domenica 8 giugno 2014

Scheletro con perno odontoiatrico?

Il perno ritrovato tra i denti della donna sepolta in Francia nel III secolo a.C.
(Foto: BBC News)
Gli archeologi hanno identificato quello che, forse, potrebbe essere il primo dente "artificiale" dell'Europa Occidentale. L'impianto è stato rinvenuto in una sepoltura riccamente arredata di una donna dell'Età del Ferro scavata a Le Chene, nel nord della Francia.
La donna, morta all'età di circa 20-30 anni, aveva un perno di ferro inserito al posto di un incisivo superiore. Gli archeologi pensano che il perno abbia, un tempo, sostenuto un dente falso fatto di legno o di osso. La tomba faceva parte di quattro sepolture femminili di un recinto funebre risalente al III secolo a.C., ritornate alla luce durante gli scavi per l'edificazione di un complesso residenziale nella regione di Champagne-Ardenne. All'interno delle sepolture sono stati ritrovati ricchi corredi funerari che recano i segni distintivi della cultura celtica di La Tene, estesa in tutta l'Europa centrale e occidentale.
Lo scheletro della donna, scavato nel 2009, non era ben conservato ma i denti erano in posizione anatomica, con molari, premolari, canini ed incisivi. I denti sono stati asportati per essere analizzati e solo in seguito ci si è accorti che non erano 32 bensì 31 e le foto scattate al momento della scoperta e dello scavo hanno permesso di identificare il perno di ferro situato al posto del dente mancante.
Posizionamento dei denti al momento dello scavo dello scheletro
(Foto: BBC News)
Dal momento che il perno ha le stesse dimensioni e una forma allungata si è dedotto che dovesse far parte di una protesi dentaria, anche se il ferro, corrompendosi con estrema facilità, può compromettere l'interno del dente finto. Inoltre il perno di ferro, impiantato in mancanza di ambiente sterile, potrebbe aver causato un ascesso seguito da un'infezione che potrebbe essere stato la causa della morte della donna. Purtroppo, però, le cattive condizioni dello scheletro non permettono di capire di cosa sia morta la donna mentre il ritrovamento potrebbe essere il primo impianto dentale conosciuto in Europa Occidentale. Protesi dentarie, infatti, sono finora state rinvenute in Egitto e nel Vicino Oriente e risalgono a ben 5500 anni fa. Molte di queste protesi, però, sono state inserite dopo la morte del soggetto sul quale sono state trovate, per ripristinarne l'aspetto che aveva in vita.
La datazione delle sepolture francesi coincide con un periodo in cui i Galli celtici erano in contatto con la civiltà etrusca che aveva i suoi insediamenti anche nel nord dell'Italia. Gli Etruschi erano noti come abili costruttori di protesi dentarie, anche se le protesi parziali, inserite in fasce di oro e montate su denti ancora esistenti, rappresentano un approccio differente rispetto al restauro odontoiatrico ritrovato nella sepoltura femminile francese.

domenica 25 maggio 2014

Il vino nell'antico Egitto

Tomba di Nakht a Sheikh Abd el-Qurna con scene di vendemmia
La viticultura, nella terra del Nilo, era un'attività molto florida. Molte informazioni, raccolte da fonti diversi, restituiscono agli archeologi un quadro piuttosto preciso in merito a quest'arte antica. Le pitture ed i rilievi, per esempio, presentano spesso scene di raccolta dell'uva. Si tratta di pitture che adornano le tombe dell'Antico Regno, tra le quali quelle dei funzionari Niankhkhnum e Khnumhotep (V Dinastia) sepolti a Saqqara, le sepolture del Medio Regno, del Nuovo Regno e persino di epoca romana.
Gli scavi, poi, hanno restituito reperti come giare per il vino, etichette e sigilli che conservano ancora tracce di produzione e consumo di vino, tra cui grappoli disidratati, semi, raspi, foglie e legni.
Il reperto più antico, ma anche il più discusso, è un sigillo che risale al regno di Den, I Dinastia (2950 a.C.), che oltre al nome del re presenta un simbolo interpretato da diversi studiosi come un torchio. Questo tipo di torchio, però, è attestato durante l'Antico Regno. In assoluto la testimonianza più antica è costituita da alcuni semi di vitis vinifera del periodo detto Naqada III (2900 a.C.) e conservati nel Museo dell'Orto Botanico di Berlino. Questi semi risalgono ad un'epoca in cui l'Egitto non era ancora riunito sotto un'unica corona.
Scene di raccolta e conservazione dell'uva da una tomba di Tebe (1500 a.C.)
Nei Testi delle Piramidi si parla di un irep mehu, "vino del nord", con riferimento al Delta, ma anche il ramo canonico del Nilo era una zona di produzione vinicola importante. Queste aree erano attive dal 3100 al 332 a.C. I templi tebani, poi, possedevano 433 vigne durante il regno di Ramses III, la cui localizzazione non è certa.
Gli antichi Egizi, però, non bevevano solo vino ma anche birra, di cui l'Egitto è il primo produttore della storia. La birra veniva prodotta sia in laboratori artigiani che in casa. Al vino e alla birra si aggiungevano il vino di datteri, il vino di melagrana, il vino di palma. Quest'ultimo, ottenuto dalla fermentazione del liquido ottenuto dall'incisione del tronco dell'albero, trovava impiego anche nei processi di mummificazione.
La parola che identificava il vino era irep (irp) ed è presente già durante la II Dinastia (2890-2686 a.C.). Questo termine si trova impiegato, dall'Antico Regno, nelle liste delle offerte, sulle giare, nei Testi delle Piramidi. Ogni tomba ospitava vasi per il vino che assunse la valenza di bevanda sacra.
Il vino, la cui produzione coinvolgeva diverse persone, era una bevanda più costosa rispetto alla birra, più facile da produrre in quantità e più abbordabile. L'Egitto produceva vini rossi, bianchi, dolci ma anche vini mescolati. Gli studiosi lo hanno dedotto dalle etichette poste sulle giare ritrovate nel palazzo di Malkata (tarda XVIII Dinastia). Queste etichette riportavano l'anno di produzione, la qualità, il tipo di prodotto, l'origine geografica, il nome e il titolo del vignaiolo.
Frammento di pittura parietale da Tebe, necropoli Khokha (1350-1300 a.C.)
Oltre a Malkata, le giare vinarie sono state ritrovate anche ad Amarna, l'antica capitale di Akhenaton. Talvolta è specificata anche la qualità del vino: buono (nefer), più che buono (nefer, nefer) e molto buono (nefer, nefer, nefer). La produzione del vino avveniva sotto l'egida della famiglia reale e dello stesso faraone, almeno stando a quanto risulta dalle etichette. Tuttavia vi erano delle eccezioni: attraverso un resoconto biografico riportato nella sua tomba, si conosce un vignaiolo di nome Metjen, vissuto durante la IV Dinastia (2630-2510 a.C.), che possedeva una vigna di circa 331 mq insieme ad altre proprietà.
La vendemmia, nel paese del Nilo, si svolgeva intorno ai primi di luglio, prima dell'inondazione, connessa direttamente al sorgere di Sirio (19 luglio). Fonti greco-romane, invece, parlano della fine di agosto, forse in seguito alla modifica del calendario avvenuta all'indomani del regno di Tolomeo III. I grappoli erano raccolti a mano e depositati nei cesti che, una volta colmi, erano portati al tino protetti con le foglie dai raggi del sole. Il succo era spremuto con i piedi
L'esempio più significativo di pitture tombali raffiguranti la vendemmia, è senz'altro la tomba di Nakht a Sheikh Abd el-Qurna. Nakht era scriba e astronomo presso il tempio di Amon a Karnak. La sua tomba è stata datata alla XVIII Dinastia, tra la fine del regno di Thutmosis IV e l'inizio di quello di Amenhotep III. La vendemmia è raccontata dalle immagini in tutte le sue fasi più importanti ed in tutti i suoi particolari.
Non si conosce ancora bene come gli Egizi gestissero la fermentazione dell'uva. I ricercatori pensano che essi lasciassero l'uva a fermentare, per alcuni giorni, in giare dalle ampie aperture per poi travasare il liquido in altri contenitori se non, addirittura, sigillare i contenitori per la fermentazione. Non si sa per quanto tempo il vino dovesse fermentare, visto il clima caldo del paese. Le etichette finora recuperate non superano i cinque anni.
La chiusura delle anfore prevedeva l'apposizione di un tappo, fatto con foglie, pula mescolata a fango, canne o fibre di papiro e la sigillatura fatta con un blocco di fango inumidito, sul quale era impresso uno stampo. Il fango seccava e sigillava l'anfora fino alla sua apertura.

sabato 24 maggio 2014

La mummia del fratello del faraone

Lo scheletro di Qenamun (Foto: Discovery.com)
La mummia del fratello adottivo del faraone Amenhotep II è stata, forse, ritrovata in un antico monastero, almeno stando ad alcuni documenti d'archivio risalenti al XIX secolo.
La mummia, oramai solo uno scheletro, sarebbe quella di Qenamun, amministratore capo di Amenhotep (1427-1400 a.C. circa), settimo faraone della XVIII Dinastia, antenato di Tutankhamon. Qenamun era il fratello adottivo del faraone, dal momento che sua madre, Amenemipet, era la nutrice reale del futuro re. I due crebbero insieme e il legame si mantenne saldo anche in età adulta, permettendo a Qenamun di godere di uno status sociale elevato.
Finora il luogo dell'ultima dimora di Qenamun era rimasto un mistero. Non se ne era rinvenuto il sarcofago né, tantomeno, la mummia, sebbene si conoscesse la tomba di Qenamun a Tebe. La ricerca di Qenamun, molto simile alla composizione di un puzzle, secondo gli archeologi che vi hanno lavorato, è iniziata due anni fa, quando è stata ritrovata una cassa contenente uno scheletro nel magazzino di un monastero del XIV secolo. Questo monastero si trova a Calci, una cittadina vicino Pisa, ed ospita ora uno dei più antichi musei di storia naturale del mondo.
La scritta sul cranio di Qenamun (Foto: Discovery.com)
Sul cranio dello scheletro gli archeologi hanno trovato una scritta in inchiostro nero che affermava che lo scheletro era, in realtà, una mummia riportata dall'Egitto da Ippolito Rosellini, primo egittologo in Europa. Rosellini partì da Pisa per l'Egitto nel 1828 con Champollion, filologo francese, che aveva da poco decifrato la Stele di Rosetta. La spedizione era finanziata dal Granduca di Toscana, Leopoldo II, e dal re di Francia Carlo X. Nel 1829, di ritorno dall'Egitto, Rosellini scrisse una relazione per Leopoldo II, alla quale allegò un elenco di 1.878 reperti antichi che erano stati imballati per affrontare il viaggio verso l'Italia, 660 dei quali raccolti direttamente negli scavi, mentre i rimanenti 1.218 erano stati acquistati.
Nella relazione al Granduca, Rosellini affermò di aver scelto i pezzi migliori, dal momento che non aveva potuto portare con sé tutto quello che aveva trovato a causa degli alti prezzi di spedizione. Questa lettera era nota, fino a qualche anno fa, solo in bozza. L'elenco degli oggetti riportati, invece, è stato ritrovato negli Archivi Nazionali di Praga, dove sono conservati tutti i documenti della famiglia Asburgo-Lorena.
L'elenco delle 660 antichità raccolte dagli scavi reca la descrizione di 11 mummie, sette delle quali sono attualmente esposte nel Museo Egizio di Firenze. Altre tre mummie - quelle di una donna, un uomo e un bambino - sono state distrutte e mai restituite al museo. L'undicesima mummia, finora, era rimasta un mistero.

Dov'è l'antica Tenea?

Il Kouros ritrovato a Chiliomodi (Foto: Popular Archaeology)
Nel 1984 la Dottoressa Elena Korka, attualmente direttrice della Soprintendenza alle collezioni archeologiche, durante uno scavo di emergenza, scoprì un antico sarcofago greco del primo periodo arcaico vicino alla città di Chiliomodi, in Grecia. Il sarcofago conteneva i resti di uno scheletro femminile con le offerte. L'interno della lastra che ricopriva il sarcofago era adorna di un affresco raffigurante due leoni.
Gli archeologi ritengono, ora, che quel ritrovamento indichi la presenza, da qualche parte nei dintorni di Chiliomodi, dei resti dell'antica città di Tenea, fondata, secondo le fonti scritte, in un luogo non lontano da Corinto e Micene dopo la guerra di Troia. I suoi primi abitanti, affermano le fonti, furono i prigionieri troiani. A Tenea si stabilì anche Agamennone, secondo le leggende: dalla città si poteva facilmente controllare l'antica Corinto e qui, secondo Strabone, venne allevato Edipo.
Prove della presenza, in loco di un'antica città, hanno cominciato ad emergere già nel 1846, quando venne scoperta la statua di un Kouros, oggi conservato nel Museo Glyptothek di Monaco di Baviera. Più recentemente sono emersi altri due kouroi in uno scavo clandestino, statue che sono state prontamente requisite dalla polizia nel 2010.
Lo scorso anno, la Dottoressa Korka, coadiuvata da studiosi ed archeologi greci e stranieri, ha scoperto un cimitero arcaico. La Dottoressa Korka ritiene che il cimitero fosse associato con l'antica Tenea.
La Dottoressa Korka e i suoi collaboratori sperano che la stagione di scavo 2014 possa portar loro molte sorprese e conferme.

Alessandro Magno riemerge a Cipro

La statua di Alessandro Magno scoperta a Cipro (Foto: Archeomedia)
Un gruppo di archeologi che sta lavorando in un sito sulla costa meridionale di Cipro, Akrotiri, ha scoperto un busto raffigurante Alessandro Magno.
Il ritrovamento è stato fatto tra i resti di una basilica a tre navate, la seconda ritornata alla luce nel sito di Katalymmata ton Plakoton, interessato dagli scavi archeologici sin dal 2007. Le basiliche, probabilmente, facevano parte di un unico complesso monumentale riferentesi al culto di San Giovanni Misericordioso, patriarca di Alessandria e santo patrono di Limassol.
La prima basilica è un edificio di 20 metri di larghezza e 47 di lunghezza. Gli archeologi hanno datato il complesso basilicale al 616-617 a.C.

Eccezionale ritrovamento a Sidone

La statua ritornata alla luce a Sidone
(Foto: The Daily Star/Mohammed Zaatari)
E' stata scoperta, a Sidone, in Libano, la statua di un sacerdote fenicio in uno scavo nella parte meridionale della città. Oltre alla statua sono emersi, dal sottosuolo, altri reperti. Si tratta di un ritrovamento eccezionale poiché è il primo, in Libano, dopo decenni.
La statua del sacerdote è alta 115 centimetri e risale al VI secolo a.C.. Lo scavo dal quale è emersa è attivo da ben sedici anni. E' dal 1960 che non si hanno ritrovamenti simili in Libano. Il sacerdote indossa un gonnellino a pieghe, lo shenti, con un lembo pendente dalla vita fino all'orlo. La mano sinistra è chiusa a pugno attorno ad un oggetto sconosciuto, forse un rotolo. La statua è stata riutilizzata dai Romani, che l'hanno posta al di sotto del pavimento di marmo di una casa.
Dagli scavi sono emerse anche tre sale risalenti al III millennio a.C., pertinenti un edificio pubblico, un deposito con del farro carbonizzato e 20 sepolture di adulti e bambini vissuti nel II millennio a.C.

giovedì 22 maggio 2014

Ritrovate strutture dei Tallan in Perù

Resti ritrovati nel sito appena scoperto in Perù (Foto: El Comercio)
Le autorità peruviane hanno annunciato di aver scoperto un importante sito pre-Inca, appartenente alla cultura Tallan. Gli archeologi ritengono che il complesso, rinvenuto nei pressi del comune di La Arena, sia stato un centro amministrativo molto importante per questa cultura, sviluppatosi tra il 700 e il 1400 d.C..
Tra gli oggetti ritrovati vi sono collane, pezzi di ceramica ed altri frammenti. L'archeologa Maria Elena Nunera ha affermato che il complesso ritrovato ha avuto funzioni di un deposito per il grano o il cotone che fungeva, nel contempo, anche da abitazione.
Nel 2008 gli scavi effettuati più a sud, vicino a Chiclayo, a Huaca El Loro, guidati da Izumi Shimada, hanno riportato alluce una mummia di mille anni appartenente ad un nobile. Ci sono, a detta degli archeologi, diversi siti nelle vicinanze di quello appena scoperto, ma purtroppo non si possiedono i fondi necessari per intraprendere gli scavi.

martedì 20 maggio 2014

Un drappo risalente al 1300...

Il drappo di seta di Enrico VII (Foto: gonews.it)
E' stato ritrovato quasi intatto il drappo di seta conservato all'interno del sarcofago di Enrico VII, sarcofago custodito nel Duomo di Pisa e che tra due anni sarà esposto nel Museo dell'Opera del Duomo.
Il telo avvolgeva le spoglie del monarca, morto nel 1313, è di forma rettangolare, lungo oltre tre metri e costituisce una rarità per quel che riguarda la produzione di stoffe seriche dell'inizio del XIV secolo. Il sarcofago ha anche restituito la corona, lo scettro e il globo, strumenti del potere dell'imperatore per mezzo dei quali viene identificato in 73 miniature del suo viaggio in Italia.
Dalla cassa è emerso anche un contenitore cilindrico di piombo contenente una carta risalente al Settecento che registra un'ispezione della sepoltura. Il telo ritrovato è lungo oltre tre metri per 120 centimetri di larghezza, in seta a bande orizzontali nei colori, alternati, nocciola rosato (originariamente rosso) e azzurro. Le bande di quest'ultimo colore erano decorate in oro e argento con coppie di leoni affrontati. Una fascia rosso-violacea, listata di giallo, posta all'inizio del telo reca tracce di un'iscrizione.
Sono in corso, ad opera dell'antropologo Francesco Mallegni, le analisi delle spoglie di Enrico VII, volte a determinare le cause della morte dell'imperatore. Al momento si è riusciti a determinare l'altezza del sovrano in 1,78 metri circa e l'età della sua morte: intorno ai 40 anni.

lunedì 19 maggio 2014

Latrine e vecchi graffiti nel Sudan

El-Ghazali, la chiesa settentrionale (Foto: Miron Bogacki)
In una chiesa nubiana nel Sudan settentrionale sono stati trovati i resti di una grande latrina e diversi graffiti. La chiesa è il monastero cristiano dell'oasi di El Ghazali, a circa 15 chilometri dalla città di Merowe, in una regione conosciuta per le piramidi dei Faraoni Neri. Il monastero è stato scoperto nel 1821 ed è stato scavato tra il 1953 ed il 1954.
La chiesa è piuttosto grande per gli standard della Nubia medioevale, misurando 28,10 metri di lunghezza e 13,9 di larghezza. E' stata costruita con mattoni di fango ed aveva la tipica disposizione delle chiese medioevali nubiane, un'architettura basilicale a tre navate, l'interno era intonacato e coperto di graffiti.
Una squadra di archeologi e restauratori polacchi ha appena completato una missione di tre mesi nella regione. Si aspettavano di trovare un cimitero, facente parte del complesso monastico bizantino, dove dovevano essere sepolti i personaggi più eminenti della comunità che qui viveva. La scoperta delle latrine del monastero medioevale è stata una vera e propria sorpresa.
Le latrine poste lungo la parete orientale del monastero
(Foto: Artur Obluski)
Lungo la parete est del monastero gli archeologi hanno riportato alla luce una fila di 15 servizi igienici, che non hanno fatto altro che comprovare che il vicino monastero era abitato da una folta comunità di monaci e visitato da molti pellegrini. Un gruppo di restauratori ha lavorato fianco a fianco agli archeologi, i loro sforzi si sono concentrati soprattutto sulla pulizia e la messa in protezione dell'intonaco della chiesa, che risale alla prima metà del VII secolo d.C.
Le pareti della chiesa erano coperte da uno spesso strato di fango che, una volta asportato, ha restituito l'aspetto originario delle pareti, di un bianco quasi abbagliante. Talmente tanto abbagliante che gli archeologi ed i restauratori hanno dovuto lavorare al mattino presto o nel tardo pomeriggio.
Orlo di vaso con, graffito, il nome Angeloforos (Foto: M. Korzeniowska)
La pulizia delle pareti ha permesso anche di scoprire decine di iscrizioni precedentemente sconosciute e disegni raffiguranti santi e immagini del Cristo. Lo studio delle iscrizioni è stato affidato al Dottor Grzegorz Ochala, dell'Università di Varsavia. I primi risultati delle sue analisi mostrano che, come in molti altri luoghi della Nubia, il culto degli angeli era estremamente popolare ad El-Ghazali. Sulle pareti della chiesa, infatti, il Dottor Ochala ha individuato i nomi dei quattro arcangeli: Michele, Gabriele, Raffaele ed Uriel.
Gli archeologi hanno anche scoperto una ciotola in ceramica che reca inciso il nome di un sacerdote: Angeloforos, letteralmente "colui che porta la notizia". Secondo il Dottor Ochala anche questo nome sottolinea ulteriormente la venerazione per gli angeli.
El-Ghazali è uno dei due più importanti luoghi di culto della Nubia medioevale situati al di fuori della Valle del Nilo. Il monastero si trova nel Wadi Abu Dom, la valle che attraversa il deserto di Bajuda, un tempo frequentata via commerciale dell'Africa nordorientale. La dimensione del complesso monastico è pari a quella del monastero di Santa Caterina in Egitto.

domenica 18 maggio 2014

Il matrimonio in Mesopotamia

La Regina della notte, targa in rilievo in terracotta
forgiata nel sud della Mesopotamia (1792-1750 a.C.)
(Foto: British Museum)
Gli antichi testi medici mesopotamici avevano prescrizioni per diversi tipi di malesseri e malattie, ma non avevano cure per la "malattia delle malattie", l'amore passionale.
Il matrimonio nella Mesopotamia antica era estremamente importante, in quanto su di esso si fondava la stabilità della società mesopotamica. I matrimoni combinati erano la norma, gli sposi spesso non si conoscevano e non si erano mai incontrati. C'erano, poi, le cosiddette "aste delle spose", nelle quali le donne venivano vendute all'incanto al miglior offerente. Ma in generale i rapporti interpersonali, nell'antica terra tra i due fiumi, erano piuttosto complessi e stratificati.
Per quanto riguarda le abitudini prematrimoniali delle signore della Mesopotamia, Erodoto riferisce che almeno una volta, nella loro vita, dovevano prestarsi alla prostituzione sacra nel tempio di Ishtar (Inanna) ed accettare di avere rapporti sessuali con qualunque estraneo avessero scelto. Si trattava di una pratica per invocare la fertilità e la prosperità su tutta la comunità.
Il matrimonio era, in Mesopotamia, un vero e proprio contratto legale tra il padre della ragazza e colui che l'avrebbe presa in moglie. Era questo contratto alla base della comunità intera: il contratto tra i rappresentanti di due famiglie. Una volta che questo veniva siglato alla presenza di testimoni, si poteva procedere alla pianificazione della cerimonia. Quest'ultima doveva necessariamente comprendere una festa, per essere considerata legittima. Il matrimonio si componeva di cinque aspetti, tutti fondamentali: il contratto di matrimonio (fidanzamento), il pagamento della dote da parte della famiglia della sposa a quello dello sposo, la cerimonia vera e propria (festa), l'accompagnamento della sposa alla casa del marito, l'unione sessuale che doveva portare al concepimento. Si trattava di passi fondamentali, se uno di questi veniva meno, il matrimonio poteva essere invalidato.
Il matrimonio tra Inanna e Dumuzi
Una volta celebrato il matrimonio, ci si attendeva che la nuova coppia mettesse al mondo molti figli. Il sesso era considerato una parte molto importante della vita dei coniugi e non c'erano gli imbarazzi e i pudori tipici della nostra era, né tanto meno tabù o timidezze. Era tollerato anche l'amore omosessuale ed erano piuttosto diffuse anche le pratiche contraccettive. I tradimenti, se scoperti erano puniti severamente, in alcuni casi persino con la pena di morte.
La sterilità era considerata una vera disgrazia e se la moglie era sterile, il marito poteva prendere una seconda consorte. Le donne erano sottoposte completamente all'autorità del marito. La prima moglie veniva solitamente consultata nella scelta di eventuali seconde mogli o concubine. Se la prima moglie non poteva avere figli ma la concubina del marito ne partoriva, questi bambini erano considerati figli della prima moglie, potevano ereditare e portare il nome di famiglia. Tramandare il nome della propria gente era estremamente importante. Un uomo non poteva divorziare da sua moglie a causa della cattiva salute di quest'ultima o della sua infertilità: doveva averne cura fino alla morte. Quando la moglie moriva, la concubina dell'uomo sarebbe diventata la sua prima moglie.
Il divorzio non era una pratica comune, dal momento che costituiva una grave macchia sociale. La maggior parte delle persone rimaneva sposata per tutta la vita, anche in caso di matrimonio infelice. Se la donna veniva colta in flagrante con un altro uomo, poteva essere annegata nel fiume con il suo amante o, addirittura, poteva venir impalata. Il Codice di Hammurabi stabilisce che "se, invece, il proprietario della moglie vuole tenerla in vita, il re perdonerà anche l'amante di costei". Il divorzio, ad ogni modo, era comunemente chiesto dall'uomo. Le mogli potevano divorziare dai loro mariti solo se potevano portare prove di abuso o negligenza da parte loro. Un marito poteva ripudiare la moglie se questa non era fertile ma avrebbe dovuto restituire la dote ricevuta a suo tempo; per questo era più semplice prendersi una concubina. L'infertilità era sempre attribuita alla donna, mai all'uomo. Il marito poteva divorziare dalla consorte anche per adulterio o abbandono della casa coniugale, ma anche in questo caso doveva restituire la dote.
Erano rari i casi in cui le donne abbandonavano le famiglie. Difficilmente le donne cambiavano città o viaggiavano da sole, a meno di non essere prostitute di professione. Spesso a darsi alla prostituzione erano proprio donne che avevano dovuto contrarre un matrimonio infelice e che non potevano affrontare l'onta di un divorzio. L'uomo era il capo della famiglia, anche se le donne potevano possedere terre e imprese proprie e potevano acquistare e vendere schiavi.
Le donne sumeriche godevano, a detta degli storici, di maggiori libertà delle donne che vivevano al tempo dell'impero accadico. In tutto questo esistevano anche coppie che vivevano felicemente fino alla morte, circondati da figli e nipoti. Ce ne danno testimonianza, tra gli altri, le lettere tra Zimri-Lim, re di Mari, e sua moglie Shiptu.

Ritrovato il più grande sauro mai conosciuto

Un paleontologo sdraiato accanto ad una delle ossa di sauro
ritrovate in Argentina (Foto: La Stampa)
Sono stati ritrovati i resti di quello che è stato definito il più grande animale che sia mai esistito sulla terra, un sauropode di 40 metri di lunghezza, 20 metri di altezza e 77 tonnellate di peso. Il gigantesco animale preistorico o, più precisamente, i suoi resti sono stati ritrovati in un campo a 250 chilometri da Trelew, nella Patagonia argentina.
Ad imbattersi nelle ossa gigantesche di quest'antichissimo animale è stato un contadino locale. In seguito è stato contattato il Museo Egidio Feruglio e in breve tempo sono iniziati gli studi tecnici. La prima campagna di scavo si è aperta lo scorso anno a cura dei paleontologi del museo argentino, che si trova a 250 chilometri circa dal luogo del ritrovamento.
"Quando ci siamo messi a scavare per estrarre un osso che sapevamo era un femore siamo rimasti sorpresi dalle sue dimensioni: era il più grande che avessimo mai visto per questo tipo di animale", ha affermato uno dei responsabili dello scavo, José Luis Carballido. Oltre al femore sono emersi, dal terreno, costole, ossa del bacino, una coda ed un omero completi. Un animale enorme, erbivoro, che si muoveva sicuramente in gruppo. Per peso e dimensioni il sauro sembrerebbe superiore all'Argentinasauro, il più grande dinosauro finora conosciuto.
I resti del dinosauro si trovavano nella nota formazione geologica detta Gruppo Chubut, dal fiume che l'attraversa. Qui, nel 1965, è stato ritrovato un dinosauro battezzato Chubutisaurius, che secondo i paleontologi è vissuto nel Cretatico superiore (90-100 milioni di anni fa).
Ora i paleontologi stanno pensando ad un nome da dare a questa nuova specie di sauro.

Aspendos, la città di Asclepio. Trovata una scultura del dio e di suo figlio Telesforo

Aspendos, volto della statua di Asclepio (Foto: Ministero turco della Cultura e del Turismo) Una nuova scoperta archeologica ad Aspendos , i...