giovedì 31 dicembre 2009

Il Mandylion

Il Mandylion, o Immagine di Edessa, era un telo che si venerava tra le comunità cristiane orientali. Su questo telo si diceva essere impresso il volto del Cristo. Dal momento che si pensava fosse di origine miracolosa, era appellata acheropita, vale a dire "non fatta da mano umana".
Inizialmente il Mandylion era conservato ad Edessa di Mesopotamia (oggi Urfa, in Turchia), da qui venne traslato a Costantinopoli dove rimase fino al 1204, quando se ne persero le tracce nel saccheggio della città a seguito della IV crociata.
Eusebio di Cesarea, a proposito del telo, narra che il toparco (cioè governatore o re) di Edessa Abgar V Ukkama ("il Nero"), era malato di lebbra e di gotta. Aveva provato ogni rimedio e consultato diversi medici senza ottenere alcun risultato. Saputo che Gesù operava miracoli gli mandò un suo inviato, Hanna (o Anania) a chiedergli di recarsi ad Edessa. Gesù non andò, ma inviò al suo posto una lettera. Un'altra fonte narra, invece, che Abgar volle che gli fosse recapitato un ritratto di Gesù, per cui il messaggero che aveva inviato doveva osservare le sue sembianze per riprodurle. Gesù, però, consegnò al messo un asciugamano sul quale si era asciugato il viso lasciandovi l'impronta. L'asciugamano sarebbe stato, poi, ripiegato quattro volte doppio (ràkos tetràdiplon) e sarebbe stato chiamato sindon o mandylion. Abgar, ricevuto il telo miracoloso, guarì dalla sua malattia.
Giovanni Damasceno (morto nel 749), menziona l'immagine quando scrive in difesa delle icone. Egeria, pellegrina ad Edessa ne 384, riferisce che il vescovo della città, nel farle visitare i luoghi più importanti, la condusse alla Porta dei Bastioni dalla quale era entrato Hanna, il messo di Abgar. Ma non fa menzione dell'immagine miracolosa.
La prima menzione esplicita del Mandylion risale a Niceforo Callistas che, nel suo "Storia Ecclesiastica", racconta l'invio dell'icona a re Abgar, senza ulteriori specificazioni
Al VI secolo d.C. risale un'informazione più completa, riguardante la presenza del Mandylion ad Edessa. Nel 544 la città subì l'assedio dei Sasanidi guidati da Cosroe I Anushirvan. Una visione si presenta ad Eulavio, vescovo della città: l'esistenza della sacra immagine celata in un muro. Secondo le fonti storiche, il Mandylion sarebbe stato rinvenuto, durante i lavori a seguito di una terribile inondazione del Daisan, il fiume che attraversa Edessa, in una nicchia dentro un muro sovrastante una porta città. Procopio di Cesarea accenna a questa inondazione. Altri autori ritengono, invece, che il Mandylion sia, in realtà, la Sindone e sia giunta ad Edessa solo nel 540, proveniente da Antiochia, assediata, a quel tempo, sempre da Cosroe I.
Il Mandylion rimase ad Edessa anche quando la città fu occupata dai musulmani. Temendo, comunque, per la sua sorte, nel 944 il domestikos (generale) bizantino Giovanni Curcuas, in cambio di 200 prigioneri musulmani e 12.000 corone d'oro, riuscì a riprendere il Mandylion ed a portarlo a Costantinopoli, dove il suo arrivo fu celebrato solennemente dal basileus Costantino Porfirogenito.
Nel 1204 la IV crociata si concluse con il saccheggio di Costantinopoli e la sparizione del Mandylion, di cui si sono per sempre perse le tracce. La reliquia fu descritta, per l'ultima volta, con dovizia di particolari dal cavaliere picardo Robert de Clary nel suo "La conquete de Constantinople". De Clary aveva partecipato alla conquista della città.
Esistono, ad oggi, due oggetti che si contendono il titolo di vero Mandylion: uno si trova a Genova e l'altro a Roma. Ma sono oggetti la cui datazione storica risale rispettivamente al XIV ed al XVII secolo. Anche la Sindone custodita a Torino è, da molti, ritenuta il vero Mandylion.

mercoledì 30 dicembre 2009

L'alto sacerdote ed i suoi dei

L'Instituto Nacional de Antropologia e Historia sta studiando il primo testo geroglifico Maya che narra la vita di un alto sacerdote vissuto a Comalcao, nello stato di Tabasco (Messico) nell'VIII secolo.
Il testo studiato è composto di 260 glifi e narra 14 anni della storia dell'uomo, i sacrifici offerti e gli atti penitenziali posti in essere prima del solstizio d'estate. Lo scritto è stato ritrovato in un'urna funebre che conteneva anche i resti dell'uomo, avvolti in un tessuto rosso ed un'offerta avvolta in una pelle di giaguaro. Quest'offerta consisteva in 90 orecchini a conchiglia, tra i quali 34 pezzi che mostrano, ciascuno, dai 4 ai 6 glifi, e 30 lische di manta gigante, 25 delle quali avevano incisi altri glifi. Uno di questi glifi fa riferimento alla data moderna del 31 gennaio del 771. Gli studiosi ritengono che i sacerdoti Maya usassero bucarsi il lobo dell'orecchio, la lingua, la fronte, il pene ed altre parti per indurre uno stato allucinogeno nel quale credevano di poter dialogare con gli dei.

Il Teatro di Baia


Il teatro romano di Baia è stato identificato, grazie all'ausilio dei satelliti, a pochi metri dalla linea di costa. Accanto ai resti del teatro, vi sono quelli di un'opera muraria che ancora deve essere adeguatamente indagata.
Nei fondali della collina del Castello Aragonese sono stati, dunque, identificati dei resti di una struttura dalla forma geometrica a semicerchio che ricordano la forma del teatro romano di età imperiale. La struttura si trova a pochi metri di profondità e poteva ospitare fino a 5000 spettatori. Molti elementi inducono gli studiosi a pensare che si tratti del cosiddetto Teatro di Cesare, facente parte del contesto più ampio di una Villa di Cesare inglobata, successivamente, nell'attuale Castello Aragonese. Del resto è Tacito stesso a descrivere la villa di Cesare come disposta su un'altura a dominare il golfo.

martedì 29 dicembre 2009

La residenza imperiale di Massenzio


Il grandioso complesso legato all'imperatore Massenzio, sull'Appia antica, è fatto comunemente risalire al IV secolo, in particolare agli anni che vanno dal 308 al 312 d.C., quando l'imperatore acquistò la proprietà degli immobili precedentemente posseduti dalla famiglia degli Annii. Il complesso fu, immediatamente, articolato in tre elementi funzionali distinti architettonicamente: il mausoleo imperiale, il circo ed il palazzo imperiale.
Il circo fu con sicurezza attribuito a Massenzio grazie al rinvenimento, durante gli scavi del 1825, di un'iscrizione con la dedica a Romolo, figlio dell'imperatore, morto prematuramente nel 309 d.C.. Il palazzo imperiale nacque dalla rielaborazione di un impianto più antico, di tipo residenziale, che sorgeva a 200 metri dalla via Appia. Indagini archeologiche eseguite negli anni Sessanta del 1900, hanno permesso di tracciare con più accuratezza la storia della villa rustica prima che si trasformasse in residenza imperiale. La costruzione apparteneva, con certezza, al periodo tardorepubblicano. Lo si è dedotto anche grazie al ritrovamento delle strutture di un criptoportico, lunghe 115 metri. L'approvvigionamento idrico era assicurato tramite l'escavazione di pozzi che, nelle fasi successive, risultano rimpiazzati da cisterne.
Al I secolo d.C. si colloca, con buona approssimazione, la costruzione di due ambienti destinati, con tutta probabilità, a ninfei e di una grande cisterna d'acqua nel settore orientali. Durante la media età imperiale venne creata una scenografia piuttosto elaborata che fronteggiava la via Appia e vennero innalzati due torriioni circolari ai lati del criptoportico.
Nell'ultima fase costruttiva si ebbe una trasformazione radicale del complesso, soprattutto sotto il profilo dell'organizzazione degli spazi abitativi. E' in questo momento storico che si passò dalla villa rustica al palazzo imperiale. Il complesso edilizio venne, dunque, dotato di una sala absidata ed ambienti annessi ed il palazzo venne strutturato in stretta connessione con il circo. Quest'ultimo fu edificato in opera listata, per una lunghezza complessiva di 490 metri ed una larghezza di 92. Sul lato che guarda l'Appia furono collocati i dodici carceres, dai quali partivano i carri, ai lati di un ampio arco di ingresso. Alle due estremità di questa facciata sorgevano due torri di pianta quadrata divise in tre piani. Le gradinate, che potevano ospitare fino a 10.000 persone, poggiavano su una volta oggi in parte crollata. La tribuna dove si trovava il pulvinar, il luogo dal quale Massenzio assiteva alle corse, era collocata a nord ed è costituita da un ambiente rettangolare, collegato con un vano circolare di raccordo con i vani del palazzo. Da ricordare che le fazioni che correvano nel circo romano erano, solitamente, quattro: l'Albata (bianca), la Russata (rossa), la Pràsina (verde) e la Vèneta (azzurra). La corsa aveva inizio quando il magistrato preposto dava il via lasciando cadere la mappula
La spina del circo è lunga circa 296 metri ed era, un tempo, limitata da metae semicircolari. Al centro è ancora visibile la massicciata sulla quale si elevava l'obelisco detto di Domiziano, forse trasportato qui dall'Iseo di Campo Marzio, che papa Innocenzo X fece trasportare, nel 1648, sulla fontana del Bernini a piazza Navona (la cuspide è ai Musei Vaticani).
Una rilevanza non secondaria, nel complesso imperiale di Massenzio, ha il Mausoleo di Romolo, un edificio rotondo a due piani e avancorpo rettangolare. La camera funeraria vera e propria era composta da un vano circolare circondato da un corridoio anulare coperto con volta a botte, arricchito di nicchie per sarcofagi lungo il muro perimetrale. Attualmente l'edificio è inglobato in un altro più moderno, un casolare anteriore al 1763. Un tempo era circondato, invece, da un vasto quadriportico.
Dal I al II secolo d.C., in quest'area, si era sviluppata una necropoli con edifici a camera allineati in file parallele, lungo stradine secondarie. Alcune di queste costruzioni sono tuttora visibili nel settore antistante il circo di Massenzio, tra questo ed il Mausoleo di Romolo. L'edificio meglio conservato, tra queste strutture, è un colombario ipogeo di pianta quadrata, dotato di una scala in mattoni che permetteva di superare il dislivello tra il piano interno e la quota esterna. L'ipogeo risale alla prima metà del II secolo d.C. e venne utilizzato almeno fino al III secolo, quando uno dei fruitori, divenuto cristiano, si fece realizzare, nella camera funeraria, un ampio sepolcro a cassa in muratura, decorato con scene tratte dal ciclo di Giona.
Alla morte dell'imperatore la proprietà comprendente il palazzo imperiale passò, con tutta probabilità, a Costantino. In seguito divenne possesso della vicina chiesa di S. Sebastiano, poi dei conti di Tuscolo, dei Cenci e dei Torlonia. Di tutti gli edifici del complesso imperiale il palazzo è quello che si è conservato peggio. Ne rimangono solo le parti absidali di tre grandi ambienti: quello centrale, conosiciuto come Tempio di Venere e Cupido, è il centro dell'intera costruzione, proabilmente l'aula palatina destinata alle udienze, quella che fu costruita per prima quando la villa rustica divenne proprietà imperiale.

Alberi...biblici


Quando un piccolo seme di quercia iniziò a svilupparsi e crescere, in California, erano "appena" 13.000 anni fa. Da allora ha continuano, seppure sotto forma di clone, a vivere fino ad oggi.
Dieci anni fa Mitch Provance si interessò ad un gruppo di alberi di quercia che non si trovavano in un ambiente a loro consono (una quota più alta del solito) e poi erano simili gli uni agli altri. Quest'ultima caratteristica fece pensare a Provance che potesse trattarsi di cloni ed iniziò a studiarle più da vicino. Per datare la prima pianta cresciuta in quel luogo, i ricercatori sono risaliti a cicli di vita che quella macchia ha avuto. Li hanno contati, considerando che ciascuno è di 40-50 anni e che per incendi o per altri motivi terminano la loro vita rinascendo all'interno della macchia stessa per poi allargarsi. In questo modo sono riusciti a determinare l'età della pianta-origine: tredicimila anni.
Vi sono dei ricercatori che hanno dubbi sul metodo utilizzato per pervenire a questa datazione. Fino ad oggi la più antica pianta conosciuta era una conifera scoperta al confine tra la Svezia e la Norvegia, che risalirebbe a 9000 anni fa. A questa pianta segue "Matusalemme", un pino Bristlecone, che vive vicino Las Vegas, di "appena" 5000 anni. Altri alberi di una certa età vivono in Iran, tra i quali un esemplare di cipresso di 4000 anni. Un altro cipresso di 3600 anni vive in Cile.
In Italia il Corpo Forestale dello Stato ha individuato l'albero più antico della nostra penisola: l'oleastro di San Baltolu di Luras, in provincia di Sassari, con i suoi 3000 anni di età. Questo bell'esemplare di Olea europaea oleaster (olivo selvatico) ha 15 metri di altezza ed 11 di circonferenza.

Le veneri di Hippum


Tre statuette di Venere, dea dell'amore, sono state ritrovate in uno scavo presso Sussita (detta anche Hippus, Hippum od anche Hippon), in Israele. Risalgono a 1500 anni fa, periodo oscuro di transizione tra l'impero romano e la cristianità.
Gli archeologi Artur Segal e Michael Eisenberg, che hanno diretto gli scavi, ritengono che queste statuette siano l'attestazione dell'esistenza di culti pagani in piena decadenza romana e mentre il culto del Cristo era in espansione.
Le statuette sono alte 23 centimetri e sono scolpite nella pietra. Rappresentano una delle varianti della dea dell'amore, la Venus Pudica, che si protegge le parti intime con una mano. L'area in cui sono state ritrovate le statuette fu devastata da un terremoto nel 749 d.C..
La città di Antiochia Hippos venne fondata sotto uno sperone di roccia a forma di testa di cavallo, estremamente difendibile, ad opera forse dei Seleucidi che erano in conflitto con i Tolomei. In epoca romana la città si chiamò Antiocheia ad Hippum e divenne parte della Decapoli.

lunedì 28 dicembre 2009

Dolce dono degli dèi, re del Symposium

Fino al 10 gennaio 2010 è allestita, a Firenze, nel Museo Archeologico Nazionale, la mostra "Symposion" che mira a cercare le radici culturali dell'identità comune legata alla coltivazione della vite ed alla produzione del vino.
La mostra è molto didattica nelle spiegazioni dell'origine del vino, della sua produzione in Grecia, Etruria ed a Roma, del suo consumo e del suo commercio ma è anche l'occasione per mostrare dei reperti di straordinaria importanza, come il corredo da simposio della Tomba 1 della Necropoli di San Cerbone a Populonia ed il celeberrimo Vaso François.
La mostra vera e propria parte dalle origini, dalle prime testimonianze archeologiche di una produzione di vino: il sito neolitico di Hajji Firuz Tepe, nei monti Zagros settentrionali, in Iran (IV millennio a.C.), da cui provengono tracce di acido tartarico, componente del vino contenuto negli acini d'uva, e di resina vegetale. Questa è la traccia, nonchè la testimonianza, più antica della produzione del vino.
I reperti in mostra spaziano dal mondo greco (kylikes, coppe su basso piede; oinochoai, brocche dalle quali si versava il prezioso liquido; kantharoi, coppe su alto piede ed alti manici). Questi reperti sono legati al vino sia per la loro funzione specifica che per la loro decorazione, scene tratte dal mondo del simposio, il momento conviviale in cui la mescita del vino era il momento fondamentale. E, soprattutto, scene dionisiache, perchè fu proprio Dioniso ad importare in Grecia la coltivazione della vite e la produzione del vino. Sui vasi, con Dioniso, compaiono cortei di satiri e menadi che raccolgono l'uva e preparano il vino.
In Etruria Dioniso diventa Fufluns e l'idea del simposio passa nella raffinata società italica. Le tombe etrusche contenevano splendidi e ricchissimi corredi di vasi in bucchero fine o pesante, in ceramica etrusca sovradipinta, destinati al simposio come vasellame di metallo simile ai simpula, che servivano per attingere il vino dai grandi crateri dipinti. In Etruria il simposio, al contrario che in Grecia, era aperto ad uomini e donne indistintamente.
Dal mondo romano la mostra espone una lastra "campana", vale a dire una lastra fittile di rivestimento parietale, nella quale compaiono dei satiri vendemmianti, un soggetto assai popolare per questo genere di oggetti. E' anche esposta la ricostruzione di un impianto di produzione del vino, come doveva essere presente in una villa "rustica", i cui esemplari sono sparsi un pò in tutta l'Italia centrale.
La rassegna si conclude con una sezione dedicata al commercio ed al trasporto e contiene una selezione di anfore vinarie di età romana, di varia provenienza, forma ed epoca, rinvenute intatte nel recente scavo delle Navi di Pisa. Al II piano del Museo, all'interno dell'esposizione, molti sono i reperti attinenti la sfera del vino. Vasi in bucchero, oinochoai e vasi dipinti. Tra questi ultimi lo splendido Vaso François, un enorme cratere ritrovato in una tomba di Vulci. Il cratere era il vaso dal quale si attingeva il vino per versarlo nelle singole kylikes, coppe. Sul Vaso François sono rappresentati i principali miti del repertorio greco legati alle ideologie aristocratiche che gli Etruschi fecero proprie. All'epoca romana risale la statua bronzea dell'idolino di Pesaro, un Efebo lampadoforo che, in mano, recava a mò di reggi-lampada, tralci di vite.

sabato 26 dicembre 2009

Scoperte all'interno dell'Abbazia di San Pietro a Modena


Nuovi resti dal monastero modenese di San Pietro. Nel cortile della spezieria del Cenobio Benedettino sono stati ritrovati, pressocchè intatti, la fontana monumentale del XVI secolo, che giaceva sotto uno strato di macerie, e parti delle fortificazioni edificate nell'anno Mille e delle antiche strutture dell'abbazia del 1200.
Gli scavi archeologici, finanziati da Don Paolo Malavasi, parroco di San Pietro, avevano come fine di controllare la consistenza dei depositi archeologici e di verificare la condizione di conservazione della fontana cinquecentesca, situtata al centro del cortile e smantellata nel XIX secolo.
Le indagini hanno anche rilevato l'esistenza di nuove ed importanti testimonianze di un'antica fase di costruzione dell'Abbazia di San Pietro e delle fortificazioni medioevali della città. Il ritrovamento più importante è un massiccio muro di 1,5 metri di ampiezza e 2 metri di profondità, edificato riutilizzando mattoni di età romana. E' probabile che rappresenti un tratto delle fortificazioni dell'anno Mille, che si ricordano in un diploma del 1062, dove l'Imperatore Corrado II il Salico permetteva al vescovo di Modena di ampliare le mura cittadine. Appartengono a queste fortificazioni anche le recenti scoperte in piazzale San Francesco, dove è emerso un ampio tratto di mura.
Quando la città si espanse oltre le fortificazioni cittadine, vennero ricostruiti anche la chiesa ed il cenobio benedettino di San Pietro, impiegando le antiche fortificazioni come fondamenta. In corrispondenza delle strutture difensive, nel cortile della spezieria, è riemerso un ampio edificio con pavimentazione in coccio pesto, costtituito da grossi pilastri e riferibile al refettorio oppure alla Chiesa di San Pietro nella sua ricostruzione del 1200. Questo edificio fu abbattuto verso la fine del XV secolo, quando fu progettata la costruzione dell'attuale edificio sacro.

venerdì 25 dicembre 2009

Una città misteriosa in Giordania

Khirbet ez-Zeiraqoun (o Khirbet ez-Zeraqon) era una città fortificata che occupava 25 ettari di territorio in Giordania. Venne popolata durante l'Età del Bronzo III (2700-2300 a.C.) ed aveva un'importanza notevole, dovuta anche alla sua posizione strategica.
La città era protetta da una cinta muraria di cinque metri di spessore, con torri sporgenti di 17 metri di altezza. Solo il lato est era stato lasciato scoperto, poichè un ripido pendio a valle impediva a qualunque nemico di avvicinarsi.
Una fitta rete di tunnel sotterranei, poi, raccoglieva l'acqua convogliandola in cisterne. Erano profondi anche 100 metri e vi sono stati trovati tre ingressi ed una scala. Come gli antichi siano stati in grado di costruirli senza che crollasse loro sulla testa la roccia soprastante, è tuttora un mistero.
Un altro mistero è costituito dal significato di 130 glifi, la metà dei quali ritrovati nella regione. Sebbene si conoscesse, all'epoca in cui fu costruita Khirbe ez-Zeiraqoun, la scrittura in Mesopotamia, Siria ed Egitto, finora non si era mai trovata una testimonianza di scrittura in Giordania. I glifi mostrano schemi, rituali e scene artistiche. Sicuramente alcuni manufatti erano stati importati, ma altri potrebbero, invece, essere di produzione locale. Un edificio scavato nell'antica città, in particolare, sembra essere stato un palazzo oppure un centro amministrativo. Non è molto imponente, si tratta di un vestibolo con stanze rettangolari disposte ai suoi lati.
Dal punto di vista governativo, gli studiosi ritengono che la città avesse un governo centrale che controllava anche gli insediamenti vicini. Non si sa ancora che tipo di religione fosse praticata dagli abitanti dell'antica città. Rimangono solo i resti di templi e le documentazioni testuali dalla Mesopotamia e dalla Siria. Il complesso di templi è stato ritrovato nella parte più elevata della città, con strutture rettilinee ed altari circolari raggruppati insieme. Forse la divinità principale era un dio lunare molto simile a Sin ed un dio solare, divinità entrambe ben attestate in Mesopotamia.
Verso il 2300 a.C., tutte le costruzioni principali erano già fuori uso e l'area della città era occupata solamente da uno stanziamento stagionale. Fu, questo, il periodo in cui anche il potere centrale in Egitto entrò in forte crisi, aprendo la via al primo periodo intermedio. A nord di Khirbet ez-Zeiraqoun, inoltre, la città di Ebla venne distrutta da Sargon di Akkad, il cui impero era in forte espansione verso est. Nel lontano Oriente, la civiltà dell'Indo era anch'essa in forte declino: la popolazione di Harappa si dimezzò e Mohenjo-daro venne abbandonata. Gli studiosi ritengono che la spiegazione più credibile sia un cambiamento climatico che abbia portato ad un aumento della superficie desertificata, soprattutto in Mesopotamia. Khirbet ez-Zeiraqoun non venne più ripopolata, almeno non in modo permanente.

mercoledì 23 dicembre 2009

Kroton e lo splendore della Magna Grecia

Nell'VIII secolo a.C. alcune comunità della Grecia continentale ed insulare, guidate da un oikistès, partirono alla volta dell'Occidente. Qui si stabilirono lungo le rotte percorse a fini commerciali, per l'approvvigionamento soprattutto dei metalli ed instaurarono rapporti con le popolazioni indigene.
La colonia che nasce, viene definita in greco apoikia, per sottolineare il distacco dei suoi cittadini dalla madrepatria, definita metropolis. Le nuove comunità predilessero terreni pianeggianti, prossimi ai corsi d'acqua od alla costa, con buone possibilità agrarie. Gli Achei, che fondarono Sibari e Crotone, mirarono soprattutto allo sfruttamento agricolo; i Calcidesi, che avevano fondato Zancle (Messina), consolidarono il loro controllo delle rotte che passavano dinnanzi allo stretto.
Le colonie greche lungo la costa ionica della Calabria (Sibari, Crotone, Locri Epizefiri) incoraggiarono l'insediamento di altre colonie sullo Jonio (Metaponto, Kaulonia) e la fondazione di sub-colonie che si resero presto indipendenti, sulle coste tirreniche come: Hipponion (Vibo Valentia) e Medma (Rosario), fondate da Locri Epizefiri e Poseidonia-Paestum, fondata dai Sibariti.
Le aree solitamente scelte dai coloni greci per l'impianto di una nuova colonia e dei santuari più noti - come quello dell'Heraion lacinio - erano già frequentate da genti indigene tra l'Età del Bronzo e del Ferro. Lo provano frammenti di ciotole ad impasto dell'Età del Bronzo e della prima età del Ferro, recuperati da strati molto profondi.
I coloni che si insediarono nella città di Kroton hanno lasciato, in eredità ai posteri, frammenti di ceramiche databili fra la fine dell'VIII secolole a.C. e l'inizio del VIII. Sono frammenti di coppe e crateri coevi alla fondazione della città, con fitta trama di motivi geometrici, prodotti a Corinto e poi localmente. Al VII secolo a.C. è attestata una notevole quantità di materiali di importazione e di produzione locale. Dall'Attica giungeva l'olio, nelle anfore cosiddette "SOS". Dalla Grecia insulare e dal mondo greco orientale provengono altre classi di manufatti come unguentari, piatti, coppe. L'artigianato artistico locale si produce nella coroplastica e nelle produzioni a rilievo. Nella coroplastica sono da ascriversi opere di dimensioni di poco inferiori al vero, quali una testa femminile dai marcati tratti ionici, dei primi decenni del VI secolo a.C.. Gli oggetti, però, più documentati sono frammenti di piccole are domestiche, di forma parallelepipeda con basi e cornici aggettanti.
Dopo l'arrivo di Pitagora e la conquista della Sibaritide, la città di Kroton è scossa da un particolare fervore edilizio che coinvolge maestranze specializzate ed altre categorie di artigiani quali i coroplasti, i bronzisti, i fabbri. Testimonianze eloquenti di questo periodo febbrile sono un'antefissa a maschera gorgonica ed i resti di una grondaia (sima) policroma. Sempre più la città importa ceramiche a figure nere ed a figure rosse. Tra gli oggetti di ornamento personale che sono state ritrovate durante gli scavi, sono particolarmente notevoli i resti di una spilla in ferro per fermare le vesti (fibula) decorata con una colomba in osso, di produzione tarantina ed una testina di cane in osso intagliato con sigillo sulla parte piatta.
Cacciato Pitagora, a Kroton si instaurò dapprincipio la tirannide di Clinia, alla quale seguì un ritorno dei Pitagorici e del regime aristocratico. A questo seguì, poi, quello democratico, ostile alla nuova colonia panellenica di Thurii, con la quale pare che Kroton ebbe uno scontro tra il 444 ed il 420 a.C. e che, forse, determinò la nascita della lega achea tra Kroton, Kaulonia e Sibari sul Traente, che aveva il suo centro comune nel santuario di Zeus Homarios (che alcuni studiosi identificano con l'area sacra di Kaulonia) e poi in quello crotoniate di Hera Lacinia. Nel V secolo, con la democrazia, riprese vigore il culto di Eracle, riproposto come vero fondatore (ecista) della città e per questo raffigurato su alcune serie di monete crotoniati in argento e bronzo.
All'inizio del IV secolo a.C. il tiranno di Siracusa, Dioniso I, alleatosi con i Lucani, inflisse una dura sconfitta all'esercito della lega italiota nei pressi dell'antica Caulonia sulle rive del fiume Elleboro (390 a.C.). Tutte le città dell'attuale Calabria, pertanto, passarono nella sfera d'influenza Siracusana. Kroton, ridimensionata territorialmente, si alleò con i Cartaginesi ma un'altra sconfitta della Lega, nel 378 a.C., la città fu presa con l'inganno da Dioniso I. Le conseguenze furono disastrose, per Kroton: il territorio nord della città fu ceduto ai Lucani, fu saccheggiato il tesoro dell'Heraion lacinio per pagare un tributo di guerra ai Cartaginesi e Kroton fu sottoposta al controllo politico ed economico di Siracusa. Tale dominazione terminò nel 356 a.C., quando Dione abbattè il potere dionigiano a Siracusa. Kroton fu, però, costretta a lottare contro la popolazione italica dei Brettii, da poco separatisi dai Lucani. Con Kroton caddero Terina, Hipponion e Thurii.
Kroton decise di sostenere il re epirota Alessandro il Molosso, chiamato da Taranto per combattere gli Italici. Il condottiero morì presso Pandosia e Kroton fu assediata dai Bretti e costretta a nuove alleanze, rivolgendosi ad Agatocle, che finì per dominare la città fino alla sua morte (289 a.C.).

martedì 22 dicembre 2009

Misteriosi Elimi


Non si conosce molto dell'origine della popolazione degli Elimi, stanziati nella parte occidentale della Sicilia. Ellanico di Mitilene, storico del V secolo a.C. riportato da Dionigi di Alicarnasso, racconta che due spedizioni di Italici ripararono in Sicilia prima ancora della guerra di Troia: una formata da Elimi, cacciati dagli Entri, e l'altra - che arriva in Sicilia cinque anni dopo, erano gli Ausoni, cacciati dagli Iapigi.
Tucidite, invece, racconta che, mentre avveniva la conquista di Troia, alcuni Troiani sfuggiti agli Achei, ripararono in Sicilia e si stabilirono in un territorio ai confini con quello dei Sicani formando, successivamente, la popolazione degli Elimi e fondando le città di Erice e Segesta.
Nuovi studi portano a pensare che gli Elimi derivarono, in qualche modo, dai Sicani ed ebbero origine nel corso dell'VIII secolo a.C.. Non è, comunque, ancora possibile delimitare in via definitiva il territorio sul quale gli Elimi erano stanziati.
Le tradizioni riguardanti la fondazione del sito archeologico di Rocca d'Entella parlano delle origini troiane, attribuite prima ad Egeste, figlio del dio fluviale Krimisos e di una troiana e, più tardi, al principe troiano Elimo, figlio naturale di Anchise e, pertanto, fratello di Enea. Le tracce materiali, invece, parlano di un centro già attivo nell'Eneolitico e di una fase di urbanizzazione più tarda. Entella assunse un ruolo particolare all'interno della civiltà artigianale, in quanto si specializzò nella produzione della ceramica - incisa, impressa e dipinta - che rapidamente si diffuse nella Sicilia centro-occidentale dalla preistoria all'età classica.
L'Entella elima compare, dal punto di vista letterario, in occasione di una tragedia che colpì la sua popolazione. Mercenari italici di origine campana, assoldati, nel 410 a.C., dai Cartaginesi prima e dai Siracusani poi, dopo il congedo del 405, si insediarono in varie città della Sicilia. Un gruppo di costoro, giunto ad Entella nel 404 a.C., eliminò l'intero corpo civico della città massacrando la popolazione maschile e sposando le donne di Entella. Costoro si mostrarono a lungo fedeli ai punici, come racconta lo storico Eforo. Nel 365 a.C., però, Entella sostenne il tiranno siracusano Dioniso I e, successivamente, cambiò spesso fronte. Venne, poi, distrutta dai Cartaginesi nel 262 a.C., periodo in cui furono redatti i "Decreti di Entella", documenti in lingua greca incisi su tavole di bronzo che fanno riferimento alle richieste di aiuto della comunità di Entella alle comunità vicine per la ricostruzione della città.
Dopo il primo conflitto punico, Entella passò ai Romani, godendo di un periodo di prosperità. Dal II secolo d.C. la città cadde in rovina e venne abbandonata fino al ripopolamento da parte di Arabi provenienti dalla Tunisia (IX secolo d.C.). La città divenne capitale dell'emirato di Ibn-Abbad durante le rivolte contro Federico II nel 1246. Entella venne distrutta, in seguito, dalle truppe imperiali.
Le mura di Entella erano lunghe circa 2800 metri. Le indagini archeologiche hanno rivelato un muro di fortificazione con un bastione circolare di età tardo-arcaica, riutilizzato in età medioevale a scopo abitativo e funerario. La porta delle mura arcaiche fu riutilizzata dall'età ellenistica fino all'età medioevale, quando fu inserita su di essa una torre.
Nell'area pubblica della città si riconosco due fasi edilizie: la prima degli inizi del V secolo a.C., che vide la realizzazione di un edificio di culto con altare interno, protetto da un grande muro a blocchi parallelepipedi. La seconda fase è rappresentata da un granaio, costruito alla fine del IV secolo a.C. e distrutto da un incendio che lo rese inutilizzabile, cinquant'anni dopo la sua costruzione. Nelle fondazioni del granaio sono state ritrovate una serie di statuette raffiguranti portatrici di porcellino e di fiaccola.
Le necropoli di Entella, invece, si svilupparono fuori dalle mura della città, lungo le vie di accesso alla stessa. Sinora ne è stata indagata solo una, in cui una tomba a pozzetto ellittico senza corredo, ha restituito un'anfora indigena con decorazione impressa. Della seconda necropoli restano solo tombe saccheggiate ed un cippo tardo-arcaico con parte di un'iscrizione greca in caratteri selinuntini. Anche questa necropoli è stata utilizzata in età arcaica fino all'età tardo-ellenistica ed al Medioevo. La presenza di Campani ad Entella è rappresentata da due tombe contigue, una maschile ed una femminile, databili al IV secolo a.C.. Il corredo includeva oggetti di origine italica: un cinturone di bronzo e tre fibule di ferro, di cui una ornata con corallo.

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