martedì 13 gennaio 2015

Scoperte romane in Inghilterra

Uno scavo archeologico nel cimitero di Luton Vale, in Gran Bretagna, ha permesso di scoprire resti umani e altro materiale risalenti alla prima Età del Ferro. Lo scavo è stato promosso nell'ambito di un progetto commissionato dalla Luton Borough Council.
Gli archeologi hanno scoperto una serie di tracce di capanne rotonde con recinzioni, fossati di confine e diversi pozzi. Tra i reperti raccolti, vi sono sette urne romane contenenti resti umani, tre spille, una notevole quantità di ceramica romana e qualche pezzo di ceramica medioevale. Le prime tracce di occupazione del territorio risalgono al Neolitico e all'Età del Bronzo.

sabato 10 gennaio 2015

Antichi resti negli Emirati Arabi

Pietra di un anello romano rinvenuto a Maliha
e risalente al I sec. d.C. (Foto: Assessorato alla
Cultura e Informazione di Sharjah)
Gli scavi archeologici nell'emirato di Sharjah hanno portato alla scoperta di sepolture e resti di edifici residenziali ma anche strumenti utilizzati dai primi uomini che abitarono la regione.
Ceramiche e artefatti con tracce di fusione del rame, incudini, martelli e utensili di pietra, alcuni risalenti ad un periodo di tempo compreso tra i 500.000 e un milione di anni fa sono stati recuperati dagli archeologi del Dipartimento di Cultura e Informazione nelle località di Maliha, Wadi Al Helou, Dibba al Hisn e Sahila. Una grande fossa comune, poi, ha rivelato il suo contenuto in scheletri umani e offerte funerarie tra le quali ceramiche, vasi smaltati ed armi. E' stata recuperata anche una rara collezione di bottiglie in vetro all'interno di una sepoltura.
Tra gli scheletri animali recuperati vi sono quelli di cavalli e cammelli, trovati nel sito di Maliha. Uno dei cavalli è stato sepolto con una briglia in ferro incrostata d'oro ed era stato probabilmente importato dal Golfo Arabico, dal Kuwait o dalla Mesopotamia. Questa scoperta indica che i primi cavalli arabi addomesticati apparvero negli attuali Emirati Arabi Uniti prima che in tutta la penisola arabica. 

venerdì 9 gennaio 2015

Eccezionale scoperta in Sicilia

La zona dello scavo vista dall'alto (Foto: catania.meridionews.it)
A poca distanza dall'antica via Pompeia, che collegava Messina a Siracusa, sono tornate alla luce tombe corredate da antiche pitture ed una struttura quadrangolare che, forse, era un tempo un edificio di culto.
La necropoli è stata portata alla luce durante una campagna di scavo condotta dalla Soprintendenza ai Beni Culturali in convenzione con l'Università di Catania. Si tratta di una necropoli di età romana, forse di età severiana (193-235 d.C.) a cui vanno ad aggiungersi i resti di quello che appare essere un edificio templare. I resti si trovano nella riserva naturale del fiume Fiumefreddo, nel territorio di Calatabiano.
Il complesso, secondo gli archeologi, fa parte di una statio, un punto di sosta per i viaggiatori, dal momento che si trovava a poca distanza dall'antica via Pompeia. Diversi anni fa, nello stesso luogo, sono stati scoperti i resti di un complesso termale. Ad est della necropoli sono emersi i resti quadrangolari del podio di una struttura che ancora deve essere identificata con certezza. Forse si trattava di un piccolo tempio, un sacello o una tomba a forma di tempio. Si aspetta il proseguimento degli scavi per avere maggiori elementi sui quali basare un'ipotesi identificativa.

Chi ha avvelenato Cangrande della Scala?

La mummia di Cangrande della Scala (Foto: Gino Fornaciari)
Quella che si pensava essere una morte dovuta a malattia, ad un'analisi e ad un'autopsia si è rivelata essere la conseguenza di un avvelenamento. La vittima, morta nel 1329, è Cangrande della Scala, signore di Verona.
Gli scienziati hanno trovato tracce di digitale nel tratto digestivo di Cangrande. Questi aveva da tempo esteso il suo dominio su gran parte dell'Italia del nord. Governò Verona e conquistò le città di Vicenza, Padova e Treviso ma fu anche un uomo amante della cultura, fu il principale patrono di Dante Alighieri.
Il 18 luglio 1329 Cangrande fece il suo ingresso trionfale in Treviso, diversi mesi dopo essersi impadronito della città. Qualche giorno dopo, però, si ammalò di una malattia che gli provocò vomito, febbre e diarrea. Morì di lì a poco all'età di appena 38 anni. Le fonti dell'epoca affermano che Cangrande morì per aver bevuto ad una sorgente inquinata, ma ci sono anche voci diverse che vogliono che, invece, sia stato avvelenato.
Gli scienziati hanno riesumato, pertanto, la salma di Cangrande, sepolta in una tomba riccamente decorata nella chiesa di Santa Maria Antiqua a Verona. La mummia dell'uomo d'arme è stata, quindi, sottoposta a diverse indagini mediche che hanno permesso di accertare che Cangrande soffriva di una lieve forma di enfisema e del cosiddetto "polmone nero", dovuto al fatto che aveva vissuto spesso in ambienti saturi del fumo dei camini. Le ossa di Cangrande mostravano anche segni di artrite.
E' stato poi esaminato il sistema digestivo di Cangrande ed è stato scoperto che questi aveva consumato camomilla e gelso nero prima della sua morte. Non solo: gli scienziati hanno individuato concentrazioni tossiche di digossina e digitossina, due molecole che caratterizzano la digitale, nel fegato.
Dosi precise di digitale sono state utilizzate, nel corso della storia, per scopi medicinali ed ancor oggi la pianta è utilizzata per l'insufficienza cardiaca congestizia. La pianta, però, è estremamente potente, mangiarne inavvertitamente alcune parti può indurre nausea, vomito, diarrea, allucinazioni ed un'alterazione potenzialmente fatale del ritmo cardiaco. I sintomi che, storicamente, vengono attribuiti a Cangrande sono coerenti con un'overdose di digitale.
Gli studiosi non escludono che l'avvelenamento non sia stato intenzionale ma un terribile errore, ma se il nobile, al contrario, è stato deliberatamente avvelenato da digitale (forse mascherata con un misto di camomilla e gelso nero), ci sono anche i possibili sospetti: la Repubblica di Venezia, il Ducato di Milano o forse qualcuno ancora più vicino a Cangrande, l'ambizioso nipote Mastino II della Scala.

giovedì 8 gennaio 2015

Messaggi dalle cave di Gebel el Silsila

Le cave di Gebel el Silsila (Foto: Gebel el Silsila Survey Project)
A Gebel el Silsila è stata scoperta un'iscrizione nella roccia che attesta il trasferimento di due obelischi da una cava, una delle più grandi dell'Egitto, situata a nord di Assuan.
La scoperta è il frutto del lavoro del Gebel el Silsila Survey Project, una missione di natura epigrafica, voluta da un team archeologico svedese, che ha cominciato ad operare nel 2014. Nel sito sono state scoperte scene raffiguranti le fasi e la tecnica del distacco dei blocchi, il loro carico su barche a vela che avrebbero attraversato il Nilo prima di giungere a destinazione.
"La tecnica di lavoro mostra una notevole collaborazione tra i lavoratori e le officine della cava. La scene ricavate nella roccia sono state tagliate con precisione e confermano il possesso di competenze avanzate da parte dell'antica manodopera egizia", ha affermato il Direttore Generale del Dipartimento per le Antichità egizie di Assuan, Nasr Salama.
Nel sito sono stati anche individuati dei rifugi rupestri, una sorta di sfinge molto simile a quelle che sono allineate lungo il viale delle Sfingi tra Luxor e Karnak. Gebel Silsila è una gola rocciosa tra i villaggi di Kom Ombo ed Edfu. Qui il corso del Nilo si restringe e alte scogliere di arenaria scendono a bordo fiume. Qui sono stati ricavati dalla roccia diversi santuari durante i regni dei faraoni Tuthmosis I, Hatshepsut, Tuthmosis III e Horemheb.

Trovato l'oricalco nel mare di Sicilia

I sommozzatori che hanno recuperato i lingotti di oricalco nel mare
siciliano (Foto: Sovrintendenza del Mare siciliana)
Oricalco, il mitico metallo che abbondava in Atlantide, secondo Platone. Pare proprio che sia stato recuperato da una nave affondata 2600 anni fa al largo delle coste della Sicilia.
Grumi di quello che sembra essere oricalco stavano arrivando a Gela, in Sicilia, probabilmente dalla Grecia o dall'Asia minore. La nave che li trasportava è stata, probabilmente, colta da una tempesta e affondata prima di entrare in porto. "Il relitto risale alla prima metà del VI secolo a.C." Ha detto il Dottor Sebastiano Tusa, Sovrintendente di Archeologia subacquea. "E' stato trovato a circa 1000 metri dalla costa di Gela".
I 39 lingotti trovati sul fondo del mare sono un risultato unico, per gli archeologi. I ricercatori sapevano che l'oricalco veniva utilizzato per forgiare alcuni oggetti ornamentali, ma non ne era mai stato trovato qualcuno, finora. L'oricalco è stato ritenuto, per molto tempo, un metallo misterioso ed i ricercatori hanno a lungo questionato sulla sua composizione. Gli antichi Greci sostenevano che il metallo fosse stato creato da Cadmo, un personaggio della mitologia greco-fenicia.
Fu Platone a rendere leggendario l'oricalco nel suo dialogo "Crizia", dove il prezioso metallo ricopriva le pareti interne dei templi di Atlantide, le colonne e i pavimenti del tempio di Poseidone. Oggi la maggior parte degli studiosi concordano sul fatto che l'oricalco sia una lega di metallo simile all'ottone, che, in antico, era utilizzato per scopi simili al cemento, facendo reagire il metallo con zinco, carbone e rame in un crogiolo.
Il Dottor Dario Panetta ha analizzato con la fluorescenza a raggi X alcuni dei 39 lingotti ritrovati sul fondo del mare siciliano, scoprendo che sono composti da una lega a base del 75-80 per cento di rame, dal 15-20 per cento di zinco e da piccole percentuali di nichel, piombo e ferro. "La scoperta conferma che circa un secolo dopo la sua fondazione, nel 689 a.C., Gela era una città ricca di botteghe artigiane specializzate nella produzione di manufatti pregiati", ha affermato il Dottor Tusa. I 39 lingotti recuperati dovevano servire proprio a questo scopo, vale a dire creare decorazioni di alta qualità.
Ma c'è chi non è completamente d'accordo con i risultati della scoperta. Il Professor Enrico Mattievich, professore di fisica in pensione che ha insegnato presso l'Università di Rio de Janeiro, i lingotti sarebbero, in realtà, composti da una lega di rame, zinco e piombo.

martedì 6 gennaio 2015

L'amuleto di Nea Paphos, Osiride, Arpocrate e Iahweh

L'amuleto trovato a Nea Paphos, con le immagini di Osiride e
Arpocrate (Foto: Marcin Iwan)
A Cipro è stato scoperto un antico amuleto recante un'iscrizione di 59 lettere che può essere letta in entrambe le direzioni. Si pensa che l'amuleto sia antico di 1500 anni ed è tornato alla luce a Nea Paphos, a sudovest di Cipro.
L'amuleto reca diverse immagini, tra le quali quella di una mummia, probabilmente una rappresentazione di Osiride, sdraiata su una barca e l'immagine di Arpocrate, seduto su uno sgabello con la mano destra sulle labbra. L'amuleto mostra anche una creatura con la testa di cane, un cinocefalo, che imita, con una zampa, il gesto di Arpocrate.
Sull'altro lato dell'amuleto vi è un'iscrizione in greco che dice: "Iahweh è il portatore del nome segreto, il leone di Ra, sicuro nel suo santuario". Palindromi simili sono stati ritrovati in diverse parti del mondo. L'amuleto è stato trovato nel 2011 dagli archeologi dell'Università Ewdosia Papuci-Wlakyka, in Polonia.
Tra il V e il VI secolo d.C. Cipro era parte dell'Impero Romano d'Oriente, che prosperò oltre la caduta dell'Impero Romano d'Occidente. La religione ufficiale dell'impero, all'epoca, era il cristianesimo, anche se alcuni continuavano a praticare le antiche credenze e ad adorare le divinità pagane. L'amuleto trovato a Nea Paphos è la prova proprio di questa coesistenza di antichi culti pagani con il cristianesimo, perlomeno a Cipro.

Trovava una nuova tomba reale in Egitto

Gli oggetti trovati nella tomba appena scoperta
(Foto: Czech Institute of Egyptology)
Gli archeologi hanno portato alla luce, in Egitto, la sepoltura di una regina precedentemente sconosciuta. Il ritrovamento è avvenuto ad Abu Sir, a sudovest del Cairo.
Si pensa che la sconosciuta regina sia la moglie o la madre del faraone Neferefra, che regnò 4500 anni fa. Il ministro per le Antichità egiziano Mamdouh el-Damaty ha detto che la donna si chiamava Khentadawess, ne è stato trovato il nome inciso sulle pareti della tomba.
Miroslav Barta, responsabile della missione di archeologi cecoslovacchi che hanno portato alla luce la tomba, ha affermato che la posizione della tomba della regina ha portato a credere che Khentadawess fosse la moglie del faraone. Con la tomba sono tornati alla luce circa 30 utensili in pietra calcarea a rame.
Gli archeologi sperano di gettare maggiore luce su alcuni aspetti sconosciuti della V Dinastia che, insieme con la IV, fu quella che diede inizio alla costruzione delle piramidi in Egitto. Abu Sir venne utilizzato come cimitero dell'antica capitale egiziana, Memphis, durante l'Antico Regno.

Pietrabbondante, Ennio e l'elite della cultura italica

Ricostruzione dell'area sacra di Pietrabbondante
(Foto: primopianomolise.it)
Il Professor Adriano La Regina - presidente dell'Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell'Arte di Roma - ha illustrato le ultime ricerche archeologiche nel santuario dei Sanniti di Pietrabbondante.
Le attività di scavo hanno avuto al loro centro la domus publica, la casa con funzioni pubbliche adiacente al tempio-teatro, e la zona delle tabernae. Il santuario sannita è risultato molto più grande di quanto finora si fosse pensato. Si trattava di un vero e proprio complesso sacro composto di diversi edifici distribuiti tra prati, giardini e alberi da frutta.
Una delle novità delle ricerche è il ritrovamento del tempio L, a 92 metri a sudest del tempio principale. Il tempio L è il più antico mai rinvenuto a Pietrabbondante, risalente al IV secolo a.C., aveva pareti d'argilla cruda su pietre che lo isolavano dal terreno. La copertura era in tegole piane e coppi. La sua forma era quadrangolare e, all'esterno, vi era una struttura più piccola simile per planimetria, con una doppia porta che fa pensare potesse trattarsi dell'erario. Il tempio, pertanto, era adibito alla riscossione e all'erogazione del pubblico denaro.
Gli archeologi lavorano attorno ad una mensa trovata nel tempio L
(Foto: primopianomolise.it)
All'interno del tempio è stato trovato un cassone in legno nel quale erano state raccolte 342 monete delle quali 140 d'argento. Si tratta di monete sia romane che italiche. Accanto al tempio L è stato trovato un edificio contraddistinto, dagli archeologi, con la lettera T. Questo edificio è composto di tre ambienti prospicienti un porticato. Si tratta dei magazzini per i rituali del tempio, all'interno dei quali sono stati trovati gioielli e parti di armi.
Al centro del tempio L è stata ritrovata una mensa con piedi a forma di zampe di animale con inciso, in osco, il nome del sommo magistrato Ennio, figlio di Ceio, supremo magistrato dei Sanniti, nonché comandante militare. Questa testimonianza è la dimostrazione che Ennio, poeta epico e drammaturgo romano, autore degli Annali, era di origine italiche, appartenente ad una famiglia illustre.
Adriano La Regina ha sottolineato che "da Pietrabbondante stanno pervenendo informazioni di grande interesse per la storia romana e dell'Italia. Tutta la drammaturgia latina tra il III e la seconda metà del II secolo è formata da tre grandi letterati: Ennio, Nevio e Pacuvio, tutti e tre di origini italiche, tre autori di madre lingua osca. L'introduzione di temi greci nella commedia e nella tragedia latina fu dovuta alle compagnie teatrali che recitavano a Roma e disponevano di copioni tradotti o adattati dal greco. - Ha continuato il Professor La Regina. - Che buona parte di questa interazione culturale avvenisse per mezzo di romani di origine sannitica implica novità riguardo al teatro di lingua osca".

domenica 4 gennaio 2015

Scoperta una città sotterranea in Anatolia

I tunnel della città sotterranea scoperta a Nevsehir (Foto: AA)
Al termine del 2014 è stata fatta una delle più importanti scoperte archeologiche in Turchia, una vera e propria città sotterranea, ritrovata nella provincia anatolica di Nevsehir, conosciuta in tutto il mondo sia per la fortezza che ne porta il nome che per le formazioni rocciose chiamate Cammini delle Fate.
La città è venuta alla luce durante la distruzione di alcuni edifici situati all'interno e all'esterno della fortezza di Nevsehir. Si tratterebbe di una città di cui non si avevano precedenti notizie. Sono state scoperte gallerie e chiese nascoste che fanno pensare alla più grande città sotterranea del mondo.
I tunnel dell'antico insediamento corrono al di sotto di una collina a forma conica. Il Professor Ozcan Cakir, del Dipartimento di Ingegneria Geofisica della locale Università, presume che questi tunnel siano stati utilizzati per il trasporto dei prodotti agricoli dai campi fino alla città sotterranea. Uno di questi passaggi raggiunge una fonte d'acqua.
Attraverso lo studio della fortezza di Nesehir, i ricercatori hanno azzardato l'ipotesi che essa sia stata per due terzi edificata servendosi proprio di questi tunnel sotterranei.

sabato 3 gennaio 2015

Trovato il Circo di Commodo sull'Appia Antica

Gli strumenti da chirurgo trovati nel Circo di Commodo
(Foto: Il Messaggero)
Ancora una volta sono le nuove tecnologie a permettere scoperte che, fino a qualche anno fa, si consideravano impossibili, in particolare l'aerofotogrammetria. Alle prospezioni dal cielo seguono, ovviamente, quelle terrene che servono a dare consistenza a quanto si è visto dall'alto. Così è stato possibile individuare il Circo di Commodo. Gli scavi, seguiti agli esami aerei, hanno identificato i carceres, i blocchi di partenza delle bighe che partecipavano alle corse, ma anche un kit da chirurgia di pronto soccorso che giaceva in quella che, probabilmente, era una sorta di infermeria.
Il circo di Commodo è stato individuato dall'equipe archeologica capeggiata da Rita Paris, della Soprintendenza ai Beni Archeologici. Si trova nella Villa dei Quintili, sull'Appia Antica. Finora di questo circo non si conosceva molto. Si pensava, in base a vecchie carte, che fosse un ippodromo. Adesso si è potuto stimare che era lungo oltre 400 metri e che poteva ospitare fino a 7700 persone. Era molto simile al Circo di Massenzio (lungo 520 metri con una capacità di 10.000 spettatori) che potrebbe esserne stato il modello.
Le chiavi del magister claviarus della Villa di CommodO
(Foto: Il Messaggero)
Al centro del Circo di Commodo c'era una spina di 200 metri, ma al momento gran parte del monumento rientra in una proprietà privata. Per avere un'idea del suo aspetto, poi, si è proceduto ad una ricostruzione ideale a partire dalla torretta a base quadrata di sei metri di altezza, che spicca presso la grande cisterna non lontana dalla residenza imperiale.  Il Dottor Riccardo Frontoni e la Dottoressa Giuliana Galli hanno chiarito che si tratta di un carceres, la linea di partenza per la corsa delle bighe. Nei pressi della torretta il Dottor Frontoni ha riportato alla luce l'originaria pavimentazione del circo, in mattoni. Sul pavimento, nei pressi delle fondazioni della torre, ha trovato un bicchierino, come se qualcuno avesse voluto brindare proprio in quel punto. In un laboratorio, collegato al circo, gli archeologi hanno trovato degli strumenti da medico chirurgo specialista per occhi e orecchie.
Ricostruzione di come doveva essere il Circo di Commodo
(Foto: Il Messaggero)
A fornire un aiuto importante per l'identificazione del Circo di Commodo sono stati anche i mosaici delle terme dei pretoriani di Commodo, a S. Maria Nova, dedicati ai cavalli. Commodo, figlio dell'imperatore Marco Aurelio, fu un imperatore dalla personalità crudele e stravagante. Elio Lampridio, nella Historia Augusta, lo ha descritto come un istrionico, un crudele e un vizioso. Gli piaceva partecipare alle corse del circo, recitare a teatro dove aveva particolare cura di lisciare e lumeggiare i suoi capelli o scendere nell'arena abbigliato da gladiatore.
Tra i reperti rinvenuti in precedenza nell'area della Villa di Commodo vi sono il laboratorio di un pittore con i vasetti ancora colmi di pigmenti turchesi e rossi, una decina di chiavi trovate in una stanzetta di servizio e appartenenti al magister claviarus, che aveva il compito di chiudere tutte le porte della Villa.

Aspendos, la città di Asclepio. Trovata una scultura del dio e di suo figlio Telesforo

Aspendos, volto della statua di Asclepio (Foto: Ministero turco della Cultura e del Turismo) Una nuova scoperta archeologica ad Aspendos , i...