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domenica 12 gennaio 2020

Pompei, riapre provvisoriamente la Casa dalle Pareti Rosse

Pompei, Casa dalle Pareti Rosse, particolare
(Foto: Parco Archeologico di Pompei)
Nuova apertura temporanea al Parco Archeologico di Pompei. I visitatori dal 13 al 22 gennaio 2020, potranno conoscere e ampliare l'offerta di fruizione della Casa delle Pareti Rosse, così chiamata per il bel colore, rosso appunto, che ne caratterizza in maniera distintiva le pareti.
L'impianto originario dell'edificio risale ad età repubblicana ma nel corso dei secoli, e in particolare dopo il terribile terremoto del 62 d.C., ha subito notevoli variazioni. Al momento dell'eruzione del 79 d.C., infatti, vi erano in opera alcuni lavori di manutenzione, come testimonia la presenza di intonaco non dipinto sulle pareti di alcuni ambienti.
In due di questi, la caratteristica decorazione rossa, che poi ha dato nome alla casa, era già completata. Una piccola edicola votiva, un larario, era collocata nell'atrio della domus, destinato al culto domestico e ai protettori della casa e della famiglia. Proprio all'interno di questo gli archeologi che portarono alla luce l'abitazione tra il 1832 ed il 1882 trovarono sei statuette di bronzo relative ai Lari. La Regio VIII, dove è situata la Casa dalle Pareti Rosse, è stata resa fruibile grazie ai lavori del Grande Progetto Pompei nell'anno 2016, e costituisce un quartiere costruito sulle pendici del pianoro di Pompei.

Fonte:
Made in Pompei

sabato 21 dicembre 2019

Pompei, la casa del Frutteto

Pompei, la domus del Frutteto appena restaurata (Foto: madeinpompei.it)
Limoni e corbezzoli, piante da frutto e ornamentali, uccelli svolazzanti e un albero di fico cui è avvinghiato un serpente. Così erano decorati i cubicoli floreali della Casa del Frutteto a Pompei. Una vegetazione lussureggiante dipinta sulle pareti, ad avvolgere il riposto degli antichi abitanti di questa dimora posta su via dell'Abbondanza, che conserva uno dei più begli esempi di pittura di giardino rinvenuti nella città.
Gli affreschi raffigurano in uno degli ambienti un giardino luminoso, immaginato di giorno nel pieno rigoglio del verde, con una tale precisione di dettagli da rendere possibile il riconoscimento delle specie vegetali e nell'altro, un giardino immerso nel buio della notte, con tre alberi di diversa grandezza, tra cui il grande fico con il serpente auspicio di prosperità.
A differenza di quanto attestato in altre case dove la pittura di giardino era riservata alle sale di rappresentanza, qui la si trova nei cubicoli. In alcuni ambienti, le raffigurazioni sono, inoltre, arricchite da motivi egittizzanti con riferimenti a Iside, probabile segno di devozione alla dea da parte del proprietario. La domus, scavata parzialmente nel 1913 e poi nel 1951, presenta il classico impianto ad atrio, attorno al quale si dispongono vari ambienti e nella parte posteriore uno spazio verde con un triclinio estivo utilizzato durante la stagione calda in alternativa al più interno triclinio.
I giardini ornamentali, sia raffigurati sulle pareti ad ampliare lo spazio visivo degli ambienti, sia come spazi verdi interni, laddove la dimora lo consentiva, caratterizzavano molte delle abitazioni dell'antica città. Due splendidi esempi di giardini interni sono quelli della Casa dell'Efebo e di Trittolemo, recentemente restituiti al loro splendore, a seguito degli interventi di manutenzione del verde, che ne hanno previsto la risistemazione secondo progetti non impattanti e criteri storico-botanici nella scelta delle essenze.

Fonte:
AdnKronos

sabato 30 novembre 2019

Restaurato il Frammento Vaticano di Giotto

Il Frammento Vaticano dopo il restauro dell'Opificio delle Pietre Dure
(Foto: Il Giornale dell'Arte)
Si è concluso il restauro del prezioso Frammento Vaticano di Giotto proveniente dall'antica Basilica di San Pietro. L'opera, di proprietà di collezionisti privati, è stata presa in cura tre anni fa dall'Opificio delle Pietre Dure, dopo essere stata esposta per la prima volta alla mostra su "Giotto e l'Italia", tenutasi in Palazzo Reale a Milano nell'ambito dell'Expo 2015. Il restauro è stato diretto da Cecilia Frosinini ed affidato ad Alberto Felici. Il frammento misura cm 41x46, con bordi irregolari ed è stato analizzato solo in una pubblicazione di Valentino Martinelli del 1971.
Dopo la distruzione dell'ala orientale della chiesa per i lavori di rinnovamento della Basilica, nel 1610 il frammento venne collocato all'interno di una cassetta, calato nel gesso per preservarlo. Sul retro della cassetta un'iscrizione latina riferisce che il frammento è un dono di Piero Strozzi, segretario di papa Paolo V Borghese, a Matteo Caccini, personaggio di famiglia romano-fiorentina, il quale "amò di onorarla" (da qui la sistemazione nella cassetta) per presentarla al culto dei fedeli "in hoc loco".
Il "loco" resta, però, misterioso, sebbene Serena Romano ipotizzi, interpretando le fonti e servendosi dell'acquerello di Jacopo Grimaldi che ritrae la Basilica, fosse la controfacciata. Vasari, infatti, scrive che alcune pitture furono "disfatte e trasportate fin sotto l'organo". Prima del restauro si pensava che il frammento fosse composto da frammenti separati di intonaco, mentre è stato appurato che si tratta di un unico pezzo. Tra intonaco e supporto, spiega Felici, furono anche trovate quattro lame, gli strumenti con cui fu assottigliato per procedere allo stacco.
Cecilia Frosinini sottolinea la scelta metodologica dell'Opificio di non limitarsi ad una semplice pulitura, prendendo atto della vita dell'opera nei secoli, poiché l'immagine era a tal punto "disordinata", con traccia di almeno tre restauri precedenti, da essere ritenuta quasi illeggibile. L'intervento non solo ha liberato le figure dal gesso dipinto in nero in cui era "incastonato", ma ha permesso di ritrovare pigmenti di rara bellezza e di apprezzare la luminosità dello strato pittorico, con una morbidezza di pennellata straordinaria.
Le teste misurano circa 12 centimetri, disposte vicine ma leggermente scalate con un gioco raffinato di spazi. Sono compatibili con figure intere di 70-80 centimetri che potevano appartenere ad una scena narrativa oppure ad un pannello con figure  di santi, ma non raffigurano Pietro e Paolo, come tradizionalmente si riteneva. Il santo sulla sinistra indossa una stola, mai presente nelle figure di apostoli (eccezion fatta per l'iconografia della stola immortalitatis nell'Ascensione, ma non è questo il caso), né si capisce quale sia il libro che tiene in mano; quanto all'ecclesiastico tonsurato sulla destra, con una veste turchese, svelata nella sua ricchezza decorativa dal restauro, potrebbe forse trattarsi di san Martino o san Nicola, nulla è certo.
Per la datazione la Romano propende per il 1320 circa, quando lo stile soffice e piumoso di certe pennellate nel definire le fisionomie si ritrova in alcuni allievi del maestro, quali Puccio Capanna, Giottino o Stefano. La riflettografia ad infrarossi ha rivelato forti consonanze con il "Santo Stefano" del Polittico Stefaneschi conservato al Museo Horne.

sabato 16 novembre 2019

Pompei, riemergono le ombre dei gladiatori...

Pompei, Massimo Osanna e l'affresco appena scoperto dei gladiatori
(Foto: touringclub.it)
Gli archeologi che operano a Pompei hanno rinvenuto un affresco ben conservato raffigurante due gladiatori che combattono tra loro. Uno brandisce una spada corta, l'altro che si arrende mentre il sangue esce fuori dalle ferite che gli sono state inflitte. Il gladiatore sconfitto si rivolge all'imperatore per chiedere pietà.
Pompei antica è ancora in fase di scavo, grazie al progetto "Grande Pompei", finanziato dall'Unione Europea e dall'Italia. Il progetto ha permesso il ritrovamento di domus decorate con affreschi e mosaici nonché scheletri umani intrappolati sotto le macerie.
L'affresco dei gladiatori è stato rinvenuto in quello che era un tempo un seminterrato, probabilmente utilizzato come negozio, sul quale sorgeva una taberna oppure un bordello. L'affresco, che si dipana per una larghezza di 1,5 metri, suggerisce che il luogo doveva essere frequentato da gladiatori, anche perché la Regio V, nella quale è stato rinvenuto, si trovava poco lontano dalla caserma dei gladiatori, in un luogo del parco archeologico di Pompei non ancora aperto al pubblico. L'affresco è riaffiorato durante le operazioni di consolidamento dei fronti di scavo lungo via Vesuvio.
I gladiatori sono stati riconosciuti come un Mirmillone, a sinistra, ed un Trace, con lo scudo a terra. Al di sopra della pittura si intravede l'impronta della scala lignea che doveva collegare l'ambiente inferiore con quello superiore.
Il fondo sul quale sono stati raffigurati i gladiatori è bianco, delimitato su tre lati da una fascia rossa. "E' molto probabile che questo luogo fosse frequentato da gladiatori. - Ha dichiarato il Direttore Generale Massimo Osanna. - Siamo nella Regio V, non lontani dalla caserma dei gladiatori da dove, tra l'altro, provengono il numero più alto di iscrizioni graffite riferite a questo mondo. In questo affresco, di particolare interesse è la rappresentazione estremamente realistica delle ferite, come quella al polso e al petto del gladiatore soccombente, che lascia fuoriuscire il sangue e bagna i gambali. Non sappiamo quale fosse l'esito finale di questo combattimento. Si poteva morire o avere la grazia. L'ambiente di rinvenimento è solo parzialmente portato in luce. Su un lato emerge un'altra piccola porzione di affresco che rivela la presenza di un'altra figura."

sabato 20 aprile 2019

Croazia, trovate pitture preistoriche antichissime

Croazia, le formazioni rupestri intenzionalmente rotte e dipinte con
cosiddetti speleotemi ed alcuni resti di pigmenti
(Foto: A. Ruiz-Redondo)
Gli archeologi hanno scoperto delle pitture rupestri risalenti al Paleolitico superiore all'interno di una grotta che si affaccia sulla costa settentrionale della Croazia. Si tratta della prima scoperta di arte rupestre paleolitica documentata nei Balcani. I dipinti rossastri raffigurano un bisonte e degli stambecchi e si pensa possano essere stati tracciati più di 30.000 anni fa.
"E' una scoperta molto importante, soprattutto perché è stata fatta in una regione dove finora non si conosceva l'esistenza di una grotta contenente pitture rupestri", ha affermato Jean Clottes, studioso di preistoria francese.
Le pitture sono state rinvenute nella grotta di Romualdova Pecina, un antro profondo 110 metri lungo una sorta di canyon conosciuto come Limski Kanal. Durante il Paleolitico superiore il clima dell'Europa sarebbe stato più freddo dell'attuale ed il livello del mare più basso, così chiunque si sia rifugiato in questa grotta deve aver avuto una sorta di affaccio su un fiume che scorreva verso una vasta e fertile pianura che si estendeva là dove oggi c'è il mar Adriatico.
Autore dello studio è Aitor Ruiz-Redondo, archeologo dell'Università inglese di Southampton, che ha iniziato la ricerca in zona di arte rupestre nell'ambito di un progetto finanziato dal governo francese. Ruiz-Redondo ed i suoi colleghi hanno esplorato oltre sessanta grotte preistoriche e ripari rocciosi in Bosnia-Erzegovina, Croazia, Montenegro e Serbia. La grotta che ha restituito queste pitture preistoriche è una delle due con evidenti tracce di arte di questo periodo.
I dipinti rupestri non sono ben conservati, dal momento che sono stati applicati su uno strato di calcite fossilizzata della parete della grotta che, nel tempo, ha avuto cedimenti in alcune parti. Inoltre altri graffiti del tardo XIX e degli inizi del XX secolo, hanno oscurato quelli più antichi poiché la grotta non era inserita nel patrimonio locale soggetto a protezione. Visite senza alcun controllo hanno, pertanto, provocato la distruzione della maggior parte delle pitture rupestri ed oggi è possibile vedere solo una piccola parte di quello che doveva essere visibile in passato.
Tra gli animali ritratti, gli studiosi hanno identificato un bisonte e degli stambecchi, animali comuni nell'arte rupestre dell'Europa occidentale. Hanno anche individuato due figure che si pensa possano essere delle sagome umane. Per quel che riguarda la datazione, i ricercatori hanno due ipotesi al vaglio: una che ritiene che i dipinti siano stati fatti tra i 34.000 e i 30.000 anni fa, durante i primordi del Paleolitico superiore, il che si adatterebbe allo stile delle pitture e ad alcune testimonianze archeologiche ritrovate nei dintorni; la seconda ipotesi, in base all'età dei campioni di carbone rinvenuti al di sotto delle pitture, farebbe risalire queste ultime ad un successivo periodo del Paleolitico superiore chiamato Epigravettiano e risalente a circa 17.000 anni fa. I ricercatori sperano che, continuando gli scavi all'interno della grotta, si possa pervenire quanto prima ad una datazione più precisa.

Fonte:
livescience.com 

sabato 29 dicembre 2018

Molfetta, scoperto affresco medioevale

Molfetta, l'affresco scoperto a Palazzo Tattoli (Foto: baritoday.it)
Per togliere i puntelli ci sono voluti quasi 50 anni, ma i lavori di messa in sicurezza di Palazzo Tattoli, storico edificio nel centro storico di Molfetta, hanno portato alla luce quella che potrebbe rivelarsi una gradita sorpresa per l'arte pugliese: un affresco. Ad accorgersene sono stati gli operai della ditta Balacco, curatrice dei lavori nel palazzo risalente al '600, che nel rimuovere una porzione di muro ad altezza elevata, ha rivelato il particolare disegno di colore rossiccio.
Ora sarà la Soprintendenza Belle arti e Paesaggio della Città metropolitana di Bari - che con il Comune sta supervisionando i lavori di messa in sicurezza di Palazzo Tattoli - a definire con certezza il periodo a cui risale l'affresco. Una prima analisi è però stata effettuata dalla storica dell'Arte Vincenza Regina, che ha riconosciuto nel disegno a parete i tratti delle opere medioevali. Un periodo ben antecedente a quello di realizzazione del palazzo, che dimostrerebbe - se confermata la datazione - quindi la sua costruzione su una base già esistente in precedenza. Quella rappresentata nel disegno sarebbe una barca di pescatori, con sopra alcune figure antropomorfe che tengono in mano strumenti forse utilizzati proprio per la pesca. La semplicità della fattura non sarebbe quella di un professionista, quindi potrebbe essere stata realizzata da un popolano.
Quel che è certo è che l'opera entrerà a far parte del futuro museo ospitato a Palazzo Tattoli. La volontà dell'amministrazione guidata da Minervini, infatti, è realizzare "una struttura in cui tra spazi espositivi e realtà aumentata - spiegano dal Comune - sarà possibile 'ascoltare' il racconto della città, ammirare, attraverso un percorso di rampe, i ruderi del palazzo e l'evoluzione urbanistica della città, un museo cittadino da aprire ai turisti e alle scuole".

Fonte:
baritoday.it

domenica 28 ottobre 2018

Il vero "padre" della Madonna di San Luca

Roma, la Madonna di San Luca (Foto: Adnkronos.com)
Cambia "padre" la Madonna di San Luca, l'icona di Santa Maria del Popolo di Roma, ritenuta dalla tradizione popolare sin dal tardo Medioevo opera di San Luca. Il restauro dell'icona raffigurante la Madonna con il Bambino, realizzato dai tecnici della Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma, infatti, ha permesso di cambiare l'attribuzione del capolavoro medioevale. L'opera, quindi, che la critica ha assegnato a un pittore ignoto, definito maestro di San Saba, sarebbe stata creata da Filippo Rusuti, uno dei più importanti mosaicisti e pittori romani attivo tra gli ultimi decenni del Duecento e i primi del Trecento, che firma l'opera verosimilmente entro il 1297.
Il restauro ha portato alla luce un'iscrizione occultata con una spessa vernice nera. Malgrado lo stato frammentario in cui si trova, l'iscrizione può essere riconosciuta come la firma proprio di Filippo Rusuti. L'opera restaurata sarà esposta fino al 18 novembre nel museo Nazionale di Castel Sant'Angelo di Roma, nella mostra "Filippo Rusuti e la Madonna di San Luca in Santa Maria del Popolo. Il restauro e la nuova attribuzione di un capolavoro medioevale romano".
A parlare di una scoperta "sensazionale" è stata la direttrice del Polo Museale del Lazio Edith Gabrielli che ha ricordato: "Le opere medioevali firmate sono pochissime. In questo caso, invece, troviamo la firma di uno dei grandi artisti che calcarono la scena di Roma a cavallo tra il Duecento e Trecento su un'opera famosissima". La novità, per Gabrielli, è il frutto del lavoro di tutela che "mette insieme tre parole che non possono essere disgiunte: ricerca, conservazione e valorizzazione".
A dirigere il restauro è stata Simonetta Antellini della Soprintendenza che ha anche curato la mostra insieme ad Alessandro Tomei, ordinario di storia dell'arte medioevale all'Università Gabriele D'Annunzio di Chieti.
"Conoscevamo Rusuti - ha spiegato Tomei - dal momento che ha lasciato la sua firma sul mosaico della facciata di Santa Maria Maggiore che fu parzialmente occultata da un portico del XVIII secolo progettato dall'architetto Ferdinando Fuga. La Madonna di San Luca fu riferita all'ignoto maestro di San Saba, autore degli affreschi della chiesa di San Saba all'Aventino. Penso che le due opere, la Madonna di San Luca e gli affreschi della chiesa di San Saba, siano da attribuire alla stessa mano, quella di Rusuti".
Tomei ha inoltre ricordato che Rusuti "è stato messo di lato rispetto ai due grandi artisti attivi a Roma alla fine del Duecento, Pietro Cavallini e Jacopo Torriti. Ma questa scoperta aumenta il debito di riconoscenza nei confronti di Rusuti e ci consente di fare una riflessione più ampia su tutta la storia della pittura a Roma nella seconda parte del Duecento". La città "è sempre stata un pò sottovalutata rispetto alla scuola fiorentina ed era considerata una sorta di provincia bizantina dell'Italia Centrale", aggiunge lo studioso. Un ruolo di punta, quello di Roma in quel periodo: "Credo che, anche nella formazione di Giotto, Roma sia stata molto più importante di quanto sia stato l'ambiente fiorentino", conclude Tomei.

Fonte:
adnkronos.com

venerdì 5 ottobre 2018

Pompei delle meraviglie, nuovi, eccezionali ritrovamenti

Pompei, il larario appena scoperto
(Foto: Corriere del Mezzogiorno)
Un grande larario vegliato da beneauguranti serpenti, un pavone che fa capolino nel verde, fiere dorate che si battono contro un cinghiale nero come i mali del mondo. E poi ancora cieli baluginanti di cinguettanti uccellini, un pozzo, una vasca colorata, il ritratto di un uomo-cane. Riaffiora l'ultimo tesoro di Pompei: un giardino incantato, "una stanza meravigliosa ed enigmatica da studiare a fondo", spiega il direttore del Parco Archeologico, Massimo Osanna.
Il bel larario, tra i più eleganti emersi a Pompei, è pertinente ad un ambiente di una casa già in parte scavata agli inizi del Novecento, con accesso dal vicolo di Lucrezio Frontone. Al centro di una parete con paesaggi idilliaci e una lussureggiante natura con piante e uccelli, si trova l'edicola sacra con ai lati dipinte le figure di Lari protettori della casa e, al di sotto, due grandi serpenti "agatodemoni" (demone buono), simbolo di prosperità e buon auspicio.
In un continuo gioco tra illusione e realtà si mescolano e confondono nell'ambiente, piante dipinte con quelle vere che dovevano crescere rigogliose nell'aiuola sottostante il larario, mentre un pavone dipinto sembra calpestare il terreno del giardino. Al pari, l'ara dipinta al centro dei due serpenti, con le offerte (la pigna e le uova), trova corrispondenza in un'arula (piccolo altare) in pietra ritrovata nel giardinetto e sulla quale ancora insistono tracce di bruciato delle offerte che servivano ad onorare le divinità domestiche, a garanzia del benessere e della prosperità di tutta la famiglia. Sulla parete opposta, invece, una scena di caccia su fondo rosso con diversi animali di colore chiaro che circondano un cinghiale nero, sembra alludere simbolicamente alla vittoria delle forze del bene sul male.
Pompei, uno degli affreschi emersi dal recente scavo
(Foto: quotidiano.net)
Si trattava di una stanza adibita al culto, ancora tuttavia da definire nella disposizione degli spazi, considerata la presenza insolita di alcuni elementi come la vasca bordata dal giardinetto, posta al centro dell'ambiente e lo spazio soppalcato che chiude uno dei lati, ancora interamente da scavare. "Questi straordinari ritrovamenti che continuano a regalare grandi emozioni, rientrano nel più vasto intervento di manutenzione, quello della messa in sicurezza dei fronti di scavo - dichiara il Direttore Generale Massimo Osanna - che sta interessando i circa 3 km di fronti che delimitano l'area non scavata di Pompei. Un intervento fondamentale in una delle aree più a rischio del sito, mai prima trattata complessivamente e che oggi, grazie all'operazione di riprofilamento dei fronti, che ha lo scopo di ridurre la pressione del terreno sulle aree già scavate, ci sta anche consentendo di portare alla luce ambienti intatti con splendide decorazioni".
Ancora un mistero resta, invece, chi fosse il proprietario di questa casa, che si trova a pochi metri da un'altra ricca abitazione, quella di Marco Lucio Frontone, e che certo doveva essere grande e decisamente opulenta, come dimostrano i numerosi ambienti scavati nell'Ottocento, oggi purtroppo spogliati di tutto, le mura glabre ridotte a scheletri muti dello sfarzo che fu. "Forse un ricco commerciante, senz'altro una personalità raffinata e colta", ipotizza Osanna. Certamente un uomo in grado di pagare le migliori maestranze e di commissionare per il suo giardino pitture che non avevano uguali nelle altre domus della città, pure in quel periodo della vita di Pompei, l'ultimo, nel quale l'Oriente era decisamente di moda e nelle case più ricche era tutto un tripudio di frutti e di animali esotici.

Fonte:
Corriere del Mezzogiorno
gazzettadiparma.it

giovedì 20 settembre 2018

Giornate del Patrimonio, i sepolcri di Fadilla e dei Nasoni

Roma, il sepolcro dei Nasoni (Foto: roma.repubblica.it)
In occasione delle giornate del Patrimonio, sabato 22 e domenica 23 settembre, la Soprintendenza Speciale riapre due piccoli gioielli romani dimenticati, la tomba di Fadilla e quella dei Nasoni. Siamo all'ottavo chilometro della via Flaminia, zona Saxa Rubra, in latino "pietre rosse", le stesse di cui era composta la collinetta tufacea che, in antichità, correva parallelamente alla consolare e nella quale i romani avevano scavato tombe rupestri ad uso familiare. Tra queste il piccolo mausoleo intitolato a donna Fadilla, nome diffuso nella famiglia degli Antonini, attualmente all'interno di un condominio dei primi del '900: scoperta nel 1923 ma poi subito chiusa, presenta un mosaico a motivi geometrici in eccellente stato di conservazione ("sembra fatto ieri", scherza la direttrice scientifica del restauro, Marina Piranomonte), sovrastato da una volta decorata con riquadri che racchiudono pavoni, caprioli, genietti alati portatori di fiaccole, ghirlande di fiori.
Roma, il sepolcro di Fadilla (Foto: roma.repubblica.it)
La sepoltura ha accolto le spoglie di Fadilla, nobildonna appartenente alla famiglia degli Antonini. Su tre pareti la tomba di Fadilla ospita sepolture ad arcosolio (nicchie scavate e sormontate da un arco, in cui venivano deposti i sarcofagi), mentre il pavimento mosaicato sfoggia raffinati pattern geometrici bianchi e neri.
Ma la vera sorpresa, a livello pittorico, giunge con la visita della più grande tomba dei Nasoni, la cui scoperta si deve ai lavori per la risistemazione della via Flaminia per il Giubileo del 1674. Di dimensioni più grandi, atto ad ospitare più di 20 defunti, il sepolcro è caratterizzato da affreschi di altissima qualità, con un ciclo dedicato alla mitologia, dove compare il Pegaso alato, Edipo e la Sfinge, una scena di Giudizio (forse di Paride), fino a quella che sembrerebbe una raffigurazione del cavallo di Troia.
Roma, particolare di uno degli affreschi della tomba di Fadilla
(Foto: roma.repubblica.it)
Pitture raffinate, tanto che nel corso dei secoli ha subito una spoliazione: alcuni degli affreschi si trovano oggi al British Museum, altri in case cardinalizie romane. Clemente X consentì, infatti, a suo nipote di appropriarsi di diverse porzioni di affreschi che servirono per adornare la sua villa sull'Esquilino. Il sepolcro presentava, originariamente, una facciata esterna in marmo a forma di tempietto, oggi scomparsa, le cui iscrizioni hanno permesso di attribuirne la proprietà a Quintus Nasonius Ambrosius, della famiglia dei Nasoni, la stirpe del poeta Ovidio. La conformazione del terreno circostante è mutata nei secoli a causa di una cava di tufo, che ha eroso la collina originaria agevolando le infiltrazioni di acqua all'interno del mausoleo.
"Oggi qui è cambiato tutto - racconta il Soprintendente Francesco Prosperetti - ma chi si allontanava da Roma lungo la Flaminia, si ritrovava circondato da un'altissima parete di tufo con mausolei rupestri sulla sinistra e altri più architettonici sulla destra". Non era una rarità, anzi, "era una caratteristica delle famiglie facoltose del Lazio settentrionale e dell'Etruria farsi costruire tombe nel tufo", aggiunge il responsabile scientifico Marina Piranomonte.
Le tombe saranno aperte una domenica al mese. Nel loro futuro, un ampio progetto di valorizzazione dell'area, che negli ultimi 20 anni ha restituito tesori archeologici come la Tomba di Macrino (nota anche come "Tomba del Gladiatore"), le testimonianze della battaglia di Ponte Milvio, la fonte di Anna Perenna, la villa di via Tortora e, in tempi recentissimi, un edificio tardo antico decorato con pregevoli mosaici, che è tuttora oggetto di indagini.
Il restauro è stato maggiormente concentrato sulla bonifica dell'esterno della tomba e finalizzato al mantenimento di un ambiente privo di infiltrazioni, solido all'interno, tale da permettere la conservazione delle decorazioni anche in futuro.

Fonti:
roma.republica.it
arte.it
adnkronos.com

sabato 5 agosto 2017

Egitto, scoperti antichi affreschi in un monastero copto

Uno dei dipinti scoperto nel monastero (Foto: english.ahram.org.eg)
I restauratori che stanno lavorando presso il monastero di San Bishoy, vicino a Il Cairo, hanno portato alla luce affreschi raffiguranti santi, martiri ed angeli. Il monastero si trova nella zona di Wadi El-Natroun.
Durante la rimozione dello strato di malta moderno dalle pareti della vecchia chiesa del monastero, sono stati scoperti diversi affreschi colorati, la datazione dei quali è stata fissata ad un periodo compreso tra il IX e il XIII secolo d.C.. Questa scoperta aiuterà gli archeologi a determinare lo stile architettonico originale della chiesa e la data della sua costruzione.
Secondo libri storici e documenti religiosi la chiesa venne sottoposta a modifiche architettoniche intorno all'840 d.C., durante l'era abbaside, e nel 1069, durante il califfato fatimida. Gli affreschi raffigurano scene di santi e angeli con, alla base, iscrizioni religiose in lingua copta. Gli affreschi più importanti sono quelli sulle pareti occidentali ed orientali dell'edificio religioso. Sulla parete occidentale compaiono una donna di nome Refka e i suoi cinque figli, martirizzati durante le persecuzioni religiose. Sulla parete orientale, invece, sono raffigurati tre santi ed un arcangelo, anch'essi con scritte copte.
Quando i restauratori hanno rimosso le aggiunte moderne, si sono trovati, poi, di fronte ad un ambone, una piattaforma elevata caratteristica di molte chiese ortodosse. L'ambone è stato costruito con mattoni di fango coperti da uno strato di malta e decorati con una croce rossa.
In varie parti della chiesa sono stati trovati disegni geometrici, croci e lettere dipinte.

Fonte:
english.ahram.org.eg

domenica 2 luglio 2017

Musei Vaticani, Raffaello ritrovato

Restauratori all'opera nei Musei Vaticani (Foto: Ansa)
Dal restauro in corso della Sala di Costantino dei Musei Vaticani è arrivata la conferma tanto attesa: le figure femminili allegorie delle virtù dell'Amicizia e della Giustizia sono opera di Raffaello.
Grazie all'opera dei restauratori dei Musei Vaticani, coordinati da Maria Ludmilla Pustka, restauratore capo del laboratorio di restauro dipinti dei Musei Vaticani, lo storico dell'arte Arnold Nesselrath, delegato per l'area tecnico scientifica dei Musei Vaticani e direttore del Reparto per l'arte dei secoli XV e XVI, ha avuto conferma di quanto scritto sulle fonti dell'epoca.
Poco prima di morire improvvisamente per febbri malariche, quindi tra il 1519 e il 1520, il maestro Raffaello Sanzio, che ha progettato e disegnato la decorazione della sala destinata a banchetti, nomine di cardinali e ricevimenti di ambasciatori e autorità politiche, ha realizzato di sua mano, due delle figure della sala poi completata dagli allievi, tra i quali spiccano Giulio Romano e Giovan Francesco Penni.
Il restauratore Fabio Piacentini, all'opera dal marzo del 2015 nella Sala di Costantino, spiega ai microfoni di Vatican Magazine che "analizzando proprio il dipinto de visu ci siamo accorti che ormai è certo l'intervento del Maestro, del grande Raffaello. Ci troviamo davanti ad un dipinto eseguito ad olio su muro, che è una tecnica veramente particolare. Effettuate le prime prove di pulitura e togliendo tutte le sostanze sovrapposte nel corso dei secoli durante i restauri più antichi, emerge la preziosità del dipinto e il tratto pittorico del maestro. La tecnica adottata è quella che Raffaello aveva messo a punto per la decorazione dell'intera sala. Sul muro applica uno strato sufficientemente spesso di una resina naturale nota anche come pece greca, e su quello poi ha dipinto come se fosse un dipinto su tela, o ancor meglio su tavola".
Conferma il professor Arnold Nesselrath delegato per l'area tecnico-scientifica dei Musei Vaticani: "Si sapeva, dalle fonti cinquecentesche, che Raffaello aveva dipinto ancora due figure in questa sala. Sapevamo che prima di morire aveva ancora fatto due prove della tecnica ad olio in questa sala. Queste due figure sono in effetti dipinte ad olio, come dicono le fonti, e sono di una qualità molto superiore a quello che sta attorno. Raffaello era un grande avventuroso nella pittura, provava sempre qualcosa di diverso. Quando aveva capito come funzionava una cosa, provava la prossima sfida. E così, quando arriva nella sala più grande dell'appartamento pontificio, decide di dipingere questa sala ad olio. E' riuscito a dipingere solo due figure e gli allievi poi hanno continuato nel metodo tradizionale e hanno lasciato solo queste due figure autografe del maestro".

Fonte:
lastampa.it

venerdì 2 giugno 2017

Gli affreschi occultati nelle catacombe di Santa Domitilla

Il soffitto affrescato appena scoperto nella catacomba di Santa
Domitilla (Foto: Andreas Solaro/AFP)
All'interno di un tunnel nel cuore della Roma antica, nelle catacombe di Santa Domitilla, gli archeologi hanno scoperto una serie di squisiti affreschi di 1600 anni fa, dipinti per commemorare i primi cristiani della città. Gli esperti hanno utilizzato la più recente tecnologia laser per rimuovere la sporcizia che si era accumulata da secoli rendendo invisibili gli affreschi.
La scoperta getta nuova luce sull'evoluzione dalle credenze pagane a quelle cristiane all'interno della ricca comunità romana del IV secolo d.C.. Gli splendidi affreschi, dai colori variegati, ornano i soffitti di due cripte destinate ad ospitare i resti di commercianti di grano e dei loro famigliari. Tra gli affreschi figurano quelli rappresentanti il trasporto di grano attraverso il Mediterraneo fino al porto di Ostia antica, dove veniva trasferito su piccole imbarcazioni che lo portavano, attraverso il Tevere, fino ai magazzini che si trovavano al centro dell'Urbe. L'importazione e la distribuzione del grano era monopolio statale, controllato da funzionari di alto rango, in un momento storico in cui ogni Romano aveva diritto ad una razione giornaliera di pane.
Gli affreschi appena scoperti sul soffitto di una delle cripte della
catacomba di Santa Domitilla (Foto: AFP)
Le cripte affrescate sono state scavate ed affrescate per le famiglie dei funzionari imperiali arricchitisi grazie al commercio del grano e alla produzione di pane. Fino a qualche anno fa, gli affreschi delle catacombe di Santa Domitilla erano coperti da uno spesso strato di grasso generato dal fumo delle lampade ad olio accese in tempi remoti, e da depositi di calcio. Il laser ha permesso di asportare i depositi di grasso e calcio, lasciando intatti i meravigliosi degli affreschi sottostanti.
Al centro di un affresco sul soffitto, si può vedere l'immagine di Cristo, seduto in trono, con due uomini ai suoi lati. Si pensa che costoro fossero i Santi Pietro e Paolo o i Santi Nereo e Achilleo, due soldati romani martirizzati perché si rifiutarono di abiurare la loro fede. Gli affreschi riprendono anche scene dall'Antico e Nuovo Testamento, con Noè, l'arca e la miracolosa moltiplicazione di pani e pesci operata dal Cristo. L'affresco sul soffitto è adorno di pavoni che, secondo la cultura pagana, erano simboli dell'aldilà. Si pensa che gli affreschi possano risalire al 360 d.C., solo pochi decenni dopo che il cristianesimo era stato dichiarato religione ufficiale dell'impero da parte di Costantino.
Le nicchie entro le quali venivano deposti i cristiani defunti
(Foto: AFP)
Gli affreschi scoperti mostrano una fusione tra i vecchi simboli pagani ed i nuovi simboli cristiani, poiché la famiglia a cui apparteneva la cripta era solo da poco convertita al cristianesimo. I ricchi romani, infatti, si convertirono alla nuova religione piuttosto tardi. Dopo la caduta dell'impero romano le catacombe finirono per essere gradualmente abbandonate e dimenticate. Vennero riscoperte nel XVI secolo da un archeologo dilettante, Antonio Bosio, che per festeggiare l'evento imbrattò con il suo nome tutti gli affreschi.
I corpi dei defunti cristiani erano avvolti in semplici lenzuola candide e collocati in nicchie rettangolari scavate nelle pareti dei corridoi catacombali. Le nicchie venivano poi sigillate con lastre di marmo. Nelle catacombe di Santa Domitilla risultano esserci almeno 70 cripte riccamente decorate. Negli anni '70 ne vennero restaurate più o meno una dozzina, ma resta da fare ancora molto lavoro.

Fonte:
telegraph.co.uk.

mercoledì 10 maggio 2017

Egitto, scoperti affreschi interessanti

Disegno sul muro della tomba di Beni Hassan che mostra un cacciatore
che tiene un cane al guinzaglio (Foto: Linda Evans)
Una mangusta al guinzaglio, un pittoresco pellicano e vari pipistrelli sono solo alcuni dei rari disegni animali rivelati da una nuova indagine in un gruppo di tombe egizie di 4000 anni fa.
Le tombe si trovano nella necropoli di Beni Hassan e sono state scavate e dettagliatamente descritte in una pubblicazione di oltre un secolo fa, a cura dell'archeologo Percy Newberry. Ora l'archeologa Linda Evans ed i suoi colleghi della Macquarie University stanno nuovamente mappando la tomba, utilizzando allo scopo le risorse della tecnologia moderna. Quest'operazione di registrazione ha "rivelato molte scene che non si trovano nella relazione di Newberry", ha detto Linda Evans.
Uno degli animali raffigurato negli affreschi, per esempio, non era stato ben identificato da Newberry. La squadra di ricercatori della Dottoressa Evans ha determinato che quest'animale è morfologicamente identico alla mangusta egiziana e viene tenuto al guinzaglio da un uomo. Non si conoscono altre immagini di manguste tenute al guinzaglio, nell'arte egizia.
La sepoltura apparteneva ad un nomarca (governatore) di nome Baqet, che visse durante l'XI Dinastia. Ad un altro nomarca, sempre di nome Baqet, appartiene una sepoltura attigua, anch'essa con un muro affrescato con l'immagine di un pellicano, dai colori ancora vividi malgrado siano trascorsi 4000 anni. Newberry non registrò la presenza di questo muro affrescato. I pellicani si incontrano raramente nell'arte egiziana.
I ricercatori stanno tuttora registrando e analizzando altri animali raffigurati sulle pareti delle tombe. In una di queste hanno individuato la presenza di pipistrelli, animali mai registrati da Newberry. In un affresco hanno contato non meno di 29 uccelli e tre pipistrelli.

Fonte:
Live Science

venerdì 28 aprile 2017

La straordinaria villa romana di Positano

Uno degli affreschi della villa romana di Positano
(Foto: Beacon)
Positano, per la sua bellezza e la sua posizione geografica, divenne un luogo di villeggiatura privilegiato già nei tempi antichi. I Romani vi edificarono una sfarzosa villa d'ozio che si inserì nel novero delle abitazioni che i ricchi cittadini dell'Urbe avevano cominciato ad edificare nel II secolo a.C. lungo tutta la costa campana.
Di queste ville restano, purtroppo, scarse testimonianze nella zona flegrea, in quella vesuviana e lungo la costa sorrentina. Per questo il ritrovamento, a Positano, di una di queste dimore di lusso costituisce una notizia clamorosa. Questa villa era, in realtà, nota già dalla metà del '700, nel periodo delle grandi scoperte archeologiche ad Ercolano (1738), Pompei (1748) e Stabiae (1749).
Nel 1758 un ingegnere svizzero, Karl Weber, addetto agli scavi borbonici, riferisce del ritrovamento, al lato di una chiesa di fronte alla spiaggia, dei resti di un antico edificio con i pavimenti in mosaico bianco, di una serie di stanze dipinte, di colonne in stucco rosso e di un giardino con vasca. Altri resti della villa emersero nel corso del tempo in più punti della cittadina, tanto che in molti pensarono ad una residenza imponente, realizzata su più piani degradanti fino alla spiaggia. Lo studioso Matteo Della Corte (1875-1962) avanzò l'ipotesi che la denominazione stessa di Positano derivasse dal proprietario della villa, Posides Claudi Caesari, liberto dell'imperatore Claudio.
Amorini in stucco dalla villa romana di Positano
(Foto: L'Espresso - Repubblica)
Ma le scoperte più eclatanti si sono avute durante gli scavi del 2003-2004, sotto la cripta della chiesa di Santa Maria Assunta, utilizzata per secoli come un cimitero, dove è stata posta in evidenza una straordinaria sequenza stratigrafica che dal '700 arriva al medioevo e all'età romana. Venne riportato alla luce parte di un ambiente riccamente decorato sepolto dall'eruzione del 79 d.C.. Gli scavi, però, furono ripresi solo nel 2015-2016, a causa di problemi di natura economica, sotto la supervisione della Soprintendenza. Gli archeologi responsabili dello scavo, Luciana Jacobelli e Riccardo Iaccarino, hanno scoperto quello che pare essere un lussuoso triclinium, del quale sono state riportate alla luce le pareti nord ed est, mentre la parete ovest risulta crollata. Un paziente lavoro di ricomposizione sta impegnando attualmente gli studiosi.
Gli affreschi presentano una notevole qualità ed originalità. La tecnica è quella che veniva solitamente utilizzata negli ambienti termali: stucco e pittura insieme. Una tecnica rara nella pittura parietale delle domus. L'uso abbondante dello stucco, la scelta di colori accesi e costosi come l'azzurro e il tema delle raffigurazioni, fanno pensare che il proprietario desiderasse ottenere un effetto scenografico a beneficio degli ospiti.
Un particolare di un amorino in stucco
(Foto: Positano News)
L'affresco, che si articola in più pannelli, è pieno di figure: animali (cigni, cavallucci, capre, pavoni), tappeti gialli e rossi, tralci di vite, quadretti marini, inseriti tutti in un'architettura fantastica. Compare anche l'immagine di una divinità, forse Dioniso. La particolare abilità nella resa pittorica degli elementi risalirebbe, secondo alcuni studiosi, a botteghe non locali ma itineranti. Si trattava, forse, di maestranze sicuramente di alta qualità provenienti da diverse zone dell'impero.
A sottolineare la ricchezza del padrone di casa c'è anche una cassaforte. Si tratta di un vero e proprio armadio blindato, tre lati in legno rivestiti internamente di ferro e uno sportello pure di ferro, chiuso da una lunga sbarra metallica. Gli archeologi ne stanno recuperando con estrema cura il contenuto. Finora sono stati identificati sei oggetti in bronzo (brocche, tazze, situle per simposi). I resti ammaccati del forziere si trovano in un cumulo di detriti vulcanici, grandi pezzi di intonaco dipinto, altri oggetti in bronzo.

Fonti:
Liberamente adattato da "Archeologia Viva", maggio/giugno 2017 e L'Espresso on line

domenica 22 gennaio 2017

Paestum, il ritorno del guerriero

Il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale ha recuperato cinque pregevoli dipinti sottratti al territorio di Paestum.
La storia di questi dipinti risale al 1995, quando un'importante indagine della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere per contrastare la piaga degli scavi clandestini e della ricettazione, mette al centro dei riflettori un noto trafficante internazionale. Grazie alle intercettazioni telefoniche si è scoperto che l'uomo aveva centinaia di reperti già piazzati sul mercato illecito in fase di trattativa con i tombaroli.
Ulteriori indagini hanno portato al sequestro di numerosi reperti, alcuni dei quali recavano ancora tracce di terra, custoditi in un deposito a Campione d'Italia (Co). Si tratta di porzioni di una tomba a cassa litica, con scene dipinte che permettono di ascriverle al repertorio delle tombe affrescate sannitico-campane di IV-III secolo a.C. nelle aree archeologiche di Paestum.
Tre lastre tombali recano le immagini di altrettante figure femminili che offrono bevande e frutta alla divinità. Le donne indossano vesti chiare bordate, al centro, di rosso; sono a braccia nude tranne una, che appare velata come ad indicare una donna di età e status superiore, la domina delle sue ancelle. Nella lastra più grande un giovane eroe a piedi, capelli neri e un filo di barba, recante uno scudo conico, un cinturone di bronzo e due corti giavellotti in ferro, conduce un mulo che trasporta un carico con un cagnolino. Questa lastra ha un diretto riscontro con un affresco rinvenuto nel 1969 negli scavi in località Andriuolo-Laghetto (Paestum). L'iconografia del ritorno del guerriero, inoltre, è un tema molto diffuso nel IV secolo a.C.
Il cavaliere è accompagnato da due guerrieri a piedi vestiti con stivali, tunica, cinturoni, scudi ed elmi. Il guerriero a destro, barba fluente e lunghi capelli neri, impugna due corte lance in ferro. Anche l'elmo è in ferro. L'uomo ha un'aria piuttosto esotica, tipica di un mercenario straniero, forse etrusco. Tutte le lastre risultano tagliate e poi ricomposte circa a metà dell'altezza, probabilmente per trafugarle e trasportarle meglio. Erano pertinenti, molto probabilmente, alla sepoltura di un membro dell'aristocrazia lucana del IV secolo a.C.

Fonte:
Liberamente tratto da Archeologia Viva marzo/aprile 2016

domenica 27 novembre 2016

Pisa, si è concluso il lunghissimo restauro del Giudizio Universale

Parte del Giudizio Universale di Buonamico Buffalmacco
(Foto: percevalasnotizie.wordpress.com)
Concluso l'intervento di restauro del "Giudizio Universale" di Buffalmacco, parte del "Trionfo della Morte" del Camposanto di Pisa, gravemente danneggiato dal bombardamento del 1994. La ricollocazione dell'opera è prevista per il 2018.
Il "Trionfo della Morte" è un ciclo pittorico attribuito al pittore trecentesco Buonamico Buffalmacco. Gli interventi su parte del ciclo pittorico sono stati realizzati dalle maestranze dell'Opera della Primaziale Pisana, sotto il controllo del Professor Antonio Paolucci e con la supervisione dei capi restauratori Carlo Giantomassi e Gianluigi Colalucci.
Gli affreschi trecenteschi del Camposanto pisano furono gravemente danneggiati durante la Seconda Guerra Mondiale, quando una granata provocò un incendio e la fusione del tetto di piombo. Gli affreschi vennero immediatamente staccati dalle pareti per poter essere restaurati. Dall'eternit al moderno aerolam, i dipinti del Camposanto hanno subito, da allora, numerosi "trasporti", termine tecnico con cui si indica il passaggio da un supporto ad un altro mediante la delicata operazione dello strappo della pellicola pittorica.
Negli gli interventi sui preziosi affreschi sono stati numerosi e solo quest'ultimo restauro ha permesso un pieno recupero delle opere. L'imponente e spettacolare restauro degli affreschi che ha portato alla loro ricollocazione nel Camposanto Monumentale è stato possibile grazie a tecniche nuove e scoperte fondamentali. Tra queste, il lavoro dei batteri mangiatori, fondamentali per eliminare la caseina, usata nel dopoguerra per il fissaggio degli affreschi strappati, che provocava rigonfiamenti, crepe e perdite di strato pittorico sugli affreschi. Questo sistema innovativo è stato messo a punto dal microbiologo Giancarlo Ranalli, dell'Università del Molise.

Fonte:
percevalasnotizie.wordpress.com

venerdì 18 novembre 2016

Trovata tomba ellenistica in Giordania

Uno degli affreschi trovati nella sepoltura
(Foto: lastampa.it)
Recentemente è stata scoperta, in Giordania, una tomba a Beit Ras, nel nord del Paese, durante uno scavo per il risanamento idrico cittadino.
Si tratta di una caverna con all'interno due camere sepolcrali, la più grande delle quali contiene un sarcofago di basalto decorato con incisioni a teste di leone. Sulle pareti circostanti vi sono numerosi affreschi a olio in colori brillanti, figure umane, cavalli ed altre scene mitologiche, alcune delle quali erose dal tempo. Secondo gli esperti, gli affreschi offrono informazioni interessanti sugli antichi riti di sepoltura.
La seconda camera contiene due ulteriori tombe, questa volta senza artefatti. Gli affreschi sembrano appartenere al primo periodo romano-ellenistico e comprendono figure di viti che rappresentano la vita sociale e agricola dell'epoca. Le iscrizioni e alcuni reperti trovati nella camera sepolcrale più grande verranno presto analizzati per approfondire il periodo esatto di costruzione del sepolcro.

Fonte:
lastampa.it

mercoledì 26 ottobre 2016

Plovdiv, trovato un importante frammento paleocristiano

L'affresco ritrovato nella basilica di Plovdiv (Foto: sofiaglobe.com)
Gli archeologi che stanno lavorando al sito della grande basilica di Plovdiv, in Bulgaria, la più grande chiesa paleocristiana dei Balcani, hanno scoperto un affresco raffigurante San Pietro. Il frammento risalirebbe al XIII-XIV secolo.
Sono stati rinvenuti due strati pittorici, probabilmente attribuibili ad un maestro di Costantinopoli, un lavoro piuttosto preciso e magistrale. Il ritrovamento di questo frammento conferma l'importanza della chiesa nell'antichità e, soprattutto, nel medioevo.
Vicino l'affresco, gli archeologi hanno rinvenuto un'iscrizione con il nome del donatore, Avram. L'iscrizione è in greco bizantino. Si pensa che la chiesa servisse ad una necropoli del X-XI secolo. Nei pressi dell'ingresso della struttura religiosa sono state trovate una serie di raffigurazioni di uccelli tra cui un pavone multicolore.

Fonte:
sofiaglobe.com

martedì 11 ottobre 2016

La nuova "casa" del Tuffatore di Paestum...

La scena principale della Tomba del Tuffatore di Paestum (Foto: ansa.it)
Una "nuova casa" per la Tomba del Tuffatore. Grazie ad una sinergia tra pubblico e privato il prezioso manufatto viene esposto nella sala "Mario Napoli" del museo di Paestum, che è stata completamente rinnovata. Accanto a quella del Tuffatore, reperto davvero singolare risalente al 480 a.C., ritornata a Paestum dopo essere stata esposta a Napoli, viene esposta anche la Tomba delle Palmette, scoperta tempo fa ma che è ancora oggetto di studi.
La nuova collocazione della Tomba del Tuffatore è stata presentata alla stampa dal direttore del museo di Paestum, Gabriel Zuchtriegel che si è detto emozionato: questo restauro "esprime la nostra filosofia che ci guiderà per i prossimi anni". Niente interventi megalomani ma, ha aggiunto "riqualificazione del ricchissimo patrimonio archeologico, architettonico e artistico che abbiamo".
La ristrutturazione della sala "Mario Napoli" è avvenuta grazie alla donazione di 25mila euro di un imprenditore, Antonio Palmieri, della tenuta Vannulo.

Fonte:
ansa.it

domenica 21 agosto 2016

Riapre Villa La Quiete a Firenze

Dettaglio dell'Incoronazione della Vergine del Botticelli
(Foto: intoscana.it)
Grandi capolavori di Botticelli e Ghirlandaio rimasti nascosti al pubblico per anni tornano visibili a Villa La Quiete a Firenze, complesso monumentale sulla collina di Castello di proprietà della Regione Toscana, ma gestito in collaborazione con l'Università fiorentina. La mostra, che resterà aperta fino al 30 ottobre, è la prima parte di un percorso museale più ampio che sarà inaugurato nella primavera del 2017, con il riallestimento delle stanze dell'Elettrice Palatina: qui sarà collocata la porzione più consistente della quadreria presente nella villa.
Nel refettorio della Villa - già convento delle Montalve, ordine religioso dedicato a partire dal Seicento all'educazione delle giovani nobili - si possono così ammirare alcune grandi opere, come l'Incoronazione della Vergine e santi di Sandro Botticelli, lo Sposalizio mistico di Santa Caterina di Ridolfo del Ghirlandaio e un crocifisso di Baccio da Montelupo.
"Con la decisione di creare un percorso museale per valorizzare l'ingente patrimonio culturale presente nella Villa - ha commentato il rettore dell'ateneo fiorentino, Luigi Dei - abbiamo voluto riaffermare, di comune accordo con la Regione, il principio dell'indissolubilità e dell'integrità della risorsa pubblica, che deve essere patrimonio dell'intera collettività."
"L'apertura dell'esposizione temporanea - ha affermato la vicepresidente della Regione Toscana, Monica Barni - rappresenta il primo passo per la valorizzazione e la fruizione del complesso di Villa La Quiete, straordinario sia per i capolavori che in esso sono contenuti, sia perché rappresenta un unicum di documentazione sulla pedagogia messa in atto dall'ordine delle Montalve. I recenti interventi di restauro realizzati dalla Regione Toscana permetteranno il riallestimento delle stanze dell'Elettrice Palatina e la definitiva apertura al pubblico della collezione."

Fonte:
intoscana.it

Tunisia, Numluli: una città dalle molte vite

Tunisia, gli scavi di Numluli (Foto: Unione Sarda) Nel governatorato tunisino di Béja , gli archeologi stanno riportando alla luce una città...