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domenica 16 agosto 2026

Pineto, portato alla luce un interessante complesso romano

Pineto, il complesso produttivo riportato alla luce
(Foto: notiziedabruzzo.it)

Un complesso produttivo romano databile tra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C. è stato individuato a Pineto, in provincia di Teramo, durante i lavori per la realizzazione del metanodotto Cellino Attanasio-Pineto.
Le indagini, condotte sotto la direzione scientifica della Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio per le province dell'Aquila e Teramo e coordinale dalla funzionaria archeologa Gilda Assenti, hanno riportato alla luce strutture murarie, ambienti destinati allo stoccaggio e una fornace.
Tra i reperti rinvenuti figurano frammenti di anfore, tappi, laterizi, una moneta ed un amo da pesca in bronzo.
Gli elementi raccolti fanno ipotizzare la presenza di un centro specializzato nella produzione e nello stoccaggio di contenitori destinati al trasporto di olio, garum e vino atriano, collegato all'antica Hatria (l'attuale Atri) e ai traffici commerciali lungo l'Adriatico. L'area è stata temporaneamente reinterrata per garantirne la tutela.
L'area era situata in una posizione strategica tra la viabilità antica e il litorale.

Fonte:
notiziedabruzzo.it

domenica 12 ottobre 2025

Atri (Teramo), torna alla luce una sconosciuta necropoli della prima Età del Ferro

Atri, Teramo, la necropoli della prima Età del Ferro
(Foto: finestresullarte.info)

Durante i lavori per la realizzazione del nuovo metanodotto "Cellino Attanasio-Pineto", nel territorio di Atri (Teramo), in località Casoli-contrada Casabianca, è stata fatta un'importante scoperta archeologica: una necropoli risalente alla prima Età del Ferro, finora sconosciuta in quest'area.
Le indagini sono condotte sotto la supervisione scientifica della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di L'Aquila e Teramo ed hanno restituito finora dieci sepolture ad inumazione. In base agli oggetti di corredo rinvenuti, le sepolture sono databili tra l'850 e il 750 a.C. In alcuni casi sono state conservate le tracce dei tumuli di copertura, costituiti da ciottoli fluviali e di dimensioni comprese tra i 7 ed i 15 metri: una pratica funeraria tipica dell'Abruzzo protostorico. Le tombe appartengono sia ad adulti che a bambini molto piccoli, testimonianza significativa di un riconoscimento sociali esteso a tutta la comunità, indipendentemente dall'età.

Fonte:
finestresullarte.info
 


sabato 15 giugno 2024

Teramo, rinvenuta una necropoli dell'Età del Ferro sotto l'Università

Teramo, la necropoli dell'Età del Ferro
(Foto: meteoweb.eu)

A Teramo è stata scoperta una necropoli dell'Età del Ferro durante i lavori di ampliamento dell'Università, nel cantiere del Dipartimento di Medicina Veterinaria. Finora sono state individuate due aree della necropoli, che si compone di tombe del tipo "a circolo".
L'Università di Teramo ha incaricato una squadra di professionisti che stanno eseguendo lo scavo e il recupero dei resti archeologici. Si tratta degli archeologi Alessandro Mucciante e Iolanda Piersanti, della restauratrice Laura Petrucci e dell'antropologa Samantha Fusari.
Le tombe rinvenute finora sono caratterizzate dalla presenza di un circolo di pietre che segnala la tomba, una fossa contenente il defunto e il suo corredo. Quest'ultimo è prevalentemente composto da vasi in ceramica di varia tipologia, simbolo del banchetto aristocratico, di armi in ferro nel caso degli individui di sesso maschile e di fibule e fusaiole per le donne. E', inoltre, tornato alla luce lo scheletro di una donna con indosso una collana di ambra ed altri monili. In una delle 13 tombe finora scavate è spuntato fuori anche un orcio che ha contenuto vino. Di particolare interesse la sepoltura di un bambino, che presenta al collo una torques in ferro, un collare tipico delle tombe infantili. Le sepolture sono state provvisoriamente datate ad un arco temporale che va dal VII al VI secolo a.C.

Fonte:
meteoweb.eu

sabato 15 aprile 2023

Abruzzo, scoperti resti di una villa romana in un'azienda vitivinicola

Abruzzo, scavi del granaio e della villa romana
(Foto: stilearte.it)
Le scoperte si susseguono nell'area di un'azienda vitivinicola abruzzese. Resti di una villa rustica romana, sistemi di torchiatura dell'uva e delle olive, granai che contengono ancora i semi di circa duemila anni fa. Sono ancora in corso i lavori della Soprintendenza ABAP per le provincie di Chieti e Pescara presso questa antica villa rustica di epoca romano-imperiale che si trova all'interno dell'azienda Feudo Antico, strutture incassate sul pendio di una collina nel cuore dell'Abruzzo, nel mezzo dei vigneti alla periferia del comune di Tollo.
La prima grande fase di vita di questa villa produttiva si data ad epoca alto-imperiale, probabilmente tra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C., e con ogni probabilità è continuata con una certa floridità almeno fino alla media età imperiale. La presenza di ceramica di epoca tarda suggerisce un'ulteriore fase di vita, probabilmente databile tra V e VII secolo d.C. Chiaramente medioevali sono le fosse circolari che sono state identificate all'estremità settentrionale dell'area dei dolii. Le schegge di ceramica patinata potrebbero suggerire che nel X secolo, quasi mille anni dopo la prima fase della villa, qualcuno abbia usato la stessa zona dei dolia per stoccare materiale agricolo.
All'interno dell'area archeologica è chiaramente visibile un piano inclinato per turculario (il sistema che raccoglieva e convogliava il succo d'uva o di olive, dopo la spremitura nel torchio), caratterizzato da un piano discendente coperto in intonaco idraulico che appoggia a un lungo muro con una parte  costruita in opera reticolata: certamente era il fondo di una vasca per raccogliere il prodotto di una spremitura, di olive o di uva. E' probabile che nelle vicinanze, posto ad una quota più alta, fosse presente un turculario in materiale deperibile (legno) per la produzione del vino.
Si conserva un asse di 7 alloggiamenti per dolio incassati in un piano di opera cementizia. Tre di questi sono stati scavati dimostrando come i dolia siano stati in passato già tolti dalle loro sedi. Poco più a nord si notano i resti di almeno altri due alloggiamenti, nonché frammenti di almeno due dolia. Inoltre, nella stessa area sono presenti almeno 5 fosse circolari scavate direttamente nel terreno: tre di queste sono state svuotate, rivelando frammenti di ceramica decorata a pettine (medioevale) e possibili resti di sementi e granaglie, ad attestare una diversa fase di vita.
All'interno della struttura è possibile apprezzare una grande cisterna in opera cementizia pesante. All'interno di un dolio una scoperta importantissima. Un letto di semi, probabilmente leguminose, di epoca romana. E' in corso il campionamento dei semi.

Fonte:
stilearte.it


lunedì 10 gennaio 2022

Chieti, emerge una ricca tomba nella necropoli di piazza San Giustino

Chieti, lo scavo dal quale è emersa la necropoli
(Foto: Soprintendenza Archeologia e Belle Arti)

La Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio di Chieti e Pescara, ha annunciato di aver scoperto una sepoltura dalla forma insolita, quasi quadrangolare, definita perimetralmente da lastre e blocchi di arenaria.
Si tratta di una struttura funeraria grande il doppio delle normali sepolture ed appare finora unica nel suo contenuto: i resti di una donna di piccole proporzioni ma di struttura robusta. La donna era accompagnata nell'aldilà da una ricca serie di vasi in bronzo e ceramica, questi ultimi di importazione. Le tracce delle vesti dalle quali la defunta era ricoperta erano decorati con fibule, elementi in bronzo, vasi invetriati e amuleti.
La sepoltura occupa il lato meridionale della fossa di inumazione ed è rivolta verso ovest. Nella metà settentrionale, a destra dell'inumazione, erano stati sistemati e deposti gli oggetti del ricco corredo funebre.
Una volta terminato lo scavo, lo studio dei materiali, le analisi antropologiche e quelle svolte sui contenuti dei vari vasi, potranno dare altre risposte circa l'epoca alla quale risale la necropoli nella quale era inserita la sepoltura della donna.
Secondo i ricercatori la sepoltura risale all'epoca ellenistica (IV-III secolo a.C.) ed è riaffiorata dagli scavi di piazza San Giustino. I ritrovamenti effettuati in questi anni suggeriscono una realtà ricca, con una società ed un'economia basate su contatti con altri ambiti e conseguenti importazioni, ricettiva ad apporti esterni.

Fonti:
archaeologynewsnetwork.blogspot.com
ilcentro.it

sabato 12 dicembre 2020

Chieti, Venere riemerge...dalla piazza

Chieti, la testa di Venere appena rinvenuta
(Foto: Soprintendenza Archeologica Belle
Arti e Paesaggio dell'Abruzzo)
Una testa in marmo di età romana, raffigurante la dea Venere, è stata ritrovata durante gli scavi di riqualificazione della centrale piazza San Giustino a Chieti, in Abruzzo.
Si pensa che il reperto risalga al I secolo d.C., è stata scolpita nel prezioso marmo pario. Potrebbe essere una copia della Venere accovacciata dello scultore greco Doidalsas di Bitinia, vissuto nel III secolo a.C.
Oltre alla testa, sono stati rinvenuti muri in laterizio di epoca post classica, murature medioevali, una serie di fondazioni di pilastri, mura pertinenti una cisterna o un ampio seminterrato. E' stato rinvenuto, anche, uno spazio domestico adibito a bottega di epoca medioevale, dotato di un piccolo silos per lo stoccaggio dei cereali.

Fonte:
Ansa.it

domenica 5 agosto 2018

Abruzzo, emersa un'antica necropoli dei Frentani

Crecchio, uno degli elmi in bronzo trovati nella necropoli appena scoperta
(Foto: SAPAB Abruzzo)
A Crecchio, in provincia di Chieti, borgo medioevale abruzzese, è riemersa la più importante necropoli mai ritrovata tra quelle riferibili ai Frentani, antico popolo italico di lingua osca, che anticamente abitò l'attuale Abruzzo sudorientale e il basso Molise. Lo scavo è stato condotto dalla Soprintendenza archeologica Belle Arti e Paesaggio dell'Abruzzo, con il supporto della sede locale dell'Archeoclub d'Italia e dell'Amministrazione Comunale.
Gli archeologi hanno riportato alla luce 100 sepolture italiche databili ad un periodo compreso tra il VI e il IV secolo a.C., epoca, quest'ultima, a cui sono riferibili alcune delle più ricche deposizioni. Il ritrovamento è avvenuto in contrada S. Maria Cardetola, già in passato sede di ritrovamenti archeologici tra i quali quello di una statuetta raffigurante una dea madre e risalente al Paleolitico Superiore; di frammenti di ossidiana e selci lavorate; di una stele con iscrizione in lingua osca nonché di ceramiche e fondi di capanne dell'Età del Ferro. Gli scavi sono iniziati nell'autunno del 2015.
Abruzzo, vaso in bronzo dalla necropoli di Crecchio
(Foto: SAPAB Abruzzo)
Molti degli oggetti riportati alla luce appartengono ad un grande deposito votivo contenente, tra l'altro, vasellame a vernice nera, numerose statuine in terracotta raffiguranti animali, sacerdotesse e divinità femminili, lastre fittili raffiguranti un misterioso volto femminile affiancato da una fiaccola, a testimonianza di un antico culto italico probabilmente riferibile ad una dea della terra, forse Kerres o Kardea, che nel II secolo a.C. i Frentani veneravano sotto i tipici attributi iconografici greci delle dee Demetra e Persefone.
Tra i reperti di eccezionale valore ci sono due elmi in bronzo, uno di tipo Montefortino e uno di tipo Negau, il primo dei quali è ben conservato. E' stata ritrovata anche, in una sepoltura, una singolare fascia di bronzo che si allargava sulla fronte del defunto a formare una falera circolare. Si tratta di un rinvenimento unico nel suo genere, finora senza confronti in Abruzzo o nelle regioni vicine, segno dell'alto ruolo sociale del defunto, forse un magistrato o un sacerdote.
Vaso in ceramica a figure nere dalla necropoli di Crecchio
(Foto: SAPAB Abruzzo)
Alcune tombe maschili hanno restituito elementi più rari che evidenziano l'evoluzione della tecnica militare in Italia durante e dopo le guerre sannitiche: punte di giavellotto strette e lunghe che sembrano richiamare il pilum romano o il saunion dei Sanniti, due spade corte antesignane, forse, del gladium romano. Sempre nei corredi maschili erano presenti otto preziosi cinturoni in bronzo, elemento di identificazione etnica e di piena cittadinanza che i guerrieri sannitici portavano con orgoglio. Ben tre cinturoni appartengono ad infanti, un tipo di rinvenimento eccezionale, considerato che in tutta Italia non si conoscono più di 15 cinturoni infantili.
La tradizione del banchetto è testimoniata dalla presenza di set completi per la cottura della carne, comprendenti coltelli, spiedi di varia dimensione e alari. Interessante è la documentazione sul consumo del vino, testimoniata attraverso la deposizione di coppe e, più raramente, di grandi olle con attingitoi, posti all'interno delle sepolture e destinati alla mescita del vino. Alla degustazione di quest'ultimo è legata anche la presenza di rarissimi colini in bronzo utilizzati per passare un vino sicuramente più pastoso di quello che conosciamo oggi, e delle grattuge usate per aromatizzare il vino con spezie e formaggi.
Sepoltura maschile con elmo e cinturone dalla necropoli di Crecchio
(Foto: SAPAB Abruzzo)
Numerosi sono i vasi in bronzo, quali i calderoni ed una rara patera con gancio ad omega, connessi ad usi raffinati della tavola e forse preziosi elementi importati dalla Magna Grecia o dal Tirreno, così come di importazione sono numerosi vasi in ceramica depurata e dipinta che trovano interessanti confronti con la Daunia.
L'abbinamento di sepolture ad incinerazione, pratica quasi sconosciuta tra gli Italici in Abruzzo, con simboli stranieri come lo strigile greco, potrebbe dimostrare l'arrivo in quest'area di nuove ideologie eroiche ed atletiche, a testimonianza di importanti cambiamenti culturali avvenuti dopo le guerre sannitiche con l'aprirsi di questi territori al mondo mediterraneo. A tal proposito di particolare interesse è il rinvenimento di tre tombe a camera con preziosi corredi e dromos discendente, come in tanti altri ipogei nel resto del Mediterraneo ellenistico, dalla Puglia al Medio Oriente.
Numerose le sepolture femminili trovate a Crecchio, caratterizzate da preziosi corredi contenenti fibule in ferro o in bronzo poste sulle spalle della defunta, dalle quali pendono preziosi oggetti di importazione. Tra gli altri oggetti spiccano i pendenti in bronzo di varia forma, ambra gialla e rossa proveniente dal Baltico, dischi in avorio provenienti dal Nord Africa, collane e stole di perle in pasta vitrea blu di chiara produzione punica e, soprattutto, in una sepoltura è stato ritrovato un grosso e raro passante fenicio del tipo a maschera virile. Altre sepolture femminili hanno restituito rare decorazioni in oro, probabilmente cucite su fasce di stoffa e numerose fibule in argento forse di provenienza tarantina.
Le tombe finora rinvenute erano collocate ad una profondità variabile da uno a quattro metri, riempite di pietre e terreno per un peso che, in alcuni casi, arrivava ad una tonnellata. Fortunatamente non erano state precedentemente individuate dai tombaroli.

Fonti:
famedisud.it
rete8.it

sabato 5 agosto 2017

Abruzzo, ritrovato un antico ponte romano perduto

L'antico ponte romano rinvenuto nell'aquilano
(Foto: appenninico.it)
Un antico ponte risalente all'epoca romana è stato rinvenuto, in condizioni più o meno buone, nel territorio di Cappadocia, in provincia dell'Aquila. Questa antichissima struttura è rimasta fino ad oggi nascosta in mezzo alla vegetazione, pur se si conosceva già la sua presenza dal racconto degli anziani (tuttavia bisogna sottolineare come non se ne conosceva affatto l'esatta ubicazione).
Il ponte è caratterizzato da una piccola arcata, testimonianza di un antico corso d'acqua che in passato vi scorreva sotto. Corso d'acqua che oggi è pressoché completamente prosciugato, ma da un'attenta analisi si può notare che la zona era caratterizzata dalla presenza di diverse ramificazioni stradali che divergevano dalla Via Valeria, una delle più importanti arterie stradali che attraversava l'Abruzzo.
Questa scoperta risulta particolarmente importante perché esalta la storia antica di questo territorio, in virtù del fatto che conserva ancora piuttosto bene l'originale manto stradale, la cui traccia prosegue per diversi metri. Si tratta di una struttura assolutamente da conservare e da valorizzare e che potrebbe portare, soprattutto, ad una nuova esaltazione culturale di tutta l'area circostante, che già presenta un notevole pregio sia paesaggistico sia, ovviamente, naturalistico.

Fonte:
neveappennino.it

giovedì 3 agosto 2017

Abruzzo, la fanciulla di Pizzoli

La sepoltura della giovane donna sabina rinvenuta a Pizzoli
(Foto: abruzzoweb.it)
Era una ragazza, adolescente o di giovane età, certamente appartenente ad una famiglia di notabili, forse principi, a giudicare dalla ricchezza del corredo funebre e dalla monumentalità della sepoltura. Questi e altri indizi - informa una nota della Soprintendenza - raccontano le storie e i dettagli della vita e della morte della giovane, i cui resti giacevano nel monumento sepolcrale rinvenuto e scavato nelle scorse settimane a Pizzoli (L'Aquila) durante i lavori di installazione di un nuovo tratto di condotta idrica in località Scentelle, nei pressi del cimitero, tra la Strada Statale Picente e la Comunale per il centro di Pizzoli.
Il monumento sepolcrale, a pianta circolare - inquadrabile cronologicamente tra la fase recente della prima Età del Ferro e l'Età Orientalizzante (prima metà dell'VIII secolo a.C.) - è del tipo "a tumulo", di pietre a secco, con un diametro di circa sei metri. l'anello esterno, con accezione fortemente simbolica, è costituito da un margine (crepidine) realizzato con porzioni rocciose disposte di taglio, a contenere una collinetta artificiale che conteneva la sepoltura.
Parte del corredo funebre della fanciulla di Pizzoli (Foto: Ansa.it)
La giovane defunta, di età presumibilmente compresa tra i 12 ed i 16 anni, era distesa con le braccia lungo i fianchi, appena rilassate sul ventre. Il corpo della ragazza era protetto da un tavolato ligneo, andato perduto, che lo isolava e proteggeva, mentre il tumulo di pietre costituiva la struttura interna del monumento, che doveva essere ricoperto da uno strato di terreno vegetale a formare una collinetta dell'altezza di circa 1,20-1,50 metri, delimitata alla base dal bianco circolo di pietre della crepidine.
L'appartenenza della ragazza ad una famiglia certamente di rango è comprovata dalla splendida paure con ornamenti e fibule di bronzo, pendagli spiraliformi e giri di collana con perline di ambra, mentre sul fianco sinistro era deposta una fusaiola esagonale di terracotta, tipico attributo di femminilità legato alle attività e al culto domestico. Ai piedi il corredo ceramico, composto di un'unica scodella d'impasto, recuperata in frammenti, mentre ulteriori indizi restituiscono le caratteristiche dell'abito e degli accessori.
La parure comprendeva due grandi fibule di bronzo con staffa a disco: una a motivo spiraliforme, fermava il drappeggio delle vesti sulla spalla sinistra; l'altra, posizionata sul petto, con il doppio motivo del triplice cerchio concentrico inciso, qualificava il corredo personale con un grande anello di sospensione e pendagli sempre in bronzo. Sul ventre, a concludere la parure sul pettorale, due probabili pendagli di bronzo del tipo spiraliforme a fascetta.
Anellini di bronzo disposti in maniera ordinata e simmetrica sul petto, fermati sul vestito a partire dalla testa verso il bacino, descrivono una vestizione da parata con velo copricapo. La stoffa dell'abito, probabilmente lana, a giudicare dalle impronte dell'orditura sulle tracce di organico, poteva essere arricchita da elementi o decorazioni in lamina di cuoio e lacci, a stringere e fermare attraverso i numerosi anellini di bronzo rinvenuti in posizione funzionale.
La scoperta è stata effettuata durante la sorveglianza archeologica degli scavi di alloggiamento dell'acquedotto condotti dalla Gran Sasso Acqua Spa. Lo scavo archeologico, eseguito sotto la direzione della Soprintendenza per l'Aquila dal 5 al 7 luglio 2017, è stato condotto dal funzionario archeologo responsabile Vincenzo Torrieri con gli archeologi esterni Daniela Moscianese e Maria Gaudieri, incaricati dalla committenza ai fini della sorveglianza dei lavori di scavo per l'installazione dell'acquedotto.
Il recupero di un corredo funerario così importante si aggiunge a quanto rinvenuto già nelle immediate vicinanze nel 2009-2010, una straordinaria fibula di bronzo di grandi dimensioni, narrante un corteo rituale di un individuo di rango dell'etnia sabina, certamente un capo, di questo straordinario luogo, crocevia strategico di confine tra Sabini, Vestini e Pretuzi, ai piedi del valico appenninico che collegava i Popoli Tirrenici a quelli Adriatici.

Fonte:
abruzzoweb.it

venerdì 16 giugno 2017

Abruzzo, trovato il tracciato della via Claudia Nova

Il tratto di strada romana individuata nei pressi
dell'Aquila (Foto: ilcapoluogo.it)
Grandi basoli calcarei accostati gli uni agli altri con tecnica accurata e raffinata, nei quali si vedono ancora chiaramente le profonde incisioni dovute all'intenso traffico dei carri (a dimostrazione della sua rilevanza nel territorio e nella rete degli scambi): è la strada monumentale riconducibile all'antica via Claudia Nova, di cui non si avevano finora tracce certe nella conca aquilana, scoperta nell'ambito dei lavori di ricostruzione post sisma.
Si tratta di un tratto integro della lunghezza di circa 30 metri e della larghezza stimata di 4-5 metri (la via Appia antica è larga poco più di 4 metri) affiancato da un marciapiede porticato largo oltre due metri e dalle adiacenti costruzioni monumentali andate distrutte, che un tempo costituiva il cardo maximus della perduta città di Aveia, punto di cerniera e contatto tra la città alta (di cui rimangono resti nel cosiddetto "torrione" del borgo medioevale) e la città bassa (delimitata dalle mura oggi ancora visibili nelle campagne di Osteria), tratto urbano di quell'asse stradale di rilevanza territoriale voluto dall'imperatore Claudio per dotare di adeguate infrastrutture l'area delle conche amiternina e forconese, già interessate da imponenti e monumentali presenze insediative, da Foruli ad Amiternum, da Forcona a Peltuinum e oltre.
Della perduta città di Aveia scompare ogni traccia dal VII-VIII secolo d.C., probabilmente per i danni dovuti a catastrofi naturali (allagamenti, frane della montagna o terremoti). Nulla resta di visibile fuori terra oltre alle porzioni di mura urbiche nelle campagne e ai pochi resti sulle pendici del colle e inglobati nel borgo.
Particolare del basolato (Foto: ilcapoluogo.it)
La scoperta della monumentale strada, effettuata nei primi mesi dello scorso anno in via S. Eusanio, a seguito delle indagini archeologiche svolte dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell'Aquila, grazie ai fondi messi a disposizione dall'Ufficio Speciale per la Ricostruzione dei Comuni del Cratere (USRC), offre nuove, inedite certezze alle ipotesi di ricostruzione storica dell'importante centro romano.
Aveia è ubicata, nella vallata del medio Aterno, alle pendici nordorientali di Monte Circolo e del borgo fortificato di Fossa, a soli 10 chilometri dall'Aquila. La città romana era strutturata su terrazze urbane degradanti sul versante montano e caratterizzata da una città alta, probabilmente monumentale, e da una città bassa che lambiva il corso del fiume Aterno, quella legata alle attività commerciali e di servizio del tratturo. Il percorso delle mura è ancora perfettamente leggibile, con il tratto monumentale meridionale che risale il versante fino al cosiddetto "torrione" del borgo medioevale. Una città romana che sembrava quasi completamente perduta, che viveva nella memoria di pochi, torna così prepotentemente a rivivere splendori e magnificenze di un antico e nobile passato.
Dal 1773, allorquando l'abate archeologo e filosofo Vito Maria Giovenazzi ebbe l'intuizione e il merito di riconoscere e identificare i monumenti di Fossa come quelli di Aveia, mai erano tornati alla luce resti monumentali così importanti.

Fonte:
ilcapoluogo.it

martedì 14 marzo 2017

Dinosauri d'Abruzzo...

Il lancio del drone che ha permesso lo studio delle orme di dinosauro
(Foto: Ingv)
Scoperte per la prima volta in Abruzzo impronte di dinosauro databili tra i 125 e i 113 milioni di anni. La maggior parte di queste impronte fu impressa da uno o più teropodi, dinosauri bipedi prevalentemente carnivori, che, camminando, affondavano nel fango, molto probabilmente per la debole consistenza del terreno. Altre orme, invece, conservate al centro della superficie calcarea, sono state lasciate da un teropode accucciato. E per studiare il ritrovamento gli scienziati hanno usato i droni ed una tecnica usata per la prima volta sul set del film "Jurassik Park" del 1993.
La scoperta è stata realizzata da un gruppo di ricercatori dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e le impronte sono state studiate dai ricercatori dell'Ingv assieme ad un team di icnologi dell'Università La Sapienza di Roma. La scoperta arricchisce il panorama delle impronte di dinosauro presenti nel nostro paese, fornendo informazioni sugli animali che passeggiarono sulle spiagge italiane del Cretaceo e sui loro comportamenti.
Dinosauro teropode (Foto: Museo Paleontologico dei Dinosauri)
"Le impronte - spiega il ricercatore dell'Ingv Fabio Speranza - sono osservabili su una superficie calcarea, quasi verticale, situata ad oltre 1.900 metri di quota sul Monte Cagno. La superficie a orme è raggiungibile, solo in assenza di neve e, quindi, essenzialmente nei mesi estivi e autunnali, dopo un'escursione di circa due ore, partendo dal paese di Rocca di Cambio in provincia de L'Aquila. Tra queste è stata rinvenuta anche una traccia di ben 135 cm di lunghezza che costituisce la testimonianza del più grande dinosauro bipede che sia mai stato documentato in Italia fino ad oggi. Le impronte, scoperte casualmente nell'estate del 2006 - prosegue Speranza - si trovavano su una superficie calcarea di età Cretaceo inferiore e facevano pensare a impronte di dinosauri. Ma solo nell'estate del 2015, grazie agli sviluppi tecnologici e alla collaborazione con esperti di impronte dell'Università La Sapienza, è stato possibile dare un nuovo impulso alle ricerche. Un drone, in grado di trasportare una macchina fotografica digitale e l'uso dell'innovativa tecnica della fotogrammetria digitale, hanno consentito di ricostruire un modello tridimensionale accurato a partire da semplici immagini fotografiche".
Grazie a questa tecnica, che ha avuto origine in ambiente cinematografico per il film "Jurassik Park" del 1993, è stato possibile lo studio in dettaglio delle impronte della parete subverticale, riportandole in ambiente virtuale facilmente analizzabile al computer. Per una datazione più precisa, sono stati prelevati campioni delle impronte e degli strati immediatamente soprastanti e sottostanti.
"Contrariamente a quanto ritenuto in passato - evidenzia Paolo Citton dell'Università La Sapienza di Roma - le orme testimoniano scenari di ripetute migrazioni di dinosauri dal continente Gondwana, che riuniva Africa, Sud America, Antartide, India e Australia, alle piattaforme carbonatiche dell'area mediterranea, un ambiente simile alle Bahamas di oggi. Questi passaggi erano resi possibili da variazioni del livello marino, processi a scala globale che hanno luogo in tempi molto lunghi sul nostro pianeta", aggiunge Citton.

Fonte:
Adnkronos.com

domenica 8 gennaio 2017

L'affascinante Alba Fucens

Ricostruzione di Alba Fucens di Francesco Corni
L'antica città di Alba Fucens, in Abruzzo, è circondata da tre colli, il più alto dei quali conserva i resti del centro medioevale di Albe e del castello Orsini, mentre su di un altro si trova la chiesa di S. Pietro. Sul colle Pettorino, invece, sorge il monumentale teatro della città romana. Il centro antico era forse abitato dai Marsi o dagli Equi.
Alba Fucens era uno degli avamposti romani più importanti per la conquista dell'Italia centrale. Venne strappata agli Equi dal console Sempronio Sofo, nel 304-303 a.C.. Nel 303 divenne colonia latina sotto il consolato di Lucio Genucio e Servio Cornelio. La città fu fedele a Roma, supportandola - nel III secolo a.C. - contro la coalizione di Etruschi, Umbri, Sanniti e Galli e, più tardi, durante la discesa in Italia di Annibale e durante le guerre sociali.
L'anfiteatro di Alba Fucens (Foto: Claudio Parente)
Con i Longobardi Alba Fucens venne annessa al gastaldato di Spoleto. Il borgo venne, in seguito, distrutto da Carlo d'Angiò durante gli eventi connessi alla guerra contro Corradino di Svevia. La contea della Marsica, alla quale la città apparteneva, passò nel 1372 agli Orsini, che fecero ricostruire diversi edifici danneggiati e, successivamente, venne consegnata a Lorenzo Colonna (1428), fratello di papa Martino V.
La città si trova a 1000 metri s.l.m. e si estende per 34 acri difesi da una poderosa cinta muraria che si snoda per 3 chilometri. L'impianto urbano visibile risale ad un periodo compreso tra il IV e gli inizi del III secolo a.C., si riconoscono il decumano massimo e il cardine massimo rispettivamente nella via del Miliario (che prende nome dal miliario di Magenzio del 350-351 d.C., sul quale è indicata la distanza da Roma sulla via Valeria) e la via dell'Elefante, chiamata in questo modo dopo il ritrovamento di lastre in pietra decorate da protomi elefantine.
Esterno della chiesa di S. Pietro in Albe (Foto: Claudio Parente)
I fattori naturali hanno condizionato fortemente la vita e lo sviluppo di Alba Fucens, primi tra tutti i terremoti, poi l'alta instabilità dei versanti soprastanti che hanno richiesto, già in epoca di fondazione, bonifiche e ricostruzioni. Nel VI secolo d.C. il Pian di Civita venne abbandonato e venne fondato il nuovo insediamento di Albe. Dopo il terribile sisma del 1915, l'abitato venne ulteriormente spostato.
Gli scavi, a partire dal 1949, si concentrarono nell'area che dalla Basilica conduce al santuario di Ercole, dove venne rinvenuta la statua colossale di Ercole epitrapezios, oggi al Museo Archeologico Nazionale d'Abruzzo a Chieti. Venne presto individuato il centro della città che una pietra miliare confermò essere Alba Fucens. Nuovi scavi nel Foro sono stati avviati nel 2007.
Iconostasi di S. Pietro in Albe (Foto: Roy Focker)
Il Foro occupa il settore settentrionale della valle, delimitato a nord dal Comitium e a sud dal complesso della Basilica preceduta da un portico che alcuni studiosi identificano con il diribitorium, l'edificio pubblico dove si svolgevano le operazioni di voto e il relativo spoglio. La piazza del Foro misurava complessivamente oltre 144 x 43,50 metri. Vi è stato rinvenuto, sul lato occidentale, un ambiente riccamente decorato: la pavimentazione è in opus sectile con crustae di marmo ai muri, sul fondo vi è un podio con colonnine di marmo africano e capitelli corinzi. Gli studiosi ritengono sia un sacellum utilizzato come sede di una associazione professionale o Schola.
Un muro, ora crollato, separava la Sala delle Colonne dalla Schola. Le tegole triangolari del muro portano dei bolli che rimandano l'appartenenza del materiale della fabbrica (figlina) alla famiglia di Q. Naevius Cordus Sutorius Macro (21 a.C. - 38 d.C.), prefetto del pretorio di Tiberio e Caligola e nativo di Alba, dove si occupò prevalentemente di edilizia.
Borgo medioevale di Alba Fucens (Foto: tripadvisor)
Nel 2011, sul pavimento musivo di un portico vicino alla Basilica di Alba Fucens, è stata scoperta una grande iscrizione dipinta di rosso su intonaco bianco entro una cornice verde. Nella parte superiore è presente un calendario; in quella centrale vi è una dedica ai magistrati locali e, nella parte bassa, sono rappresentati i fasti consulares. I frammenti recuperati dell'antico calendario riguardano i soli mesi di aprile, maggio e giugno. I fasti consulares - visibili solo negli ultimi 45 centimetri - erano il registro, anno per anno, dei consoli e magistrati locali nonché l'elenco delle guerre sostenute a partire da quella sociale. Forse l'elenco cominciava dal 90 a.C., quando la Lex Iulia concesse la cittadinanza romana a tutta l'Italia. Grazie a questi frammenti, i ricercatori hanno collocato la redazione dei fasti consulares di Alba Fucens al 30 d.C.
Ercole Epitrapezios da Alba Fucens
(Foto: archeoclublaquila.it)
Ma non sono solo i resti dell'antica Alba Fucens ad essere interessantissimi da visitare. Una menzione merita anche la chiesa di S. Pietro in Albe, la cui prima notizia risale ad una bolla di papa Pasquale II del 1115. La chiesa viene citata tra i possedimenti del vescovo dei Marsi ed era stata costruita poco prima dai Benedettini sui resti di una basilica paleocristiana del VI secolo d.C., intitolata a San Pietro, a sua volta edificata su un antico tempio italico dedicato ad Apollo e risalente al III secolo a.C.
Nel 1310 la chiesa venne ceduta ai Francescani, che edificarono il convento adiacente, soppresso nel 1644 da Innocenzo X. Il convento venne ricostruito in seguito e passò in mano privata nel 1866, mentre la chiesa venne dichiarata monumento nazionale nel 1892. Il terremoto devastante del 1915 distrusse quasi completamente la chiesa di S. Pietro in Albe. Un restauro degli anni '50 ha permesso di ripristinarne l'aspetto originario.
La chiesa è a tre navate suddivise da colonne corinzie scanalate, chiaramente di recupero; ha un abside semicircolare e un corpo quadrangolare. Addossata alla facciata si erge la torre campanaria, costruita nel corso del X secolo. Il portale romanico (XII secolo) presenta elementi vegetali e zoomorfi e reca il simbolo di San Pietro al centro (1494). L'interno ospita un ambone policromo degli inizi del XIII secolo, opera dei maestri cosmateschi romani Giovanni di Guido e Andrea. Il ciclo di affreschi del XIV-XV secolo che decorava la parete della navata laterale sinistra, sono oggi visibili al Museo del Castello Piccolomini di Celano. Visibili tuttora sono i graffiti sulle pareti del pronao, risalenti al II secolo d.C.

Fonti:
liberamente adattato da "Archeo" di dicembre 2016
albafucens.info

domenica 13 dicembre 2015

Rinnovato il Museo Archeologico Nazionale d'Abruzzo

Particolare dell'Ercole Curino (Foto: abruzzonascosto.blogspot.com)
Il Museo Archeologico Nazionale d'Abruzzo-Villa Frigerj abbraccerà maggiormente la conoscenza sugli antichi popoli italici: Sabini, Equi, Marsi e Pretuzi in particolare.
Tra gli oggetti ospitati nel Museo, uno in particolare, sebbene di piccole dimensioni, ha la forza di un intero monumento: si tratta di una fibula di appena 8 centimetri, in bronzo, scoperta nella necropoli di Pizzoli, in provincia de L'Aquila. Sulla piccola superficie è raffigurata una scena di viaggio, un carro trainato da un bue dalle lunghe corna e un piccola figura umana con in una mano una lancia e nell'altra un laccio a cui è assicurato un cervo. Questo capolavoro è di matrice sabina e conferma ulteriormente la tradizione del ver sacrum, tramandata dalle fonti letterarie, che portò all'occupazione di un vasto territorio da parte dell'antica popolazione abruzzese.
La fibula, unitamente ad altri oggetti quali il frontone del tempio di Colle San Giorgio e i corredi funerari di Tortoreto, appartenenti al popolo dei Pretuzi, narrano un periodo di intensi scambi culturali e commerciale tra le antiche genti abruzzesi e le civiltà celtica, etrusca, picena, laziale, magnogreca e orientale.
Il nuovo percorso musivo fa parte del rinnovamento di Villa Frigerj, rinnovamento iniziato nel 2011 con la ristrutturazione del primo piano dedicato alle altre popolazioni dell'antico Abruzzo: Vestini, Marrucini, Peligni e Carrici, e alla nuova collocazione del famoso Guerriero di Capestrano, ora posto all'entrata del Museo.
Si pensa che questa bellissima scultura, alta 209 centimetri e di pietra calcare argentea, sia un antico principe dei Vestini. Con lui è stato raffigurato un ricco corredo di armi, una spada, un coltello, un'ascia, dei dischi-corazza. Un'iscrizione corre, in verticale, sulla destra del Guerriero, in parte decifrata, in parte ancora da decifrare. Autore dell'opera fu lo scultore Annis che l'avrebbe realizzata per un capo guerriero di età arcaica, Nevio Pompuledio che, nel nome, ricorda il re Numa Pompilio, di origini sabine.
Al piano terra della nuova sistemazione museale è possibile ammirare un monumentale letto funebre, rivestito in bronzo, utilizzato per esporre il defunto e per la cerimonia funebre, che trovano strette analogie con i letti triclinari romani, a loro volta mutuati dalla Grecia intorno alla seconda metà del II secolo a.C.. In duecento anni di ricerche in territorio abruzzese ne sono stati rinvenuti più di 110 esemplari.
Al primo piano del Museo un altro simbolo, la statua bronzea di Ercole Curino, trovato circa 50 anni fa con numerosi reperti nel terrazzo superiore di un santuario italico sul monte Morrone (vicino Sulmona). Si tratta di una statua di qualità elevata, una copia d'autore che si ispira all'opera dello scultore greco Lisippo, vissuto nel IV secolo a.C.. La statua è di appena 39 centimetri di altezza ma ha un'eccezionale potenza evocativa. Ercole vi è raffigurato a riposo, i capelli disordinati, gli occhi grandi, la bocca semiaperta.

Museo Archeologico Nazionale d'Abruzzo-Villa Frigej
via Costanzi, 2 - tel. 0871.331668
www.archeoabruzzo.beniculturali.it
apertura: da martedì a sabato dalle 9.00 alle 19.30; domenica: 10.30-19.30
biglietto: € 4,00 - gratuito ogni prima domenica del mese

mercoledì 17 settembre 2014

Un manoscritto abruzzese nella biblioteca di New York

(Fonte: Il Pescara) - Un importante documento del IX secolo, scritto nel Monastero di San Bartolomeo di Carpineto della Nora, è custodito nella Pierpont Morgan Library di New York.
La scoperta è stata fatta nell'ambito del progetto "I Tesori della memoria", in collaborazione con il Servizio Civile Nazionale dall'Amministrazione comunale di Carpineto. Si tratta di un martirologio e di un lezionario in latino, scritto in beneventana e miniato tra il 1075 e il 1099.
Il testo era in mano nel 1893 ad un collezionista tedesco che lo ha venduto ad uno statunitense, che poi lo ha donato alla stessa biblioteca di New York.
Il Comune ora cercherò, assieme alla Fondazione Pescara-Abruzzo, alla Soprintendenza e alla Regione, di riuscire ad averne una riproduzione anastatica, da poter esporre nel monastero per promuovere l'immagine turistica e culturale del piccolo paesino del pescarese.

domenica 10 novembre 2013

I fieri Vestini

Il Guerriero di Capestrano
La "nazione" dei Vestini si forma dall'unione di tre gruppi che, nell'Età del Bronzo, sono stanziati nelle conche abruzzesi di Capestrano, Navelli e L'Aquila. Si tratta prevalentemente di allevatori transumanti che daranno luogo a comunità in cui le ricchezze mobili sono le più importanti.
A difesa delle mandrie, ricchezza dei Vestini, costoro costruiscono delle grandi torri di avvistamento e fortezze d'altura, presupposto della presenza, all'interno della comunità, di una classe ben rappresentata di guerrieri, che gli archeologi hanno individuato anche attraverso le armi con le quali vengono sepolti. Le prime sepolture (I millennio a.C.) sono prevalentemente tumuli corredati da stele in pietra. La necropoli di Bazzano, scoperta nel 1992 nei pressi de L'Aquila, ha restituito finora ben 1667 tombe comprese in un arco temporale che va dal IX al I secolo a.C..
Sono ben 50 i tumuli individuati all'interno della necropoli di Bazzano, purtroppo danneggiati dall'attività agricola. Una delle sepolture che si è conservata meglio delle altre è quella realitva ad un giovane. Nei corredi funebri più antichi si nota la sottolineatura dello stato sociale del defunto, l'uso del vino o di altre bevande alcoliche, mediante la deposizione di orci e brocche di impasto scuro. Le armi, deposte con i guerrieri, sono costituite da lance con punta in ferro e spade corte, sempre in ferro.
Dal VII secolo a.C. l'utilizzo del tumulo come sepoltura "privilegiata" va scomparendo. Compaiono tombe a fossa che formano tra loro un rettangolo circondato da uno spazio lasciato vuoto. Forse, anticamente, questi spazi sono protetti da palizzate e muretti, tracce dei quali sono state ritrovate sempre a Bazzano e ad Alfedena, nel territorio dei Sanniti Pentri. Forse si tratta di gruppi di sepolture appartenenti ai membri di una medesima famiglia, con deposizioni di uomini, donne e bambini.
Necropoli di Fossa (Aq) (Foto: Comune di Fossa)
I corredi più ricchi sono appannaggio degli uomini. Uno di questi corredi è emerso proprio a Bazzano, in quella che è stata immediatamente battezzata la "Tomba del Principe di Bazzano", i cui oggetti sono ora in mostra al Museo Archeologico Nazionale d'Abruzzo a Chieti. Il defunto aveva un'età stimata di circa cinquant'anni.
Dalle sepolture dei guerrieri Vestini non sono emersi elementi difensivi dell'armamento, quali l'elmo, lo scudo, la corazza o gli schinieri. Questo ha indotto gli archeologi a pensare che questi elementi fossero confezionati in materiale deperibile quali legno, cuoio, pelle o lana, più leggeri e caldi del metallo e sicuramente più economici, adatti a guerre in ambienti montuosi e in climi freddi. E' questa la considerazione che ha indotto questa popolazione dell'Italia centrale a confezionare anche particolari tipi di calzature, una sorta di stivali allacciati tramite occhielli in metallo, sostituiti in seguito da calzari con supporti di ferro e chiodature o pattini che rendeva agevole il camminare sul ghiaccio.
Necropoli di Bazzano, elemento decorativo
di letto funerario (Foto: G. Lattanzi)
Dallo studio delle sepolture, i ricercatori hanno appurato che nel VI secolo a.C. i guerrieri Vestini mutano il loro armamento e la loro tecnica di combattimento. Compaiono lunghe spade in ferro, come quella raffigurata sulla statua del re dei Vestini Nevio Pompuledio, il cosiddetto Guerriero di Capestrano, spesso decorata con figure eroiche e animali mitici.
Nelle sepolture di questo periodo si passa dalla cultura del simposio a quella del banchetto: sono riemersi spiedi e alari in ferro per arrostire le carni e grattuge in bronzo utilizzate per sminuzzare le spezie sulla carne o nel vino. Le sepolture femminili abruzzesi sono caratterizzate dalla presenza, invece, del cinturone rivestito di placche metalliche. Le fuseruole sono piuttosto rare, in queste sepolture, i rocchetti per il filo pressoché assenti.
Notizie dei Vestini si hanno grazie a Tito Livio che scrive del loro patto con i Sanniti nel 326 a.C.. Proprio quest'alleanza costa cara alla gente dell'Abruzzo antico, perché determina la spietata reazione romana, condotta dal console Decimo Giunio Bruto Sceva, che distrugge gli insediamenti fortificati dei Vestini e le due cittadine di Cingilia e Cutina. In seguito il territorio dei Vestini viene assoggettato alla repubblica romana che vi crea due prefetture: quella di Aveia (attuale Fossa) e Peltuinum (attuale Prata d'Ansidonia), entrambe in provincia de L'Aquila.
I Vestini combattono, in seguito, sotto la guida del pretore Gaio Pontidio, nella Guerra Sociale che i socii italici scatenano contro Roma tra il 91 e l'88 a.C.. La sconfitta arriva per mano di Gneo Pompeo Strabone. Nella successiva sistemazione e riorganizzazione augustea d'Italia, i Vestini sono distinti tra Transmontani e Cismontani.

mercoledì 16 ottobre 2013

Vasi greci in Abruzzo

I vasi funerari di Spoltore
Straordinaria scoperta in Abruzzo, in località Quagliera di Spoltore, in provincia di Pescara. Si tratta di due vasi attici ritrovati nel corredo funerario di una tomba italica. Non risulta siano stati mai rinvenuti reperti di questa qualità, finora in Abruzzo.
I vasi abruzzesi sono una coppia skyphoide a figure nere con soggetto dionisiaco e un'oinochoe trilobata, anch'essa a figure nere. Ad essere eccezionale è la qualità dei reperti, eseguiti con estrema cura dall'impasto alla modellazione.
I vasi risalgono alla prima metà del V secolo a.C., il contesto in cui sono stati rinvenuti è legato ad una necropoli italica tra i comuni di Pescara e Spoltore, a circa 2 chilometri dalla foce del fiume Pescara. Qui sono state individuate 35 sepolture databili tra la fine del VI e il IV secolo a.C.

lunedì 5 agosto 2013

Eccezionale scoperta a L'Aquila

Gli archeologi hanno ritrovato, nell'area della città romana di Amiternum, nei pressi de L'Aquila, i resti di un'antica piscina. La scoperta nel corso di un intervento di archeologia preventiva che consentirà una migliore fruibilità del parco archeologico cittadino.
Sono stati rinvenuti i resti monumentali di una natatio, una grande vasca rettangolare di 12 per 30 metri, costruita secondo i criteri architettonici di Vitruvio, con un'accuratezza che rimanda all'età augustea. La presenza di questa piscina indica, senza ombra di dubbio, l'espansione e la monumentalizzazione della città in età augustea.
Gli archeologi, ora, dovranno accertare se si tratta di una piscina inserita in un ambiente ad utilizzo pubblico oppure si tratta dell'elemento di una residenza privata.

venerdì 17 maggio 2013

L'alba dell'uomo nella Valle Giumentina

La Valle Giumentina, in Abruzzo
Si sta svolgendo la seconda campagna di scavo archeologico nella Valle Giumentina, nel comune di Abbateggio, in Abruzzo. Ad operare sul posto, in un progetto multidisciplinare e multiculturale, ci sono gli specialisti del Paleolitico dell'Ecole Française de Rome, dell'Università di Siena-Parigi e dell'Università di Parigi. Studenti e ricercatori di diverse Università lavoreranno assieme fino al 5 giugno prossimo per ricostruire la storia dei primi uomini che abitarono l'Abruzzo tra 300.000 e 40.000 anni fa.
La Valle Giumentina fu esplorata, negli anni '50 del secolo scorso, dal professor Antonio Mario Radmilli e dal geologo Jean Demangeot evidenziando subito la sua importanza come sito della Preistoria e del Quaternario italiano ed europeo. La valle era occupata da un lago, ora scomparso, sulle cui sponde gli uomini primitivi si dedicavano alla caccia, alla pesca e alla lavorazione della pietra.
Nella valle è stata aperta una trincea di scavo di 20 metri quadrati, suddivisa successivamente in strati, che i ricercatori stanno indagando. L'indagine sul campo si accompagna a quella in laboratorio, dove vengono analizzati i sedimenti della stratificazione della Valle Giumentina, contenenti, tra le altre evidenze, pollini e molluschi, muti testimoni delle variazioni climatiche intercorse nei millenni.

lunedì 1 aprile 2013

La sabina Amiternum

Resti del colonnato di una villa romana di Amiternum
Più di duemila anni fa, nel territorio dell'Abruzzo aquilano abitavano i Sabini, dediti alla pastorizia e all'agricoltura. La loro città principale si chiamava Amiternum e fu conquistata dai Romani all'inizio del III secolo a.C.. Il pagus primitivo si trovava sul colle di San Vittorino e il territorio di Amiternum fu attraversato, nel 211 a.C. da Annibale.
Dopo la conquista romana, Amiternum fu fiorente municipium della tribù Quirina nel I secolo a.C. e conobbe un lungo periodo di prosperità, testimoniato dalla presenza di numerosi e grandi edifici pubblici. A noi rimangono, oggi, un teatro e un anfiteatro oltre a pochi resti delle terme e di un acquedotto, l'Aquae Arentani.
Il teatro ha dimensioni monumentali e fu costruito in epoca augustea. Si pensa che la sua capacità potesse raggiungere i 2000 spettatori. Oggi è possibile ammirarne la gradinata bassa della cavea, parte del piano e le murature di base della scena. L'anfiteatro è, invece, posto lungo il corso dell'Aterno, il fiume che ha dato nome alla città. Fu costruito intorno al I secolo d.C., in opera cementizia rivestita di mattoni rossi. Ha 48 arcate che sostenevano diversi ordini di gradinate che, purtroppo, oggi non sono più visibili e poteva contenere fino a 6000 spettatori. I primi scavi vennero iniziati nel 1880. A nord del teatro, che praticamente era il centro della città, si trovava il Foro, il centro della vita pubblica di Amiternum.
Nei pressi dell'anfiteatro è stato riportato alla luce un edificio tardo-romano con probabile funzione pubblica, che ha restituito mosaici ed affreschi e che si sviluppava intorno ad una corte centrale, con un portico che dava aria e luce. Finora sono stati indagati l'atrium, l'impluvium e il tablinium di questo edificio. L'impluvium è stato realizzato con pregiato marmo di Porta Santa proveniente dall'isola greca di Chios. Questi marmi recano impressa la traccia di un terremoto dell'epoca di Costantino.
Anfiteatro di Amiternum
Molte pietre asportate da Amiterno, nel corso dei secoli, sono state utilizzate per costruire il vicino borgo di San Vittorino e, soprattutto, la chiesa dedicata a San Michele Arcangelo. Questa chiesa è stata eretta sulle più grandi catacombe paleocristiane in Abruzzo, dedicate a San Vittorino perché si sviluppavano attorno alla tomba nella quale, secondo la tradizione, era stato inumato il santo. La catacomba ha due ingressi, uno dei quali si trova presso il presbiterio rialzato della primitiva basilica. Il primo ambiente contiene la tomba del santo e da qui si scende in una grotta con tombe molto antiche, scavate nella roccia. Un altro ambiente, invece, ha la volta sostenuta da colonne provenienti dall'antica Amiternum e conserva alcune iscrizioni della città romana.
Teatro di Amiternum
Nel II secolo a.C. Amiternum ottenne la cittadinanza optimo iure, che consentiva ai suoi abitanti di votare ed avere un certo peso nell'impero. Questo le consentì di venire servita da un importante snodo viario. La città si trovava già lungo un antico asse viario, la via Cecilia che arrivava fino ad Hatria, venne, in seguito, raggiunta dalla via Claudia Nova e da due diramazioni della via Salaria.
L'ascesa politica fino alla carica di senatore fu stabilita, ad Amiternum, con la carica del patronato. Questa carica è attestata in due famosissime tabulae patronatus, ritrovate nel 1929 a Preturo. Si tratta di tavole in bronzo della prima metà del IV secolo a.C., nelle quali è citato Sallius Sofronius Iunior, il quale rimise in funzione l'acquedotto aggiungendovi fontane, serbatoi e cisterne e ripristinò la funzionalità delle terme dotandole, inoltre, di statue.
Uno degli ultimi ritrovamenti effettuati ad Amiternum
Tra i personaggi la cui storia è legata all'antica città sabina vi è il console Appio Claudio Cieco, ricordato soprattutto per aver iniziato la costruzione della via Appia nel 312 a.C.. Ad Amiternum nacque, nell'86 a.C., Sallustio e in seguito - secondo alcune leggende - Ponzio Pilato, futuro prefetto di Giudea, che qui sarebbe morto ed il cui corpo sarebbe stato lasciato insepolto e, chiuso in un sacco, affidato ad un carro di bufali lasciati liberi. Bufali che, dopo aver peregrinato senza meta, si sarebbero gettati nel lago di Pilato, sui Monti Sibillini, a circa 50 chilometri da Amiternum.
Tra i culti privati della città si annoverano quelli di Feronia, di Ercole e di Fortuna.
La città ha restituito molti resti scultorei ed iscrizioni, tra le quali il calendario amiternino, ritrovato nella zona del Foro. Si tratta di un calendario inciso su pietra che riportava le più importanti ricorrenze religiose e pagane del I secolo d.C.

venerdì 22 marzo 2013

Iuvanum, città di transito

Il foro dell'antica Iuvanum
Iuvanum è il nome latino di una piccola città montana che si trovava in località Santa Maria di Palazzo, nell'Abruzzo meridionale. Il nome è stato ritrovato su tegole e iscrizioni e la cittadina sembra essere stata legata a percorsi di transumanza già da epoche remote.
Nel Liber Coloniarum venne chiamata Jobanos. Plinio afferma che Juvanenses è una derivazione di Lanuenses.
Nel tempo Iuvanum è diventata una stazione di sosta e un mercato, a ridosso del quale nacque persino un santuario, nel III secolo a.C., con un recinto in opera poligonale e due templi di tipo italico. Alla fine del II secolo a.C., poi, fu costruito anche il teatro, con la cavea addossata al pendio meridionale della collina, della quale si conservano le prime sette file di gradini.
Degli dèi adorati a Iuvanum non si conoscono i nomi. Probabilmente,trattandosi di una cittadina legata ai pascoli, alla transumanza, ai commerci, qui trovava posto il culto di Ercole, di cui sono stati ritrovati alcuni bronzetti.
La basilica di Iuvanum
In epoca romana la cittadina divenne municipium, iscritta nella tribù Arnensis e vi furono costruiti diversi edifici pubblici. Il municipium venne amministrato da quattuomviri.
La città si estende, al di sotto dell'acropoli, su un'area di oltre 6.000 metri quadrati, orientata in direzione nord-sud. Tra gli edifici pubblici spicca la basilica, costruita alla fine del I secolo a.C. con rifacimenti in epoche successive, qui si trovava il tribunal, nel quale si amministrava la giustizia, e l'augusteum absidato. Il foro era sede di fiere e mercati ed era lambito dalle vie principali della città, tra le quali la via Orientale e la strada lastricata che dal teatro portava all'acropoli. La piazza era circondata da portici colonnati e pavimentata con lastre di pietra calcarea. Ad adornarla vi erano statue, iscrizioni e piccoli monumenti onorari. La città possedeva anche delle terme, poste fuori dall'area che gravitava attorno al foro.
Iuvanum, il teatro
La via Orientale era l'asse principale di viabilità di Iuvanum. Gli archeologi ne hanno riportato alla luce un tratto di circa 90 metri. Probabilmente, in zona extraurbana, la via era fiancheggiata da cippi funerari ed aree deputate alla sepoltura. Su un tratto di viabilità più antica fu realizzata la via del Foro, che collegava il teatro al santuario sull'acropoli.
Gli scavi a Iuvianum sono iniziati nel 1980 ed hanno permesso di ritrovare un'officina vetraria, un thermopolium ed un'altra officina con un'abitazione accanto. Dagli scavi successivi (1998, 1999 e 2000), sono emersi un'officina con dei forni per la fusione del metallo, un edificio pubblico con una grande fontana a doppia vasca, la cui vasca inferiore recava, ai quattro angoli, quattro colonne. Non sono state ritrovate condutture, nella casa.
Abitazioni dell'antica Iuvanum
Sotto il livello della pavimentazione delle tabernae ritrovate nelle vicinanze del foro, sono emerse delle strutture murarie pertinenti ad edifici deliberatamente rasati e predisposti per costruirvi sopra la città. Gli ambienti erano molto grandi e costruiti con accuratezza, probabilmente intorno alla metà o alla fine del I secolo a.C., Non solo: quanto è stato ritrovato denota il tenore di vita medio-alto di coloro che vi abitavano: ceramica a vernice nera, terra sigillata aretina, vetri, lucerne, balsamari, oggetti in bronzo. I ricercatori ritengono che gli ambienti furono distrutti per consentire un allargamento del piccolo centro montano, che si era, nel frattempo, arricchito con i proventi del commercio di prodotti caseari e agricoli. Iuvanum fiorì, infatti, proprio in età augustea e la sua vita durò per tutto il tempo che rimase in piedi l'impero romano. In seguito tornò ad essere un punto di incontro per scambi e, poi, un ricovero per viandanti, di cui rimangono i resti dei fuochi accesi con mezzi di fortuna e una tomba infantile con un corredo datato al VI-VII secolo d.C.
L'area archeologica vista dall'alto
Nella città sono tornati alla luce monete d'argento e di bronzo ma anche utensili in bronzo e ferro quali specilli, spatoline, bilancini, maniglie, cucchiai, mestoli, coltelli. Oltre a questi la città ha restituito vasellame fittile e metallico da cucina e da tavola.
Iuvanum, le sue rovine, erano note sin dal XIX secolo, poiché eruditi locali e viaggiatori le descrivevano piuttosto dettagliatamente. I reperti ritrovati all'epoca andarono a finire nei magazzini delle allora competenti Soprintendenze alle Antichità di Napoli prima e delle Marche. Tra i reperti vi era anche una testa marmorea.
Nel 1940 e negli anni seguenti Giovanni Annibaldi e Valerio Cianfarani effettuarono i primi scavi e fu riportato alla luce il teatro, uno dei due templi sulla collina e il foro. Nei primi anni '60 il teatro e le tabernae del foro furono restaurati.

Tunisia, Numluli: una città dalle molte vite

Tunisia, gli scavi di Numluli (Foto: Unione Sarda) Nel governatorato tunisino di Béja , gli archeologi stanno riportando alla luce una città...