venerdì 16 febbraio 2024

Israele, emergono i possenti resti del campo della VI Legio Ferrata

Israele, gli scavi della base militare romana
(Foto: stilearte.it)

I resti architettonici di una possente base militare romana di 1800 anni fa, sono stati scoperti in un recente scavo condotto dall'Autorità per le antichità israeliane ai piedi di Tel Megiddo, vicino all'antico villaggio di Kfar Othanay (il greco Capercotnai). Le strutture portate alla luce appartenevano al comando della Legio VI Ferrata, così chiamata per le armature e per le protezioni pesanti che portavano i soldati. Un'unità militare corazzata.
Lo scavo è stato diretto da Yotam Tepper e Barak Tzin e finanziato dalla Netivei Israel National Infrastructure Company. Nel corso dell'indagine archeologica sono stati scoperti estesi e impressionanti resti architettonici della via Pretoria (la strada principale del campo), oltre ad un podio a forma semicircolare e aree pavimentate in pietra che facevano parate di un grande edificio pubblico monumentale.
Quella della VI Legione è l'unica base militare romana di queste dimensioni che è stata localizzata e scoperta in Israele. Una cittadella militare costruita come una "piccola Roma". 
"Il campo della VI Legio romana fu una base militare permanente per oltre 5.000 soldati romani per più di 180 anni, dal 117-120 al 300 d.C. circa. - Ha affermato il Dottor Yotam Tepper, direttore degli scavi. - Due strade principali si incrociano al centro del campo. Una ha 550 metri di lunghezza, l'altra, che segna la larghezza del campo stesso, è di 350 metri. All'incontro tra le due strade sono stati eretti gli edifici di comando (e fu stabilito l'umbilicus). Fu da questo punto base che tutte le distanze lungo le strade imperiali romane fino alle principali città del nord del Paese, furono misurate e segnate con pietre miliari. Gli antichi resti dell'edificio non furono conservati in altezza poiché la maggior parte delle pietre da costruzione furono rimosse, nel corso del tempo, per essere riutilizzate in progetti edilizi realizzati durante il periodo bizantino e primo islamico".
Il Dottor Tepper ha sottolineato che la scoperta della base legionaria non è stata accidentale, poiché nell'ultimo decennio sono stati condotti sondaggi e sei stagioni di scavi archeologici nell'ambito di un progetto di ricerca geografica-storica congiunto diretto dal Dottor Tepper e dal Dottor Matthew J. Adams, nell'ambito del Jezreel Valley Research Project, realizzato per conto dell'Albright Institute of Arcaheology di Gerusalemme.
Sondaggi preliminari dell'area del campo hanno indicato che l'intera base romana e tutti i suoi componenti erano alla base degli attuali campi di grano del kibbutz Megiddo. "Il contributo unico dei risultati di questo progetto di ricerca risiede nella rarità di tali scoperte archeologiche. - Ha affermato il Dottor Tapper. - Ciò che è stato portato alla luce è notevole. Fino ad oggi i campi militari romani conosciuti in Israele sono campi d'assedio temporanei o piccoli accampamenti di divisioni ausiliarie. Nessuno è paragonabile all'intero complesso della base legionaria. Fonti storiche e alcune informazioni parziali indicano l'esistenza di una base legionaria romana permanente della X Legio Fratensis a Gerusalemme, ma il campo rimane da scoprire".
Nello scavo sono state portate alla luce monete, parti di armi, frammenti di ceramica e frammenti di vetro. E tegole, trovate in enormi quantità. Le tegole del tetto, alcune delle quali recano i timbri della VI Legione, furono utilizzate per vari scopi. Oltre che per i tesse, vennero usate per la pavimentazione delle stanze e per il rivestimento delle pareti.
La Legio VI Ferrata - che dal 193 d.C. fu chiamata Legio VI Ferrata Fidelis Constans Felix - aveva radici antiche. Fu adonata nell'agosto del 47 a.C. da Cesare, nelle province della Gallia Cisalpina e dell'Illirico. Deve il suo nome al pesante armamento metallico dei soldati e, - nell'estensione più tarda del suo nome stesso - alla fedeltà verso l'imperatore Settimio Severo. La legione aveva come simbolo un toro, non disgiunto dalla presenza dell'effigie della Lupa Capitolina.
La VI Ferrata aveva svolto un ruolo notevolissimo nella battaglia di Zela (47 a.C.), in Turchia, combattuta contro Farnace II, figlio di Mitridate VI re del Ponto, che era dilagato in Armenia manifestando altre mire espansionistiche. La Legio si scontrò anche con i soldati di Pompeo in Hispania, poi fu al seguito di Marco Antonio e definitivamente nell'esercito di Augusto, con base in Siria.
Nel 35 d.C. aveva varcato il fiume Eufrate e si era poi mossa contro i Giudei che avevano rifiutato di collocare l'immagine di Caligola nel Tempio di Gerusalemme. Dal 50 al 60 d.C. la Legio VI Ferrata seguì Corbulone in Armenia per arginare la minaccia partica; nel 67 d.C. fu accorpata all'esercito con il quale Cestio Gallo mosse contro i Giudei insieme alla Legio XII Fulminata.
Nel 72 d.C. ebbe parte predominante nell'invasione del regno della Commagene. Con Traiano mosse contro i Parti e nel 105 conquistò la nuova provincia d'Arabia, posta tra il fiume Giordano e il Mar Morto, area importantissima per i commerci con la Persia, l'India ed altri ricchi centri quali Petra e Bosra.
Adriano la spostò dislocandola in Palestina per combattere la terza guerra giudaica, che ebbe fine nel 135, con la distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte della Legione. Nel 193 la VI Ferrata si dimostrò favorevole a Settimio Severo contro Pescennio Nigro  e per tale motivo fu chiamata Fidelis Constans. Alla fine del III secolo d.C. le notizie relative alla Legio diminuiscono drasticamente e alcuni studiosi avevano ipotizzato il suo scioglimento o la distruzione in combattimento, anche se studi recenti paiono aver identificato tracce della sua sussistenza ancora nel 303-304, presso la fortezza legionaria di Udruh, non lontano da Petra.

Fonte:
stilearte.it

Capri, riemergono dai fondali i resti di parte dell'arredamento di un ninfeo imperiale

Capri, resti di pietra lavorata parte dell'arredo del
ninfeo imperiale (Foto: Arma dei Carabinieri Napoli)

La Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l'Area Metropolitana di Napoli, in stretta collaborazione con la Direzione Regionale Musei Campania, il Comando Carabinieri Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Napoli e il Comando Carabinieri Nucleo Subacqueo di Napoli, ha recuperato preziose evidenze archeologiche nel mare della Grotta Azzurra, sull'isola di Capri.
Dopo un'attenta indagine condotta in seguito a segnalazioni pervenute alla Soprintendenza nel corso degli anni e allo studio approfondito della documentazione d'archivio, la Soprintendenza ha deciso di eseguire rilievi sul fondale della Grotta Azzurra, che in antico era un sontuoso ninfeo imperiale, legato alla soprastante villa romana di Gradola, i cui resti sono ancora ben visibili anche dal mare.
I nuovi rilievi hanno permesso di individuare sul fondale alcuni blocchi in pietra lavorata, presumibilmente parte dell'arredo scultoreo del ninfeo imperiale. Nel 1964 e nel 1975 il Soprintendente Alfonso de Franciscis aveva già recuperato cinque statue e numerosi frammenti che rappresentavano Nettuno e il suo corteo composto di mostri marini, i Tritoni. Le cinque sculture sono oggi esposte all'interno del Museo della Grotta Azzurra presso la Casa Rossa di Anacapri.
Quest'anno, davanti alla Grotta Azzurra, i sommozzatori hanno individuato uno dei reperti scultorei già individuati dagli archeologi della Soprintendenza, parte di una statua in marmo e, grazie a due palloni, hanno portato il blocco fuori dalla grotta attraverso l'apertura posta a circa 3 metri di profondità. Il recupero effettuato è relativo ad un blocco sagomato, forse pertinente ad una base di statua.

Fonte:
Ministero della Cultura - Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l'Area Metropolitana di Napoli

venerdì 9 febbraio 2024

Londra, rinvenuto un letto funebre romano in legno

Londra, il ritrovamento del letto funerario romano in
legno di quercia (Foto: Museum of London Archaeology)
A Londra gli archeologi hanno scoperto un letto funerario completo in legno di quercia, il primo ritrovato in Gran Bretagna. Il letto, straordinariamente conservato e definito dagli esperti "senza precedenti", è stato scavato nel sito di un ex cimitero romano vicino al viadotto di Holborn, nel centro della capitale inglese, insieme a cinque bare di quercia.
Prima di questo scavo, nella capitale inglese erano state trovate solo tre tombe romane in legno. I resti in legno dell'epoca romana in Gran Bretagna raramente si sono conservati fino ai giorni nostri ma, poiché il luogo di sepoltura, sommerso dall'acqua, confina con il fiume Fleet, ora interrato, le sue tombe si sono ben conservate. Il letto funerario fu realizzato in quercia di alta qualità, con i piedi intagliati e giunti fissati con piccoli chiodi di legno. Fu smontato prima di essere deposto nella tomba di un uomo adulto tra i 20 ed i 30 anni.
"Fu smontato e riposto con molta cura, quasi come un mobile impacchettato per la vita successiva", ha dichiarato Michael Marshall, specialista di manufatti presso gli archeologi del Mola (Museum of London Archaeology), sottolineando però che le sepolture sono molto diverse tra loro. Una parte del sito, al di fuori delle mura della città romana e a 6 metri di profondità rispetto al livello del suolo moderno, era stata scavata negli anni Novanta del secolo scorso. Tuttavia il letto è stato una sorpresa assoluta, perché i ricercatori non avevano mai visto nulla di simile.
Sebbene esistano testimonianze di persone trasportate su letti durante i cortei funebri, e talvolta raffigurazioni di queste persone sulle lapidi, non si sapeva affatto che le persone fossero sepolte su questo tipo di letti per sepolture romane. E' una cosa di cui non esistono prove precedenti in Gran Bretagna.
Il defunto era quasi certamente di una persona di alto rango. Si tratta di un mobile incredibilmente ben fatto, un pezzo di falegnameria vera e propria, non di qualcosa che è stato messo insieme in modo approssimativo. E' uno dei mobili più eleganti che siano mai stati recuperati nella Britannia romana. Accanto ai resti scheletrici, gli archeologi hanno recuperato oggetti personali, tra i quali perline, una fiala di vetro apparentemente ancora contenente residui e una lampada decorata, che si pensa risalga al primissimo periodo di occupazione romana, tra il 43 e l'80 d.C.
Il letto è decorato con il disegno di un gladiatore sconfitto. Immagini simili sono state già trovate in precedenza in contesti funerari a Londra e Colchester. "C'è qualcosa nel simbolismo del gladiatore sconfitto che ha senso in un contesto funerario. Un gladiatore sconfitto è colui che sta morendo, ovviamente, ma combatte anche contro la morte. - Ha affermato Marshall. - Quindi l'analisi di queste sepolture dimostra che ci sono scelte molto sottili sul modo in cui la gente onorava i propri morti".
"Sappiamo che i romani seppellivano i loro morti lungo le strade, fuori dai centri urbani. - Ha detto Heather Knight, Project Officer del Mola. - Non è stata quindi una grande sorpresa scoprire sepolture in questo sito che, durante il periodo romano, sarebbe stato situato a 170 metri ad ovest delle mura della città e vicino alla principale strada romana di Watling Street. Tuttavia i livelli di conservazione riscontrati, ed in particolare la scoperta di una così vasta gamma di reperti in legno, ci hanno davvero sbalorditi".

Fonti:
avvenire.it
finestresullarte.info

Turchia, trovato il luogo di un antico "ospedale" e molti strumenti medici

Turchia, gli antichi strumenti medici rinvenuti ad
Allianoi (Foto: Danis Baykan)

Centinaia di strumenti medici di epoca romana, esaminati di recente dagli scienziati, potrebbero provenire da uno dei luoghi in cui gli antichi medici si riunivano per curare le persone, uno dei primi esempi conosciuti di "ospedale".
Si tratta di 348 manufatti legati al mondo della medicina, trovati nel sito di Allianoi, antica città della Turchia che ospitava anche un grande balneum. Il gran numero di manufatti, risalenti a 1800 anni fa, potrebbe indicare che un tempo la città ospitava un antico centro medico. 
Gli strumenti sono stati rinvenuti durante scavi di salvataggio svolti tra il 1998 ed il 2006, prima della costruzione di una diga che ha allagato il sito del ritrovamento. La maggior parte dei manufatti sono stati rinvenuti all'interno di due edifici di un più ampio complesso.
Allinoi è stato, forse, uno dei primi esempi conosciuti di una pratica medica organizzata un pò come un moderno ospedale. La varietà degli strumenti chirurgici indicano che gli interventi medici dovevano essere piuttosto sofisticati. Tra gli strumenti rinvenuti vi erano quelli per estrarre calcoli vescicali e renali, altri che dovevano - forse - essere utilizzati per interventi agli occhi o per rimuovere il cristallino opacizzato e suturare le ferite.
I ricercatori non sanno quanti medici operavano nel sito in contemporanea, anche se si pensano che fossero molti, più di una dozzina. Il Professore Danis Baykan, dell'Università di Trakya, in Turchia, ha affermato di aver già fatto scoperte simili. Ha scoperto, anche, che gli strumenti venivano utilizzati in una varietà di procedure. Il Professor Baykan ha anche suggerito che il medico romano Galeno, vissuto dal 129 al 216 d.C. circa e che risiedeva nella vicina città di Pergamo, potrebbe aver esercitato ad Allianoi. Antichi documenti indicano che Galeno eseguì, con successo, interventi chirurgici su gladiatori feriti e potrebbe averli eseguiti proprio nell'antica città turca.
La Professoressa Patty Baker, docente di studi classici e archeologici all'Università del Kent, ha affermato che non sorprende che la struttura fosse situata vicino ad un balneum. Nel mondo romano molti strumenti medici sono stati rinvenuti proprio negli edifici termali, luoghi in cui le persone andavano per ricevere assistenza sanitaria.

Fonte:
livescience.com


domenica 4 febbraio 2024

Vergina, nuovi sviluppi sull'identità dei sepolti nella necropoli reale

Vergina, l'urna funeraria contenente le spoglie del re
Filippo II di Macedonia (Foto: Wikipedia)

Sono stati identificati gli occupanti delle sepolture reali incontaminate risalenti al IV secolo a.C. e situate nella città di Vergina, nel nord della Grecia. 
Le sepolture contengono i resti del padre, della matrigna, dei fratellastri e del figlio di Alessandro Magno, unitamente ad armature e ad altri oggetti.
Anche se non vi è mai stato alcun dubbio sull'identità dei resti scheletrici umani trovati nelle tombe reali, appartenenti a parenti stretti di Alessandro Magno, gli studiosi hanno trascorso quasi mezzo secolo a disputare su chi effettivamente giacesse in ciascuna sepoltura.
I ricercatori hanno esaminato gli elementi scheletrici con l'ausilio della macrofotografia, delle radiografie e della dissezione anatomica. Sono state effettuate analisi osteologiche, nonché raggi X degli antichi resti.
Sullo scheletro maschile della tomba I è stata accertata la presenza di una fusione del ginocchio, coerente con la prova storica della zoppia di re Filippo II. I ricercatori hanno scoperto che la tomba I conteneva le ossa di un uomo con un ginocchio ferito, di una donna e di un bambino di pochi giorni o settimane. I ricercatori hanno concluso che il primo scheletro appartenga al padre di Alessandro Magno, Filippo di Macedonia, che le fonti tramandano fosse zoppicante. L'età estremamente giovane del bambino rinvenuto nella medesima tomba è coerente anche con la storia dell'assassino di Filippo nel 336 a.C.
Secondo la maggior parte delle fonti, Filippo II fu assassinato dalla sua guardia del corpo solo pochi giorni dopo che sua moglie Cleopatra aveva partorito. Si pensa che l'omicidio sia stato commissionato dalla precedente moglie di Filippo, Olimpia, madre di Alessandro Magno. Quasi immediatamente dopo la morte di Filippo, Olimpia fece uccidere anche Cleopatra ed il suo bambino, forse facendoli bruciare vivi, garantendo a suo figlio Alessandro la successione al trono.
In precedenza alcuni studiosi hanno sostenuto l'ipotesi che Filippo II fosse stato sepolto nella tomba II, che ospita anch'essa i resti di un uomo e di una donna. Tuttavia, l'assenza in quest'ultima sepoltura di un bambino, unitamente all'assenza di segni di evidenti traumi fisici sullo scheletro maschile, ha portato all'esclusione di questa possibilità.
Gli archeologi hanno concluso che la tomba II apparteneva alla "donna guerriera" Adea Euridice, moglie del fratellastro di Alessandro, Arrhidaeus. Sono giunti a questa conclusione sulla base di prove scheletriche che indicano un uomo che é praticamente vissuto a cavallo. Arrhidaeus, secondo le fonti, era un uomo mentalmente disabile.
I ricercatori non hanno, però, trovato alcuna prova della diffusa convinzione che Alessandro IV, figlio di Alessandro Magno, sia stato sepolto nella tomba III.

Fonte:
akreonews.net

Grecia, l'enoteca di Sikyon...

Grecia, l'enoteca di epoca romana (Foto: Scott Gallimore)
In Grecia gli archeologi hanno scoperto un'enoteca di 1600 anni fa, distrutta ed abbandonata dopo un evento improvviso, forse un terremoto o il crollo dell'edificio, lasciando vasi rotti e 60 monete sparse sul pavimento.
Il negozio era operativo quando l'Impero Romano controllava la regione. E' stato rinvenuto nell'antica città di Sikyon, sulla costa settentrionale del Peloponneso, nel sud della Grecia. All'interno di questa enoteca, gli archeologi hanno trovato monete sparse, resti di tavoli in marmo e vasi in bronzo, vetro e ceramica.
L'enoteca è stata trovata all'estremità settentrionale di un complesso che aveva una una serie di officine contenenti forni e impianti utilizzati per spremere l'uva o le olive. Purtroppo non si ha alcuna prova diretta dei tipi di vino che potrebbero essere stati venduti all'interno dell'esercizio commerciale.
Nel negozio, oltre al vino, potrebbe essere stato venduto anche l'olio di oliva. La maggior parte delle monete trovate risalgono al regno di Costanzo II (337-361 d.C.). L'ultima moneta è stata coniata tra il 355 ed il 361.
Sembra che l'enoteca abbia subìto un evento improvviso che ne ha causato la distruzione e l'abbandono. Le monete sparse sul pavimento rappresentano gli ultimi momenti di vita dell'esercizio commerciale. Gli archeologi ritengono che le monete fossero custodite in un vaso di ceramica oppure in una sorta di borsa. Il complesso di cui fa parte la bottega appena scavata, sembra essere stato abbandonato agli inizi del V secolo d.C. quando, forse, avvenne l'evento naturale.

Fonte:
livescience.com



Serbia, rinvenuto un arco trionfale dedicato a Caracalla

Serbia, il luogo del rinvenimento dell'arco trionfale
(Foto: Istituto Archeologico della Serbia)

Gli archeologi serbi hanno portato alla luce un antico arco trionfale romano risalente al III secolo d.C. nella città di Viminacium, che si trova nei pressi dell'attuale Kostolac, a 70 km ad est di Belgrado.
Viminacium o Viminatium era una città importante, capoluogo di provincia, nonché un accampamento militare nella provincia romana della Mesia (attuale Serbia), nonché capitale della Mesia Superiore. Comprendeva gran parte del territorio della moderna Serbia orientale, del Kosovo, dell'Albania nordorientale, della parte settentrionale della Macedonia, della Bulgaria, della Dobrugia rumena e di piccole parti dell'Ucraina meridionale (Mesia inferiore).
Il Professor Miomir Korac, uno dei più importanti archeologi serbi, ha detto che la scoperta è avvenuta durante gli scavi della strada principale di Viminacium. "Questo è il primo arco di trionfo rinvenuto in questa zona", ha affermato il Professor Korac.
A chi era dedicato questo arco di trionfo? gli archeologi lo hanno scoperto scavando parte di una lastra di marmo con il nome del sovrano scolpito sopra: si trattava dell'imperatore Caracalla, cresciuto negli accampamenti militari al seguito del padre Settimio Severo nelle campagne militari. Sulla base del materiale già rinvenuto, gli archeologi hanno stabilito che l'arco trionfale fu costruito alla fine del II o al più tardi all'inizio del III secolo d.C.
Le fonti storiche riferiscono che a Viminacium avvenne un evento straordinario: Marco Aurelio Antonino, meglio conosciuto con il nome di Caracalla, venne proclamato nel 195 d.C. Cesare, sovrano e successore del padre Settimio Severo, dal quale ereditò il titolo di Augusto tre anni dopo.

Fonte:
arkeonews.net


sabato 3 febbraio 2024

Turchia, gli archeologi italiani scoprono gli archivi di Doliche

Turchia, gli scavi dell'archivio della città di Doliche
(Foto: finestresullarte.info)
Gli archeologi dell'Università di Pisa hanno fatto un'importante scoperta in Turchia: da uno scavo è riemerso l'archivio dell'antica città di Doliche, fondata dai Seleucidi. A far riconoscere l'edificio come un archivio, sono state le numerose impronte di sigillo in terracotta ritrovate dagli archeologi. In questo edificio erano conservati i documenti in papiro e pergamena. La città di Doliche fu fondata sotto i successori di Alessandro Magno, i Seleucidi, e chiamata come molte altre fondazioni di quella zona con il nome della città greca da cui i coloni provenivano: Doliche in Tessaglia, vicino al monte Olimpo.
"Il sito dell'antica Doliche è stato oggetto di indagini tedesche già dagli anni Settanta del secolo scorso. - Ha spiegato Margherita Facella, Professoressa di Storia greca nell'Ateneo di Pisa e direttrice della missione pisana. - Dal 2015 un team internazionale sotto la guida del Professor Engelbert Winter ha condotto prospezioni e scavi, portando alla luce i resti di alcuni edifici pubblici, tra i quali delle terme romane. Accanto a queste terme, erano state identificate le tracce di un'altra costruzione, ora parzialmente scavata dai nostri archeologi. Si tratta di un archivio cittadino, come rivelano le numerose impronte di sigillo in terracotta qui trovate: più di 2000 impronte (cosiddette bullae) sono state recuperate nell'area e sottoposte, laddove possibile, a pulizia e restauro. Le impronte di sigillo indicano chiaramente che qui venivano conservati documenti scritti su papiro e pergamena andati poi distrutti a causa di un incendio".
Gli antichi documenti venivano sigillati con cordicelle attorno alle quali erano posti grumi di argilla di piccole dimensioni (0,5-2 cm), spesso frammentate e difficili da riconoscere ad occhio nudo. Su questa argilla venivano impressi anelli, decorati o iscritti, così da poter sigillare i documenti ed impedirne l'apertura. Solo nel caso in cui un archivio sia stato distrutto da un grave incendio, le impronte dei sigilli si possono conservare, in quanto cotte e dunque indurite, mentre i documenti periscono nel fuoco. Nel 253 d.C. il re persiano Shapur I distrusse numerose città nella provincia romana della Siria, inclusa Doliche, come conseguenza di una sanguinosa guerra tra l'Impero Romano e quello dei Sasanidi.
Uno studio preliminare di questi materiali rivela che si tratta sia di sigilli privati come di sigilli ufficiali della città. "Le immagini sui sigilli ufficiali della città sono direttamente collegate alla città. - Ha spiegato Michael Blomer, Professore dell'Università di Munster e visiting professor dell'Università di Pisa nel 2023, che ha co-diretto gli scavi. - Di solito mostrano le divinità più importanti come Giove Dolicheno, il dio principale della città. Le impronte dei sigilli privati più piccoli mostrano una vasta gamma di immagini e simboli che dicono molto sul patrimonio culturale e religioso degli abitanti di Doliche. Figure mitiche e rari ritratti privati indicano una forte influenza greco-romana su questa regione a metà tra Oriente ed Occidente."

Fonte:
finestresullarte.info


Sicilia, riemerge dalle acque un frammento del tempio di Giove

Sicilia, un'immagine in 3D del ritrovato frammento del
tempio di Giove che giaceva nel fondale marino
(Foto: BCsicilia)

Importante recupero nel mare di Agrigento: i sommozzatori del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale, con la Soprintendenza del Mare e l'associazione BCsicilia, hanno recuperato un frammento dell'antico tempio di Zeus che giaceva sul fondale.
Le operazioni hanno avuto luogo nello specchio d'acqua antistante San Leone, poco lontano dalla foce del fiume Akragas.
Il reperto recuperato ne mare di Agrigento è, molto probabilmente, un decoro frontale in marmo appartenente al celebre Tempio di Zeus: il frammento di un cavallo rampante, elemento iconico nelle rappresentazioni artistiche del periodo greco. Ricoperto di concrezioni, il reperto, quasi certamente di marmo proconnesio, della dimensione di 2 metri per 1,6 e 35 centimetri di spessore, giaceva a circa 300 metri dalla costa, a 9 metri di profondità ed era noto agli archeologi già da lungo tempo, ma era segnato nella carta archeologica come una banale ed anonima "vasca". Il riconoscimento come una vasca non aveva mai convinto il Gruppo Subacqueo di BCsicilia, guidato dall'Ingegner Gaetano Lino, che nell'ottobre 2022 ha effettuato, insieme al sub volontario Salvatore Ferrara e grazie anche al contributo esterno di Francesco Urso, della sede BCsicilia di Agrigento, un rilievo in 3D.
Dall'elaborazione delle foto utili al rilievo tridimensionale subacqueo è dunque emersa l'immagine di quello che sembra il particolare di un fregio del timpano di un tempio. L'associazione ha subito dato notizia della scoperta alla Soprintendenza del mare al fine del recupero dell'eccezionale reperto, che è stato finalmente riportato a riva dopo due tentativi resi nulli dalla torbidità dell'acqua.

Fonte:
finestresullarte.info


Francia, sepolture gallo-romane raccontano la loro storia

 
Francia, uno dei reperti rinvenuti
nella necropoli gallo-romana di
Plaine de L'Ain
(Foto: stilearte.it)
Si è conclusa la prima fase di studio della necropoli scoperta durante gli scavi preventivi svolti nel contesto dello sviluppo del Parco Industriale Plaine de l'Ain, in Francia. L'Inrap ha condotto l'operazione su un ampio complesso funerario risalente dalla metà del I secolo a.C. alla metà del VII secolo d.C. Notevole il quantitativo di corredi - anche particolarmente preziosi - portati alla luce dagli archeologi.
Questo complesso è posizionato lungo un'antica strada, a 400 metri dall'insediamento antico, coincidente con il villaggio di Sain-Vulbas. Il sito ha rivelato un totale di 1091 strutture, tra le quali 554 tombe, 212 cremazioni, 30 recinti funerari e 195 strutture funerarie di natura indefinita.
Gli approfondimenti successivi agli scavi forniscono oggi numerosi risultati riguardo all'evoluzione delle pratiche funerarie antiche. La lunga occupazione dell'area con fini cimiteriali consente di vedere uniti, nello stesso luogo, i diversi passaggi culturali che ebbero importanti riflessi sulle modalità di accompagnamento dei defunti nell'Aldilà.
L'area sepolcrale scoperta dagli archeologi si trova ad est di una strada preesistente e dei fossati che le scorrevano accanto. Nel corso del tempo, altri elementi sembrano aver contribuito a strutturare lo spazio funerario. In particolare si evidenzia un fossato curvilineo che delimita la parte settentrionale a partire dall'età augustea (27 a.C.-14 d.C.), persistendo per l'intera durata dell'utilizzo del complesso funerario.
Nei pressi di una strada "accompagnata" da corsi d'acqua, a 400 metri dal villaggio, i gallo romani, intorno al 20 a.C. circa, consolidarono un luogo di sepoltura in un campo attiguo alla strada, delimitandolo con un fossato. Questo fossato di delimitazione, che fungeva da protezione del luogo sacro, fu utilizzato anche per lo smaltimento di pentole e brocche, che probabilmente erano state utilizzate per portare cibi e bevande destinati al pasto funebre e alle commemorazioni.
Il fossato doveva segnare, radicalmente, un passaggio fortemente contrassegnato sotto il profilo spirituale. Un fossato tra la vita e la morte. Qui, infatti, oltre alle stoviglie, che probabilmente non venivano regolarmente riportate a casa, sono stati trovati anche materiali votivi, tra i quali una statuetta in piombo, che forse furono eliminati durante le varie fasi di ristrutturazione degli spazi di sepoltura. Il fossato, pertanto, ha svolto anche una funzione di luogo di scarico di materiali rituali.
L'area cimiteriale mostra la presenza di numerose sepolture di bambini di età inferiore ad un anno, circa 160 individui. Una tale porzione di defunti molto giovani si trova raramente in un contesto archeologico. La stragrande maggioranza di loro sono sepolti (solo quattro sono stati certamente cremati). Per i bambini piccoli, infatti, il mondo romano prevedeva il seppellimento del corpo e non la cremazione. Durante il periodo augusteo la maggior parte dei bambini veniva sepolta in un contenitore e mai direttamente nel terreno.
Le pratiche della sepoltura e della cremazione coesistevano nel sito fin dall'inizio della sua occupazione funeraria alla fine del I secolo a.C. La percentuale delle sepolture è, però, molto più elevata delle cremazioni, poiché rappresentano poco meno dei tre quarti della popolazione. Questo rapporto cambiò poco fino alla fine del primo terzo del I secolo.
In seguito l'uso della cremazione divenne prevalente e raggiunse il suo apice tra il 60 e il 100 d.C. Poi il suo utilizzo diminuì rapidamente a partire dal II secolo d.C. Attestata ancora nel III secolo d.C., la cremazione sembra essere scomparsa dallo spazio funerario all'inizio del IV secolo a beneficio della sepoltura.

Fonte:
stilearte.it

Pompei, scoperti graffiti con i turni di lavoro degli operai

Pompei, graffito con turni di lavoro trovato recentemente
in un antico cantiere (Foto: grandenapoli.it)

Proseguono i lavori di scavo e ricerca nella domus IX, 10, 1 all'interno della quale, qualche mese addietro, erano state rinvenute iscrizioni elettorali.
Un team di archeologi ha scoperto, sempre in questo luogo, una nuova area di lavoro a Pompei, ancora intatta dopo duemila anni. L'area, situata nei pressi del Foro, era utilizzata per la produzione di tegole e altri materiali da costruzione.
A seguito del forte terremoto del 62 d.C., a Pompei vi erano diversi cantieri di ristrutturazione della città. Ad esempio il tempio di Iside, venne ristrutturato nelle fattezze attuali proprio in seguito ai danni causati dal sisma. Nella domus della Regio IX, in un angolo dell'atrio, sono emerse tracce evidenti dei lavori di ristrutturazione.
La scoperta è particolarmente importante perché ha permesso di ricostruire le attività quotidiane degli operai che costruirono la città romana. I ricercatori hanno, infatti, trovato circa 300 tegole in ottimo stato ed i turni di lavoro scritti dagli operai. Questi numeri, che rappresentano i giorni del mese, venivano scritti di solito sugli stipiti delle porte. Nel caso specifico indicavano i turni di lavoro degli operai, lavoro che iniziava praticamente all'alba.
Sembrerebbe che i turni fossero di solito assegnati in base all'età ed all'esperienza degli operai. I più giovani erano impiegati nei turni di notte, mentre i più esperti lavoravano durante il giorno.
La scoperta dell'area di lavoro a Pompei e un'importante testimonianza della vita quotidiana nella città romana. Consente di conoscere meglio il lavoro degli operai che costruirono la città e le loro condizioni di vita.

Fonti:
grandenapoli.it
mediterraneoantico.it

Olanda, il mistero del legionario nel pozzo

Olanda, lo scheletro di soldato romano trovato in un pozzo (Foto: ilgiornaledellarte.com) Alla fine degli anni Settanta del secolo scorso , ...