sabato 14 aprile 2012

Antiche presenze cristiane lungo il tratto umbro della Flaminia

Tracciato della Flaminia in Umbria
La via Flaminia prende nome dal console Caio Flaminio e venne costruita tra il 220 e il 219 a.C., adattando preesistenti tracciati, tra i quali alcuni erano molto antichi e segnavano le rotte della transumanza e degli spostamenti delle popolazioni che si stabilirono, a partire dall'Età del Ferro, nella valle del Tevere.
I Romani vollero essenzialmente creare un percorso viario strategico che si dirigesse a nord, verso la Gallia Cisalpina, in modo da collegare Roma con l'Adriatico. La Flaminia, pertanto, rimase per lungo tempo la principale via dei comunicazione tra il centro dell'impero e le regioni transalpine. Da Roma per Ocriculum (attuale Otricoli), attraverso la Regio IV corrispondente alle attuali Umbria e Marche settentrionali, la via raggiungeva la costa a Fanum Fortunae (Fano) e Ariminum (Rimini) proprio come oggi.
In Umbria la parte più antica del percorso della Flaminia (la Flaminia vetus) è quello che passa da Narnia (Narni) per Carsulae, Vicus Martis Tudertinum (Massa Martana), Mevania (Bevagna) e Forum Flaminii (Foligno). In età tardo imperiale il tratto Narnia-Forum Flaminii fu particolarmente battuto rispetto al tratto orientale che collegava Interamna (Terni) e Spoletium (Spoleto).
Il passaggio dalla Flaminia vetus alla Flaminia nova è attestato nell'Itinerario Burdigalense del IV secolo d.C., in cui non compare per nulla il percorso della Flaminia vetus. Si pensa che questo cambiamento sia dovuto alla riforma dioclezianea dell'assetto degli assi viari. Diocleziano, tra le altre innovazioni, fuse in un'unica entità territoriale la Tuscia e l'Umbria e questo provocò lo spostamento di buona parte dell'area orientale dell'Umbria alla nuova Regio, chiamata Regio Flaminia et Picenum.
La Flaminia vetus, il tracciato occidentale corrispondente a quello originario, nacque come strada militare e per tutta l'epoca tardo imperiale conservò una percorribilità piuttosto agevole. Questo tratto fu privilegiato ai fini del commercio, dal momento che incrociava diverse vie secondarie che arrivavano ai centri agricoli delle zone pianeggianti ed agli oppida (centri fortificati) periferici.
Catacombe di Villa S. Faustino
A partire dal II secolo d.C. la Flaminia divenne la via di diffusione del cristianesimo in Umbria, regione priva di sbocchi sul mare. Sulla Flaminia vetus, a pochi chilometri da Carsulae, nei pressi del Vicus Martis Tudertinum, si trova il cimitero cristiano di Villa S. Faustino di Massa Martana. Lungo il percorso della via Flaminia nova, invece, è possibile vedere i maggiori monumenti paleocristiani dell'Umbria, concentrati per la maggior parte nei pressi di Spoleto (la basilica di S. Salvatore, l'area cimiteriale di S. Ponziano e il tempio sul Clitunno).
La catacomba di S. Faustino si colloca dopo Carsulae, sul tratto di Flaminia vetus che si dirige a Mevania e Forum Flaminii. L'ipogeo ha un ingresso solamente: sul pendio collinare di Monticastri, non lontano dalla chiesa abbaziale di Villa S. Faustino, realizzata nel XII secolo su un impianto romano preesistente. Il territorio nel suo complesso era anticamente indicato come fundus Marciano. Alla famiglia Marciana, menzionata in alcune epigrafi visibili al palazzo municipale di Todi, sarebbe appartenuto lo stesso Faustino, santo che la tradizione ecclesiastica locale vuole vissuto nel IV secolo. Non lontano dall'ingresso dell'ipogeo paleocristiano si trovano i resti del Ponte Fonnaia (I secolo a.C.), raro esempio di ponte romano in perfetto stato di conservazione.
L'ipogeo di Villa S. Faustino fu scoperto nel '600 da Giuseppe Mattei e studiato dall'archeologo Giuseppe Sordini agli inizi del '900. Presenta un corridoio centrale di 22 metri da cui si irradiano quattro cunicoli più piccoli. Non vi sono iscrizioni e gli studiosi hanno attestato l'utilizzo di questa sepoltura ad un periodo compreso tra il IV e il V secolo d.C.. Accanto all'ipogeo è stata scoperta anche una chiesa protocristiana piuttosto piccola, con abside, probabilmente collegata agli oratori o vestiboli che caratterizzano le aree cimiteriali più note, che fungeva da ingresso alla zona sepolcrale vera e propria.
Chiesa di S. Pietro extra moenia (Spoleto)
La catacomba di S. Faustino non contiene molte sepolture ed i corredi funerari che vi sono stati ritrovati sono piuttosto poveri, il che ha fatto pensare che servisse una comunità cristiana costituita in massima parte da agricoltori. Interessante è la presenza di un sarcofago a forma di toro scolpito sulla roccia, che suggerisce l'ipotesi di una continuità tra un primitivo luogo di culto collegato a Mitra ed un successivo luogo di sepoltura cristiana.
Le più importanti ed imponenti testimonianze archeologiche paleocristiane sono visibili a Spoleto. A sud della città vi è la chiesa di S. Pietro extra moenia, eretta dal vescovo Achilleo su una necropoli pagana nel V secolo d.C.. Qui la tradizione vuole che siano state trasportate una parte delle catene che, nel carcere Mamertino di Roma, avevano avvinto Pietro. L'impianto venne inglobato, nel XIII secolo, e completato in forme romaniche nel 1393.
A nord di Spoleto vi è l'area cimiteriale di S. Ponziano e la basilica di S. Salvatore. Il complesso di S. Ponziano presenta, nel suo centro, una chiesa dedicata a questo santo, morto nel 175 durante la persecuzione di Marco Aurelio Antonino. La chiesa paleocristiana (ricostruita tra il XII e il XIII secolo e ripresa nel XVIII) conserva una cripta a tre navate poggiante su colonne romane.
Basilica di S. Salvatore, interno (Spoleto)
Il complesso più interessate è, però, sicuramente la basilica di S. Salvatore, risalente al IV-V secolo d.C., o del Crocefisso per la presenza di un affresco trecentesco nel catino absidale, elevata fuori dal perimetro murario di Spoleto. Si tratta dell'unico esempio di basilica paleocristiana integra in territorio umbro. L'edificio è composto da numerosi materiali di spoglio. Nella sezione inferiore della facciata vi sono tre portali con cornici a mensole; il centro del fregio ripete il tema della croce a braccia patenti inserita in girali di acanto. E' una decorazione molto originale che si ritrova all'esterno del tempio sul Clitunno. Gli studiosi pensano all'opera, in loco, di maestranze provenienti dalla Siria, collegate alle comunità di monaci basiliani la cui presenza, sui rilievi attorno a Spoleto, è attestata dal V secolo d.C.. L'interno della basilica di S. Salvatore è a tre navate con colonne scanalate (di spoglio). La zona del transetto e del presbiterio presenta anch'essa delle colonne su cui poggiano trabeazioni con elementi scelti di proposito per essere assemblati insieme: colonne doriche, modanature e cornici ioniche, corinzie e composite. Un riassunto dell'arte classica.
Tempio del Clitunno (Spoleto)
Le fonti del Clitunno sono sfiorate dalla via Flaminia e si trovano a pochi chilometri di distanza da Spoletium e Forum Flaminii. Qui vi è una ricchissima profusione di acque, già decantata nell'antichità. Plinio il Giovane (61-114 d.C.) parla di un tempio dedicato a Clitumnus, dio fluviale, di cui descrive il simulacro, e di diverse edicole dedicate a divinità minori. I cristiani, proprio in questo luogo, eressero un piccolo tempio con materiali di reimpiego, una rarità in campo di architettura protocristiana. Il tempietto del Clitunno è piuttosto piccolo, poiché nacque come oratorio, più che come vera e propria chiesa. Il fatto che la costruzione sia nata già come edificio cristiano è attestato da una iscrizione dedicatoria posta lungo il fregio della trabeazione esterna. Il tempietto risalirebbe al IV-V secolo, lo stesso periodo della costruzione della basilica di S. Salvatore. E' un tempio in antis, con i muri laterali della cella prolungati ad anta in facciata, eretto su un podio, provvisto di un vestibolo e due portici di ingresso. Originariamente era costituito da una cella che ricalcava le proporzioni e gli intenti dei naos dei templi antichi, dove si custodiva l'immagine o il simulacro del dio oggetto di culto. La cella possiede un'edicula a forma di nicchia sospesa e imita la facciata di un tempio. L'ambiente interno, piuttosto piccolo, presenta anche degli affreschi, i più antichi dell'Umbria cristiana. Sono pitture riprese anche nel portico sotterraneo che risalgono, con tutta probabilità, al VI-VIII secolo d.C.. Nell'abside è raffigurato il Cristo Pantocratore benedicente con in mano il volumen, la Parola. A sinistra del Cristo è ritratto S. Pietro, a destra S. Paolo.

venerdì 13 aprile 2012

L'opus sectile di Ostia antica

Pannello con leone che azzanna
un cerbiatto
Nell'area sud-occidentale di Ostia, fuori Porta Marina, intorno al 1940 affiorarono alcune lastre sagomate di marmi policromi che raffiguravano un leone nell'atto di ghermire la preda. Lo scavo, che fu ripreso nel 1959, permise di ritrovare un edificio monumentale al cui interno vi era una grande sala con esedra rettangolare sulla parete di fondo.
Le pareti dell'edificio riportato alla luce erano decorate a intarsio di marmi colorati (opus sectile) ed erano crollate all'interno dell'aula già al momento della costruzione. Le formelle del pavimento erano predisposte ma non ancora messe in opera, le pareti erano prive di zoccolatura. Si ritrovarono anche due fosse per lo spegnimento della calce nell'esedra e in una stanza attigua alla sala maggiore. Nella malta di allettamento di uno dei pannelli con leone furono rinvenute due piccole monete di bronzo dell'usurpatore Magno Massimo (383-388 d.C.). La moneta più recente rinvenuta nello scavo appartiene a Flavio Eugenio (392-394 d.C.), per cui gli studiosi ipotizzano che il crollo dell'edificio sia avvenuto tra il 394 e il 400 d.C. circa.
Il restauro è stato condotto tra il 1959 e il 1966 ed è stato finalizzato alla ricostruzione dei pannelli decorati. La lunghezza di questi pannelli è di 146 metri quadri ed ora sono esposti al Museo Nazionale dell'Alto Medioevo a Roma. Successivamente i pannelli furono messi in deposito e, nel 1999, per motivi conservativi, è stato rivisto il precedente restauro. La decorazione dell'aula si articolava in zone sovrapposte. A partire dal basso si succedevano una fascia a specchiature e lesene, un grande fregio floreale, un fregio con elementi vegetali e geometrici, una zona con animali che lottano ed una fascia di coronamento con specchiature e dischi.
Fregio decorativo
Il pavimento dell'edificio era composto da 40 formelle intarsiate e produce l'effetto di un tappeto policromo di 32 metri quadri. L'esedra di fondo era decorata con un motivo a scacchiera. Gli studiosi pensano che il soffitto della sala fosse costituito da un mosaico di pasta vitrea verde-azzurra con tralci di vite ricoperti d'oro, recuperato solo in piccola parte.
L'eccezionalità del reperto sta nella perfetta conservazione dell'opus sectile dell'edificio, malgrado il crollo che lo stesso ebbe a soffrire. Gli esemplari coevi che certamente abbellivano molti edifici dell'Urbe, infatti, non sono giunti fino a noi. La decorazione marmorea della domus di Ostia ricorda quella della domus rinvenuta sul Colle Oppio al Campidoglio, sopra la cisterna delle Sette Sale, anch'essa attribuibile al IV secolo.
Pannello con ritratto
virile barbuto
Nell'opus sectile di Ostia sono presenti due busti virili: un giovane aristocratico con la barba bordata di porpora e un adulto dallo sguardo penetrante, barba, capelli lunghi e un nimbo intorno al capo. Molti vedono nell'immagine il volto di Cristo benedicente mentre un'ipotesi più recente vuole che il personaggio sia, in realtà un filosofo della scuola neoplatonica, molto diffusa nel IV secolo. Quest'ipotesi è avvalorata dal ritrovamento, in domus tardo-antiche della Grecia, di cicli decorativi con filosofi e poeti classici.
Come veniva utilizzato questo inusuale edificio rinvenuto ad Ostia? Le caratteristiche che presenta sono senz'altro proprie di una residenza di lusso tardo-antica. La sala maggiore, più ricca e grande delle altre, è modellata sulle aule di udienza dei palazzi e delle ville imperiali. A Ostia vi erano numerose domus tardo-imperiali con planimetrie articolate da portici e ninfei, caratterizzate da un'aula maggiore con abside o nicchie o esedre. Sale, sicuramente, di rappresentanza, con una parte deputata alle cerimonie conviviali, alle quali potevano accedere solo gli ospiti più importanti del dominus. Si può pensare che la grande sala dell'opus sectile di Ostia potesse essere un triclinium, dove i convitati potevano ammirare la decorazione delle pareti ed il mare poco lontano.
Fregio decorativo
Non si sa chi sia stato il proprietario di questa lussuosa dimora, forse un funzionario dell'annona, interessato ai commerci oppure un membro dell'aristocrazia senatoria.
L'opus sectile era un rivestimento delle pareti ottenuto da lastre di marmi diverse tagliate in varie forme e disposte in modo da formare disegni geometrici o figure. Le lastre erano levigate e lucidate, quindi tagliate nella forma voluta ed assemblate sul piano di lavoro per comporre la decorazione. L'uso di decorare le pareti con questo materiale pregiato fu introdotto a Roma nella metà del II secolo a.C. e raggiunse un altissimo livello tecnico in età neroniana e flavia. Nel IV secolo d.C. l'opus sectile si diffuse in tutte le province dell'impero. La richiesta di materiale pregiato divenne talmente pressante che dovettero essere emanati degli editti che regolamentassero l'estrazione e la circolazione dei marmi (Editto di Diocleziano, 301 d.C.). I componenti dell'opus sectile della dimora ostiense sono marmi tra i più pregiati dell'impero: porfido rosso egiziano, porfido verde di Grecia (serpentino), giallo antico nordafricano e pavonazzetto dall'Anatolia. Accanto a questi pregiatissimi marmi compaiono alabastro, bardiglio, breccia dorata, cipollino, greco scritto, lunense, tasio, palombino, portasanta, rosso antico, verde antico, provenienti da Italia, Spagna, Grecia, Turchia, Egitto, Tunisia e Algeria.
La domus di Ostia non si è consunta nel tempo né è stata spogliata dei suoi preziosissimi arredi, che sono stati quasi tutti recuperati e posti in opera; è, piuttosto, crollata in fase di realizzazione, forse quando ancora non era stata ultimata. Le cause del crollo non sono naturali, in quanto si sarebbe preceduto, in questo caso, all'immediata ricostruzione. Le pareti abbattute sono cadute a terra come ripiegate su se stesse. Probabilmente l'edificio crollò per una causa violenta, forse una furia iconoclasta, religiosa, ideologica legata a motivi particolarmente sentiti. Il IV secolo era un momento particolare per la lotta alle ancora persistenti ideologie pagane, cancellate con particolare determinazione.

Suasa, antica colonia romana

Panorama del territorio di Suasa
Nelle Marche, al confine tra le province di Ancona e Pesaro Urbino, il Dipartimento Archeologico dell'Università di Bologna opera allo scavo della città romana di Suasa.
La città romana si trova sul fondovalle del Cesano, tra la costa adriatica e il monte Catria. La sua nascita va posta in relazione con il processo di romanizzazione della valle, legato alla Lex Flaminia de Agro Gallico et Piceno viritim dividundo (232 a.C.). In seguito a questa legge l'organizzazione del territorio cambiò radicalmente. Le terre che prima erano di proprietà dei Galli Senoni, conquistate dopo una serie di battaglie il culmine delle quale fu quella di Sentinum (Sassoferrato, 295 a.C.), vennero divise in lotti ed assegnate a coloni romani. L'arrivo di questi ultimi fu notevolmente facilitato dalla presenza, lungo la valle, di un antico percorso di transito che collegava l'interno appenninico con l'area adriatica ancor prima della costruzione della via Flaminia, nel 220 a.C., che arrivava a Fano.
Le fonti letterarie non illuminano molto sulle origini di Suasa. Sia la topografia che l'epigrafia portano a credere che la città era già ben strutturata nel III secolo a.C. come praefectura, centro di coordinamento di una vasta e popolata area rurale. Dopo il 49 a.C. la città si ampliò e venne "promossa" a municipium retto da due magistrati, i duoviri. La città di Suasa era l'unica situata nella valle del Cesano, a circa 30 chilometri dalla foce del fiume.
Gli scavi testimoniano una consistente presenza romana già in pieno III secolo a.C., in parallelo con la deduzione della colonia di Sena Gallica (Senigallia). Suasa, fiorente fino alla tarda antichità, declinò e fu abbandonata in seguito alla guerra greco-gotica (535-553). I marmi e le pietre che la componevano furono in seguito utilizzate per costruire gli abitati medioevali che sorsero nelle vicinanze.
Necropoli della città di Suasa
Durante il medioevo fu la vicina abbazia benedettina di San Lorenzo in Campo a svolgere un ruolo centrale nella valle del Cesano. L'abbazia fu fondata tra il IX e il X secolo e affiancata da altri importanti monasteri, tra i quali quello di Santa Maria in Portuno.
L'Università di Bologna, nei suoi scavi, ha riportato alla luce due settori di Suasa, divisi dal moderno percorso viario che ricalca l'antico tracciato del decumano massimo. Da un lato della strada vi era la grande piazza del foro contornata da portici su tre lati e aperta verso l'arteria principale; dall'altro lato sono stati riconosciuti degli edifici di utilità pubblica, tra cui il teatro e l'anfiteatro, e abitazioni private. Il foro, pavimentato con lastre di pietra e conservante numerose basi di monumenti onorari, sorse nel I secolo d.C., occultando due templi di epoca precedente (II-I secolo a.C.). Non sono state ritrovate le mura di cinta della città. La strada che divide Suasa è delimitata, fuori dal centro abitato, da due necropoli di I e IV secolo d.C.. Nella necropoli settentrionale vi sono sepolture a inumazione; in quella meridionale sono state indagate oltre 50 inumazione e due fosse (ustrinae) scavate per l'incinerazione delle salme. Sono stati anche ritrovati e recuperati i resti di un letto funebre decorato in osso di epoca imperiale.
Giardino della domus dei Coiedii
Tra le abitazioni vi è la ricca domus dei Coiedii (II secolo d.C.), con pavimento in mosaico e tarsie marmoree, pitture alle pareti, impianti termali e settore di rappresentanza, che si estende su oltre 3.000 metri quadri di estensione. L'ambiente più prestigioso della casa è certamente l'oecus tricliniare, ad est del quale fu sistemato il grande giardino con porticato, vasche con fontane, ambienti di soggiorno estivo. Non lontano da questa domus è stato riportato alla luce un altro edificio di II secolo d.C. anch'esso, forse delle terme pubbliche, in cui si conserva un mosaico con la testa di Oceano. La domus dei Coiedii è una casa aristocratica di notevole qualità. L'edificio che è possibile ammirare oggi è il frutto di numerosi cambiamenti avvenuti nel corso dei secoli. Una prima fase appartiene al I secolo a.C. ed è caratterizzata da una piccola casa ad atrio con hortus interno. A questa seguì un fastoso ampliamento agli inizi del II secolo d.C., quando la domus divenne una grande villa suburbana. In questa fase alla casa antecedente vennero aggiunti molti ambienti pavimentati con splendidi mosaici e pareti decorate. Oltre la metà del complesso era occupata da un peristilio con al centro un vero e proprio quartiere termale. La domus aveva anche un secondo ambiente termale, più interno, con una piccola piscina. Gli archeologi hanno attribuito la proprietà della domus ai Coiedii partendo da una base in calcare con un'iscrizione che ricorda Lucius Coiedus Candidus, cavaliere originario di Suasa, senatore al tempo di Caligola (37-41 d.C.) o Claudio (41-54 d.C.). Questa base doveva sorreggere una statua di bronzo che si trovava all'interno della domus e che raffigurava lo stesso proprietario. A far costruire la splendida e lussuosa dimora deve essere, probabilmente, stato un nipote di Lucius Coiedius Candidus. La famiglia dei Coiedii mantenne questa residenza fin, forse, al IV secolo d.C.. Poi, in seguito, forse, al passaggio di proprietà o al trasferimento della gens, la domus andò decadendo lentamente. Nella seconda metà del IV secolo il giardino della domus era già utilizzato come area di sepoltura. L'abbandono della villa coincise con l'abbandono della città di Suasa, intorno al VI secolo d.C., quando oramai la casa era ridotta ad un rudere frequentato soltanto occasionalmente da viandanti in cerca di riparo temporaneo.
L'anello ritrovato nella necropoli di Suasa
Lo studio del vasellame ceramico recuperato durante lo scavo della domus ha evidenziato una fase di frequentazione e di insediamento già in epoca repubblicana. E' stata ritrovata ceramica a vernice nera che mostra interessanti analogie con produzioni di area centroitalica e laziale, oltre che lucerne repubblicane del tipo biconico e cilindrico, anfore rodie e paste vitree a testimonianza di un tenore di vita piuttosto elevato.
Nel 2003 l'indagine attraverso fotografie aeree, pallone aerostatico e aereo, ha portato alla scoperta di un teatro e di un altro edificio a sud della città. Sulla parete esterna della cavea si trova un ampliamento successivo del perimetro esterno della cavea stessa, impostato su uno spesso strato ricco di anfore frammentarie con funzione drenante, databili al II-III secolo d.C., che a sua volta poggia sul resto della cavea. Sulla base di queste indagini, la costruzione del teatro è stata datata al II secolo d.C., in epoca alto-imperiale. Un successivo ampliamento pare poter essere collocato al III secolo d.C.. Il diametro della cavea è stato stimato a 50 metri.
Gli scavi della  necropoli sono stati iniziati nel 1993, per verificare il rapporto tra l'antica Suasa e le due tombe tardo antiche ritrovate nel 1987. Complessivamente sono state ritrovate 39 sepolture ad inumazione, oltre al fondo dell'urna di una tomba ad incinerazione ed i resti di 4 tombe monumentali. Le tombe a inumazione sono rivestite da tegole o mattoni, ma in alcuni casi i corpi sono stati deposti a contatto diretto con il terreno. Cinque inumazioni presentavano come offerte olle e ciotole deposte all'esterno della tomba. Due sepolture ritrovate nella zona settentrionale di Suasa custodivano una lo scheletro di un adulto, un anello d'oro e un grano d'ambra; l'altra era la sepoltura di una donna adulta, arricchita da un corredo di balsamari vitrei, tredici spilloni in osso e parte dell'astuccio che li conteneva. Tutte le sepolture indagate si trovavano in una stretta fascia di terreno ad est della strada romana lungo la quale sorgeva Suasa.

La domus riminese del chirurgo

Tenaglie a becco facenti parte del corredo del chirurgo della domus riminese
La presenza dell'uomo, nel territorio della città di Rimini, risale a milioni di anni fa, con il ritrovamento dell'Homo Erectus prima e con il fiorire, a Verrucchio, della civiltà Villanoviana. Il centro storico della città, invece, conserva l'impronta della colonia di Ariminum, prima colonia a nord degli Appennini, fondata dai Romani nel 268 a.C.
La domus del Chirurgo, recentemente scoperta e rivalutata per la visita dei turisti, ha rivelato una serie di  strumenti chirurgici illuminanti per completare gli studi su quest'antica professione medica, della quale poco o niente è giunto a noi dall'antichità. La domus è oggetto di scavo sin dal 1989 ed offre un'ampia visione di insieme anche grazie ad un sistema di passerelle trasparenti sospese attraverso diverse porzioni di scavo.
La domus del Chirurgo appare essere stata, prima ancora di essere una sorta di gabinetto-abitazione medica, una ricca residenza della prima età imperiale, con un giardino porticato. Nel II secolo d.C. quest'abitazione venne trasformata in una residenza a due piani con cortile, nella quale esercitò la sua professione il proprietario degli strumenti medici ritrovati sotto il crollo dell'edificio, dovuto - probabilmente - ad un incendio devastante, conseguenza di una scorreria germanica avvenuta ai tempi dell'imperatore Gallieno. Proprio a questo evento è ascrivibile l'edificazione della nuova cinta muraria della città, di cui è visibile proprio il breve tratto dietro la domus.
L'abitato tornò a vivere tra il V e il VI secolo con sale di rappresentanza a pianta composita, mosaici e un ninfeo nel cortile. A testimoniare un periodo particolare di crisi dovuta alle guerre greco-gotiche (535-553) vi sono alcune sepolture pertinenti un piccolo cimitero. La Rimini del VII secolo, capitale della Pentapoli marittima bizantina, offre al visitatore odierno resti di case in legno, argilla e laterizi. Dal XIII al XIV secolo, invece, la medesima area fu occupata da edifici di carattere prevalentemente religioso.
La domus del Chirurgo era accessibile attraverso un ingresso posto sul cardine minore. Da qui era possibile traversare un atrio e un disimpegno fino ad arrivare ad un triclinium e ad una taberna medica, sorta di casa di cura costituita da una stanza da letto (cubiculum) collegata a uno studio, un ambiente di soggiorno e due vani dei quali uno riscaldato. Il piano superiore, dove, con tutta probabilità, si trovava la dispensa e la cucina, è miseramente crollato.
Vaso a piede utilizzato per la cura di artrosi e traumi, ritrovato nella domus
Al centro del pavimento dello studio fu ritrovato il corredo medico che ha permesso di attribuire l'abitazione ad un chirurgo. L'ambiente era pavimentato a mosaico con una certa ricercatezza e raffinatezza. L'ambiente riscaldato era, con tutta probabilità, destinato alla cura dei calcoli alla vescica con l'immersione dell'ammalato in acqua calda. Oltre agli strumenti medici, nella domus sono state ritrovate diverse suppellettili, vasellame da cucina e da mensa nonché alcune lucerne.
La formazione del medico, proprietario dell'importante domus di Rimini, era sicuramente di natura militare. Sono stati ritrovati 150 strumenti tra i quali sono notevolmente preponderanti quelli adatti a sanare ferite e ricomporre fratture. Oltre agli strumenti sono stati ritrovati un bacile e un vaso configurato a piede, dotati entrambi di intercapedine in cui introdurre acqua calda o fredda per la cura di artrosi o traumi. Mortai, pestelli, bilance e contenitori in vetro e ceramica parlano della capacità del medico di preparare farmaci.
Il gusto artistico del proprietario della domus riminese è attestato da un quadro in vetro (pinax) con pesci sul fondo del mare, appeso ad una parete del triclinium, ma anche da una coppa in vetro intagliato con figure mitologiche, di manifattura sassanide. Un frammento di statua del filosofo Ermarco, discepolo di Epicuro, attesta la formazione greco-ellenistica del proprietario della domus. Un grafito, rinvenuto sulla parete adiacente il letto di decenza, restituisce anche il nome del medico. Di quest'ultimo, appellato come "homo bonus", rimangono solo tre lettere, YCH, che rimandano al nome greco Eutyches.
Particolare di un pavimento
della domus del Chirurgo
Tra gli strumenti chirurgici che fanno parte del corredo medico, sono stati ritrovati attrezzi di uso specialistico, che denotano l'elevato livello professionale raggiunto dal suo proprietario. Quaranta i questi strumenti - soprattutto pinze, leve e scalpelli - sono pertinenti alla chirurgia ossea e traumatologica. Vi sono anche strumenti utili per la trapanazione del cranio tra i quali sono stati identificati, per la prima volta, due particolari attrezzi: lo scalpello ricurvo e quello lenticolare, raccomandati da Galeno per questo tipo di intervento. E' stato anche riconosciuto un altrettanto inedito "cucchiaio di Diocle", adoperato per estrarre punte di freccia o di lancia. Sono, altresì, presenti pinze di una forma particolarmente allungata (staphylagra, staphylocaustes), adatte alla chirurgia delle parti molli situate in profondità e due esemplari di litotomo, pinze utili all'estrazione dei calcoli dalla vescica. Infine vi sono sette robuste pinze odontoiatriche e alcuni sottili bisturi (pterigotomi) che indicano come il medico proprietario della domus fosse anche un valente odontoiatra e oculista.

mercoledì 11 aprile 2012

Scoperto un portale neolitico nel Galles

Alcuni dolmen del Pembrokeshire
Gli archeologi hanno scoperto i resti del portale di un grande dolmen neolitico che potrebbe essere uno dei monumenti più antichi dell'Europa occidentale, in un campo isolato del Galles.
Si pensa che la tomba fosse costituita da massi giganteschi e che sia stata edificata ben 5500 anni fa. La chiave di volta del portale è decorata da un'apparentemente casuale numero di fori circolari scavati sulla superficie. Quello che rende il portale particolarmente interessante è la presenza, nel terreno circostante, di ossa che attendono di essere accuratamente recuperate per essere datate con il radiocarbonio.
Lo scavo, effettuato nei pressi di Newport, nel Pembrokeshire, è stato diretto da George Nash, Thomas Wellicome e Adam Stanford, che contano di riprendere il lavoro a settembre. Il dottor Nash, docente presso l'Università di Bristol, ha dichiarato che è molto raro ritrovare un sito così antico praticamente quasi intatto, in quanto dal 1600 in avanti le intense attività agricole hanno stravolto le presenze archeologiche sul territorio.
Mentre si pensa di datare la sepoltura relativa al dolmen al 3800 a.C., la ceramica che è stata ritrovata nei pressi sembra essere più recente. Tra i reperti sono stati ritrovate due perle di scisto consumate e forate, entrambe del diametro di 4,5 centimetri, forse si trattava di parte di un gioiello. Il dottor Nash li ha immediatamente ricollegati a reperti analoghi, ritrovati nel 1970 in un vicino insediamento costiero e risalenti al Mesolitico.
L'architrave, che costituiva la chiave di volta del dolmen, diverso tempo fa si è inclinata su un fianco. La sua presenza era stata segnalata già nel 1929, ma il monumento non era stato indagato così come non si era esplorato accuratamente il terreno circostante.

Una cultura delle grandi pietre in India

La scoperta del campo di urne a Mandapan
Una grande urna sepolcrale è stata ritrovata nel villaggio di Mandapam, in India. Il sito appartiene ad un periodo anteriore all'Età Megalitica (o Età del Ferro) nel Tamil Nadu ed è stato datato ad un periodo compreso tra il 1800 e il 1500 a.C.. La località è piuttosto devastata dalla presenza di una cava, per utilizzare la quale le attrezzature meccaniche hanno frantumato grandi urne, ciotole e piatti in terracotta.
I reperti erano depositati a circa uno o due metri sotto la superficie del terreno. Alcuni di essi si sono rivelati ceramiche rituali. Sono state ritrovate anche ossa umane frantumate in due urne diverse. Non c'erano, su queste ultime, graffiti o incisioni. Le urne erano sepolte sotto un cerchio di grandi pietre che ne segnavano la presenza. I vasi rituali sono stati lavorati con un tornio lento.
In un altro sito analogo a quello appena scoperto, Adichanallur, nel 2004 e nel 2005 sono state ritrovate 185 urne funerarie, alcune delle quali contenenti scheletri umani completi. Tra quanto è stato ritrovato all'epoca, si annovera ceramica nera ma anche bracciali di rame, orecchini, punte di lancia in ferro, pugnali e spade.

lunedì 9 aprile 2012

Altre sorprese negli scavi a Trieste

La fistula aquaria con il nome di P. Postumius Primigenius
Ancora sorprese, per gli archeologi, dagli scavi per la realizzazione del Park San Giusto, a Trieste. Nel settore più occidentale dello spiazzo attiguo a via del Teatro Romano, dove è presente un notevole drenaggio di anfore, è stata scoperta una nicchia rivestita di malta idraulica e un pozzo o bacino di fontana di forma quadrata. Approfondendo lo scavo, lateralmente a quello che può essere o un pozzo oppure una fontana, si sono rilevate lastre di una pavimentazione che è stata asportata già all'epoca per permettere l'inserimento di una tubatura in piombo, ritrovata ancora in loco, risalente al I secolo d.C.. Sulla tubatura è presente un marchio a rilievo con il nome Publius Postumius Primigenius.
La tubatura plumbea si è conservata per la lunghezza di due metri ed era collocata in una zona di probabile destinazione pubblica, dotata di acqua corrente. Il piombo, utilizzato per forgiare la fistula aquaria, infatti, proprio per il suo elevato costo veniva impiegato per distribuire in città l'acqua che proveniva da diversi acquedotti pubblici. A questo scopo le fistulae erano bollate con il nome del municipio oppure, a Roma, con il nome dell'imperatore.
Non era raro, però, il caso di tubi di piombo impiegati per portare l'acqua corrente in edifici privati, solitamente ricche domus. In questo caso l'onnipresente bollatura aveva il compito di ricordare il committente o il produttore della tubatura, oppure il proprietario dell'edificio servito dalla stessa. Forse il misterioso Publius Postumius Prigenius era un facoltoso cittadino che poteva permettersi di avere acqua pubblica direttamente a casa. Di lui, finora, non si sa nulla. Si conosce un Marcus della gens Postumia attestato in un monumento funerario di Tergeste e si sa che i Postumii sono ben attestati nella X regio, l'antica regione augustea Venetia et Histria, particolarmente in quel di Brescia.

domenica 8 aprile 2012

Il relitto di Punta Ala

Il fasciame del relitto A di Punta Ala
Il relitto A di Punta Ala fu ritrovato nel febbraio 1973, durante alcuni lavori di drenaggio condotti nel porto della località marittima. Si tratta di una nave oneraria del III secolo d.C. che, oltre alle anfore contenenti olio della Spagna meridionale, trasportava viveri a base di pesce.
Dalle indagini stratigrafiche condotte nel 1974 dal professor Giovanni Lamoglia, emersero tre fasi: nella prima vera riconoscibile un'imbarcazione romana, nella seconda si scorsero dei pali inseriti nel fango, resti di un vivaio di cozze e nella terza erano visibili i resti della struttura dell'idroscalo. Le indagini del professor Lamoglia portarono all'interruzione dei lavori di dragaggio e all'inizio delle ispezioni archeologiche. La prima campagna di scavo iniziò il 26 aprile 1975 e portò alla pulitura del fasciame della nave e rimessa in luce, quasi completamente, la prua. Proprio queste indagini rafforzarono la convinzione che ci si trovava dinnanzi ad una nave adibita al trasporto di merci del III secolo d.C.. Lo scavo venne chiuso il 9 maggio 1975, il relitto fu ricoperto di sabbia e sopra venne disteso un telo di nylon legato ad un telaio di tubi di metallo. I reperti recuperati, nel frattempo, vennero collocati in un magazzino.
La seconda campagna di scavi si aprì tra l'ottobre e il novembre 1975 e portò in luce lo scheletro ligneo. Purtroppo, però, non fu possibile recuperare il relitto e la campagna venne sospesa. Il 4 dicembre 1975 i resti della nave furono ricoperti nuovamente.
Quanto è stato rinvenuto nel relitto di Punta Ala è oggi custodito nel Museo Civico di Grosseto. Pur essendo dei frammenti esigui, hanno permesso di stabilire a quale epoca appartenesse il relitto. Il carico della nave era costituito da anfore e da due dolia contenenti vino, olio e derrate alimentari. A bordo, invece, erano presenti pezzi di ceramica fine e chiara, un vaso a fondo striato con rivestimento color cenere di origine africana, due coperchi, sigillata chiara e frammenti di boccali monoansati di bottigliette fittili, di un'anforetta e di brocche a fondo piatto.
Tra i rinvenimenti più importanti alcuni sacchetti contenenti monete. Una di queste è stata coniata nel 244 d.C., che per gli archeologi rappresenta il terminus post quem per la cronologia del relitto. Si sono formulate diverse ipotesi sul tragitto della nave. La prima teoria vuole che l'imbarcazione provenisse da un porto della Spagna meridionale (Cadice o Cartagena), adibito alla ridistribuzione delle merci. I prodotti, provenienti dall'Africa e dall'Iberia, arrivavano in Spagna percorrendo la rotta fenicia. La seconda teoria afferma che la nave sarebbe partita da un approdo dell'Africa proconsolare per approdare in Spagna, imbarcare prodotti locali e far vela per Osia. La terza ipotesi vuole Cartagine come porto di ridistribuzione.

Altre scoperte nell'antica Tenochtitlan

Le pietre scoperte a Tenochtitlan
A Tenochtitlan gli archeologi dell'istituto nazionale messicano di Antropologia e Storia hanno trovato 23 pietre tombali di più di 550 anni fa. Le pietre recano incise immagini di serpenti, prigionieri e guerrieri e, nel complesso, sembrano far riferimento alla leggenda della nascita di Huitzilopochtli e alle origini della guerra santa tra Messicani.
Le pietre si trovano di fronte ai resti del Templo Mayor Tenochtitlan (Tempio Antico), nel centro storico di Città del Messico, vicino alla piattaforma circolare decorata con teste di serpente scoperta nel 2011. Le pietre sono disposte lungo un percorso di lastre di andesite rosa e di basalto. Il Templo Mayor fu costruito tra il 1440 e il 1469, durante il governo Tlatoani di Moctezuma I.
Va completandosi, in questo modo, l'aspetto dell'antica Tenochtitlan, composta, secondo quanto tramandano le  cronache antiche, da 78 edifici preispanici. Uno di questi edifici è proprio la piattaforma circolare venuta alla luce nel 2011, che corrisponde alla fase 4B della costruzione del Templo Mayor.

Antichissime presenze nel Galles

Indagini geofisiche sull'isola di Skomer
Una squadra di archeologi ha trovato una serie di edifici preistorici nascosti nei campi di Skomer Island, al largo della costa del Pembrokeshire, nel Galles. Essenziali, per il ritrovamento, sono state nuove tecnologie in grado di fare una sorta di "raggi" al terreno per trovare fossili e strutture sepolte non individuabili ad occhio nudo.
Gli archeologi sostengono che gli edifici del Galles risalgono a 5000 anni fa e che sono tra i meglio conservati in tutto il Regno Unito. Skomer Island è una riserva naturale nazionale, famosa per i suoi uccelli. Ma ora si sa che, un tempo, era anche abitata dagli uomini preistorici e che era un antico monumento. Nessuno, però, aveva svolto indagini archeologiche sull'isola sin dal 1980.

Ritrovata la sepoltura di Giuseppe di Arimatea?

Caravaggio, Ecce Homo
Un regista israelo-canadese, Simcha Jacobovici, che sostiene di aver individuato la vera tomba di Gesù Cristo, è altresì convinto di aver individuato, nella stessa area di Gerusalemme, il sepolcro di Giuseppe di Arimatea, l'uomo che, secondo i Vangeli, diede sepoltura a Gesù.
La nuova scoperta sarà presto illustrata su Discovery Channel, negli Stati Uniti e potrebbe essere, se confermata, la prova che Gesù fu sepolto nel quartiere residenziale di Talpiot, fuori dalle mura di Gerusalemme. Proprio in questo quartiere Jacobovici ha trovato, nove anni fa, la tomba di Giacomo, il "fratello di Gesù". Nel 2007, poi, è stata individuata la "tomba di Gesù", dove sarebbero sepolti - almeno stando alle affermazioni di Jacobovici - anche un figlio e una moglie del Cristo, mai citati nella Bibbia.
Ad onor del vero il documentario "la tomba perduta di Gesù" fu accolto, a suo tempo, da unanime scetticismo da parte degli studiosi. Jacobovici, però, non si è mai arreso. La nuova sepoltura, da lui individuata si chiama la "tomba del patio" e si trova a 200 metri dal presunto sepolcro del Cristo. Al suo interno sono presenti una serie di nicchie e degli ossari. In una delle nicchie, a parare di Jacobovici, potrebbero esservi i resti di Giuseppe di Arimatea. A supportare questa tesi vi è un professore di studi religiosi dell'Università di Charlotte, in Carolina del nord, James Tabor.

Aspendos, la città di Asclepio. Trovata una scultura del dio e di suo figlio Telesforo

Aspendos, volto della statua di Asclepio (Foto: Ministero turco della Cultura e del Turismo) Una nuova scoperta archeologica ad Aspendos , i...