venerdì 9 marzo 2012

Riemerge dall'oblìo la mitica Festòs

L'area archeologica di Festòs
Una missione italo-greca, che lavora a Creta dal 2007, ha scoperto a Festòs le mura di epoca storica.  Gli scavi sono incentrati sulla collina di Haghia Fotinì, dove la missione archeologica italiana scava da più di cento anni e dove, all'inizio del secolo scorso, Luigi Pernier riportò alla luce un palazzo minoico che, vogliono le tradizioni e le leggende, appartenne a Radamante, fratello del più celebre Minosse.
Gli scavi lungo la collina di Haghia Fotinì hanno permesso i recuperare stanze reali, cortili e magazzini di un palazzo che raggiunse il massimo splendore tra il 1900 e il 1600 a.C.. Sulle rovine del primo palazzo, che venne distrutto da un terremoto, ne fu realizzato un secondo che cessò la sua attività nel 1450 a.C., all'epoca della conquista micenea.
L'insediamento di Festòs, però, come dimostrano sia le ricerche archeologiche che le fonti letterarie ed epigrafiche, continuò ad esistere per tutto il I millennio a.C.. Strabone scrive che Festòs fu distrutta dalla vicina Gortina e gli archeologi hanno fissato questa distruzione nel II secolo a.C.. Da allora, sia la collina che il sottostante pianoro non furono più occupati. Plinio ricorda ancora l'insediamento con il nome di Phaestum. Il villaggio attuale, Haghios Ioannis, sorto nella stessa località dell'insediamento romano-bizantino, occupa solo una piccola parte dell'antichissimo insediamento.
Dopo anni di costante lavoro sul territorio, gli archeologi italiani e greci hanno potuto iniziare a ricostruire l'impianto urbano della città di III-II secolo a.C.. E' stata riportata alla luce parte della fortificazione a doppia cortina muraria, la cui distruzione è stata fissata al 150 a.C. da parte di Gortina. Ora si attende di poter estendere gli scavi a tutta l'area urbana, dove porte, strade, case, santuari e l'agorà giacciono sotto appena 30 centimetri di terreno.
Prima dell'insediamento del palazzo di Festo, esisteva sul luogo un santuario extra urbano, in località Paterikiès, a metà strada tra Festòs ed Haghia Triada. Tuttora devono ancora essere ritrovate le necropoli di età prepalaziale. Sicuramente la costruzione del palazzo fu l'evento dominante nella vita dell'antico centro. L'edificio era disposto intorno ad un grande cortile lastricato, con una facciata monumentale sul lato ovest e con altri tre cortili sistemati a terrazza sul lato occidentale. Presentava una gradinata di otto gradini che è stata considerata la più antica cava teatrale europea e che doveva accogliere gli spettatori durante particolari liturgie.
E' stato ritrovato anche un notevole archivio contenente migliaia di documenti contabili, le cretule, semplici nuclei di argilla con una o più impronte, che venivano utilizzate per sigillare vasi, cassette lignee o pomelli di porte. La distruzione a seguito di due distinti eventi sismici, ha permesso agli archeologi di ritrovare una notevole quantità di ceramica. La produzione dei vasai della regione di Festòs è la più raffinata dell'intera isola, particolarmente per quel che riguarda la cosiddetta ceramica egg-shell, così definita perché lo spessore dei vasi non superava quello della scorza d'uovo.
Dopo i due eventi sismici, si provvide a rendere nuovamente abitabile il palazzo, a prezzo dell'abbandono di interi quartieri. Un altro episodio sismico occorso intorno al XVI secolo a.C. determinò definitivamente la fine del palazzo che rimase in rovina. Durante il periodo di abbandono, la capitale amministrativa del territorio venne trasferita ad Haghia Triada. In un edificio contiguo al palazzo diruto, però, si conservò il famoso disco di Festòs, con il doppio testo di carattere quasi sicuramente sacro, il quale è tuttora un mistero.
Il secondo palazzo di Festòs, costruito in maniera monumentale, non entrò pienamente nelle sue funzioni amministrative, dal momento che la capitale del territorio era ancora ad Haghia Triada. La ripresa di Festòs corrisponde ad una contrazione di quest'ultima anche se, all'inizio del I millennio a.C., il punto di riferimento del territorio sarà Gortina della quale Festòs diventerà una comunità subalterna. Un ulteriore, seppure momentaneo, splendore è rappresentato dagli ultimi anni del VII secolo a.C., quando venne costruito un grande tempio dedicato probabilmente a Latona e quando vennero arricchiti gli edifici con sculture monumentali e le botteghe dei vasai produssero grandiosi pithoi decorati con raffigurazioni di tori, cavalli, galli e fregi a spirali. Un'epigrafe ricorda l'esistenza di un'agorà.
Dopo il II secolo a.C., quando Gortina riprese il suo ruolo predominante sul territorio, Festòs si spopolò definitivamente. Sono archeologicamente attestate all'epoca solo case o fattorie isolate, resti di tombe, un edificio nella contrada di Chalara, un piccolo bagno nell'attuale villaggio di Haghios Ioannis e una chiesetta sulla sommità della collina, dedicata a Christòs Effendi (Cristo Signore). In questi anni scompare anche il toponimo Festòs e la località viene indicata con il toponimo Falandra, forse in rapporto con il veneziano Filanda.

La villa rustica di Villa Magna

Scavi nel complesso archeologico di Villa Magna
In provincia di Macerata, la località Villa Magna, nella valle del torrente Fiastra, tra l'omonima abbazia cistercense e l'area archeologica di Urbs Salvia (Urbisaglia), ha restituito i resti di un insediamento rurale di età romana.
Gli scavi sono stati effettuati grazie alla disponibilità della Fondazione Giustiniani-Bandini, proprietaria del terreno, e della Fondazione Cassa di Risparmio di Macerata. Le ricerche hanno subito evidenziato alcune parti della villa romana, alla quale rimanda il toponimo. Sono state individuate e messe in luce imponenti strutture relative ad ambienti sotterranei destinati alla raccolta delle acque ed alla conservazione di derrate agricole; è stata scavata una corte al livello di calpestio, in cui si trovavano dei dolia, contenitori per derrate. Entrambi questi ritrovamenti hanno fatto pensare, agli archeologi, alla pars rustica di una villa, destinata allo sfruttamento agricolo del territorio circostante. La pars dominica è stata individuata poco distante grazie al ritrovamento di pavimenti in mosaico bianco e nero.
Dai bolli presenti su alcuni mattoni è stata anche individuata la famiglia proprietaria della villa, gli Herennii, i cui componenti ricoprirono cariche pubbliche ad Urbs Salvia intorno alla metà del I secolo a.C.. Probabilmente la tenuta finì per passare in altre mani in epoca imperiale: ai Salvii ed ai Flavii in particolare. La vita nel complesso agricolo-abitativo durò per diversi secoli. Sono state ritrovate sepolture a fossa, prive di corredo, che denotano l'abbandono della parte abitative ma che attestano la frequentazione umana del sito fino all'età tardoantica o all'alto medioevo.
Recentemente, poi, le indagini hanno arricchito e modificato le conoscenze della realtà insediativa di Villa Magna: ad est è stato scoperto un muro imponente, messo in luce per una lunghezza di 170 metri, probabilmente un muro difensivo. Tra il muro di cinta e la pars rustica della villa, gli scavi hanno riportato alla luce alcuni ambienti, di cui due absidati, di cui resta da chiarire la destinazione d'uso. Tra le ipotesi fatte vi è quella che vuole gli ambienti, in particolare quelli absidati, appartenere a due chiese attestate in questa zona dalle fonti medioevali. Questo porterebbe a spostare in avanti l'occupazione dell'altura di Villa Magna nonché ad ipotizzare un diverso utilizzo di quella che, un tempo, era una villa rustica romana.

giovedì 8 marzo 2012

L'Apollo in mostra

L'Apollo di Pompei
Dopo due anni dal termine dell'operazione di restauro, la statua in bronzo di Apollo, posta un tempo nell'omonimo tempio nell'area archeologica di Pompei, torna in mostra al Getty Museum di Los Angeles.
La statua fu ritrovata "sezionata" in tre pezzi nei pressi del Capitolium, all'interno del Foro Civile di Pompei. Nel 1818, presso le mura nord della città, furono recuperati il piede e la mano destri e parti del braccio sinistro. Nel tempio di Apollo era stata ritrovata, nel frattempo, parte della statua bronzea di Diana, sorella di Apollo, della quale restava soltanto il busto. Dell'arco e della faretra di cui erano dotate entrambe le statue, non si sono ritrovate tracce.
La statua di Apollo si trovava, anticamente, su uno dei lati lunghi del tempio. Ai piedi del dio non vi era altare, dal momento che i sacrifici venivano solitamente officiati sull'altare di fronte al tempio. Sulla base della statua è visibile un graffito in lingua osca che ricorda il nome di chi ha dedicato la statua, un certo Mummius.
L'Apollo di Pompei è stata restaurata negli Stati Uniti, con la collaborazione di studiosi napoletani. Sono state effettuate radiografie, scansioni in 3D e analisi sulla lega bronzea con la quale è stata fatta la scultura.

sabato 3 marzo 2012

Ritrovata la tomba dell'ultimo imperatore inca

Strutture funerarie a Sigchos
Un'archeologa potrebbe aver individuato la tomba dell'imperatore inca Atahualpa, finora rimasta misteriosa. Atahualpa fu l'ultimo imperatore della sua dinastia. Durante la conquista spagnola fu fatto prigioniero in quella che oggi è Cajamarca, in Perù.
Atahualpa fu sottoposto a pressioni per convertisi al cristianesimo. In seguito fu strangolato dai suoi carcerieri spagnoli, nel 1533. La sua morte determinò il disfacimento dell'impero inca. L'Ecuador, dove è stata, forse, individuata la tomba dell'imperatore, avvierà entro quest'anno un'esplorazione archeologica sul sito e, forse, si riuscirà a sollevare il velo su un enorme complesso che sorgeva a 1020 metri di altezza.
La dottoressa Estupinan, che ha individuato il sito e la tomba dell'ultimo imperatore inca, già nel 2010 aveva reso note le sue scoperte. Nelle vicinanze del sito archeologico si trovano una piccola fattoria e un impianto per l'allevamento di galli da combattimento. Nella zona denominata Sigchos, a poca distanza da Quito, capitale dell'Ecuador, su una collina, è ritornato alla luce un complesso di mura, acquedotti e pietre all'interno del rifugio rurale Machay che, in lingua Quechua, significa "sepoltura". Questo complesso è composto da diversi ambienti a pianta rettangolare, costruiti con pietra levigata e impostati intorno ad una piazza trapezoidale. All'interno della struttura si può addirittura scorgere un complesso di scale che formano una piramide, ritenuta essere il trono (capac) dell'imperatore inca.
Tutto quello che si è scoperto e che si deve ancora scoprire, sostiene l'archeologa Estupinan, apparteneva ad Atahualpa, era un suo feudo personale, un pò com'era per i sovrani europei di fine settecento. L'archeologa ritiene che qui si trovi anche il luogo di sepoltura dell'ultimo imperatore inca, i cui resti sarebbero stati portati in gran segreto dal suo suddito più fedele, Ruminahui, a Sigchos per la sepoltura.

Le sorprese della Marsala romana

Resti di pavimentazione romana a Marsala
Durante delle ricerche in una proprietà privata nel centro storico di Marsala, sono state effettuate delle scoperte definite eccezionali dalla Soprintendenza Archeologica. I lavori sono stati diretti dagli archeologi Emanuele Canzonieri e Carola Salvaggio. Si doveva procedere al restauro di un edificio e, all'interno del vano di ingresso di questo, dove lo scavo archeologico era stato posto in essere in via preventiva, è tornata alla luce una testimonianza della Marsala romana. Si tratta di un consistente lacerto di pavimentazione in cocciopesto e graniglia bianca con inserti marmorei policromi.
Gli archeologi hanno datato, per confronto, questi resti al III-IV secolo d.C.. Il pavimento è stato posto in opera riutilizzando frammenti di pregiati marmi policromi appartenenti ad una fase abitativa antecedente (II secolo a.C.). A nord est è apparso anche un muro intonacato. Il complesso dei ritrovamenti è pertinente ad una casa. Sul pavimento, al di sopra del crollo del tetto della casa romana, si era accumulato materiale di età medioevale.

venerdì 2 marzo 2012

I segreti della Venere dei Medici

La Venere dei Medici
La Venere dei Medici, custodita nella Galleria degli Uffizi di Firenze aveva i capelli dorati, gli orecchini e persino il rossetto. Questa è stata la scoperta fatta dai restauratori. Grosse porzioni di foglia d'oro sono state ritrovate sui capelli della statua. Si pensava da tempo che la capigliatura della dea fosse fatta proprio di questo materiale, scomparso a causa di un restauro eccessivo.
Oltre alle tracce della lamina d'oro che ricopriva i capelli, i restauratori hanno ritrovate tracce di rosso sulle labbra, mentre i lobi delle orecchie erano forate ed ospitavano, probabilmente, degli orecchini. Nei secoli la policromia andò perduta.
La statua è una cosiddetta Venus Pudica che si ispira all'Afrodite Cnidia di Prassitele. L'opera arrivò a Roma in un momento imprecisato e si dice che abbia, un tempo, ornato la Villa di Adriano a Tivoli. Durante il Rinascimento venne acquistata dal cardinale Ferdinando de' Medici e nel 1677 fu portata a Firenze.

mercoledì 29 febbraio 2012

Helike o Atlantide?

Scavi di trincea dell'antica Helike
Gli archeologi torneranno ad esplorare un luogo che si pensa abbia ospitato l'antica città perduta di Helike (Elice), che per secoli attirò l'attenzione degli antichi scrittori e che è un imperdibile mistero.
I ricercatori sono guidati dalla dottoressa Dora Katsonopoulou ed hanno già scoperto un tesoro di manufatti e resti che vanno dall'Età del Bronzo fino al periodo romano e bizantino in un luogo prossimo alla costa sud-occidentale del Golfo di Corinto, nel Peloponneso. Già nel 2000 e nel 2001 gli archeologi avevano localizzato in quest'area i resti che si ritenevano essere quelli dell'antica Helike tra i fiumi Madione e Kerynites. A tre metri di profondità furono ritrovati i resti di edifici del periodo classico che un terremoto, molto probabilmente, aveva distrutti. Nelle vicinanze, inoltre, furono scoperte le tracce di un insediamento risalente all'Antico Elladico (2600-2300 a.C.). Il sito dista circa 1 chilometro dall'attuale linea di costa. Tra i ritrovamenti oggetti di lusso, ornamenti in oro e in argento, che non hanno fatto che confermare l'opulenza dell'antica città che precedette la misteriosa Helike. Questo primo insediamento potrebbe anch'esso essere stato distrutto da un terremoto, così come lo fu Helike nel 373-372 a.C.Il terremoto del IV secolo a.C. colpì la costa sud-occidentale del Golfo di Corinto e provocò l'inabissamento dell'antica Helike. Quest'ultima, secondo le fonti, era la principale città dell'Acaia, fondata da Ione, capostipite degli Ioni. In seguito Helike divenne la capitale delle dodici città dell'Acaia ed era considerata il luogo in cui si trovava il santuario di Poseidone, dio del mare e dei terremoti. Notizie di Helike si trovano in Strabone, Pausania, Diodoro, Eliano e Ovidio. Qualcuno pensa che Helike abbia ispirato i racconti dell'antica Atlantide.

Reperti neolitici in Liguria

Uno dei reperti rinvenuti in Liguria
In un'area residenziale della frazione di Coasco, in Liguria, sono stati ritrovati interessanti reperti archeologici da parte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Si tratta di resti di coccio dell'Età Neolitica e di alcune perle dell'Età del Bronzo. Questo dimostra che Coasco era già abitato milioni di anni fa.
I materiali ed i dati raccolti dagli esperti tracciano il profilo di un insediamento che è il primo del suo genere individuato nella zona retrostante Albenga e nell'intera Liguria

venerdì 24 febbraio 2012

Un piccolo grande museo nella Tuscia

Una forra nel Parco Regionale di Marturanum
Barbarano Romano è un piccolo centro nel cuore della Tuscia, uno dei borghi più suggestivi della zona. Qui, da alcuni anni, è operativa una struttura museale che supporta efficacemente le attività del parco regionale di Marturanum, esteso per oltre mille ettari e caratterizzato da una interessante varietà di ambienti.
I visitatori del parco possono entrare in contatto, oltre che con gli splendidi paesaggi naturalistici, anche con le testimonianze archeologiche dell'importante passato della zona: la necropoli etrusca di San Giuliano e la rocca medioevale. A tal proposito il museo di Marturanum è diventato proprio quest'anno il museo più innovativo dell'intera Tuscia rupestre. Il museo è dedicato a Francesco Spallone, un giovane biologo purtroppo recentemente scomparso, conosciuto per il suo amore per la natura. La struttura museale non riguarda esclusivamente il territorio del parco di Marturanum, ma prende in considerazione l'area morfologica vulcanica della Tuscia e le tracce umane che sono state qui individuate.
Il 3 e 4 marzo 2012 il museo di Marturanum aderirà alla "Festa dei Mezzi Musei", che vuole attirare l'attenzione del pubblico sulle difficoltà che i recenti tagli agli scarsi finanziamenti hanno portato alle istituzioni museali. Il 4 marzo, alle ore 10.30, ci si troverà di fronte al museo per una "mezza escursione" gratuita, alla metà delle risorse ambientali e culturali incontrare sul cammino.
Il museo è stato a lungo chiuso per mancanza di fondi, da poco riesce a riaprire solo grazie all'aiuto dei volontari. Dal momento che il settore culturale è - senza dubbio alcuno - il settore che può maggiormente supportare l'economia nazionale, oltre che rivalutare e rinverdire la memoria storica e sociale di ciascuno, sarebbe bello incentivare e sostenere sempre di più queste iniziative.
Museo Naturalistico Etnografico Marturanum
Viale IV Novembre snc. - Barbarano Romano (Viterbo)
Apertura: venerdì, sabato e domenica 10.00 - 13.00 e 14.00 - 18.00
Aperto per le scuole nei giorni infrasettimanali e su richiesta per gruppi organizzati.
Per prenotare escursioni, trekking e visite guidate rivolgersi alla direzione: infomuseo@marturanum.eu

giovedì 23 febbraio 2012

I segreti di Cividale

Mura romane a Cividale
Continua a svelarsi la Cividale del passato. Dall'interno del monastero di Santa Maria in Valle sono emersi i resti di una porzione di cinta muraria romana e le tracce di un edificio che è un unicum dal punto di vista nazionale: un grande ambiente edificato prima del tempietto longobardo ed utilizzato per molto tempo, come è provato dalla presenza di tre diversi piani di calpestio. Si tratterebbe di una gastaldaga, fulcro del potere longobardo, una realtà che non ha eguali in Italia.
Questi ritrovamenti coronano degnamente la campagna di scavo eseguita per restaurare l'ex convento di Santa Maria in Valle. Lo scavo ha preso in considerazione il braccio orientale del chiostro, dove oggi vi è un archivio ma che prima ospitava le classi della scuola delle Orsoline. Nelle vecchie aule è ritornato alla luce un ampio tratto della cinta muraria riomana, databile intorno alla fine del I secolo a.C.Nella parte settentrionale dell'oratorio del monastero è stata accertata l'esistenza di una struttura in origine lignea, tipica delle popolazioni nordiiche e datata al VI-VII secolo. Sopra si collocava la gastaldaga, dove è stato rinvenuto anche un focolare.

martedì 21 febbraio 2012

Quintus e Coelia, da Torino

La stele di Quintus e Coelia
Erano marito e moglie quasi duemila anni fa e si chiamavano Coelia e Quintus. Erano benestanti, non ancora cristiani, avevano buon gusto ed una certa cultura. Facevano parte della tribù Stellatina, nella quale erano registrati i cittadini romani residenti in Augusta Taurinorum.
Una delle famiglie che abitavano Augusta Taurinorum, all'epoca di Quintus e Coelia, ed erano anche tra le più influenti tra i coloni romani era quella dei Glizi, alla quale apparteneva il generale Quinto Glizio Agricola, conquistatore della Britannia.
Quintus fu il primo dei coniugi a morire e Coelia provvide alla sua tomba, così come è scritto su una ricca stele funebre, ritrovata da poco tempo in via Ancona durante i lavori per la posizionatura di condotte per cavi elettrici.
La stele dei due sposi "torinesi" era stata già intercettata un secolo fa, ma non era stata riconosciuta ed era stata capovolta ed abbandonata nel terreno ad una quota superficiale. Ad un metro e mezzo di profondità sono stati ritrovati anche le gambe e i piedi scheletrici di due persone. Forse Quintus e Coelia, è difficile dirlo, perchè le due sepolture sono risultate prive del corredo funebre che ne avrebbe permessa la datazione. I resti umani potrebbero essere anche meno antichi. Il ritrovamento della stele segue a quello di sepolture e frammenti di iscrizioni sepolcrali affiorati in zona a partire dal 1887. Nel 1928 venne scoperto addirittura un sarcofago in piombo, custodito in una tomba a camera, in mattoni, rivestita di lastroni di pietra. Tutti questi ritrovamenti parlano chiaramente di una necropoli che si estendeva nell'ansa della Dora, ad 800 metri dalle mura. Necropoli che, forse, era collegata alla città da una strada che usciva dalle Porte Palatine ed attraversava i quartieri artigiani a ridosso della Dora.

Pontecagnano, emerge una rara tomba a cubo del VI secolo a.C.

Pontecagnano Faiano, la tomba a cubo appena scoperta (Foto: archeomedia.net) Durante le indagini di archeologia preventiva condotte in vista...