sabato 4 aprile 2026

Basilicata, individuato il luogo dove sorgeva il teatro di Herakleia

Basilicata, il teatro di Herakleia (Foto: Musei Nazionali
di Matera/Direzione Regionale Musei nazionali della
Basilicata)

Una nuova scoperta arricchisce la conoscenza della Magna Grecia in Basilicata. A Policoro, nel cuore dell'antica città greca di Herakleia, gli archeologi hanno individuato i resti dell'antico teatro della polis, uno degli edifici più significativi dell'urbanistica delle città greche.
Herakleia fu fondata da Taranto nel 433 a.C. sulla costa ionica lucana e nel giro di pochi decenni divenne uno dei centri più prosperi e influenti della Magna Grecia.
Nel corso del tempo le campagne di scavo condotte nell'area hanno restituito una grande quantità di dati archeologici, contribuendo a delineare l'immagine di una città articolata e ricca di strutture pubbliche e private. Gli scavi hanno portato alla luce quartieri residenziali, strade, santuari e numerosi spazi pubblici che testimoniano la complessità dell'organizzazione urbana e il ruolo centrale svolto da Herakleia nei rapporti commerciali e culturali del Mediterraneo antico. Nonostante decenni di ricerche, tuttavia, nella carta archeologica della città mancava ancora uno degli edifici simbolo della polis greca: il teatro.
Grazie alle nuove ricerche è stato possibile individuare con certezza l'area occupata dall'antico teatro della città. La scoperta rappresenta un tassello fondamentale per la comprensione dell'assetto urbanistico della polis ed apre nuove prospettive di studio sulla vita culturale e sociale della comunità di Herakleia.

Fonte:
finestresullarte.info 


Saepinum, riemergono le evidenze di una domus imperiale

Il parco archeologico di Sepino (Foto: Ministero della
Cultura)

Una nuova fase di indagini archeologiche nel sito di Saepinum, nell'area di Altilia, in provincia di Campobasso, restituisce un quadro più articolato dell'evoluzione urbana della città antica. Le ricerche, condotte tra il 2023 ed il 2025 grazie anche ai finanziamenti del Ministero della Cultura, hanno portato alla luce strutture e materiali che contribuiscono a ridefinire la storia del centro molisano.
Uno dei risultati più importanti riguarda il settore urbano di Porta Bojano, già oggetto di indagini sistematiche negli anni Cinquanta sotto la direzione del soprintendente Valerio Cianfarani. Le nuove campagne di scavo hanno consentito di riaprire lo studio dell'area, riportando alla luce una domus di notevole rilievo, caratterizzata da un ingresso monumentale affacciato sul decumano, una delle principali arterie della città romana, orientata in senso est-ovest.
L'edificio presenta un articolato palinsesto architettonico che documenta una lunga continuità di frequentazione, dalla prima età imperiale fino al VI secolo d.C. La complessità delle strutture e l'estensione della domus, che supera i limiti dell'area attualmente indagata, confermano le dimensioni monumentali già ipotizzate attraverso precedenti indagini geofisiche.
Le evidenze materiali permettono di ricostruire le diverse fasi di vita del complesso. Le testimonianze più antiche, riconducibili all'età augustea e tiberiana, comprendono antefisse architettoniche e ceramiche che indicano un elevato livello qualitativo della residenza già nel I secolo d.C. Nei secoli successivi, fino al III secolo d.C., la presenza di ceramiche comuni e sigillate africane d'importazione segnala l'inserimento di Saepinum nei circuiti commerciali del Mediterraneo. Nella tarda antichità, tra il IV ed il VI secolo d.C., si registra, invece, una trasformazione funzionale degli ambienti, destinati ad attività produttive o di stoccaggio.
Tra i rinvenimenti si annoverano lucerne in terracotta, un raro bruciaprofumi, contenitori ceramici di piccole dimensioni ed oggetti personali in bronzo, tra i quali anelli ed una chiave di scrigno. A questi si affianca il recupero di un grande contenitore in piombo appartenente ad un sistema domestico per il riscaldamento dell'acqua. Il recipiente, di forma cilindrica, è decorato in rilievo con motivi solari stilizzati e teste di Gorgone, e costituisce una testimonianza delle tecnologie idrauliche adottate nelle residenze di alto livello del mondo romano, anche alla luce dei frammenti di tubature e valvole rinvenuti nello stesso contesto.
La campagna del 2025 ha arricchito il quadro con il recupero di frammenti architettonici in marmo e di un'iscrizione onoraria datata al 139 d.C., durante il regno dell'imperatore Antonino Pio. L'epigrafe documenta un intervento diretto della casa imperiale nella città confermando il rapporto privilegiato tra Saepinum e l'amministrazione centrale dell'Impero.
Il cardo, asse viario principale orientato in senso nord-sud, è stato oggetto di un'analisi stratigrafica che ha consentito di documentarne la continuità d'uso anche nelle fasi successive alla fine dell'età antica. Tra i rinvenimenti più notevoli figura un tesoretto di monete databile al V secolo d.C., individuato in un livello riferibile alla fase di occupazione bizantina della città.

Fonte:
finestresullarte.info 


Roma, eccezionale scoperta nei pressi della Necropoli Ostiense

Roma, uno degli affreschi della necropoli ostiense
(Foto: Ufficio Stampa e Comunicazione MiC)

Nel corso delle indagini di archeologia preventiva condotte dal Ministero della Cultura - Soprintendenza Speciale di Roma, per la realizzazione di uno studentato sulla via Ostiense, in zona San Paolo Fuori le Mura, è stata scoperta una vasta area funeraria, con tombe in muratura decorate e sepolture a fossa, eccezionalmente ben conservata.
Si tratta di una delle necropoli più estese dell'antica Roma. Dallo scavo, diretto da Diletta Menghinello, archeologa della Soprintendenza Speciale di Roma, è emerso, a circa un metro di profondità, un nucleo di cinque edifici funerari di età imperiale a pianta quadrangolare con copertura a volta, allineati da nordest a sudovest e preceduti da due strutture minori. Un sesto edificio, analogo agli altri ma ad essi perpendicolare, suggerisce, insieme ai resti di ulteriori ambienti, l'organizzazione del complesso attorno ad un cortile interno.
I sepolcri, secondo l'archeologa Menghinello, sono da identificarsi con tutta probabilità con dei colombari dotati di nicchie destinate ad ospitare le urne cinerarie. Lo scavo è ancora in una fase preliminare ma è già possibile riconoscere, negli ambienti venuti alla luce, un elaborato apparato decorativo, costituito da intonaci affrescati a fasce e a motivi vegetali, stucchi, edicole ornate da figure della simbologia funeraria romana (Oranti o Vittorie Alate).
Nell'area prossima alla strada, a profondità via via maggiori, sono stati inoltre rimessi in luce un'aula absidata ed un altro grande ambiente con resti di pavimentazione a mosaico, entrambi in laterizi, la cui funzione è ancora da determinarsi, forse il luogo dove si svolgevano i banchetti funerari.
In età tardo-antica, una necropoli molto più modesta si è impiantata alle spalle del settore monumentale occupato dalle tombe di età imperiale, dal quale è separata da un lungo muro in blocchetti di tufo. Scarsi oggetti di corredo accompagnano semplici sepolture a fossa, sovrapposte le une alle altre in fitta successione.
Il contesto è da ricondursi alla vasta Necropoli della via Ostiense, sviluppatasi tra la tarda età repubblicana ed il tardo impero, di cui sono attualmente visibili i settori del Sepolcreto Ostiense e della Rupe di San Paolo.
La Necropoli Ostiense era conosciuta fin dal 1917 e si è salvata dalla forte urbanizzazione del territorio.

Fonte:
Ufficio Stampa e Comunicazione MiC


Apollosa, recuperati i resti di un mausoleo con fregi di giochi gladiatori

Apollosa (BN), il fregio del mausoleo rinvenuto
(Foto: archeomedia.net)

Nel territorio di Apollosa, nel Beneventano, è riemerso un monumento funerario romano decorato con scene di combattimento tra gladiatori, un ritrovamento che aggiunge nuovi tasselli alla conoscenza dell'antico tracciato della via Appia.
Il monumento è venuto alla luce in seguito all'esondazione del torrente Serretelle, nel 2021, quando alcuni blocchi lapidei sono affiorati lungo l'argine. Negli anni successivi la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Caserta e Benevento ha avviato delle indagini archeologiche che hanno consentito di recuperare numerosi blocchi in calcare appartenenti ad un grande mausoleo funerario.
Il origine il monumento era collocato lungo la strada che collegava Caudium a Beneventum, aveva un diametro stimato di circa 12 metri ed era impostato, con tutta probabilità, su una base quadrangolare con struttura a tamburo. In età medioevale i blocchi vennero smontati per essere riutilizzati in una struttura di contenimento lungo il corso d'acqua.
Tra gli elementi più interessanti emersi durante il recupero figura un fregio scolpito con duelli di gladiatori. Una delle figure è stato riconosciuto essere un gladiatore di tipo sannita, identificabile dallo scudo ricurvo rettangolare e dalle fasce ai polpacci. Si pensa che il committente del monumento potesse essere legato all'organizzazione dei giochi gladiatori, forse in relazione all'anfiteatro di Benevento. E' stato individuato anche l'accesso alla camera funeraria, composta da ambienti quadrangolari affrescati.

Fonte:
archeomedia.net 


domenica 8 marzo 2026

Egitto, il deposito dei sarcofagi dei Cantori di Amon

Egitto, i sarcofagi dei "Cantori di Amon"
(Foto: Ministero del Turismo e delle Antichità)

Nel settore sudoccidentale del cortile della tomba di Seneb, nell'area di Qurna, sulla riva occidentale di Luxor, in Egitto, una missione archeologica egiziana congiunta tra il Consiglio Supremo delle Antichità e la Fondazione Zahi Hawass per le Antichità ed il Patrimonio ha individuato un deposito di sarcofagi lignei dipinti contenti mummie, insieme ad un gruppo di rari papiri databili al Terzo Periodo Intermedio (1070/1069 - 712 a.C.).
Secondo quanto comunicato dal ministro del Turismo e delle Antichità, Sherif Fathy, la scoperta si inserisce nel quadro delle recenti attività di ricerca sostenute dallo Stato egiziano nell'ambito di una strategia di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale.
Le indagini hanno portato alla luce una camera rettangolare scavata nella roccia, utilizzata come deposito funerario. All'interno sono stati trovati 22 sarcofagi lignei policromi disposti su più livelli. L'organizzazione interna del deposito evidenzia un preciso sfruttamento dello spazio: i sarcofagi erano collocati in dieci file orizzontali sovrapposte, con i coperchi separati dalle casse per ottimizzare la capienza dell'ambiente. Accanto ai sarcofagi, la missione ha recuperato un gruppo di vasi in ceramica, ritenuti funzionali alla conservazione dei residui dei materiali impiegati durante il processo di imbalsamazione.
La maggior parte dei sarcofagi riporta titoli professionali invece dei nomi personali. L'appellativo più ricorrente è quello di "cantore di Amon", elemento che apre prospettive di ricerca sulla classe dei musicisti e dei cantori attivi nel culto del dio Amon durante il Terzo Periodo Intermedio. Le condizioni conservative dei manufatti lignei hanno reso necessario un intervento immediato del team di restauro della missione. Le operazioni hanno incluso il consolidamento delle fibre lignee compromesse, il trattamento delle superfici in rivestimento policromo interessate da distacchi ed un'accurata pulitura meccanica per rimuovere i depositi superficiali senza alterare la vivacità dei colori originari. Il supervisore della missione, Afifi Rahim, ha attribuito il deposito alle Dinastie XXI-XXV. Nonostante l'assenza di nomi personali, le mummie risultano ancora all'interno dei rispettivi sarcofagi.
Particolare rilievo assume il ritrovamento di otto papiri, rinvenuti all'interno di un grande vaso in terracotta. Alcuni esemplari conservano ancora il sigillo originario in argilla. I documenti presentano dimensioni differenti e saranno oggetto di interventi di restauro e di successive operazioni di traduzione e studio.

Fonte:
finestresullarte.info
 


Un contratto matrimoniale nell'Egitto romano: Chaeremonis e Dionysapollodorus

Egitto, gli sposi Tjay e Naya (1550-1295 a.C.)
(Foto: Tiziana Giuliani)

Il matrimonio, in Egitto, era un accordo privato, solitamente monogamico, basato sul reciproco consenso. Non veniva celebrato ricorrendo a cerimonie ufficiali o alla presenza di autorità religiose o civili. La festa di matrimonio era molto semplice e privata. 
La sposa era accompagnata, in corteo, a casa del suo sposo. Il contratto di matrimonio, perché di tale trattasi, era stipulato dai rispettivi padri, dal momento che nell'antico Egitto la donna era tutelata e godeva di notevoli diritto tra i quali, dal carattere estremamente moderno, quelli di gestire il suo patrimonio, di divorziare e di disporre il proprio testamento.
Gli archeologi sono in possesso di un documento prezioso, a questo proposito: il contratto di matrimonio di Chaeremonis e Dionysapollodorus, due sposi del periodo romano entrambi originari di Ossirinco.
Dal testo sembra che i due giovani, al momento della redazione del contratto matrimoniale, convivessero. Si sa per certo, comunque, che tra il 157 ed il 158 d.C. i rispettivi genitori si sono incontrati e che il padre della sposa ha redatto su papiro il contratto di matrimonio, stipulato in greco e contenente le condizioni e l'elenco degli oggetti che la giovane Chaeremonis avrebbe ricevuto in dote.
Nell'antico Egitto la dote era l'insieme dei beni che il padre della sposa donava a sua figlia per affrontare la nuova vita. Questi beni venivano messi a disposizione della nuova famiglia della sposa, anche se la sposa ne restava la esclusiva proprietaria.
Ossirinco, patria dei due sposi, si trovava nel XIX nomo dell'Alto Egitto. Da qui proviene un'enorme collezione di documenti e testi su papiro di epoca greco-romana, rinvenuti tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo in un'antica discarica. Le particolari condizioni climatiche ed ambientali della zona, l'assenza di inondazioni, il clima secco e ventoso, hanno permesso la straordinaria conservazione dei papiri che sono un tesoro prezioso di informazioni. Si tratta di documenti pubblici e privati, editti, registri, inventari, atti di compravendita, lettere, contratti di varia natura, opere letterarie redatti in greco e latino tra il I ed il VI secolo d.C.
Il papiro contenente il contratto matrimoniale di Chaeremonis e Dionysapollodorus, quantunque piuttosto lacunoso, informa i moderni studiosi sulle pratiche matrimoniali nell'Egitto romano al tempo dell'imperatore Antonino Pio.
Il testo conserva i dettagli della dote fornita a Chaeremonis dai suoi genitori: gioielli in oro e argento, un mantello, vesti, una statuetta di Afrodite, vari oggetti per la casa, uno specchio ed un cofanetto ligneo per unguenti. Si tratta di oggetti di utilità giornaliera ma anche di simboli di sicurezza, prestigio, fertilità e cura personale. Nel prezioso documento vengono menzionati anche beni immobili: un cortile ed un vigneto destinati alla vita comune della coppia oltre alla casa familiare ed un terreno che la sposa erediterà alla morte dei genitori.
Il contratto matrimoniale ha clausole molto precise e rigorose: il marito non poteva ipotecare, vendere o trarre profitto dai beni della sposa senza il consenso di quest'ultima, segno di una partecipazione giuridica femminile all'interno del matrimonio. Inoltre, in caso di separazione senza figli, la dote sarebbe stata restituita immediatamente a Chaeremonis, a salvaguardia del patrimonio familiare. Una clausola che indica quanto i beni femminili fossero fondamentali per proteggere la stabilità economica della donna.
Il contratto di matrimonio tra Chaeremonis e Dionysapollodorus è conservato presso la Oxford University, Papyrology Rooms, Art, Archaeology and Ancient World Library dalla Egypt Exploration Society. Nello stesso luogo si trovano conservati la maggior parte dei papiri trovati ad Ossirinco.

Fonte:
mediterraneoantico.it

I tesori nascosti di Roma: emerge una necropoli sulla via Ostiense

Roma, un tratto della necropoli appena scoperta
(Foto: Ufficio Stampa e Comunicazione MiC)

Nel corso delle indagini di archeologia preventiva condotte dal Ministero della Cultura - Soprintendenza Speciale di Roma, per la realizzazione di uno studentato sulla via Ostiense, in zona San Paolo Fuori le Mura, è stata scoperta una vasta area funeraria, con tombe in muratura decorate e sepolture a fossa, eccezionalmente ben conservata.
Questo rinvenimento conferma la straordinaria complessità del patrimonio archeologico della città, che continua ad emergere anche nei contesti interessati da trasformazioni urbane.
Dallo scavo, diretto dalla Dottoressa Diletta Menghinello, archeologa della Soprintendenza Speciale di Roma, è emerso, a circa un metro di profondità, un nucleo di cinque edifici funerari di età imperiale a pianta quadrangolare con copertura a volta, allineati da nord-est a sud-ovest e preceduti da due strutture minori. Un sesto edificio, analogo agli altri ma ad essi perpendicolare, suggerisce, insieme ai resti di ulteriori ambienti, l'organizzazione del complesso attorno ad un cortile interno.
"Lo scavo dei sepolcri - spiega la Dottoressa Menghinello - molto probabilmente identificabili come colombari, ambienti dotati di nicchie destinate ad ospitare le urne cinerarie, è ancora in una fase preliminare. Nella limitata porzione attualmente visibile delle camere sepolcrali, è comunque già possibile riconoscere un elaborato apparato decorativo, costituito da intonaci affrescati a fasce e a motivi vegetali, stucchi, edicole ornate da figure della simbologia funeraria romana (come Oranti o Vittorie Alate). La prosecuzione dello scavo potrebbe consentire il rinvenimento di numerosi elementi di corredo, epigrafi e rivestimenti pavimentali".
Nell'area più prossima alla strada, a profondità via via maggiori, sono stati inoltre riportati alla luce un'aula absidata ed un altro grande ambiente con resti di pavimentazione a mosaico, entrambi in laterizi, la cui funzione si chiarirà con il procedere dell'indagine. In età tardo-antica, una necropoli assai più modesta si impianta alle spalle del settore monumentale occupato dalle tombe di età imperiale, dal quale è separata da un lungo muro in blocchetti di tufo: scarsi oggetti di corredo accompagnano semplici sepolture a fossa, sovrapposte le une alle altre in fitta successione.
Il contesto va ricondotto alla vasta necropoli della via Ostiense, sviluppatasi tra la tarda età repubblicana e il tardo impero, di cui attualmente sono visibili i settori del Sepolcreto Ostiense e della Rupe di San Paolo.

Fonte:
Ufficio Stampa e Comunicazione MiC


domenica 22 febbraio 2026

Gran Bretagna, la bambina sepolta nella grotta 11000 anni fa

Gran Bretagna, la grotta in Cumbria dove sono stati
rinvenuti i resti umani (Foto: archaeology.wiki)

Le ossa, risalenti ad 11000 anni fa, rinvenute nella grotta di Heaning Wood, a Great Urswick, in Cumbria, dall'archeologo Martin Stables, hanno fornito chiare evidenze delle sepolture mesolitiche nel nord dell'isola.
Un team internazionale, guidato dagli archeologi dell'Università del Lancashire, è riuscito ad estrarre sufficiente DNA dalle ossa per identificare i resti umani come quelli appartenenti ad una bambina di circa 2-3 anni di età.
Si tratta della terza sepoltura mesolitica più antica dell'Europa nordoccidentale e rappresentano una delle più antiche attività umane in Gran Bretagna dopo la fine dell'ultima era glaciale.
Tra i gioielli rinvenuti recentemente nello stesso sito, figurano un dente di cervo perforato e delle perle, datate attraverso il C14 a 11000 anni fa. La sepoltura infantile venne scoperta nel 2016.
Oltre ai resti della bambina, gli archeologi hanno rinvenuto i resti di almeno altre otto persone diverse sepolte nella medesima grotta, che dimostrano che tali sepolture erano intenzionali e non casuali. Tutte risalgono a tre diverse datazioni preistoriche: circa 4000 anni fa (Età del Bronzo); circa 5500 anni fa (Neolitico Antico); circa 11.000 anni fa, durante la prima parte del Mesolitico.

Fonte:
archaeology.wiki


Svezia, le sepolture multiple di una comunità di cacciatori-raccoglitori

Svezia, i resti indagati sull'isola di Gotland
(Foto: archaeology.wiki)

Una donna venne sepolta con due bambini non suoi. In un'altra tomba furono deposti due bambini che non erano fratelli, ma parenti lontani, forse cugini. I ricercatori dell'Università di Uppsala, in uno studio, hanno chiarito le relazioni familiari esistenti tra coloro che vennero deposti in sepolture riferentesi ad una comunità di cacciatori-raccoglitori di 5500 anni ad Ajvide, sull'isola di Gotland, in Svezia.
Le analisi del DNA suggeriscono che i defunti avessero consapevolezza del grado di parentela esistente tra loro e che le relazioni al di fuori del gruppo familiare più stretto giocassero un ruolo importante.
Ajvide è uno dei siti dell'Età della Pietra più importanti della Scandinavia ed è noto per le sue sepolture ben conservate e per i ricchi reperti archeologici. Qui viveva, circa 5500 anni fa, una comunità di cacciatori-raccoglitori che si sostenevano principalmente con la caccia alle foche e con la pesca. All'epoca l'agricoltura era diffusa in tutta Europa, ma al nord le comunità di cacciatori-raccoglitori continuavano a persistere e rimanevano geneticamente distinte da quelle agricole.
Il sito sepolcrale contiene 85 tombe note, tra le quali figurano otto che ospitavano due o più individui. I ricercatori hanno analizzato il DNA dei resti rinvenuti in quattro di queste sepolture condivise, al fine di ricostruire il grado di parentela tra i defunti.
L'analisi ha mostrato che molti di quelli che furono sepolti insieme erano parenti di secondo o terzo grado, piuttosto che di primo grado, come spesso si sarebbe portati a credere. Questo sembra suggerire che costoro conoscevano bene le relazione genealogiche e che i rapporti al di fuori della famiglia immediata erano molto importanti.
In una delle sepolture, una donna di circa vent'anni è stata rinvenuta deposta sulla schiena. Ai suoi fianchi giacevano due bambini, uno di quattro anni e l'altro di circa un anno e mezzo. Questi bambini - un maschio ed una femmina - erano fratelli tra loro ma non erano i figli della defunta sepolta con loro che, a sua volta potrebbe essere o la sorella del padre oppure una sorellastra.
In un'altra sepoltura sono stati rinvenuti i resti di un individuo giovane accanto al quale giacevano i resti di un uomo adulto, probabilmente trasferiti qui da un'altra sepoltura. L'analisi del DNA ha permesso di stabilire che il giovane era, in realtà, una ragazza e che l'adulto era suo padre.
In una terza sepoltura furono sepolti insieme due bambini, un maschio ed una femmina che, secondo l'analisi del DNA erano legati da una lontana parentela: forse erano cugini.
Nella quarta sepoltura giacevano i resti di due giovani donne che, secondo le analisi, erano parenti di terzo grado. Una di loro era, forse, la prozia o la cugina dell'altra.
L'analisi archeogenetica delle co-sepolture nel cimitero di Ajvide è il primo studio pilota che esplora le relazioni familiari tra i cacciatori-raccoglitori neolitici scandinavi. I ricercatori intendono proseguire, ora, con studi interdisciplinari sui resti di oltre 70 individui provenienti dalla stessa necropoli. In questo modo sperano di approfondire la conoscenza della struttura sociale, delle storie di vita e dei riti funerari delle antiche culture di cacciatori-raccoglitori.
Il sesso dei defunti è stato individuato attraverso l'analisi del DNA di denti ed ossa di dieci individui. Il sesso dei bambini è stato verificato attraverso la ricerca dei cromosomi: due cromosomi X per le femmine oppure un cromosoma X ed uno Y per i maschi. La parentela è stata individuata analizzando la percentuale di DNA condivisa dagli individui.

Fonte:
archaeology.com


Egitto, riemergono i resti del tempio del faraone Apries, figlio di Psammetico II

Egitto, la scoperta dei resti del tempio del
faraone Apries (Foto: Ministero del Turismo
e delle Antichità)

Una missione archeologica congiunta egiziano-cinese, coordinata dal Consiglio Supremo delle Antichità, dall'Università di Pechino e dall'Istituto di Patrimonio Culturale e Archeologia dello Shandong, ha portato alla luce un edificio costruito in calcare a Mit Rahina, nel governatorato di Giza. L'elemento scoperto è ritenuto parte dei resti del tempio del faraone Apries, figlio di Psammetico II, sovrano della XXVI Dinastia, già oggetto di precedenti campagne di scavo presso il sito di Tel Aziz, nella parte orientale della zona.
Secondo quanto dichiarato da Sharif Fathi, Ministro del Turismo e delle Antichità, il ritrovamento rappresenta un contributo importante alle ricerche archeologiche in corso a Mit Rahina, permettendo di approfondire la conoscenza di uno dei principali siti collegati alla storia antica della città.
Lo scavo ha, inoltre, permesso di individuare cinque sfingi acefale, blocchi e lastre di pietra incisi con geroglifici dedicati al dio Ptah e cartigli di Apries, oltre ad una varietà di reperti come vasi in terracotta e vetro e monete di rame.
La città di Menfi, situata alla confluenza tra il Nilo ed il suo delta, tra il deserto orientale e quello occidentale, rappresenta una delle capitali più antiche dell'Egitto, centro di attività amministrative, economiche e religiose per quasi tremila anni.
Hisham El-Leithy, Segretario Generale del Consiglio Supremo delle Antichità, ha spiegato che questa scoperta contribuisce notevolmente ad una migliore comprensione della pianificazione urbana dell'antica città di Menfi, nonché delle sue pratiche religiose durante il periodo che va dalla XXVI Dinastia ai giorni nostri, dal Periodo Tardo all'epoca greco-romana. Ha aggiunto che gli studi iniziali condotti sui resti indicano che la parte meridionale di Tell Aziz faceva parte del cuore di Menfi e che il tempio rimase in uso fino all'epoca romana.

Fonti:
finestresullarte.info
ansa.it
 


lunedì 16 febbraio 2026

Colonia, importanti ritrovamenti riscrivono la storia romana della città

Germania, Colonia, scala romana del I secolo
(Foto: Franziska Bartz)

Durante il lavori preparatori per il nuovo percorso sotterraneo del MiQua, il Museo ebraico e Quartiere archeologico di Colonia, in Germania, sono stati riportati alla luce reperti romani di eccezionale importanza. La posizione particolarmente profonda del percorso ha consentito di conservare tracce edilizie che normalmente svaniscono nel tempo. I resti romani erano stati coperti fin dall'antichità da accumuli di terreno lungo la riva del Reno, che ne ha garantito la conservazione.
Tra i ritrovamenti più rilevanti figurano i resti dell'abside di una basilica romana a più navate risalente al IV secolo. L'analisi del taglio del terreno ha permesso di comprendere che la struttura non era in calcestruzzo romano (opus caementicium), ma costruita con strati di tufo, basalto e calcare legati da un mortaio robusto e duraturo, contenente frammenti di mattoni e ghiaia.
Altra scoperta è stata una scala del tardo I secolo, ritrovata durante gli scavi, che collegava un livello profondo verso il Reno ad una zona più elevata del Praetorium, il palazzo del governatore romano. La scala rappresenta un ritrovamento raro per l'archeologia di Colonia, dove solitamente si conservano solo le fondamenta degli edifici. Le condizioni topografiche particolarmente favorevoli, unite alle antiche colmate di terreno, ne hanno permesso la conservazione. Un ulteriore reperto è un lararium del II secolo, un altare domestico all'interno del Praetorium dedicato ai Lari, divinità protettrici della casa. La nicchia ospitava le figure dei Lari, accanto alle quali venivano deposte offerte alimentari e oggetti rituali. Tracce di chiodi sopra ed accanto alla nicchia indicano la presenza di ghirlande sospese, mentre un bordo di rottura sotto la nicchia segnala la collocazione originale della mensa d'altare, ritrovata durante lo scavo e destinata ad essere restaurata e riposizionata. I resti di pittura interna alla nicchia e le sporgenze laterali delle mura suggeriscono un'articolata cornice decorativa. Il ritrovamento rappresenta un unicum a nord delle Alpi, esempi comparabili si conoscono solo in città vesuviane.

Fonte:
finestresullarte.info


Basilicata, individuato il luogo dove sorgeva il teatro di Herakleia

Basilicata, il teatro di Herakleia (Foto: Musei Nazionali di Matera/Direzione Regionale Musei nazionali della Basilicata) Una nuova scoperta...