domenica 25 marzo 2012

Gli ustrina di Castell'Arquato

La lucerna scoperta a Castell'Arquato
Nel corso dei alcuni lavori a Castell'Arquato, in provincia di Piacenza, sono tornati alla luce degli ustrina di età romana. Gli ustrina erano dei luoghi in cui erano incinerati i corpi dei defunti. Le ceneri venivano, in un secondo tempo, raccolte e collocate in una tomba distante dal luogo di cremazione.
I reperti emersi sono fosse colme di ceneri e ossa combuste. Tra questi ustrina vi è una fossa in cui il defunto è stato deposto, una volta combusto, direttamente nella tomba ed i resti bruciati sono stati ricoperti con laterizi. Questo permette di indagare alcune delle modalità dell'incinerazione diretta e del rito funerario durante l'epoca romana.
Il comune di Castell'Arquato faceva parte dell'Ager Veleias e non ha finora restituito reperti concernenti il corredo funerario. E' stata rinvenuta una lucerna fittile firmata da chi l'aveva prodotta e altri modesti reperti. Le ossa cremate presenti sono state accuratamente raccolte per poter eseguire un'analisi antropologica che riveli qualcosa circa l'alimentazione e lo stile di vita degli antichi abitanti di Castell'Arquato.

La grande fullonica di Casal Bertone

L'area della fullonica di Casal Bertone vista dall'alto
Le indagini archeologiche preventive per la realizzazione della Ferrovia ad Alta Velocità Roma-Napoli in via di Casal Bertone (V Municipio del Comune di Roma), hanno riportato alla luce, tra il 2007 e il 2008, un importante impianto, ricondotto ad una fullonica oppure ad una conceria. L'impianto è risultato essere molto ampio, circa 1000 mq, il più ampio del genere finora ritrovato nel mondo romano.
L'impianto è allineato ad un vicino tratto della via Collatina antica, accanto a sette edifici funerari. Al suo interno una serie di piccole celle quadrangolari nei cui pavimenti erano inserite delle tinozze di terracotta deputate alla lavorazione dei tessuti e delle pelli. In tutto se ne sono individuate ben 57, dal cui esame gli archeologi sono riusciti ad attribuire l'intero complesso ad un periodo compreso tra il 123 e il 155 d.C.
Per approvvigionarsi d'acqua, l'impianto attingeva, presumibilmente ad un braccio secondario dell'Acquedotto Vergine, realizzato da Agrippa nel 19 a.C.. La fullonica (o conceria) possedeva anche un doliarium di 450 mq di superficie, nel quale sono state individuati 44 dolia frammentari.
Accanto alla fullonica è emerso anche un tratto di basolato di 4 metri, pertinente al tracciato viario identificabile con la Collatina antica, di cui non si conoscevano tratti in questa zona. Sono stati individuati, anche, cinque colombari risalenti alla tarda età repubblicana, di cui due sono già stati scavati e ne sono stati tratti due cippi marmorei.
Non potendo conservare in situ l'impianto, gli archeologi lo hanno mappato e smontato pezzo per pezzo in attesa di poterlo ricomporre in un luogo adatto alla sua conservazione ed alla visita del pubblico.

sabato 24 marzo 2012

Agsu, in Azerbaijan, ritorna alla luce

I resti della città di Agsu
Scavi archeologici che si sono sviluppati tra il 2010 e il 2011 ad Agsu, in Azerbaijan, hanno riportato alla luce i resti di un vasto borgo del XVIII secolo, ricco di resti architettonici e di manufatti. Questa scoperta farà parte di una mostra promossa dai locali Beni Culturali.
La città di Agsu era, nel XVIII secolo, un insediamento composto prevalentemente da persone deportate da un'altra città chiamata Shamakhti, distrutto a seguito della conquista di Nadir Shah, che governò come Sha dell'Iran dal 1736 al 1747 circa.
Malgrado la città sia stata, nel corso degli anni, esposta ad attacchi, distruzioni e deportazioni, è rimasta sufficiente traccia della vita che vi si svolgeva e degli abitanti che la animavano. Sono emersi i resti di un castello difensivo rotondo e di abitazioni edificate le une vicino alle altre.
Gli scavi sono stati diretti da archeologi dell'Istituito di Archeologia ed Etnografia dell'Accademia Nazionale delle Scienze dell'Azerbaijan e del Museo Nazionale di Storia di Azerbaijan ed hanno riguardato una vasta area dove sono emerse anche le mura della fortezza di Agsu, linee idriche e fognarie, un complesso di terme, abitazioni, negozi, laboratori di ceramiche, numerosissime monete ed altri materiali che confermano il ruolo centrale che la città svolse sulle rotte del commercio dell'epoca.

La Tomba del Piccolo Principe

La Tomba del Piccolo Principe
Un'equipe di studiosi italiani dell'Università di Roma ha riportato alla luce, nei pressi di Nassiriya, in Iraq, la Tomba del Piccolo Principe, così denominata dalla giovane età del suo occupante e dal prezioso corredo funebre che vi era contenuto. In quest'ultimo erano compresi strumenti di toletta, un vaso di bronzo a forma di nave e perle di cornalina di grande valore.
La campagna della Sapienza è la prima affidata a una spedizione straniera dopo i conflitti del Golfo ed è diretta dall'assiriologo Franco D'Agostino. Si delinea l'esistenza, in questo luogo, di un rilevante insediamento di III millennio a.C.. I ricercatori sono arrivati a questa datazione anche grazie al ritrovamento di cento coppette di ceramica ed a manufatti di bronzo. Sul sito è stato anche ritrovato un sigillo in conchiglia, dalla forma cilindrica, su cui appare la scena di un banchetto simile agli esemplari ritrovati nel Cimitero Reale di Ur.
Anche le perle in cornalina risalgono alla stessa data dei reperti di ceramica e di bronzo e provengono dalla Valle dell'Indo. Analizzando questa sepoltura gli esperti sperano di conoscere meglio le antiche procedure di interramento dei cadaveri che, finora, non sono mai state rivelate dagli scavi mesopotamici.
In una trincea a sud-est è stato individuato un muro in mattoni crudi che pare delimitare un ambiente piuttosto ampio. Probabilmente si tratta di un muro perimetrale risalente al periodo protodinastico.

Il papiro dell'Ave Maria...

Il Papyrus Rylands 470
Nel 1917 un inglese ritrovò un documento che conferma la tradizione cristiana che vuole che la preghiera più antica rivolta alla Madonna sia l'"Ave Maria". Il documento è catalogato come Papyrus Rylands 470.
Questo papiro fa parte di un lotto di papiri recuperato da un esperto di archeologia, paleografia e storia delle religioni dell'Università di Manchester, James Rendel Harris. Non si conosce, però, né il luogo esatto dove il ricercatore ha comprato il Papyrus Rylands 470 né la provenienza dei reperti. Si sa che la raccolta si trovava in terra egiziana fino al termine del primo conflitto mondiale.
L'Università di Manchester fece esaminare il Papyrus Rylands 470 dai suoi esperti che lo datano ad un periodo compreso tra il III ed il IV secolo d.C.. Il professor Colin Henderson Roberts, membro del comitato scientifico della Oxford University, sostenne che il titolo "Madre di Dio" era stato usato per la prima volta da Atanasio, patriarca di Alessandria d'Egitto morto nel 373. Sir Harold idris Bell, papirologo specializzato in reperti egiziani di epoca romana, ritenne che il papiro era un esemplare destinato ad essere usato come modello per un incisore. Ma fu un monaco benedettino a contribuire efficacemente all'identificazione e datazione dell'importante reperto, Feuillien Mercenier, membro di una comunità monastica belga a Chevetogne.
Padre Mercenier si procurò il testo del papiro e la traduzione latina della versione in copto. Essendo un esperto di studi orientali e liturgici, il benedettino non ebbe difficoltà a riconoscere l'antichissima invocazione mariana del "Sub tuum praesidium", la formula più antica dell'"Ave Maria" ora storicamente accertata. L'invocazione si ispira a testi biblici, soprattutto tratti dalla "Bibbia dei Settanta". L'inizio richiama l'immagine dell'ombra delle ali, che ricorda la protezione divina accordata anche da alcune divinità egiziane. Il termine "praesidium" è di origine chiaramente militare e si riferisce ad un luogo ben difeso, un presidio, appunto, all'interno del quale si rifugiavano coloro i quali erano perseguitati a causa della fede. Il che conforta ulteriormente l'appartenenza del frammento di papiro al III secolo d.C., all'epoca delle persecuzioni di Decio e Valeriano, durante le quali furono uccisi molti africani e che si scatenarono nella zona dove fu composto il primitivo testo del "Sub tuum praesidium".
Finora non si conosceva un testo che comprovasse il culto di invocazione alla Vergine per il periodo storico al quale appartiene il Papyrus Rylands 470.

S. Vincenzo al Volturno, una storia più che millenaria

La chiesa di S. Vincenzo al Volturno
Uno squarcio di luce in un periodo piuttosto buio della storia italiana stanno dando le ricerche e le scoperte che gli archeologi vanno facendo nel complesso di San Vincenzo al Volturno, in provincia di Isernia.
Il complesso è databile ad un periodo compreso tra il VII e l'VIII secolo d.C. ed è ricchissimo di bellezze al punto da spingere ad aprire, al suo interno, un sofisticato laboratorio di restauro pittorico, dove gli esperti hanno potuto comodamente analizzare le decine di migliaia di frammenti di affreschi che dovevano, un tempo, decorare le pareti.
L'area in cui si installò l'abbazia di S. Vincenzo al Volturno ha restituito, però, anche testimonianze antecedenti all'arrivo dei monaci benedettini. Sono state, infatti, riportate alla luce un insieme di 25 sepolture di VI-V secolo a.C., probabilmente attribuibili ai Sanniti. Nell'area vicino al fiume Volturno, invece, si era installato un complesso abitativo di II secolo a.C., al quale si sovrappose, in epoca alto medioevale, una chiesa con cimitero annesso (IV-VI secolo d.C.).
Notizie in merito al complesso monastico sono giunte fino a noi attraverso il "Chronicon Vulturnense" (conservato attualmente in Vaticano), compilato, nel 1130, dal monaco Giovanni che aveva attinto a fonti più antiche di quasi duecento anni.
Vincenzo, il martire spagnolo a cui è dedicato il complesso, sarebbe nato a Huesca, avrebbe studiato a Saragozza e sarebbe morto durante le persecuzioni dell'imperatore Diocleziano (303-311 d.C.). Il centro molisano a lui dedicato diventò ben presto il crocevia di interessi politici delicati, durante le lotte tra Franchi e Longobardi per il predominio in Italia.
Il primo impianto di cenobio vide la luce nel 702, quando tre monaci benedettini, provenienti dall'abbazia di Farfa - tali Paldo, Taso e Tato - ricevettero il beneplacito alla fondazione di un luogo di preghiera da parte del potente duca di Benevento, Gisulfo I. Il primo impianto dell'abbazia utilizzò quanto rimaneva delle strutture romane, integrandole con materiali deperibili come legno, fango e frasche. Il primo edificio in muratura era noto come Chiesa Sud, di fattura molto semplice, costruito sull'area cimiteriale tardoromana. In meno di un secolo da allora, sotto gli abati Giosuè ed Epifanio, il complesso si trasformò notevolmente dal punto di vista architettonico e artistico. Sul lato est, che si affacciava sul fiume, vennero installate le cucine del monastero e, accanto ad esse, i cellaria, magazzini dove venivano conservate le derrate alimentari. Sul lato ovest, oltre ad una serie di ambienti non ancora ben identificati, si trovava la basilica di San Vincenzo Maggiore, preceduta da un'area aperta occupata, probabilmente, da altri edifici e da alcune botteghe artigiane. Nel IX secolo S. Vincenzo al Volturno era una vera e propria cittadella, con ben nove chiese, alloggi, refettorio, laboratori artigianali. Non solo, ma vantava anche possedimenti in Abruzzo, nella parte meridionale del Lazio, in Campania, Puglia e Basilicata. Nel 787 Carlo Magno stipulò con i monaci di S. Vincenzo al Volturno un accordo che concedeva a costoro l'autonomia finanziaria ed amministrativa.
Il momento critico, per il grande complesso molisano, si ebbe il 10 ottobre 881. Esaurito il rito collettivo della cena (a base di carne di volatili, pesce di fiume e frutta), all'improvviso irruppero le orde saracene al servizio del duca-vescovo di Napoli Atanasio II. La cittadella monacale cadde rapidamente in mano agli assalitori e fu messo tutto a ferro e fuoco. Pochi monaci scamparono ed i primi a ritornare a S. Vincenzo al Volturno lo avrebbero fatto solo a cento anni dal disastro, nel tentativo di ripristinare l'antico splendore. Gli scavi hanno rivelato che le strutture della basilica furono riedificate ex novo nella parte orientale dell'edificio. La parte occidentale, invece, venne ristrutturata radicalmente. Fu realizzato anche un atrio quadriporticato, detto in latino medioevale paradisus, preceduto da una rampa monumentale, che inglobò parte delle strutture di IX secolo. All'interno del paradisus venne realizzata un'area di sepoltura per parte della comunità monastica di San Vincenzo. Intorno al 1030, sotto l'abate Ilario, si completò la chiesa con un nuovo ciclo di decorazioni pittoriche e si eresse, di fronte alla sua facciata, una struttura composta da tre torri, culminante con una torre campanaria posta in posizione centrale, più alta della stessa chiesa. Questo tipo di costruzioni, dette in latino triturrium e in tedesco westbau, dovevano monumentalizzare la facciata e sono di matrice tipicamente tedesca (si ritrovano anche a Farfa, Subiaco e Montecassino).
Alcuni edifici a nord e sud della grande basilica sono stati datati, dal ritrovamento di alcune ceramiche, all'XI secolo. Uno di questi edifici era decorato da un pavimento in mosaico ed opus sectile ed è stato identificato come una sala capitolare.
Il trasferimento della struttura monastica sulla riva destra del Volturno tra l'XI e gli inizi del XII secolo, determinò la progressiva e completa demolizione degli antichi edifici per poter recuperare materiale costruttivo. Il nuovo monastero fu concepito come complesso fortificato protetto su tre lati da un muro di cinta. La chiesa, che fu consacrata nel 1115, era preceduta da un atrio quadriportico ed affiancata da fabbriche monastiche ora scomparse.
Nel 1699 una bolla di papa Innocenzo XII decretò il passaggio di quel che restava del complesso cenobitico di S. Vincenzo al Volturno all'abbazia di Montecassino.
Tra i ritrovamenti archeologici che segnano la testimonianza delle vicende storiche del complesso di S. Vincenzo al Volturno, compaiono anche le punte di lancia saracena conficcate nel portone d'ingresso al monastero. La cripta del monastero è affrescata con un ciclo pittorico estremamente raffinato, che comprende le scene degli arcangeli menzionati nell'Apocalisse di S. Giovanni e le vivide scene di martirio di alcuni santi come Stefano e Lorenzo. Il ciclo pittorico risale al IX secolo. All'esterno della cripta, nell'area dell'antica cittadella, è stata riportata alla luce una necropoli con oltre 40 tombe in cui sono stati trovati inumati circa cento individui, alcuni dei quali erano, forse, gli abati che hanno retto il complesso monastico.
Alcune piattaforme di legno, rinvenute sul lato della cittadella che dà sul fiume, costituivano una sorta di banchine per l'attracco di imbarcazioni fluviali. Qui pervenivano merci e viveri. La dieta quotidiana dei religiosi è stata ricostruita, invece, indagando gli scarichi delle cucine, dove gli studiosi hanno rinvenuto ossa di uccelli e pesce (cefali, orate, trote ed anche anguille). C'è da ricordare, inoltre, sempre per la "dieta monacale", che S. Vincenzo al Volturno possedeva peschiere situate nlle lagune pugliesi di Siponto e Lesina.

venerdì 23 marzo 2012

Ritornano a "vivere" gli antichi Ercolanesi

La Marina di Ercolano con, in basso, i fornici
Sono stati "clonati" 150 dei 300 scheletri ritrovati nei fornici della marina dell'antica Ercolano. Gli Ercolanesi tentarono, invano, di sfuggire all'eruzione del Vesuvio del 79 d.C.. I loro resti furono scoperti nel 1980. In totale sono stati riprodotti i gruppi di scheletri ritrovati sotto le arcate che servivano da ricoveri per barche e magazzini.
I primi scavi degli arconi sottostanti le Terme di Ercolano e l'area sacra dedicata a Venere iniziarono il 2 luglio 1981, con la liberazione dal fango consolidato dell'arcone III.
Responsabile della clonazione degli antichi Ercolanesi è stato l'archeologo Mario Pagano, attuale responsabile della Soprintendenza archeologica dell'Umbria. I gruppi di individui sono stati ricostruiti servendosi di particolari materiali. Secondo alcune indiscrezioni trapelate dalla Soprintendenza archeologica di Napoli e Pompei, nella prossima XIV settimana della Cultura (dal 14 al 20 aprile 2012), gli individui clonati dovrebbero essere visibili nei loro ambienti originari.

Domiziano e la camera con vista...

Lo Stadio di Domiziano
Anche Domiziano aveva una "camera con vista" che dominava il suo stadio privato, trecento metri di arena porticata con un sofisticato sistema di volte a cassettoni. Sta per svelarsi la stanza segreta dell'imperatore, la cosiddetta "Sala dei Capitelli", costruita nella seconda metà del I secolo d.C. e ora restituita al suo antico splendore da un complesso restauro della Soprintendenza archeologica di Roma.
La sala non è mai stata visibile al grande pubblico a causa delle sue condizioni di degrado provocate dalle infiltrazioni di acqua e dai frequenti distacchi e crolli. Ora il restauro ha permesso di impermeabilizzare le volte e preservarle da crolli ed infiltrazioni, soprattutto rendendo visibili gli spettacolari cassettoni di rarissima qualità, eseguiti direttamente sulla struttura muraria.
Il restauro, partito nel 2009, ha permesso anche di scoprire parti di decorazioni policrome in cui sono presenti tracce d'oro. La sala prende nome dai colossali capitelli che tuttora custodisce, provenienti dalla Domus Flavia nella quale è inserita. Si trattava sicuramente di un ambiente di rappresentanza direttamente collegato dallo stadio.

martedì 20 marzo 2012

Antiche incisioni in Sudafrica

Il frammento di ocra ritrovato in Sudafrica
Nella grotta del fiume Klasies, in Sudafrica, è stato ritrovato un pezzetto di ocra con una serie di incisioni lineari che gli archeologi ritengono essere la più antica incisione al mondo. Il pezzetto di ocra risale a circa 100.000 anni fa ed era associato a resti umani, quasi certamente è stato inciso da un Homo Sapiens.
Il frammento di ocra misura circa 7 centimetri di lunghezza e contiene una serie di grandi linee incise e diverse. Gli studiosi cercheranno di capire se le incisioni abbiano un valore simbolico. Disegni simili su ocra sono stati rinvenuti nella grotta di Blombos, sempre in Sudafrica, e su frammenti di guscio di uova di struzzo a Diepkloof Rock Shelter.

domenica 18 marzo 2012

La ragazza con la croce d'oro e granati

La croce d'oro e granati ritrovata sul corpo della fanciulla in Inghilterra
Gli archeologi hanno scoperto, nel Cambridgeshire, in Inghilterra, un letto sul quale era adagiato, da ben 1300 anni, il corpo di una giovane donna anglosassone con una croce d'oro tempestata di granati sul petto. Nelle vicinanze sono state ritrovate altre tre sepolture, due di donne più giovani e la terza di una persona anziana di cui non si è ancora potuto stabilire il sesso.
Gli specialisti sono al lavoro sulle ossa dei tre inumati ed hanno potuto stabilire che i resti della sepoltura più importante appartengono ad una fanciulla di circa 16 anni di età, le cui cause di morte non sono state ancora accertate. Certamente la fanciulla era cristiana, dal momento che è stata sepolta con la splendida croce cucita sul vestito da sposa, eppure fu seppellita secondo l'antica tradizione pagana, con tutte le cose che aveva di più preziose: un coltello di ferro, una catena appesa alla cintura e qualche perla di vetro, appartenente in origine, forse, ad una borsa che è andata perduta.
Il ritrovamento è stato effettuato alla periferia di Cambridge, all'interno di quello che si è rivelato come un insediamento anglosassone sconosciuto in precedenza. Potrebbe trattarsi di un ricco insediamento monastico che tuttora giace per gran parte al di sotto di una vicina fattoria e del suo cortile, anche se non sono state trovate tracce di registrazione di una chiesa antecedenti al XII secolo sul posto.
Croci pettorali e deposizioni su letti di legno sono estremamente rare per il cristianesimo degli albori, in Inghilterra. La croce ritrovata sul petto della giovane, in oro e granato, ha un'elevatissima qualità ed è uno degli esempi più sofisticati della lavorazione del metallo presso gli Anglosassoni. Finora ne sono state ritrovate solamente cinque. Pare che la giovane indossasse la croce quando era in vita, lo si è dedotto dalle tracce di sfregamento rinvenute sulle braccia dell'oggetto. Anche il letto di deposizione della defunta poteva essere stato quello comunemente utilizzato in vita dalla ragazza.
Questo ritrovamento contribuisce a gettare nuova luce su un periodo ritenuto, finora, piuttosto buio dagli archeologi.

Rarissima statua in legno di faraone scoperta in Egitto

La statuetta faraonica in legno ritrovata in Egitto
Un team di archeologi canadesi ha riportato alla luce una rarissima statua in legno appartenente ad un faraone in un sito nel sud dell'Egitto. Si pensa che la statua possa raffigurare Hatchepsut, la grande donna faraone vissuta circa 3500 anni fa, cancellata dalla storia dal suo successore e figliastro Thutmosis III.
I ricercatori canadesi sono guidati dall'archeologa Mary-Ann Pouls Wegner, dell'Università di Toronto ed hanno riportato alla luce anche degli edifici religiosi finora sconosciuti ed una notevole quantità di mummie di animali, tra i quali gatti, pecore e cani.
La statua ritrovata era stata scolpita nel legno in alternativa alla pietra, in quanto più leggera e facile da trasportare durante le processioni rituali. Ora si trova, insieme agli altri reperti riemersi durante la campagna di scavo, sotto sorveglianza. L'attribuzione ad una donna della statua è stata basata sulla sottigliezza della vita e sulla modellazione più delicata del mento, attributi che erano generalmente riservati, dagli scultori, a statue con soggetto femminile.

Pontecagnano, emerge una rara tomba a cubo del VI secolo a.C.

Pontecagnano Faiano, la tomba a cubo appena scoperta (Foto: archeomedia.net) Durante le indagini di archeologia preventiva condotte in vista...