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venerdì 15 agosto 2025

Castelseprio, scoperto i resti di un edificio. Indizi delle origini?

Gli scavi di Castelseprio (Foto: archeomedia.net)

Castelseprio era un'antica città dotata di mura possenti, torri, case e chiese. L'insediamento venne distrutto nel 1287 durante la guerra tra i Visconti di Milano ed i Della Torre per il controllo del territorio.
Prima di allora l'abitato era capoluogo del Seprio, un importante distretto territoriale oggi compreso tra l'Alto Milanese ed il Varesotto. Sotto i re longobardi aveva raggiunto straordinarie vette di splendore. Tra il VI ed il X secolo, un pittore venuto dall'Oriente aveva dipinto i suggestivi e misteriosi affreschi della chiesa di Santa Maria foris portas, oggi ritenuti un capolavoro dell'arte medioevale. Il sito, nel 2011, è entrato nella lista dei beni UNESCO e dichiarato Patrimonio Mondiale dell'Umanità.
Finora poco si sapeva sulla storia più antica di Castelseprio e non era noto il periodo di fondazione della città. La IX campagna di scavi presso la "casa medioevale", conclusasi nel luglio 2025, ha in parte chiarito questo mistero. Gli archeologi, che avevano trovato nelle precedenti campagne resti di abitazioni di epoca basso medioevale, longobarda e gota, infatti, hanno fatto una scoperta inaspettata: hanno portato alla luce i resti di un edificio databile tra il IV ed il V secolo d.C.
Grazie a questa scoperta, i ricercatori potranno comprendere meglio le origini dell'insediamento. Si pensa che quanto scoperto possa avere una rilevante importanza in campo archeologico. Infatti permette di spostare le origini dell'intero insediamento ad un'epoca nella quale l'impero romano era ancora in vita, prima dell'arrivo dei Longobardi (568), che lo portarono al massimo splendore.
Castelseprio aveva iniziato a formarsi, dunque, già in piena epoca romana, epoca alla quale data il basamento della torre di Torba, nella parte bassa del sito (che parrebbe, appunto, risalire a fine IV - inizio V secolo d.C.). La nascita del castrum non fu una conseguenza delle dinamiche medioevali, ma affonda le radici nel periodo tardoantico, in una fase storica di grandi cambiamenti e transizioni.
Durante il regno longobardo (568-774) vennero realizzati i celebri affreschi della chiesa di Santa Maria foris portas. Questi affreschi sono ispirati ai Vangeli apocrifi ed in particolare al Protovangelo di Giacomo, testo greco della metà del secolo. Le pitture erano celate da strati di intonaco attribuibili a rimaneggiamenti successivi. Quando sono stati scoperti risultavano anche parzialmente danneggiati dai martellamenti del XVI secolo, dovuti al sovrapporsi di nuove decorazioni.

Fonti:
archeomedia.net
storiearcheostorie.com

venerdì 14 giugno 2024

Rho, dagli scavi di piazza Visconti emerge una strada romana

Rho, gli scavi in piazza Visconti (Foto: stilearte.it)

Gli scavi avviati per la rigenerazione di piazza Visconti a Rho, in provincia di Milano, stanno portando alla luce diversi reperti archeologici. Dopo le palificazioni medioevali e le ossa di bovino, le ruspe hanno permesso di scoprire come la strada di epoca romana proseguisse andando a costituire un crocevia.
A quanto pare, dunque, l'incrocio tra gli assi portanti cardo massimo  decumano, che a lungo si è pensato fosse di fronte alla chiesa di San Vittore, dove oggi sorge la piazza omonima, si troverebbe più o meno davanti all'accesso principale di Villa Banfi, già villa Visconti.
Dagli scavi sono emersi un ferro di cavallo e frammenti di cerchione di una ruota di carro, elementi che rafforzano l'idea di un punto del territorio percorso da cavalli e carri. Scavi del passato, realizzati per garantire sottoservizi utili alle abitazioni del territorio, hanno già danneggiato la strada in alcuni punti. Il livello più basso, secondo quanto risulta dalle tecniche di costruzione, sarebbe ascrivibile all'epoca romana. In realtà si parla di tre strati di costruzione sovrapposti: uno di epoca romana, uno tardo romano, uno medioevale.
In epoca romana la città era inserita nell'antica organizzazione amministrativa della Regio XI Transpadana e conserva ancora tracce evidenti dell'organizzazione stradale romana. Le strade attuali seguono in gran parte l'andamento delle antiche vie romane, orientandosi principalmente in direzione est-ovest e nord-sud, seguendo il tracciato della centuriazione romana.
Tra i ritrovamenti più significativi figura la via Mediolanum-Verbannus, un'importante arteria stradale che collegava Milano al Verbano, passando per Legnano e Gallarate, con Rho che fungeva da punto di sosta strategico, rappresentando il decimo miglio lungo il percorso. Per agevolare i commerci lungo questa via, gli antichi romani deviarono il corso del fiume Olona a Lucernate, creando un canale artificiale che seguiva il tracciato della via, consentendo un maggiore flusso di merci grazie al trasporto fluviale.
La presenza cristiana a Rho è documentata sin dal IV e V secolo. A piazza San Vittore sono emersi i resti di un antico cimitero e una cappella cristiana, mentre a via Belvedere sono state trovate tombe cappuccine, alcune delle quali recanti incisioni dell'alfa e dell'omega, simboli cristiani.

Fonte:
stilearte.it

domenica 12 febbraio 2023

Milano, riemergono testimonianze di epoca romana in via Zecca Vecchia

Milano, i lavori di scavo in via Zecca Vecchia
(Foto: milanotoday.it)

Un parco archeologico di 3.800 metri quadrati nel verde, con testimonianze romane emerse per caso, durante i lavori di costruzione di un albergo di cinque piani nel cuore di Milano, in via Zecca Vecchia, nel quartiere Cinque Vie. Ed ora nasce un comitato per la valorizzazione dell'area, quella dell'ex Garage Sanremo.
Alcuni mesi fa, durante i lavori di abbattimento dell'autorimessa e l'escavazione delle fondamenta del nuovo edificio, erano emersi i primi resti, con l'intervento della Sovrintendenza e il blocco del cantiere.
Ora è arrivata la conferma che si tratta di un'area di grande pregio storico: vi sono tracce della prima età imperiale, come le fondazioni di un antico edificio pubblico (forse un bagno termale, visto che vi è la prova di un sistema di riscaldamento), o i resti di un forno, ma anche un tratto di oltre 20 metri di fognatura ancora ben conservato. E poi il tracciato di due strade, una delle quali sarebbe diventata successivamente il cardo massimo dell'antica città di Mediolanum.
I residenti della zona chiedono che quest'area archeologica sotterranea venga protetta e valorizzata, come già accade per i resti dell'antico Circo Romano che, tra l'altro, sorge a poca distanza da via Zecca Vecchia. Vicino, inoltre, c'è piazza San Sepolcro, dove era il Foro dell'antica Mediolanum. Ne restano porzioni della pavimentazione nei sotterranei della Biblioteca ambrosiana e della chiesa. Il sito di via Zecca Vecchia potrebbe, quindi, fornire indizi anche di epoche anteriori.
"E' uno scavo impegnativo, quello cui lavorano gli archeologi, una grande occasione di esplorare stratigraficamente l'area. Si possono capire le trasformazioni nel tempo da indizi di frammenti, di marmi, canalette, residui di muri o cavità asportate, non molto ma tutto prezioso. Sarebbe bello, ad esempio, fissare il tracciato del cardo romano", spiega la Soprintendente alle Belle Arti e Paesaggio Antonella Ranaldi. Oltre ai marmi sono emersi frammenti di eleganti colonne. Non poteva mancare una piccola porzione di un tempio di origini romane.
Lo scavo è sotto la direzione scientifica di Annamaria Fedeli, coadiuvata da una composita e qualificata squadra di archeologi esperti di varie epoche: "Si cercano anche le preesistente scomparse, eventualmente anteriori all'epoca romana". 

Fonti:
milanotoday.it
milano.corriere.it


domenica 15 maggio 2022

Como, il tesoro ritrovato

Como, il tesoro di monete (Foto: romanoimpero.com)
Nel settembre 2018 aveva fatto notizia lo straordinario rinvenimento, nel corso di indagini archeologiche condotte dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Como, Lecco, Monza e Brianza, Pavia, Sondrio e Varese, di un tesoro composto da mille solidi del V secolo d.C. e da alcuni altri manufatti aurei.
Grazie alla collaborazione fra la Soprintendenza e diversi enti di ricerca è stato possibile effettuare analisi scientifiche che hanno offerto importanti tasselli per l'interpretazione del tesoro e per accrescere le nostre conoscenze sulla monetazione sulla storia del V secolo d.C.
Le monete appartengono alle emissioni degli imperatori Arcadio, Onorio, Teodosio II, Valentiniano III, Marciano, Petronio Massimo, Avito, Leone I, Maioriano, Libio Severo, Antemio e Anicio Olibrio. Sono presenti solidi anche a nome delle Auguste Aelia Pulcheria, Galla Placidia, Giusta Grata Onoria e Licinia Eudossia.
Sono presenti per lo più emissioni di zecche occidentali con prevalenza di quella di Milano, dalla quale provengono 639 solidi. Questo indica che il tesoro fu costituito in Italia settentrionale, nell'area direttamente dipendente da Milano per l'approvvigionamento monetale.
Il V secolo d.C. fu un periodo di grande incertezza politica, a causa del rapido susseguirsi di diversi imperatori e per le tensioni fra loro e i comandanti barbari dell'esercito. Il periodo di crisi culminò nell'anno 470 d.C. con la rottura tra l'imperatore Antemio e il magister militum Ricimero. Particolarmente rilevante risulta l'assedio di Roma da parte dello stesso Ricimero e da una coalizione di barbari nell'anno 472 d.C.
All'epoca Como era sede del praefectus classis Comensis. Da questo ufficiale dipendevano i marinai e i soldati della flotta imperiale, schierata a difesa del bacino lacustre e delle sue vie di transito lungo il Lario. Chi ha occultato il tesoro a Como era probabilmente legato a Ricimero e poteva temere per i beni di cui disponeva dopo la morte del magister militum e di Anicio Olibrio.
L'esame dei segni presenti sulle monete ha consentito di avanzare una proposta di ricostruzione della catena operativa di produzione, dall'affinamento del metallo, alla realizzazione dei tondelli e alla coniazione e di indicare quali dovevano essere le caratteristiche e le dotazioni degli spazi in cui avvenivano le diverse operazioni.
Se, infatti, per la verifica della temperatura dell'oro fuso erano necessari ambienti bui dotati di piccoli forni, per la coniazione era opportuno che le stanze avessero buona illuminazione e disponessero di postazioni di lavoro con incudini e martelli.
La presenza di frammenti di ferro in alcune monete è indizio del recupero dell'oro proveniente dalla limatura dei bordi per aggiustare il peso. Durante questa operazione i frammenti delle lime potevano non essere riconosciuti e finivano mischiati all'oro da rifondere.
La presenza nel tesoro di consistenti gruppi di monete che non presentano tracce d'uso e che sono stati prodotti con la stessa coppia di conii suggerisce che il tesoro contenga porzioni di pagamenti effettuati direttamente dalle casse imperiali a un ricco privato o ad un ufficio pubblico. Si tratterebbe, quindi, di una riserva costituitasi in almeno 15-20 anni e nascosta tra la fine del 472 ed i primi mesi del 473 d.C., ovvero tra la morte di Anicio Olibrio e la nomina ad imperatore di Glicerio nel marzo del 473 d.C.
Fra i gioielli nascosti con le monete, tre anelli portano segni d'uso mentre gli orecchini appaiono non finiti e devono provenire da un atelier orafo, come pure altri manufatti in oro, tra cui un frammento di lingotto che le analisi hanno rivelato essere composto da una lega di oro e argento analoga a quella utilizzata per i monili. La presenza di questi oggetti dipende dalla volontà di preservare tutto il metallo prezioso che era stato possibile raccogliere.
Il tesoro è stato ritrovato nel corso di alcuni scavi in vista della costruzione di palazzine. Gli scavi, realizzati con l'aiuto di pompe idrovore per risolvere il problema dell'acqua di falda, hanno portato alla luce un edificio di funzione ignota e di epoca tardoantica, fabbricato con pezzi di reimpiego, tra cui alcune epigrafi di epoca imperiale. In uno dei vani dell'edificio, poggiato sopra uno strato di cocciopesto (che i romani utilizzavano per impermeabilizzare pavimenti o pareti), nel livello più antico individuato nello scavo, era poggiato un boccale con coperchio in pietra ollare grigia proveniente dalle Alpi centrali, con una strana forma: un'ansa quadrangolare ed una larghezza più accentuata alla base e più stretta verso il collo.
Il più antico degli edifici identificati nel corso dello scavo era strutturato attorno ad uno spazio lastricato. Entrambi gli edifici erano posti all'angolo di un'insula, fra il cardo e il decumano.

Fonti:
stilearte.it
romanoimpero.com
archeologiacomo.com

martedì 16 novembre 2021

Brescia, trovati resti di un acquedotto romano nella frazione di Covelo

Franco Di Prizio mostra il luogo del ritrovamento dei resti
archeologici dell'acquedotto (Foto: ilgiorno.it)

Franco Di Prizio, del Gruppo Speleo Montorfano ha scoperto i resti di un acquedotto di età romana che serviva uno dei mulini di Covelo e parte dell'abitato di Iseo mentre puliva parte di una palestra a cielo aperto. E' così che si è imbattuto nei resti di una pavimentazione apparentemente di epoca romana.
Il ritrovamento è stato fatto nella zona chiamata "palestra bassa". Si tratta di una pavimentazione parzialmente nascosta sotto il masso di una frana che l'ha preservata in parte. La direzione della pavimentazione va verso i resti di un antico mulino tuttora esistenti.
Che in quella zona esistesse un acquedotto è stato dimostrato dagli studiosi, che pensano servisse la zona della Pieve di Iseo. Nel tempo la zona ha restituito reperti fittili e metallici in parte preistorici, in parte di età gallica ed altri di epoca medioevale. In prossimità dell'uscita dell'acqua da una grotta, collegata con il bacino idrico delle piane di San Martino, sono stati trovati dei fori che prefigurerebbero la presenza nella cavità di abitazioni pensili.

Fonte:
ilgiorno.it

giovedì 15 agosto 2019

Milano, scavi per la metropolitana scoprono necropoli

Milano, alcuni scheletri rinvenuti durante gli scavi
(Foto: Milano Today)
Una necropoli con oltre 250 scheletri umani, oltre a quello di un cavallo è quanto hanno portato alla luce i lavori per la realizzazione della nuova linea 4 della metropolitana davanti alla Basilica di San Vittore al Corpo, a Milano. Una vera e propria necropoli con tombe di epoca diversa. "Quest'area - ha spiegato Antonella Ranaldi, Soprintendente archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Milano - ha conservato nel tempo, dall'epoca romana fino al XVI secolo, una destinazione a necropoli".
Ma perché sono importanti questi ritrovamenti? Lo chiarisce Cristina Catteno, medico legale e direttrice di Labanof, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell'Università degli Studi di Milano: "Gli scheletri sono fondamentali per la ricostruzione della storia di Milano. Alcune scoperte sono estremamente interessanti, ad esempio il primo caso di tubercolosi. Proprio qui, infatti, abbiamo trovato una spina dorsale con le lesioni tipiche della tubercolosi. Nelle fosse comuni abbiamo rinvenuto scheletri con segni di lesioni contusive alla testa e pensiamo si tratti di esecuzioni capitali. Il tutto ci aiuterà molto a ricostruire la storia perché le ossa a volte raccontano storie diverse dai testi o implementano ciò che i testi magari non dicono".
Gli scavi hanno portato alla luce anche lo scheletro di un cavallo. L'archeologa Giuliana Cuomo, responsabile di cantiere per la Cooperativa Archeologia, chiarisce come sia "il primo caso di sepoltura equina rinvenuta a Milano". "E' un fatto di per sé insolito - aggiunge la soprintendente Ranaldi - che incuriosisce e pone degli interrogativi sul perché si trovasse proprio in quest'area dove esistevano delle tombe pregiate. Insieme allo scheletro non abbiamo trovato altro e, quindi, resta l'interrogativo. Se gli hanno dedicato una sepoltura in quest'area sicuramente sarà appartenuto a qualche personaggio importante".

venerdì 16 febbraio 2018

Lomellina, scoperta necropoli longobarda

Pavia, una necropoli longobarda scoperta in Lomellina durante gli scavi al metanodotto. Gli archeologi hanno contato undici tombe, perfettamente allineate, ma l'area potrebbe svelare antichissimi segreti. Il sito lungo la provinciale della Belcreda, frazione di Gambolò, in provincia di Pavia, è presidiato giorno e notte da carabinieri e polizia locale per il timore che i tombaroli possano far sparire qualche reperto.
Operai e ruspe erano al lavoro da diversi giorni per la realizzazione del nuovo metanodotto Cervignano d'Adda-Mortara, quando sono stati bloccati dagli archeologi che stavano facendo assistenza a Snam Rete Gas: lungo l'asse di scavo erano emerse alcune canalette parallele, orientate est-ovest, che da subito avevano fatto pensare a delle sepolture di età longobarda. "Stavamo facendo le consuete verifiche su un'opera pubblica e abbiamo trovato la prima tomba - spiega Nicola Cassone, archeologo e direttore degli scavi - Con estrema cautela abbiamo scorticato la parte che potesse permetterci di evidenziare tutta la necropoli in pianta. Secondo noi non è tutto qui: l'area potrebbe essere molto più estesa; le fosse trovate sino ad ora sarebbero solo una piccola parte".
La conferma che quella emersa sia proprio una necropoli del "popolo dalle lunghe barbe" è arrivata ieri dalla Soprintendenza archeologica. Dalla valle del Ticino sono venute alla luce le tombe dei barbari guerrieri che assediarono Pavia, capitale del regno. Corredi funebri, armature e cimeli collocherebbero il loro passaggio su questi campi a 1400 anni fa. "Abbiamo trovato alcuni reperti risalenti alla più antica epoca longobarda. Necropoli simili si trovano soltanto sopra il Danubio - prosegue Nicola Cassone. - La prima sepoltura che abbiamo studiato apparteneva ad un soldato. Gli oggetti trovati ai piedi ci raccontano la sua storia".
Questo il patrimonio restituito al territorio un tempo colonizzato: fiasche in astralucido di ceramica con stampigliature, asce barbute, pugnali, punte di frecce e fibbie di cinturoni da guerra. Le ossa, però, non si trovano: "Difficile rinvenirle in questa zona: il terreno, per via della vicinanza al fiume, è molto acido ed altamente corrosivo". A Gambolò, in passato, ci furono alcuni ritrovamenti risalenti alla civiltà di Golasecca, ora custoditi nel museo archeologico locale all'interno del castello, ma le tracce del popolo longobardo si fermavano qualche chilometro più in là, nel battistero di Lomello, dove la regina Teodolinda sposò in seconde nozze Agilulfo, sovrano dei Longobardi, tra il 591 e il 616 d.C. "L'amministrazione comunale è a disposizione, anche se questi beni appartengono allo Stato. - Commenta il sindaco Antonio Costantino. - La prossima settimana ci sarà un consiglio comunale per collocare i ritrovamenti alla Belcreda nei nostri musei". I lavori di realizzazione del metanodotto devieranno obbligatoriamente in un'altra direzione. Il gruppo di archeologi emiliani impegnati sul sito lomelino, invece, continuerà gli scavi per riportare alla luce l'intero tesoro nascosto.

Fonte:
milano.corriere.it

domenica 13 novembre 2016

Sorprese negli scavi della metro a Milano

Gli scavi della M4 a Milano (Foto: Corriere della Sera)
Riemerge la Milano imperiale. Ritrovamenti attesi ma anche sorprese. Tre cantieri di M4 tengono con il fiato sospeso i tecnici, che devono rispettare la tempistica dei lavori, e gli studiosi, archeologi e storici chiamati a risolvere degli autentici enigmi.
In Sant'Ambrogio alla Pusterla gli scavi hanno portato alla luce alcune tombe. Ma questo, accanto alla Basilica, era un fatto altamente prevedibile, solo una questione di tempo. Diversa la situazione in piazza Resistenza Partigiana, nel cantiere della futura stazione De Amicis, all'incrocio di via De Amicis con corso di Porta Genova e via Cesare Correnti: qui gli scavi per lo spostamento dei sotto-servizi hanno portato alla luce un'importante porzione di muro, lunga otto metri e alto tre, di probabile epoca romana, ma localizzato fuori della seconda cinta muraria fatta erigere dall'imperatore Massimiano.
La soprintendente Antonella Ranaldi conferma: "E' un muro realizzato in grandi blocchi di pietra e ricorsi in mattoni e non trova al momento spiegazione rispetto a quello che si conosce della città antica. Abbiamo chiesto di ampliare lo scavo. Dopo le analisi il muro sarà ricoperto ma si dovrà poi spostare la conduttura fognaria".
Il terzo ritrovamento, che richiederà un tempo per ora non ancora stimato di studi e sul quale c'è, invece, il massimo riserbo, è stato fatto in corso Europa, peraltro area già a lungo indagata sia alla fine degli anni '50, sia al tempo della costruzione della Linea 1. Accanto alle terme erculee sono riemerse tre tombe. In una era presente lo scheletro perfettamente integro di una giovanissima donna, forse una bambina, ribattezzata Europa.
Si è scritto molto sulle terme che l'imperatore Massimiano, nei primi anni del IV secolo d.C., aveva fatto costruire nella zona d'espansione urbana, fuori della cinta quadrata, su una pianta rettangolare di 13.000 metri quadrati. Già lo scorso febbraio le ruspe avevano portato alla luce un tratto di muratura in mattoni e tufo. 

Fonte:
milano.corriere.it

venerdì 12 febbraio 2016

Milano, intercettati i resti delle terme di Massimiano

 I lavori della M4 di Milano, fermi dove si sono intercettati i resti delle
terme di Massimiano (Foto: Corriere della Sera Milano)
(Fonte: Corriere della Sera di Milano) - Dagli scavi di M4 riemergono altri reperti delle terme dell'imperatore Massimiano. Le ruspe che hanno portato alla luce un tratto di muratura in mattoni e tufo stavano scavando una trincea in corso Europa, all'altezza di via Cavallotti, in previsione dello spostamento e rifacimento/ampliamento della fognatura. Un cantiere, questo, già individuato tra i più complessi dell'intero tracciato della linea Blu, dall'aeroporto di Linate al capolinea di San Cristoforo, insieme al nodo di Dateo - dove il tunnel della metropolitana dovrà passare sotto quello del Passante ferroviario, scendendo fino a trenta metri di profondità - e alle stazioni di calaggio delle talpe, in Tricolore e Solari. E che ora potrebbe necessitare di tempi supplementari. [...]
Le prime tracce dell'edificio imponente, che il poeta latino Ausonio definì "terme erculee" nel trattato "Ordo nobilium urbium", erano note sin dal 1959, quando nel centro storico iniziarono gli scavi in trincea per realizzare le nuove fognature. Oggi porzioni importanti di pavimenti mosaicati sono in mostra al Museo Archeologico. E la Soprintendenza ai beni archeologici ha da tempo mappato le aree occupate dalla città romana.
A breve inizieranno i sopralluoghi degli archeologi e il presidente della società M4, Fabio Terragni, spiega: "La Soprintendenza è stata immediatamente allertata, non appena sono emersi i primi resti. La vecchia fognatura corre all'interno delle terme e si è pertanto concordato che verrà scoperchiato l'intero tracciato. Poi si deciderà con la Soprintendenza come procedere, non escludo che sia necessario modificare il tracciato del nuovo impianto se verranno alla luce resti importanti".
Molto s'è scritto sulle terme che l'imperatore Massimiano nei primi anni del quarto secolo dopo Cristo aveva fatto costruire nella zona d'espansione urbana, fuori della cinta quadrata. Nei precedenti scavi furono recuperati pavimenti a mosaico e in opus sectile, una tecnica di ornamentazione raffinata che utilizzava tessere di marmo e pietre tagliate. Ma nell'Ottocento erano già riemersi il torso di Ercole e busti. E cimeli si possono trovare nella piazzetta San Vito. Le terme furono edificate su una pianta rettangolare di oltre 13mila metri quadrati, l'angolo nord-occidentale avrebbe toccato corso Vittorio Emanuele. Una palestra porticata occupava il lato settentrionale, mentre gli ambienti termali veri e propri si trovavano sul lato meridionale con un calidarium (la parte destinata ai bagni in acqua calda) "ad absidi contrapposti".

domenica 10 gennaio 2016

La Patera di Parabiago, culti pagani in epoca cristiana

La Patera di Parabiago (da Flickr)
La Patera di Parabiago è una coppa d'argento con figurazioni a rilievo che, secondo le indicazioni del possessore - il senatore del Regno d'Italia Felice Gajo - venne rinvenuta nel 1907 durante i lavori per la risistemazione del giardino interno della villa di quest'ultimo, nei pressi di Milano.
La Patera venne, nel 1929, segnalata all'allora soprintendente Alda Levi Spinazzola, che riuscì ad acquisirla per le collezioni statali. Dapprima l'oggetto venne esposto nella Pinacoteca di Brera (1933), in seguito venne custodita nel Museo Archeologico di Milano dove si trova tuttora. Purtroppo non si conosce il contesto archeologico in cui è stata rinvenuta la Patera, gli oggetti che l'accompagnavano e la stratigrafia del luogo di rinvenimento, che avrebbero potuto fornire utilissime informazioni agli archeologi.
Patera di Parabiago, particolare di coribante
(Foto: ancientrome.ru)
Gli studiosi convengono, ad ogni modo, che la coppa appartenga ad una serie di vasi preziosi decorati a rilievo con scene mitologiche o di tradizione cristiana, collocabili nel tardo periodo imperiale, presumibilmente tra il IV e il V secolo d.C.. L'argento in cui è stata forgiata la Patera di Parabiago è quasi puro, con poche tracce di rame e coloriture d'oro. La decorazione a rilievo rappresenta il trionfo di Cibele. La Patera pesa circa 3,5 chilogrammi per un diametro di 40 centimetri.
Secondo alcune interpretazioni, la Patera rappresenta una sorta di allegoria cosmica delle stagioni, con Cibele che riassume in sé le caratteristiche della Grande Madre, il cui culto veniva celebrato in ambienti privati di rango elevato soprattutto nella tarda romanità pagana. La Grande Madre aveva un posto particolare tra le divinità romane, poiché rimandava alle origini della "romana gente", quelle origini troiane legate alle radici stesse della città di Roma.
Il culto di Cibele si era diffuso, nell'antichità, a partire dalla sua terra d'origine - l'Anatolia - dapprima nelle città greche dell'Asia Minore. Di qui era arrivato in Grecia prima e a Roma poi. A Cibele erano dedicati santuari molto importanti, il più rilevante dei quali era sicuramente quello di Pessinunte, in Frigia, dove era conservato il simulacro della dea, una pietra aniconica che, secondo la tradizione, doveva essere di origine meteorica.
Nel 204 a.C. un oracolo dei Libri Sibillini, consultato da un corpo speciale di decemviri su ordine del Senato, visto il grave pericolo corso dalla giovane repubblica romana, minacciata da Annibale, impose di introdurre il culto di Cibele a Roma. Si trattava, per certi aspetti, del ripristino di un culto delle origini, poiché Enea, mitico fondatore dell'Urbe, proveniva proprio dall'Anatolia, terra d'origine della dea Cibele. Dunque la pietra aniconica simbolo della dea venne trasportata dal suo santuario di Pessinunte alla città sul Tevere. A lei venne dedicato, in seguito, un tempio sul Palatino. Più tardi
Patera di Parabiago, particolare del carro di Cibele e Attis
(Foto: Wikimedia Commons)
Cibele divenne una delle divinità protettrici della casa imperiale.
La massima espansione del culto di Cibele si ebbe durante il regno di Claudio. Il suo era un culto orgiastico, legato al tema della follìa, della morte e della resurrezione, con caratteristiche misteriche e gestito da sacerdoti evirati. Forse anche per questo non convinse mai del tutto i Romani, che non lo consideravano propriamente un culto legato alle loro tradizioni. Gli operatori del culto erano chiamati galli e il loro capo archigallo. Tra i riti orgiastici che caratterizzavano le festività dedicate alla dea, vi era il taurobolion, una sorta di battesimo nel sangue di un toro sacrificale.
In onore di Cibele si celebravano due feste, le Megalesie, nei periodi dal 15 al 17 marzo e dal 4 al 10 aprile. Queste feste aveva un carattere propiziatorio per le attività agricole e prevedevano il sacrificio di tori e montoni.
Patera di Parabiago, particolare di Oceano,Teti e Terra con amorini
(Foto: ancientrome.ru)
Sulla Patera di Parabiago Cibele è raffigurata seduta su un carro trainato da quattro leoni e circondato da tre figure di coribanti, sacerdoti dediti ai culti orgiastici, che danzano agitando scudi e pugnali. La dea reca, nella mano destra, uno scettro ed ha la testa coronata da merli da fortificazione (corona turrita). Al suo fianco siede Attis, il giovinetto da lei tanto amato, che indossa un berretto frigio e reca, tra le mani, un flauto di Pan (syrinx) ed un bastone da pastore.
Sulla destra della Patera vi è un gruppo di figure tra le quali spicca un dio con scettro e mantello contenuto nel cerchio dello zodiaco. Lo sostiene Atlante, che spunta dal terreno. Accanto al dio vi è una sorta di obelisco al quale è avvinghiato un serpente che sottolinea il concetto di eternità e fa riferimento al culto solare di origine egiziana. Al di sopra del carro, al margine della Patera, si scorge Phosphoros, la stella del mattino, rappresentato come un putto alato recante una fiaccola rivolta verso l'alto. Davanti a lui il carro di Selene, la luna, trainato da tori, e Vespero, la stella della sera, che al contrario di Phosphoros, reca in mano una fiaccola rivolta verso il basso.
In basso al centro compaiono le raffigurazioni di Oceano e Teti che sorgono dai flutti. A destra la Terra, raffigurata come una donna mollemente adagiata con la cornucopia in mano.

sabato 19 dicembre 2015

Visibile al pubblico il villaggio romano di Cavellas

Musealizzazione dei resti archeologici del villaggio romano di Casazza
(Foto: larionews.com)
A Casazza, in provincia di Bergamo, è stata riaperta al pubblico l'area archeologica di Cavellas, villaggio di età romana, sepolto per ben 14 secoli sotto i depositi alluvionali del torrente Drione. Il villaggio venne riportato alla luce circa trent'anni fa. I primi ritrovamenti, però, risalgono all'Ottocento, con il rinvenimento occasionale di alcune sepolture.
La frequentazione del villaggio è stata accertata per circa quattro secoli, tra il I e il V secolo d.C.. Gli scavi condotti dalla Soprintendenza Archeologica di Lombardia da circa trent'anni a questa parte, hanno permesso il ritrovamento di un settore del villaggio con tracce di spazi abitativi con mura in pietra e ambienti di forma quadrata e rettangolare.
A Casazza sono stati, poi, trovati resti di edifici separati da stretti corridoi e con ambienti nei quali sono emerse tracce della vita quotidiana del villaggio, quali olle, coperchi, tegami, vasi per la produzione di formaggio. Gli archeologi hanno anche riconosciuto resti di attività artigianali, quali una macina in porfido per la molitura dei cereali e alcuni pesi per telaio.
I tetti delle case erano coperti in tegole mentre le pareti interne erano intonacate. La pavimentazione era realizzata con ciottoli ricoperti di malta o semplicemente in acciottolato. Quattro degli ambienti scavati erano riscaldati da focolari. Gli antichi abitanti di Casazza si nutrivano di orzo, frumento e segale.

lunedì 2 novembre 2015

Riapre al pubblico la Cappella di Teodolinda

(Fonte: Tempi.it) - "Fervidissima maestà di fede, famosa per le sue opere, sincera per umiltà, contrita nella preghiera, dedita alla generosità, legata all'obbligo della carità, provvida nella saggezza, ricca di misericordia, illustre per onestà, ricolma di tutte le virtù, soave nell'oratoria, acuta di ingegno, abbondante nel donare, giusta nel giudicare, misericordiosa nel parlare, amicissima di Cristo, sostenitrice del gregge cattolico, perenne nemica del diavolo, antagonista totale della sua sostanza eretica" (Sisebuto, re dei Visigoti di Spagna, in una lettera al figlio di Teodolinda)
Dopo un restauro durato sette anni, dal 16 ottobre al Duomo di Monza è aperta di nuovo al pubblico la cappella dedicata a Teodolinda. Un affresco a spirale risalente al XV secolo, attribuito ai fratelli Zavattari, e restituito agli antichi colori ricorda la storia della regina barbara che convertì al cattolicesimo la "nazione nefandissima" (così definita da papa Gregorio I) di quei longobardi scesi dalle terre germaniche che regnarono sulla popolazione goto-romana fra il 500 e l'800 d.C.
La storia di Teodolinda è considerata oggi secondaria, ma non lo fu per i contemporanei, se a lei la tradizione storiografica e la cultura popolare attribuirono un'importanza nell'opera di pacificazione nell'Italia dominata dai barbari pagani e ariani, insieme a Gregorio Magno, un papa certamente non secondario nella storia della Chiesa e dell'Occidente. (...)
Le immagini nella cappella degli Zavattari narrano in quarantacinque scene la vita della regina Teodolinda (il cui nome significa "scudo del popolo"), dal suo primo matrimonio con il re Autari fino alla morte. Per disegnare la vita di quella che venne definita dai contemporanei come un'instancabile pacificatrice, che convertì e integrò il popolo conquistatore, integrandolo ai goti-romani delle terre conquistate, l'iconografia dell'epoca trae ispirazione dalle vicende narrate in Historiae Langobardorum di Paolo Diacono, storiografo e maestro alla corte di Carlo Magno. Teodolinda, principessa bavarese, nipote del re longobardo Whaco, della stirpe di Leto, allevata nella famiglia cattolica di Gariboldo, re dei Bavari, viene ritratta da Diacono, attorno all'800, come un modello per i regnanti occidentali.
I popoli del nord erano completamente alieni al concetto di "persona" sviluppato nel II secolo dal vescovo Tertulliano e arrivato intatto almeno fino ai nostri giorni. Se alcuni di loro si erano convertiti nei decenni precedenti, non così i longobardi. La situazione politica e morale della classe dirigente pagana e ariana, all'arrivo di Teodolinda, può essere sintetizzata con un aneddoto non del tutto leggendario: la più nota regina che l'aveva preceduta, Rosmunda, moglie del re Alboino, aveva ordito l'assassinio del marito dopo essere stata costretta dal consorte ubriaco a bere vino dal cranio del padre.
Teodolinda fu sposa di Autari per un anno. Il re che aveva allargato i confini del regno sino a Reggio Calabria (non oltre la spiaggia: i longobardi avevano paura dell'acqua) morì avvelenato per una non insolita trama di corte e papa Gregorio I, che per convincere i barbari sapeva di non potere usare argomenti fini, ne approfittò per dichiarare che Dio l'aveva punito per aver bandito il battesimo cattolico. Narra Diacono che dopo la morte del marito Teodolinda, forte della sua discendenza letigia, poté conservare la regalità e scegliere come secondo marito il duca di Torino, Agilulfo, ariano e fedele alleato di Autari.
Quel matrimonio fu un bene per la Chiesa e per il popolo. Diacono racconta come dall'inizio del 700, sotto il governo di Agilulfo e poi sotto la reggenza di Teodolinda, in Italia si visse un quarto di secolo di buon governo, in pace e sicurezza. Fiorirono le arti e sorsero nuove chiese e i primi nuclei di importanti monasteri. Il patrimonio della chiesa rubato dai longobardi fu restituito dalla stessa Teodolinda, che insieme al marito aggiunse nuove importanti donazioni, tra cui il terreno che doveva servire al primo nucleo dell'Abbazia di Bobbio.
Questi atti, riportati da Diacono, sono descritti anche nell'ampio carteggio tenuto da papa Gregorio Magno con la regina longobarda fino alla sua morte. Rifacendosi a quelle lettere, nel 2008, papa Benedetto XIV aveva descritto il rapporto fra il pontefice e la regina longobarda come permeato da "amicizia" e "stima" reciproca. E non si può dire che per il papa fosse dovuto semplicemente all'amore paterno con cui redasse per la sua edificazione una delle sue opere più importanti, I dialoghi.
Sia politicamente che "pastoralmente", per Gregorio Magno la fede e le opere della regina longobarda, che definiva "figlia dilettissima" in una lettera al vescovo di Milano Costanzo, difendendola dai sospetti clericali e adducendo a "uomini malvagi" la difesa dello scisma tricapitolino, erano fondamentali. Anche per l'unità della Chiesa.

sabato 18 luglio 2015

Restaurata la tela del Portinari

(Foto: Il Corriere della Sera)
(Fonte: Il Corriere della Sera) - Il fondo dorato brilla, la spalliera di rose ha recuperato definizione, il panneggio si delinea con chiarezza. Ma soprattutto il protagonista di questa storia, il banchiere fiorentino Pigello Portinari, rappresentante del Banco Mediceo a Milano, ha ritrovato la sua fisionomia: naso sottile, fronte alta, zigomi sporgenti. I restauri fanno miracoli. Anche quello presentato ieri al Museo di Sant'Eustorgio, restauro che restituisce alla basilica di Porta Ticinese un vero e proprio gioiello: una pala risalente al secondo Quattrocento che raffigura San Pietro Martire con Portinari inginocchiato davanti.
Da sempre collocata dietro l'altare dell'omonima Cappella dove il banchiere è sepolto dal 1486, la pala è stata riportata al suo antico splendore grazie all'impegno della Fondazione Atlante, che nasce con l'obiettivo di sostenere la salvaguardia del nostro patrimonio culturale. "Il dipinto era in cattive condizioni", spiega la restauratrice milanese Anna Lucchini che ha operato l'intervento conservativo. "Durante il XIX secolo è stato trasportato da tavola su tela: in questa fase la superficie pittorica era stata danneggiata e la dimensione dell'opera ridotta".
La pulitura ha eliminato la patina di sporco e, dove è stato possibile, anche le stuccature dovute a ritocchi realizzati precedentemente: sono emerse così tracce prima illeggibili, tra cui le finiture e i decori dell'abito di Pigello che doveva essere in damasco oro e rosso. "La doratura dello sfondo è in buona parte dovuta a ridipinture ottocentesche, ma abbiamo recuperato molti frammenti originali. A cominciare dalla capigliatura del Santo, definita in punta di pennello, e dalle mani giunte del committente". Grazie alla possibilità di una lettura stilistica più chiara si sta precisando anche l'identità del possibile autore: gli studi sono tuttora in corso, ma gli storici dell'arte propendono per Benedetto Bembo, fratello del più celebre Bonifacio. Si conferma dunque la doppia identità della Cappella Portinari, dove il linguaggio toscano dell'architettura armonizza alla perfezione, a partire dagli straordinari affreschi di Vincenzo Foppa, con la migliore parlata pittorica lombarda.

giovedì 5 marzo 2015

Trovato un affresco del '400 in una chiesa milanese

Affreschi della chiesa di S. Cristoforo a Milano
(Foto: Il Giornale)
Sorpresa nella chiesa di San Cristoforo a Milano: nell'anno dell'Expo i lavori restituiscono un affresco nascosto da secoli da un controsoffitto. L'esperta: "E' inestimabile".
L'equipe della Dottoressa Valentina Parodi aveva il compito di sistemare l'affresco dell'Annunciazione, sull'arco della chiesa. I lavori erano appena cominciati quando, un giorno, saliti sul sottotetto, i restauratori hanno scoperto un tesoro nascosto: l'affresco del '400, appunto, raffigurante un Dio Padre benedicente in una mandorla di cherubini. Un gioiello dal valore inestimabile.
Il soffitto ligneo aveva mantenuto per anni il suo segreto e aveva preservato il resto dell'affresco. I restauratori, ora, si propongono di rendere visibile a tutti questo gioiello sconosciuto.
La chiesa di San Cristoforo è un edificio romanico con un'aula coperta a tetto e una piccola abside semicircolare. La facciata è ornata da un ricco portale in cotto, da un rosone gotico a raggi intrecciati e dagli stemmi dei Visconti, di Milano e del cardinale Pietro Filargo da Candia, vescovo di Milano e futuro papa Alessandro V.
La facciata della Cappella Ducale ha un portale semplice affiancato da alte monofore gotiche e resti di affreschi.

domenica 22 febbraio 2015

I tesori della ghiacciaia dei monaci di S. Ambrogio

Alcuni dei ritrovamenti oggetto della mostra permanente all'Università
Cattolica di Milano (Foto: La Repubblica)
Un nuovo museo è stato inaugurato il 26 gennaio scorso. Un museo nel quale sono esposti i reperti trovati sotto l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, in quella che un tempo fu la ghiacciaia dei monaci di Sant'Ambrogio, dieci metri sotto terra. Il museo raccoglie anfore, gioielli, monete, ceramiche frutto di venti anni di scavi sotto i cortili dell'ateneo.
La mostra permanente è intitolata "L'abitato, la necropoli, il monastero". L'area suburbana di Milano nella quale sorse l'antico monastero era abitata sin dall'epoca romana. Si trasformò in necropoli a partire dal III secolo d.C.. Sono state ritrovate 800 tombe, tra le quali una in particolare, battezzata "La signora del sarcofago" ha destato l'interesse degli studiosi. Si tratta del primo sarcofago sigillato ritrovato a Milano dal 1700 in avanti.
La donna che occupa il sarcofago aveva un'età compresa tra i 24 e i 30 anni ed apparteneva quasi certamente ad una famiglia abbiente. Nella sua sepoltura sono stati trovati un ventaglio con manico in avorio, una rocca utilizza per filare, un diadema in ambra e, sul petto della defunta, semi di quello che, un tempo, era un grappolo d'uva e resti di fiori. Oggi la tomba è stata collocata nel Giardino Delle Vergini, all'interno dell'Università Cattolica. Il ritrovamento di anfore greche e spagnole per il trasporto di vino ed olio sono il segno di come già nel I secolo d.C. la città di Milano intrattenesse frequenti rapporti commerciali con i paesi che oggi fanno parte dell'Europa.
Gli scavi della ghiacciaia iniziarono nell'inverno del 1986. In realtà gli studiosi ignoravano la presenza di questo locale, anche se la "Conserva di giazzo", come era chiamata, era stata indicata in una pianta di Francesco Richini risalente al 1600. Si tratta di una stanza circolare, di cui è rimasta intatta la metà, dove veniva accumulata la neve per conservare gli alimenti.

domenica 15 febbraio 2015

Riapre la Cappella di Teodolinda

La Corona Ferrea, particolare (Foto: Museo del
Duomo di Monza)
Dopo sei anni di restauro riapre al pubblico la Cappella Teodolinda del Duomo di Monza, opera degli Zavattari. Nell'altare della Cappella è custodita la Corona Ferrea che, vuole la tradizione, è stata forgiata con il ferro dei chiodi della Croce.
Il restauro della Cappella Teodolinda è costato tre milioni di euro. Vi hanno lavorato decine di restauratori coordinati dallo studio di Anna Luchini. Gli affreschi si sviluppano su 500 metri quadrati e si articolano in cinque registri sovrapposti. Le condizioni, prima del restauro, erano davvero pessime, dal momento che il film delle pitture si andava sollevando dalle pareti rischiando di scomparire.
L'inaugurazione ufficiale della restaurata Cappella è prevista per aprile. Al momento, data anche la presenza di alcuni ponteggi, l'accesso e la visita sono consentiti solo a piccoli gruppi ed esclusivamente su prenotazione.
La cappella venne eretta alla fine del XIV secolo. Si discute se le pitture che la decorano siano state commissionate dal duca Filippo Maria Visconti alla famiglia Zavattari (1441-1446). Parte della decorazione, comunque, non è opera della famiglia di artisti milanesi. L'opera è molto complessa, comprende 45 scene che narrano la storia di Teodolinda e di altri personaggi del mondo longobardo.
Un momento del restauro della Cappella di Teodolinda a Monza
L'attribuzione agli Zavattari è attestata nell'ultima scena del quarto registro. In un documento del 10 marzo 1455 vi sono le tracce dell'attività della famiglia lombarda: si tratta di un contratto stipulato tra sette canonici del Duomo e un fabbriciere da una parte e Franceschino Zavattari con il figlio Gregorio dall'altra. Costoro si impegnavano a completare la parte della cappella che ancora doveva essere decorata.
La tecnica utilizzata comprende il contemporaneo utilizzo di più tecniche e materiali: affresco, tempera a secco, pastiglia a rilievo, dorature, argentature in foglia. Nell'altare della Cappella di Teodolinda è custodita la Corona Ferrea, uno dei prodotti di oreficeria più importanti e significativi dell'Occidente. E' composta da sei piastre d'oro, ornate da rosette a rilievi, castoni di gemme e smalti, recanti all'intero un cerchio di metallo. Recenti indagini scientifiche datano la sua creazione ad un periodo compreso tra il IV-V d.C. secolo e il IX secolo d.C.. Forse si tratta di un'insegna reale tardo-antica (ostrogota), passata alla casa reale longobarda e pervenuta ai sovrani carolingi.

martedì 10 giugno 2014

Scoperto un terzo mosaico, colorato, a Bedriacum

Il mosaico colorato rinvenuto a Bedriacum (Foto: Corsera)
A Cremona è stato scoperto il terzo mosaico dell'antica Bedriacum. Il ritrovamento è dovuto a dei giovani archeologi dell'Università degli studi di Milano. Si tratta di un mosaico policromo pertinente un grande ambiente.
Il mosaico è stato datato al III secolo d.C. e presenta cinque colori: bianco, nero, rosa, viola e giallo. Al centro spicca una treccia che inquadra un motivo figurato. Bedriacum ora si chiama Calvatone e si trova nel Cremonese. Era un vicus di età romana in Lombardia e i suoi resti sono in fase di scavo da 28 anni. Quello appena ritrovato è il terzo mosaico emerso dagli scavi diretti dalla Professoressa Maria Teresa Grassi, ad oltre 50 anni dalla scoperta del Mosaico del Labirinto ed a sei anni da quella del mosaico del Kantharos.
L'area in cui si sta così proficuamente scavando fu acquistata nel 1964 dalla Provincia, dietro suggerimento dell'allora soprintendente Mirabella Roberti. Qui venne presto in luce la Domus del Labirinto e recentemente sono emersi ambienti artigianali e case del I secolo d.C.. Il settore scavato quest'anno era ancora ignoto.
Archeologi e visitatori sul luogo del ritrovamento del mosaico
(Foto: Corsera)
La scoperta rivoluziona le idee finora maturatesi sullo sviluppo urbanistico di Bedriacum. Finora i mosaici ritrovati erano bicromi, in bianco e nero, ed appartenevano a case della prima metà del I secolo d.C.. Il mosaico ora ritrovato è posteriore, appartenente quasi sicuramente al III secolo d.C., periodo durante il quale non si hanno notizie di insediamenti di lusso nel vicus, ma solo di edifici artigianali, commerciali e di servizio.
Bedriacum era un piccolo centro della Cisalpina romana fondato nel II secolo a.C. nel territorio di Cremona, lungo l'asse della via Postumia, presso un guado dell'Oglio e frequentato fino al V secolo d.C.. Questa posizione fece di Bedriacum un importante nodo stradale e fluviale nell'area medio-padana. Nel 69 d.C., l'anno dei quattro imperatori, si affrontarono, in scontri successivi, dapprima Otone contro Vitellio, poi quest'ultimo contro le truppe di Vespasiano.

giovedì 30 gennaio 2014

Emergono i resti del foro di Mediolanum

I resti di quel che si pensa un antico tempio dedicato alla dea Minerva sono stati scoperti sotto il Duomo di Milano. Recentemente sono stati intercettati i resti dell'antico foro della romana Mediolanum al di sotto dei seminterrati della Pinacoteca Ambrosiana e della Biblioteca Ambrosiana.
Gli scavi hanno avuto alterne vicende e sono andati avanti piuttosto a rilento. Finora è stato scavato una parte del pavimento del Foro, costruito con una materiale noto come "pietra di Verona". L'interno foro occupava una superficie di 166 per 55 metri quadrati.

sabato 27 luglio 2013

Una necropoli che è un tesoro

La necropoli di Lovere
Il cosiddetto "tesoro di Lovere" era conosciuto da ben due secoli ma è da due settimane che lo si sta scavando sul serio. Stanno emergendo reperti interessantissimi negli scavi condotti dagli archeologi nel campo dell'oratorio parrocchiale di Lovere, in provincia di Bergamo.
E' stata individuata e verrà presto delimitata e recuperata una necropoli romana risalente ad un periodo compreso tra il I e il IV secolo d.C.. Gli archeologi, sotto la supervisione del direttore dei lavori Marco Agliardi, hanno già scavato le prime due trincee esplorative per una profondità di oltre tre metri ed una larghezza di otto.
Dal terreno sono riemersi due recinti funerari, uno dei quali era stato già indagato nel 1996 a seguito del crollo di un lato del campo sportivo. L'altro non era stato mai scoperto nemmeno durante le campagne di scavo dell'Ottocento.
Una delle sepolture scavate nel 1996
Le prime notizie dell'esistenza di una necropoli romana risalgono, infatti, al 1818 e 1819. Da allora si sono avute sette campagne di scavo. La necropoli, proprio per il vasto lasso di tempo che abbraccia, è importantissima non solo a livello locale ma a livello nazionale. Da essa sono emersi rarissimi oggetti di prestigio ed è stato, dal momento della sua individuazione, uno dei campi più importanti per studiare la composizione sociale degli abitanti del luogo. Gli archeologi hanno, in tal modo, stabilito che nell'antica cittadina ad un ceto medio indigeno, si aggiunse un ceto più facoltoso dedito all'industria ed ai commerci soprattutto attraverso le vie d'acqua.
I primi insediamenti risalgono ad un periodo compreso tra il V e il III secolo a.C., come è stato dedotto dall'esistenza di un nucleo abitativo di origine celtica, oggi detto Castelliere. Con la dominazione romana, Lovere venne dotata di un'importante via di comunicazione, quella poi chiamata strada di San Maurizio. Proprio al periodo romano risalgono i numerosi ritrovamenti di monete e gioielli, custoditi oggi nel Museo Archeologico di Milano.

venerdì 24 maggio 2013

Il popolo dei laghi

Gli scavi a Lavagnone
Resti di una mandibola e di una parte del cranio sono stati ritrovati durante gli scavi archeologici che l'Università di Milano sta conducendo nella palafitta di Lavagnone, dichiarata patrimonio dell'umanità dall'Unesco. Si tratterebbe di una ragazza in giovane età, almeno a quanto risulta dalle prime sommarie analisi.
Il ritrovamento va ad inserirsi in una serie di importanti scoperte effettuate nella zona e riguardante il cosiddetto popolo dei laghi. Gli archeologi hanno datato i resti umani a 3500 anni fa, ad un periodo compreso tra il 1550 e il 1500 a.C.
Nell'Età del Bronzo le ossa degli antenati erano oggetto di manipolazioni e questo era particolarmente valido per il cranio, che veniva asportato e conservato nel villaggio. Al cranio si dedicava un culto con funzione apotropaica e, in seguito, le ossa parietali venivano tagliate e forgiate a forma di pendaglio, con funzioni di potente amuleto.

Spagna, scoperto un interessantissimo carro votivo in bronzo

Spagna, il carro votivo in bronzo (Foto: CSCIC Comunicaciòn) Nel sito archeologico di Casas del Turunelo , nella provincia di Badjoz , in Sp...