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sabato 23 settembre 2023

Egitto, trovato in fondo al mare il tempio della dea Afrodite


Egitto, i tesori sommersi del tempio di Afrodite appena
tornato alla luce (Foto: Mo.TA)
Grandi novità arrivato dall'antica città sommersa di Thonis-Heracleion, nella baia di Abukir a 7 km dalla costa e a 13 km a nordest di Alessandria d'Egitto.
La missione archeologica congiunta franco-egiziana del Consiglio Supremo delle Antichità e dell'Istituto Europeo di Archeologia Sottomarina (IEASM) ha scoperto un tempio dedicato alla dea Afrodite risalente al V secolo a.C. e una serie di reperti provenienti dal tempio occidentale di Amon
Il ritrovamento è avvenuto durante i lavori di ricerca archeosubacquea che il noto archeologo Franck Goddio, alla direzione dell' Institut Européen d'Archéologie Sous-Marine, sta svolgendo nella baia dal 2000, anno in cui scoprì quello che fu il principale porto dell'antico Egitto sul Mediterraneo prima che Alessandro Magno fondasse la città di Alessandria nel 331 a.C. e che Thonis sprofondasse negli abissi a causa dei devastanti terremoti che colpirono il Paese.
Ad annunciare la scoperta è il Dottor Mostafa Waziri, Segretario Generale del Consiglio Supremo delle Antichità, il quale fa sapere che all'interno del tempio dedicato alla dea la missione ha rinvenuto oggetti in bronzo e ceramica importati dalla Grecia, oltre ai resti di strutture coeve sostenute da travi di legno.
Nel tempio occidentale dedicato al dio Amon la missione capitanata da Goddio ha individuato anche l'area in cui furono conservate offerte votive e oggetti preziosi: gioielli in oro, orecchini con testa di leone, un occhio udjat, un pendente; contenitori in alabastro per profumi, unguenti e cosmetici, un set di piatti rituali in argento utilizzati durante le funzioni religiose e funerarie; un oggetto votivo in pietra calcarea e una brocca in bronzo a forma di anatra.

Fonte:
mediterraneoantico.it

sabato 7 gennaio 2023

Francia, il tesoro della Garonna

Francia, il tesoretto trovato nel fiume
(Foto: archeomedia.net)

Quattromila sesterzi romani trovati tra le sabbie del fiume sono ora a disposizione del pubblico al Museo d'Aquitania di Bordeaux. Quello che è considerato il maggior tesoro monetario di Francia venne trovato da un ragazzo, che si imbatté in alcune monete durante il dragaggio di sabbia della Garonna
Era il 1965, a 15 chilometri da Bordeaux nei pressi di Quinsac, Camblanes e Cadaujac, Robert Etienne, ex professore all'Università, chiamato sul posto, salvò gran parte del tesoro attraverso scavi e campagne di recupero, durati 6 anni. Secondo quanto si dice, altre 700-800 monete andarono disperse. Altre finirono nel cemento delle ristrutturazioni dell'epoca.
La nave naufragò nel II secolo d.C. L'ipotesi accreditata è la seguente: tra il 170 ed il 176 d.C., una nave mercantile che viaggia a monte di Burdigala prende fuoco. La barca finisce inghiottita, in fondo alla Garonna. Stava andando in città per un ordine? I sesterzi che compongono questo tesoro furono messi in circolazione in un periodo di tempo compreso tra l'imperatore Claudio (dal 41 al 54 d.C.) e l'imperatore Antonino Pio (dal 138 al 161 d.C.).
Dice Lysiane Gauthier del Municipio di Bordeaux: "Il fiume, la Garonna, permette al Burdigala (nome romano di Bordeaux) di costruire la sua prosperità: la città si espande rapidamente e si sviluppa il commercio, soprattutto quello del vino, che nel tempo diventerà molto fruttuoso. La città diventa un asse importante, un crocevia di incontri di viaggio e di scambi. Affronta il resto dell'impero, il traffico è intenso. Nel II secolo d.C. prende fuoco una nave mercantile che circola a monte del Burdigala. La barca affonda portando con sé la pentola. Cosa stava facendo questo mercante? Stava scendendo in città per un ordine? Per vendere i suoi prodotti? Il mistero rimane. Molto probabilmente l'ipotesi dell'incendio è fondata: sono stati trovati anche pezzi di legno bruciato nel luogo in cui il relitto si adagiò e sono state osservate alterazioni visibili dei pezzi: alcuni hanno leggermente cambiato colore, altri sono caratterizzati da alcuni punti marroni sul rilievo. All'epoca la somma contenuta nella pentola era pari a 125 anfore di vino o a 10 tonnellate di grano, ma il tempo e la storia la rendono oggi un tesoro inestimabile".
I sesterzi (principale unità monetaria romana) furono battuti in oricalco, una lega di zinco e rame simile all'ottone.

Fonte:
stilearte.it

martedì 4 gennaio 2022

Israele, trovati reperti in fondo al mare davanti a Cesarea

Israele, anello in oro con gemma incisa con la figura
del buon pastore (Foto: Israel Antiquities Authority)

Gli archeologi israeliani hanno scoperto i resti di due naufragi al largo della costa mediterranea, che hanno restituito un tesoro di centinaia di monete d'argento sia romane che medioevali.
Il ritrovamento è stato fatto nei pressi della costa dell'antica città di Cesarea e sono stati datati ai periodi romano e mamelucco, da 1700 a 600 anni fa. Le monete d'argento e di bronzo romane risalgono alla metà del III secolo d.C.
Tra gli altri reperti recuperati nel sito vi sono figurine fittili, ceramiche e manufatti metallici che un tempo appartenevano a delle navi, quali chiodi ed un'ancora di ferro piuttosto malridotta.
Tra i reperti degni di nota vi è un anello d'oro romano la cui gemma, di colore verde, è stata incisa con la figura di un pastore che reca sulle sue spalle una pecora. Si pensa che la nave romana dalla quale è stato estratto il reperto, provenisse dall'Italia, in base ai manufatti che essa recava.

Fonte:
theguardian.com

giovedì 1 aprile 2021

San Casciano dei Bagni, scoperto un santuario romano

Dalle acque di San Casciano dei Bagni (Siena), riemerge un santuario romano dedicato a diverse divinità. Già nello scorso agosto dai fanghi del Bagno erano riemerse le tracce dell'ingresso monumentale di un santuario romano e, abbandonato sulla soglia, era stato ritrovato un altare in travertino. L'iscrizione "sacro ad Apollo" non lasciava dubbi sulla divinità tutelare del santuario.
Con la ripresa degli scavi, nonostante le difficoltà dovute al fatto che gli archeologi hanno dovuto lavorare immersi nell'acqua calda e, ovviamente, con tutte le limitazioni imposte dal protocollo di contrasto della pandemia del Covid19, il team del Roman Baths Project ha visto riapparire nello scavo stratigrafico di un orto abbandonato a pochi metri dalle polle pubbliche ancor oggi in uso, le vestigia di un santuario romano molto ben conservato, il cui carattere sacro era suggellato da altari dedicati alla Fortuna Primigenia, a Iside oltre che ad Apollo, e una statua di marmo raffigurante Igea.
In soli due mesi di scavo è emersa con chiarezza parte della sequenza di vita del luogo di culto. L'impianto monumentale del santuario è riconducibile all'età augustea: si tratta di una struttura edificata su di un luogo sacro in epoca etrusca e durante l'Ellenismo. In età augustea il santuario assume la forma di un edificio con copertura a compluvio su un bacino centrale circolare, poggiante su quattro colonne tuscaniche e con propileo di ingresso a sud delimitato da due colonne a base attica.
A seguito di un incendio avvenuto probabilmente alla metà del I secolo d.C., tra età Flavia ed età Traianea l'edificio fu ricostruito e ampliato. Verso la fine del II secolo d.C. tre altari in travertino con dediche anche a Fortuna Primigenia e ad Iside sono deposti nel cuore del santuario, sul bordo della vasca della sorgente calda che sgorga a 42 gradi. 
Lo scavo archeologico è in concessione al Comune di San Casciano dei Bagni da parte della Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Ministero della Cultura ed è stato concepito fin da subito come una collaborazione di ricerca e tutela tra il Comune e la Soprintendenza di Siena, Grosseto e Arezzo. La Direzione dello scavo è affidata a Emanuele Mariotti, archeologo esperto di topografia e geofisica applicata all'archeologia e il Coordinamento del Comitato Scientifico è di Jacopo Tabolli, funzionario della Soprintendenza e docente a contratto dell'Università per Stranieri di Siena.
Il Comitato Scientifico coinvolge anche Stefano Camporeale (Università di Siena), Paraskevi Christodoulou (University of Cyprus), Hazel Dodge (Trinity College Dublin) e Lisa Rosselli (Università di Pisa).

Fonte: finestresullarte.info
Foto: il santuario romano di San Casciano dei Bagni e resti del tempio di Iside (finestresullarte.info)

domenica 12 gennaio 2020

Svizzera, il villaggio palafitticolo di Thun

Svizzera, oggetti in bronzo rinvenuti nel lago di Thun
(Foto: Archaologischer Dienst des Kantons Bern, Badri Redha)
Gli archeologi stanno esplorando il lago svizzero di Thun per capire come poter salvaguardare i resti delle abitazioni dell'Età del Bronzo presenti sotto la superficie del lago. Secondo le autorità del cantone di Berna, l'insediamento lacustre risalirebbe a 3500 anni fa ed è minacciato dall'erosione che rischia di farlo scomparire per sempre.
Le prime indagini hanno rilevato che l'area settentrionale del sito era in condizioni preoccupanti. L'erosione dilava fino a 50 centimetri di sedimenti l'anno ed è causata dalla forte corrente naturale del fiume Aare e dal traffico delle imbarcazioni. Nel 2014 un subacqueo dilettante ha trovato diversi oggetti in bronzo nel lago di Thun e ne ha informato gli archeologi che hanno anche rinvenuto pali dell'Età del Bronzo (1590-1540 a.C. circa). Prima del 2014 non si era a conoscenza della presenza di abitazioni al disotto della superficie del lago, anche se erano state rinvenute a Thun, Hilterfingen, Amsoldingen e Spiez sepolture della prima Età del Bronzo.

Fonte:
Archaeology News Network

giovedì 15 agosto 2019

Grecia, trovati i resti di cinque importanti naufragi

Egeo, una delle anfore rinvenute (Foto: en.protothema.gr)
Interessantissime scoperte sono state fatte sul fondo del Mar Egeo. Si tratta dei resti di ben cinque naufragi di navi che portavano anfore e di un'ancora che fa riferimento ad un'imbarcazione di dimensioni importanti. I reperti sono stati rinvenuti dagli archeologi subacquei che stanno perlustrando le acque di Levitha, una piccola isola del Mar Egeo, tra Amorgos e Leros.
Sicuramente la scoperta più importante è costituita dalle anfore provenienti dall'Egeo (Kidnos, Kos e Rodi), dalla Fenicia e da Cartagine, datate alla metà del III secolo a.C., quando su quel tratto di mare dominavano i Tolomei e gli Antigonidi. Si tratta delle anfore più antiche rinvenute finora nell'Egeo.
Particolarmente interessante è un'ancora in granito, che giaceva ad una profondità di 45 metri e che pesa 400 chilogrammi. E' stata datata, al momento, al IV secolo a.C. e si presume sia stata utilizzata da una nave di dimensioni eccezionali.
La ricerca archeologica in questo specchio di mare, che terminerà nel 2021, ha l'obiettivo di identificare e documentare gli antichi relitti presenti nella zona costiera di quattro isole: Levitha, Mavria, Glaros e Chinaros, che hanno svolto un ruolo chiave nella navigazione antica ma anche moderna.

Fonte:
en.protothema.gr

sabato 6 aprile 2019

Scoperta la "nave di Erodoto"

Thonis-Heracleion, un archeologo ispeziona la chiglia della nave 17
(Foto: Christoph Gerigk, Franck Goddio - Hilti Foundation)
Lo storico greco Erodoto visitò l'Egitto nel V secolo a.C. e descrisse delle insolite imbarcazioni che percorrevano il Nilo. Per secoli gli studiosi hanno discusso vivacemente su queste descrizioni, dal momento che non era emersa alcuna prova archeologica dell'esistenza di queste imbarcazioni. Ora, invece, una clamorosa scoperta ha confermato le descrizioni di Erodoto. Si tratta di un relitto molto ben conservato, custodito dalle acque che hanno sommerso il porto della città di Thonis-Heracleion, nella baia di Abukir, nel Delta del Nilo.
Al momento del suo viaggio in Egitto, nel 450 a.C., Erodoto vide la costruzione di una di queste imbarcazioni, che egli chiama baris, e che descrive nel secondo libro delle sue Storie come "dei battelli egiziani per il trasporto delle merci, costruiti in legno di acacia e le vele di papiro". Egli scrive che i costruttori "tagliano tavole lunghe due cubiti (circa 100 centimetri) e le dispongono come mattoni. [...] Collegano i pezzi di legno, di due cubiti, con lunghi e frequenti cavicchi; e quando hanno costruito in questo modo vi tendono sopra delle traverse. Nessun uso di tavole laterali. Turano le commessure interne con papiro e apprestano un solo timone che passa attraverso la carena".
Fasciame della nave 17 (Foto: Christoph Gerigk, Franck Goddio -
Hilti Foundation)
Erodoto prosegue nella descrizione di come veniva costruito e assemblato quel tipo di imbarcazione, facendo riferimento anche a delle "costole interne" su cui gli studiosi si sono soffermati per anni, mettendo in dubbio l'attendibilità della descrizione. "Nessuno ha mai capito cosa intendesse dire con quelle 'costole' interne. Quella struttura non era mai stata vista prima", ha detto Damian Robinson, direttore del Centro di Archeologia Marittima dell'Università di Oxford. "Poi abbiamo scoperto la forma di questa particolare barca ed è assolutamente quello che Erodoto ha detto".
Lo scavo della cosiddetta nave 17 ha rivelato una vasta carena a forma di mezzaluna e un tipo di costruzione non documentato in precedenza, che implicava l'utilizzo di tavole assemblate come è stato descritto da Erodoto. Originariamente l'imbarcazione misurava fino a 28 metri di lunghezza ed era una delle prime imbarcazioni prodotte su larga scala dagli Egizi. Ci sono solo due differenze tra il relitto ritrovato e la descrizione di Erodoto: le dimensioni praticamente doppie e la presenza di travi laterali per rinforzare alcuni punti della chiglia.
Dell'imbarcazione sommersa è rimasto circa il 70% dello scafo, custodito grazie al limo del Nilo. La plancia in legno di acacia teneva insieme centine lunghe anche due metri, fissate con dei pioli, che creavano delle linee di "nervature" interne allo scafo. Secondo i ricercatori la baris risale alla metà del V-metà del IV secolo a.C. ed aveva un timone assiale, mai documentato finora in un vero esemplare, pur essendo nota fin dalla VI Dinastia grazie a bassorilievi e piccole terracotte.
Proprio perché la nave ritrovata coincide perfettamente con la descrizione di Erodoto, si ritiene che essa possa essere stata costruita nel cantiere navale che Erodoto ha visitato.

Fonti:theguardian.com
avvenire.it
ilpost.it

domenica 28 ottobre 2018

Ungheria, il tesoro del Danubio

Ungheria, parte del tesoro ritrovato nel letto asciutto del Danubio
(Foto: Ferenic Isza/AFP)
Un tesoro di circa 2.000 monete d'oro e d'argento è stato trovato in Ungheria, nel letto asciutto del fiume Danubio, nei pressi della cittadina di Erd, a sud di Budapest. Il ritrovamento è avvenuto grazie ad un livello eccezionalmente basso dell'acqua del fiume. Oltre alle monete sono state trovate armi, palle di cannone e spade.
Gli archeologi stanno lavorando alacremente, con l'ausilio di mezzi subacquei e droni, per estrarre dal letto del fiume quanto è possibile prima che il livello dell'acqua torni ad innalzarsi, come è previsto succeda nel corso di questa settimana. Come altri fiumi europei, il Danubio presenta zone dove l'acqua raggiunge livelli minimi in seguito a lunghi periodi di siccità.
Il tesoro appena scoperto comprende ducati e penny e si trovava nel relitto di un'imbarcazione commerciale la cui origine non è ancora nota. Le monete sono al 90% estere e databili ad un periodo compreso tra il 1630 ed il 1743. Sono state coniate nei Paesi Bassi, in Francia, a Zurigo e persino nello stato del Vaticano.

Fonte:
AFP

giovedì 25 ottobre 2018

Mar Nero, il più antico naufragio del mondo

Progetto Black Sea Map, il sorvolo del fondale del mar Nero con
sommergibili robot (Foto: map/Rodrigo Pacheco-Ruiz)
Al largo della costa bulgara del mar Nero è stata rinvenuta una nave mercantile greca risalente a più di 2400 anni fa. Il relitto, a doppia propulsione, vele e remi, ha una lunghezza di 23 metri è stata rinvenuta da un team anglo-bulgaro ed è stato ribattezzato come il più antico naufragio finora ritrovato.
La nave mercantile assomiglia molto ai disegni di navi riportati su vasi per il vino dell'antica Grecia. Sono stati ritrovati intatti il timone, i remi, le panche per i rematori ed anche il contenuto. Il relitto è, dunque, in buone condizioni malgrado il tempo che la nave ha trascorso sott'acqua, a più 2.000 metri dalla superficie marina.
La nave somiglia molto a quella raffigurata dal cosiddetto Pittore della Sirena su un vaso custodito nel British Museum e risalente al 480 a.C. Il vaso mostra Ulisse legato all'albero di una nave a vele mentre oltrepassa l'isola delle sirene, la cui melodia incantava e dannava i marinai.
Al momento il carico della nave rimane sconosciuto, ma si pensa che trasportasse vino. La nave è uno degli oltre 60 naufragi identificati dal progetto di archeologia marittima del mar Nero, tra cui navi romane e una flotta di incursori del XVII secolo. Durante il progetto triennale, i ricercatori hanno utilizzato sistemi di telecamere remote ad acqua specializzate, precedentemente utilizzate nelle esplorazioni offshore di petrolio e gas per mappare il fondale marino.
Il vaso delle Sirene, che contiene la narrazione dell'incontro di Ulisse
con le mitiche Sirene. Il vaso è conservato nel British Museum. La
nave è molto simile a quella ritrovata nel mar Nero.
(Foto: British Museum)
"Un piccolo pezzo della nave è stato datato al carbonio ed è confermato come il più antico naufragio intatto noto all'umanità", hanno affermato i ricercatori in una nota. All'epoca del naufragio il mar Nero era un centro commerciale pieno di colonie greche. L'eccellente stato di conservazione del reperto è dovuto al fatto che, alla profondità in cui giace, l'acqua del mar Nero è anossica, ossia è quasi completamente priva di ossigeno, e questo ha permesso al materiale organico di conservarsi per migliaia di anni.
Jon Adams, responsabile della ricerca nell'ambito del progetto di esplorazione e mappatura del mar Nero, rivela che "il relitto è così ben conservato che è ancora possibile osservare il timone in posizione. Non avrei mai pensato che una nave del mondo classico situata a oltre 2.000 metri di profondità potesse conservarsi praticamente intatta per oltre 2000 anni. Lo studio del relitto promette di cambiare radicalmente le nostre conoscenze sulla costruzione navale e la navigazione del mondo antico".
Stando ad Adams la nave potrebbe essere affondata durante una tempesta di fronte alla quale l'equipaggio, che poteva essere composto tra i 15 e i 25 uomini, non riuscì a fare nulla e non sarebbe da escludere la possibilità che vi siano i loro corpi conservati nei sedimenti circostanti la nave. Al momento non c'è un progetto per riportare il relitto in superficie, in parte per i costi di una tale operazione e in parte perché sarebbe necessario suddividerlo in pezzi.
I ricercatori impegnati nel progetto Black Sea Map hanno rinvenuto reperti anche più antichi della nave greca, ma di questi sono stati trovati solo frammenti. Il luogo dove giace la nave greca è in realtà costellato di relitti: "Nella stessa area ci sono, per esempio, alcune parti di una nave mercantile medioevale, con le sue torri di prua e di poppa ancora praticamente intatte, con il sartiame e tutte le due decorazioni", conclude Adams.

Fonti:
bbc.com
agi.it
focus.it

sabato 20 ottobre 2018

Fourni, l'isola dei naufragi

Grecia, una delle lucerne trovate a Fourni, risalente al II secolo d.C. e
recante il nome del fabbricante, Octavius (Foto: Ministero Greco della Cultura)
Un team greco di archeologi subacquei ha individuato uno dei più antichi cimiteri di navi, con imbarcazioni cariche di ceramiche, tra le quali alcune lucerne di quasi duemila anni fa. Il ritrovamento è stato fatto al largo dell'isola di Fourni, all'incrocio delle due principali antiche rotte marittime, nelle notoriamente infide acque tra le isole di Ikaria e Samos.
I relitti più antichi sono stati datato orientativamente tra il IV ed il II secolo a.C. e tra il V e il VI secolo d.C., mentre il più recente risale al XVIII-XIX secolo, secondo quanto ha dichiarato l'archeologo George Koutsouflakis. I relitti sono stati rinvenuti ad una profondità variabile tra i 10 ed i 40 metri. A causa della collocazione in acque basse sono stati oggetto di saccheggi e di danni da parte delle reti delle imbarcazioni per la pesca.
Le imbarcazioni, in tutto cinque, erano tutte navi commerciali e portano a quota 58 il numero totale dei relitti antichi, medioevali e moderni ritrovati dal 2015 vicino all'isola di Fourni. Due dei 13 isolotti che contornano Fourni portano l'inquietante nome di Anthropofas, mangiatore di uomini, in riferimento ai numerosi naufragi e alle vittime di questi ultimi.
Tra i ritrovamenti fatti dal 2015 ad oggi vi sono anfore per vino, per olio e per prodotti alimentari e, soprattutto, un gruppo di lucerne in terracotta del II secolo d.C., incise con i nomi degli artigiani di Corinto che le hanno plasmate: Ottavio e Lucio. Si trattava, forse, di artigiani slavi che avevano ottenuto la libertà e si erano dati al commercio.

Fonte:
apnews.com

giovedì 16 agosto 2018

Puglia, scoperto un molo romano?

Puglia, i resti antichi rinvenuti al largo di San Pietro in Bevagna
(Foto: Fabio Matacchiera)
Il Presidente del Fondo antidiossina onlus di Taranto, Fabio Matacchiera, ha rinvenuto al largo di San Pietro in Bevagna, nella marina di Manduria, "un'opera imponente costituita - spiega l'ambientalista dopo aver consultato alcuni archeologi - da innumerevoli blocchi ordinati tra loro che farebbero pensare a un molo antico, forse riconducibile al periodo romano".
L'ambientalista ha provveduto a informare la Soprintendenza Archeologica della Puglia con sede a Lecce, inviando foto e informazioni. "In questi giorni, oltre ad aver acquisito - spiega Matacchiera - altri dettagli con l'utilizzo di un drone, ho potuto contattare numerosi archeologi e cattedratici ai quali ho sottoposto il materiale raccolto: tutti mi hanno parlato di una scoperta che potrebbe rivelarsi molto importante. Per il professor Mario Lazzarini, archeologo subacqueo, si tratta di un'opera che potrebbe assomigliare ad un molo, presumibilmente di epoca romana".
Giuliano Volpe, archeologo e accademico e professore ordinario di archeologia presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell'Università di Foggia ha comunicato che organizzerà una spedizione con i suoi ricercatori per far luce su questo ritrovamento.
Analizzando le foto e i video, si "intuisce che il presunto molo - osserva Matacchiera - debba aver avuto una lunghezza di circa 240 metri. La larghezza, invece, doveva attestarsi sui 20 metri. I lati dei blocchi variano da 1 metro fino a 4 metri. Hanno forma pressoché parallelepipedale con spigoli stondati o hanno forma abbastanza irregolare, comunque sia, risultano in buona parte ben assemblati ed in fila tra loro, separati da un'intercapedine. La profondità è di 7 metri".
L'opera si trova ad una distanza di diverse centinaia di metri dalla costa. Si sa con certezza, così come riportato dalla letteratura scientifica, che la linea di costa ha avuto, nel corso dei secoli, notevoli variazioni, sia dal punto di vista morfologico che orografico, con avanzamenti e arretramenti anche di centinaia di metri. Tutto ciò renderebbe più plausibile la possibilità che quell'opera, un tempo, potesse essere emersa, considerando anche le oscillazioni del livello del mare nel corso dei millenni.



Fonti:
lastampa.it
ilmarenelcuore.it

domenica 11 marzo 2018

Spagna, riemerge un tratto dell'acquedotto di Cadice

Spagna i resti dell'acquedotto romano di Cadice
(Foto: CEN/ADIP)
Resti di un acquedotto romano sono stati scoperti nella città di Cadice, in Spagna, dopo il passaggio di una tempesta. Si tratta dei resti dell'acquedotto di Cadice, una delle imprese dell'ingegneria umana più straordinarie che si conoscano. Si pensava che l'ultimo tratto di quest'acquedotto, costruito dai Romani, attraversasse il mare per raggiungere Cadice, che i geografi e gli storici Romani descrivono come un'isola e che ora è, invece, unita alla terraferma. Con i resti dell'acquedotto sono tornati alla luce i resti di una strada del XVI-XVII secolo, distrutti da uno tsunami nel 1755.
Se la scoperta sarà confermata, si tratta della prima parte dell'acquedotto che si stava cercando da molto tempo. Cadice venne fondata dai Fenici intorno al 1100 a.C. ed era conosciuta come Gades, una volta occupata dai Romani (206 a.C.). L'acquedotto venne costruito nel I secolo d.C. per migliorare la qualità dell'acqua fornita da una cisterna fenicia posta nelle vicinanze di Tempul.

Fonte:
telegraph.co.uk

Bulgaria, cisterna romana per la raccolta delle acque carsiche

Cisterna ottagonale che alimentava l'acquedotto di Nicopolis ad Istrum
(Foto: Tihomira Metodieva)
Un gruppo di archeologi ha esplorato, per la prima volta, una cisterna che alimentava, attraverso un acquedotto lungo 23 chilometri, l'antica città romana di Nicopolis ad Istrum, nell'odierna Bulgaria del centro nord. Questa cisterna, che risale al II secolo d.C., si trova vicino alla città di Musina che, a sua volta, si trova ad ovest di Nicopolis ad Istrum. La cisterna raccoglieva le acque provenienti dalle sorgenti carsiche che si trovano all'interno della Grotta di Musina e le convogliava nell'acquedotto che alimentava Nicopolis ad Istrum.
Le rovine di Nicopolis ad Istrum, il cui nome significa "Città della vittoria sulle rive del fiume Danubio", si trovano nei pressi dell'attuale cittadina di Nikyup, a 18 chilometri da Veliko Tarnovo. Anticamente la città, fondata dall'imperatore Marco Ulpio Traiano (98-117 d.C.) per celebrare le sue vittorie sui Daci tra il 101 e il 106 d.C.), si trovava all'incrocio delle due strade principali delle provincie danubiane romane: la strada che da Odessus, sul Mar Nero (odierna Varna) conduceva alla parte occidentale della penisola balcanica e la strada che dall'accampamento militare di Novae (odierna Svishtov) sul Danubio conduceva verso la parte meridionale della penisola balcanica.
La città di Nicopolis ad Istrum è descritta come il luogo di nascita della tradizione letteraria germanica perché nel IV secolo a.C. il vescovo Ulfila (Wulfila, 311-383 d.C.) ebbe il permesso dell'imperatore Costantino II di insediarsi con il suo seguito di cristiani proprio vicino Nicopolis ad Istrum, nell'allora provincia di Mesia. Ulfila inventò l'alfabeto poi utilizzato dai Goti e tradusse la Bibbia dal greco al gotico.
Esplorazione della cisterna dell'acqua carsica della Grotta di Mersina
(Foto: Tihomira Metodieva)
La città di Nicopolis ad Istrum venne distrutta da Attila nel 447 d.C.; alcuni sostengono che, prima della distruzione, sia stata abbandonata dai suoi abitanti. In seguito, nel VI secolo d.C., venne parzialmente ricostruita come avamposto fortificato dell'Impero Romano d'Oriente per poi venire nuovamente distrutta alla fine dello stesso secolo dagli Avari. Tra il X e il XIV secolo Nicopolis ad Istrum era una città medioevale che faceva parte dell'impero bulgaro.
L'esplorazione archeologica della città è iniziata nel 1900, mentre gli attuali scavi sono in corso dal 2007. La cisterna e il bacino d'acqua che alimentavano l'acquedotto di Nicopolis ad Istrum sono stati esplorati dall'archeologo Kalin Chakaron del Pavlikeni Museum of History. Si tratta di una struttura quasi completamente ben conservata, di forma ottagonale, costruita con grandi blocchi di pietra, ognuno dei quali pesa oltre mezza tonnellata. In alcuni punti i blocchi sono tenuti insieme da grappe di ferro rivestite di piombo. La cisterna presenta due uscite, una nell'estremità settentrionale e l'altra in quella occidentale, entrambe sfocianti un canale. L'uscita settentrionale era quella dalla quale si dipartiva l'acquedotto che portava acqua a Nicopolis ad Istrum; l'uscita occidentale riversava l'acqua in eccesso dal canale principale.
L'acqua delle sorgenti carsiche della Grotta di Musina ha una temperatura costante di 14°C e venne portata in città grazie ad un sistema di archi e percorsi interrati. In almeno quattro punti l'acquedotto è costituito da arcate, così come molti altri acquedotti del mondo romano. La parte interrata più impressionante e più grande si trova nella valle del fiume Rositsa. Questa galleria venne ideata per superare la diversa pendenza lungo il percorso dell'acquedotto e permettere una migliore fruizione dell'acqua.
Alla fine del suo viaggio, l'acquedotto arrivava ad un serbatoio di distribuzione dell'acqua, il castellum divisiorum, che si trova davanti al muro occidentale della fortezza di Nicopolis ad Istrum. Qui veniva distribuita ai cittadini.

venerdì 15 dicembre 2017

Lechaion, capolavoro dell'ingegneristica romana

Fondamenta di una struttura dell'antico porto di Lechaion
(Foto: Vassilis Tsiairis/Lechaion harbour project)
Gli scavi archeologici a Lechaion, antico porto di Corinto, forniscono ulteriori notizie ed approfondimenti sull'ingegneria dell'impero romano.
Il porto di Lechaion era uno dei due porti che collegava la città di Corinto alle antiche rotte commerciali nel Mediterraneo. Si trova sul Golfo di Corinto mentre l'altro porto, Kenchreai, si trova sull'istmo di Corinto. I Romani distrussero la città nel 146 a.C., al momento della conquista della Grecia. Giulio Cesare ricostruì la città ed i suoi porti nel 44 a.C., dando l'inizio ad un lungo periodo di prosperità.
Recenti scavi a Lechaion hanno rivelato l'impressionante conoscenza ingegneristica posseduta dai Romani. Dal porto di Lechaion partivano navi ricolme di beni di lusso e approdavano altre cariche di merci da tutto il Mediterraneo. Antiche monete raffigurano un porto con un grande faro, ma i resti presenti a Lechaion sono piuttosto scarsi. Nei pressi della linea di costa si possono oggi vedere le fondamenta di due grandi strutture che formavano, un tempo, il porto esterno. Il resto è sepolto da secoli di detriti e sedimenti. Solo ora gli scavi stanno cercando di gettare luce su un passato che pare dimenticato.
Un palo di legno antico di duemila anni rinvenuto
a Lechaion (Foto: Angeliki Zisi/Lechaion 
harbour project)
Gli archeologi hanno scoperto un complesso portuale monumentale che ha subito, nel tempo, delle variazioni. Il porto esterno di Lechaion ricopriva, un tempo, 40.000 metri quadrati mentre quello interno si estendeva su una superficie di 24.500 metri quadrati. I bacini portuali e l'accesso al porto erano delineati da grandi moli e banchine costruite con blocchi di pietra del peso di cinque tonnellate ciascuno. Vi erano diversi edifici monumentali ed anche un faro, come risulta da alcune monete.
Il monumento che è stato individuato, secondo gli archeologi, sarebbe un santuario religioso. Ma potrebbe essere anche una grande base per qualche scultura monumentale oppure un ufficio doganale. Il complesso venne distrutto da un terremoto tra il 50 e il 125 d.C., probabilmente si tratta dell'evento sismico verificatosi nel 70 d.C., al tempo di Vespasiano, menzionato dalle fonti antiche.
Dal VI secolo d.C. venne costruito un nuovo bacino portuale a servizio della Corinto bizantina, bacino che si estendeva su 40.000 metri quadrati. Le aree che un tempo ospitavano gli antichi bacini vennero colmate di sedimenti, mentre un terremoto di notevole intensità sollevo la terra nella zona di Lechaion di più di un metro.
Le strutture in blocchi di pietra sono certamente imponenti opere di ingegneria, ma gli scavi e le esplorazioni archeologiche stanno rivelando informazioni sul processo di costruzione del porto, portato avanti e completato grazie a cassoni in legno e pali di fondazione utilizzati come fondamenta. Gli elementi lignei sopravvivono raramente al passare dei secoli, ma se sono sepolti sott'acqua si conservano piuttosto bene. La scoperta di questi elementi in legno offre spunti per approfondire le antiche tecniche ingegneristiche e i manufatti scoperti a Lechaion sono conservati molto bene.
Oltre alle infrastrutture in legno, gli archeologi hanno trovato delicati reperti organici, tra i quali semi, ossa, parte di una puleggia in legno e pezzi di legno intagliati. Si tratta di testimonianze della vita quotidiana nell'antica Corinto, unitamente alla ceramica proveniente dalle rotte commerciali del Mediterraneo.
I ricercatori stanno utilizzando l'analisi del Dna per capire il "paesaggio genetico" formato dagli alberi, dalle piante e dagli animali che popolavano la regione circa duemila anni fa. Un giorno, queste informazioni potrebbero consentire la ricostruzione della Lechaion antica, bizantina e moderna.
Il progetto che ha permesso queste interessanti scoperte nasce da una collaborazione tra l'Istituto Danese di Atene, l'Università di Copenhagen e l'Eforato delle antichità subacquee greco. E' diretto dal Dottor Bjorn Lovén e dal Dottor Dimitris Kourkoumelis.

Fonte:
theguardian.com

mercoledì 5 aprile 2017

Alla ricerca della terza nave di Caligola

Il recupero delle navi nel 1930 (Foto: Nautica Report)
Ripartono le ricerche della terza nave di Caligola nel lago di Nemi, piccolo paese dei Castelli Romani alle porte di Roma. Sarà una "caccia al tesoro" molto particolare perché vedrà l'ausilio di strumentazioni di alta tecnologia fornite dall'Arpacal - Agenzia Regionale per la Protezione dell'Ambiente Calabria. L'Arpa Calabria ha infatti tra le sue strumentazioni alcuni macchinari che sono molto rari in Italia al punto che è stata l'Arma dei Carabinieri, in occasione di un sopralluogo alla ricerca di condotte depurative marine sotterranee in Calabria, a chiedere la collaborazione dell'Arpacal per questo speciale progetto archeologico di valenza internazionale.
La terza nave dell'imperatore Caligola, infatti, è uno dei gialli ancora irrisolti dalla comunità scientifica internazionale. Ad immergersi in questi giorni saranno la squadra sub Castelli Romani Underwater Team e la sezione sub dell'Arma dei Carabinieri, la Guardia Costiera. Si partirà dal centro pesca di Carlo Catarci che ha messo a disposizione l'area e le strutture per la ricerca.
Le ricerche, che andranno avanti fino al prossimo 12 aprile, sono state ufficialmente avviate a giugno del 2016, quando l'amministrazione guidata dal sindaco Alberto Bertucci ha deciso di sostenere l'ipotesi dell'esistenza di una terza imbarcazione, lunga oltre 70 metri e che si troverebbe ancora sul fondale del bacino lacustre. Questa ipotesi è stata avanzata dall'architetto di Genzano Giuliano Di Benedetti. Quest'ultimo è l'uomo che per primo ha portato al primo cittadino "prove" storiche che Caligola fece costruire ben tre navi sul lago di Nemi, anche se finora si ha prova dell'esistenza di due immense imbarcazioni recuperate durante il ventennio fascista e poi andate distrutte da un incendio durante la seconda guerra mondiale.
A Nemi c'è un Museo che conserva delle riproduzioni delle navi, pannelli illustrativi, il materiale scampato all'incendio e reperti del Tempio di Diana. Negli anni '30, attraverso un'opera di alta ingegneria idraulica per l'epoca, il lago di Nemi venne parzialmente prosciugato per consentire il recupero delle prime due navi romane risalenti all'epoca dell'imperatore Caligola. Grazie a questo rinvenimento, si evidenziò quanto l'ingegneria navale romana fosse all'avanguardia. Oggi Giuliano Di Benedetti è in grado di indicare dove si trova la terza nave grazie allo studio di testimonianze storiche e di pubblicazioni risalenti al '500.
 
Fonte:
Il Messaggero


sabato 18 marzo 2017

Pesca "miracolosa" al largo di Ostia

Le anfore "pescate" al largo di Ostia (Foto: romatoday.it)
Battuta di pesca con sorpresa al largo del mare di Ostia dove, nella mattinata di venerdì, il "Nonna Maria", peschereccio a strascico di Fiumicino, ha rinvenuto nelle reti appena salpate tre anfore antiche di circa 80 centimetri di altezza e 40 centimetri di circonferenza. Il comandante del peschereccio ha subito allertato la sala operativa della Capitaneria di Porto di Roma che ha immediatamente inviato un proprio battello a verificare il ritrovamento.
Contestualmente è stata informata la Soprintendenza Archeologica del Lazio e dell'Etruria, nella persona di una collaboratrice della Dottoressa D'Atri che, impossibilitata ad intervenire, ha autorizzato il personale della Guardia Costiera di Roma a prendere in consegna le tre anfore.
L'unità stava pescando al largo di Ostia su un alto fondale. Per evitare il rischio di danneggiare le anfore durante la navigazione, non è stato possibile per il personale inviato sul posto prendere subito in custodia gli antichi reperti, facenti parte, probabilmente, di una nave oneraria romana. Le anfore sono state consegnate solamente dopo lo sbarco del pescato del peschereccio "Nonna Maria" nel porto canale di Fiumicino e sono attualmente conservate nei locali della Capitaneria di Porto di Roma in attesa di poterli affidare alla Soprintendenza Archeologica del Lazio e dell'Etruria Meridionale.
L'attività svolta dal personale della Guardia Costiera di Roma, sotto il più ampio coordinamento della Direzione Marittima del Lazio, è l'esempio dell'impegno continuo a favore della tutela e della conservazione del patrimonio archeologico marino che rappresenta uno dei compiti istituzionali su cui i comandi del corpo delle Capitanerie di Porto prestano massima attenzione al fine di censire e preservare l'immenso patrimonio di tesori che il mare ancora custodisce e che rappresentano testimonianza di civiltà e popoli che nei millenni hanno solcato le nostre acque.

sabato 11 marzo 2017

Trovati resti della presenta dell'Ordine Teutonico ad Acri

La cittadella fortificata di San Giovanni d'Acri (Foto: JuzaPhoto)
Il relitto di una nave crociata e del suo carico, risalenti entrambi al XIII secolo, considerati un tempo perduti, sono stati trovati nella baia della città roccaforte, un tempo, dei crociati: Acri, nel nord di Israele. Il carico della nave è composto da monete d'oro risalenti al 1291, quando Acri venne distrutta dal sultano mamelucco d'Egitto, trovate sparse sul fondale marino.
Sulla terraferma è in corso uno scavo guidato dal Professor Adrian Boas dell'Università di Haifa, che ha prodotto, tra i suoi risultati, il ritrovamento della sede dell'Ordine Teutonico, sul lato orientale della città, fuori dalle mura ottomane.
A partire dalla prima crociata nel 1096 e per i successivi due secoli, gli eserciti cristiani attraversarono nelle due direzioni l'Europa e il Medio Oriente, in contrapposizione con le forze musulmane, poiché il controllo della città di Gerusalemme era considerato fondamentale. Acri era un punto di approdo fondamentale per migliaia di cavalieri cristiani, i quali conquistarono Gerusalemme nel 1099.
Acri (Foto: Wikipedia)
Ma il conflitto per il possesso della Città Santa non cessò e Gerusalemme cadde nuovamente, stavolta in mano all'esercito di Saladino, il 2 ottobre 1187. In seguito a questa disfatta, Acri finì per sostituire Gerusalemme nella funzione di capitale del Regno crociato. La città si è presentata quasi intatta agli archeologi che, nel 2011, hanno iniziato a scavarla: giaceva al di sotto dei resti della città ottomana. L'ultimo utilizzo degli edifici crociati risale al 1291, anno nel quale i musulmani occuparono la città.
Il porto di Acri deve il suo nome a San Giovanni d'Acri ed è situato sulla punta settentrionale del promontorio che si protende nella baia di Haifa. A partire dal XIII secolo, San Giovanni d'Acri era diventata un importante centro per il commercio internazionale, l'esportazione di zucchero, spezie, vetro, tessuti e altro ancora in Europa. Armi, metallo, legno, armature e cavalli vennero esportati in Terra Santa.
Acri, il palazzo dei Cavalieri Ospitalieri
(Foto: quellidellacomit.altervista.org)
Nella baia di Haifa, gli archeologi hanno trovato la sezione dello scafo in legno di una nave crociata, unitamente alla chiglia e ad alcune assi in legno la cui datazione al C14 ha dato come risultato un periodo compreso tra il 1062 ed il 1250, epoca in cui i crociati erano attivamente presenti in Terra Santa. Accanto allo scavo sono state raccolte brocche di ceramica e ciotole importate da Cipro, dalla Siria e dall'Italia meridionale. Sono emersi anche oggetti in ferro quali chiodi e tasselli, ma il pezzo forte è sicuramente costituito dalle monete d'oro, cadute in mare quando la nave abbandonò la città assediata.
All'imboccatura del porto i subacquei hanno trovato circa 30 monete d'oro, identificate da Robert Kool, un esperto della Israel Antiquities Authority, come fiorini coniati dalla Repubblica di Firenze a partire dal 1252. Le monete costituiscono un ritrovamento piuttosto interessante. Un testimone dell'epoca, chiamato il Templare di Tiro, narra che alcune nobili signore e diversi ricchi mercanti fuggirono da Acri, al momento dell'assalto delle truppe musulmane, corrompendo i proprietari di piccole imbarcazioni con gioielli ed oro perché li portassero fino alle navi veneziane dirette a Cipro. Molti, tuttavia, annegarono con i loro beni preziosi alcuni dei quali sono quelli trovati oggi dagli archeologi.
Ciotola crociata smaltata e ferro di cavallo rinvenuti dello scavo
subacqueo di Acri (Foto: Michal Artzy)
In seguito alla presa di Acri, i mamelucchi smantellarono il porto, le mura cittadine, il castello del porto ed altri edifici. Il porto di Acri divenne un mucchio di rovine e venne per anni abbandonato. Nel XVIII secolo gli Ottomani ripresero il porto e ricostruirono la città circondandola con nuove mura.
Ottocento anni dopo, l'Ordine Teutonico si stabilì in Terra Santa per svolgere un lavoro sociale. I fondatori dell'Ordine Teutonico erano cavalieri tedeschi provenienti da Lubecca e Brema, che si erano uniti all'esercito crociato di Federico Barbarossa. Addolorati per la morte di quest'ultimo, avvenuto per annegamento nell'attuale Turchia, la maggior parte dei soldati finì per disperdersi, ma due contingenti di cavalieri si unirono alle forze di re Riccardo Cuor di Leone e di Filippo II di Francia nell'assedio di Acri del 1190-1191.
Ciotola crociata smaltata con decorazione di pesci, trovata nello scavo
marino di Acri e importata da Paphos, Cipro (Foto: Michal Artzy)
Qui installarono un ospedale da campo, utilizzando le vele delle navi per erigere tende. Quando Acri venne conquistata, Riccardo Cuor di Leone ricompensò i cavalieri teutonici con un terreno situato ad est di Acri, non lontano da dove sorgeva l'ospedale permanente dei cavalieri stessi. Qui i militi edificarono un nuovo ospedale, una chiesa, una cappella, un cimitero ed altri edifici e si organizzarono in un ordine ospitaliero che accoglieva e proteggeva poveri e pellegrini.
Nel 1198 i Cavalieri Teutonici divennero ufficialmente un ordine militare che seguiva la regola monastica dei Templari e degli Ospitalieri e che cominciò ad usufruire di donazioni in denaro da parte del papato. L'ospedale di Acri divenne il loro quartier generale.
Manufatto in ferro di epoca crociata trovato ad Acri
(Foto: Zinman Institute of the University of Haifa and the Deutsche Orden)
La conquista ottomana di Acri nel XVIII secolo condannò all'oblio l'ospedale dell'Ordine Teutonico, mentre la moderna città di Acri finì per coprire le rovine dell'antica città crociata, compresi quelli della "mansio" teutonica, nel lato orientale della città. Il luogo dove sorgeva era sostanzialmente sconosciuto agli archeologi che hanno studiato le mappe del XVII secolo della città ed hanno deciso di cercare gli edifici templari nella parte sudorientale di Acri. I primi risultati dello scavo furono strati di cenere risalenti al crollo degli edifici crociati avvenuti durante l'assedio musulmano del 1291.
Gli archeologi hanno anche rinvenuto una grande quantità di monete risalenti a tutti i periodi di occupazione di Acri. Tra queste monete le più importanti sono quelle di Giovanni III, imperatore di Nicea. Alle monete si sono aggiunti recipienti in ceramica, ciotole smaltate e alcuni attrezzi per la fabbricazione di zucchero, utilizzato per i farmaci dell'epoca. Questi ritrovamenti hanno convinto i ricercatori di trovarsi in presenza proprio della sede dell'Ordine Teutonico.

lunedì 30 gennaio 2017

Trovato un relitto intatto nei pressi delle Baleari

Il carico del relitto affondato di fronte all'isola di Cabrera
(Foto:Jordi Chìas)
Un relitto romano sul fondo del Mediterraneo, sommerso dalle centinaia di anfore che trasportava. E' quello che è stato scoperto a 70 metri di profondità di fronte all'isola di Cabrera, nelle Baleari: una nave da trasporto - probabilmente una galea, mossa unicamente da remi - affondata tra il III e il IV secolo d.C. per ragioni sconosciute. Il ritrovamento è stato effettuato da un gruppo di archeologi spagnoli.
Secondo gli autori della scoperta, presentata ufficialmente il 27 gennaio scorso a Palma di Maiorca, si tratta dell'imbarcazione di questo genere meglio conservata dell'arcipelago delle Baleari, oltre ad essere una tra le poche dell'intero Mediterraneo occidentale arrivate intatte ai nostri giorni. La nave trasportava tra le mille e le duemila anfore di terracotta, che possono aiutare a risalire alla sua origine. La maggior parte di queste sono lunghe un metro, simili a quelle che si fabbricavano a quell'epoca in nord Africa, perciò gli archeologi hanno ipotizzato che l'imbarcazione - probabilmente un mercantile di circa 20 metri - stesse coprendo la tratta che va proprio dall'Africa del nord alla Spagna o al sud della Francia per poi proseguire - come spesso accadeva - fino a Roma.
All'interno delle anfore, con molta probabilità, c'era il preziosissimo garum, una salsa liquida fatta con le interiora del pesce, che gli antichi Romani utilizzavano come condimento. "Gli antichi la consideravano una prelibatezza ed era un prodotto assai richiesto a Roma", spiega Sebastià Munar, direttore scientifico dell'Istituto di studi di archeologia marina delle Baleari.
I primi ad intuire l'esistenza di resti di un antico naufragio di fronte alla piccola isola delle Baleari a sud di Maiorca sono stati i pescatori, che con una certa frequenza trovavano nell'area numerosi frammenti di anfore impigliati nelle loro reti. Proprio seguendo le loro indicazioni, nell'aprile 2016, i ricercatori hanno iniziato a sondare i fondali con un robot sottomarino. Prima della spedizione di due sub, a ottobre, che per la prima volta hanno individuato e fotografato il relitto: è stato possibile così scoprire che molte delle anfore si trovano ancora nella loro posizione originale e che la nave si è miracolosamente slavata dai saccheggi.
"Da quanto sappiamo, è la prima volta che in acque spagnole si trova un pezzo del genere completamente inalterato", spiega Javier Rodrìguez, uno degli archeologi subacquei che hanno partecipato alla spedizione. "Le Baleari si trovano proprio a metà del viaggio tra il nord Africa e il sud della Francia e rappresentavano un rifugio per le navi in caso di temporali. Qusta, però, non deve aver fatto in tempo a raggiungere il porto ed è affondata". La galea si trova in fondo al mare, resterà vedere ora se gli studiosi intenderanno recuperarla oppure lasciarla sul luogo dell'antico naufragio.

giovedì 26 gennaio 2017

Taranto, emerge una dea dal mare...

La statua rinvenuta nel mare di Taranto (Foto: cronachetarantine.it)
Eccezionale ritrovamento a Taranto. Un giovane tarantino, durante un'immersione subacquea, ha scoperto e portato alla luce un reperto di fattura ellenica e risalente probabilmente al IV secolo a.C.
Alla sua quarta esperienza di pesca subacquea invernale, Luca Dinoi, tennista di professione, si è accorto della presenza, in fondo al mare, della statua di una dea greca. La statua è stata portata a galla e sono state contattate le autorità preposte.

Fonte:
Liberamente adattato da cronachetarantine.it

martedì 23 agosto 2016

Cesarea Marittima, importante ritrovamento subacqueo

Alcuni degli oggetti recuperati dai fondali di fronte l'antica Cesarea Marittima, in Israele
(Foto: Clara Amit, Israel Antiquities Authority)
Tesori di epoca romana sono emersi dalle acque del porto di Cesarea Marittima, l'antica città costiera d'Israele. La spettacolare scoperta include una lampada in bronzo raffigurante il dio Sole, una statuetta della dea Luna, una lampada a forma di testa di schiavo africano, frammenti di tre statue in bronzo di grandezza naturale ed una statuetta di Dioniso.
Gli archeologi hanno anche recuperato due grumi metallici formati da migliaia di monete recanti le effigi degli imperatori romani Costantino e Licinio e che avevano mantenuto la forma dell'anfora che le conteneva. Secondo Jacob Sharvit, direttore dell'unità di archeologia subacquea della Israel Antiquities Authority, il carico proviene da quella che era, con tutta probabilità, una grande nave mercantile affondata circa 1600 anni fa. Il carico fornisce importanti indizi sul commercio dell'epoca che saranno presto resi pubblici.

Fonte:
archaeology.org

Pompei, l'ultimo respiro di un medico

Pompei, alcuni dei calchi delle vittime (Foto: archeomedia.net) A Pompei , a distanza di sessant'ani dallo scavo dell' Orto dei Fugg...