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sabato 12 aprile 2025

Grecia, torna alla luce l'importante teatro di Lefkad

Grecia, palcoscenico, rampe, navate laterali, orchestra
e parte inferiore della cavea del teatro di Lefkada
(Foto: N. Htzidakis)

Nel cuore dell'isola di Lefkada, un'importante scoperta archeologica ha riportato alla luce uno tra i monumenti più importanti dell'antica Grecia: il teatro di Lefkada. Questo teatro, il primo delle Isole Ionie, è stato nascosto per secoli sotto uliveti e costruzioni moderne, ma finalmente ha trovato la sua collocazione precisa grazie ad una serie di scavi che hanno rivelato la magnificenza di un sito che, un tempo, dominava la città. La scoperta non solo ha gettato nuova luce sulla storia di Lefkada, ma ha anche contribuito a riscoprire la sua importanza culturale e politica nell'antichità.
Fondata dai Corinzi prima della fine del VII secolo a.C., l'antica Lefkada era una potente città-stato che, grazie alla sua posizione strategica sulle principali rotte marittime, si affermò come una delle potenze economiche e culturali della regione. Situata all'estremità nordorientale dell'isola, la città godeva di un accesso privilegiato al mare, che favoriva il commercio e le comunicazioni con il resto del mondo greco. La posizione della città, con il suo porto ben protetto, permise una prosperità che fu riflessa anche nei suoi monumenti, tra i quali, ovviamente, il teatro.
La riscoperta del teatro di Lefkada non è stata affatto semplice. Fino al 2015, le informazioni sul sito erano scarse e frammentarie, risalenti a ricerche del passato. Ai primi del '900 furono realizzate alcune sezioni di prova che furono, in seguito, coperte e dimenticate. Fu solo nel 1997 che, grazie ad un'accurata analisi della geomorfologia della zona e ai resti superficiali, si riuscì a localizzare nuovamente il sito. A partire dal 2015 gli scavi sistematici hanno preso piede, supportati dal comune di Lefkada.
Gli scavi veri e propri sono iniziati nel 2017 a cura della Soprintendenza per le Antichità di Etoloakarnania e Lefkada, grazie ai finanziamenti della Regione delle Isole Ionie e del Comune di Lefkada, con l'obiettivo di recuperare la grande struttura teatrale che dominava la città antica. Dopo cinque stagioni di scavo, sono emersi i resti di una cavea imponente, una vasta orchestra ed una serie di altri elementi architettonici, tra i quali i parodoi (corridoi laterali), il muro di contenimento e parte del palcoscenico. 
Le ricerche hanno permesso di riportare alla luce gran parte della cavea, che è stata identificata in 12 tribune disposte su 13 gradini ciascuna. La capienza del teatro, che inizialmente si pensava fosse di circa 3.500 spettatori, potrebbe arrivare fino a 10.000-11.000 persone con l'ampliamento della struttura, compreso l'epiteatro.
Il teatro di Lefkada è orientato a nord-est/sud-ovest, con una cavea che si sviluppa su 24 file di posti a sedere. La parte inferiore della cavea, che ha subito minori danni nel tempo, ha conservato meglio le panche in pietra e i gradini, permettendo agli archeologi di ricostruire dettagliatamente la struttura del teatro. L'orchestra, scavata parzialmente nella roccia, è di forma circolare con un diametro di circa 16,65 metri, ed è circondata da una cornice di pietre che presenta ornamenti in stile ondulato. Un altro elemento affascinante è il ritrovamento di tre troni in pietra, decorati con motivi di leoni, delfini, uccelli e sirene, che suggeriscono l'importanza del teatro e dei suoi spettatori, probabilmente rappresentanti della classe dirigente della città.
Il teatro di Lefkada, purtroppo, non è esente da danni dovuti all'usura del tempo e agli interventi umani. Le attività agricole, come la coltivazione degli ulivi, hanno avuto un impatto negativo sullo stato di conservazione della struttura, specialmente nella parte alta della cavea.

Fonte:
finestresullarate.info


domenica 23 marzo 2025

I tesori dell'antica e misteriosa città greca di Tenea

Grecia, gioielli in oro trovati nella sepoltura di Chiliomodi (Foto: Ministero della Cultura greco)
Il comune greco di Tenea vanta una storia molto antica e i reperti archeologici rinvenuti nel corso degli anni lo dimostrano. I ritrovamenti nella regione hanno a lungo parlato di un insediamento un tempo fiorente, così anche l'ultima scoperta di un complesso funerario che promette di svelare altri antichi segreti della città.
Gli archeologi hanno scoperto la monumentale struttura a nord di Tenea, a Chiliomodi. La costruzione somiglia a quella delle tombe macedoni costruite in epoca ellenistica (323-31 a.C.). L'edificio a forma di T ospita due sezioni: una camera principale ed uno stretto corridoio parzialmente coperto che corre perpendicolarmente a questa.
Nella camera principale sono presenti sei sepolture, una delle quali è costituita da un sarcofago monolitico che conteneva resti sia di animali che umani. Due tombe erano state aperte. Nello spazio erano presenti anche ossa di animali e vasi datati al VI e V secolo a.C.
I ricercatori ipotizzano che la stanza sia stata utilizzata per le sepolture fino al IV secolo, prima di essere sigillata. Nel tardo periodo romano, tuttavia, il tetto venne sfondato, le tombe saccheggiate e lo spazio utilizzato per scopi rituali.
Malgrado questo, gli archeologi sono riusciti a dissotterrare una grande quantità di reperti dalla cripta. Reperti di epoca ellenistica e romana. Il tesoro comprende piccoli vasi ellenistici, frammenti di ceramica, monete d'oro, oggetti decorativi in bronzo, perle di vetro, bottigliette di profumo, statuette di argilla ed un anello d'oro incastonato con un sigillo in pietra semipreziosa raffigurante Apollo accanto ad un serpente guaritore.
Secondo il Ministero Greco, queste scoperte, unite alle offerte votive e all'architettura rinvenuta all'esterno del monumento, indicano chiaramente il suo utilizzo secolare connesso ad un culto associato alla guarigione.
Secondo la leggenda, la città fu colonizzata da prigionieri troiani dopo il sacco di Troia. Nel 146 a.C., mentre la vicina Corinto veniva distrutta dagli invasori romani, Tenea sopravvisse e prosperò per secoli. Le ragioni del suo declino e del suo abbandono finale, tuttavia, rimangono tuttora un mistero.
Tra le scoperte più importanti c'è il Kouros di Tenea, una scultura in marmo del 560 a.C. circa, rinvenuta in un luogo di sepoltura nel 1846 e che probabilmente raffigura un individuo deceduto. Nel 1984 è stato dissotterrato un sarcofago appartenente ad una donna di alto rango mentre nel 2017 sono tornate alla luce altre sepolture.
La cosa più sorprendente è stata la scoperta stessa della città di Tenea, da tempo perduta. Nel 2018 un team guidato dall'archeologa Elena Korka ha scavato un sito disseminato di pavimenti e muri in argilla, marmo e pietra, monete e ceramiche risalenti ad un periodo compreso tra il IV secolo a.C. e la tarda epoca romana. Il Ministero Greco salutò la scoperta come prova dell'esistenza dell'antica Tenea.

Fonte:
news.artnet.com


Anfipoli: rinvenuto il tempio di Artemide Tauropolos, la dea dei riti di passaggio

Grecia, Anfipoli, alcune delle statuette rivenute
sull'acropoli (Foto: AMNA)

Un dente umano appartenuto ad un bambino e delle splendide statuette sono i ritrovamenti recenti restituiti dallo scavo presente sull'acropoli di Anfipoli, famosa città della Macedonia.
Il Professor Dimitris Damaskos, docente di archeologia classica all'Università di Patrasso, ha affermato che durante gli scavi del 2024 la ricerca si è concentrata ad ovest dell'antica Basilica bizantina III, dove è stato rinvenuto un edificio rettangolare allungato, con robusti muri ed i cui piani inferiori sono stati realizzati con grandi mattoni di fango ben squadrati. Sopravvive solo la parte occidentale di quest'edificio mentre il resto è stato distrutto dalla costruzione della Basilica bizantina. I reperti rinvenuti finora sono stati datati alla fase iniziale della costruzione dell'antico edificio: IV secolo a.C.
Tra i ritrovamenti più impressionanti vi è quello del dente di un bambino nella prima adolescenza. Sono state rinvenute, inoltre, una piccola statuetta di toro intatta recante un foro sul corpo ed una piccola testa in rilievo d'argilla raffigurante Asclepio.
Il Professor Damaskos ritiene che la varietà e la concentrazione di oggetti rinvenuti, tra i quali figurano alcune statuette femminili in argilla, conchiglie e ossa di animali all'interno di un notevole strato di carbone, indichino che l'area scavata fosse utilizzata per pratiche di culto. La sua conclusione è supportata dai precedenti risultati di scavo.
Inizialmente gli studiosi avevano ipotizzato un culto dedicato a Cibele, la Grande Madre venerata nei Metroon, templi a lei consacrati. Tuttavia la presenza di specifici reperti iconografici e votivi ha orientato la ricerca verso un'altra divinità femminile: Artemide Tauropolos, una variante della dea cacciatrice legata ai riti e alla protezione dei giovani.
L'edificio di culto che sorgeva nell'area venne ricostruito nel IV secolo a.C. L'attribuzione del tempio ad Artemide è stata rafforzata anche dal rinvenimento di un busto pertinente una statua della dea della caccia, anche se le sue condizioni non permettono una datazione precisa. Altri reperti, portati alla luce nel 2019 e nel 2022, suggeriscono chiaramente che il sito fosse dedicato proprio alla dea della caccia. In particolare un busto di cavallo e la conchiglia di un'ostrica collegati al culto di Tauropol, un aspetto specifico del culto di Artemide, incentrato sul suo ruolo di protettrice delle ragazze durante il passaggio all'età adulta.
Il ritrovamento di abbondanti resti di ostriche ad ovest dell'edificio rafforza l'attribuzione dell'edificio al culto di Artemide. Le ostriche simboleggiavano l'inizio delle mestruazioni ed erano, molto probabilmente, lasciate al tempio dalle giovani dopo i pasti rituali. Anche la rara scoperta del dente di un bambino in un contesto chiaramente non funerario è vita come un'offerta votiva alla dea Artemide.
La piccola testa di Asclepio rientra anch'essa nel contesto del culto di Artemide, che era sorella di Apollo, padre di Asclepio. Ad Anfipoli sono stati rinvenuti diversi busti di marmo di Artemide e Asclepio durante gli scavi di una grande casa vicino all'acropoli. La scoperta di una statuetta in argilla raffigurante Pan in un deposito di frutti carbonizzati, insieme all'indicazione di Asclepio, rafforza ulteriormente l'ipotesi che in questo luogo fosse venerata proprio Artemide.
Anfipoli, fondata come colonia ateniese nel 465 a.C., ha avuto una storia travagliata, con un primo insediamento distrutto dai Traci e una successiva rifondazione nel 437 a.C. La sua posizione strategica la rese un importante centro commerciale e culturale, nonché un crocevia per influenze religiose provenienti da tutta la Grecia.
La città di Anfipoli era legata al culto di Artemide che imbriglia, sconfigge o cavalca il toro, come in una moneta battuta in onore dell'imperatore Augusto e trovata, tempo fa, nella città. Artemide, a differenza di Europa rapita dal toro-Zeus, sembra dominare la potenza taurina, incanalandola. E' singolare il fatto che, a quanto sembra, per la monetazione sia stato utilizzato il toro tricorne, che era venerato, in questa forma, anche dalle popolazioni celtiche. Un modo, forse, per sottolineare che il toro stesso non era Zeus?
Artemide Tauropolos è una delle manifestazioni meno conosciute della grande dea della caccia, Artemide, poi conosciuta nel mondo romano come Diana. Il suo epiteto - Tauropolos - suggerisce un legame con il toro, animale sacro in molte culture mediterranee, e con i riti di passaggio che segnavano il transito dall'infanzia all'età adulta.
Artemide Tauropolos era particolarmente venerata nelle regioni costiere, come l'Asia Minore e l'Attica, dove il suo culto era legato ai viaggi per mare, ai sacrifici rituali ed alla protezione delle donne. La sua iconografia include spesso animali marini, come conchiglie e pesci, elementi effettivamente rinvenuti nel sito di Anfipoli.
Un aspetto distintivo del culto di Artemide Tauropolos è il suo legame con i misteri religiosi e le cerimonie di iniziazione. Giovani ragazze e ragazzi, attraverso specifici riti, venivano simbolicamente offerti alla dea prima di raggiungere la maturità. In alcuni contesti si crede che questi riti comprendessero danze sacre e offerte votive di statuette raffiguranti la dea.
Artemide Tauridea o Artemis Tauropolos poteva anche significare una particolare Artemide adorata nella regione della Tauride, ma anche Artemide tirata da un carro di buoi o cacciatrice di tori. Le ultime connotazioni evidenziano una vittoria o una sottomissione della forza bruta da parte del femminile e della sfera materna.
Si ipotizza che Artemide Tauropolos costituisse un riferimento di culto elaborato e sviluppato soprattutto dal mondo femminile. Nel mondo cristiano del Rinascimento, Artemide-Diana fu ripresa come simbolo dell'emancipazione femminile e della vita consacrata delle monache.

Fonti:
greekreporter.com
stilearte.it

sabato 15 marzo 2025

Grecia, indagato il porto sommerso citato da Omero

Modello fotogrammetrico della sezione scavata di una
struttura a molo, Asini, Grecia (Ministero greco della
Cultura e dello Sport)

Un team internazionale di archeologi ha recentemente completato nuovi scavi presso l'antico sito greco sommerso di Asini, vicino al villaggio costiero di Tolo. Lo scavo fa parte di un progetto iniziato nel 2022 come collaborazione tra l'Ephorate of Underwater Antiquities of Greece, l'Università di Stoccolma e lo Swedish Institute di Atene.
Asini è menzionata da Omero nell'Iliade e si ritiene che un tempo abbia svolto un ruolo significativo nel commercio marittimo della regione. Il team sta esaminando parti dell'infrastruttura portuale di Asini che ora giace completamente sott'acqua, per cercare di determinare esattamente quando il porto è stato abbandonato. Si sono affidati alla fotogrammetria ad alta risoluzione per documentare e dettagliare le strutture sottomarine, tra cui un grande molo artificiale che un tempo sosteneva case o altri tipi di edifici. Hanno anche raccolto notevoli quantità di anfore rotte, che sperano aiuteranno a determinare la data di costruzione della struttura e il successivo crollo.

Fonte:
archaeology.org

sabato 21 dicembre 2024

Grecia, rinvenuto l'unico ritratto dell'imperatore bizantino Costantino XI Paleologo

Grecia, l'affresco con il ritratto di Costantino XI Paleologo
(Foto: Ministero della Cultura Greco)

Un ritratto dell'ultimo imperatore bizantino, Costantino XI Paleologo, è stato scoperto in Grecia. L'affresco è stato trovato in un monastero ad Aigialeia, nella regione dell'Acaia, nella Grecia occidentale.
Costantino XI Paleologo governò l'impero bizantino per un breve periodo tra il 6 gennaio 1449 e il 29 maggio 1453, e morì in battaglia durante la caduta di Costantinopoli sotto l'assalto delle truppe ottomane (1453). L'affresco è l'ultimo ritratto conosciuto di un imperatore bizantino.
Nel ritratto l'imperatore indossa le insegne di due aquile bicipiti coronate, simbolo della dinastia dei Paleologi, la più longeva dell'impero bizantino. Sulla testa l'imperatore ha una corona tempestata di gioielli e tiene in mano uno scettro cruciforme. Il suo mantello viola doveva il suo colore ad un liquido prodotto dalle ghiandole della lumaca di mare Bolinus brandaris, incredibilmente costosa e, pertanto, riservata all'uso esclusivo della nobiltà bizantina. Dopo la caduta di Costantinopoli, i luoghi dove veniva lavorato il prodotto delle ghiandole di queste preziose lumache, vennero distrutte dai turchi ottomani.
Si pensa che il ritratto sia opera di un'artista di Mystras, una città a sud del monastero di Aigialeian, dove il giovane Costantino visse per cinque anni prima della sua ascesa al trono come imperatore. Il sacro monastero di Pammegiston Taxiarchon, dove è stato rinvenuto il ritratto dell'imperatore bizantino, era stato un tempo il destinatario di significative donazioni finanziarie da parte dei fratelli di Costantino. 
Il ministro greco per la cultura, Lina Mendoni, ritiene che questo ritratto sia l'unica raffigurazione conosciuta di Costantino XI Paleologo, fatta quando l'imperatore era ancora in vita. Il suo breve regno, infatti, non consentì agli artisti di produrre molti ritratti di questo 'imperatore.

Fonte:
news.artnet.com


venerdì 14 giugno 2024

Creta, scoperto un misterioso monumento minoico

Creta, il monumento minoico appena scoperto
(Foto: ansa.it)

Durante i lavori per la costruzione di un nuovo aeroporto nell'isola greca di Creta è stato rinvenuto un monumento circolare che si ritiene risalga alla civiltà minoica (Età del Bronzo).
Il sito è tornato alla luce sulla sommità della collina di Papaoura a nordovest della città di Kasteli, dove sono in corso i lavori per un nuovo aeroporto internazionale. A circa 494 metri di altezza, sul luogo dove doveva essere installato il sistema radar dell'aeroporto, è stato rinvenuto un edificio circolare in pietra, del diametro di circa 48 metri che si estende su una superficie di circa 1.800 metri quadrati, che si sviluppa in otto anelli sovrapposti - spessore medio 1,40 metri e altezza massima superstite stimata 1,7 metri. L'interno del monumento è diviso in quattro quadranti. Il sito, probabilmente utilizzato per rituali religiosi, sarebbe stato attivo più di 3700 anni fa.
Mano a mano che procedono nello scavo gli archeologi stanno portando alla luce un struttura quasi labirintica, poiché gli spazi comunicano tra loro attraverso strette aperture. Due possibili ingressi principali alle zone centrali sono stati individuati sui lati sudovest e nordest. Tra i reperti rinvenuti all'interno c'è una gran quantità di ossa di animali.
La civiltà minoica risale all'Età del Bronzo ed è sorta sull'isola di Creta approssimativamente dal 2700 al 1400 a.C.

Fonti:
ansa.it
rainews.it
scienzenotizie.it

sabato 13 aprile 2024

Grecia, scoperta una sepoltura nobile nell'antica capitale della Macedonia

Vergina, la tomba appena rinvenuta
(Foto: allthatsinteresting.com)

La costruzione di un nuovo sistema fognario nell'antica città macedone di Aegae (attuale Vergina) ha appena rivelato una splendida tomba antica. I ricercatori ritengono che la sepoltura appartenesse ad un notabile locale e a sua moglie, qui sepolti nel III secolo a.C.
La tomba ha una facciata semplice ed un portale chiuso da un mucchio di pietre. All'interno vi è uno spazio decorato con fasce dorate dipinte disegnate per somigliare a nastri con fiocchi.
L'uomo che vi era sepolto aveva come corredo uno scudo rinforzato con parti in ferro ed una serie di armi ben conservato che dimostrano il segno di un artigianato superiore.
L'uomo non venne sepolto da solo. La facciata della tomba sembra essere stata completata in due fasi, una per lui ed un'altra per una donna, probabilmente sua moglie, anch'essa trovata all'interno del sepolcro. A corredo della sepoltura femminile vennero collocate perline, collane ed una corona di mirto dorato.
Tra le scoperte nel cuore della città, vi è quella della sepoltura di un guerriero accompagnato da oggetti di notevole pregio, compreso un elmo che è stato collocato ai suoi piedi. Nella mano destra dell'uomo vi è anche una spada. E' presente anche una fibula per clamide, un mantello che era solitamente indossato dagli uomini nell'antica Grecia.

Fonte:
allthatsinteresting.com

Filippi, il ritorno di Apollo

Testa del dio greco Apollo ritrovata a Filippo
(Foto: Ministero della cultura greco)

Un team di archeologi dell'Università Aristotele di Salonicco ha scoperto una testa di marmo ben conservata del dio greco Apollo durante gli scavi a Filippi, nel nordovest della Grecia.
Datata al II o III secolo d.C., la testa presenta un giovane dai lineamenti fini con un'onda di riccioli e la consueta corona d'alloro, dettagli - secondo gli archeologi - che identifica la testa come appartenente al dio greco.
La scoperta è stata fatta nel 2023 da un team di 15 studenti guidati dalla professoressa di archeologia bizantina Natalia Poulos, che sta continuando il lavoro dell'Università di Salonicco in corso a Filippi dagli anni '60.
Quando venne scolpita, la statua di Apollo aveva una funzione devozionale, secondo i ricercatori. Tuttavia gli archeologi ritengono che la sua collocazione attuale suggerisca che sia stata riproposta in epoca medioevale e che fosse stata utilizzata come decorazione in una fontana della piazza cittadina. La scoperta, nel contempo, di una moneta raffigurante l'imperatore Leone VI ha portato i ricercatori a suggerire che lo spazio fosse in uso sin dall'VIII o IX secolo.
A differenza di altre divinità greche, Apollo non aveva una valenza simbolica nella Filippi cristiana. E' noto che statue di epoca classica e romana continuarono ad adornare edifici e spazi pubblici nel tardo periodo bizantino (all'incirca dal XIII al XV secolo) e la presenza della statua probabilmente indica una celebrazione sia della squisita arte ellenica che della continuità culturale della città.
La testa è stata rinvenuta a est della strada principale che corre a sud della città di Filippi, nel punto in cui si interseca con l'asse settentrionale della città. I lavori di scavo degli ultimi anni hanno gradualmente portato alla luce una piazza composta da edifici riccamente decorati. L'anno scorso gli archeologi hanno scoperto una statua di Ercole nello stesso sito, che si crede che appartenesse - anch'esso - ad una fontana.
Filippi venne fondata nel 356 a.C. dal re Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno. Crebbe in ricchezza e importanza grazie alla sua posizione sulla Via Egnatia, la strada che collegava l'Europa con l'Asia. La sua importanza non diminuì in epoca romana e fu luogo dello scontro tra Marco Antonio e Ottaviano da una parte e le truppe di Bruto e Cassio dall'altra. La città fu anche un importante sito paleocristiano in seguito alla visita dell'apostolo Paolo nel I secolo d.C.

Fonte:
news.artnet.com


domenica 4 febbraio 2024

Vergina, nuovi sviluppi sull'identità dei sepolti nella necropoli reale

Vergina, l'urna funeraria contenente le spoglie del re
Filippo II di Macedonia (Foto: Wikipedia)

Sono stati identificati gli occupanti delle sepolture reali incontaminate risalenti al IV secolo a.C. e situate nella città di Vergina, nel nord della Grecia. 
Le sepolture contengono i resti del padre, della matrigna, dei fratellastri e del figlio di Alessandro Magno, unitamente ad armature e ad altri oggetti.
Anche se non vi è mai stato alcun dubbio sull'identità dei resti scheletrici umani trovati nelle tombe reali, appartenenti a parenti stretti di Alessandro Magno, gli studiosi hanno trascorso quasi mezzo secolo a disputare su chi effettivamente giacesse in ciascuna sepoltura.
I ricercatori hanno esaminato gli elementi scheletrici con l'ausilio della macrofotografia, delle radiografie e della dissezione anatomica. Sono state effettuate analisi osteologiche, nonché raggi X degli antichi resti.
Sullo scheletro maschile della tomba I è stata accertata la presenza di una fusione del ginocchio, coerente con la prova storica della zoppia di re Filippo II. I ricercatori hanno scoperto che la tomba I conteneva le ossa di un uomo con un ginocchio ferito, di una donna e di un bambino di pochi giorni o settimane. I ricercatori hanno concluso che il primo scheletro appartenga al padre di Alessandro Magno, Filippo di Macedonia, che le fonti tramandano fosse zoppicante. L'età estremamente giovane del bambino rinvenuto nella medesima tomba è coerente anche con la storia dell'assassino di Filippo nel 336 a.C.
Secondo la maggior parte delle fonti, Filippo II fu assassinato dalla sua guardia del corpo solo pochi giorni dopo che sua moglie Cleopatra aveva partorito. Si pensa che l'omicidio sia stato commissionato dalla precedente moglie di Filippo, Olimpia, madre di Alessandro Magno. Quasi immediatamente dopo la morte di Filippo, Olimpia fece uccidere anche Cleopatra ed il suo bambino, forse facendoli bruciare vivi, garantendo a suo figlio Alessandro la successione al trono.
In precedenza alcuni studiosi hanno sostenuto l'ipotesi che Filippo II fosse stato sepolto nella tomba II, che ospita anch'essa i resti di un uomo e di una donna. Tuttavia, l'assenza in quest'ultima sepoltura di un bambino, unitamente all'assenza di segni di evidenti traumi fisici sullo scheletro maschile, ha portato all'esclusione di questa possibilità.
Gli archeologi hanno concluso che la tomba II apparteneva alla "donna guerriera" Adea Euridice, moglie del fratellastro di Alessandro, Arrhidaeus. Sono giunti a questa conclusione sulla base di prove scheletriche che indicano un uomo che é praticamente vissuto a cavallo. Arrhidaeus, secondo le fonti, era un uomo mentalmente disabile.
I ricercatori non hanno, però, trovato alcuna prova della diffusa convinzione che Alessandro IV, figlio di Alessandro Magno, sia stato sepolto nella tomba III.

Fonte:
akreonews.net

Grecia, l'enoteca di Sikyon...

Grecia, l'enoteca di epoca romana (Foto: Scott Gallimore)
In Grecia gli archeologi hanno scoperto un'enoteca di 1600 anni fa, distrutta ed abbandonata dopo un evento improvviso, forse un terremoto o il crollo dell'edificio, lasciando vasi rotti e 60 monete sparse sul pavimento.
Il negozio era operativo quando l'Impero Romano controllava la regione. E' stato rinvenuto nell'antica città di Sikyon, sulla costa settentrionale del Peloponneso, nel sud della Grecia. All'interno di questa enoteca, gli archeologi hanno trovato monete sparse, resti di tavoli in marmo e vasi in bronzo, vetro e ceramica.
L'enoteca è stata trovata all'estremità settentrionale di un complesso che aveva una una serie di officine contenenti forni e impianti utilizzati per spremere l'uva o le olive. Purtroppo non si ha alcuna prova diretta dei tipi di vino che potrebbero essere stati venduti all'interno dell'esercizio commerciale.
Nel negozio, oltre al vino, potrebbe essere stato venduto anche l'olio di oliva. La maggior parte delle monete trovate risalgono al regno di Costanzo II (337-361 d.C.). L'ultima moneta è stata coniata tra il 355 ed il 361.
Sembra che l'enoteca abbia subìto un evento improvviso che ne ha causato la distruzione e l'abbandono. Le monete sparse sul pavimento rappresentano gli ultimi momenti di vita dell'esercizio commerciale. Gli archeologi ritengono che le monete fossero custodite in un vaso di ceramica oppure in una sorta di borsa. Il complesso di cui fa parte la bottega appena scavata, sembra essere stato abbandonato agli inizi del V secolo d.C. quando, forse, avvenne l'evento naturale.

Fonte:
livescience.com



sabato 11 novembre 2023

Creta, straordinario rinvenimento di antichissime armi in bronzo

Creta, paragnatidi di bronzo appena scoperte
(Foto: Università Ca' Foscari di Venezia)
L'Università Ca' Foscari di Venezia ha portato alla luce un'armatura di bronzo nel sito cretese di Festòs, precisamente sulle pendici sudoccidentali della collina di Kastri, dove nel XIX secolo a.C. venne impiantato il primo palazzo di Festòs.
Lo scavo, in concessione della Scuola Archeologica italiana di Atene dal 2022, è stato condotto a luglio 2023 da Ilaria Caloi, professoressa associata di Civiltà Egee presso il Ca' Foscari, e dai suoi allievi sotto la direzione di Pietro Militello, docente ordinario di Civiltà Egee all'Università di Catania.
I resti bronzei dell'armatura del guerriero comprendono un umbone di scudo e frammenti di elmo e, forse di cintura. L'umbone, la parte centrale dello scudo, che doveva essere in cuoio, è realizzato da un elemento conico centrale composto da una lunga protuberanza e da un disco esterno, i cui fori servivano al fissaggio sullo scudo e la cui controparte interna era svolta da un anello bronzeo.
Dell'elmo si conservano le paragnatidi bronzee, che erano le fasce protettive delle guance e della mandibola del guerriero. Queste paragnatidi presentano elementi circolari e forellini che le fissavano all'elmo.
Il ritrovamento della panoplia bronzea di Festòs, vale a dire dell'insieme delle parti dell'armatura o di armi posizionate a mo' di trofeo, è singolare per un motivo: è stata rinvenuta all'interno di un complesso abitativo non funerario. Secondo la Professoressa Caloi "l'ipotesi più accattivante, che solo la continuazione dello scavo potrà confermare, è che l'armatura possa attribuirsi ad un eroe locale, onorato all'interno di un'area di culto o di un cenotafio, in stretta connessione con la fondazione della polis di Festòs tra l'VIII ed il VII secolo a.C." L'armatura era deposta all'interno di un pithos, contenitore in ceramica con un diametro massimo di 120 centimetri, che serviva per l'immagazzinamento di alimenti. Il pithos era coperto da un coperchio a sua volta nascosto da un grande frammento di vaso decorato con motivi di brocchette (oinochonai) e spirali correnti.
Il grande vano all'interno del quale è stato rinvenuto il pithos, ancora oggetto di scavo, era forse un'area di culto, come suggerirebbero la sua forma, la deposizione rituale della panoplia e il rinvenimento, non lontano dal contenitore ceramico, di due coltelli in ferro, di un piccolo scudo in ceramica dipinto di bianco, e di alcuni vasi aryballoi (contenitori per versare) databili tra l'VIII e il VII secolo a.C. Sebbene in generale questi oggetti possano essere parte del corredo funerario di un guerriero, qui potrebbero essere, invece, testimoni di un'offerta votiva.
Ritrovamenti simili a Creta riguardano la necropoli di Cnosso, di Mouliana e di Eleutherna, e sono cronologicamente ascrivibili tra il XII ed il VII secolo a.C. Confronti stilistici per le paragnatidi e lo scudo vanno ricercati al di fuori dell'isola di Creta e, precisamente, nella tomba XXVIII di Tirinto (Argolide, XI secolo a.C.) e nella tomba 40 di Kourion-Kaloriziki (Cipro), a testimonianza del fatto che Festòs tra il Tardo Bronzo e la prima Età del Ferro facesse rete con l'area egea e con il Mediterraneo orientale.

Fonte:
Cafoscari News - Università Ca' Foscari di Venezia


domenica 29 ottobre 2023

Grecia, i colori delle sculture del Partenone

Una sezione dei marmi del Partenone, V secolo a.C.
(Foto: markrhiggins, tramite Getty Images)

Le sculture del Partenone, i cosiddetti marmi di Elgin, furono realizzati intorno ai 2500 anni fa al fine di decorare l'esterno del tempio greco. Ora sono custoditi nel British Museum di Londra ed appaiono di colore bianco tenue, grigio e beige.
Un nuovo studio, però, rivela che i colori delle antiche sculture erano molto più vivaci. Si trattava di blu luminosi, bianchi e viola che un tempo ricoprivano le statue raffiguranti divinità e creature mitiche del V secolo a.C. Alcuni colori erano stati utilizzati per rappresentare l'acqua dalla quale erano emerse alcune figure, la pelle di un misterioso serpente marino, lo spazio vuoto e l'etere che faceva da sfondo alle figure umane. Inoltre i colori erano utilizzanti anche per rappresentare intricati motivi figurativi che decoravano le vesti delle divinità.
Per molto tempo gli archeologi hanno pensato che i greci lasciassero intenzionalmente le sculture senza colori. Questo ha portato i restauratori di un tempo a rimuovere le tracce delle passate pitture. Per indagare sul passato delle statue, gli archeologi hanno utilizzato l'imaging luminescente, una tecnica che fa brillare gli elementi chimici presenti nella vernice oramai non presente sulla superficie delle sculture. Questa tecnica ha permesso si scoprire i motivi nascosti che decoravano le superfici delle statue: disegni floreali e rappresentazioni figurative macchiate.
Sono stati individuati principalmente quattro pigmenti: il blu (creato per la prima volta dagli antichi egizi e che fu il colore principale utilizzato da greci e romani), una sfumatura di viola ottenuta da una ricetta sconosciuta (la maggior parte del viola veniva estratta dai crostacei del Mediterraneo antico, ma quello sulle sculture del Partenone non proveniva da questa fonte) e due tipologie di bianco, probabilmente ricavati dal gesso e dal bianco d'osso, un pigmento ottenuto dalla cenere d'ossa.
Probabilmente questi colori erano altrettanto importanti quanto le sculture. Erano quelli che permettevano a queste ultime di rimanere più impressi nella memoria di chi le guardava. I ricercatori hanno individuato anche tracce di colore sul retro delle sculture ed hanno dedotto che queste fossero completamente dipinte prima di essere collocate sul tempio.
Le 17 sculture, un tempo parte di un fregio in marmo lungo 160 metri raffigurante miti greci classici, vennero portate nel Regno Unito nel XIX secolo dopo che vennero trafugate dal Partenone da Thomas Bruce, settimo conte di Elgin ed ambasciatore britanni presso l'Impero Ottomano.

Fonte:
livescience.com


sabato 28 ottobre 2023

Salamina, importanti ritrovamenti nella baia di Ampelaki

Salamina, Ambelaki. Veduta di parte di un edificio
(Foto: E. Kroustalis)

Una missione archeologica anfibia si è svolta sul lato nordoccidentale della baia di Ampelaki, rivelando importanti scoperte relative alla città classica di Salamina. Nel corso degli ultimi anni, questa baia è stata oggetto di una sistematica esplorazione dei resti sommersi di Salamina, tra cui spicca un porticato che si affacciava su una piazza. Questo luogo è nei pressi del punto in cui avvennero gli scontri armati della battaglia di Salamina (480 a.C.).
Il fulcro di questa recente esplorazione è stato un grande edificio pubblico, parzialmente sommerso, situato nell'angolo nordovest dell'attuale Ormos, un'area delimitata dalla diga marittima a sudest. Questa area era già stata oggetto di documentazione in anni precedenti, ma l'indagine ha portato a ulteriori scoperte significative.
Lo scavo di questo edificio è stata condotta utilizzando una tecnica di scavo "anfibio", che combina metodologie sia terrestri che subacquee. Per drenare l'area di scavo è stata installata una diga e utilizzate due pompe idrauliche, consentendo così il completo esame di una superficie marina di 60 metri quadrati.
L'edificio in questione, che ha una larghezza fissa di 6 metri e una lunghezza di 32 metri, mostra una notevole continuità architettonica nella sua porzione settentrionale lungo il litorale, mentre nella sua estremità meridionale presenta una proiezione quadrata. Dalle sue dimensioni, dalla forma e dalla disposizione degli spazi interni, così come da altri dettagli architettonici, è stato identificato come una stoà. La stoà, di origine greca antica e derivante da un verbo che significa "collocare", è una caratteristica struttura architettonica che consiste in passaggi coperti o portici destinati all'uso pubblico. Questi elementi sono situati all'interno di un edificio rettangolare allungato, caratterizzato da un luogo aperto e affiancato da colonne. Questa parte solitamente si affaccia su una piazza o una strada, mentre l'altro lato è chiuso da un muro. La copertura può variare da spioventi a terrazze, e l'edificio stesso può avere una parate superiore che ripete il modello del piano inferiore.
Salamina, Ambelaki. Parte superiore di colonna del IV
secolo a.C. con sezione a rilievo (Foto: 
Χρ. Μαραμπέα)
All'interno di questo edificio, sono stati individuati almeno 6-7 ambienti, con particolare attenzione ad uno di essi, che misura 4,7 x 4,7 metri e presenta un ampio pozzo di deposito situato nell'angolo nordovest. Le sue solide mura, spesse circa 0,60 metri, sono composte da grandi blocchi di pietra squadrata, dei quali oggi rimangono solo uno o due strati di pietre. Tuttavia, lungo il lato occidentale e le murature trasversali si appoggiano su una fondazione ben costruita.
I resti archeologici in questa zona sono stati in gran parte spogliati del loro materiale da costruzione, poiché questa zona è stata utilizzata per il recupero di materiale edilizio fino alla fine del XIX secolo. L'indagine della stoà ha portato alla luce un tesoro di reperti mobili, tra cui una vasta quantità di ceramica di varie epoche. Questa ceramica include frammenti di vasi di vario tipo e ceramiche risalenti all'epoca classica ellenistica. Di particolare importanza sono i vasi colorati e conchiglie ateniesi risalenti al periodo tardo classico (IV secolo a.C.).
Tra i reperti marmorei, due meritano particolare attenzione. Uno di essi è un frammento di colonna con una parte di iscrizione, mentre l'altro è la parte superiore di un'altra stele con una rappresentazione in rilievo che sembra raffigurare un eroe incoronante un uomo barbuto. Questi ritrovamenti sono datati al IV secolo a.C. e si collegano direttamente a una rappresentazione simile su una stele nel Museo Archeologico di Salamina, con l'eroe come figura principale nella celebre festa adolescenziale di Aianteia.
L'identificazione della stoà è di notevole importanza per lo studio della topografia e dell'organizzazione abitativa dell'antica città di Salamina. Si ritiene che questa struttura costituisse il confine orientale dell'area dell'agorà della città durante l'epoca classico-ellenistica, invece che essere direttamente associata al porto. La sua esistenza era stata menzionata dal viaggiatore Pausania nel II secolo d.C., e l'area in cui è stata scoperta era stata già proposta come ubicazione dell'agorà da W. Kendrick Pritchett nel 1999.

Fonte:
stilearte.it

domenica 17 settembre 2023

Grecia, riemergono le tracce del passato del sommerso tempio di Poseidone ad Helike

Grecia, il santuario in fase di scavo
(Foto: archeomedia.net)

Gli archeologi che da diversi anni stanno occupandosi degli scavi di un  tempio di 2800 anni fa, posto all'interno di un santuario in Grecia, hanno scoperto diversi oggetti piuttosto rari tra i quali le rappresentazioni di un cane, di una donna e di un serpente.
Gli scavi sono in corso presso un centro di culto di Poseidone nell'antica città achea di Eliki o Helike, sulla costa settentrionale del Peloponneso, distrutta da un terremoto e spazzata via da una successiva alluvione nel 375 a.C. L'antica città, situata 7,5 chilometri ad est dell'attuale centro di Aigio, venne sommersa e le sue rovine rimasero visibili al di sotto delle acque del Golfo di Corinto per secoli, meta turistica dei viaggiatori Romani che ne percorrevano in barca le strade.
Gli oggetti rinvenuti nel santuario, il cui edificio più antico risale all'VIII secolo a.C., comprendono una figura in bronzo che sembra essere un cane ed una figura in argilla a forma femminile. Sono state scoperte anche una testa di serpente in bronzo, un'ala in argilla che potrebbe essere appartenuta ad una sfinge oppure ad una sirena e parte di una collana d'oro.
Gli archeologi hanno analizzato i sedimenti del sito ed hanno scoperto che il santuario venne ripetutamente sommerso dalle inondazioni nel corso dei secoli. Le figurine rinvenute erano offerte a Poseidone o a qualunque divinità venerata nel tempio. Le pratiche religiose comprendevano anche sacrifici di animali, principalmente capre, pecore e maiali.
Secondo le antiche fonti (Strabone e Pausania) il santuario di Poseidone era un centro religioso di importanza regionale per le sei città di Triphylia. Queste città formarono un'anfizionia, una confederazione dedita alla difesa, al mantenimento ed alla venerazione di un luogo di culto.

Fonte:
archeomedia.net


sabato 18 marzo 2023

Grecia, rinvenute delle spade micenee in una necropoli

Grecia, spade micenee del XII secolo a.C. scoperte in alcune
sepolture (Foto; mediterraneoantico.it)
Rypes, necropoli micenea: negli scorsi giorni sono state portate alla luce tre spade in bronzo da una tomba databile al XII/XI secolo a.C. Già in questo luogo sono state rinvenute numerose tombe a camera, scavate nel sottosuolo sabbioso.
Durante l'ultima campagna di scavo, i ricercatori hanno esplorato una tomba a pianta rettangolare contenente tre sepolture databili al XII secolo a.C.: sono emerse offerte di perline in vetro, una statuetta di cavallo in argilla e tre spade in bronzo con parte del manico in legno quasi perfettamente conservate. Le spade appartengono a diverse classificazioni tipografiche, in particolare sono di tipo D - descritte come "incrociate" - ed E - descritte come spade con "elsa a T" - secondo la cosiddetta tipologia Sandars e risalgono al periodo palaziale miceneo.
Secondo i ricercatori, sulla base delle evidenze archeologiche, le tombe di questa necropoli sono state aperte e riutilizzate più volte nel corso dell'epoca micenea: seppure, infatti, le tombe siano da ascrivere al primo periodo miceneo, attorno al 1700 a.C. circa, sono state usate per rituali e pratiche funerarie fino all'XI secolo a.C., quindi per più di 500 anni. Scavando nella necropoli, poi, gli archeologi hanno individuato vasi, ghirlande, monili d'oro, maioliche, pezzi di vetro e molto altro, a testimonianza del ricco utilizzo di queste sepolture.
Non molto lontano dalla necropoli gli archeologi hanno rinvenuto anche i resti di un edificio di alto rango, a pianta rettangolare e con i resti di un focolare.
La civiltà micenea fu l'ultima fase dell'Età del Bronzo nell'antica Grecia, coprendo un periodo che va dal 1750 al 1050 a.C. circa. Il periodo rappresenta la prima civiltà avanzata nella Grecia continentale, in particolare per i suoi stati sontuosi, l'organizzazione urbana, le opere d'arte e il sistema di scrittura.

Fonte:
mediterraneoantico.it




mercoledì 16 novembre 2022

Creta, scavi al tempio di Demetra a Phalasarna

Creta, i resti del tempio di Demetra a Phalasarna
(Foto: YPPOA)

Phalasarna è stata menzionata per la prima volta dagli storici e geografi antichi quali Scilace, Strabone, Polibio, Livio e Plinio. La città-stato prosperò grazie ai traffici marittimi, testimoniati dai resti di grandi edifici monumentali e da numerose opere d'arte. Inoltre il trattato con i Tirreni testimonia che, nel III secolo a.C., gli abitanti di Phalasarna erano dediti alla pirateria, pratica comune alle città-stato cretesi.
Nel 69-67 a.C., i romani assaltarono la città, bloccarono il porto con massicce opere murarie e distrussero l'intera città al punto che se ne perse completamente la memoria. Phalasarna comparve nei documenti veneziani come una città perduta. Il sito venne scoperto nel XIX secolo dagli esploratori britannici Robert Pashley e dal Capitano Spratt.
Il tempio di Demetra fu costruito presso l'acropoli della città, situata su una collina rocciosa nel sito di una grotta naturale. Il tempio fungeva da spazio sacro all'aperto per adorare Demetra, da del raccolto e dell'agricoltura, che presiedeva ai raccolti, ai cereali, al cibo, alla fertilità della terra e al potere dell'acqua come fonte di vita.
Nella tradizione greca Demetra è la secondogenita dei titani Rea e Crono, sorella di Estia, Era, Ade, Poseidone e Zeus. Era spesso considerata la corrispondente greca della dea anatolica Cibele ed era dai romani identificata con Cerere.
Il tempio è in stile dorico ed è stato ricostruito con pietre per un secondo utilizzo tra la fine del IV e l'inizio del III secolo a.C. sul sito di un precedente luogo sacro. Uno scalone monumentale conduceva a due edifici ad aula unica, con l'edificio orientale che fungeva da struttura principale del tempio e l'edificio occidentale con funzione ausiliare.
Un'indagine geofisica condotta dagli archeologi dell'Università Mediterranea di Creta ha rivelato resti architettonici sepolti che indicano una struttura semicircolare. Gli scavi hanno rinvenuto oggetti arcaici quali vasi di alta qualità, uno dei quali reca un'iscrizione in dialetto dorico: "Akestoidamatri" (Akestoi dedica questo alla dea Demetra). Gli archeologi hanno anche trovato manufatti che collegano Phalasarna agli antichi egizi e fenici. Altri reperti includono figurine, punte di lancia, vasi e figure femminili in trono.

Fonte:
heritagedaily.com

martedì 15 novembre 2022

Creta, trovato l'odeon della città di Lissos

Creta, odeon scoperto di recente
(Foto: Ministero ellenico della cultura e dello sport)

Nascoste in un'insenatura circondata da montagne nel sudovest di Creta si trovano le rovine di Lissos, un'antica città i cui resti archeologici sono accessibili solo via mare o con un lungo cammino.
A causa del suo isolamento, Lissos non è stata indagata dagli archeologi per diversi decenni. Scavi recenti, però, hanno portato alla luce un odeon, edificio simile al moderno auditorium, che sta ad indicare la prosperità della città.
Precedenti ricerche avevano mostrato che Lissos era abitata molto prima che il suo nome entrasse nei libri di storia, nel IV secolo a.C. Le strutture dei vari periodi archeologici sono ben conservate, tra queste un tempio dedicato ad Asclepio, dio greco della medicina, una zona residenziale, un'imponente necropoli con sepolture disposte su due livelli, terme romane e chiese cristiane. A tutto questo, ora, si è aggiunto l'odeon.
Nella prima fase dello scavo dell'odeon, i ricercatori hanno rinvenuto parte del palcoscenico, 14 file di sedili e due camere laterali a volta. L'odeon risale al periodo romano, tra il I ed il IV secolo d.C., epoca in cui il tempio di Asclepio a Lissos venne trasformato in un edificio politico-amministrativo, pavimentato con mosaici ed ornato con i busti degli imperatori Tiberio e Druso.
Sfortunatamente l'odeon è stato gravemente danneggiato nell'antichità dalla caduta di grandi massi, probabilmente a causa di un terremoto che colpì l'isola nel 365 d.C. Il terremoto fu così violento da provocare uno tsunami che colpì Alessandria d'Egitto e sollevò l'intero sito di Lissos di diversi metri. L'odeon, quindi, doveva trovarsi più vicino alla costa di come sia ora.
Dal momento che era adiacente al centro cittadino, l'odeon funzionava, forse, anche da bouleterion, edificio deputato alle riunioni del consiglio cittadino.

Fonte:
livescience.com

mercoledì 12 ottobre 2022

Grecia, trovata una grande statua di Ercole a Filippi

Grecia, la statua di Ercole
appena scoperta
(Foto:greekcitytimes.com)
A metà settembre di quest'anno si è svolta una ricerca di scavo condotta da un'équipe di scavo dell'Università Aristotele di Salonicco a Filippi. Direttrice dello scavo è la Professoressa Natalia Poulos.
Lo scavo, quest'anno, si è concentrato sul lato orientale di una delle strade principali della città che, in questo punto, incontra un altro asse principale che passa più a nord. Il punto di convergenza delle due è formato da una piazza dominata da quella che, con tutta probabilità, è una fontana, riccamente decorata. 
Della decorazione della fontana sono stati rinvenuti alcuni frammenti. In epoca romana alla decorazione greca venne aggiunta una statua (II secolo d.C.). La statua, di grandezza superiore al vero, rappresenta Ercole giovane.
La clava, ritrovata in frammenti, e la leontea, che pende dalla mano sinistra, confermano l'identità dell'eroe mitologico. La statua reca, sulla testa una corona di foglie di vite trattenuta, sul retro, da una fascia le cui estremità terminano sulle spalle dell'eroe.
I ricercatori sottolineano che si tratta di una statua di Ercole e non Eracle (il mito originale greco al quale hanno attinto i Romani) proprio per la datazione della statua.
Questo ritrovamento mostra il modo con cui venivano decorati gli spazi pubblici nelle città più importanti dell'impero Bizantino, compresa la città di Filippi. Quest'ultima era stata fondata da Filippo II di Macedonia ed era stata costruita sulla colonia tasiana di Crenide sul Mar Egeo, poi abbandonata dopo la conquista della regione da parte degli Ottomani nel XIV secolo.
Ercole rappresentava il superamento dei propri demoni ed era riconosciuto come un campione dei deboli.

Fonte:
greekcitytimes.com

sabato 25 giugno 2022

Antikythera, il relitto continua a riservare sorprese

La testa di marmo rinvenuta ad Antikythera
(Foto: Ministero della Cultura greco)

Antikythera continua a stupire ed a far parlare di sé. E' di questi giorni la notizia che gli archeologi coinvolti nel progetto di studio sul naufragio di Antikythera, condotto dall'Ephorate of Underwater Antiquities del Ministero della Cultura e dello Sport Ellenico, hanno effettuato nuove scoperte.
L'annuncio parla di un'enorme testa di marmo trovata nel sito dove naufragò il famoso relitto, vicino alle coste dell'isola greca di Antikythera, presso capo Glyphadia, nel secondo quarto del I secolo a.C. e che nel 1901 restituì il celebre meccanismo che prese il nome del luogo dove fu trovato: un dispositivo di bronzo gravemente corroso che molti studiosi ritengono essere il primo computer analogico al mondo.
Il relitto, un'imbarcazione di epoca romana risalente al I secolo a.C., venne scoperto da alcuni pescatori di spugne nell'ottobre del 1900. Si ipotizza che la nave, salpata da Atene nell'86 a.C., stesse trasportando parte del bottino del generale romano Lucio Cornelio Silla, una teoria che prende origine da un riferimento dello scrittore greco Luciano di Samosata, che menziona il naufragio di una delle navi di Silla proprio in quella regione.
Ad avvalorare la datazione, i numerosi manufatti restituiti dal relitto che, se in alcuni casi hanno destato confusione (come le statue di bronzo datate IV secolo a.C.), in altri hanno confermato la data del I secolo a.C. Infatti, oltre al celebre meccanismo di Antikythera, le ricerche effettuate sul sito hanno prodotto numerose statue, monete e manufatti, incredibili capolavori dell'arte greca.
Le anfore trovate nel relitto indicano una datazione dell'80-70 a.C., le ceramiche ellenistiche sono riferibili al 75-50 a.C., mentre le ceramiche romane rinvenute sono simili ai modelli conosciuti appartenenti alla metà del I secolo a.C. Le ultime monete trovate negli anni settanta del secolo scorso da Jacques Cousteau sono datate tra il 76 ed il 67 a.C. Si ritiene, dunque, che l'imbarcazione fosse diretta a Roma per consegnare un tesoro che doveva impreziosire la parata trionfale di Gaio Giulio Cesare.
Il nuovo ritrovamento è stato possibile dopo lo spostamento di alcuni grandi blocchi in pietra che impedivano l'esplorazione di parte del relitto. Gli archeologi hanno identificato la base di una statua antropomorfa in marmo di cui si sono conservati entrambi gli arti inferiori, oltre a una massiccia testa marmorea di una figura maschile barbuta. Si ipotizza che la testa possa appartenere al cosiddetto "Ercole di Antikythera", una statua acefala scoperta nel sito nel 1900 ed ora esposta al Museo Archeologico Nazionale di Atene.
Sono stati scoperti anche manufatti in bronzo, chiodi di ferro e due denti umani per i quali sono previsti ulteriori studi (quali l'odontoiatria forense e la datazione al radiocarbonio) che dovrebbero fornire maggiori informazioni su sesso, età, origine.

Fonte:
Ministero della Cultura greco via mediterraneoantico.it

sabato 11 giugno 2022

Grecia, la spada nel monastero

Grecia, la sciabola medioevale risalente ad un'incursione
turca in un monastero durante il XIV secolo
(Foto: E. Maniotisi e T. Dogas)

Una sciabola medioevale arrugginita è stata disotterrata all'interno di un monastero fortificato cristiano nel nord della Grecia. Forse si tratta di un'arma che i pirati turchi o i difensori del monastero utilizzarono durante gli scontri che ebbero luogo nel XIV secolo.
Lo stile dell'arma è insolito, anche se spade curve vennero utilizzate sia dai turchi che dai bizantini proprio nel periodo al quale risale la spada in questione.
Il monastero in cui è stato rinvenuto è chiamato Monastero di Agios Nikolaos di Chrysokamaros, in onore di un santo locale. Le rovine si trovano sulla costa al centro della penisola Calcidica, a circa 64 chilometri a sudest della città di Salonicco, sulla costa nordoccidentale del Mar Egeo.
I documenti storici menzionano l'esistenza di un monastero, sul sito, almeno a partire dell'XI secolo, anche se non è noto se fosse un monastero indipendente o un metochi, vale a dire una sorta di dipendenza del monastero del Monte Athos. Gli scavi di quest'anno hanno permesso di capire che il monastero era circondato da un robusto muro fatto di rocce di granito di spessore compreso tra gli 1,7 e i due metri.
Monasteri del genere erano spesso utilizzati come rifugio per la popolazione locale durante gli attacchi dei pirati. Probabilmente questi centri ecclesiastici avevano ricchezze proprie, costituite essenzialmente da oggetti religiosi in oro, e scorte di grano. Gli archeologi hanno trovano semi di grano nei livelli inferiori di una delle torri del monastero, ad indicare che la torre poteva essere stata utilizzata per la conservazione degli alimenti. La torre misura attualmente 5 metri di altezza, ma è stato appurato che un tempo era molto più alta. Vi sono tracce, sui resti, di un grave incendio che la danneggiò. Non lontano dalla torre sono state scoperte armi quali asce, punte di frecce e la spada in questione.
Gli archeologi hanno trovato un gran numero di vasi di ceramica smaltata, principalmente appartenente al XIV secolo. I ricercatori ritengono che la distruzione del monastero sia avvenuta molto probabilmente nella seconda metà del XIV secolo e l'inizio del XV secolo.
Gli archeologi devono ancora sapere se la spada sia stata utilizzata dai turchi o dai bizantini. In un manoscritto selgiuchide del XIII secolo, ora conservato nel Museo del Palazzo Topkapi di Istanbul, è raffigurata proprio una sciabola. Ma anche le icone dei santi bizantini del XIII secolo li raffiguravano n compagnia di spade ricurve ed è noto che i soldati bizantini usavano le spade già nel VI secolo d.C.
La lama della spada rinvenuta nel monastero è lunga 45 centimetri ma l'arma non è in buone condizioni.

Fonte:
livescience.com

Tunisia, Numluli: una città dalle molte vite

Tunisia, gli scavi di Numluli (Foto: Unione Sarda) Nel governatorato tunisino di Béja , gli archeologi stanno riportando alla luce una città...