| Egitto, frammenti di un'architrave dell'epoca di Ramses che recano il nome di Mesen (Foto: stilearte.it) |
Un'architrave con il nome di Ramses II e di Horus, signore di Mesen, riporta al centro della ricerca un'antica città di frontiera egiziana. Presso il santuario di una città antichissima sono emerse anche le tracce di una lunga storia militare, fino al castrum romano e alle fornaci che distrussero il complesso monumentale.
Di Mesen, citata nelle fonti come luogo di potente e gloriosa manifestazione del dio Horus, s'erano perse le tracce. Ora gli archeologi egiziani, pure con molta prudenza, ipotizzano che i resti di un insediamento soprattutto militare, e di un importante tempio, appartengano proprio alla città perduta. Il nome della città appare in un'iscrizione su parte di un architrave portato alla luce in questi giorni.
Mesen apparteneva ad un sistema militare e propagandistico dell'Egitto verso l'Asia. Chi arrivava alla frontiera incontrava un paesaggio costruito per impressionare: mura, strade monumentali, soldati, edifici imponenti e, soprattutto, il santuario di Horus, il grande dio falco della regalità, della guerra e della vittoria. Horus incarnava la forza del sovrano e la sua capacità di sconfiggere i nemici. Un grande tempio dedicato a Horus, collocato accanto alle fortificazioni, poteva dunque trasformare la frontiera in una rappresentazione visibile della potenza egiziana.
Le fonti antiche ricordano Mesen proprio attraverso il culto di Horus e la collegano alla regione della grande strada militare verso il Sinai ed il Levante. Mesen poteva essere una città-porta, dove architettura, religione e apparato militare costruivano insieme l'immagine della superiorità dell'Egitto sulla frontiera.
Il nome di Mesen è inciso sulla pietra. Ed è proprio questo nome a rendere particolarmente interessante la nuova campagna archeologica condotta a Tell Abu Saifi, presso Qantara Sharq, nel governatorato di Ismailia, sulla riva orientale del Canale di Suez. Il sito si trova a circa 150-155 chilometri a nordest del Cairo, in uno dei punti più delicati dell'antica frontiera egiziana.
Gli archeologi della missione egiziana hanno recuperato un grande frammento di architrave in arenaria, spezzato in due parti e decorato su tre lati. L'iscrizione contiene i titoli di Ramses II e fa riferimento a lavori di restauro eseguiti su una statua di Horus, signore della città di Mesen. Il significato della citazione è importante perché consente di ipotizzare che la statua del dio fosse collocata proprio nella città perduta. Il faraone volle sottolineare, attraverso il restauro della statua stessa, il recupero del controllo pieno, anche culturale, della porta di accesso, da Oriente, all'Egitto.
Il reperto è importante perché Tell Abu Saifi è da tempo coinvolta nella discussione sulla localizzazione di Mesen e sulla geografia dell'antica Via di Horus, la grande direttrice che dall'Egitto conduceva verso il Sinai e il Levante. Lungo il suo percorso si concentravano fortificazioni, stazioni di rifornimento, punti di controllo e strutture necessarie al movimento delle truppe.
Le fonti del Nuovo Regno ricordano una successione di fortezze lungo questa direttrice. Un rilievo di Seti I a Karnak rappresenta e nomina alcune delle fortificazioni sulla Via di Horus. Il percorso usciva dall'Egitto attraverso una città fortificata collegata al sistema idrico del Delta. Studi sulla viabilità del nord Sinai in età greco-romana hanno collegato questa antica direttrice all'area di Qantara e, nelle ricostruzioni tradizionali, a Tjaru, Sele o Sile.
La cosa divenne ancora più complessa quando il paesaggio del Delta cambiò. Il corso dei rami del Nilo e la linea costiera si modificarono nel corso dei secoli, alterando i rapporti fra i centri e la frontiera. Il Ministero egiziano ricorda proprio questo processo per spiegare lo spostamento dell'importanza strategica dall'area di Tell Heboua, associata alla città faraonica di Tharu, verso Tell Abu Saifi.
In età tolemaica Tell Abu Saifi diventa un grande complesso fortificato. Le ricerche hanno individuato una strada in lastre calcaree lunga più di 100 metri e larga circa 11 metri, che dall'ingresso orientale conduceva verso il cuore del sito. Ai lati sono stati trovati oltre 500 cerchi di argilla, interpretati come alloggiamenti per alberi che formavano un ingresso alberato alla fortezza. Sotto la strada romana è stata riconosciuta una precedente pavimentazione di età tolemaica.
Roma eredita una frontiera già organizzata dagli Stati precedenti. Dopo l'annessione dell'Egitto nel 30 a.C., il controllo della fascia orientale diventa parte del sistema di sicurezza della nuova provincia. La strada verso Pelusium, Qantara e il Sinai mette in comunicazione il Delta con uno dei principali corridoi verso la Siria e la Palestina. Pelusium, sulla costa mediterranea, costituisce uno dei grandi punti strategici della regione: le sue vie militari la collegano sia con l'interno dell'Egitto sia con la costa levantina.
Pelusium controlla l'accesso nordorientale al Delta; Qantara presidia il passaggio verso il Sinai; più ad est la Via di Horus prosegue verso le stazioni di frontiera e quindi verso Rafah e Gaza. Tell Abu Saifi si inserisce in questo dispositivo. Anche un millennio dopo Ramses II il luogo è rimasto cruciale, le testimonianze romane qui sono, infatti, numerose. Uno studio dedicato alle arti e ai materiali di Tell Abu Saifi nel periodo greco- romano segnala ceramiche locali e importate, monete, manufatti in pietra, vetri ed iscrizioni. Una delle iscrizioni è datata al 288 d.C. e riguarda un'unità militare romana stanziata a Tell Abu Saifi, allora identificata come Sila. Un'altra iscrizione greca su calcare conserva informazioni sull'organizzazione dell'esercito romano nella fortezza.
La data del 288 d.C. è particolarmente utile perché porta la presenza militare in una fase precisa dell'impero, quando la frontiera egiziana è sottoposta a crescente riorganizzazione. La missione ha individuato alloggi per i soldati, inseriti nell'area della fortezza romana. Il sito, oltre mura e torri, conserva gli spazi della vita quotidiana della guarnigione. Il Ministero egiziano collega queste abitazioni alla presenza militare durante il periodo degli imperatori Diocleziano e Massimiano.
Nel Sinai e nel Delta orientale la funzione dei forti, delle torri e delle stazioni lungo le piste desertiche aveva la funzione di controllare le vie di comunicazione attraverso una presenza militare distribuita sul territorio. A Tell Abu Saifi questa funzione diventa particolarmente evidente nel III secolo d.C., quando parti del complesso vengono riutilizzate per un castrum romano. Tale trasformazione è leggibile anche attraverso la viabilità. La strada romana, più stretta di quella tolemaica sottostante, conduce verso il cuore dell'insediamento. La nuova organizzazione risponde ad esigenze differenti da quelle del grande complesso monumentale precedente.
Nella fase tarda dell'Età romana l'area diventa anche un centro di produzione della calce viva. Gli archeologi hanno individuato quattro grandi fornaci. La loro posizione è particolarmente significativa: furono realizzate sopra l'area monumentale del santuario. Il materiale lapideo degli edifici veniva recuperato e trasformato in calce, distruggendo sistematicamente gran parte delle strutture in pietra del complesso.
Di Mesen, citata nelle fonti come luogo di potente e gloriosa manifestazione del dio Horus, s'erano perse le tracce. Ora gli archeologi egiziani, pure con molta prudenza, ipotizzano che i resti di un insediamento soprattutto militare, e di un importante tempio, appartengano proprio alla città perduta. Il nome della città appare in un'iscrizione su parte di un architrave portato alla luce in questi giorni.
Mesen apparteneva ad un sistema militare e propagandistico dell'Egitto verso l'Asia. Chi arrivava alla frontiera incontrava un paesaggio costruito per impressionare: mura, strade monumentali, soldati, edifici imponenti e, soprattutto, il santuario di Horus, il grande dio falco della regalità, della guerra e della vittoria. Horus incarnava la forza del sovrano e la sua capacità di sconfiggere i nemici. Un grande tempio dedicato a Horus, collocato accanto alle fortificazioni, poteva dunque trasformare la frontiera in una rappresentazione visibile della potenza egiziana.
Le fonti antiche ricordano Mesen proprio attraverso il culto di Horus e la collegano alla regione della grande strada militare verso il Sinai ed il Levante. Mesen poteva essere una città-porta, dove architettura, religione e apparato militare costruivano insieme l'immagine della superiorità dell'Egitto sulla frontiera.
Il nome di Mesen è inciso sulla pietra. Ed è proprio questo nome a rendere particolarmente interessante la nuova campagna archeologica condotta a Tell Abu Saifi, presso Qantara Sharq, nel governatorato di Ismailia, sulla riva orientale del Canale di Suez. Il sito si trova a circa 150-155 chilometri a nordest del Cairo, in uno dei punti più delicati dell'antica frontiera egiziana.
Gli archeologi della missione egiziana hanno recuperato un grande frammento di architrave in arenaria, spezzato in due parti e decorato su tre lati. L'iscrizione contiene i titoli di Ramses II e fa riferimento a lavori di restauro eseguiti su una statua di Horus, signore della città di Mesen. Il significato della citazione è importante perché consente di ipotizzare che la statua del dio fosse collocata proprio nella città perduta. Il faraone volle sottolineare, attraverso il restauro della statua stessa, il recupero del controllo pieno, anche culturale, della porta di accesso, da Oriente, all'Egitto.
Il reperto è importante perché Tell Abu Saifi è da tempo coinvolta nella discussione sulla localizzazione di Mesen e sulla geografia dell'antica Via di Horus, la grande direttrice che dall'Egitto conduceva verso il Sinai e il Levante. Lungo il suo percorso si concentravano fortificazioni, stazioni di rifornimento, punti di controllo e strutture necessarie al movimento delle truppe.
Le fonti del Nuovo Regno ricordano una successione di fortezze lungo questa direttrice. Un rilievo di Seti I a Karnak rappresenta e nomina alcune delle fortificazioni sulla Via di Horus. Il percorso usciva dall'Egitto attraverso una città fortificata collegata al sistema idrico del Delta. Studi sulla viabilità del nord Sinai in età greco-romana hanno collegato questa antica direttrice all'area di Qantara e, nelle ricostruzioni tradizionali, a Tjaru, Sele o Sile.
La cosa divenne ancora più complessa quando il paesaggio del Delta cambiò. Il corso dei rami del Nilo e la linea costiera si modificarono nel corso dei secoli, alterando i rapporti fra i centri e la frontiera. Il Ministero egiziano ricorda proprio questo processo per spiegare lo spostamento dell'importanza strategica dall'area di Tell Heboua, associata alla città faraonica di Tharu, verso Tell Abu Saifi.
In età tolemaica Tell Abu Saifi diventa un grande complesso fortificato. Le ricerche hanno individuato una strada in lastre calcaree lunga più di 100 metri e larga circa 11 metri, che dall'ingresso orientale conduceva verso il cuore del sito. Ai lati sono stati trovati oltre 500 cerchi di argilla, interpretati come alloggiamenti per alberi che formavano un ingresso alberato alla fortezza. Sotto la strada romana è stata riconosciuta una precedente pavimentazione di età tolemaica.
Roma eredita una frontiera già organizzata dagli Stati precedenti. Dopo l'annessione dell'Egitto nel 30 a.C., il controllo della fascia orientale diventa parte del sistema di sicurezza della nuova provincia. La strada verso Pelusium, Qantara e il Sinai mette in comunicazione il Delta con uno dei principali corridoi verso la Siria e la Palestina. Pelusium, sulla costa mediterranea, costituisce uno dei grandi punti strategici della regione: le sue vie militari la collegano sia con l'interno dell'Egitto sia con la costa levantina.
Pelusium controlla l'accesso nordorientale al Delta; Qantara presidia il passaggio verso il Sinai; più ad est la Via di Horus prosegue verso le stazioni di frontiera e quindi verso Rafah e Gaza. Tell Abu Saifi si inserisce in questo dispositivo. Anche un millennio dopo Ramses II il luogo è rimasto cruciale, le testimonianze romane qui sono, infatti, numerose. Uno studio dedicato alle arti e ai materiali di Tell Abu Saifi nel periodo greco- romano segnala ceramiche locali e importate, monete, manufatti in pietra, vetri ed iscrizioni. Una delle iscrizioni è datata al 288 d.C. e riguarda un'unità militare romana stanziata a Tell Abu Saifi, allora identificata come Sila. Un'altra iscrizione greca su calcare conserva informazioni sull'organizzazione dell'esercito romano nella fortezza.
La data del 288 d.C. è particolarmente utile perché porta la presenza militare in una fase precisa dell'impero, quando la frontiera egiziana è sottoposta a crescente riorganizzazione. La missione ha individuato alloggi per i soldati, inseriti nell'area della fortezza romana. Il sito, oltre mura e torri, conserva gli spazi della vita quotidiana della guarnigione. Il Ministero egiziano collega queste abitazioni alla presenza militare durante il periodo degli imperatori Diocleziano e Massimiano.
Nel Sinai e nel Delta orientale la funzione dei forti, delle torri e delle stazioni lungo le piste desertiche aveva la funzione di controllare le vie di comunicazione attraverso una presenza militare distribuita sul territorio. A Tell Abu Saifi questa funzione diventa particolarmente evidente nel III secolo d.C., quando parti del complesso vengono riutilizzate per un castrum romano. Tale trasformazione è leggibile anche attraverso la viabilità. La strada romana, più stretta di quella tolemaica sottostante, conduce verso il cuore dell'insediamento. La nuova organizzazione risponde ad esigenze differenti da quelle del grande complesso monumentale precedente.
Nella fase tarda dell'Età romana l'area diventa anche un centro di produzione della calce viva. Gli archeologi hanno individuato quattro grandi fornaci. La loro posizione è particolarmente significativa: furono realizzate sopra l'area monumentale del santuario. Il materiale lapideo degli edifici veniva recuperato e trasformato in calce, distruggendo sistematicamente gran parte delle strutture in pietra del complesso.
Fonte:
stilearte.it
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