sabato 15 marzo 2025

Ostia antica, emerge un antico bagno rituale ebraico

Ostia antica, l'antico bagno ebraico tornato alla luce
(Foto: ostiatv.it)

Uno straordinario bagno rituale ebraico (mikveh) è emerso dagli scavi condotti nel Parco Archeologico di Ostia Antica nell'estate dello scorso anno. La campagna di scavo, realizzata nell'ambito del progetto OPS - Ostia Post Scriptum - è stata finanziata dal Ministero della Cultura tramite la Direzione generale dei Musei.
"Si tratta di una scoperta assolutamente straordinaria. - Spiega Alessandro D'Alessio, Direttore del Parco Archeologico di Ostia Antica - In quanto non erano precedentemente noti mikva'ot di epoca romana fuori dalla Giudea, Galilea e Idumea antiche, e che non può che confermare l'entità della presenza continuativa, il ruolo e l'importanza della comunità ebraica a Ostia nel corso di tutta l'età imperiale (se non prima): dagli inizi del I secolo (epoca a cui risale la più antica iscrizione nota in Italia che menzioni iudaei, rinvenuta nella vicina necropoli di Pianabella) al V-VI secolo, quando la sinagoga ostiense - la più vetusta del Mediterraneo occidentale (venne costruita a fine II-inizi III secolo d.C.) e la sola conservata a Roma - cessò di vivere a seguito del definitivo abbandono della città".
L'ambiente semi-ipogeo, piccolo vano di forma rettangolare, chiuso sul lato est da un'abside semicircolare, è stato rinvenuto all'interno di un sontuoso edificio già ampiamente riportato alla luce, caratterizzato da meravigliosi mosaici pavimentali a tessere bianche e nere.
Le peculiari caratteristiche dell'ambiente - quali i gradini estesi per la sua intera ampiezza, le pareti rivestite di intonaco idraulico, la presenza di un pozzo di captazione dell'acqua di falda, il condotto di comunicazione con l'ambiente adiacente, e ancora il rinvenimento della lucerna con simboli ebraici sul fondo del pozzo - inducono a ipotizzare una interpretazione come bagno rituale ebraico.
Come prescritto dalle fonti rabbiniche, requisiti essenziali di un mikveh sono l'alimentazione mediante acqua piovana o sorgiva, in quantità non inferiore a 40 se'ah (circa 500 litri), e la profondità, tale da permettere la completa immersione del corpo di un uomo di media statura.
Non sono finora noti mikva'ot di epoca romana o tardo-antica nei luoghi della diaspora, con l'unica eccezione del mikveh di Palazzo Bianca a Siracusa, probabilmente realizzato nei pressi della locale sinagoga tra il VI ed il VII secolo d.C.

Fonti:
ostiatv.it
musei.beniculturali.it


sabato 21 dicembre 2024

Grecia, rinvenuto l'unico ritratto dell'imperatore bizantino Costantino XI Paleologo

Grecia, l'affresco con il ritratto di Costantino XI Paleologo
(Foto: Ministero della Cultura Greco)

Un ritratto dell'ultimo imperatore bizantino, Costantino XI Paleologo, è stato scoperto in Grecia. L'affresco è stato trovato in un monastero ad Aigialeia, nella regione dell'Acaia, nella Grecia occidentale.
Costantino XI Paleologo governò l'impero bizantino per un breve periodo tra il 6 gennaio 1449 e il 29 maggio 1453, e morì in battaglia durante la caduta di Costantinopoli sotto l'assalto delle truppe ottomane (1453). L'affresco è l'ultimo ritratto conosciuto di un imperatore bizantino.
Nel ritratto l'imperatore indossa le insegne di due aquile bicipiti coronate, simbolo della dinastia dei Paleologi, la più longeva dell'impero bizantino. Sulla testa l'imperatore ha una corona tempestata di gioielli e tiene in mano uno scettro cruciforme. Il suo mantello viola doveva il suo colore ad un liquido prodotto dalle ghiandole della lumaca di mare Bolinus brandaris, incredibilmente costosa e, pertanto, riservata all'uso esclusivo della nobiltà bizantina. Dopo la caduta di Costantinopoli, i luoghi dove veniva lavorato il prodotto delle ghiandole di queste preziose lumache, vennero distrutte dai turchi ottomani.
Si pensa che il ritratto sia opera di un'artista di Mystras, una città a sud del monastero di Aigialeian, dove il giovane Costantino visse per cinque anni prima della sua ascesa al trono come imperatore. Il sacro monastero di Pammegiston Taxiarchon, dove è stato rinvenuto il ritratto dell'imperatore bizantino, era stato un tempo il destinatario di significative donazioni finanziarie da parte dei fratelli di Costantino. 
Il ministro greco per la cultura, Lina Mendoni, ritiene che questo ritratto sia l'unica raffigurazione conosciuta di Costantino XI Paleologo, fatta quando l'imperatore era ancora in vita. Il suo breve regno, infatti, non consentì agli artisti di produrre molti ritratti di questo 'imperatore.

Fonte:
news.artnet.com


domenica 15 dicembre 2024

Paesi Bassi, rinvenuta la sepoltura del soldato Flaccus

Paesi Bassi, lo scavo della sepoltura e parte del corredo
del soldato romano (Foto: romano impero)

Il vasellame rinvenuto nella tomba di un soldato romano a Heerlen, nei Paesi Bassi, ha consentito di identificare il proprietario della sepoltura in un personaggio di nome Flaccus. L'abbreviazione FLAC è stata incisa su una ciotola di terracotta che faceva parte del suo corredo funerario. La tomba ha duemila anni, il che rende Flaccus il più antico abitante della città. Oltre alla ciotola personalizzata, gli archeologi hanno portato alla luce uno strigile di bronzo ed una serie di quattro piatti diversi, realizzati con la stessa terracotta sigillata. I timbri dei produttori identificano il vasellame come prodotto in Italia intorno agli inizi del I secolo d.C. Sia il vasellame che la datazione dello stesso suggeriscono che Flaccus fosse un soldato romano inviato all'insediamento militare sul limes (confine) germanico.
La forma nel terreno indicava che la sepoltura aveva forma rettangolare. Sono stati trovati chiodi in ferro dalla cassaforma, ma il solo vasellame e le prove della struttura in legno non erano sufficienti a confermare che si trattava di una sepoltura. La scoperta di resti di cremazione ha identificato definitivamente la tomba.
Coriovallum prosperò come insediamento civile grazie alla sua posizione sulla via Belgica, dove si incrociava con la via Traiana che collegava Aquisgrana (Aquae Granni) a sud a Xanten (Colonia Ulpia Traiana) a nord.
I bagni pubblici, costruiti intorno al 50-70 d.C., sono oggi i più importanti resti romani visibili nei Paesi Bassi. Dove c'erano bagni pubblici, c'erano anche i servizi pubblici ed i Romani costruirono un acquedotto ed una fogna per servire i bagni.

Fonte:
newsobserver.com


San Casciano dei Bagni, la fonte meravigliosa...

San Casciano dei Bagni, nuovi ritrovamenti
(Foto: Ufficio Stampa e Comunicazione MIC)

Sono stati presentati, a San Casciano dei Bagni, in provincia di Siena, gli eccezionali risultati della campagna di scavi 2024 nel santuario etrusco e romano del Bagno Grande.
L'estensione delle indagini e l'ampliamento dell'area di scavo nel santuario del Bagno Grande ha portato, tra giugno ed ottobre, al rinvenimento del temenos, il muro di recinzione dello spazio sacro, che racchiudeva più edifici tra i quali il tempio costruito attorno alla grande vasca sacra.
Un edificio più antico, o forse un grande recinto, costruito in blocchi di travertino, già in età etrusca circondava la sorgente del Bagno Grande, definendo lo spazio sacro del culto, almeno dal III secolo a.C. Lo scavo ha ora messo in luce gran parte della vasca più antica, che fu poi ricostruita tra i regni degli imperatori Tiberio e Claudio, forse a seguito di un prodigio associato alla caduta di un fulmine.
Se all'esterno del tempio sono stati portati alla luce gli strati di vita e, soprattutto, i resti di doni e cerimonie che avvennero nel corso dei secoli, con deposizioni di lucerne, unguentari di vetro, bronzetti votivi, ex voto anatomici in terracotta dipinta e perfino foglie d'oro, è all'interno della vasca sacra che la stratificazione dei doni votivi continua a restituire un contesto assolutamente unico, protetto dall'acqua termale e dal fango argilloso. Dopo un complesso lavoro di gestione dell'acqua proveniente dalla sorgente, alla profondità di quasi 5 metri, lo scavo ha raggiunto nuove sequenze stratigrafiche.
Ancora una volta sono le offerte in metallo pregiato a costituire l'elemento caratterizzante del deposito votivo. Quattro nuove statue e poi braccia, teste votive e gambe iscritte, assieme a strumenti del rito, come un'elegante lucerna o un piccolo toro in bronzo, a richiamare quel mondo agro-pastorale così importante in questo contesto e già rappresentato dal bassorilievo all'interno della vasca sacra. E ancora monete di età repubblicana e imperiale, ormai più di 10.000, rinvenute nel santuario del Bagno Grande. Ma accanto al bronzo, il rinvenimento di una corona e di un anello d'oro si associa alla moltiplicazione di aurei romani. Sono metalli preziosi, tra cui gemme, ambra e altri gioielli, che legano il dono per le capacità terapeutiche delle acque calde alle pratiche divinatorie che nel santuario dovevano trovare certamente il loro fulcro.
San Casciano dei Bagni un serpente agatodemone rinvenuto
in loco (Foto: 
Ufficio Stampa e Comunicazione MIC)
Le nuove, eccezionali, iscrizioni rinvenute sono in etrusco e in latino. Appaiono voti che recano il nome etrusco di Chiusi - Cleusi - accanto a dediche alle Ninfe e alla Fonte Calda, Flere Havens, in etrusco, giuramenti sulla Fortuna e sul Genio dell'imperatore.
Un eccezionale corpo nudo maschile e offerto esattamente a metà, come reciso dal collo ai genitali da un taglio chirurgico. Dedicato da un Gaio Roscio alla Fonte Calda, questo mezzo corpo testimonia forse la guarigione della parte immortalata nel bronzo.
Un bimbo augure, un piccolo sacerdote della fine del II secolo a.C., con una lunga iscrizione in etrusco sulla gamba destra, reca nella mano sinistra una palla, con i classici pentagoni cuciti, che ancora ruota tra le dita: forse un elemento divinatorio, da far ruotare in un rito.
Il gesto dell'offerente è reso da una statua femminile, quasi identica a quella rinvenuta nel 2022, con eleganti trecce che ricadono sul petto e deposta su un lato. Le teste votive sono ritratti eleganti protoimperiali, con la prima dedica in latino alla fonte, sul collo di una testa, i cui tratti sembrano quasi ricordare Cesare, che menziona anch'essa la Fonte.
Nella stratificazione del deposito, si alternano strati di offerte, scaglie di travertino e piani d'argilla. E ancora pigne, rametti tagliati e decorati con intrecci vegetali, a ricordare come le acque salutifere debbano essere in qualche modo "nutrite" dalla forza rigenerante della natura. Alla base di grandi tronchi lignei, infissi in verticale nel deposito, in uno dei punti focali della vasca più antica, lo scavo ha portato alla luce una serie di serpenti in bronzo concentrati nella profondità del deposito. Di forme diverse, presentano misure di scale differenti: dai piccoli serpentelli ad un esemplare di oltre 90 cm, quasi la mensura honorata, la misura perfetta di tre piedi romani, barbuto e cornuto. Si tratta, con ogni probabilità, di un serpente agatodemone, il più grande oggi rinvenuto (se ne conoscono in bronzo al Museo Archeologico di Napoli e al British Museum di Londra), protettore della sorgente e detentore di un ruolo fondamentale nelle pratiche divinatorie.

Fonte:
Ufficio Stampa e Comunicazione MIC


sabato 14 dicembre 2024

Sicilia, l'antica Finziade si svela

Sicilia, l'anfora contenente resti di pesce
di più di 2000 anni fa (Foto: sicialiafan.it)

Gli scavi attualmente in corso a Licata, in provincia di Agrigento, hanno portato ad un'eccezionale scoperta. E' stata rinvenuta, in una delle case attualmente oggetto di studio, un'anfora all'interno della quale gli archeologi hanno trovato resti di pesce di piccole dimensioni. I resti saranno ora oggetto di specifici studi da parte della paleobotanica Erika Zane e dell'archeozoologa Ester Vaga.
Quello che è stato trovato potrebbe aiutare a conoscere le abitudini alimentari degli antichi abitanti di Finziade a Licata. Si tratta, in tutti i casi, di un ritrovamento non comune, soprattutto per la quantità dei resti di pesce e per il loro stato di conservazione.
Gli scavi, in corso dal 2023, sono sostenuti dal Parco Archeologico della Valle dei Templi di Agrigento diretto da Roberto Sciarratta, in convenzione con il Cnr di Catania e si inseriscono nel programma Finziade Project - Monte Sant'Angelo di Licata.
Il progetto ha l'obietto di ricostruire l'impianto urbanistico dell'antica Finziade e conoscere meglio le caratteristiche della vita quotidiana nell'ultima fondazione greca di Sicilia (282 a.C.).
Uno dei rinvenimenti che ha segnato la ricerca archeologica nel territorio di Licata, sulla costa siciliana tra Agrigento e Gela, è stato quello operato nel 1998 da Graziella Fiorentini, all'epoca soprintendente, all'interno del vano 7 della Casa 1 dell'abitato dell'antica città di Finziade: un gruppo di gioielli in oro provenienti dal crollo del piano superiore dell'abitazione, rinvenuti insieme ad oltre quattrocento monete d'argento di fine III secolo a.C.
Diodoro Siculo, storico del I secolo a.C. nativo di Agyrion (odierna Agira in provincia di Enna), nel XII libro della sua Historia Universalis, narra le vicende della fondazione ad opera di Finzia, tiranno di Agrigento, che vi trapiantò cittadini di Gela costretti ad emigrare. Si tratta dell'ultima fondazione greca di Sicilia, avvenuta non molto prima della conquista romana dell'isola, definitivamente sancita dalla presa di Siracusa nel 211 a.C.

Fonti:
siciliafan.it
archeologiaviva.it
 


domenica 24 novembre 2024

Interessanti risultati sullo studio degli antichi Piceni

Uno studio condotto da un team internazionale, coordinato da Sapienza Università di Roma e dal Cnr, rivela le origini genetiche dei Piceni e descrive la struttura genetica di una delle civiltà più affascinanti dell'Italia pre-romana.
I risultati, pubblicati sulla rivista "Genome Biology", mostrano che esisteva una piccola ma significativa differenziazione tra i popoli Tirrenici e quelli Adriatici, ed aiutano a comprendere meglio le migrazioni, le interazioni e l'evoluzione delle popolazioni nel corso dei millenni.
E' stato analizzato il DNA antico di oltre 100 resti scheletrici provenienti da diverse necropoli dell'Italia Centrale, coprendo un arco temporale di più di mille anni, dall'Età del Ferro alla tarda antichità. I risultati hanno rivelato una storia genetica sorprendente che differenzia i popoli dell'Adriatico da quelli del Tirreno e che fornisce nuovi spunti di riflessione sull'eredità genetica dell'impero Romano e sul suo ruolo nel plasmare i cambiamenti genetici e fenotipici in tutta la penisola italiana.
L'analisi genomica delle necropoli Picene, la principale delle quali è quella di Novilara, ha mostrato che, sebbene culturalmente distinto, questo popolo condivideva un patrimonio genetico comune con altre culture coeve ed in continuità con le precedenti culture italiche. Le popolazioni adriatiche, però, avevano caratteristiche proprie, legate ai continui scambi commerciali e culturali attraverso l'Adriatico, riflettendo un mosaico complesso di interazioni che hanno plasmato il pool piceno in modo diverso da quello delle popolazioni tirreniche.
Uno degli aspetti più affascinanti emersi dalla ricerca è la diversità fenotipica dei Piceni rispetto ai loro vicini. Lo studio ha evidenziato che questi mostravano una maggiore prevalenza di tratti fenotipici come occhi azzurri e capelli chiari, caratteristiche molto meno comuni tra le popolazioni coeve come gli Etruschi ed i Latini. Questa diversità fisica, unita ai contatti genetici con popolazioni del Nord Europa e del Vicino Oriente, rende i Piceni un caso unico nello studio dell'Italia pre-romana.

Fonte:
archeomedia.net

domenica 10 novembre 2024

Iran, i sigilli di Tappeh Teleneh e la storia delle rotte del commercio antiche

Iran, alcuni dei sigilli trovati a Tappeh Teleneh
(Foto: ISNA)
Il sito di Tappeh Teleneh, situato nei pressi della città di Kermanshah, in Iran, fondata dal re sasanide Bahram IV nel IV secolo d.C., fu localizzato, per la prima volta, nel 1998.
Nel corso del tempo i ricercatori si sono resi conto dell'importanza di questa città e della regione nella quale si trova, regione situata sulle antiche rotte commerciali e culturali.
Nel 2020 a Tappeh Teleneh sono iniziati scavi scientifici con l'ausilio di mezzi più moderni. A dirigere gli scavi l'archeologo Shokouh Khosravi. Sono emersi vari frammenti di ceramica, figurine di animali e numerosi sigilli di argilla, più di quattromila, risalenti a circa 5000 anni fa. Gli archeologi ipotizzano che questi sigilli, per la maggior parte, dovevano essere utilizzati per le porte dei magazzini presenti nell'insediamento. Tra i reperti, infatti, sono stati catalogati 447 serrature di argilla per sigillare le porte, 2.970 sigilli per vasi, 124 sigilli per sacchi e 436 pezzi a forma di lingua, tutti decorati con 85 diverse impronte. Secondo i ricercatori questi sigilli erano parte di un sistema che regolava il commercio nella regione e che si estendeva dal centro dei monti Zagros fino alla Mesopotamia.
Oltre ai sigilli gli scavi a Tappeh Teleneh hanno restituito una serie di oggetti di conteggio, forse parte di un sistema numerico utilizzato per il commercio e la gestione delle scorte. Molto probabilmente questo insediamento aveva una certa importanza amministrativa ed economica.
Lo stile ed il disegno dei sigilli, secondo i ricercatori, indicano che gli abitanti di Tappeh Telenheh avevano qualche tipo di collegamento con altre regioni, in quanto - forse - parte di una rete commerciale e politico-amministrativa molto ampia nel periodo che va dal V millennio fino al III millennio a.C.
Kermanshah, precedentemente Bakhtaran, capitale della omonima provincia, fu fondata nel IV secolo d.C., conquistata dagli arabi nel 640 e ribattezzata Qirmasin. Sotto il dominio selgiuchide nell'XI secolo, fu la città principale del Kordestan. I Safavidi (che governarono qui dal 1501 al 1736) fortificarono la città e respinsero un attacco dei turchi. Questi ultimi occuparono la città nel 1915, durante la prima guerra mondiale.

Fonti:
storicang.it
tehrantimes.com


Pompei, nuova luce sui resti rinvenuti nella città sepolta dal Vesuvio

Pompei, i calchi della Casa del Bracciale d'Oro
(Foto: artribrune.com)

Una ricerca condotta dalle Università di Firenze, Harvard e dal Max Planck Institute di Lipsia, in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei, ha rivelato informazioni inedite sui pompeiani, grazie all'analisi del DNA estratto dai calchi in gesso. I risultati offrono una nuova visione delle identità, delle relazioni e delle origini genetiche dei pompeiani, mettendo in discussione interpretazioni tradizionali.
L'analisi genetica dei resti intrappolati nei calchi, ottenuti colando gesso nei vuoti lasciati dai corpi, ha permesso di identificare sesso e legami familiari di 14 individui. I risultati contraddicono molte supposizioni precedenti, basate sull'aspetto fisico e sul posizionamento dei calchi.
Ad esempio gli individui nella Casa del Bracciale d'Oro, interpretati come genitori e figli, non risultano uniti da legami biologici. Allo stesso modo, nella Casa del Criptoportico, una coppia abbracciata, precedentemente interpretata come sorelle, includeva un maschio.
Oltre a queste scoperte, lo studio ha messo in luce una diversità genetica della popolazione. I pompeiani presentavano tratti genetici riconducibili a persone provenienti dal Mediterraneo orientale, confermando il carattere cosmopolita di Pompei dell'Impero Romano in generale. L'individuo maschile con il bracciale d'oro, ritrovato nell'omonima casa, aveva tratti genetici compatibili con le popolazioni del Nordafrica, mentre l'individuo della Casa del Criptoportico mostrava segni di un'origine mediorientale.

Fonti:
artribune.com
gbopera.it



Bisenzio, tracce dell'antica e florida città etrusca

Capodimonte, gli scavi a Bisenzio (Foto: stilearte.it)

La campagna di scavo 2024, condotta nell'ambito del Bisenzio Project, ha portato alla luce straordinari reperti nel sito etrusco di Bisenzio, situato sulle sponde del lago di Bolsena. Il Bisenzio Project è diretto da Andrea Babbi, ricercatore del CNR ISPC e collaboratore del Centro Leibniz per l'Archeologia di Mainz.
Gli scavi hanno rivelato l'esistenza di un nucleo sepolcrale intatto risalente al VII-VI secolo a.C., scampato ai saccheggi del passato. E' stato rinvenuto un nucleo di tombe parzialmente sovrapposte, come a rendere manifesto il legame parentale tra i defunti. La sepoltura più antica si caratterizza per un imponente sarcofago in tufo rinvenuto sigillato e un articolato corredo segno della pietas dei familiari del defunto. Questo eccezionale reperto permette di gettare nuova luce sulle pratiche funerarie e sulle dinamiche sociali delle aristocrazie etrusche dell'epoca. Le analisi osteoarcheologiche e archeogenomiche che seguiranno contribuiranno a ricostruire la vita di questo individuo, probabilmente uno dei principali promotori delle imponenti infrastrutture recentemente scoperte nel sito.
Il Bisenzio Project, attivo sin dal 2015, ha già prodotto una vasta mole di dati. E' finanziato dalla Fritz Thyssen Stiftung. Grazie a queste ricerche, è stato possibile ridisegnare la storia del sito, rivelando come la comunità di Bisenzio fosse un centro aristocratico molto dinamico durante il periodo orientalizzante ed arcaico. Situato presso il pittoresco borgo di Capodimonte, sulla sponda sudoccidentale del lago di Bolsena, Bisenzio era strategicamente rilevante nel contesto economico e cultura etrusco.
Le sepolture, databili tra il VII ed il VI secolo a.C., sono state ritrovate intatte, incluse all'interno di un recinto litico. L'accurata disposizione delle stesse, in parte sovrapposte, suggerisce che i defunti appartenessero alla stessa famiglia aristocratica. Questi legami parentali sono stati resi evidenti dalle modalità con cui i sarcofagi e i corredi funerari sono stati collocati.
La tomba più importante tra quelle scoperte conteneva un grande sarcofago in tufo, la cui integrità ha consentito di ritrovare lo scheletro in condizioni eccellenti. Le ricerche del Bisenzio Project hanno portato alla luce anche resti di infrastrutture monumentali, probabilmente di natura pubblica o religiosa, che testimoniano la complessità architettonica del centro. Questi monumenti, insieme ai corredi funebri ritrovati, confermano il ruolo di primo piano di Bisenzio tra le comunità etrusche della zona.
Tra i reperti ritrovati vi sono ceramiche finemente decorate, una situla in bronzo e ornamenti personali in metallo prezioso.
Situato nel cuore del Lazio settentrionale (Capodimonte - Viterbo), l'antico centro etrusco di Bisenzio, noto nei documenti medioevali come Bisenzo, è stato un insediamento strategico e politicamente rilevante già a partire dall'epoca villanoviana (IX-VIII secolo a.C.), epoca alla quale risalgono i primi segni di occupazione.
Bisenzio fiorisce durante il periodo orientalizzante ed arcaico, con una struttura sociale dominata da famiglie aristocratiche che controllavano il territorio circostante e partecipavano a reti commerciali internazionali. La sua posizione strategica, vicina ad importanti vie di comunicazione, ne favoriva i contatti sia con le altre città-stato etrusche, come Tarquinia, Vulci e Orvieto, sia con le colonie greche dell'Italia meridionale e con il mondo fenicio.

Fonte:
stilearte.it




domenica 3 novembre 2024

Carso triestino, trovato un raro pugnale di 4000 anni fa

Carso Triestino, il pugnale in rame di 4000 anni fa
(Foto: Federico Bernardini)
Un raro pugnale risalente all'Età del Rame è stato rinvenuto nella grotta Tina Jama, nel Carso Triestino a Sagonico. Insieme al pugnale sono stati rinvenuti diversi frammenti ceramici e manufatti in pietra. A condurre lo scavo sono i ricercatori dell'Università Ca' Foscari di Venezia, sotto la concessione del Ministero della Cultura, in collaborazione con l'Istituto di Archeologia dell'Accademia Slovena delle Scienze e delle Arti, il Centro Internazionale di Fisica Teorica Abdus Salam e l'Università di Siena.
Sono state utilizzate, nella ricerca, tecniche moderne che hanno permesso di ricostruire la storia delle regioni dell'Adriatico nordorientale su un arco temporale che va da circa 9000 a  4000 anni fa. Gli scavi hanno ripreso le indagini archeologiche nelle grotte del Carso, dopo alcuni decenni di inattività ed hanno permesso di raggiungere livelli attribuibili all'Età del Rame, dove è stato, appunto, rinvenuto il raro pugnale.
E' stata anche rinvenuta una struttura in lastre e blocchi di pietra, che chiudeva l'ingresso della grotta tra il 2000 ed il 1500 a.C. circa. La sua funzione è ancora incerta, ma potrebbe essere legata a scopi funerari, suggeriti dalla presenza di frammenti di crani umani. Un'altra ipotesi è che sia stata costruita per proteggere l'interno della grotta dai forti venti di bora.
I reperti ceramici e la presenza di un focolare, tutti antecedenti alla chiusura della grotta, indicano che quest'ultima era frequentata da gruppi con stretti legati culturali con l'area dalmata, nella seconda metà del III millennio a.C. (cultura di Cetina). Il pugnale di rame proviene proprio da questi livelli e misura poco meno di 10 centimetri, con una forma a foglia con codolo. Trova somiglianze non in Italia, ma con reperti di un sito palafitticolo presso Ljubljana, in Slovenia.
Sono stati portati in superficie dall'azione degli animali anche punte di freccia in selce, lunghe lame prodotte a pressione, un oggetto in ossidiana, asce di pietra levigata, altri utensili litici e ceramici e ornamenti in conchiglia.

Fonte:
finestresullarte.info


Salerno, scoperta un vasto insediamento etrusco

Salerno, gli scavi recenti alla periferia della città
(Foto: scienzenotizie.it)
Un'eccezionale scoperta a Fratte, quartiere periferico di Salerno, dove nell'area che un tempo ospitava resti dei prefabbricati per i terremotati del sisma del 1980, stanno riaffiorando tracce di una città etrusca. Sono emerse antiche mura, probabilmente appartenenti al primo insediamento della città, situato lungo le rive del fiume Irno ed abitato tra il VI ed il III secolo a.C.
Potrebbero essere, questi, i primi segni della città etrusco-sannitica collegata alla necropoli etrusca che si trova a poche decine di metri di distanza. La necropoli, che si estende su una superficie di circa 4.500 metri quadrati, contiene tombe a camera ed una cisterna.
Gli etruschi scelsero con cura questa posizione strategica, in quanto permetteva loro di controllare la fertile valle dell'Irno, con collegamenti diretti sia verso sud, verso il mare e l'area dei Picentini, che verso nord, verso Capua e il Volturno.
In quest'area, destinata originariamente ad altri usi, nel luglio scorso sono emersi tre pugnali in selce risalenti al Neolitico. I primi interventi degli archeologi avevano già suggerito la presenza di importanti reperti sotterranei e gli scavi stanno confermando questa ipotesi. 
La presenza etrusca a Salerno è attestata a partire dal VII secolo a.C., quando gli etruschi si stabilirono lungo le coste della Campania, fondando insediamenti commerciali e militari. L'area salernitana, situata in una posizione strategica tra le rotte marittime e le vie terrestri verso l'entroterra, divenne un importante snodo commerciale. Gli etruschi favorirono l'integrazione di Salerno nelle reti di scambio con altre civiltà del Mediterraneo, come i greci e i fenici. A testimonianza della loro presenza sono stati rinvenuti reperti archeologici, tra cui ceramiche ed oggetti di uso quotidiano, che dimostrano l'influenza etrusca sulla cultura locale.

Fonte:
scienzenotizie.it


Aspendos, la città di Asclepio. Trovata una scultura del dio e di suo figlio Telesforo

Aspendos, volto della statua di Asclepio (Foto: Ministero turco della Cultura e del Turismo) Una nuova scoperta archeologica ad Aspendos , i...