mercoledì 18 aprile 2012

Il teatro antico...in mostra

Cratere a figure rosse da Lipari
con scene di una tragedia
perduta di Sofocle
Si è aperta la mostra "Figurazioni Teatrali. Il teatro greco tra letteratura e archeologia" a Milazzo, nell'Antiquarium Archeologico delle Casermette Spagnole. La mostra racconta il teatro greco del periodo classico e del primo ellenismo, i personaggi protagonisti delle tragedie di Sofocle, Eschilo ed Euripide o delle commedie. La mostra sarà visibile fino al 20 maggio.
In esposizione la collezione di terrecotte e ceramica figurata di soggetto teatrale del IV e del III secolo a.C., proveniente dagli scavi intorno allo Stretto di Messina, nelle Eolie e sugli Ebrodi. Vi saranno anche interessanti "prestiti" da Tindari, dalla necropoli di Abakainon e da Messina. Tra i reperti più preziosi in mostra la collezione di terrecotte provenienti dalle isole Lipari, due crateri da Lipari e Messina con episodi e personaggi di due tragedie, purtroppo perdute, di Sofocle ed Euripide e con una scena tratta da una commedia di Aristofane, alcuni modelli di maschere della tragedia e della commedia e di miniature in piombo di maschere comiche.

Dove: Milazzo, Antiquarium delle Casermette Spagnole - Tel. 090.9223471
Orari: Dal lunedì al sabato dalle ore 9.00 alle ore 19.00

martedì 17 aprile 2012

Rampe medioevali in provincia di Faenza

Le strutture medioevali emerse
Nell'area della Torre di Oriolo dei Fichi, in seguito a lavori per l'abbassamento del terreno lungo le mura poste sul retro del terreno lungo le mura poste sul retro di una casa all'entrata del Parco della Torre, sono stati effettuati scavi che hanno riportato alla luce antiche strutture.
E' stata scoperta una rampa fortificata di epoca medioevale che conduce fino alla sommità della collina, in prossimità dell'entrata della Rocca. Le strutture murarie sono intatte e di ottima costruzione, come la Torre.

domenica 15 aprile 2012

ritrovato il sarcofago rosa di Behenu, regina d'Egitto

Parete della sepoltura di Behenu
con incisi i Testi delle Piramidi
Gli archeologi hanno riportato alla luce, in Egitto, un rarissimo sarcofago intatto appartenente alla regina Behenu. Si tratta di un artefatto di granito rosa di ben 4000 anni fa. Il sarcofago è stato ritrovato all'interno della sua camera sepolcrale, accanto alla piramide a gradoni di Saqqara.
La sepoltura della regina è stata gravemente danneggiata, ad eccezione di due pareti, interamente coperte da formule di incantesimi che dovevano accompagnare la defunta nel suo viaggio nell'aldilà.
La necropoli di Saqqara dista 30 chilometri dal Cairo e serviva l'antica città di Memphis. La VI Dinastia, alla quale apparteneva la defunta Behenu, regnò sull'Egitto dal 2323 al 2150 a.C.. Gli studiosi sono convinti che Behenu fosse la sposa di Pepi I o di Pepi II, dal momento che il suo sarcofago è stato trovato all'interno della necropoli di Pepi I a Saqqara. Inoltre, su un lato del sarcofago, gli archeologi hanno trovato l'iscrizione geroglifica "la moglie dell'amato re".
La piramide di Behenu è stata scoperta nel 2007, insieme a sette altre piramidi appartenenti alle regine Inenek, Nubunet, Meretite II, Ankhespepy III, Miha ed un'altra regina non identificata. La camera sepolcrale della regina Behenu fu scoperta nel 2010 da una missione archeologica francese che stava ripulendo dalla sabbia la piramide della regina nell'area di el-Shawaf, ad ovest della piramide di Pepi I.

Un antico complesso di tombe scoperto in Cina

Uno dei reperti dal complesso di Guxian County
Nello scavo di una tomba a Guxian County, in Cina, sono stati ritrovati più di 50 reperti antichi e rari. Il complesso si pensa sia stato costruito nel corso di diversi secoli e risale, nella sua prima costruzione, alla Dinastia Han Orientale, che governò la Cina più di 2000 anni fa.
La tomba è stata scoperta casualmente durante i lavori di un cantiere edile e fa parte di un intero complesso di sepolture in mattoni che vanno dal periodo Han Orientale al periodo Tang e Song. Vi sono sepolte ben quattro generazioni. Malgrado le sepolture siano state già saccheggiate in passato, hanno comunque restituito preziosi reperti, quali specchi in bronzo, oro e oggetti d'argento unitamente a scatole di ceramica. Le persone sepolte qui erano per lo più gente comune, almeno così si è pensato finquando è stato scoperto uno specchio particolare, piuttosto delicato e straordinariamente ben conservato.
Si tratta di uno specchio di bronzo piuttosto grande, segno che la sua proprietaria godeva di un elevato status sociale. 

Sepolture dell'Età del Bronzo in un campo scozzese

Le tre sepolture scoperte a Blairbuy
Mentre stava arando i suoi campi nella fattoria di Blairbuy, in Scozia, Jock McMaster è rimasto molto sorpreso perché il suo aratro ha riportato alla luce una antica sepoltura. La lama dell'aratro ha sollevato un'enorme lastra di pietra che costituiva il coperchio di una cista nella quale vi erano i resti di uno scheletro dell'Età del Bronzo.
Ora gli archeologi sperano di procedere ulteriormente nello scavo della zona, che ha rivelato custodire ben tre sepolture oltre quella che ha restituito la cista con lo scheletro. La società archeologica che ha effettuato lo scavo analizzerà in seguito i risultati per poter stilare un rapporto completo.
Tutte e tre le sepolture sembrano risalire all'Età del Bronzo, vale a dire a circa 3-4.000 anni fa.

Moda antica...

Peplo aperto
Purtroppo nulla si è conservato degli antichi e deperibili tessuti, ma si possono ricavare, dalle fonti scritte e dalle sculture pervenuteci attraverso i secoli, spunti di conoscenza sulla moda che seguivano i nostri antichi progenitori Greci, Etruschi e Romani.
L'abbigliamento femminile greco era improntato su tre "capi" fondamentali: il peplo, il chitone e l'himation. Erodoto scrive che, oltre a questi capi, le donne indossavano l'estheta dorida (l'abito dorico), simile a quello corinzio e, in seguito, il lineon chitona, una tunica di lino che non aveva bisogno di fibbie.
Il peplo era portato a metà del VI secolo a.C. a Sparta, era in lana e aperto sui lati, in modo da mostrare le gambe. La pesante stoffa veniva piegata nel senso dell'altezza e passata attorno al corpo. Poi veniva fissata sulle spalle, lasciando cadere per tutta la lunghezza parte del tessuto che formava l'apoptygma, un risvolto più o meno ampio. Il peplo poteva anche essere stretto in vita a formare un leggero rigonfiamento, il kolpos.
In Attica si utilizzava un peplo costituito da un telo chiuso sui fianchi e cinto in vita, come appare da statue celebri come le riproduzioni dell'Athena Parthenos di Fidia o la Demeter di Eleusi. Ad Argo il peplo era cinto più in basso e lascia visibile il kolpos.
Omero già conosceva il chitone che era formato da due teli cuciti sulle spalle e di fianco ed era in lino. Dal momento che era piuttosto ampio, poteva creare finte maniche dalla lunghezza variabile, fissando la stoffa con cuciture, piccole fibule o una sorta di "antenati" dei nostri bottoni. Il chitone poteva essere cinto in vita a varie altezze o fissato con una cintura incrociata, che formava una sorta di bretelle. L'utilizzo delle maniche era sostanzialmente estraneo alla cultura greca e si pensa sia derivato da mode orientali.
L'abbigliamento femminile era completato dall'himation, realizzato con tessuti diversi ma pesanti. Era un mantello portato sopra il chitone o il peplo, alzato a coprire la testa, passato attorno a un fianco e ricadente dietro la spalla opposta. L'himation avvolgeva completamente il corpo ed era fissato su una spalla da una fibula. L'himation non era esclusivo delle donne, ma veniva indossato anche dagli uomini che lo drappeggiavano a partire dal lato sinistro, abitudine ritenuta decorosa.
Gli uomini avevano la possibilità di attingere anche ad altre tradizioni, nel loro abbigliamento. Per esempio attingevano al mondo dei cacciatori tessali quando utilizzavano la clamide, un mantello più corto dell'himation, comunque di stoffa pesante, che avvolgeva parimenti il corpo. Veniva utilizzato soprattutto per cavalcare. Era generalmente di lana leggera e si allacciava su una spalla, o sul petto o alla gola con una fibbia, lasciando scoperto un fianco e un braccio. In Grecia era simbolo del comando militare ed era generalmente indossata nell'esercito. Gli esemplari più pregiati erano tinti in porpora.
Anche gli uomini utilizzavano il chitone ma nella versione corta fino al ginocchio. Una variante del chitone era l'exomis, un abito meno ampio, fissato solo sulla spalla sinistra. Sempre gli uomini indossavano un chitone lungo fino alle caviglie, il poderes, quando erano rivestiti di autorità sacerdotale, appartenevano alla categoria dei musici o degli aurighi. Il chitone lungo, inoltre, caratterizzava le divinità e i personaggi nobili.
Himation
Tra i tessuti erano privilegiati la lana e il lino. Dal IV secolo a.C. venne utilizzata la seta mentre le fonti celebrano i chitoni amorgici (dall'isola di Amorgos, confezionati, forse, in un lino particolarmente pregiato) e le coae vestes (dall'ìsola di Cos, vesti celebri ancora in età romana per la loro trasparenza). I tessuti venivano spesso colorati con la porpora, lo zafferano o l'indaco.
Il capo d'abbigliamento fondamentale del cittadino romano era la toga, un rettangolo di stoffa drappeggiato attorno al corpo e fermato da una fibbia. Fino all'età repubblicana, la toga era corta, stretta e dotata di poche pieghe (toga restricta), molto simile a quella indossata dagli Etruschi. Nel corso del I secolo a.C. la toga corta fu sostituita da un abito più ampio, più lungo che rimarrà in uso per tutta l'età imperiale (toga fusa). La toga era bianca, tessuta in lana per l'inverno e in lino per l'estate. La toga candida era indossata da chi aspirava alle cariche civili; la toga pulla, di colore scuro, era utilizzata per il lutto; la toga praetexta, bordata da una fascia di porpora, era destinata alle massime cariche statali e sacerdotali; la toga picta, di color porpora e ornata di ricami d'oro, era riservata solo ai trionfatori e diventerà prerogativa degli imperatori.
Calzature romane
L'indumento romano più comune e pratico era la tunica, composta da due rettangoli di stoffa di lana o di lino cuciti insieme e con un foro per far passare la testa. La tunica era lunga fino al ginocchio ed era fermata in vita da una cintura. Poteva essere con o senza maniche. Il laticlavium, cioè la tunica decorata sul davanti da una lunga banda di porpora  posta in senso verticale, era riservata ai senatori. Sotto la tunica i Romani indossavano solo le brache, un'unica fascia passata tra le gambe e fermata sui fianchi (subligaculum). D'inverno sulla toga o sopra la tunica, i Romani indossavano dei mantelli con cappucci, talvolta arricchiti di frange e ricami. Vi erano anche quelli che noi chiameremmo impermeabili, confezionati in pelle.
Le matrone romane indossavano una tunica e poi la stola, corrispondente alla toga maschile, lunga fino ai piedi, spesso fermata in vita da una cintura e drappeggiata sui fianchi. La stola poteva essere con o senza maniche e su di essa poteva essere messo un ampio mantello, la palla, lungo fino ai piedi. Oltre a questo, le signore usavano, sotto gli abiti, una sorta di mutandine, dette subligar, e la fascia pectoralis, una specie di reggiseno.
Calzature maschili e calzature femminili non erano molto differenti. Si utilizzavano una sorta di stivaletti chiamati calcei, in pelle, con quattro stringhe che si avvolgevano intorno alla caviglia ed alla gamba. Gli uomini indossavano i calcei in strada e sotto la toga. Chi partecipava ad un banchetto si faceva portare i sandali a casa dell'ospite da uno schiavo e li indossava prima di entrare nel triclinio, poiché era considerata cattiva abitudine portare in casa le stesse scarpe che si erano utilizzate per camminare in strada. I sandali erano formati da una suola di cuoio o di sughero, trattenuta da piccole strisce di pelle. Anche le donne portavano i calcei e i sandali, di solito con tacchi ottenuti inspessendo la suola.

Iasos di Caria, una colonia dimenticata

Il teatro di Iasos, dedicato a Dioniso
Strabone, storico e geografo, vuole che Iasos, città dislocata nel golfo di Mandalya, nell'antica Caria, attuale Turchia, sia stata fondata dai Minoici, genti provenienti da Creta che qui incontrarono una popolazione locale, i Lelegi. Gli scavi che qui si sono fatti hanno in parte confermato le parole di Strabone: lungo la costa anatolica, nel sito dove sorgerà Mileto e Iasos, agli inizi del II millennio a.C. commercianti minoici fondarono delle stazioni di appoggio delle merci.
Come colonia Iasos fu fondata da Argo, al pari di Mileto a cui sembra davvero legata a filo doppio, in un sito già in precedenza frequentato da genti minoiche. Il nome della città, però, compare solo nel V secolo a.C., quando viene citata come tributaria della Lega Attica. Nel 412 a.C. Iasos fu conquistata dagli spartani e da questi consegnata al generale persiano Tissaferne, satrapo di Lidia e Caria. Nel 450 a.C. è nuovamente assediata dagli spartani di Lisandro, dal momento che Iasos si era schierata al fianco di Atene nella Guerra del Peloponneso. Con l'inserimento tra i possedimenti persiani (fece parte della satrapia di Hekatomnos), la cittadina attraversò un periodo di relativo benessere.
L'Agorà romana di Iasos
Fu Alessandro Magno a liberarla e, alla sua morte, Iasos entrò a far parte del regno seleucida. Nel 129 a.C., poi, la Caria entrò a far parte dei domini romani e divenne provincia e nuovamente Iasos conobbe una notevole fioritura, soprattutto in età adrianea e antonina (117-161 d.C.).
I bizantini faranno della città una sede episcopale. Le successive vicende sono avvolte dalle nebbie del tempo. Si sa solo che Iasos cessò di esistere intorno al XV secolo.
L'insediamento dell'Età del Bronzo è attestato soprattutto attraverso la presenza di una necropoli costituita da tombe a cista o a cassone, in lastre di scisto locale, con pochi oggetti di corredo. Su questa necropoli venne ad installarsene un'altra, risalente al IX-VIII secolo a.C. ed una successiva (IV-III secolo a.C.) con tombe a cassone e con tombe cosiddette "ad altare". Una di queste sepolture, risalente al III secolo a.C., conteneva i resti di una donna di una certa importanza, dal momento che possedeva un corredo di oggetti d'oro.
L'isola - ora connessa alla terraferma da un istmo di terra - fu il luogo prescelto per l'insediamento dei primi colonizzatori. La cinta muraria di Iasos risale al IV secolo a.C., al tempo della ricostruzione della città durante la satrapia degli Ecatomnidi.
Tra le ricche dimore di età romana spicca la Casa dei Mosaici, dalle pareti affrescate e dai pavimenti musivi, datata al II secolo d.C., ma con una planimetria ellenistica impiantata su un ampio peristilio su cui si affaccia la pastàs, il portico di passaggio ai vani di soggiorno. Non lontano dalla domus, accanto ad un propileo monumentale, vi sono le tracce di un santuario in cui si adorava una divinità ctonia, forse Demeter e Kore, frequentato fino ad età imperiale. L'impianto del luogo di culto risale al VI secolo a.C. con un ampliamento nel IV secolo a.C., consistente in uno spazio provvisto di portico.
Iasos, resti della fortezza bizantina
I resti di un altro importante santuario sono visibili all'interno della porta orientale. Le iscrizioni lo indicano come dedicato a Zeus Megistos, gli oggetti che vi sono stati trovati fanno pensare all'associazione a questa divinità del culto di Hera: si tratta di un thesaurus aperto su un piazzale con iscrizioni che vanno dal VI al I secolo a.C. ed un ricco contenuto di stipi votive.
Sul fianco di una collina vi sono i resti del teatro, risalente al IV secolo a.C.. Un'iscrizione ci informa che fu completato e restaurato grazie a Sopastros, corego e agonoteta (sostenitore delle spese per i cori e l'allestimento degli spettacoli teatrali ma anche direttore delle manifestazioni di cui condivideva le spese con la polis). Sopastros visse tra il 179 ed il 146 a.C.. Come accadde per la cinta muraria, anche le gradinate del teatro furono smantellate blocco a blocco e trasportate, nel XIX secolo, ad Istanbul.
L'agorà di Iasos è di età adrianeo-antoniniana (II secolo d.C.), restaurata grazie alla munificenza di due cittadini, Dioniso e Ierocle. Aveva un doppio porticato, uno dei quali era la stoà dedicata a Poseidone, dove si esponevano le epigrafi relative alla vita pubblica. Questo luogo si ritiene fosse collegato al santuario della protettrice di Iasos, Artemide Astias. Proprio questo santuario era, forse, l'edificio più importante della città, delimitato da un porticato quadrangolare e chiuso sul fondo da un edificio a tre esedre. Anche in questo caso sono attestati lavori di rifacimento a cura di un cittadino, che volle dedicarli ad Artemide e all'imperatore Commodo. Di questo santuario gli archeologi non sono ancora riusciti a individuare l'edificio centrale.
Iasos, lastra di calcare in rilievo ritrovata dalla
Missione Archeologica italiana
Nell'agorà si è scavato con metodo stratigrafico e questo ha permesso di identificare diverse sovrapposizioni e la continuità di utilizzo dell'area dalla media Età del Bronzo (II millennio a.C.) fino alla tarda età romana. Quasi al centro dell'agorà è stata riportata alla luce una necropoli di IX-VIII secolo a.C., con inumazioni e incinerazioni entro pithoi (grosse giare), anfore o sarcofagi di terracotta. E' stato anche ritrovato un piccolo tempio ellenistico, in stile ionico, utilizzato ininterrottamente fino in epoca tarda e successivamente inglobato nella basilica cristiana che qui venne edificata nel VI secolo d.C.. Quest'ultima è a tre navate e abside centrale poligonale e disponeva di una fornace circolare per la cottura della ceramica.
Iasos conta cinque basiliche, situate nei pressi del santuario di Zeus Megistos, fuori della porta orientale. La presenza di questi edifici di culto cristiano sta ad indicare una forte comunità religiosa. Attorno a queste chiese si coagularono estesi sepolcreti che furono utilizzati anche dopo la distruzione dell'edificio religioso al quale si addossavano.
La basilica dell'acropoli conservava, in un pannello del mosaico pavimentale, il nome di un presbyteros, Artemisios, che probabilmente si interessò della sua edificazione. La basilica fu realizzata nel VI secolo d.C. e più tardi le sue dimensioni vennero ridotte ad un sacello.
L'Asia Minore con l'antica Caria
La basilica dell'agorà, invece, inglobò il piccolo naiskos (tempietto) di cui sopra, risalente al II secolo a.C. ed un martyrion del V secolo d.C.. Qui furono ritrovate alcune sepolture ed un cofanetto marmoreo in cui, probabilmente, erano custodite delle reliquie. Nel VI secolo fu costruita la basilica a tre navate con nartece. Dopo la distruzione della basilica e dell'agorà, nel VII-VIII secolo d.C., il culto si spostò in un piccolo sacello affrescato ricavato dall'abside della navata centrale.
La basilica fuori la cinta delle mura di Iasos posta di fronte all'antico mercato del pesce, è sicuramente notevole per la sua monumentalità. Ha tre navate con nartece ed un'aula absidata nei pressi del recinto del santuario di Zeus Megistos. Il mosaico pavimentale di quest'aula è databile al V secolo d.C.
A Iasos da oltre quarant'anni opera una missione archeologica italiana.

Culti orientali a Roma (i culti siriani) - 3

Antica raffigurazione di Giove Dolicheno
Una delle più famose divinità di origine siriana "importate" a Roma è certamente Giove Dolicheno. Il dio era originario, come dice il suo nome, da Doliche, nell'Anatolia sud-orientale ed è collegato ad un'altra divinità, Teshup, protagonista del pantheon hittito-hurrita. E' solitamente rappresentato stante su un toro in marcia, abbigliato come un generale romano, con stivaletti frigi ed il capo coperto dal pileo, berretto tipico delle divinità di provenienza orientale. Nella mano destra, sollevata, reca una scure bipenne mentre la sinistra regge delle folgori. La sua paredra è Giunone regina, raffigurata in piedi su un cervide, mentre con la destra tiene uno specchio e con la sinistra si appoggia ad uno scettro.
Nei bassorilievi dolicheni sono altresì raffigurati l'aquila, il Sole e la Luna che sottolineano la dimensione cosmica del potere di Giove Dolicheno, invocato come cosmocrator, garante della salute dei suoi fedeli, militari o civili che fossero, dell'autorità dell'imperatore e della stabilità del mondo romano. Giove Dolicheno è, inoltre, promotore della fecondità e dell'abbondanza.
Giove Dolicheno era adorato in appositi santuari, i dolocena, ed i suoi fedeli erano organizzati gerarchicamente e, talvolta, erano riuniti in collegi. Tra i titoli che ci sono pervenuti dall'interpretazione dalle iscrizioni ritrovate in diversi santuari, appaiono quello di candidatus e di patronus. I membri di un medesimo santuario si chiamavano tra loro fratres. Era uso, nel culto a questa divinità, consumare banchetti comuni, durante i quali si mangiava pane; fare processioni durante le quali venivano trasportate le statue di culto ed altre suppellettili sacre, come i cosiddetti triangoli dolicheni.
Sempre da materiale epigrafico si sa che Giove Dolicheno usava apparire in sogno per impartire le prescrizioni alle quali l'adepto doveva attenersi, veri e propri ordini.
Giove Dolicheno e Giunone "Dolichena"
Il tempio di Giove Dolicheno si trovava, secondo i Cataloghi Regionari, sull'Aventino ed era noto come Doliolum o Dolocenum. Fu scoperto casualmente durante i lavori per la realizzazione di una fognatura nel 1935, lavori effettuati tra le chiese di S. Alessio e di S. Sabina. In una prima fase il culto a Giove Dolicheno dovette avvenire a cielo aperto, in un'area delimitata da un muro dell'epoca di Antonino Pio. Nel II secolo d.C. questo spazio aperto venne coperto, come è attestato dai bolli rinvenuti sulle tegole di copertura (non prima del 159 d.C., anno al quale appartengono ben 15 bolli qui ritrovati). Fino a quel momento si era a conoscenza di pochi santuari dedicati a Giove Dolicheno, divinità che aveva avuto largo seguito a Roma tra il II e il III secolo d.C.. Furono i Severi che favorirono, in quanto originari della Siria, la diffusione del culto del dio nell'Urbe.
Il santuario venne addossato ad un precedente edificio, probabilmente una domus, le cui finestre a bocca di lupo, relative agli ambienti ipogei, furono tamponate. La zona indagata nel 1935 non è più visibile, poiché fu interrata subito dopo lo scavo. Sono stati lasciati praticabili solo alcuni ambienti della domus precedente, ai quali si può accedere da una botola posta sul marciapiede. Il tempio si compone di tre vani. Il vano centrale, quello più ampio, era pavimentato a mosaico con riquadri bianchi e neri, i muri erano dipinti. Addossato alla parete settentrionale e meridionale era presente un bancone che, è stato stimato, doveva essere alto circa 60 centimetri e leggermente inclinato verso il muro, preceduto da due scalini. Questa struttura ricorda molto gli ambienti deputati al culto di Mitra, per cui gli studiosi hanno pensato che la stanza in questione potesse essere utilizzata come coenatorium o triclinium per i banchetti previsti per il culto di Giove Dolicheno.
Panorama della terra d'origine di Giove Dolicheno
All'interno di una nicchia rettangolare nello stesso ambiente, è stata rinvenuta una dedica alla divinità, murata, con un'ampia iscrizione, dovuta a Annius Iulianus e Annius Victor. Di fronte questa iscrizione si trovava un altare cilindrico. Proprio la dedica in questione è stata utile per l'identificazione della divinità adorata in questo luogo.
La sala comunicava attraverso un ampio accesso con un altro vano dotato di un'ampia nicchia rivestita di crustae marmoree e di un altare, come si deduce dalla presenza di una struttura sormontata da una lastra in marmo. La presenza, in questo ambiente, di numerosi oggetti in marmo e terracotta ha fatto pensare ad un sacrarium che doveva conservare gli oggetti votivi del santuario.
Gli adepti che qui si riunivano non erano certamente dei militari ma membri di tutti i ceti sociali, soprattutto persone di origine orientale. Le iscrizioni confermano che il culto di Giove Dolicheno ebbe seguaci anche tra liberti, amministratori e membri imperiali.
Molte sono le divinità menzionate nelle epigrafi provenienti da questo sito e diverse sono le statue o le raffigurazioni di divinità, oltre a Giove Dolicheno e Giunone Regina. Si hanno raffigurazioni di Ercole, Silvano, Artemide, Ifigenia, Sole, Luna, Serapide, Iside, i Castori, Mitra e Apollo.
Il santuario fu prevalentemente utilizzato in epoca severiana. Successivamente le offerte si fecero sempre più sporadiche anche se è attestata una continuità d'uso del santuario anche in un periodo successivo a Diocleziano. La struttura, al momento dello scavo, si presentava ingombra di materiali (murature e statue) tanto da far pensare che fosse stata abbandonata in seguito ad un evento naturale quale, per esempio, un terremoto, piuttosto che ad una distruzione intenzionale.

Culti orientali a Roma - 2

Chiesa di S. Sabina sull'Aventino, abside.
Iseo della chiesa di Santa Sabina sull'Aventino
Sotto la chiesa di S. Sabina, nel corso di scavi condotti tra il 1855 ed il 1857 e tra il 1936 e il 1937, furono individuati alcuni ambienti edificati nel II secolo a.C., addossati alle mura serviane e riutilizzati nel II secolo d.C. come sede di una comunità isiaca, come si è dedotto da alcuni graffiti che parlano di adepti di bassa condizione sociale.
Il luogo di culto cessò la sua funzione nel III secolo d.C., quando al suo posto vennero installate delle terme.
Iseo e serapeo della III Regio
La III Regio si chiamò di Iside e Serapide per la presenza di un famoso santuario dedicato a queste divinità. Nel 1653, sulla via Labicana furono rinvenute le sostruzioni di un tempio recanti una decorazione a stucco dipinto che raffigurava Iside ed altre divinità egizie. Sopra queste sostruzioni venne riportato alla luce dal Lanciani un portico a colonne di granito ed una piscina, identificata dallo studioso con l'Isium Metellinum. Il santuario fu costruito in età flavia ed in parte ampliato in età adrianea.
Coarelli afferma che il santuario fu realizzato tra il 72 e il 64 a.C. da Q. Cecilio Metello per celebrare le imprese del padre durante la guerra contro Giugurta. Il luogo di culto era articolato in terrazze ad imitazione dei santuari ellenistici dedicati a divinità della salute o della fortuna (come il santuario dedicato alla Fortuna Primigenia a Palestrina). Il complesso fu riedificato in età flavia, epoca a cui appartiene la decorazione a stucco delle sostruzioni, e venne ampliato in età adrianea.
Il culto di Serapide venne accorpato a quello di Iside durante l'impero di Vespasiano. Tra il V e il VI secolo, per effetto degli editti di Teodosio, l'edificio venne smantellato e molti dei suoi arredi furono altrimenti reimpiegati. In un muro, ritrovato nel 1887 in prossimità delle sostruzioni, erano inserite iscrizioni e frammenti di statue tra cui teste di Iside, Serapide e Arpocrate.
S. Martino ai Monti, sotterranei
Il larario di via Giovanni Lanza
Nei pressi della chiesa di S. Martino ai Monti, sull'Esquilino, nel 1883 fu scoperto un larario a forma di edicola inserito in una domus costantiniana. Il monumento fu, in seguito, distrutto, ma al momento della scoperta conteneva ancora il suo corredo di statue. Attraverso alcune litografie è stato possibile ricostruire il tempietto e la collocazione della statua raffigurante Iside-Fortuna nella nicchia semicircolare della parete di fondo. Nelle nicchie laterali si trovavano dei ripiani con statuette e busti raffiguranti delle divinità egizie e greco-romane. Dietro il sacello si poteva accedere ad un mitreo sotterraneo ricavato in una cantina. Il tempietto è stato datato al II secolo d.C. e fu eretto negli horti imperiali dell'Esquilino. Tutte le sculture che conteneva erano di reimpiego: Venere, Eracle, Serapide, Ecate, Arpocrate ed altre divinità furono qui collocate in età tardoantica, quando il luogo fu occupato da una facoltosa famiglia aristocratica pagana.
L'iseo e il serapeo di Campo Marzio
Si tratta del più importante santuario pubblico dedicato ad Iside a Roma. Cassio Dione afferma che fu costruito nel 43 a.C. e fu l'ultimo baluardo della religione di Iside a Roma. Fu, forse, sostenuto finanziariamente dallo Stato e svolse un ruolo connesso con i sussidi elargiti alla popolazione di  Roma, il che spiegherebbe la sopravvivenza del culto fino al V secolo d.C.. L'edificio, racconta Dione, venne distrutto da un incendio nell'80 d.C.. Eutropio scrive che venne ricostruito da Domiziano. Le strutture vennero restaurate in età severiana (191 d.C.), a seguito di un altro devastante incendio. In quest'epoca il santuario di Iside accolse anche il culto di Serapide che, precedentemente, essendo associato al culto imperiale, era praticato in un altro luogo.
I Cataloghi Regionari e la Forma Urbis danno una collocazione precisa del santuario, che si trovava tra Santa Maria sopra Minerva e il Collegio Romano, da cui provengono diversi materiali egizi. Non sono, però, emersi, nel corso delle diverse indagini, resti monumentali per cui ci si deve affidare a quanto appare nella Forma Urbis. Nella sua ultima sistemazione, il santuario era strettamente collegato al culto nilotico delle divinità alessandrine e, oltre ad un ninfeo nella parte meridionale, possedeva condutture sotterranee per l'acqua, canali e file regolari di pozzi circolari scavati nel pavimento.
Torello hapi rinvenuto nell'Iseo di Campo Marzio
Il complesso doveva estendersi per circa 240 x 60 metri ed era suddiviso in tre parti. Al centro presentava un'area rettangolare alla quale si accedeva tramite archi monumentali. L'arco orientale, noto come Arco di Camilliano, rinvenuto in parte durante dei lavori in un edificio tra via Sant'Ignazio e piazza del Collegio Romano (1969), è in opera quadrata di travertino. Da questa zona provengono le statue del Nilo e del Tevere conservate nei Musei Vaticani e al Louvre.
Alcuni studiosi pensano che al centro del cortile si trovasse l'obelisco poi trasferito al Circo di Massenzio e che ora campeggia a piazza Navona ed una fontana presso la quale era collocata la pigna bronzea del Vaticano.
Una seconda parte del complesso giaceva tra il Collegio Romano e via del Seminario ed era costituita da una piazza scoperta all'interno della quale si trovavano diversi obelischi alternati a statue di sfingi. Forse il tempio di Iside si trovava al centro di quest'area mentre l'edificio absidato posto a sud del complesso poteva identificarsi come il tempio di Serapide.
Busto della cosiddetta Madama Lucrezia
Cassio Dione scrive che sul frontone del tempio di Campo Marzio era presente una statua di Iside Sothis. Accanto alla facciata della chiesa di San Marco è collocata una statua conosciuta popolarmente come "Madama Lucrezia", è possibile che fosse questa la Iside Sothis alla quale accenna Cassio Dione, realizzata durante il rifacimento dell'Iseo in età severiana. Il tempio sostanzialmente corrisponde all'attuale chiesa di S. Stefano del Cacco, il cui nome allude alla presenza di una statua cinocefala ritenuta, a torto, un macaco. Il grande piede di marmo che si può oggi vedere nella via omonima (via del Piè di Marmo, appunto) forse apparteneva alla statua di culto, mentre in via della Gatta si trova una statuetta raffigurante l'animale che faceva parte del complesso sacro.
Statua del Tevere dal Serapeo del Quirinale
Il Serapeo del Quirinale
I Cataloghi Regionari attestano la presenza, sul Quirinale (Regio IV), di un tempio dedicato a Serapide. Il santuario viene identificato con un edificio che è stato in parte scavato nei Giardini Colonna e in parte situato in piazza del Quirinale. Da qui provengono materiali egizi ed egittizzanti datati anteriormente al regno dell'imperatore Caracalla. Si tratta del più imponente tempio di Roma insieme a quello dedicato a Venere e Roma. Caracalla, forse, lo ridedicò. E' conservata, infatti, una lastra con dedica dell'aedes di Serapide da parte di Caracalla nel pavimento della chiesa di S. Agata dei Goti.
Il santuario, per quel che si sa, doveva avere ragguardevoli dimensioni, occupando un'area di 135 x 98 metri. Le sue colonne pare fossero alte più di 20 metri. Alcuni resti sono visibili nel cortile dell'Università Gregoriana e nei giardini di Villa Colonna.
Mentre alcuni studiosi (come il Coarelli, per esempio) leggono nelle strutture ritrovate un Serapeo, edificato, come quello di Alessandria, su una collina accessibile per mezzo di una scalinata monumentale, altri (il Santangeli Valenzani) pensano che i resti siano, piuttosto, pertinenti ad un santuario dedicato ad Ercole e Dioniso e collocano il Serapeo nell'area della chiesa di S. Silvestro al Quirinale.
Comunque sia dal Serapeo del Quirinale proverrebbero le statue del Nilo e del Tevere che Michelangelo volle collocare nella facciata di Palazzo Senatorio in Campidoglio. Queste statue furono probabilmente riadattate, in età severiana e nel IV secolo d.C. vennero collocati, con le due celebri statue dei Dioscuri, in un ninfeo delle terme del Quirinale, costruite, forse, da Massenzio. Probabilmente anche l'obelisco trasferito da Massenzio nel suo circo sull'Appia antica e oggi situato a piazza Navona proveniva da questo edificio.

sabato 14 aprile 2012

Culti orientali a Roma - 1

Busto di Dioniso Sabazio (I sec. a.C.)
Con la definizione di culti orientali, si fa riferimento ad un insieme di manifestazioni religiose che avevano come perno principale divinità provenienti dall'Egitto o dal Vicino Oriente Antico. Queste divinità garantivano, uniche nel pantheon mediterraneo, salute e prosperità ai singoli fedeli fintanto che erano in vita e salvezza nell'aldilà per chi aveva avuto l'iniziazione ai loro misteri.
A Roma i culti orientali ebbero l'apice del successo in epoca imperiale. In generale questi culti si diffusero nel Mediterraneo occidentale grazie all'impero di Alessandro Magno ed alla sua suddivisione tra i Diadochi. Oltre ai culti orientali di più ampio respiro, arrivarono a Roma anche culti minori, come quello per Sabazio e Ma-Bellona, di origine anatolica; o quello di Adonis e della Dea Syria, dalla Siria. Sabazio, per la verità, era già conosciuto già nell'Atene di IV secolo a.C., titolare di culti orgiastici di natura misterica. Il suo culto finì per fondersi con quello della Magna Mater e con quello di Dioniso.
La dea Ma di Cappadocia, che i Romani identificarono con Bellona, arrivò nell'Urbe grazie a Silla ed alle sue vittorie nella campagna mitridatica. A questa divinità era consacrato il 24 marzo ed alle sue celebrazioni partecipavano anche gli hastiferi, i portatori di lancia che erano protagonisti anche dei riti in onore della Magna Mater. Il culto di Adonis si diffuse nel mondo greco classico piuttosto presto. Il suo nome deriva dal semitico adon-i (adon=signore i=mio). La dea Syria era connessa, ma da non identificare, con Atargatis, venerata nella Siria settentrionale ed era conosciuta dai Romani sin dalla seconda metà del II secolo a.C.. La dea aveva un suo santuario molto famoso nella città di Ierapolis-Bambyke, in Siria, dove faceva parte di una triade ma ebbe sempre il ruolo predominante.
Offerta di taurobolium alla Magna Mater
Il tempio della Magna Mater sul Palatino
Il tempio di Cibele, identificato come tale nel 1873, si trova tra le capanne arcaiche e la domus tiberiana, in una zona in cui erano localizzati i principali luoghi di culto connessi alle origini mitiche di Roma. L'edificio è stato riportato alla luce tra il 1809 ed il 1814. Indagini successive permisero di recuperare una statua acefala della dea, oggi conservata nell'Antiquarium del Palatino.
Il tempio fu completato nel 191 a.C. ed era corinzio, su alto podio. Lungo le pareti interne della cella vi era un colonnato e un plinto in muratura era inserito nella parete di fondo, per sorreggere la statua di culto. La ricostruzione dell'edificio è stata resa possibile da un rilievo di Villa Medici dell'epoca di Claudio. Del tempio si conservano le fondazioni e il podio in opera cementizia. L'edificio venne distrutto da un incendio nel 111 a.C.. Durante la prima fase una vasca quadrangolare per scopi rituali era collocata nell'angolo sud-est della scalinata del podio. Di fronte al tempio si trovava una platea presso la quale si celebravano, ogni anno, i Ludi Megalensis in onore di Cibele. Dopo l'incendio del 111 a.C. la platea venne ampliata e sopraelevata e all'interno del perimetro vennero realizzati diversi ambienti, alcuni dei quali utilizzati come tabernae.
Ad est del tempio di Cibele sono stati identificati i resti dell'aedes Victoriae che, a sentire le fonti, avrebbe ospitato il simulacro della dea frigia trasportato a Roma per garantire la vittoria contro Annibale. Tra i due edifici vi è un sacello, fatto costruire da Catone nel 193 a.C. e dedicato alla Victoria Virgo, in sostituzione di un santuario arcaico di Giunone Sospita.
Il tempio della Magna Mater e le strutture ad esso collegate furono abbandonati nel corso del V secolo d.C.
Basilica di Massenzio
Tholus di Cibele
Marziale afferma che sul Palatino doveva trovarsi anche un tholus Cybelis. Cassio Dione sostiene che sul colle vi era anche una statua della dea rivolta verso est che, probabilmente, apparteneva ad un edificio diverso dal tempio principale. Si è tentato, a più riprese, di identificare il luogo in cui sorgeva il tholus Cybelis, ponendolo tra la parte alta della via sacra (tra la basilica di Massenzio e l'arco di Tito) oppure di fronte al portico medioevale che si addossa all'angolo sud-ovest della Basilica di Massenzio.
Il culto di Cibele al Circo Massimo
Nei Cataloghi Regionari, che descrivono la topografia dell'Urbe nel IV secolo d.C., è menzionata una aedem Matris deum et Iovis Arboratoris nel Circo Massimo. Il simulacro della dea si trovava sulla spina del circo, come afferma Tertulliano. La presenza della statua in questo luogo è dovuta al fatto che i ludi circenses facevano parte dei megalensia celebrati sul Palatino.
Cibele Navisalvia
Il culto della Mater deum e di Navisalvia
I Musei Capitolini conservano un altare rinvenuto in via Marmorata, dove aveva sede l'Emporium, in cui è raffigurata la scena dell'introduzione del culto di Cibele a Roma. L'iscrizione presenta una dedica alla madre degli dei che presenta la ripetizione del termine Salviae e il termine Navisalvia riferito alla nave che aveva trasportato la dea a Roma. Si è pensato che Navisalvia ("colei che salva la nave") sia da intendersi come una divinità strettamente connessa a Cibele.
Il Phrygianum del Vaticano
Il Phrygianum è stato identificato con un santuario dedicato al culto di Cibele, il Gaianum si pensa fosse il circo fatto costruire da Caligola. Del santuario dedicato a Cibele, nonostante diverse indagini, non sono stati individuati resti monumentali e non è stato, pertanto, possibile localizzarlo con precisione. Alcuni studiosi ritengono che il Phrygianum si troverebbe in un luogo risparmiato dalla basilica di S. Pietro. Probabilmente era costituito da più sacelli disposti in un'area aperta. Le fonti riguardo a questo luogo sacro non sono molto antiche. Le are iscritte rinvenute in zona sono datate ad un periodo compreso tra il 305 e il 390 d.C.. Un'epigrafe di Lione del 160 d.C. cita un santuario di Cibele con il nome di Mons Vaticanus, quasi un punto di riferimento per i luoghi di culto simili. Questa epigrafe dimostra, comunque, che il culto di Cibele sul Vaticano era anteriore al 160 d.C.
Il culto si interruppe tra il 319 e il 350 d.C., come è testimoniato da un'iscrizione. La ripresa, invece, va collegata all'intervento di Magnenzio in favore delle tradizioni religiose pagane. Con Teodosio, nel 391 o 394 d.C., il santuario venne definitivamente abbandonato.
E' probabile che nell'area del santuario si svolgessero processioni rituali, così come rappresentato sulla fronte di un coperchio di sarcofago della metà del IV secolo, che si conserva nel chiostro della chiesa di S. Lorenzo fuori le mura.
Resti archeologici della Basilica Hilariana
La Basilica Hilariana
Nel 1889, durante i lavori per la realizzazione dell'ospedale militare del Celio, vennero scoperti alcuni resti di strutture e di pavimenti musivi riferibili ad un luogo di culto dedicato a Cibele. Si indagarono la scala di accesso, un vestibolo e parte di un'aula.
Il pavimento del vestibolo presentava la raffigurazione del malocchio circondato da animali ed una tabella ansata posta davanti alla soglia di accesso all'area. Sulla soglia erano impresse quattro piante di piedi in direzioni opposte. Appoggiato allo stipite destro si trovava un piedistallo di statua sulla cui fronte era incisa la dedica ad un maragaritarius (mercante di perle), M. Poblicius Hilarus, databile alla metà del II secolo d.C.. Pertinente la statua è una testa di marmo ora custodita presso l'Antiquarium Comunale di Roma.
In questo luogo i Cataloghi Regionari segnalano un arbor sancta che coinciderebbe con la Basilica Hilariana, sede del collegio dei dendrophori, consacrata al culto del pino, albero sacro a Cibele. Il complesso semi sotterraneo è di notevoli dimensioni ed è formato da un vestibolo che introduce in una sala centrale pavimentata in mosaico e divisa in navate da pilastri.
Nell'edificio si distingue una prima fase di età antoniana (fine II secolo d.C.), una ristrutturazione del III secolo ed un cambio di destinazione d'uso nel VI secolo.

Malta, un'isola dalla storia ancora misteriosa

Malta
I Greci chiamarono Malta Melita, gli Arabi Malitah. Si pensa che il nome derivi dal greco melissa (o mèlitta) che in greco significa ape. Un'altra ipotesi vuole che l'origine del nome sia da ricercarsi nel fenicio malit, che letteralmente significa montagna o monte. I più "romantici" pensano che il nome di Malta sia dovuto alla ninfa Melite, una delle Naiadi, figlia di Nereo e Doride.
La presenza dell'uomo sulle isole maltesi è attestata solo negli ultimi settemila anni. Non ci sono testimonianze anteriori al 5000 a.C., quando l'uomo già coltivava piante commestibili e costruiva imbarcazioni capaci di attraversare ampi tratti di mare aperto.
I primi abitanti dell'arcipelago maltese arrivarono dalla Sicilia. Il paesaggio era ben diverso dall'attuale, spoglio e roccioso. Archeologi e paleontologi, però, finora non sono stati in grado di definire che tipo di ambiente e quali animali vagassero in questi luoghi. I primi animali domestici quali le capre, le pecore, i bovini ed i suini, insieme con le prime sementi commestibili, arrivarono con i primi coloni dalla Sicilia in quello che è chiamato Neolitico maltese (5000-4100 a.C.).
Interno dell'ipogeo di Hal Saflieni
Il secondo periodo Neolitico maltese (4100-2500 a.C.) è caratterizzato dall'erezione dei cosiddetti templi megalitici, grandi blocchi di pietra, che coincise con l'arrivo di nuovi coloni sempre dalla Sicilia. Compaiono i primi ipogei sepolcrali collettivi (a Zebbug, sull'isola di Malta e a Xaghra, sull'isola di Gozo). Questi sepolcreti si evolsero, in un secondo momento, in complessi piuttosto vasti come quello di Hal Saflieni. Dalle tombe di Zebbug proviene una misteriosa scultura raffigurante una testa umana stilizzata, molto astratta. Una struttura simile proviene dalle tombe di Xaghra. In questo periodo gli abitanti dell'arcipelago maltese importavano materie prime (selce, ossidiana soprattutto) dalla Sicilia, da Lipari e da Pantelleria.
In un contesto praticamente isolato, il gruppo umano che popolava Malta e le altre isole dell'arcipelago, nella terza fase Neolitica (3600-3000 a.C.) svilupparono una cultura personale che non aveva ricevuto influssi dal mondo esterno. Cultura che certamente era alimentata dalla notevole sovrapproduzione agricola. E' questa l'epoca dell'architettura monumentale dei templi di Ggantija, Tarxien, Hagar Quim o Mnajdra. Alcuni studiosi pensano che l'architettura interna dei templi maltesi fosse una ripresa, monumentalizzata, degli ipogei funerari collettivi. Altri, invece, sostengono che la prima struttura di tempio sia stata originata dall'idea di capanna.
La Dea Dormiente
I templi veri e propri risalgono al Neolitico. Gli studiosi dividono le fasi costruttive in base alle località in cui si trovano le costruzioni. Gli edifici hanno inizialmente una semplice planimetria "a trifoglio" e si evolveranno, in seguito, in ambienti complessi, dotati di sei absidi e nicchia, disposti attorno ad un ingresso monumentale formato da tre monoliti. Il materiale da costruzione fu dapprima costituito da piccoli, uniformi blocchi di pietra. In seguito vennero utilizzati blocchi giganteschi, accuratamente rifiniti. Testimonianze del progresso di questa tecnologia sono proprio le dimensioni dei blocchi impiegati e le connessure tra di loro, praticamente perfette. Il tempio di Mnajdra è particolarmente conosciuto per essere il più antico esempio di edificio costruito a secco (senza malte) antecedente a Stonehenge e alle piramidi. Il tempio di Ggantija, portato alla luce nel 1827, risale al 3600 a.C. ed è composto da due templi affiancati e separati, uniti da un unico muro di cinta. Il Tempio meridionale è più grande ed ha cinque absidi. Quasi tutti gli edifici di culto erano dedicati alla fertilità e vi si veneravano delle figure femminili riconosciute come rappresentazioni della Dea Madre.
Al 3300 a.C. risale l'ipogeo di Hal Saflieni che si sviluppa dai 3 ai 10 metri di profondità, su una superficie di 2500 metri quadrati. Questo edificio ebbe funzioni sia di tempio che di luogo di sepoltura. E' composto da tre livelli sotterranei e qui fu rinvenuta la famosa statuetta della Dea Dormiente. Proprio durante la fase di Hal Saflieni compaiono i primi templi a doppio asse, la cui pianta corrisponde ai punti cardinali, con il perimetro delle mura di forma arrotondata, circolare o ellittica a ricordare la forma dell'uovo, simbolo di fecondità, ma anche del seno materno e dei glutei.
Il complesso di Ggantija
La civiltà che produsse questi misteriosi ipogei e templi crollò in modo apparentemente repentino intorno al XXVI secolo a.C.. Probabilmente tale crollo fu causato dal progressivo sgretolarsi della struttura sociale che era alla base dei piani costruttivi, ma causa del crollo possono anche essere stati una catastrofe naturale, una pestilenza o l'impoverimento delle risorse dell'arcipelago. Nel contempo, la comparsa, in altri siti del Mediterraneo, all'incirca nello stesso periodo della scomparsa della civiltà maltese dei templi, di analoghe architetture e motivi ornamentali, induce a pensare che l'abbandono dell'arcipelago da parte dei suoi abitanti possa essere dovuto ad una serie di circostanze concomitanti. Sta di fatto che per cinque secoli Malta appare come disabitata.
Nel 2000 a.C. il popolo che diede vita alle costruzioni templari megalitiche venne rimpiazzato da tre successive ondate di migranti. Costoro provenivano dal Mediterraneo settentrionale o nordorientale e mostrano chiaramente l'insicurezza dei tempi, visibile attraverso la produzione di armi in bronzo, la costruzione di difese naturali su alti crinali o cime piatte di colline o, addirittura, l'edificazione di villaggi fortificati.
Durante l'Età del Bronzo il popolo della necropoli scoperta a Tarxien cremava i defunti e ne deponeva i resti in urne, collocate tra le rovine di quelli che, un tempo, erano stati gli splendidi templi megalitici di Tarxien. Non si sono ancora esplorati e studiati gli insediamenti di questa popolazione. Si è, invece, indagato il popolo ad essa succeduto, detto di Borg-in-Nadur (dal nome della prima località che è stata esplorata). Questa popolazione viveva su crinali e cime piatte di colline, a volte difese da mura ciclopiche sui lati più vulnerabili.
Tempio di Hagar Qim
Lo storico greco Diodoro Siculo (80-20 a.C.) descrive Malta e Gozo come colonie fenicie. Questa sua allusione, dal momento che l'arcipelago, all'epoca, era sotto l'influenza romana da più di un secolo e mezzo, forse si riferisce ad una realtà storica più remota, agli inizi del VII secolo a.C.. Diodoro afferma anche che fu proprio il contatto con i Fenici a rafforzare l'economia dell'arcipelago, in particolare attraverso l'introduzione della tessitura.
La testimonianza più antica della presenza fenicia sulle isole risale all'inizio del VII secolo a.C., si tratta di una tomba scavata nella roccia, contenente tipici vasi fenici e fine ceramica greca. Altre sepolture dello stesso periodo sono state ritrovate a Mdina-Rabat (isola di Malta) e a Rabat-Victoria (isola di Gozo) che all'epoca erano, con tutta probabilità, i principali centri dell'isola. Proprio a Rabat i resti di un tempio megalitico, proprio in questo periodo, vennero trasformati in un tempio fenicio, situato sulla cima del colle di Tas-Silg, in vista del porto di Marsaxlokk. Questo tempio sarebbe, in seguito, divenuto un santuario famosissimo dedicato alla fenicia Astarte, equivalente della Hera greca e della Giunone romana. Una missione di archeologi italiani rinvenne, negli anni '60 del Novecento, numerose coppe votive proprio con il nome di Astarte: furono queste coppe ad indicare la presenza, in loco, di un santuario fenicio.
Santuario di Astarte a Tas Silg
Numerose sono le tombe rupestri del periodo fenicio (700-218 a.C.). All'epoca appartengono anche i resti del santuario di Tas-Silg, ampliato e arricchito di elementi architettonici ellenistici nel IV secolo a.C.. Oltre a questi resti, notevoli sono le testimonianze di un altro complesso sacro, parzialmente scavato nella roccia a Ras Il-Wardija, sull'isola di Gozo, che fu in attività tra il III e il I secolo a.C.. La struttura più importante dell'ultimo periodo punico è la torre quadrata che si trova in un giardino privato a Zurrieq, alta cinque metri, con cornicione di ispirazione egizia. Probabilmente apparteneva ad un edificio religioso andato distrutto.
L'arcipelago maltese passò sotto il dominio dei Romani nel 218 a.C., dopo la spedizione della flotta romana al comando di Tiberio Sempronio Longo, all'inizio della seconda guerra punica, per localizzare e distruggere la flotta cartaginese. In realtà, secondo lo storico Tito Livio, non ci fu nessuna battaglia poiché il comandante della guarnigione cartaginese di stanza a Malta, si arrese con i suoi duemila soldati. L'arcipelago fu annesso, pertanto, all'impero romano, sotto la cui influenza restò fino al VI secolo d.C., e fu posto sotto la giurisdizione del governatore della Sicilia.
Statua di Claudio dalla domus di Malta
Un'iscrizione in bronzo ora al Museo Nazionale di Napoli attesta che Malta possedeva un proprio senato e una sua assemblea popolare e batteva una propria moneta, se pure basata su standard di peso romani. Oltre alle due principali città di Melita (nell'attuale Mdina-Rabat) e Gaulos (nel sito di Rabat-Victoria) con templi ed edifici pubblici adorni, alcuni, di pregiati marmi, il paesaggio maltese era per lo più caratterizzato da proprietà agricole sparse, con oliveti annessi a ville rustiche.
Iscrizioni ritrovate a Malta e Gozo attestano la presenza di un municipium non prima del II secolo d.C. e la concessione della cittadinanza romana agli abitanti delle isole. Un certo Vallio Postumo, attestato sempre dalle epigrafi ritrovate in loco, divenne patronus del municipio e primo cittadino. Risulta attestata anche la presenza di diverse cariche religiose. L'edificio più significativo di epoca romana finora scoperto e scavato a Malta è la domus, databile al I secolo a.C., i cui resti sono annessi al Museo di Antichità romane di Rabat, alle porte della cittadella di Mdina. La domus ha un bel peristilio in stile dorico ed è decorata da pavimenti musivi di ottima qualità in opus vermiculatum. Verso il I secolo d.C. la domus fu dotata di alcune statue dei membri della famiglia imperiale regnante, la più importante delle quali raffigura l'imperatore Claudio. Accanto a questa è stata ritrovata una statua di fanciulla drappeggiata, identificata con una figlia dello stesso imperatore. Nelle campagne maltesi sono state identificate, inoltre, una trentina di ville romane risalenti al periodo compreso tra il II secolo a.C. ed il III secolo d.C..
Pavimento musivo della domus di Malta
L'unica notizia storica successiva alla conquista da parte dei Romani, è quella del naufragio di Paolo di Tarso sull'isola, nel 60 d.C.. I primi cristiani comparvero a partire dal IV secolo e la loro presenza è attestata da ipogei funerari presenti un pò dovunque e dai resti della chiesa a pianta basilicale costruita forse nel VI secolo a Tas-Silg, sul sito di un precedente complesso sacro romano. In una piccola catacomba situata presso la torre di San Tommaso vicino alla baia di Marsascala, si trova un'invocazione scritta in latino. Le concentrazioni maggiori di catacombe si trovano fuori del perimetro dell'antica città di Melita, a Mdina-Rabat. Queste sepolture sono caratterizzate da una mensa per l'agape, introdotta nel rituale cristiano solamente ad un certo periodo. La mensa è solitamente rotonda ed è ricavata dalla roccia. In alcuni ipogei si conservano anche le pitture, come in quello di San Paolo dove è raffigurato un uomo seduto indicato come EYTUCHION oppure il chi-ro, monogramma del Cristo.
La lingua maltese è un'eredità della dominazione araba sull'arcipelago (870-1224) della quale, però, sorprendentemente, non rimane alcun resto architettonico. Probabilmente gli archeologi del passato non hanno orientato le loro ricerche nell'accertamento della presenza araba nell'isola.

Aspendos, la città di Asclepio. Trovata una scultura del dio e di suo figlio Telesforo

Aspendos, volto della statua di Asclepio (Foto: Ministero turco della Cultura e del Turismo) Una nuova scoperta archeologica ad Aspendos , i...