sabato 19 novembre 2022

Portoferraio, ulteriori scavi nei pressi della villa delle Grotte

Portoferraio, lo scavo della villa romana
(Foto: archeomedia.net)

Nell'ambito dei lavori effettuati da Terna, gestore della rete elettrica nazionale, per la realizzazione della seconda tratta in cavo del collegamento S. Giuseppe - Porto Ferraio, approvati dalla Soprintendenza di Pisa e Livorno con prescrizione archeologiche, stono stati eseguiti ulteriori saggi archeologici nella zona delle Grotte richiesti a seguito dei rinvenimenti avvenuti durante gli scavi del febbraio scorso.
In tale occasione erano state rinvenute una serie di strutture murarie, perpendicolari all'asse stradale, in evidente collegamento con quelle della adiacente villa romana delle Grotte, anzi ad essa appartenenti in quanto l'attuale Strada Provinciale (SP26) sulla quale si affaccia il complesso delle Grotte, costruita in tempi recenti, appariva aver interrotto la continuità tra la villa romana e la sovrastante cisterna romana dalla quale proveniva l'acqua utilizzata per l'impianto termale e la piscina della villa stessa.
A seguito dei due interventi di archeologia preventiva, eseguiti a febbraio e novembre, è stata rinvenuta la conclusione verso sudest delle strutture della villa con i muri che curvano alla giunzione della strada con la collina e sono state rinvenute altre strutture impostate lungo il crinale, probabilmente in relazione con la cisterna superiore. Le strutture individuate in piano, in opera cementizia e in opera reticolata con pietre (cubilia) dello stesso tipo e colore (serpentino e calcare) delle strutture monumentali delle Grotte, una volta documentate, sono state ricoperte in quanto si trovano in aree di viabilità e parcheggio.

Fonte:
archeomedia.net

venerdì 18 novembre 2022

Antiche mummie egiziane e tatuaggi molto moderni...

Egitto, tatuaggio sull'osso iliaco sinistro di una donna
sepolta a Deir el-Medina (Foto: Università del Missouri)

Nuove evidenze archeologiche dimostrano che i tatuaggi, specie quelli nella parte bassa della schiena, non sono una moda moderna, ma che anche le donne egiziane vissute tremila anni fa usavano avere.
Nel sito di Deir el-Medina le ricercatrici Anne Austin e Marie-Lys Arnette hanno scoperto che i tatuaggi impressi sulla pelle e le statuette anch'esse tatuate rinvenute nel sito sono probabilmente collegati al dio egizio Bes, che proteggeva le donne e i bambini durante il parto.
Deir el-Medina si trova sulla sponda occidentale del Nilo, di fronte al sito archeologico di Luxor. A partire dal 1922, più o meno nello stesso periodo in cui venne scoperta la tomba di Tutankhamon, il sito venne scavato da archeologi francesi. Conosciuta nel periodo del Nuovo Regno come Set-Ma'at (luogo della verità), quella di Deir el-Medina era una comunità che abitava in un luogo ben pianificato, con strade disposte a griglia e alloggi per gli operai responsabili della costruzione delle sepolture degli alti dignitari egizi.
Caratteristica del sito è una Grande Fossa, una discarica in cui sono stati trovati ricevute e lettere su papiro che riguardano la paga degli operai che vivevano a Deir el-Medina con le loro famiglie. Questo ha permesso agli archeologi di comprendere meglio lo stile di vita della gente comune. Nulla, però, in questa Grande Fossa, menziona la pratica del tatuaggio.
La scoperta di almeno sei mummie di donne tatuate, pertanto, è stata sorprendente. Le prime prove provengono da due sepolture che la Dottoressa Austin ed il suo team hanno esaminato nel 2019. Un tomba conservava i resti - osso dell'anca sinistra - di una donna di mezza età. Sulla pelle conservata erano visibili motivi colorati in nero che creavano un'immagine simmetrica che doveva correre lungo la parte bassa della schiena della donna. A sinistra delle linee orizzontali del tatuaggio c'era una raffigurazione del dio Bes e di una ciotola, immagini legate alla purificazione rituale nelle settimane immediatamente successive al parto.
Il secondo tatuaggio è stato ritrovato sui resti di una donna di mezza età scoperta in una sepoltura accanto alla prima. La fotografia ad infrarossi ha rivelato un tatuaggio difficile a vedersi ad occhio nudo. Si tratta di un wdjat o Occhio di Horus, e di una possibile immagine del dio Bes che indossa una corona di piume. Entrambe le immagini suggeriscono che il tatuaggio fosse legato ad una funzione di protezione e guarigione. Vi era anche il motivo di una linea a zigzag, rappresentante probabilmente una palude, che antichi testi medici associavano alle acque rinfrescanti usate per alleviare il dolore delle mestruazioni o del parto.
A Deir el-Medina sono state trovate anche tre statuette di argilla raffiguranti corpi di donne che sono state esaminate approfonditamente a decenni dal loro ritrovamento. Le statuette mostravano anche loro tatuaggi sulla parte bassa della schiena e sulla parte superiore delle cosce e alcuni tatuaggi raffiguravano, ancora una volta, il dio Bes.
Secondo i ricercatori questi tatuaggi facevano visivamente riferimento a donne incinte, ostetriche e madri che partecipavano ai rituali post-partum. I tatuaggi erano una sorta di protezione per madre e bambino.

Fonte:
livescience.com

Egitto, scoperte nuove sepolture vicino alla tomba di Tutankhamon

Egitto, piramide della regina Neith scoperta di recente
(Foto: concessione di Zahi Hawass)

A pochi passi dalla tomba di Tutankhamon, gli archeologi hanno portato alla luce la piramide di una regina egizia finora sconosciuta, un nascondiglio di sarcofagi, mummie e diversi manufatti, oltre ad una serie di tunnel interconnessi.
Mummie e sarcofagi potrebbero appartenere, secondo i ricercatori, ad alcuni dei più stretti generali e consiglieri di Tutankhamon. Gli archeologi hanno concentrato la loro attenzione anche su una vicina piramide, appartenuta a Teti, il primo faraone della VI Dinastia.
Le sepolture a pozzo ritrovate sono 22, ad una profondità che va dai 9 ai 18 metri. Si tratta di sepolture del Nuovo Regno, in un contesto composto prevalentemente da sepolture dell'Antico Regno o del Periodo Tardo. All'interno di uno di questi pozzi è stato rinvenuto un sarcofago di calcare piuttosto grande, con 300 altre bare del Nuovo Regno, ciascuna delle quali ha un volto contraddistinto dalla precisa connotazione dei tratti somatici dai quali può essere distinta l'appartenenza ad uomo oppure ad una donna. I sarcofagi sono decorati con scene dal Libro dei Morti e recano anche il nome del defunto. Le mummie sono tutte in buone condizioni.
All'interno dei sarcofagi e dei pozzi sepolcrali sono stati trovati diversi manufatti, tra i quali il gioco del Senet, degli ushabti, statuette del dio Ptah-Sokar e persino un'ascia di metallo.
I ricercatori hanno rinvenuto anche una piramide commemorativa di una regina precedentemente sconosciuta, il cui nome, Neith, non è riportato in alcun documento storico.

Fonte:
livescience.com

Puglia, scavi e scoperte nella città di Manduria

(Foto: stilearte.it)

Resti di mura ciclopiche e uno scheletro - che sarà accuratamente studiato per stabilire l'epoca in cui visse questo individuo - sono venuti alla luce in questi giorni a Manduria, una cittadina di circa 30.000 abitanti della provincia di Taranto, in Puglia, nel Salento settentrionale.
Gli scavi hanno interessato l'area prossima a San Pietro Mandurino e sono stati condotti congiuntamente dalla Soprintendenza Nazionale per il patrimonio subacqueo e il Segretariato Regionale del MiC Puglia, con la collaborazione del Comune di Manduria.
Manduria, antica città messapica, fu cinta da fossati e possenti mura megalitiche tra il V ed il III secolo a.C. I resti articolati in triplice cerchia, sono ancora visibili insieme a quelli di una grande necropoli, con tombe a fossa spesso di vaste dimensioni, coperte di lastroni in pietra, i cui reperti si possono ammirare presso il Museo Archeologico "Manduria, Terra di Messapi", che documenta lo scavo delle oltre 1.200 tombe portate alla luce da Nevio Degrassi dal 1955 al 1960. 
Invano Manduria fu assediata da Taranto, con l'aiuto del re di Sparta Archidamo che, nel 338 a.C., vi perse la vita sotto le mura. Non senza avergli imposto una strenua resistenza, fu presa da Annibale nel 212 a.C., poi conquistata dal console Quinto Fabio Massimo nel 209 a.C. che fece ricco bottino e 3.000 prigionieri.
Distrutta nei secoli successivi dai Saraceni, Manduria venne rifondata nell'XI secolo con il nome di Casalnuovo, occupando solo in parte il territorio dell'antica città, espandendosi verso occidente e lasciando inedificata la zona orientale già destinata all'antica necropoli.
I Messapi erano una tribù iapigia - una popolazione originaria della costa orientale dell'Adriatico - che nell'antichità classica occupava i territorio corrispondente all'attuale Salento. Le altre due tribù Iapigie, i Peucezi e i Dauni, erano stanziate rispettivamente nel centro e nel nord della Puglia.

Fonte:
stilearte.it

giovedì 17 novembre 2022

Turchia, rinvenuto un sigillo-amuleto egizio

Turchia, il sigillo rinvenuto ad Amasra (Foto: AA)

Durante gli scavi archeologici nell'antica città di Amstris, nel distretto di Amasra nel Bartin, nel nord della Turchia, è stato scoperto un sigillo con funzione anche di amuleto che si pensa essere di origine egizia.
Nell'area, dove nel 2014 sono iniziati gli scavi per l'edilizia scolastica, nel 2017 sono stati rinvenuti alcuni resti ritenuti di epoca romana. Successivamente, i lavori di costruzione si sono interrotti e sono iniziati gli scavi archeologici nell'area.
Recentemente è stato rinvenuto un amuleto-sigillo di forma piramidale, alto 2 centimetri. L'amuleto presenta vari segni, come una mano destra che regge una spada, due ali e lettere.
La Professoressa associata Fatma Bagdath Cam, capo del Dipartimento di Archeologia della Facoltà di Lettere dell'Università Bartin, ha affermato che l'amuleto è il primo manufatto trovato in una struttura romana costruita in marmo, risalente al II secolo d.C. L'amuleto ha base quadrata e forma piramidale nella parte superiore e realizzato in ossidiana.
"Vediamo che c'è una figura raffigurante il dio Bes, che conosciamo dalla religione egizia, raffigura con linee incise alla base del manufatto. Nella parte superiore vediamo che sono presenti lettere e parole dell'antica religione egizia in lingua demotica. I caratteri delle lettere esprimono, probabilmente, il significato di protezione" Ha detto la Professoressa Cam. Potrebbe essere un oggetto indossato per proteggere il proprietario dal male o dalle malattie. E' l'unico esempio del suo genere trovato in Anatolia.
La costa di Amasra ospitò la colonia fenicia di Sesamus, nel XII secolo a.C. Il periodo di massimo splendore della colonia fu durante il dominio della principessa iraniana Amastris.

Fonte:
arkeonews.net

Spagna, la misteriosa Mano di Irulegi e l'antica lingua basca

Spagna, il reperto con l'iscrizione in lingua basca
(Foto: Sociedad de Ciencias Aranzadi)

Gli archeologi hanno scoperto quello che ritengono essere il più antico testo in lingua basca nel sito archeologico di Irulegi, vicino alla Valle di Aranguren, a circa 8 chilometri dall'attuale Pamplona, nella regione settentrionale della Navarra, in Spagna.
Gli archeologi hanno scavato il poggio, sul quale si ergono anche le mura di un castello medioevale ed hanno scoperto, ai piedi della fortificazione, i resti di un insediamento di duemila anni fa.
Sulla soglia di una delle case distrutte durante le guerre sertoriane, nel 2021 gli operai hanno trovato una lastra di bronzo lunga circa 14,5 centimetri e a forma di mano. Le analisi del laboratorio hanno rivelato che sulle dita di questa mano erano incise strane iscrizioni, sotto forma di 40 simboli distribuiti su quattro linee. Si è ipotizzato che il manufatto facesse parte di elmo. Consiste in un "foglio" di bronzo, tagliato a formare una mano destra a grandezza naturale, in una lega del 53,19% di stagno, 40,87% di rame e 2,16% di piombo, qualcosa in comune con le antiche leghe, secondo l'analisi degli esperti dell'Università Pubblica di Navarra.
Databile al primo quarto del I secolo a.C., la mano presenta un piccolo incavo per essere appesa alla porta d'ingresso di una casa come oggetto rituale di protezione. La prima delle parole identificate è "sorioneku", che si traduce, nella moderna lingua basca, con il termine "zorioneko", ossia "buona fortuna, buon auspicio". Il resto dell'iscrizione è ancora in fase di studio e decifrazione.
Dal momento che i nome delle divinità dei paleoispanici sono in gran parte sconosciuti, si pensa che alcune delle frasi incise sulla Mano di Irulegi possano riferirsi a divinità o luoghi baschi. Le frasi sono separate da punti o segni ma nessuna delle parole identificate sembra corrispondere a nomi baschi personali.
Javier Velaza, professore di Filologia latina all'Università di Barcellona e uno dei massimi esperti mondiali di iscrizioni preromane ha affermato: "La mano di Irulegi è senza dubbio il primo documento scritto in lingua basca e in una scrittura specificamente basca (un alfabeto che include lettere e sillabe), oltre ad essere il testo più lungo conosciuto fino ad oggi".
Il sito archeologico di Irulegi sorge su una montagna isolata tra i Pirenei e la Valle dell'Ebro. Tra il XV e l'XI secolo a.C., durante l'Età del Bronzo, fu costruito a scopo difensivo e per controllare il territorio circostante. Scomparve nel I secolo a.C.

Fonte:
arkeonews.net

Puglia, ritrovamenti importanti in una necropoli dell'Età del Bronzo

Puglia, Torre Guaceto, alcuni dei reperti trovati
(Foto: bari.repubblica.it)

Venti nuove tombe della tarda Età del Bronzo sono state ritrovate sotto la sabbia, nella riserva di Torre Guaceto. Ora sono 35 quelle rinvenute in totale nella campagna di scavo in corso, tra il 2021 ed il 2022. Oltre agli aspetti naturalistici che attirano pugliesi e turisti, l'area protetta del Brindisino continua ad arricchirsi, dunque, anche di testimonianze del passato che raccontano di una necropoli a cremazione risalente al periodo tra il XIII ed il XII secolo a.C. E ora si pensa di esporre in un museo i reperti restaurati.
Le venti tombe sono state scoperte da giugno fino agli inizi di luglio 2022, mentre le altre 15 erano state riportate alla luce lo scorso anno: in una di queste erano stati rinvenuti i resti di una donna e i suoi monili. La necropoli è stata scoperta grazie al lavoro del team di archeologi diretti dal Professor Teodoro Scarano del Dipartimento di Beni culturali dell'Università del Salento. A supportarli anche la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Brindisi e Lecce - che ha consentito di aprire gli scavi con concessione ministeriale - e il consorzio di gestione di Torre Guaceto, unico ente parto italiano ad aver realizzato un proprio laboratorio archeologico.
Il progetto di ricerca, ripreso in mano nel 2019 con la scoperta fortuita delle prime quattro tombe a incinerazione della tarda Età del Bronzo, affioranti subito sotto la sabbia, vanta diverse collaborazioni sia nazionali che internazionali e vede soprattutto una consolidata partnership con l'Università di Bologna. La scoperta è avvenuta a seguito di una mareggiata che aveva rimosso i livelli sabbiosi superficiali.
I ritrovamenti sono importanti soprattutto per consentire di continuare a ricostruire l'antica storia del luogo che, tra il XII ed il XIII secolo a.C., era differente rispetto a come si presenta attualmente. In particolare si definiscono pian piano i costumi funerari della popolazione insediata nel promontorio della torre aragonese, che aveva allestito il proprio cimitero nell'area dell'attuale spiaggia delle conchiglie. Deponevano le urne funerarie in rientranze naturali della roccia o in pozzetti appositamente scavati e questi contenevano sia i resti umani sia, alcune volte, oggetti di corredo che alla cremazione venivano bruciati con il defunto.

Fonte:
bari.repubblica.it

Agrigento, il tempio di Hera viene attribuito alla dea Athena

Sicilia, Agrigento, la testa di Athena
(Foto: corrieredelmezzogiorno.corriere.it)

Una testina di terracotta della dea Athena elmata riemerge dallo scavo vicino al tempio D di Agrigento. Il ritrovamento da parte di una equipe di ricerca della Scuola Normale Superiore di Pisa consentirebbe di attribuire il culto del tempio ad Athena e non ad Hera, come avvenuto finora.
Il saggio di scavo aperto nell'angolo sudorientale del tempio D nella Valle dei Templi, finora attribuito alla dea Hera (Giunone per i romani), restituendo la prima testa fittile di Athena elmata, databile tra la fine del VI e gli inizi del V secolo a.C., e un braccio con l'egida e il pugno stretto in atteggiamento di attacco (un esemplare unico nel panorama delle rappresentazioni della dea ad Akragas) secondo gli archeologi fa intravedere - seppur come elemento iniziale - un nuovo tassello nello scenario religioso della città in età arcaica e classica.
La testa è stata trovata nell'ambito della terza campagna di scavo della Scuola Normale Superiore con il suo Laboratorio Saet nella Valle dei Templi di Agrigento, sotto la supervisione scientifica del Professor Gianfranco Adornato e di Maria Concetta Parello, funzionaria archeologa del Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi. "Se supportato da altre evidenze archeologiche - afferma Adornato, associato di Archeologia Classica alla Scuola Normale - il culto di Athena nel santuario del tempio D sulla collina meridionale andrà a sostituire definitivamente l'intitolazione del tempio ad Hera Lacinia, proposta da Tommaso Fazello nel 1558 nel De Rebus Siculis Decades Duae, primo libro stampato sulla storia della Sicilia, un'attribuzione ancora oggi in uso nella manualistica, ma basata su una fonte letteraria di dubbia interpretazione e non su testimonianze materiali".
Gli scavi in quell'area, cui hanno partecipato numerosi allievi, dottorandi e post-doc della Scuola Normale, sono stati condotti per indagare il rapporto stratigrafico e cronologico tra la pedana antistante al tempio e lo stereobate (nell'architettura greca, il massiccio di fondazione degli edifici, di solito di materiale meno pregiato di quello dell'elevato) e hanno rilevato materiali di produzione corinzia, attica e locale, per lo più coerenti con i depositi dell'altare.
Zona privilegiata di indagine è stato l'altare, luogo sacro e del rito per eccellenza, con i suoi depositi votivi e i materiali: quest'area continua ad essere un bacino inestimabile di informazioni per comprendere le pratiche cultuali e religiose dei devoti e scandisce l'intera cronologia dell'area sacra attraverso la sua stratigrafia. Le ricerche nell'area occidentale del tempio - secondo una nota della Scuola Normale Superiore - inoltre hanno permesso di identificare un muro di fondazione perfettamente allineato con l'altare, ma non con il tempio di periodo classico, a ulteriore indizio della preesistenza di un santuario in età arcaica. Questo settore fornisce informazioni per la comprensione non solo dell'intera fabbrica edilizia, ma anche del sistema di smaltimento e di drenaggio delle acque dell'area sacra: elementi questi ultimi indispensabili per il funzionamento e le attività di un luogo così importante nella vita della polis.

Fonte:
corrieredelmezzogiorno.corriere.it

mercoledì 16 novembre 2022

Iraq, interessantissimi ritrovamenti risalenti ad epoche antichissime

Iraq, gli scavi in corso (Foto: lastampa.it)

Ad Helawa, nel Kurdistan iracheno, nell'antica Mesopotamia settentrionale, la missione archeologica dell'Università degli Studi di Milano ha riportato alla luce una serie di strutture circolari abitative (tholoi) del periodo Halaf (VI e V millennio a.C.) con focolari, fornetti e installazioni associate alla tipica e bellissima ceramica policroma dipinta di questa fase culturale.
Ritrovato anche un successivo edificio con muri in mattoni crudi formato da piccole stanze quadrangolari e ambienti rettangolari di maggiori dimensioni, probabilmente una grande abitazione, databile alla fine del VI millennio a.C. (periodo di Ubaid). I vani di questo edificio erano provvisti di installazioni di vario tipo e al loro interno sono stati recuperati numerosi strumenti in selce, pestelli e lisciatoi in pietra e ceramica dalla caratteristica decorazione dipinta monocroma.
Nel sito di Helawa, che si caratterizza per una lunghissima ed ininterrotta sequenza occupazionale dal periodo protostorico fino all'epoca islamica, invece, gli archeologi hanno lavorato in tre diverse zone: nella parte più elevata del sito, alla base del declivio meridionale e nella città bassa. Nell'area è stato riportato alla luce un settore di un imponente edificio di epoca ellenistica (IV secolo a.C.) verosimilmente collegato a un bastione difensivo di un centro fortificato dal carattere spiccatamente militare.
Una scoperta assai rilevante è stata quella di un tetradrammo di argento di Alessandro Magno, una moneta che si diffonde in tutto l'estesissimo impero macedone, coniata in molte zecche e caratterizzata dall'effige del sovrano come Ercole (ha come copricapo la pelle del leone nemeo) da un lato e dall'immagine di Zeus dall'altro. Una vasta area per la manifattura su larga scala di ceramica, databile agli ultimi secoli del III millennio a.C. (Periodo Akkadico) occupa quasi tutta l'estensione del declivio meridionale. Identificata già nella campagna del 2021, è stata esplorata nel dettaglio quest'anno, mediante un'analisi approfondita di archeologia della produzione. Non sono ancora noti i limiti di questo complesso, che si estende al momento su oltre 300 metri quadrati.
Sono state individuate e scavate più di 50 fornaci per la cottura dei vasi, realizzate su tre diverse terrazze e collegate da piattaforme in mattoni. Le fornaci mostrano impianti sofisticati per la diffusione dei gas e del calore, mediante condutture orizzontali e camini verticali, con le camere di combustione trovate ancora piene di cenere e quelle di cottura in alcuni casi crollate con all'interno ancora il vasellame che era stato posizionato per la cottura.
Il livello di conservazione è dunque straordinario e in tutta la Mesopotamia settentrionale è noto soltanto un altro caso comparabile di atelier produttivo di questo genere. Si è infine raggiunta l'occupazione più antica, della prima metà del III millennio a.C., riferibile al cosiddetto periodo di Ninive 5. Sono emersi alcuni silos circolari per lo stoccaggio di prodotti agricoli, orzo e grano in prevalenza, e nei depositi ricchi di resti vegetali sono state trovate decine di cretule (grumi di argilla apposti ai contenitori che conservavano le derrate alimentari), con impronte di sigilli cilindrici. Si trattava, dunque, di un'area destinata al controllo centralizzato delle risorse da parte dell'amministrazione di un'entità politica che ancora deve essere chiaramente definita.
Helawa del Bronzo Medio e Tardo (2000-1200 a.C.) doveva essere un grande centro di 30 ettari, probabilmente legato al suo ruolo economico nella produzione manifatturiera e i sondaggi aperti quest'anno nella città bassa hanno fornito evidenze a sostegno di questa ipotesi con resti di fornaci, canalizzazioni per il drenaggio dell'acqua e molti materiali associati.

Fonte:
lastampa.it



Efeso bizantina, riemergono le tracce

Efeso, parte del quartiere bizantino scoperto
(Foto:viaggi.nanopress.it)

Efeso è uno dei siti archeologici più visitati e noti della Turchia, un luogo dove ancor oggi si può respirare la storia delle grandi civiltà che qui hanno lasciato il segno del loro passaggio.
Ad incrementare ancora di più la sua grandezza ci pensa adesso la recente scoperta che ha permesso agli archeologi di riportare alla luce un antichissimo quartiere bizantino perfettamente conservato.
Tra l'agorà e il tempio di Domiziano, gli esperti hanno individuato i resti di un antico quartiere bizantino, perduto del tutto intorno al 600 d.C. circa. Si tratta di un complesso di edifici perfettamente intatto e tra i meglio conservati, che ha dato modo di ricostruire un quadro generale più chiaro della quotidianità in epoca greca.
La responsabile degli scavi condotti ad Efeso sin dal 2009, Sabine Ladstatter, ha tuttavia affermato di aspettarsi che l'agorà potesse trovarsi nei pressi di botteghe e altri negozi. Lo stato di conservazione così ottimale sembrerebbe essere dovuto ad uno spesso strato di cenere che ha in qualche modo permesso ai resti di perdurare senza problemi allo scorrere del tempo fino ad arrivare ai giorni nostri.
Fino ad oggi, le ricerche hanno permesso agli esperti di individuare vari locali adibiti a negozi, o comunque all'attività commerciale. Tra questi si riconoscono: un negozio di alimentari, uno di oggettistica e souvenir per i pellegrini, una taverna ed un negozio. Tra le mura di questi antichi edifici sono stati rinvenuti anche altri reperti: piatti e stoviglie, anfore, resti di cibo (vongole, ostriche, noccioli di olive e pesche, piselli carbonizzati e mandorle), quattro monete d'oro dell'imperatore Costantino, più di 600 monete di rame all'interno di casse lignee, 600 piccoli oggetti in ceramica che probabilmente i pellegrini cristiani appendevano al collo.
Probabilmente il quartiere bizantino è stato distrutto da un incendio generatosi da un conflitto. A dimostrazione di questo sono state rinvenute lance e frecce, ma non è stata trovata nessuna traccia di scheletri.

Fonte:
viaggi.nanopress.it

Creta, scavi al tempio di Demetra a Phalasarna

Creta, i resti del tempio di Demetra a Phalasarna
(Foto: YPPOA)

Phalasarna è stata menzionata per la prima volta dagli storici e geografi antichi quali Scilace, Strabone, Polibio, Livio e Plinio. La città-stato prosperò grazie ai traffici marittimi, testimoniati dai resti di grandi edifici monumentali e da numerose opere d'arte. Inoltre il trattato con i Tirreni testimonia che, nel III secolo a.C., gli abitanti di Phalasarna erano dediti alla pirateria, pratica comune alle città-stato cretesi.
Nel 69-67 a.C., i romani assaltarono la città, bloccarono il porto con massicce opere murarie e distrussero l'intera città al punto che se ne perse completamente la memoria. Phalasarna comparve nei documenti veneziani come una città perduta. Il sito venne scoperto nel XIX secolo dagli esploratori britannici Robert Pashley e dal Capitano Spratt.
Il tempio di Demetra fu costruito presso l'acropoli della città, situata su una collina rocciosa nel sito di una grotta naturale. Il tempio fungeva da spazio sacro all'aperto per adorare Demetra, da del raccolto e dell'agricoltura, che presiedeva ai raccolti, ai cereali, al cibo, alla fertilità della terra e al potere dell'acqua come fonte di vita.
Nella tradizione greca Demetra è la secondogenita dei titani Rea e Crono, sorella di Estia, Era, Ade, Poseidone e Zeus. Era spesso considerata la corrispondente greca della dea anatolica Cibele ed era dai romani identificata con Cerere.
Il tempio è in stile dorico ed è stato ricostruito con pietre per un secondo utilizzo tra la fine del IV e l'inizio del III secolo a.C. sul sito di un precedente luogo sacro. Uno scalone monumentale conduceva a due edifici ad aula unica, con l'edificio orientale che fungeva da struttura principale del tempio e l'edificio occidentale con funzione ausiliare.
Un'indagine geofisica condotta dagli archeologi dell'Università Mediterranea di Creta ha rivelato resti architettonici sepolti che indicano una struttura semicircolare. Gli scavi hanno rinvenuto oggetti arcaici quali vasi di alta qualità, uno dei quali reca un'iscrizione in dialetto dorico: "Akestoidamatri" (Akestoi dedica questo alla dea Demetra). Gli archeologi hanno anche trovato manufatti che collegano Phalasarna agli antichi egizi e fenici. Altri reperti includono figurine, punte di lancia, vasi e figure femminili in trono.

Fonte:
heritagedaily.com

Tunisia, Numluli: una città dalle molte vite

Tunisia, gli scavi di Numluli (Foto: Unione Sarda) Nel governatorato tunisino di Béja , gli archeologi stanno riportando alla luce una città...