lunedì 5 agosto 2013

Eccezionale scoperta a L'Aquila

Gli archeologi hanno ritrovato, nell'area della città romana di Amiternum, nei pressi de L'Aquila, i resti di un'antica piscina. La scoperta nel corso di un intervento di archeologia preventiva che consentirà una migliore fruibilità del parco archeologico cittadino.
Sono stati rinvenuti i resti monumentali di una natatio, una grande vasca rettangolare di 12 per 30 metri, costruita secondo i criteri architettonici di Vitruvio, con un'accuratezza che rimanda all'età augustea. La presenza di questa piscina indica, senza ombra di dubbio, l'espansione e la monumentalizzazione della città in età augustea.
Gli archeologi, ora, dovranno accertare se si tratta di una piscina inserita in un ambiente ad utilizzo pubblico oppure si tratta dell'elemento di una residenza privata.

I Micenei - parte seconda

Guerriero miceneo, particolare da un vaso
rinvenuto a Micene (XII secolo a.C.)
Nel periodo miceneo antico (1650-1300 a.C.), l'esercito era dotato di lunghe lance dette enkhos e di spade. L'abbigliamento del guerriero consisteva unicamente in un gonnellino in stoffa oppure in un perizoma. I guerrieri si muovevano a piedi nudi e per pararsi dai colpi avversari ricorrevano ad un grande scudo (sakos) che copriva il corpo dal collo agli stinchi e di un elmo.
Proprio lo scudo era l'elemento caratteristico del soldato di fanteria pesante. E' stato appurato che questo elemento essenziale del soldato miceneo era fatto in vimini, fissati a un telaio di legno e ricoperto da uno o più strati di pelle bovina. Gli scudi erano solitamente portati a tracolla per mezzo di una cinghia, il telamon, che passava diagonalmente sulla spalla sinistra. Lo scudo era un'ottima difesa contro i colpi di spada o di giavellotto, le frecce e i tiri di frombola, ma non consentiva molta libertà nei movimenti. Per tutto il periodo antico lo scudo del soldato miceneo fu caratterizzato dalla presenza di un umbone centrale con carattere offensivo, e dalla superficie ricurva.
Una delle armi utilizzate dal soldato miceneo era la lancia, un'asta di legno di circa 3,5 metri di lunghezza, con una punta di bronzo. Esempi di questo tipo di lancia sono stati trovati a Sesklo, Leukas, Asine e Micene. La lama era prevalentemente stretta e foliata, con una robusta costolatura mediana. La punta veniva fissata all'asta con una fascia di metallo e con alcuni chiodi conficcati nell'immanicatura. Pare che questo modello di lancia fosse di origine cretese. Diverse lance lunghe e pesanti furono trovate interrate nelle tombe a fossa di Micene.
Spada micenea rinvenuta nella tomba di un principe
miceneo ad Atene
L'elmo era un altro complemento dell'armatura micenea. Solitamente era composto, almeno nel primo periodo, di zanne di cinghiale che servivano a garantire alla testa, non protetta dallo scudo, sufficienti garanzie di protezione. Le zanne di cinghiale erano tagliate con precisione per tutta la loro lunghezza e formavano placche oblunghe e forate agli angoli. La cresta dell'elmo era sormontata da un piuma o terminava con un pomello e alcuni elmi avevano un paracollo e un paraguance. Questo tipo di elmo è stato descritto anche da Omero, anche se non era più utilizzato ai suoi tempi, ed anch'esso aveva le sue origini a Creta. Una testa d'ascia bipenne in bronzo, proveniente da Cnosso, reca incisa, su entrambi i lati, la figura di un elmo di zanne di cinghiale. L'ascia è stata datata ad un periodo compreso tra il 1700 e il 1450 a.C. circa. Ne fu rinvenuto un esemplare a Micene che risalirebbe al 1550 a.C. Altri tipi di elmi erano: quello conico in lamina di bronzo, rinvenuto nella sepoltura di un guerriero a Cnosso. Questo tipo di elmo presenta dei forellini che servivano per fissare un rivestimento interno in feltro o pelle. Parti di elmi analoghi sono state rinvenute a Rodi e Cipro; quello presente su un vaso creto-miceneo proveniente da Isopata, presso Cnosso. L'elmo, in questo caso, presenta sei bande concentriche, forse strisce di cuoio o imbottiture spesse cucite insieme ad intervalli.
La spada, pakana, è stata ritrovata in diversi esemplari nelle tombe a fossa che custodivano i resti di guerrieri micenei. Nel corso degli anni la spada subì notevoli influssi dal contatto con le popolazioni del Medio Oriente.
Elmo miceneo con zanne di cinghiale
Nel 1300 a.C. furono introdotti diversi cambiamenti nelle armi dell'esercito miceneo. Le lance si accorciarono fino ad una lunghezza di 150-180 centimetri, consentendo al combattente di brandirle con una mano sola. Furono introdotti due tipi di scudo totalmente nuovi: lo scudo rotondo (aspis) e lo scudo a mezzaluna capovolta (pelta). Questi scudi erano fatti di vimini e pelle e venivano retti con il braccio sinistro, come è raffigurato negli affreschi di Micene, Tirinto e Pilo. Questi scudi, più piccoli dei loro "antenati", richiedevano la protezione del corpo del soldato con un'armatura. I guerrieri cominciano ad utilizzare gonnellini di pelle che arrivano a metà coscia, rinforzati da dischetti di bronzo e i corsaletti in cuoio, anch'esso rinforzato con placche rotonde di rame o di bronzo.
Il periodo tardo vede comparire gli schinieri di metallo in dotazione alla fanteria (1200 a.C. circa). Gli schinieri in bronzo, con la loro estrema sottigliezza (2 millimetri appena di spessore) non consentivano una efficace protezione. Furono prodotti altri tipi di elmi, che andarono ad aggiungersi a quello composto da zanne di cinghiale, come l'elmo cornuto e l'elmo a punte di riccio, dei quali, però, non è sopravvissuto alcun esemplare. Probabilmente erano fatti di cuoio duro. L'elmo cornuto, noto esclusivamente dalle raffigurazioni, presentava due protuberanze sul davanti e sul retro per proteggere la fronte, la nuca e le tempie.

I Micenei - parte prima

Esempio di tavolette scritte in Lineare B da Pilo
La storia della civiltà micenea è dominata dall'influsso della cultura minoica, che si sviluppò a Creta sin dal 3000 a.C.. Tanto l'influsso minoico è presente nell'arte micenea primitiva che alcuni studiosi ritengono che la parte meridionale della Grecia fosse una colonia cretese. Anche l'arte della guerra micenea subì l'influsso della cultura minoica.
Le prime armi, le prime corazze dei Micenei avevano avuto origine proprio dalla Creta minoica. I Minoici non erano Greci e la loro scrittura, il lineare A, non è stato ancora decifrato. I Micenei, al contrario, erano Greci e la loro scrittura, il lineare B, è stato decodificato. Questa scrittura è giunta fino ai nostri giorni su tavolette d'argilla ritrovate tra le rovine dei palazzi micenei, in particolare tra le rovine di Pilo e della Cnosso micenea. Si tratta di registrazioni di transazioni economiche della società che ruotava intorno al palazzo.
Attorno al 1400 a.C., Cnosso, centro minoico di Creta, venne distrutto da un terremoto. Profittando di questa calamità naturale, i Micenei della Grecia continentale si impadronirono dell'isola, ricostruirono Cnosso dandogli l'aspetto di un palazzo miceneo e fecero di Creta parte del loro regno. La civiltà micenea divenne, dunque, la potenza dominante del mar Egeo.
Micene, particolare della Porta dei Leoni
I Micenei ne approfittarono per estendere in tutto il Mediterraneo i loro commerci e per entrare in stretto contatto con le civiltà più vicine, in modo particolare con gli Ittiti, i Siriani e gli Egizi. Con questi ultimi i Micenei scambiarono anche mercenari da impiegare nei rispettivi eserciti.
Quello che si conosce dell'esercito miceneo è stato ricostruito grazie all'archeologia, attraverso reperti pittorici, lapidi funerarie, oggetti preziosi, fonti testuali e ritrovamenti di armi ed equipaggiamenti bellici.
Le prime armi in uso agli abitanti della Grecia continentale erano fionde, archi, asce da battaglia, mazze in pietra, i cui esempi più antichi risalgono al 2150 a.C. circa. Fionde ed archi ebbero fortuna anche presso i Micenei, ma gli eserciti vennero organizzati solamente durante l'Età del Bronzo (2150-1550 a.C.). In questo periodo cessarono di essere utilizzate le asce da battaglia e le mazze e le armi in pietra furono sostituite da spade e lance.
Le prime notizie di un esercito miceneo organizzato risalgono al XVI secolo a.C. ed anche in questo caso è notevole l'influenza minoica. Il primo esercito, tra il 1600 e il 1300 a.C., era composto da lancieri pesanti supportati da soldati armati di spada, dalla fanteria leggera e dai carri da guerra pesanti. Si trattava di un esercito impiegato solitamente nelle battaglie convenzionali, contro nemici organizzati allo stesso modo.
Nel XIII secolo a.C., il sistema militare miceneo subì un radicale cambiamento, soprattutto per quel che riguarda l'equipaggiamento e la tattica. Di questo cambiamento sono state trovate le tracce nei manufatti provenienti dal palazzo di Pilo. Pilo si trovava nella regione della Messenia, sulla costa occidentale del Peloponneso. Durante gli scavi del palazzo, tra il 1939 e il 1966, venne ritrovata una grande quantità di tavolette in Lineare B ed affreschi di carattere militare. Questi ultimi raffiguravano un esercito armato alla leggera, estremamente mobile, incentrato sul combattimento sparso.
Questo decisivo cambiamento è stato interpretato, dagli studiosi, con un aumento delle incursioni da parte dei predoni stranieri sulle coste micenee, in seguito allo spostamento di grandi masse di persone a seguito di guerre e catastrofi naturali. Proprio nel XIII secolo a.C. molti centri micenei, tra i quali la stessa Micene, eressero poderosi bastioni in pietra a difesa delle loro cittadelle. Intorno al 1200 a.C. Pilo venne distrutta e quasi tutti gli altri centri micenei vennero devastati. Gli studiosi discutono ancora sulle ragioni di questa catastrofe, attribuita ora a cause naturali, ora ad un evento bellico di grande portata. Alcune città furono ricostruite e rioccupate, ma la civiltà micenea quale si conosceva fino a quel momento scomparve per sempre. Fu un periodo oscuro per la Grecia, dalla quale il Paese emerse solo nel periodo conosciuto come classico.

domenica 4 agosto 2013

La famiglia bizantina di Komana

Le sepolture bizantine di Komana (Foto: DHA)
I ricercatori che lavorano presso l'antica città greca di Komana, nella provincia di Tokat, in Turchia hanno scoperto tre tombe risalenti all'XI secolo.
Le tombe appartengono, con tutta probabilità, ad un gruppo familiare, dal momento che contengono i resti di un uomo, una donna e un bambino. Sono stati trovati degli orecchini in corrispondenza della sepoltura femminile.
Komana era conosciuta come una città-tempio e questo ha incuriosito molto gli archeologi e li ha spinti a fare ricerche più approfondite dalle quali sono emerse moltissime ceramiche dell'epoca bizantina.

I ricordi micenei di Bodrum

Scavi delle tombe micenee di Bodrum, in Turchia
(Foto: Hurriyet)
Durante gli scavi del Museo di Archeologia Subacquea di Bodrum, sono state rinvenute sepolture antiche di 3500 anni, di epoca micenea.
I reperti, secondo una dichiarazione del Ministero dal Ministero della Cultura e del Turismo, sono molto importanti per il mondo scientifico.
Tra i reperti finora ritrovati vi sono contenitori per l'acqua, tazze a tre manici, una caraffa, un rasoio, ossa di animali, del vetro e perline di varie dimensioni.

Ritrovata la tomba di un guerriero decapitato in Messico

La sepoltura ritrovata in Messico dagli archeologi dell'Inah
Ai piedi della collina di El Tlatoani, ad ovest di Tlayacapan, in Messico, gli archeologi dell'Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (Inah) hanno scoperto la sepoltura di un uomo decapitato (la testa è stata ritrovata poco distante) e le tracce di un forno per la produzione della ceramica risalente al periodo pre-ispanico. Entrambi i ritrovamenti sono stati datati al Tardo Periodo Classico (350-600 d.C.).
L'archeologo Raul Francisco Gonzalez Quesada ha dichiarato che la sepoltura del guerriero è stata ritrovata durante lo scavo della parte inferiore di quello che un tempo era uno spazio urbano. La tomba conteneva i resti di un individuo accompagnato da un corredo molto prezioso, costituito da paraorecchie, una collana di perline, una serie di manufatti e del vasellame. Tra i resti ossei sono stati riconosciuti gli arti inferiori e le vertebre cervicali con tracce di tagli, ad indicare una decapitazione.
Gli esperti ritengono che il corpo possa essere quello di un guerriero, dal momento che il cranio presenza una perforazione provocata, forse, dalla punta di una freccia. L'uomo sopravvisse alla ferita, che presenta segni di chiusura.

L'Alaska prima degli Europei

Il villaggio scavato in Alska (Foto: Daysha Eaton,
KSKA - Anchorage)
Archeologi della Brown University hanno scoperto un antico villaggio nel nordovest dell'Alaska, che risalirebbe a prima dei contatti con gli Europei. Il villaggio è uno dei più grandi siti archeologici scoperti nella regione artica e si trova a poca distanza dal fiume Kobuk.
Le abitazioni del villaggio hanno una sola stanza, per la maggior parte interrata, ed avevano le pareti di travi di abete rosso. Si trattava, forse, del centro principale di una comunità di circa 200 persone. La datazione al carbonio ha dato un arco temporale compreso tra la fine del 1700 e l'inizio del 1800, poco prima del contatto ufficiale con i primi esploratori occidentali. Sono emersi, dagli scavi, tracce di metallo e perline di vetro.
I ricercatori hanno anche ritrovato dei resti umani, in un'abitazione. Si tratta di un maschio adulto con una gamba rotta e un bambino.

La vita segreta di piazzale Ostiense

Le scarpe dei primi decenni del '900 riemerse durante
i saggi di scavo a piazzale Ostiense (Foto: Il Messaggero)
Roma, piazzale Ostiense, non lontano dalla struttura della Piramide Cestia, sono emerse, recentemente, decine e decine di scarpe di cuoio, scarpe di uomini, di donne, di bambini. Il deposito di scarpe risale alla prima metà del '900 ed è riemerso tra le macerie che riempivano gli ambienti di quella che gli archeologi hanno individuato essere la cripta della chiesa di San Salvatore de Porta, sulla via Ostiense, meta dei pellegrini del IV secolo d.C., distrutta nel 1849.
A permettere questa serie di scoperte nelle scoperte è stato un cantiere dell'Italgas per la sostituzione di tubature logore a piazzale Ostiense. Le scarpe sono tutte in cuoio, persino i tacchi delle calzature da donna sono dello stesso materiale e fanno pensare a manufatti dei primi decenni del secolo scorso.
Dopo le prime indagini, però, a calamitare l'attenzione degli studiosi sono stati i resti di quella che è stata riconosciuta come la via tecta di San Paolo, citata più volte dalle fonti e mai, finora, identificata con certezza. Si tratta della Porticus della via Ostiense, risalente al IV-V secolo d.C., utilizzata dai fedeli che si recavano in pellegrinaggio alla basilica di San Paolo. La Porticus era un porticato monumentale con un solenne colonnato, descritto dallo storico Procopio di Cesarea (VI secolo d.C.) come lungo ben 3 chilometri, dalla porta delle Mura Aureliane fino al "tempio dell'apostolo Paolo".
Il cantiere archeologico sulla via Ostiense
(Foto: Il Messaggero)
Dal saggio effettuato a piazzale Ostiense è emerso un grande pilastro di mattoni impostato su un imponente blocco di travertino. Accanto, una serie di strutture fanno pensare ad ambienti sotterranei della cripta della chiesa di S. Salvatore de Porta, a navata unica absidata e rivolta verso la via Ostiense.
Nel 1866 l'archeologo De Rossi poteva ancora vedere e documentare i resti diruti della chiesa, demolita in seguito alle guerre del 1849. Nella vigna accanto alla chiesa era stata trovata un'iscrizione appartenente alla chiesa, che ne riportava il nome e il riferimento all'altare superiore, il che faceva intuire che doveva esservi anche una cripta.
Ma il saggio di scavo lungo la via Ostiense ha fatto riemergere anche murature in laterizio pertinenti alle botteghe che si trovavano lungo la Porticus e che dovevano servire ai bisogni dei pellegrini che visitavano il "tempio dell'Apostolo Paolo".
Oltre a queste importantissime scoperte, sempre a piazzale Ostiense è emersa una macina pompeiana di oltre un metro di altezza, con la tipica forma a clessidra. Ora l'area di scavo è stata triplicata e gli archeologi si sono posti l'obiettivo di far luce su un sito che ha avuto un'importanza notevole nella storia di Roma. Lo scavo è condotto dalla Dottoressa Francesca Mattei Pavoni.
Il ritrovamento della macina pompeiana fa pensare ad un'attività produttiva forse a larga scala o forse solamente di uso domestico, una bottega o un magazzino connesso alla Porticus di San Paolo. La macina fu utilizzata dal IV secolo a.C. al Medioevo e gli archeologi non escludono che potesse essere collocata negli ambienti della chiesa di San Salvatore de Porta. I documenti relativi a questa chiesa parlano di una cappella con una stanza per sagrestia e sopra una camera da letto. Qui la tradizione vuole che da una scala sarebbe scesa la nobile Plautilla per portare a San Paolo il suo velo, con il quale l'apostolo si sarebbe dovuto bendare durante la decapitazione.

Le tante vite del Foro e del Tempio della Pace

Resti del Tempio della Pace nel Foro Romano
La seconda vita del Foro della Pace dopo Vespasiano e il medioevo, il foro più esteso dei Fori Imperiali (due ettari di architetture), inaugurato dai Flavi nel 75 d.C. con la pacificazione sanguinosa della Palestina e la conquista di Gerusalemme, rivela la sua storia di riutilizzo, già in antico, di marmi e strutture.
Una campagna di scavo, condotta dalla cattedra di Archeologia Medioevale dell'Università di Roma Tre, guidata dal Professor Riccardo Santangeli Valenziani, ha intercettato, ad una profondità di 3 metri dal livello di via dei Fori Imperiali, tra la Basilica di Massenzio e la chiesa dei santi Cosma e Damiano, fasi costruttive e di riutilizzo risalenti ad un periodo compreso tra l'VIII e il XIV secolo. Le indagini hanno in particolare riguardato l'aula di culto del Tempio dedicato alla dea Pax, la cui pavimentazione è caratterizzata da grandi cerchi di marmi bianchi e rosa.
Qui sono stati ritrovati i segni di attività produttive legate ad un cantiere di spoliazione di marmi bianchi e travertino, risalente al XII secolo. In particolare è stata individuata una grande fossa lunga 30 metri e larga 3, con una rampa. I blocchi di marmo venivano spaccati e bruciati nelle calcare e portati fuori attraverso la rampa. Lo scavo ha anche individuato un impianto di produzione metallurgica di IX secolo, con scorie in vetro e metallo e strumenti di lavorazione. E' emersa anche una gigantesca colonna di 15 metri di lughezza e 1,80 di diametro, di granito rosa di Assuan, pertinente alla prima fase dei Fori.

Il "Colosseo" di Commodo

Le tracce evidenti dell'arena privata di Commodo
Commodo, figlio discusso di Marco Aurelio, era noto per la sua passione per i giochi gladiatori ed i combattimenti contro le bestie. Le fonti storiche narrano che il giovane, tanto diverso dal padre, imperatore-filosofo, aveva un anfiteatro privato a Lanuvio, dove era nato. Qui amava esporsi al brivido di sfidare la vita nell'arena, uccidendo, vestito da gladiatore, bestie feroci.
La prova archeologica dell'esistenza di questa arena privata è stata confermata proprio in questi giorni, quando è stato individuato quello che viene chiamato "il piccolo Colosseo". L'arena misura oltre 35 metri per 24 ed ha una struttura esterna di oltre 50 metri per 40. Poteva ospitare fino a 1300 spettatori oltre il palco imperiale. Il monumento è stato datato alla metà del II secolo d.C. ed è decorato di marmi provenienti da tutto il Mediterraneo.
La sorprendente scoperta è avvenuta a Genzano, all'interno della Villa degli Antonini, originaria residenza imperiale che si estendeva, in antico, nell'Ager Lanuvinus, l'antica Lanuvio, dove erano nati sia Marco Aurelio che Commodo.
Resti della Villa degli Antonini
Dal 2010 proprio in questo contesto opera un gruppo di archeologi del Center for Heritage an Archaeological Studies della Montclair State University che porta avanti un progetto didattico incentrato proprio sulla Villa degli Antonini. La direzione scientifica è della Dottoressa Deborah Chatr Aryamontri e del Dottor Timothy Renner, in accordo con la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio ed in collaborazione con il Comune di Genzano.
Gli scavi hanno finora interessato il vasto impianto termale della villa ed avevano, finora, individuato una piccola porzione di strutture murarie curvilinee, che gli archeologi hanno intuito essere piuttosto anomale, dal momento che apparivano disposte secondo una planimetria ellittica. Le immagini restituite dal georadar hanno confermato la disposizione planimetrica delle mura di fondazioni. Alle indagini aeree sono seguiti gli scavi che hanno riportato alla luce una nuova porzione di mura.
Si tratta di blocchi di roccia vulcanica alternati a laterizio, rivestiti di pregiatissimi marmi: giallo antico, pavonazzetto, greco scritto, granito rosa e serpentino. Anche i pavimenti sono subito apparsi di notevole fattura, con tessere di mosaico bianco-nere, pasta vitrea, tessere in vetro trasparente ricoperte con foglia d'oro. Sicuramente la committenza di questi capolavori doveva essere molto ricca.
Busto dell'imperatore Commodo
(fine II secolo d.C.)
Intorno all'arena è stato intercettato un canale sotterraneo di larghezza superiore a 50 centimetri, probabilmente utilizzato durante gli spettacoli di naumachie. Sotto l'arena vi è una scala elicoidale che scende per oltre tre metri nel sottosuolo. Forse vi erano anche qui, come per il Colosseo, degli ipogei per le macchine sceniche.
La Villa degli Antonini si trova lungo la via Appia, tra il XVIII e il XIX miglio. Il complesso monumentale è stato identificato come appartenente alla famiglia imperiale romana grazie al rinvenimento di numerosi ritratti di persone appartenenti a questa famiglia. Probabilmente si tratta della proprietà di Aurelio Fulvio e forse qui abitò anche l'imperatore Marco Aurelio, nato nelle vicinanze.
Nel 1989 sono stati riportati alla luce una serie di ambienti che già emergevano in parte dal terreno ma che per la massima parte erano nascosti dalla vegetazioni se non, addirittura, interrati. I resti sono stati identificati come la parte centrale dell'impianto termale della villa. Quest'ultima si sviluppa su due livelli, l'inferiore rivestiva funzioni si sostruzione e di ambiente di servizio. E' costituito da numerosi vani, in parte praticabili, in parte ciechi, che si affacciano su un cortile.
E' stato riconosciuto il calidarium attraverso l'individuazione di uno dei praefurnia. Quest'ambiente comunicava con un altro ambiente, absidato, che poggiava sui vani ciechi sottostanti. Dal calidarium si aveva accesso ad un'altra stanza che, probabilmente, era il laconicum, lo spogliatoio. Seguiva un'altra sala, a pianta rettangolare, riscaldata da tubuli parietali e suspensurae, anch'esse ritrovate.
Nuove strutture della villa sono state scoperte nel 1996. Sono stati individuati blocchi di peperino che giacevano sotto una folta vegetazione e che, con tutta probabilità, fungevano da copertura di un corridoio.

giovedì 1 agosto 2013

Sardus Pater, il padre dei Sardi

Il tempio di Antas dedicato a Sardus Pater
Sardus Pater, mitico fondatore della Sardegna nonché figlio dell'Eracle libico fa la sua prima comparsa in pubblico nel tempio di Antas a Fluminimaggiore, a lui dedicato. L'edificio sacro si trova in un luogo sacro, un tempo, l'antica strada che univa le antiche città di Sulcis (oggi S. Antioco) e Neapolis. La sua figura è chiaramente riconoscibile grazie al copricapo piumato. La divinità è raffigurata in compagnia di Iolao, nipote di Eracle. Tradizione fenicia e greca si fondono insieme.
Le decorazioni che abbellivano il tempio di Antas sono riemerse non dalla terra, ma dalle casse in cui erano rimaste custodite per più di 50 anni, quando Sabatino Moscati rivelò al mondo una parte importante della storia della Sardegna e di uno dei suoi più importanti monumenti, risalente ad un periodo compreso tra il II e il I secolo a.C., quando Roma esce vittoriosa dal lungo conflitto con la rivale Cartagine.
Il materiale custodito per così tanto tempo è stato preso in esame dalla Dottoressa Giuseppina Manca di Mores, archeologa e vice presidente dell'Associazione Nazionale Archeologi che, per conto della Soprintendenza di Cagliari, sta studiando le terrecotte architettoniche che proteggevano e decoravano il tetto del tempio, custodite nei magazzini della Soprintendenza.
Sardus Pater, bronzetto di
IX secolo a.C. da Antas
E' dal 2008 che la Dottoressa Manca Di Mores sta ricomponendo i frammenti delle terrecotte. Questo le ha consentito di anticipare la datazione dei reperti all'età repubblicana. Questi fanno indovinare figure femminili e maschili alate, donne che portano vasi d'acqua, grifi, arpie e gocciolatoi a testa leonina. Il frontone del tempio reca un'immagine di Ercole con la famosa leontè, la pelle di leone che lo caratterizza in quasi tutte le sue rappresentazioni. Con lui un secondo personaggio maschile, nudo, con la doppia corona piumata in testa, in cui la Dottoressa Manca di Mores ha riconosciuto la figura di Iolao in sincretismo con Sid/Sardus Pater.
Le fonti riportano due tradizioni sulla fondazione della Sardegna. La prima, di origine fenicia e riportata da Sallustio e Pausania, racconta che Sardus, figlio di Makeride (il Melqart fenicio identificato, in seguito, con l'Eracle greco) fondò la Sardegna che da lui prese il nome. La seconda tradizione, di origine greca e riportata da Diodoro Siculo e Pausania, vuole Iolao essere l'eroe fondatore dell'isola. Costui sarebbe arrivato in Sardegna a capo dei Tespiadi, nati dall'unione di Eracle con le 50 figlie del re di Tespie, in Beozia. Al Sardus fondatore è legato il dio Sardus Pater, dio eponimo dei sardi e venerato ad Antas, dove aveva il santuario più importante dell'isola, detto Sardopatòros ieròn in greco antico, come testimonia anche un'iscrizione di III secolo d.C., attribuita all'imperatore Caracalla che ricostruì interamente l'edificio. Ad Antas era venerata anche un'altra antichissima divinità, il punico Sid, figlio di Melqart e di Tanit che, a sua volta, aveva preso il posto di una divinità paleosarda molto antica di nome Babi.
Particolare del tempio di Sardus Pater ad Antas
Pausania, nella sua "Descrizione della Grecia" del II secolo d.C. fa cenno anche all'esistenza, tra i doni dedicati ad Apollo nel celebre tempio di Delfi, una statuetta di bronzo di Sardus Pater. Questa statua, secondo Pausania, era stata inviata dai "Barbari che sono all'Occidente ed abitano la Sardegna", vale a dire i Sardi.
Sardus Pater, secondo l'iconografia ufficiale, è raffigurato con una corona di piume sulla testa. Così appare anche su alcune monete romane. La figura che campeggiava sul frontone del tempio, pertanto, era il risultato del sincretismo tra Sardus Pater-Sid con Makeride-Eracle ed è la prima raffigurazione direttamente legata al tempio dei racconti mitici di fondazione e colonizzazione precedenti l'epoca imperiale romana. Diverse sono le attestazioni sarde di nomi composti con Sid: Meleksid, Bodsid (Olbia), YatonSid (il monte Sirai). Il termine Sid sembra possa collegarsi ad una radice semitica che riporta al verbo "cacciare" ed infatti attributi del dio erano giavellotti e punte di freccia metalliche scoperte anch'esse ad Antas.
Moneta di Sardus Pater fatta coniare da M. Azio Balbo
pretore della Sardegna nel 59 a.C.
Gli studiosi ritengono, pertanto, che la figura di Sardus Pater sia una sintesi di vari elementi religiosi nei quali si fondono anche quelli relativi ad una divinità paleosarda guerriera e cacciatrice. La raffigurazione più antica di questa divinità paleosarda è un bronzetto ritrovato proprio nel tempio di Antas e datato al IX secolo a.C., in cui il dio compare senza vesti e con una lancia nella mano sinistra. In questo bronzetto Sardus Pater non indossa il consueto copricapo piumato.
Le terrecotte appartengono ad un'unica fase costruttiva del tempio, quella di età romano-repubblicana. La ricerca del tempio di Sardus Pater è stata appassionante. Fino al XVI secolo ed oltre non si conosceva l'ubicazione esatta del tempio, menzionato dall'Anonimo di Ravenna nel VII secolo d.C. e in un documento del XII secolo con relative cartine geografiche. Mancava, comunque, l'indicazione delle distanze tra le località citate sulle cartine.
Fu Giovanni Francesco Fara, vescovo di Sassari a cercare di localizzare quest'importante edificio che, nel 1580, collocava sul caput Neapolis, oggi Capo Pecora. Giuseppe Manno, che scrisse la "Storia di Sardegna", nel 1815, lo collocava tra il Capo Pecora e il Capo Frasca. Nel 1839 Alberto Lamarmora incarica Gaetano Cima di recarsi nella valle di Antas per sovrintendere alle operazioni di ricerca dei frammenti mancanti all'epigrafe del frontone che furono attribuiti ad Antonino Pio (138-161 d.C.) oppure a Marco Aurelio (161-180 d.C.).
Panoramica sul tempio di Sardus Pater
Nel 1954 una studentessa dell'Università di Cagliari che stava ultimando la sua tesi di laurea sui culti e templi punici e romani in Sardegna, giunse ad Antas e tra i blocchi e le architetture dirute del tempio scoprì un frammento dell'epistilo sfuggito alle ricerche precedenti che, completato con un ulteriore blocco iscritto rinvenuto nel 1967, consentì alla Dottoressa Giovanna Sotgiu di ricostruire per intero l'iscrizione del frontone.
Nel 1966 si recuperò una tabella di bronzo, dai materiali del tempio sparsi sul terreno. Questa tabella recava una dedica a Sardus Pater, un primo indizio del culto di Sardus praticato ad Antas. Nel 1967 venne alla luce un altro frammento dell'iscrizione che si ricomponeva dando l'integrale titolatura del tempio: "Temp[l(um) D]ei fSa]rdi Patris Babfi] (Tempio del Dio Sardus Pater Babi)". Tra il 1967 e il 1968 venne alla luce, sotto la scalinata romana del tempio, un luogo di culto cartaginese dedicato a Sid al quale facevano riferimento circa venti epigrafi puniche.

Aspendos, la città di Asclepio. Trovata una scultura del dio e di suo figlio Telesforo

Aspendos, volto della statua di Asclepio (Foto: Ministero turco della Cultura e del Turismo) Una nuova scoperta archeologica ad Aspendos , i...