pianta, che cresceva solamente allo stato selvatico, come ricorda Teofrasto, portò a una riduzione degli esemplari più giovani, che venivano raccolti prima della maturità. A livello politico, poi, pare esserci stata una precisa volontà di reprimere il commercio della spezia, dal momento che il clero di Alessandria impose sulla Cirenaica il controllo delle istituzioni religiose dalla fine del III secolo d.C.. Il cristianesimo copto prima e la successiva invasione islamica hanno fatto perdere le tracce di questa pianta, ora considerata estinta, ma forse sopravvissuta in rari esemplari in nicchie ecologiche dimenticate.

Tunisia, Numluli: una città dalle molte vite

Tunisia, gli scavi di Numluli (Foto: Unione Sarda) Nel governatorato tunisino di Béja , gli archeologi stanno riportando alla luce una città...