giovedì 17 marzo 2016

Rarissima moneta d'oro romana trovata in Israele

La moneta d'oro trovata in Israele (Foto: Samuel Magal, Israel
Antiquities Authority)
Laurie Rimon, una residente del Kibbutz Kfar Blum, nel nord di Israele, mentre stava riposando dopo un'escursione nei pressi di un sito archeologico ha trovato una rara moneta d'oro, risalente al 107 d.C., raffigurante l'imperatore Augusto. Solo un'altra moneta somiglia a questa appena trovata e fa parte della collezione del British Museum.
Poco tempo fa un ragazzo ha fatto una scoperta altrettanto eccezionale nel sito di Beit She'an Valley: una statuetta cananea di 3400 anni fa. La moneta con l'effige di Augusto, secondo il "Jerusalem Post", è stata coniata da Traiano come parte di una serie di monete che l'imperatore volle dedicare a chi lo aveva preceduto.
Parlando della rarità della moneta appena rinvenuta, Donald T. Ariel, curatore capo del Dipartimento della Moneta al salone di Francoforte ha affermato che mentre le monete d'argento e di bronzo di Traiano sono piuttosto comuni e sono state trovate spesso in Israele, le monete d'oro di questo imperatore sono estremamente rare. Finora ne sono state trovate solo altre due, una vicino Gerusalemme, l'altra nella regione di Kiryat Gat. Sul retro della moneta compaiono i simboli delle legioni romane accanto all'immagine dell'imperatore Augusto, un'altra rarità, dal momento che solitamente era raffigurato l'imperatore sotto il quale la moneta era stata coniata.
La moneta è anche importante per attestare la presenza dell'esercito romano in Israele circa 2000 anni fa, forse impegnato in un'azione militare contro i sostenitori di Bar Kochba in Galilea. Quest'ultimo aveva capeggiato una rivolta contro i Romani nel 132-136 d.C.. I soldati Romani che combattevano in Israele erano ben pagati: ricevevano uno stipendio giornaliero di tre monete d'oro, equivalenti a 75 monete d'argento. Erano, così, in grado di acquistare beni di un certo valore sul mercato.

Trovate statue di Sekhmet e di Amenhotep III in Egitto

Una delle statue di Sekhmet nel luogo in cui è stata trovata
(Foto: Egypt Antiquities Ministry)
Nel tempio di Amenhotep III a Kom el-Hettan, sulla riva occidentale del Nilo, sono state scoperte otto statue raffiguranti la dea Sekhmet. Le statue sono in granito nero e sono emerse durante gli scavi che hanno interessato, in parte, i Colossi di Memnone, raffiguranti il faraone Amenhotep III. Direttore degli scavi è l'egittologo armeno Hourig Sourouzian.
La dea Sekhmet è raffigurata con una parrucca tripartita ed una tunica lunga ed aderente. La più alta delle sculture è di 1,90 metri. Sekhmet era una divinità solare ed una dea guerriera molto popolare soprattutto nel Nuovo Regno. Il Ministero egiziano per le antichità ha dichiarato che le statue trovate possono essere raggruppate in due categorie: la prima comprende sei statue che mostrano la dea con la testa leonina seduta sul trono e con il simbolo della vita (ankh) nella mano destra, tre delle statue sono quasi integre, di una è rimasta solo la parte superiore, di due solo la parte inferiore; il secondo gruppo scultoreo comprende due tronchi acefali e senza parti inferiori nei quali è, tuttavia, riconoscibile la divinità raffigurata con uno scettro di papiro nella mano sinistra e il simbolo della vita nella mano destra.
Testa e torso di una delle statue di Sekhmet
(Foto: Egypt Antiquities Ministry)
Accanto alle statue di Sekhmet gli archeologi hanno scoperto anche una statua raffigurante Amenhotep III con un mantello giubilare, scolpita nello stesso granito nero nel quale sono state scolpite le immagini della dea. Un tempo tutte queste statue circondavano un grande peristilio e la sala ipostila del grande tempio di Amenhotep III, che era il più grande dei templi funerari della zona di Tebe, quando venne costruito. Ricopriva, infatti, un'area di 350.000 metri quadrati circa e, pensano gli archeologi, potrebbe essere stato anche il tempio funerario più costoso della storia del Paese del Nilo.
Il team tedesco-armeno guidato da Hourig Sourouzian non è nuovo a scoperte importanti in Egitto. Nel 2014 ha portato alla luce due colossali statue di Amenhotep III molto simili ai famosi Colossi di Memnone. Anche questi colossi raffigurano il faraone seduto in trono e sono alte 11,5 metri per 250 tonnellate di peso. Originariamente le statue raggiungevano l'altezza di 13,5 metri, ma è andata perduta la doppia corona che decorava la testa del faraone.
Sekhmet era la dea-leonessa "onnipotente e dominatrice" ed era particolarmente adorata a Leopolis, nel secondo distretto del Basso Egitto. Fu, in seguito, introdotta nella Triade Menfita in qualità di sposa di Ptah. Figlio della coppia era Nefertem, il dio-loto.
La dea aveva una duplice natura: benefica e malefica. Rappresentava il calore mortale di Ra ed il dio la inviò a distruggere il genere umane, missione che Sekhmet, però, non portò a termine. Era assimilata anche a Mut, sposa di Amon a Tebe, ed era patrona di medici ed infermieri.
Il nome della dea potrebbe derivare dallo scettro sekhem, "forte e potente". Sekhmet è l'occhio di Ra, per cui assume spesso la forma di serpente e si pone sulla fronte di Ra per soffiare fuoco contro i nemici del dio con il nome di Mehenyt, da un verbo che vuol dire "avvolgere". Sekhmet è anche la signora della fiamma vendicatrice.

domenica 13 marzo 2016

Oman, trovati armi miniaturistiche in bronzo

A sinistra due faretre in bronzo, a destra archi in scala ridotta, anch'essi in
bronzo, dal sito di Mudhmar East, in Oman (Foto: Guillaume Gernez -
Mission archéologiue française en Oman central)
In un edificio di 3000 anni, nella regione di Adam, nell'odierno Sultanato dell'Oman, è stato trovato una sorta di ripostiglio che custodiva pugnali ornamentali, asce, archi e frecce, probabilmente un'offerta votiva al dio della guerra. Le armi sono, infatti, di dimensioni ridotte, non adatte ad essere utilizzate sul campo di battaglia e sono state datate ad un periodo compreso tra il 900 e il 600 a.C.
Alle armi in miniatura si aggiungono anche piccoli serpenti in bronzo e frammenti di incensieri, trovati tra le armi e associati anch'essi a pratiche religiose. La popolazione di quello che attualmente è l'Oman, iniziarono a costruire armi probabilmente all'inizio della produzione dei metalli i quali ultimi segnarono una maggiore diversificazione della società umana. Questa complessità finì per riflettersi nella proliferazione di fortezze e monumenti nella regione.
Gli archeologi sono intenzionati a perfezionare gli scavi e l'esplorazione del sito, importante per ricostruire gli albori della storia nella penisola arabica. La regione di Adam si trova tra le oasi e il deserto dell'Oman e finora non era mai stata esplorata. La missione archeologica francese vi opera dal 2007 ed è guidata, dal 2011, da Guillaume Gernez.
Archi, frecce ed asce trovate nel "ripostiglio" di Mudhmar East, in Oman
(Foto: Guillaume Gernez - Mission archéologique française en Oman central)
Le armi e i frammenti di incensieri sono stati rinvenuti in un luogo chiamato Mudhmar East, consistente in due edifici principali e numerose strutture minori ai piedi del Jabal Mudhmar, nei pressi di una grande valle crocevia di numerose rotte commerciali. Le armi erano state deposte in uno spazio tagliato nell'arenaria di un edificio di mattoni posto sul pendio della montagna e risalgono al periodo del Ferro II.
Gli archeologi pensano che le armi siano cadute da una mensola o da mobili o che fossero appese alle pareti di una stanza che sono, in seguito, crollate. Tra le armi due piccole faretre interamente in bronzo contenenti ciascuna sei frecce. Tutti questi reperti sono in scala ridotta ed imitano gli originali, realizzati in materiale deperibile che, solitamente, non vengono rinvenuti negli scavi. Il fatto che le faretre siano di metallo sta a significare che non erano state fabbricate per essere realmente utilizzate. Faretre di questo tipo non sono state mai trovate finora nella penisola arabica e sono estremamente rare anche altrove.
Le altre armi, anch'esse di misure ridotte e sicuramente create per fini diversi dall'utilizzo nella vita di tutti i giorni, sono cinque asce da guerra, cinque pugnali con pomelli a forma di mezzaluna, una cinquantina di punte di freccia e cinque archi completi. Questi ultimi sono costituiti da una curva d'arco le cui estremità sono collegate ad un laccio di bronzo. 

In mostra gli ori di Oplontis

Alcuni dei ritrovamenti esposti nella mostra a Torre Annunziata (Foto: Ansa)
(Fonte: Ansa) - La statua dell'Efebo e le due preziosissime Centaure, meraviglie riportate alla luce quarant'anni fa dagli scavi della Villa di Poppea e da allora chissà perché rimaste nei depositi. Il tenerissimo Puttino con l'oca e la Venere, esposti al pubblico solo una volta. I vetri delicati delle ampolle, un tempo ricche di oli e profumi. E poi gli ori strepitosi, dalle fastose collane agli orecchini, i pendenti, i bracciali, le fibule.
Rimasto per decenni nel chiuso di magazzini e depositi, torna alla luce, protagonista di una piccola mostra gioiello a Torre Annunziata, il tesoro di Oplontis. Con oltre 40 pezzi di enorme valore, in gran parte mai visti, esposti nelle Sale di Palazzo Criscuolo, sede del Comune. E insieme arriva, per la terra di Giancarlo Siani, il progetto di un museo archeologico che possa permettere un'esposizione permanente dei tesori riemersi in decenni di scavi. Ma anche regalare un'occasione di rilancio a un territorio troppo a lungo devastato da criminalità e degrado. Dedicata alla memoria di Khaled al Assad, il direttore degli scavi di Palmira trucidato ad agosto (dello scorso anno) dall'Isis, fortemente voluta dal sindaco Giosuè Starita e dall'assessore alla cultura Antonio Irlando, che anche simbolicamente hanno voluto allestire il percorso nelle sale del comune, compresa l'aula del consiglio intitolata a Siani, la mostra raccoglie le statue che ornavano la grandiosa Villa attribuita a Poppea Sabina, seconda moglie di Nerone.
Portico della Villa di Poppea a Oplontis (Foto: pompeiisites.org)
Un'abitazione maestosa e sconfinata che duemila anni fa con i suoi terrazzamenti si affacciava sul mare, principesca per la magnificenza dei mosaici e degli affreschi che ne arricchivano gli ambienti, anche se al momento dell'eruzione del Vesuvio, nel 79 d.C., era vuota di arredi e disabitata per lavori in corso. Da quelle stanze raffinate e lussuose, così come dai portici e dai giardini lussureggianti dove brillavano le acque della grande Natatio, arrivano appunto opere come l'Efebo, il Puttino con l'oca, la Venere e le due Centaure, straordinariamente preziose perché uniche, secondo gli studiosi, in tutto l'Ecumene romano. I gioielli e i vetri, invece, di solito custoditi nel Museo Archeologico di Napoli ma non sono esposti al pubblico, provengono da un'altra importante villa romana della zona di Torre Annunziata, quella intitolata a Crasso. Di fatto un grande complesso, con imponenti colonnati riportato alla luce a partire dal 1974 e da allora ancora mai aperto al pubblico.
Alcuni degli affreschi della Villa di Poppea ad Oplontis
(Foto: amicidipompei.com)
Qui, in grandi ambienti che forse fungevano da magazzini (questa seconda villa doveva essere in realtà una vera e propria azienda agricola) vennero sorprese dall'eruzione oltre 50 persone in fuga. Molti avevano indosso gioielli, alcuni stringevano tra le mani sacchetti con i loro preziosi. Qualcuno, forse i ricchi proprietari della villa, aveva stipato le sue cose più preziose in una cassa, riportata alla luce dagli archeologi nel 1984 in un altro locale della casa. Al suo interno ben 170 monete d'oro e tanti gioielli in oro e argento. E poi unguentari, stecche in osso, piastrine di vetro per il trucco. Un vero e proprio tesoro che ora si racconta alla città. E che nei prossimi mesi, si augura Irlando, potrebbe trovare una sua sede definitiva nel nuovo museo che dovrebbe sorgere nell'ex Real fabbrica d'armi, un edificio borbonico che sorge a un passo dalla villa di Poppea: "Prendere un bene dismesso per metterci dentro beni nascosti per troppo tempo agli occhi del mondo mi sembra naturale", dice Irlando. Per Torre Annunziata un sogno che si avvicina. La svolta, Irlando ne è convinto, "può arrivare solo dalla cultura".

sabato 12 marzo 2016

Trovato un altro frammento della Forma Urbis

Il frammento della Forma Urbis trovato nel 2014
(Foto: Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali)
Secondo la Soprintendenza di Roma, è stato individuato un altro frammento della più antica e grande mappa dell'antichità, risalente a 2200 anni fa, la Forma Urbis. Il nuovo frammento si collega ad uno più grande, scoperto nel 1562, e reca delle lettere che completano la parola "Circo Flaminio". La Forma Urbis venne scolpita sul marmo tra il 203 e il 211 d.C.
La maggior parte dei frammenti dell'antica mappa sono custoditi nei Musei Capitolini. Si tratta di appena il 10 per cento dell'intera superficie della mappa che, un tempo, era esposta sulle pareti del Tempio della Pace, un muro del quale è ancora visibile in un edificio vicino la chiesa dei Santi Cosma e Damiano, con i fori e le fascette di bronzo che reggevano la mappa ancora visibili.
Il nuovo frammento è stato scoperto nel 2014, durante i lavori a Palazzo Maffei Marescotti, un edificio di proprietà del Vaticano. Il frammento fa riferimento ad una zona di Roma che attualmente si trova al di sotto del Ghetto e che, un tempo, era dominata dal Circo Flaminio, costruito nel 220 a.C.

domenica 6 marzo 2016

Micenei di Macedonia

Una delle sepolture micenee scavata a Elati
(Foto: G. Karamitrou-Mentesidi)
Nel sito di Loggas, vicino Elati, a Kozani, in Macedonia, a breve distanza dall'antica Aiani, è stato portata alla luce una vasta necropoli micenea con 31 sepolture intatte contenenti diversi oggetti preziosi e vasi in ceramica, tra le quali 12 coppe potorie micenee (kylikes).
La presenza micenea in Alta Macedonia è, oramai, ben documentata da diversi siti rinvenuti in tutta la regione. Il sito di Elati si estende per 45 ettari, dei quali, al momento, sono stati scavati appena due. La necropoli si trova lungo le rive del fiume Aliakmon ed occupa circa 5 ettari di terreno, scavato in minima parte. Le 31 sepolture sembrano risalire all'Età del Bronzo (1600-1100 a.C.), anche se gli archeologi sono del parere che potrebbero risalire anche ad un periodo antecedente.
Le sepolture sono rivestite di lastre di pietra e contenevano anelli di bronzo e perle d'ambra unitamente a ceramiche come ciotole, brocche, tazze potorie ed anfore per un totale, al momento, di 47 oggetti di uso quotidiano. In 7 delle sepolture sono stati rinvenuti 12 calici micenei (kylikes), già conosciuti per essere stati trovati in altri siti macedoni. La forma di quelli trovati ad Elati si rifa a esemplari rinvenuti in Epiro e ad esempi della Grecia occidentale (Cefalonia, Itaca).
Kylikes micenee da Elati (Foto: G. Karamitrou-Mentesidi)
Le coppe di Elati recano una ricca decorazione con motivi diversi, tra i quali la spirale, i cerchi concentrici, le spine di pesce e zig zag orizzontali. Le kylikes ed altri vasi micenei erano prodotti in piccoli laboratori locali ed erano considerati non solo un oggetto indispensabile nelle abitazioni ma ideali per accompagnare il defunto nel suo viaggio nell'aldilà.
Kozani è capoluogo del dipartimento omonimo della Macedonia occidentale. Aiani (o Aianè), secondo il mito tramandato da Stefano di Bisanzio, venne fondata da Aiano, figlio di Elimo re dei Tirreni, che si era trasferito in Macedonia.
Sulla collina di Megali Rachi, a nord del corso del fiume Aliakmon, gli scavi hanno avuto inizio nel 1983. Si è accertato che i terrazzamenti presenti sono occupati da avanzi architettonici che rimandano a diversi periodi di vita del sito, dall'Età del Bronzo fino al I secolo a.C., data del suo abbandono. L'insediamento di Aiani aveva rapporti commerciali diretti con il resto del mondo greco ma aveva propri laboratori per la lavorazione dei metalli e della ceramica.

Chihuahua, trovata la sepoltura di una bambina di 3200 anni fa

Alcune delle 370 punte di freccia trovate vicino al fiume
Santa Maria, in Messico (Foto: E. Gallaga)
Gli archeologi che stanno operando nelle zone di confine a nord del Messico hanno scoperto una località utilizzata dai cacciatori di 10500 anni fa, a nord di Chihuahua, vicino il fiume Santa Maria. Sono stati portati alla luce più di 18.000 reperti, tra i quali migliaia di scaglie di pietra, martelli, 370 punte di freccia e una dozzina di forni in pietra.
Il ritrovamento più importante, però, è stato senz'altro la sepoltura di una giovane donna, deposta tra le rocce, sola senza oggetti di corredo, 3200 anni fa. I suoi resti potrebbero contribuire a comprendere e meglio delineare la storia e le vicissitudini dei gruppi umani che introdussero l'agricoltura in questa regione arida, praticamente i primi coltivatori di mais nel deserto di Chihuahua. A dirigere gli scavi è il Dottor Emiliano Gallaga.
Questo sito venne utilizzato come una sorta di campo base, costituito da diverse aree separate di lavoro, ciascuna area contenente pietrisco e strumenti. Gli archeologi hanno repertato prove risalenti all'8000 a.C.. Le 370 punte di freccia raccolte presentano ben 30 stili diversi che vanno dal Paleoindiano al periodo Arcaico.
Il cranio della giovane donna è stato trovato ad appena 20 centimetri sotto la superficie di un pendio fortemente eroso. La ragazza è morta intorno ai 12-15 anni di età, ma non sono ancora chiare le cause della sua morte, le sue ossa non mostrano tracce evidenti di traumi o di malattie. L'adolescente venne sepolta in posizione flessa. L'analisi con il radiocarbonio su tre dei suoi denti ha restituito una datazione risalente al 1360 a.C. circa.
Non lontano dal luogo dove è stata fatta questa incredibile scoperta sorge un insediamento collinare noto come Cerro Juanaquena, il sito più importante del suo genere a nord di Chihuahua. Alla fine del 1990 gli archeologi hanno studiato il sito di Cerro Juanaquena trovandovi più di 400 terrazze di basalto costruite sulle colline, alcune delle quali erano state utilizzate a fini agricoli. Oltre alle terrazze furono trovati anche 100 cerchi in pietra che costituivano, con tutta probabilità, le fondamenta delle abitazioni. Qui gli archeologi hanno trovato resti di mais risalenti al 1150 a.C., la prima prova dell'esistenza di questa coltura nel Chihuahua. A Cerro Juanaquena non sono, però, emersi resti umani. Se, però, l'adolescente i cui resti sono stati trovati recentemente era un membro della stessa comunità che diede vita a Cerro Juanaquena, gli archeologi avrebbero a disposizione una notevole mole di dati da studiare in merito ai primi coltivatori di mais del Chihuahua.
Al momento sono ancora in corso le analisi del Dna sulle ossa dell'adolescente per avere un'idea più precisa sul collocamento di questa sepoltura nella regione. Altre ricerche si stanno concentrando sugli isotopi di stronzio presenti nei denti della giovane, così come sulla sua dieta. Si vuole capire se si nutrì di mais, che potrebbe essere un buon indicatore del suo collegamento con la cultura di Cerro Juanaquena.

Gerusalemme, pressa per il vino e balneus romani

L'archeologo Alex Wiegmann accanto al luogo dove era
situata una pressa per il vino nel complesso Schneller
a Gerusalemme (Foto: Israeli Antiquities Authority)
Al di sotto dell'orfanotrofio Schneller, a Gerusalemme, che fu in uso dal 1860 fino alla fine della seconda guerra mondiale, gli archeologi hanno trovato i resti di una cantina e di un balneus romani, risalenti al 1600 anni fa. Si trattava, probabilmente, di spazi appartenenti ad una sorta di fattoria romana che produceva anche vino ed era anche un punto di stazionamento per i componenti della X Legio romana.
Gli archeologi hanno ritrovato un pavimento in mosaico bianco ed un pozzo nel quale una pressa a vite estraeva la massima quantità di mosto dalle uve che vi erano gettate. Attorno alla pressa sono state trovate otto celle che si pensa siano state utilizzate per collocarvi i grappoli d'uva prima della spremitura oppure per mescolare il vino con profumi ed aromi durante la fermentazione.
Mattoni con impresso il simbolo della X Legio romana
(Foto: Israeli Antiquities Authority)
Il balneus è stato trovato accanto alla cantina. Sono visibili i tubi di terracotta che dovevano riscaldarlo e diversi mattoni in argilla. Sia la cantina che il balneus, secondo le autorità, erano parte di uno stesso complesso che comprendeva anche una tenuta agricola. E' interessante notare che questi ritrovamenti fanno altresì pensare ad un'antica dottrina medica praticata da un gruppo di medici romani conosciuti come Metodisti, che usavano prescrivere, per la cura del dolore e di altri disturbi, vino e bagni rilassanti. Questo non impediva loro di servirsi anche di altre metodologie di trattamento del dolore più in linea con quelle praticate all'epoca.
Gli edifici che sono stati intercettati nel complesso Schneller sono di epoca tardo-romana e bizantina. Alcuni mattoni trovati in situ recano impresso il sigillo della X Legio e sembrano suggerire che questo complesso fosse presidiato da militari che, con tutta probabilità, hanno costruito altri ambienti del complesso. La X Legio faceva parte di un gruppo di quattro legioni inviate nella regione per porre sotto assedio Gerusalemme (distrutta dai Romani nel 70 d.C.). Fu presente a Gerusalemme anche durante la rivolta di Bar Kokhba, nel 132-136 d.C.. Alcune unità della legione rimasero a presidiare Gerusalemme, pare, fino al 300 d.C.
I ricercatori pensano che questo complesso dotato di cantina, pressa e balneus fosse un insediamento secondario, simile a quello trovato a Binyanei Ha-Uma, poco distante dallo scavo attuale, anch'esso legato alla X Legio romana.

I Nubiani, più Egiziani degli Egiziani...

Faraoni nubiani della XXV Dinastia
Intorno al 1500 a.C., l'Egitto conquistò quella che un tempo si chiamava Nubia superiore, attualmente corrispondente al Sudan. La prova delle mescolanze culturali sono state rinvenute in una tomba recentemente scoperta nella necropoli di Tombos, ad est del Nilo, appartenente ad una donna sepolta secondo le usante nubiane ma con amuleti egiziani che dovevano proteggerla e guidarla nell'oltretomba.
Gli archeologi hanno dichiarato che sepolture come questa segnano un contatto ed uno scambio tra due culture, che finiscono per influenzarsi l'una con l'altra. La sepoltura femminile (si tratta di una donna morta in tarda età) che è stata studiata in Sudan si chiamava Weret. Giaceva su una sorta di letto in posizione flessa, che riflette lo stile nubiano, attorno a lei ed al suo collo, però, vi erano amuleti del dio egizio Bes. Weret venne sepolta con lo scarabeo egiziano del cuore, a dimostrare che aveva un'alto rango nella società nubiana.
I ricercatori stanno effettuando studi sul cranio e sullo scheletro della defunta per determinare le relazioni biologiche tra Egiziani e Nubiani sepolti nella necropoli di Tombos e per far luce sull'intreccio culturale verificatosi dopo la conquista dell'Egitto da parte della Nubia (XXV Dinastia), tra il 750 e il 650 a.C.. I primi risultati mostrano come i Nubiani si presentassero culturalmente più egiziani dei governanti che avevano rovesciato. Gli storici stanno ora studiando la possibilità che i faraoni nubiani, proprio grazie alla lunga e profonda influenza dovuta alla dominazione egizia, possano essersi presentati nel ruolo di restauratori dell'antico ordine delle cose.
Nella sepoltura di Weret è stata trovata anche una ciotola piena di bacche di ginepro, posta accanto al suo sarcofago. Si pensa che fossero utilizzate, anticamente, come spezia per i cibi oppure come profumo. Bacche di ginepro furono rinvenute anche nelle sepolture dell'architetto reale Kha e del faraone Tutankamon
Veduta della necropoli di Tombos, Alta Nubia (Foto: Tombos.org)

Trovata antichissima necropoli in Palestina

L'ingresso ad una delle sepolture di Khalet al-Jam'a, vicino la città di
Betlemme (Foto: Rosapaj, Università "La Sapienza" di Roma)
Nella primavera del 2013 è stato scoperto un antico cimitero, vicino Betlemme, che sta fornendo nuove informazioni su una civiltà vissuta 4000 anni fa. In quell'anno si stava costruendo un parco industriale proprio nei pressi della città di Betlemme e durante i lavori è stata fatta questa scoperta interessantissima.
Il terreno destinato ad edificazione industriare era, anticamente, destinato ad ospitare una necropoli. Quest'ultima, al momento, ha restituito 100 sepolture. La necropoli, secondo gli archeologi, si estenderebbe su una superficie di circa 3 ettari, sul fianco di una collina ed era collegata ad un insediamento a tutt'oggi sconosciuto. Nel 2014 i ricercatori del Ministero del Turismo e delle Antichità della Palestina hanno iniziato gli scavi in quella che è stata chiamata Khalet al-Jam'a, riportando alla luce le prime sepolture. L'anno successivo una missione archeologica congiunta italo-palestinese ha effettuato nuovi sondaggi a Khalet al-Jam'a per pianificare le future esplorazioni, obiettivo delle quali è quello di preservare l'importante necropoli.
Amuleti a forma di scarabeo, mutuati da modelli egiziani, trovati a
Khalet al-Jam'a (Foto: Rosapaj, Università "La Sapienza" di Roma)
Il sito risale all'Età del Medio Bronzo e del Ferro ed ha avuto un utilizzo esteso nel tempo: si parla di oltre un millennio e mezzo. Secondo il Professor Lorenzo Nigro, dell'Università "La Sapienza" di Roma, la necropoli era situata lungo antiche rotte commerciali e rifletteva il relativo benessere della società che la utilizzava, benessere che traspare dai corredi funerari rinvenuti: lampade a beccucci, vasi di diverse dimensioni, ciotole con orlo estroflesso, pugnali di bronzo e punte di lancia.
Collocazione della necropoli di Khalet al-Jam'a
(livescience.com)
Anche se la necropoli è stata in parte distrutta dai saccheggiatori e dall'edilizia selvaggia, gli archeologi sono riusciti comunque a trarne utili informazioni. Il luogo è caratterizzato principalmente da tombe a pozzetto, le cui camere sono scavate nella roccia con deposizioni multiple o singole. In una tomba sono stati rinvenuti i resti di un uomo, una donna e un bambino, sepolti con due pugnali di bronzo ed una serie di ceramiche tra cui anche vasi gemelli forgiati attaccati l'uno all'altro. Un'altra sepoltura conteneva i resti di un individuo di sesso maschile, sepolto con una lampada in ceramica; questa sepoltura, secondo i ricercatori, risalirebbe ad un periodo antecedente l'Età del Bronzo.
Lorenzo Nigro ha avanzato l'ipotesi che la città alla quale la necropoli era collegata possa aver subito una crisi profonda intorno al 650 a.C. circa, crisi che ha determinato la cessazione delle sepolture a Khalet al-Jam'a. La natura di questa crisi non è ancora ben chiara, malgrado si sappia che gli imperi assiro e babilonese puntavano, proprio in quegli anni, alla conquista di questo territorio.
Una delle sepolture conteneva degli scarabei risalenti alla XIII Dinastia egizia (1802 - 1640 a.C. circa). Gli Egizi erano molto attivi, all'epoca, in questa regione, nella quale stavano espandendo i loro contatti commerciali. Tuttavia gli archeologi ritengono che gli scarabei che hanno ritrovati siano stati prodotti in loco. Lo scarabeo era un simbolo molto importante, nell'antico Egitto. In alcuni casi venivano posti, al collo dei defunti, ciondoli a forma di scarabeo per garantir loro un viaggio sereno nell'aldilà. Uno degli scarabei trovati a Khalet al-Jam'a era inciso con disegni di spirali e geroglifici.

sabato 5 marzo 2016

La cisterna delle Terme dei Gladiatori di Commodo

(Foto: roma.repubblica.it)
(Fonte: Repubblica) - Il tesoro è nascosto sottoterra, come molte delle sorprese che il parco archeologico dell'Appia antica ancora può riservare. Ma il patrimonio scoperto sotto il manto erboso del complesso di Santa Maria Nova, accanto alla villa dei Quintili, non è fatto di forzieri, monete, gioielli. Nemmeno di sculture antiche. Eppure di qualcosa di altrettanto prezioso. E, in quanto opera di ingegneria, di tipicamente romano: un criptoportico di età adrianea, trasformato sotto Commodo in cisterna per rifornire d'acqua le terme dei suoi pretoriani e costruito con semplici mattoni che recano però impressi i segni di una straordinaria, umile storia: i marchi della fabbrica che li costruì e il nome dei consoli del 123 d.C. che regnavano in quel tempo, ma anche la sigla, anonima e commovente, delle operaie che li impastarono, perfino l'impronta degli animali che camminarono sopra i conci quando erano freschi, stesi ad asciugare.
A studiare e a ragionare sulle storie nascoste in queste decine di forme, di punti e di segni, sono gli archeologi della Soprintendenza guidati da Rita Paris, responsabile per lo Stato dell'Appia antica. Ma a giugno arriveranno, dalla Scuola di specializzazione in restauro, gli studenti del cantiere-scuola che, diretto da Maria Grazia Filetici e da Anna Maria Pandolfi, farà scendere per il secondo anno sul campo erboso di Santa Maria Nova giovani architetti, archeologi e storici dell'arte. Che dovranno subito prendersi cura del pavimento di mosaici, a tessere nere con croci bianche, che rivestiva la parte superiore della cisterna interrata, quando si costruì il camminamento che dagli alloggi delle guardie imperiali di Commodo portava alle loro terme. E che secoli di lavori agricoli hanno frantumato e ricoperto. "Sotto il manto erboso, ci potrebbero però ancora essere tratti integri di tappeto musivo", spiega l'archeologo Riccardo Frontoni scoprendo il frammento venuto alla luce e ora da restaurare.
Ma scendiamo i pochi gradini che portano al criptoportico-cisterna, l'aula di circa 45 metri per 6, ma ancora da misurare, liberato dalle tonnellate di detriti e carcasse di animali lasciati dal pastore che, fino al 2008, occupava illegalmente questo angolo di paradiso a pochi metri dal tracciato dell'Appia antica. Le 12 "finestre" originarie, strette e scavate apposta a 30 gradi, sono state riaperte e, come d'incanto, con l'ingresso del sole, l'umidità e l'acqua sono scomparse dai muri e dal pavimento. Usato nel medioevo e nel rinascimento dai frati olivetani che avevano costruito a pochi metri Santa Maria Nova, forse su una cisterna romana mai entrata in funzione, il deposito d'acqua per le terme con i mosaici dei gladiatori cari a Commodo, era entrato in funzione alla fine del II secolo d.C. al posto del criptoportico costruito circa trent'anni prima come deposito di derrate alimentari, ma anche della neve per fare i sorbetti. Una delle ipotesi è che questa "cantina" servisse uno degli "alberghi" o stazioni di posta costruiti lungo la Regina Viarum (in quel tratto sorgeva anche l'ustrinum, il luogo delle cremazioni). Certo è che poi, rinforzato da un muro laterale, il criptoportico fu trasformato in cisterna: rifornita prima dall'Acquedotto dei Quintili e, poi, distrutta la rete idrica dell'impero, dall'acqua piovana e dalle fonti sorgive lì indirizzate ancora nell'Ottocento per irrigare campi ed orti.
Chiusi i rubinetti e tolta adesso la massa dei detriti, la cisterna è tornata a mostrare le forme semplici e perfette dell'ingegneria idraulica romana. I furti avvenuti nel medioevo l'hanno privata dei conci più grandi, i bipedali e i bessali. Ed ecco ora apparire la trama più interna e segreta dei mattoni con il marchio dei consoli Petino e Aproniano (123 d.C.). I bolli di fabbrica. E quei puntini ravvicinati, come un alfabeto Morse, attraverso cui operai, operaie e schiavi "firmavano" i mattoni che costruirono i templi, i palazzi ma anche le cisterne della Roma dei re.

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