Visualizzazione post con etichetta Fenici. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fenici. Mostra tutti i post

domenica 4 giugno 2017

Libano, trovate misteriose teste femminili in terracotta

Due delle quattro teste trovate a Porfireon dalla Missione Archeologica
Polacca (Foto: A. Olesiak - Centro polacco di Archeologia mediterranea)
I resti di almeno quattro teste femminili realizzate in terracotta, sono state rinvenute presso l'antica città di Porfireon, nell'attuale Libano. Nel 2013 un team di archeologi polacchi hanno scoperto una dozzina di frammenti pertinenti le teste in ceramica e li ha datati a circa 2400 anni fa. I frammenti sono stati trovati in quella che, anticamente, era una discarica per rifiuti, mescolati con ossa animali e resti di olive e di cereali. I frammenti sono stati, ora, assemblati.
La testa meglio conservata è alta circa 24 centimetri e larga 15, è decorata con vernice rossa e presenta un copricapo a corona, molto particolare, solitamente associato alle figure femminili dell'antica Grecia. Dimensioni simili le ha anche un altro reperto analogo trovato nella stessa discarica. Delle altre due teste rimangono, purtroppo, solo frammenti.
La testa in primo piano reca al collo un amuleto wadjet(Foto: A.Olesiak)
La parte superiore della testa in ceramica meglio conservata presenta dei fori, utilizzati, forse, per appenderla ad una parete. Sul reperto sono conservate anche le impronte digitali dell'antico artista che ha plasmato l'argilla. Tutte e quattro le teste sono state gettate via quando i locali dove erano custodite furono ristrutturati o ricostruiti. Si tratta, secondo gli archeologi, di rappresentazioni di divinità delle quali, però, non si conosce il nome, non essendovi alcuna scritta che possa identificarle.
I quattro reperti in ceramica presentano tratti caratteristici di diverse culture: elementi fenici, di origine egiziana e anche di origine greca. Una delle teste, per esempio, reca la raffigurazione di un amuleto wadjet (l'occhio di Ra egiziano) al collo. Questo amuleto, che gli antichi egizi pensavano potesse proteggere chi lo indossava, fu preso più tardi assimilato anche in altre culture.
Gli archeologi non sono ancora in grado di dire dove siano stati forgiati i reperti appena ricomposti, anche se hanno scoperto che l'argilla utilizzata proviene dalla zona intorno a Tiro, un'antica città che si trovava anch'essa nell'attuale Libano. Si pensa che le quattro teste siano state forgiate in un'epoca in cui l'impero persiano controllava una vasta area del Medio Oriente, comprendente l'antica città di Porfireon e la città di Tiro.

Fonte:
livescience.com

giovedì 9 febbraio 2017

Sardegna, riemergono i resti della necropoli della cartaginese Bithia

(Foto: Mibact Sardegna)
Chia, ancora una volta il mare porta alla luce tesori sepolti dalla sabbia e dal tempo. Dopo le violente mareggiate che recentemente si sono abbattute sulla bellissima spiaggia di Sa Colonia, nel comune di Domus De Maria, si scoprono resti dell'antica civiltà punica.
Si tratta di una porzione della necropoli pertinente alla città di Bithia, importante centro abitato almeno dall'VIII secolo a.C. al VI secolo d.C. La necropoli era già stata oggetto di scavi da parte della Soprintendenza per i beni archeologici, che aveva indagato oltre 300 tombe. Per recuperare le nuove sepolture emerse, la Soprintendenza ha effettuato, all'indomani della mareggiata, un intervento urgente che ha consentito il recupero di sepolture a cassone, sepolture a incinerazione, sepolture a "enchitrismòs" pertinenti ai diversi ambiti cronologici rappresentati nella necropoli.
Le ultime indagini archeologiche hanno riguardato la topografia della città, in particolare il santuario-tofet, le fortificazioni fenicio-puniche, oltre alla vasta necropoli litoranea.
Le prospezioni del 1964 della missione congiunta dell'Università di Roma e della Soprintendenza Archeologica di Cagliari hanno consentito l'identificazione del tofet di Bithia nell'isolotto di Su Cardulinu, ad est dell'acropoli. La piccola isola presenta un muro di cinta sul lato nord, in relazione all'istmo sabbioso che talora collega la terraferma. All'interno dell'isolotto sono stati posti in luce tre altari di grandi dimensioni legati all'offerta di bambini alla divinità, mediante il loro olocausto. Le deposizioni entro urne fittili accompagnate dalle oil bottles arcaiche e l'assenza di stele (introdotte nei tofet di Cartagine) connotano l'uso dell'area santuariale-funeraria limitatamente ai secoli VII e VI a.C. che segnarono la fase di fioritura di Bithia.
Le tombe scavate nel 1974 presentano una notevole varietà: si hanno semplici fosse aperte nella sabbia, tombe a cassone, urne fittili entro ciste litiche. Tale varietà è in sintonia con le principali necropoli fenicie della Sardegna (Nora, Monte Sirai, Pani Loriga, Tharros, S. Giovanni di Sinis, Othoca) e del resto della colonizzazione semitica occidentale.
Nei corredi delle tombe alle classiche ceramiche rituali fenice (brocche con orlo a fungo e a orlo trilobato, piatti ombelicati, oil bottles, lucerne a conchiglia) si affianca il vasellame di importazione etrusca (buccheri ceretani, oinochòe e kylix a ventaglietti, anforette a doppia spirale, olpe e alàbastra etrusco-corinzi, coppette su piede) del 630-540 a.C.; corinzia (aryballos piriforme, alàbastron); attica (coppa a figure rosse del Pittore di Winchester); ionica.
Si hanno pure gioielli d'argento, raramente aurei, armi in ferro, bronzi della metà del VII secolo a.C., uova di struzzo, amuleti. I dati della necropoli, integrati dai rinvenimenti superficiali nell'area della necropoli di Torre di Chia, documentano un centro fenicio sorto intorno alla fine dell'VIII secolo a.C. per le esigenze del mercato fenicio e decaduto per l'avvento di nuovi equilibri economici e politici imposti da Cartagine verso gli ultimi anni del VI secolo a.C.
La Bithia punica rivela una ridotta ripresa in epoca ellenistica, alla quale si deve la ristrutturazione della cinta muraria e la costituzione del Santuario di Bes, con una stipe votiva caratterizzata da figurine tornite di devoti sofferenti. Le ricerche sul periodo romano sono state estremamente limitate: ci si è limitati ad un titulus funerario medio-imperiale di Valerius Genialis, alla pubblicazione di un corredo tombale del II secolo d.C. e di un'anfora iberica.
Fonte:
castedduonline.it

giovedì 26 maggio 2016

Il Dna dei Fenici e Ariche

La ricostruzione del "Giovane di Byrsa" o "Ariche" (Foto: Adnkronos)
(Fonte: Adnkronos) - Un antichissimo popolo di commercianti e viaggiatori inizia a rivelare i suoi più intimi segreti, grazie alla medicina moderna. Un team di scienziati guidato da Lisa Matisoo-Smith, dell'Università di Otago in Nuova Zelanda, ha sequenziato il primo genoma mitocondriale completo di un fenicio di 2500 anni fa, soprannominato il "Giovane di Byrsa" o "Ariche".
Questo è il primo Dna antico ottenuto esaminando resti fenici, sottolineano gli scienziati, e l'analisi del team dimostra che l'uomo apparteneva a un raro aplogruppo europeo - un gruppo genetico con un antenato comune - cosa che probabilmente collega la sua discendenza materna ai centri collocati da qualche parte sulla costa del Mediterraneo, molto probabilmente nella penisola iberica.
Secondo Matisoo-Smith, del Dipartimento di Anatomia, i risultati forniscono la prima prova della presenza dell'aplogruppo mitocondriale U5b2cl europeo in Nord Africa e datano il suo arrivo almeno al tardo VI secolo a.C.. Questo "è considerato uno dei più antichi aplogruppi in Europa ed è associato con le popolazioni di cacciatori-raccoglitori. E' straordinariamente raro nelle popolazioni moderne: oggi si trova in Europa con una frequenza inferiore all'1%", dice l'esperta. Inoltre l'analisi mostra che "il make up genetico mitocondriale di Ariche si avvicina a quello dei moderni abitanti del Portogallo", prosegue Matisoo-Smith.
Si pensa che i Fenici abbiano avuto origine dalla zona che ora è il Libano, e la loro influenza è arrivata attraverso il Mediterraneo a ovest della penisola iberica, dove questi mercanti avevano stabilito insediamenti e stazioni commerciali. La città di Cartagine in Tunisia era un un porto fenicio, chiave per i commerci. I ricercatori hanno analizzato il Dna mitocondriale di 47 libanesi moderni e non hanno trovato tracce del lignaggio U5b2cl. Precedenti ricerche le avevano individuate, invece, in due antichi cacciatori-raccoglitori in un sito archeologico nel nordovest della Spagna.
"Un'ondata di popoli dal Vicino Oriente ha sostituito questi cacciatori-raccoglitori, ma alcuni dei loro lignaggi potrebbero aver resistito nella penisola iberica e sulle isole", finendo a Cartagine, "tramite la rete commerciale fenicia". La cultura fenicia e il commercio hanno avuto un impatto significativo sulla civiltà occidentale. Ad esempio, questo popolo ha introdotto il primo sistema di scrittura alfabetica.
"Sappiamo ancora poco sui Fenici stessi, fatta eccezione per le fonti di parte e sui testi dei rivali romani e greci. Si spera i nostri risultati e altre attività di ricerca gettino ulteriore luce sulle origini, l'impatto dei popoli fenici e la loro cultura", conclude l'esperta.

domenica 27 settembre 2015

Un particolare del sito archeologico di Monte Sirai (Foto: famedisud)
Nei giorni scorsi, nella necropoli della cittadella fenicio-punica di Monte Sirai a Carbonia, in Sardegna, gli archeologi coordinati dal Professor Michele Guirguis hanno riportato alla luce la tomba di una bambina vissuta tra il V e il IV secolo a.C., deceduta all'età di un anno.
Il corredo funerario riflette la fase di consolidamento della presenza cartaginese sull'isola. La bambina sembra aver goduto, in vita, di una notevole considerazione, accanto le è stata deposta una campanella di bronzo e altri oggetti dello stesso metallo, tra i quali un anello, una collana con vaghi di pasta vitrea policroma e due braccialetti.
Monte Sirai venne edificata su un'alura dai Fenici di Tiro. Il suo nome richiama il termine assiro Suru, fenicio Sr, ebraico Sor, che vuol dire "roccia" o "scoglio" da cui sarebbe derivato, secondo gli studiosi, anche il nome della città di Tiro. Nell'autunno del 1962 un ragazzo di Carbonia ritrovò una figura femminile scolpita su una stele del tofet. Nel 1963 la Soprintendenza e l'Istituto di Studi del Vicino Oriente dell'Università di Roma iniziarono gli scavi e presto portarono alla luce gran parte dell'insediamento punico.
La città di Monte Sirai venne costruita intorno al 740 a.C., il suo abitato è integro nei suoi elementi fondamentali e venne abbandonato nel 100 a.C. per motivi ancora sconosciuti. L'insediamento è composto di tre grandi settori: l'abitato, che occupa la parte meridionale della collina; il tofet sul lato settentrionale, dove venivano seppelliti i corpi bruciati i defunti con riti particolari; le due necropoli nella valle che separa il tofet dall'abitato..

venerdì 14 novembre 2014

Sepolture fenicie in Libano

Le lampade ritrovate nell'antica sepoltura fenicia (Foto: The Daily Star - Stringer)
Un sito archeologico fenicio è stato scoperto nel sud del Libano, durante i lavori per l'estrazione di gres da una grotta. Il sito conteneva lampade ad olio e ossa umane.
Il ritrovamento è stato effettuato nel villaggio di Kawkaba. Le lampade ad olio recuperate sono circa 50 ed hanno svariate forme. La grotta, scavata nella roccia calcarea, è composta da tre camere separate, ognuna delle quali contiene una sepoltura di circa 180 centimetri di larghezza e 75 centimetri di profondità.

sabato 24 maggio 2014

Eccezionale ritrovamento a Sidone

La statua ritornata alla luce a Sidone
(Foto: The Daily Star/Mohammed Zaatari)
E' stata scoperta, a Sidone, in Libano, la statua di un sacerdote fenicio in uno scavo nella parte meridionale della città. Oltre alla statua sono emersi, dal sottosuolo, altri reperti. Si tratta di un ritrovamento eccezionale poiché è il primo, in Libano, dopo decenni.
La statua del sacerdote è alta 115 centimetri e risale al VI secolo a.C.. Lo scavo dal quale è emersa è attivo da ben sedici anni. E' dal 1960 che non si hanno ritrovamenti simili in Libano. Il sacerdote indossa un gonnellino a pieghe, lo shenti, con un lembo pendente dalla vita fino all'orlo. La mano sinistra è chiusa a pugno attorno ad un oggetto sconosciuto, forse un rotolo. La statua è stata riutilizzata dai Romani, che l'hanno posta al di sotto del pavimento di marmo di una casa.
Dagli scavi sono emerse anche tre sale risalenti al III millennio a.C., pertinenti un edificio pubblico, un deposito con del farro carbonizzato e 20 sepolture di adulti e bambini vissuti nel II millennio a.C.

venerdì 23 agosto 2013

Il lungo cammino della cannella

Rovine di Tel Dor, a 30 Km da Haifa, Israele. Qui sono state
trovate le boccette per la cannella  (Foto: Lang Gito)
In Israele sono state trovate le prove che 3000 anni fa veniva commerciata la cannella. I ricercatori hanno analizzato il contenuto di 27 flaconi provenienti da cinque siti archeologici d'Israele ed ha scoperto che 10 dei flaconi contengono cinnamica, il composto che dà alla cannella il suo particolare aroma, il che indica che, in questi contenitori, è stato conservato il sale.
Finora tracce di cannella sono state trovate in Estremo Oriente, nel sud dell'India e dello Sri Lanka. Tracce ne sono state ritrovate anche in Africa, anche se non corrispondono al materiale ritrovato nei flaconi in Israele.
La recente scoperta fa pensare ad un commercio ad ampio raggio di spezie già 3000 anni fa. Il pepe nero, per esempio, dall'India è stato ritrovato nella mummia di Ramses II, vissuto 3200 anni fa. Al momento in cui è stato commerciata la cannella, la costa d'Israele era abitata dai Fenici, un popolo rinomato per la sua abilità marinara.
Le boccette che contenevano la cannella sono state prodotte nel nord d'Israele, che allora faceva parte della Fenicia. I contenitori sembrano essere stati prodotti esclusivamente per contenere la preziosa spezia, hanno un'apertura piuttosto stretta e le pareti spesse. La cannella arrivava in Israele in forma secca e, raggiunta la Fenicia, veniva mescolata con del liquido e versata in questi contenitori. Dalla Fenicia la cannella in bottiglia veniva spedita in tutto il paese e nelle regioni limitrofe fino a Cipro.
I ricercatori ritengono che la cannella fosse mescolata con il vino. In effetti anche oggi questa spezia è spesso utilizzata in ricette a base di vino, tra le quali il vin brulé o speziato.

venerdì 24 maggio 2013

I segreti dell'avorio fenicio


Scultura fenicia in avorio
un tempo dorato (Louvre)
Alcune sculture d'avorio, forgiate dagli antichi fenici circa 3000 anni fa hanno a lungo nascosto un segreto, malgrado fossero esposte agli occhi di tutti nei più grandi musei di tutto il mondo. Le sculture, infatti, anticamente erano dipinte con pigmenti colorati ed alcune erano addirittura decorate con oro.
I ricercatori hanno eseguito delle analisi chimiche nei laboratori francesi e tedesche che hanno evidenziato come questi reperti, risalenti all'VIII secolo a.C., recano tracce di metallo invisibili ad occhio nudo. Questi metalli si ritrovano in pigmenti comunemente utilizzati nell'antichità come il blu, il cui pigmento è a base di rame egiziano o l'ematite, alla cui base ci sono pigmenti di ferro.
La ricerca in oggetto è stata effettuata su un avorio originariamente rinvenuto in Siria ed attualmente conservata nel Museo di Stato di Baden, a Karlsruhe, in Germania. Gli studiosi pensano che gli avori fenici fossero, inizialmente, dipinti, ma ad oggi sono state esaminate solo pochissime tracce presenti sui diversi oggetti ritrovati.

martedì 19 marzo 2013

Sarcofagi punici e strade romane in Sardegna

Frammenti di un sarcofago del periodo fenicio-punico e frammenti relativi al coperchio in parte rivestiti con intonaco e decori sono emersi sul litorale di Cabras, nei pressi di San Giovanni di Sinis, in Sardegna.
A causare il ritrovamento sono state le forti piogge e le mareggiate dei giorni scorsi. Inoltre è risultata in parte visibile la parte superiore di un altare funerario lavorato, simile ad un altare conservato nel museo comunale di Nurachi. Grazie alle pioggie, poi, è riemerso un tratto della vecchia strada romana litoranea che, da Turris Libisonis (la vecchia Porto Torres) toccava i centri di Bosa, Cornus (S. Caterina di Pittinuri) e Tharros.
A breve saranno effettuati i rilievi fotografici e cartografici. Nell'attesa i reperti sono stati ricoeprti con la sabbia.

lunedì 31 dicembre 2012

Fenici giramondo

Maschera ghignante fenicia
I Fenici goderono della fama di ottimi navigatori sin dal loro primo apparire sulle scene del Mediterraneo, nel II millennio a.C.. Essi percorrevano il mare alla ricerca delle materie prime tanto loro necessarie, di luoghi dove stabilire empori e mercati, come Cartagine.
I Fenici si arrischiarono, pare, anche oltre le Colonne d'Ercole, come risulta da alcuni scritti di autori classici. Le prime notizie riguardo gli scambi tra le città fenicie con l'esterno, si trovano nel racconto romanzato del sacerdote egiziano di Tebe Wenamon, che raggiunse Biblo per comprare il legno di cedro necessario per costruire la barca sacra ad Amon (XI secolo a.C.).
Anche la Bibbia fornisce importanti testimonianze delle imprese commerciali marittime che Salomone intraprese con Hiram, re di Tiro, nel X secolo a.C.. Si trattava di viaggi commerciali verso il paese di Ofir (la Somalia o la Nubia) e verso Tarshish (Tartesso, nella Spagna sudoccidentale). Da Ofir provenivano l'oro e l'incenso, da Tarshish l'argento, il ferro e lo stagno.
Gli autori classici riportano che i Fenici colonizzarono il Mediterraneo nell'XI secolo a.C.. Al 1110 a.C. è attribuita la fondazione di Cadice, al 1101 quella di Utica e Lixus. Cartagine venne fondata nell'814-813 a.C., come è stato confermato anche dagli scavi.
Nell'isola di Cipro, isola del rame (Cuprum) per antonomasia, l'impianto urbano di Kition, colonia di Tiro, risale al IX secolo a.C., e proprio da Cipro si diffusero, in tutto il Levante, idee e tecniche del Vicino Oriente.
Manfatto fenicio in pasta di vetro
Nella seconda metà dell'VIII secolo a.C. Rodi aveva una folta comunità di coloni Fenici che commerciavano in olii aromatici. Contemporaneamente a Creta lavoravano stabilmente artisti orientali ed anche Malta ebbe la sua razione di contatti con l'intraprendente popolo di navigatori.
Nel Mediterraneo i Fenici raggiunsero la Sicilia per poi penetrare nel Tirreno, facendo tappa nel fondaco di Pithecoussa (Ischia), per raggiungere le coste etrusche e la Sardegna, dove la metallurgia aveva avuto modo di svilupparsi già a partire dal XV secolo a.C., su influsso dei navigatori Micenei. Tra gli approdi fondati sull'isola si contano Tharros, Nora, Cagliari e Monte Sirai.
La più antica fondazione fenicia nel Mediterraneo fu Cadice, chiamata Gdr in fenicio e importante per il commercio dell'argento. Gli storici Strabone e Velleio Patercolo collocano la fondazione della colonia di Tiro Gadir nel 1100 a.C.. Oggi la città si presenta come una penisola, ma studi paleotopografici hanno dimostrato che, anticamente, era un vero e proprio arcipelago composto da tre isolette: Erytheia, dove si sviluppò l'abitato, Kotinoussa, dove si trovava la necropoli e il tempio di Melqart e Antipolis. Altre colonie fenicie erano state impiantate sulla Costa del Sol tra il 750 e il 550 a.C.

venerdì 21 settembre 2012

Filistei di Sardegna

L'anforetta con iscrizioni filistee
Alle falde del Gennargentu, in Sardegna, nel grande santuario nuragico di S'arcu 'e is Forros, nel comune di Villagrande Strisaili, in provincia di Nuoro, è venuto alla luce un vero e proprio centro cerimoniale, attrezzato per affrontare le folle dei pellegrini che arrivavano da ogni parte della Sardegna e sottoposto ad una efficiente gerarchia di principi-sacerdoti.
In questa località sono state scoperte le tracce di officine metallurgiche che producevano ex voto da lasciare alla divinità. Il bronzo, poi, utilizzato per questi ex voto, veniva riciclato per confezionare altri bronzetti votivi da mettere in vendita. E' stata ritrovata, nei retrobottega di queste officine, una notevole quantità di oggetti in bronzo pronti per essere nuovamente fusi e modellati.
All'interno di una delle capanne in pietra che facevano parte di questa sorta di villaggio sacro, gli archeologi guidati dalla dottoressa Maria Ausilia Fadda hanno sorprendentemente ritrovato un'anfora cananea dell'VIII secolo, con tanto di iscrizione in caratteri filistei. Questa scrittura non è stata attualmente ancora decifrata ed è stata attestata, finora, solo da pochi reperti e tutti provenienti dal Levante. Era utilizzata dai Filistei, una popolazione di origine cretese stanziatasi sulle coste della Palestina, che la utilizzarono fino all'adozione dell'alfabeto dei vicini Fenici.
"E' una scoperta eccezionale. - Ha spiegato, alla rivista "Archeologia Viva" la dottoressa Fadda. - Questo reperto è la prova di una presenza orientale continuativa anche nella Sardegna interna. Dobbiamo dedurre che i coloni Fenici che si insediarono sulle coste dell'isola fondando empori erano stati preceduti da altri Fenici che, insieme ai Filistei, vivevano nei villaggi nuragici come quello di S'arcu 'e is Forros, gomito a gomito con la popolazione locale".

domenica 22 luglio 2012

Ritrovato l'antico porto di Akko

Akko, il vecchio porto
L'Israel Antiquities Authority ha annunciato di aver scoperto, durante una campagna di scavo ai piedi delle costruzioni portuali di Akko, resti appartenenti ad un porto che servì la città nel periodo ellenistico (III-II secolo a.C.), porto che era, all'epoca, il più importante porto d'Israele.
I primi indizi che indicavano la possibile esistenza di un molo portuale si ebbero nel 2009, quando fu scoperta una sezione di pavimento costituito da larghe lastre di arenaria, disposte secondo lo stile utilizzato dai Fenici per le costruzioni portuali. Questo pavimento, scoperto sotto la superficie dell'acqua, determinò una serie di discussioni tra gli archeologi, incentrantesi soprattutto sull'appartenenza del pavimento ad un molo oppure ad un grande edificio.
Tra gli ultimi ritrovamenti sono da annoverare delle grandi pietre di ormeggio che, un tempo, erano incorporate al molo e che erano utilizzate per assicurare le imbarcazioni ancorate al porto circa 2300 anni fa. Quest'ultimo e fondamentale ritrovamento ha risolto la diatriba tra gli archeologi sulla pertinenza della copertura pavimentale in arenaria. In aggiunta gli studiosi hanno ritrovato le prove di una deliberata e sistematica distruzione del porto nell'antichità.
La struttura portuale ritrovata apparteneva, forse, all'antico porto militare di Akko. Si tratta di un impressionante sezione di pavimento in pietra di otto metri di lunghezza e cinque di larghezza. Il pavimento è delimitato da entrambe le parti da due imponenti muri di pietra, costruiti anch'essi secondo una tecnica in uso tra i Fenici. Sembra che il pavimento tra i due muri sia scivolato verso sud, mentre alcune pietre sono cadute al centro del pavimento.
Oltre alle strutture in pietra dell'antico porto, sono stati ritrovati anche centinaia di frammenti di ceramica, tra i quali dozzine di vasi e di oggetti metallici intatti. La prima identificazione dei vasi in ceramica indica che molti di essi provenivano dalle isole del mar Egeo, quali Knido, Rodi, Kos e da altri porti che si trovavano lungo le coste del Mediterraneo. Questi ritrovamenti costituiscono una prova evidente della collocazione del porto ellenistico o del porto militare dell'antica Akko. Finora l'ubicazione del porto, infatti, non era molto chiara.
Gli scavi proseguono per accertare la reale ampiezza del porto e per chiarire da chi è stato distrutto il porto, se da Tolomeo nel 312 a.C., oppure gli Asmonei nel 167 a.C. o se la distruzione sia stata causata da altri eventi.

domenica 22 aprile 2012

Ritorno a Tel Achziv

Reperti fuori del Museo di Tel Achziv
Il sito di Tel Achziv si trova sulla cima di una collina di arenaria e le sue rovine guardano la costa settentrionale dello stato di Israele, ai confini con il Libano. Si tratta di resti di strutture di un'antica città portuale del periodo Calcolitico (4500-3200 a.C.).
Il sito, che sta per essere nuovamente esplorato dagli archeologi, è stato già oggetto, in passato, dell'interesse degli studiosi. Innanzitutto da Moshe Prausnitz, tra il 1963 ed il 1964 e da E. Ben-Dor ed E. Mazar, che scoprirono cimiteri fenici di grandi dimensioni. Tel Achziv era, infatti, un grande porto cananeo fortificato e protetto da un massiccio bastione. Divenne uno dei maggiori porti fenici per il commercio marittimo. La città fiorì all'epoca dei Fenici, nel IX secolo a.C., e venne conquistata dal re assiro Sennacherib alla fine dell'VIII secolo a.C.. Malgrado questo, la città continuò a mantenere la sua importanza durante l'età ellenistica e romana, al punto da essere menzionata da Giuseppe Flavio quando parla del luogo di cattura del fratello di Erode. Ma anche Plinio (23-79 d.C.) e Claudio Tolomeo (circa 150 d.C.) ricordano la città fenicia, quest'ultimo la inserì addirittura nella sua mappa del mondo.
Tel Achziv, maschera fenicia
Ora gli studiosi, supportati da studenti e volontari e guidati dal dottor Gwyn Davies della Florida International University e dal dottor Assaf Yasur-Landau dell'Università di Haifa, torneranno sulla collina per scavare quanto ancora non è stato scavato, con la speranza di completare il quadro della storia di quest'antica città. Tra gli obiettivi primari vi è lo scavo di una monumentale struttura romana che si ritiene essere una villa costiera (e, quindi, comprendente anche uno stagno per i pesci), lo studio delle varie strutture portuali della città e una maggiore attenzione al bastione dell'Età del Bronzo, di cui si vuole capire la effettiva grandezza e la composizione.

sabato 8 ottobre 2011

Mozia, uno scavo italiano


Il tempio del Kothon

Durante una tavola rotonda svoltasi al Museo del Louvre di Parigi, l'archeologo italiano Lorenzo Nigro ha illustrato i dieci anni di scavi e ricerche che l'Università "La Sapienza" ha condotto nell'isolotto di Mozia. Non ultima la notizia del ritrovamento, sull'isola, di un edificio di culto collegato a una zona protoindustriale a ovest del santuario del Kothon, in cui era importante la presenza di acque e nel quale sono stati ritrovati anche, quali offerte, i resti di animali sacrificati.
Il ritrovamento del tempio del Kothon è indice del primo insediamento fenicio sull'isola. Nel santuario sono stati ritrovati anche uno scarabeo egizio in feldspato verde, un simposio e un cratere decorato con figure rosse, di fattura attica. Il grande temenos, il recinto templare, ha restituito, durante l'ultima campagna di scavo, resti umani ed altre offerte. Le mandibole umane saranno sottoposte all'analisi del Dna per conoscere la composizione etnica dell'antica popolazione di Mozia.
Il Kothon era una piscina sacra rettangolare, che raccoglieva l'acqua affiorante da una falda. Il temenos, o recinto sacro, che la circondava era di forma circolare e venne costruito intorno alla metà del VI secolo a.C.. Aveva un diametro di 118 metri ed è stato quasi del tutto messo in luce. La struttura più antica era realizzata con pietre di calcarenite.
Con la violenta distruzione che seguì l'assedio siracusano del 397-396 a.C., il Kothon venne praticamente raso al suo e gli arredi sacri che conteneva vennero dispersi. Dopo un breve periodo la città venne rioccupata e l'area del tempio accuratamente ripulita. I resti dell'edificio vennero smontati con cura e riutilizzati per realizzare un'area sacrale a cielo aperto. L'obelisco che sorgeva dinnanzi alla corte del tempio precedento ed un'altro betilo furono sepolti in una grande favissa di 4 metri di diametro. I resti vennero disposti a semicerchio in file sovrapposte, con al centro la base e la cuspide dell'obelisco spezzato. La favissa era allineata con l'ingresso principale del tempio precedente.

domenica 21 agosto 2011

Selinunte greca e punica

Tempio di Hera a Selinunte
La città di Selinunte prende il nome dal selinon, il prezzemolo selvatico. Fu fondata dai coloni di Megara Hyblaea, guidati dall'ecista Pammilos, nel VII secolo a.C.
Successive migrazioni di coloni megaresi sicelioti si ebbero verso la fine del VII e per tutto il VI secolo a.C. Quando, all'inizio del V secolo, scoppiò la guerra tra Greci di Sicilia e Cartaginesi, conclusasi con la battaglia di Himera (480 a.C.), Selinunte si alleò con Cartagine fino a venire distrutta, nel 409 a.C., proprio dai Cartaginesi i quali, in seguito, la ricostruirono e la fortificarono nell'area dove sorgeva l'acropoli.
Il dominio punico durò fino alla prima Guerra Punica, quando Cartagine, per difendersi dai Romani, decise di accentrare le sue forze a Lylibeo, dove trasferì la popolazione di Selinunte. La città venne, pertanto, nuovamente distrutta.
Un violento terremoto, tra il X e l'XI secolo, finì per ridurre la città ad una grande rovina. Selinunte fu riscoperta dallo storico Tommaso Fazello, nel XVI secolo. Gli scavi furono iniziati dagli inglesi nel 1823.
I Megaresi, al momento della colonizzazione, si insediarono su una zona del sito dove, in seguito, sarebbe sorta la polis. Già sul finire del VII secolo a.C. avevano occupato l'acropoli, la pianura Mannuzza, il sito dove sono visibili i resti del santuario della Malophoros, la fonte del Selinos e la collina orientale.
Gli archeologi fanno risalire la data di fondazione ad un periodo compreso tra il 650 e il 627 a.C.. Successivamente fu fissato il confine tra lo spazio urbano e quello destinato alla sepoltura dei defunti attraverso la costruzione di mura che, nel contempo, avevano anche una funzione difensiva (VI secolo a.C.). Il processo di urbanizzazione si perfezionò tra il VI e il V secolo a.C., probabilmente in coincidenza con l'instaurazione della tirannide o con il ristabilimento di un regime aristocratico o oligarchico a seguito della fallita spedizione di Dorieo.
Le opere maggiori dal punto di vista architettonico furono realizzate nel 570 a.C., quando le condizioni economiche di Selinunte erano senz'altro estremamente floride. Le aree riservate negli impianti di epoca arcaica occupano posizioni marginali comunque ben collegate ai grandi assi che costituiscono il fulcro della pianta cittadina. Le zone deputate alla vita politica, civile e religiosa della città furono sempre piuttosto autonome.
Nel 1977, alla foce del Selinos, fu scoperto un secondo porto (il primo porto era situato sul litorale della vallata, tra l'acropoli e la collina orientale), incluso nel medesimo tracciato di quello dell'acropoli ed abitato ininterrottamente fino alla fine del V secolo a.C.
Nella zona residenziale non lontana dall'acropòoli, sorse un impianto arcaico di isolati paralleli alla linea di costa. Gli isolati erano larghi circa 30 metri e le strade 3,25. L'abitato risulta essere stato abbandonato verso la metà del VI secolo a.C.. Le abitazioni arcaiche furono distrutte e sostituite da difici in grossi blocchi, molto più grandi. Lungo le strade sorsero nuovi muri a prendere il posto dei precedenti. Le abitazioni private, originariamente composte da un solo vano, si arricchirono di diverse stanze.
La zona sacra occupava metà dell'acropoli. Qui sorsero, sin dalla fine del VII secolo a.C., cappelle votive, aree e recinti sacri. L'edificazione continuò fino al V secolo a.C.. Ad est venne realizzato un vasto spiazzo sostenuto da un muro a gradini. Alla fine del V secolo a.C. venne costruito un portico a due ali, il cui colonnato era in armonia con le colonne dei templi della collina orientale. Il primo di questi templi ad essere edificato fu quello di El, nella stessa epoca in cui furono costruiti i primi luoghi di culto dell'acropoli.
Secondo Plutarco, verso la metà del IV secolo a.C., "la maggior parte delle città sopravvissute erano occupate da barbari di stirpi diverse e da soldati che nessuno pagava più e che accoglievano volentieri tutte le rivoluzioni". I Cartaginesi aiutarono Selinunte a riprendersi ed aprirono una nuova fase di prosperità che si tradusse con il rifiorire della trama urbana. La città venne ricostruita sul suo sito primitivo, anche se in modo più limitato. Alcuni quartieri furono abbandonati e occupati da sepolture (350 a.C.). Sia l'abitato chei luoghi di culto assunsero, però, un aspetto e i caratteri peculiari della civiltà punica.
Le potenti fortificazioni dell'acropoli furono rafforzate a nord da un complesso sistema difensivo. La vecchia cinta muraria fu raddoppiata, a sud-est, con una nuova linea difensiva marcatamente punica. A sud-ovest fu aperta una nuova porta fortificata che guardava in direizone del porto e che formava l'ossatura della nuova zona abitativa insediata negli antichi santuari. Nella zona orientale, agli antichi edifici religiosi si aggiunsero altri edifici di carattere cultuale squisitamente punico.

lunedì 18 luglio 2011

Emerge il tempio di Sulky

Area del centro abitato di Monte Sirai
Lo scorso 20 giugno è stato dato inizio alla IV Summer School di archeologia fenicio-punica nell'area urbana di S. Antioco, in provincia di Carbonia-Iglesias. La campagna si è aperta nel migliore dei modi, dal momento che sono stati riportati alla luce i resti di un santuario. Lo ha annunciato il professor Piero Bartoloni, ordinario di archeologia fenicia e punica dell'Università di Sassari, che dirige gli scavi.
Il sospetto che qui sorgesse un'area sacra era, del resto, suggerito dai frammenti di ex voto, parti di doni frammisti a rame. Questo era il tempio, secondo il professor Bartoloni, dove si effettuava la pratica dell'incubatio, nella quale i malati che si recavano al tempio per ottenere la guarigione, sostavano nell'area sacra per dormire. In base, poi, ai sogni fatti, i sacerdoti davano un'interpretazione della malattia del fedele.
Sant'Antioco è la fondazione fenicia più antica  in Sardegna. Il villaggio si chiamava Sulky e conserva i resti di un insediamento di VIII secolo a.C. L'area in cui si stanno svolgendo gli scavi è nota come Cronicario e la sua scoperta risale al 1983. Vi sono, oltre a quelle cartaginesi, emergenze di epoca romana.
Un altro sito interessato dalla campagna di scavi attuale è il Monte Sirai, scelto dai fenici, nel 750 a.C., per installarvi un insediamento utilizzato, in seguito, dai punici. Qui si conservano tracce dell'abitato ma anche la necropoli con camere ipogee di età punica.

martedì 12 aprile 2011

Mogoro e il suo nuraghe


Il paese di Mogoro, in provincia di Oristano, in Sardegna, presenta tracce antiche dell'esistenza dell'uomo. La maggior parte degli studiosi concorda nel far risalire il toponimo Mogoro al basco Mokòr e allo spagnolo Mogòte, altopiano, cima collinare, collina bassa. Altri possibili significati, recentemente ipotizzati, sono quelli che vogliono Mogoro derivare da mogheròs, luogo faticoso o da mahor, stanziamento od ospizio. Non secondaria è la derivazione dal fenicio makor, fonte, dal momento che a Mogoro esistono due sorgenti d'acqua. Gli uomini hanno abitato il sito sin dal Paleolitico superiore (13000 anni fa), con più o meno continuità nel corso dei secoli. Questa presenza è attesata dai ritrovamenti di centri per la lavorazione dell'ossidiana e dall'importante villaggio di Puisteris. Il fiorire delle cinte megalitiche durante l'Età del Rame ha portato gli studiosi a pensare che si sia venuta a creare, in quel periodo, una situazione di generale irrequietezza nel Mediterraneo, provocata dalla ricerca, estrazione, commercio e lavorazione dei metalli. In quest'epoca si continua ad abitare in villaggi di capanne circolari, con l'aggiunta di zoccolatura in pietra, soprattutto nei pressi di Oristano e di Cagliari. I morti continuano ad essere deposti in tombe ad ipogeo, in grotte naturali oppure in tombe interrate. Nel 509 a.C., Cartagine prese il controllo di tutta la Sardegna, sia quella costiera che quella dell'entroterra. Ai punici si sostuirono i Romani, che si impadronirono delle aree più fertili dell'isola. Vennero, allora, inviati in Sardegna prigionieri di guerra, tra cui 4000 ebrei, soldati romani e mercenari, ai quali vennero affidate le terre divise in piccoli appezzamenti, affinché le coltivassero ed incrementassero la produzione di cereali necessaria per sostenere il resto dell'impero. Nel medioevo Mogoro fece parte del Giudicato d'Arborea. Nel 1355 inviò i propri rappresentanti al primo parlamento convocato a Cagliari da Pietro IV d'Aragona. In quello stesso anno fu concesso in feudo dal sovrano a Francesco di San Clemente. Nel 1421 venne devoluto a Giordano Tola, nel 1442 fu venduto al mercante di Sassari Giacomo Manca. Dal punto di vista archeologico, in località Puisteris, ai margini del tavolato basaltico di Perdiana, è stato intercettato e scavato un insediamento prenuragico dove, negli anni '50 del secolo scorso, le ricerche archeologiche hanno permesso di riportare alla luce uno dei più importanti villaggi neolitici della Sardegna. Sono emersi i resti di ben 260 strutture di capanne di varia forma. Qui si svolgeva l'importante lavorazione dell'ossidiana. Saggi di scavo condotti recentemente hanno confermato l'importanza assunta dall'ossidiana per gli abitanti di Puisteris. Il minerale veniva trasportato dal Monte Arci dal Rio Mogoro che lo depositava dopo le piene delle stagioni piovose. L'età nuragica è documentata, inoltre, da diversi monumenti, primo tra tutti il complesso di Cuccurada, posto sullo sperone meridionale di un altopiano basaltico. Questo complesso comprende le emergenze di un nuraghe polilobato, imperniato, al centro, su un primitivo edificio a corridoio, al quale si appoggia il bastione, composto da quattro torri periferiche. Le torri sono raccordate tra loro da cortine che circondano un cortile centrale dove si aprono le porte che permettono l'accesso a quasi tutti i vani interni. Una poderosa struttura ciclopica ellitica cinge il nuraghe a sud-ovest. All'interno di questo importantissimo complesso sono stati trovati oggetti molto interessanti per lo studio della cultura nuragica, tra i quali un piccolo gruppo in bronzo che raffigura una scena di caccia, rinvenuto in una delle torri periferiche. Un'altra importantissima scoperta è stata quella di un deposito votivo di età tardo-romana, collocato nel corridoio d'ingresso al cortile. Qui sono emersi moltissimi crani e mandibole di ovini, caprini e bovini, ma anche spilloni crinali in osso, lucerne fittili integre e frammentarie, monete di bronzo, frammenti di vetro e numerosi altri reperti risalenti al IV secolo a.C.. Nel corridoio d'ingresso al cortile è, inoltre, emersa una stipe votiva del IV secolo d.C.

sabato 26 febbraio 2011

Gli splendori di Leptis Magna


Nel giugno del 193 d.C. il nuovo imperatore di Roma, Settimio Severo, entrò in città alla testa delle legioni che lo avevano proclamato capo supremo in Pannonia. Per i Romani fu una vera novità, perchè Settimio Severo proveniva dall'Africa. Era, infatti, originario di Leptis Magna, situata in Tripolitania, regione occidentale dell'attuale Libia.
Quando Settimio Severo divenne imperatore di Roma, Leptis Magna aveva alle spalle già un ricco capitolo di storia. Le sue origini, infatti, si fanno risalire al II millennio a.C., quando nacque come emporio dei Fenici, attratti dalla ferilità del suo suolo e dalla possibilità di commerciare in oro, avorio, spezie e schiavi. Lbq era il suo nome fenicio, più tardi latinizzato in Leptis. La città venne fondata contemporaneamente ad altri insediamenti della zona, come Sabratha e Oea (attuale Tripoli). I Fenici, più tardi, finirono per chiamare quest'ampia zona dell'Africa "regione degli empori".
Il territorio dell'antica Leptis possedeva molti dei requisiti fondamentali ricercati dai Fenici: era un luogo centrale per instaurare un proficuo scambio di merci con il continente africano ed era un luogo facilmente difendibile. I Fenici trovarono un promontorio non eccessivamente elevato nei pressi del fiume Wadi Lebda, in prossimità di una spiaggia ben riparata che permetteva il varo delle navi.
Cinque secoli più tardi Leptis entrò nella sfera d'influenza di Cartagine, pur mantenendo la sua autonomia politica ed economica. Nel VI secolo a.C. la città fu assalita da un esercito spartano, efficacemente respinto dai Cartaginesi, ai quali Leptis rimase sempre fedele, anche durante le guerre puniche. Quando Cartagine venne definitivamente rasa al suolo dai Romani, nel 146 a.C., Leptis si alleò con Roma. L'occasione fu quella delle campagne militari contro Giugurta, re di Numidia (l'attuale Algeria nord-occidentale), che aveva perpetrato un eccidio ai danni dei commercianti italici di Cirta, oggi Costantina. In quest'occasione, gli abitanti di Leptis fornirono ai Romani navi da trasporto e furono ricompensati con la concessione del titolo di città federata di Roma. In questo modo Leptis poté conservare magistrature tipicamente puniche e poté continuare ad adorare le proprie divinità protettrici, soprattutto Melqart, che corrispondeva all'Ercole dei Romani. A Leptis si continuò ad utilizzare la lingua punica al fianco del latino.
Durante la seconda metà del I secolo a.C. Leptis godette di un periodo di prosperità che le derivava dal commercio dei prodotti agricoli coltivati in vasti latifondi. Durante il conflitto tra Cesare e Pompeo si schierò con quest'ultimo e questo le costò un tributo annuale in olio di oliva e la riduzione a "città stipendiaria".
Con Ottaviano Augusto si assistette alla metamorfosi urbanistica della città che, con il tempo, diventerà una delle più importanti del Mediterraneo. Augusto riunì l'Africa in un'unica provincia e concesse a Leptis il privilegio di autogovernarsi e l'esenzione dai tributi. Leptis, quindi, dal punto di vista urbanistico fu trasformata in una vera e propria città romana. Venne tracciata una pianta a scacchiera delle vie cittadine, avente al suo centro l'incrocio tra il cardo e il decumano. Nella parte più antica, dove sorgeva ancora la città punica, si progetto quello che è attualmente chiamato il Foro Vecchio. Qui sorgeva il tempio dedicato a Melquart, che divenne un santuario dedicato a Roma e Augusto. Accanto ad esso sorsero altri due edifici religiosi dedicati alle divinità protettrici della città: Bacco-Liber Pater (lo Shadapra fenicio) ed Ercole. I tre santuari comunicavano tra loro per mezzo di un complesso di arcate poste al livello del foro. Successivamente, tra il I e il II secolo d.C., nella stessa area venne costruito un complesso di edifici amministrativi tipici delle città romane: la basilica e la curia.
Un benefattore del luogo di nome Iddibal patrocinò la costruzione di un tempio dedicato a Cibele che si andò a collocare proprio accanto all'area civile romana. Un altro cittadino di Leptis, Annibale Tapapio Rufo, nel desiderio di emulare Augusto ed essendo uno dei più ricchi cittadini di Leptis, fece costruire, nel 9 d.C. il macellum, mercato di carne e di pesce. Questo mercato fu realizzato in pietra calcarea ricoperta di marmo, era di forma rettangolare ed aveva un cortile porticato sul quale vennero eretti due padiglioni. Dieci anni dopo, sfruttando un dislivello del terreno, Annibale Tapapio Rufo fece costruire un teatro che, nella parte inferiore, era completamente scavato nella roccia e aveva un palcoscenico spettacolare, restaurato e coperto di marmi nel II secolo d.C.. Nel 35 d.C. Suphunibal, figlia di Annibale, fece edificare, nella parte superiore della gradinata, un tempio dedicato a Cerere.
Altro benefattore cittadino fu Iddibal Cafada Emilio, che eresse il Calcidico, un edificio di cui non si conosce bene la destinazione d'uso e che, probabilmente, finì per essere adibito a mercato di stoffe.
L'epoca aurea di Leptis coincise con il regno di Settimio Severo (193-211 d.C.) che la trasformò in capitale della provincia di Numidia e le concesse lo ius italicum, praticamente l'esenzione dalle imposte sulle proprietà terriere e privilegi fiscali. Proprio grazie a questi privilegi poté aver luogo un grandioso progetto edilizio, che monumentalizzò Leptis. Innanzitutto venne ampliato il porto della città. Il progetto prevedeva la costruzione di un porto a pianta pentagonale, riparato dai venti, dai temporali e dai nemici. A protezione del porto dovevano esser costruiti una diga e un faro a tre piani. Architetti e ingegneri, però, non compresero che senza la corrente del fiume, la sabbia avrebbe finito per depositarsi nel bacino portuale.
Per mettere in comunicazione il porto con la parte meridionale di Leptis venne costruita una grandiosa via colonnata, lunga 400 metri e larga 44. Essa collegava il porto alle terme e terminava in una piazza ottagonale decorata con un ninfeo. Ciascun lato di questa imponente via era dotato di 125 colonne di marmo verde con venature bianche, sulle quali poggiavano delle arcate.
Il Foro Nuovo è, però, l'elemento architettonico più rappresentativo di Leptis. Esso era anche detto Foro Severiano, da Settimio Severo, appunto, e comprendeva anche la basilica, per la quale non si badò a spese. Il Foro era, praticamente, una piazza chiusa di 100 per 60 metri, con pavimento in marmo, che richiamava i classici fori della romanità. Il tempio principale che si ergeva nel foro era ottastilo, le sue colonne erano in marmo rosso su basi bianche e decorate con una gigantomachia in rilievo che rappresentavano gli dei del pantheon romano e quelli orientali che combattevano contro giganti dal corpo serpentiforme. Il portico che correva tutt'intorno al foro si reggeva su un centinaio di colonne di marmo verde venato, poggiate su basi in marmo bianco, quest'ultimo impiegato anche per i capitelli. Gli archi sostenuti dai capitelli recavano scolpiti mostri della mitologia. Sotto le arcate della piazza sorgevano diversi edifici commemorativi.
La basilica, vicina al foro, era sicuramente l'edificio di spicco, il più lussuoso, di tutta Leptis. Fu iniziata da Settimio Severo e terminata dal figlio Caracalla nel 216 d.C.. Era lunga 92 metri e larga 40 e divisa in tre navate. Il secondo piano era sostenuto da 40 colonne in granito rosso di provenienza egiziana.
Il culmine dello splendore di Leptis si ebbe nel 203 d.C., quando la famiglia dell'Imperatore e lo stesso Settimio Severo visitarono la città. In quest'occasione fu innalzato un arco in onore dell'illustre cittadino, decorato da vittorie alate e rilievi. Le pareti interne dell'arco erano dotate di pannelli che ricordavano la vittoria sui Parti dell'imperatore.
Nel III secolo d.C. Leptis Magna attraversò un periodo di pace, anche se cominciarono a comparire i primi segni di decadenza. Ad aggravare la crisi intervenne il definitivo insabbiamento del porto che influì negativamente sulle capacità commerciali della città. Leptis finì per cadere nelle mani di un'oligarchia che mirava più ad arricchirsi che a curare e garantire il bene comune.
Intorno al 300 d.C. la riforma territoriale voluta da Diocleziano divise l'impero in province, prefetture e diocesi e Leptis, con l'area confinante, venne inserita nella provincia di Tripolitania. Il IV secolo d.C. fu inaugurato in modo funesto da due forti scosse di terremoto che causarono alla città gravi danni. Malgrado ciò, Leptis parve riprendersi sotto Costantino: furono nuovamente innalzate le mura cittadine che il terremoto aveva sbriciolate. Nel 365 d.C., però, un nuovo terremoto distrusse numerosi monumenti che non vennero più ricostruiti per mancanza di fondi. Intervennero, poi, diverse sommosse a carattere religioso, quando la Tripolitania venne coinvolta nella lotta contro l'eresia donatista, nata tra coloro che rifiutavano di riconoscere quei vescovi che non avevano resistito alle persecuzioni di Diocleziano e avevano consegnato ai magistrati i libri sacri.
Intorno al 430 d.C. i Vandali diedero a Leptis il colpo di grazia, saccheggiando una città oramai ridotta in miseria. Nel V secolo, poi, si verificarono delle rovinose inondazioni dovute al cattivo drenaggio del Wadi Lebda e tempeste di sabbia seppellirono interi isolati e monumenti. Quando i Bizantini occuparono Leptis lo fecero solo a scopo militare. Costruirono delle mura difensive per il porto, mentre il resto della città rimase in uno stato di completo abbandono, tranne una piccola basilica situata in un angolo del Foro Severiano e il tempio di Roma e Augusto che era stato trasformato in chiesa.
Nel 634 le truppe arabe si impadronirono di quel che rimaneva di una splendida città. Sopravvisse solo un piccolo villaggio, sorto nel luogo in cui i Fenici si erano stabiliti ben 1700 anni prima. Un'invasione di nomadi, però, spazzò via il villaggio, che scomparve nell'XI secolo. Le sabbie del deserto finirono per ricoprire Leptis fino a cancellarne ogni traccia.
Nel 1686 e nel 1708 Claude Lemaire, console di Francia a Tripoli, con il consenso delle autorità ottomane, spoliò di colonne e marmi quel che restava visibile di Leptis ed inviò tutto in Francia, dove il prezioso materiale venne utilizzato per edificare la reggia di Versailles. Altri marmi, in seguito, finirono a Londra e nel castello dei Windsor.
Il primo intervento scientifico in loco fu quello dell'epigrafista italiano Federico Halbherr, nel 1910, condotto con lo storico Gaetano De Sanctis. Quando l'Italia occupò la Libia, nel 1911, ebbe inizio lo scavo sistematico della città. Il soprintendente per l'archeologia della Tripolitania, Salvatore Aurigemma, raccolse moltissimo materiale. Il primo, però, a scavare sistematicamente l'antica Leptis fu Pietro Romanelli che, tra il 1919 e il 1928, scoprì le terme e la basilica di Severo.

martedì 22 febbraio 2011

Il cuore antico di Marsala, l'antica Lilibeo


Durante gli ultimi scavi archeologici a Marsala, nell'area di Capo Boeo, sono stati rinvenuti un impianto termale perfettamente conservato, inglobato in fortificazioni di più di due metri di altezza, una porta monumentale di accesso alla città antica dal porto e un altro tratto del decumano maggiore. Quest'ultimo è stato in uso fino al IV secolo d.C. e corrisponde all'attuale via XI Maggio, nel centro urbano di Marsala.
A condurre gli scavi la Soprintendenza ai Beni culturali di Trapani, con l'archeologa Rossella Giglio. L'estensione del decumano finora messo in luce è di circa 110 metri, l'intera larghezza dell'arteria stradale è stata stimata in 9,20 metri. I canoni del decoro architettonico della strada romana prevedevano, oltre al lastricato di calcare compatto bianco, anche delle canalette di scolo laterali, realizzate con mattoncini posti a spina di pesce. Un gigantesco collettore fognario attraversava il decumano in corrispondenza dell'incrocio, ad angolo retto, con un altro asse stradale.
Le ricerche condotte nel corso del '900 in aree private del centro urbano di Marsala, avevano già fornito dati relativi all'assetto urbano e alla necropoli. Già negli anni novanta del 1900 le scoperte della dottoressa Giglio hanno permesso di ampliare le conoscenze sulle testimonianze funerarie monumentali, con il ritrovamento dell'ipogeo dipinto di Crispia Salvia, che presenta una vivace decorazione policroma. Inoltre è stato identificato un intricato dedalo sotterraneo pertinente delle catacombe paleocristiane.
L'antico centro di Lilibeo, attuale Marsala, occupava tutta l'area urbana della città moderna. Nel 1999 è stata scoperta una piccola necropoli del V-VI secolo d.C. proprio su Capo Boeo. Ai margini del decumano massimo sono stati riportati alla luce degli isolati, con resti pertinenti strutture abitative (muri e pavimenti, soprattutto). Sulla pavimentazione stradale sono state rimesse in luce molte tombe, di cui due sono considerati dei casi unici: due tombe dipinte con iscrizioni in greco del VI-VII secolo d.C., racchiuse all'inizio e alla fine da piccole croci.
Nel 2005, durante lavori di restauro nell'area della chiesa di S. Giovanni Battista al Boeo, che ingloba, nella parte sotterranea la cosiddetta "Grotta della Sibilla", gli scavi condotti dalla dottoressa Giglio hanno riportato alla luce rilevanti strutture e una statua marmorea, frammentaria, che raffigura Venere del tipo Callipige (dalle belle natiche). La statua è stata in mostra a Bonn nel 2008 per poi rientrare a Marsala per essere definitivamente esposta nel Museo Archeologico "Baglio Anselmi".
Il complesso di culto, il primo ritrovato a Lilibeo, attivo fino al III-IV secolo d.C., è articolato in tre corpi di fabbrica rettangolari, delimitati da una strada, il cui tracciato è inserito nella maglia regolare del reticolo viario cittadino. L'aula centrale del complesso, che presenta un pavimento in mosaico a decorazione geometrica policroma, ha una pianta rettangolare con podio per statua, nei pressi del quale sono stati ritrovati numerosi frammenti di statue in marmo ed iscrizioni che, in parte, si riferiscono al culto di Iside. L'elemento più importante, tra i rinvenimenti, è la statua femminile di Venere, che è stata spezzata in antico, ed altri frammenti (due piedi, la mano sinistra e elementi del panneggio).
Sono, nel frattempo, in corso di studio le testimonianze epigrafiche, tra cui una in lingua latina, che fa riferimento alla costruzione di un tempio di Ercole.

martedì 11 gennaio 2011

I Fenici d'Algeria


(da "Archeogate") L'Istituto di Studi sulle Civiltà Italiche e del Mediterraneo Antico del Consiglio Nazionale delle Ricerche si è fatto promotore nel campo degli studi sulla civiltà fenicia e punica di prestigiose imprese archeologiche in diversi paesi del Mediterraneo. Tra queste imprese, il progetto di mostra internazionale "I Fenici in Algeria. Le vie del commercio tra Mediterraneo ed Africa Nera".
L'esposizione si inaugurerà il 20 gennaio 2011 presso il Palais de la Culture di Algeri e rimarrà aperta fino al 28 febbraio 2011. L'iniziativa è posta sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana e del Presidente della Repubblica Algerina Democratica e Popolare ed è stata sostenuta sin dall'inizio dal ministro della Cultura algerina.
L'esposizione vuole essere una presentazione della cultura fenicia in Algeria, in modo da evidenziare il particolare rapporto tra le popolazioni numidiche ed i navigatori fenici venuti dall'Oriente per reperire materie prime. Si propone, inoltre, di valorizzare la cultura fenicia in Algeria, sviluppatasi dalla fine del VII al I secolo a.C.), intesa come trait d'union tra il mondo nord-africano e quello europeo, in grado anche di esaltare la civiltà delle popolazioni numidiche locali.
La mostra, pensata innanzitutto per stimolare, nel pubblico algerino, la riscoperta delle proprie origini e identità nell'ampio contesto mediterraneo, si rivolge anche ad un pubblico più vasto, internazionale, al quale vuole proporre un percorso insolito e poco conosciuto della comune civiltà del mare nostrum: per tale motivo il progetto espositivo prevede diverse successive sedi europee tra cui, per prima dopo Algeri, Roma.
L'iter ideale della mostra si sviluppa tra due mari, il Mare Mediterraneo ed il Sahara, il mare di sabbia, per sottolineare il ruolo dell'Algeria antica come ponte, come "terra di mezzo", tra il mondo mediterraneo e quello africano. In questo modo il visitatore può progressivamente scoprire attraverso gli occhi dei Fenici sbarcati sulle coste dell'Oranese, provenienti dalla Penisola Iberica, le immense risorse umane ed economiche di una terra già ricca di storia e tradizioni come l'Algeria.

Spagna, scoperto un interessantissimo carro votivo in bronzo

Spagna, il carro votivo in bronzo (Foto: CSCIC Comunicaciòn) Nel sito archeologico di Casas del Turunelo , nella provincia di Badjoz , in Sp...