sabato 7 gennaio 2023

Francia, il tesoro della Garonna

Francia, il tesoretto trovato nel fiume
(Foto: archeomedia.net)

Quattromila sesterzi romani trovati tra le sabbie del fiume sono ora a disposizione del pubblico al Museo d'Aquitania di Bordeaux. Quello che è considerato il maggior tesoro monetario di Francia venne trovato da un ragazzo, che si imbatté in alcune monete durante il dragaggio di sabbia della Garonna. 
Era il 1965, a 15 chilometri da Bordeaux nei pressi di Quinsac, Camblanes e Cadaujac, Robert Etienne, ex professore all'Università, chiamato sul posto, salvò gran parte del tesoro attraverso scavi e campagne di recupero, durati 6 anni. Secondo quanto si dice, altre 700-800 monete andarono disperse. Altre finirono nel cemento delle ristrutturazioni dell'epoca.
La nave naufragò nel II secolo d.C. L'ipotesi accreditata è la seguente: tra il 170 ed il 176 d.C., una nave mercantile che viaggia a monte di Burdigala prende fuoco. La barca finisce inghiottita, in fondo alla Garonna. Stava andando in città per un ordine? I sesterzi che compongono questo tesoro furono messi in circolazione in un periodo di tempo compreso tra l'imperatore Claudio (dal 41 al 54 d.C.) e l'imperatore Antonino Pio (dal 138 al 161 d.C.).
Dice Lysiane Gauthier del Municipio di Bordeaux: "Il fiume, la Garonna, permette al Burdigala (nome romano di Bordeaux) di costruire la sua prosperità: la città si espande rapidamente e si sviluppa il commercio, soprattutto quello del vino, che nel tempo diventerà molto fruttuoso. La città diventa un asse importante, un crocevia di incontri di viaggio e di scambi. Affronta il resto dell'impero, il traffico è intenso. Nel II secolo d.C. prende fuoco una nave mercantile che circola a monte del Burdigala. La barca affonda portando con sé la pentola. Cosa stava facendo questo mercante? Stava scendendo in città per un ordine? Per vendere i suoi prodotti? Il mistero rimane. Molto probabilmente l'ipotesi dell'incendio è fondata: sono stati trovati anche pezzi di legno bruciato nel luogo in cui il relitto si adagiò e sono state osservate alterazioni visibili dei pezzi: alcuni hanno leggermente cambiato colore, altri sono caratterizzati da alcuni punti marroni sul rilievo. All'epoca la somma contenuta nella pentola era pari a 125 anfore di vino o a 10 tonnellate di grano, ma il tempo e la storia la rendono oggi un tesoro inestimabile".
I sesterzi (principale unità monetaria romana) furono battuti in oricalco, una lega di zinco e rame simile all'ottone.

Fonte:
stilearte.it

venerdì 6 gennaio 2023

Gerusalemme, la sepoltura del monaco incatenato

Gerusalemme, la sepoltura del monaco bizantino
(Foto: arkeonews.net)

Uno scheletro incatenato con anelli di ferro è stato scoperto a Khirbat el-Masani, a quattro chilometri a nordovest di Gerusalemme, lungo l'antica via che collegava Lod alla città santa, attraverso Nebi Samuel/Nabi Samwill.
Lo scheletro risale a 1500 anni fa ed appartiene ad un monaco bizantino. Alla ricerca della salvezza, dell'espiazione del peccato o della spiritualità, i monaci asceti conducevano una vita segnata dall'astinenza dai piaceri sensuali. Forme più estreme di ascetismo includevano il dolore autoinflitto e la sofferenza volontaria, l'incatenamento del corpo alle rocce o il tenerlo in una cella, la preghiera fatta seduti su un pilastro e l'isolamento.
Gli archeologi dell'Autorità israeliana per le antichità avevano in precedenza scoperto una chiesa triabsidata di epoca bizantina a Khirbat el-Masani, che un tempo faceva parte di un monastero con una locanda per ospitare i pellegrini di passaggio. La chiesa è in parte scavata nella roccia ed è costruita con conci di calcare (pietra finemente lavorata), e potrebbe essere dedicata a San Zaccaria dal sacerdote Sabino.
In passato il sito è stato esaminato dalla Jerusalem Survey Map ed è stato anche condotto un piccolo scavo dall'archeologo Dottor Gaby Mazor, dell'Autorità per le Antichità Israeliane, scavo che ha portato a rivelare la parte anteriore di due delle absidi.

Particolare della sepoltura del monaco bizantino incatenato
(Foto: Autorità israeliana per le antichità)
Un vasto scavo condotto nel sito nel 2017, diretto dagli archeologi dell'Autorità israeliana per le antichità Zubair Adoi e Kafir Arbiv e finanziato dalla Moriah Jerusalem Development Corporation, ha portato alla luce un grande complesso architettonico, comprendente il monastero, una locanda e, soprattutto, la chiesa, permettendo di comprendere la pianta, le modalità costruttive e la datazione della chiesa.
Gli archeologi hanno recentemente scoperto che lo scheletro di un monaco, incatenato con anelli di ferro intorno al collo, alle mani e ai piedi, è stato sepolto in una tomba a cista accanto a due piccole celle chiuse simili a nicchie nell'abside centrale della chiesa. Il sepolto era probabilmente un monaco asceta che viveva dentro o vicino al complesso della chiesa, che portava le catene come parte della sua devozione.
La pratica ebbe origine in Siria nel IV o V secolo d.C., ma la scoperta della sepoltura nei pressi di Gerusalemme mostra che durante il periodo bizantino questa forma di estremo ascetismo si diffuse a sud della Siria fino alla regione di Gerusalemme.
L'archeologa dell'Autorità israeliana per le antichità Elena Kogan-Zehavi ha fatto una scoperta simile nel 1991 a Khirbat Tabaliya (Givat Ha-Matos), situata tra Gerusalemme e Betlemme.

Sicilia, ancora ritrovamenti nella villa romana di Vallelunga Pratameno

Sicilia, tegola con bollo di età imperiale
(Foto: storiearcheostorie.com)

La villa romana di età imperiale (I-II secolo d.C.), emersa nel corso degli scavi archeologici condotti in località Manca, a Vallelunga Pratameno, in provincia di Caltanissetta, continua a regalare preziosi ritrovamenti.
Le ricerche effettuate ultimamente nella zona più meridionale hanno fatto emergere, infatti, almeno tre edifici a pianta rettangolare che si distribuiscono secondo una pianificazione urbanistica non sempre regolare e che prospettano verso una zona centrale sulla quale sembra aprirsi anche un altro vano che presenta consistenti tracce di bruciato e resti di condotto. Il rinvenimento, negli scorsi mesi, di alcune tegole con bollo, lascia pensare che la villa sia collegabile ad un personaggio della cerchia pubblica romana. Le ricerche sono state avviate tra il 2020 ed il 2021 a seguito dell'attività di vigilanza della Soprintendenza dei Beni Culturali di Caltanissetta sui lavori del raddoppio della linea ferrata Catania-Palermo.

(Foto: storiearcheostorie.com)
Le costruzioni individuate nel corso dell'ultima fase di scavo, quasi sempre a pianta rettangolare, sono costituite da almeno quattro vani in sequenza secondo un prevalente asse nordest-sudovest, fatta eccezione di uno, l'edificio IV, che presenta un orientamento chiaramente divergente. In tre casi, l'angolo sudovest interno del vano è delimitato da un muretto semicircolare ed è pavimentato da un lastricato di ciottoli ben costipati; probabilmente si tratta di un vano-ripostiglio per derrate o altri oggetti. Alcuni ambienti di questo insediamento si ritiene dovessero essere utilizzati come deposito o magazzino. E' il caso, ad esempio, dell'ambiente posto al centro dell'attuale area di scavo che ha restituito una notevole quantità di anfore da trasporto riconducibili, secondo una prima analisi, a 3-4 tipologie prevalentemente di produzione africana che si collocano cronologicamente tra IV e V secolo d.C.
L'insediamento, che è di grandi dimensioni, doveva a vere spazi la cui funzionalità deve ancora essere individuata, come il grande ambiente rettangolare (edificio X) interamente pavimentato con ciottoli di piccole dimensioni, che sembra essere stato privo di copertura e probabilmente utilizzato come ricovero per animali.
Sicilia, moneta di Costanzo II (337-361 d.C.)
(Foto: storiearcheostorie.com)
Un altro dato interessante, che proviene dagli ultimi scavi, riguarda la sequenza della frequentazione del sito. La villa si colloca chiaramente su una precedente fase che è stata individuata, al momento, nella zona nordorientale di un terzo saggio aperto a sud dell'edificio. Le strutture individuate sono pertinenti ad una costruzione a pianta quadrata o rettangolare al cui interno si imposta un grande impianto circolare a doppi paramenti per il quale, al momento, è prematuro avanzare ipotesi funzionali, dal momento che lo scavo non è ancora stato completato.
Dall'abbondanza dei tipi di ceramica rinvenuti, fra i quali si distinguono lucerne, anfore, vasellame da mensa in sigillata africana, ma anche alcune monete collocabili entro un arco cronologico compreso tra il II ed il IV secolo d.C., si desume la lunga vita di questo interessante complesso edilizio che aveva trovato il suo principale sostentamento nello sfruttamento, a scopi cerealicoli, del vasto territorio attraversato dal torrente Belici.
Le indagini archeologiche sono curate dalla Soprintendenza dei Beni Culturali di Caltanissetta diretta da Daniela Vullo e dal dirigente della sezione archeologica Filippo Spagnolo, in sinergia con la responsabile archeologa di Italferr, Valeria d'Amico. Le operazioni di scavo sul campo sono seguite dagli archeologi Cristina Restivo, Paolo Scifo e Italo Giordano, coordinati da Marina Congiu e con la direzione tecnica di Andrea Simeoni per la ditta appaltatrice dei lavori.

Fonti:
storiearcheostorie.com
regione.sicilia.it

Francia, eccezionale ritrovamento di frammenti di un mausoleo gallo-romano

Francia gli scavi nel luogo del ritrovamento del mausoleo
(Foto: Philippe Busser, Inrap)
L'indagine archeologica condotta in un luogo chiamato Chemin des Buis, a sudest dell'antica città di Néris-les Bains/Aquae Nerii, gli archeologi dell'Inrap hanno portato alla luce antichi resti e blocchi architettonici probabilmente appartenenti a un monumento funerario. Una scoperta senza precedenti in Alvernia.
L'indagine archeologica ha dapprima evidenziato la presenza di resti gallo-romani e diversi blocchi architettonici decorati: un frammento di cornice e l'angolo di un piccolo edificio largo 50 cm per un'altezza di 48 cm. Quest'ultimo frammento raffigura una lesena decorata a foglie ad incastro, sormontata da un capitello corinzio decorato con una figurina. A sinistra del pilastro si trova un busto virile elmato oppure una corazza in bassorilievo.
Lo scavo ha identificato anche un insieme di edifici gallo-romani delimitati da una strada. Due di questi edifici presentano una pianta parzialmente leggibile. Nella zona nordest dello scavo, invece, sono stati identificati diversi strati di occupazione. Quest'area è stata dapprima dotata di diverse condutture di disegno diverso, poi sono stati eretti qui due edifici, dei quali sono stati scoperti due muri accuratamente costruiti con corsi di posa in tegole legate con malta di calce.
La parte nordoccidentale di quest'area è stata disturbata da una grande fossa che ha distrutto i resti precedenti. Alla sommità di questa grande fossa, interrati ad una profondità molto bassa, è stata osservata una serie di blocchi scolpiti. Si tratta di 21 blocchi di arenaria raggruppati senza alcun ordine e senza che le decorazioni fossero visibili. I blocchi sono stati puliti con un getto d'acqua che ha permesso di rivelare decorazioni in bassorilievo che non hanno precedenti per Néris-les Bains e per l'Alvernia in generale.
Collocazione dei blocchi lapidei di Néris sul modello del
mausoleo di Glanum (ricostruzione: Inrap)
L'elemento più importante è un frammento di fregio alto 70 cm x 19 cm, raffigurante un tritone, riconoscibile dai tentacoli che terminano in foglie di palma. La figura ha le braccia spalancate, i capelli lunghi e la barba. Il corpo del tritone è rappresentato con impressionante realismo, con ben evidenziati i pettorali e le pieghe inguinali. Alla destra della figura marina un cavallo di cui sono visibili solo le due zampe anteriori. L'animale sta galoppando verso il tritone. Si tratta, con tutta probabilità di un cavalluccio marino.
Un altro elemento architettonico è stato rinvenuto spezzato in due pezzi. Questo elemento ha una forma conica di 140 cm di diametro per 30 cm di altezza. La superficie è ricoperta di squame finemente scolpite. Il dorso del blocco presenta una cornice in anatirosi (lucidatura parziale della faccia di giunzione in modo da limitare la superficie a contatto con il blocco attiguo) ad indicare che era destinato ad accogliere il suo gemello sul dorso in modo da formare un insieme circolare. Questo blocco è tipico dei mausolei a guglia conica del periodo antico.
I ricercatori ritengono che l'associazione del tetto a cuspide conica con le squame e il tritone marino del fregio possano considerarsi come elementi architettonici d'insieme di un mausoleo. Il tritone, infatti, è un motivo spesso rappresentato sui mausolei del I e II secolo d.C., perché simboleggia il viaggio verso il soggiorno dei beati dopo la morte. Questi elementi possono essere paragonati ad altre strutture identificate come i mausolei in Auvergne, in particolare ad Aulnat, sul sito di Grande-Borne e a Mont-Dore, dove i blocchi presentano anch'essi un tritone.

Fonte:
inrap.fr

La Sala Verde di Meritaten, il realismo dell'avifauna

Fac simile della parete ovest della Sala Verde del Palazzo
Nord di Amarna

Un capolavoro dell'antica arte egizia trovato in un palazzo è così finemente dettagliato che i ricercatori sono stati in grado di individuare le specie di uccelli che raffigura. Queste immagini del mondo naturale erano state probabilmente create per il relax e la distrazione degli abitanti del palazzo.
L'opera d'arte è stata scoperta ad Amarna, la capitale del faraone Akhenaton (1347-1332 a.C.). Gli scavi del 1924 portarono alla luce un palazzo appartenuto a Meritaten, figlia del faraone e di Nefertiti, con diverse stante riccamente decorate tra le quali la cosiddetta Stanza Verde. Questa contiene una rara raffigurazione di uccelli in una palude selvaggia di papiri senza segni di attività umana. In questi dipinti sono presenti alcune delle immagini di uccelli più abilmente rese e naturalistiche conosciute dall'Egitto dinastico.
L'arte della Stanza Verde non ha ricevuto tutta l'attenzione dovuta, probabilmente perché i pannelli in gesso originali non sono stati ritrovati in buone condizioni. I tentativi di conservazione dei dipinti, nel 1926, danneggiarono accidentalmente e scolorirono l'opera d'arte.
Il Dottor Christopher Stimpson ed il Professor Barry Kemp hanno deciso di identificare gli uccelli della Stanza Verde. Hanno consultato alcuni ornitologi ed hanno visionato una riproduzione di notevole qualità artistica realizzata nel 1924 da Nina de Garis Davies. Alla fine i due ricercatori sono stati in grado di identificare diverse specie di uccelli tra i quali averle e ballerine, martin pescatori e piccioni. I due ricercatori hanno anche scoperto che gli artisti potrebbero aver segnalato alcuni uccelli migratori, annotati con un triangolo, forse ad indicare un elemento stagionale in un complesso artistico.
Egitto, la Sala Verde nella sua attuale ricostruzione
(Foto: laciviltaegizia.org)
I piccioni egiziani, in particolare, non sono originari delle paludi di papiro, ma piuttosto associati alle vicine rupi del deserto. Forse, come nelle città moderne, i piccioni erano attratti dall'attività umana. I ricercatori pensano che gli artisti potrebbero aver incluso i piccioni per rendere la scena più selvaggia.
Il Palazzo nord è chiamato dagli odierni abitanti del luogo Palazzo di Nefertiti, perché probabilmente ospitò la celebre regina o forse Kiya, un'altra moglie di Akhenaton che rivestì un ruolo di preminenza della prima parte del suo regno. Forse qui crebbe Tutankhamon, quando ancora si chiamava Tutankhaton e molte iscrizioni trovate in loco provano con certezza che vi abitò Meritaton, figlia maggiore ed erede del sovrano.
Alcuni studiosi ritengono che il faraone lo utilizzasse come buen retiro, in quanto era stato dotato di svariati giardini e di una specie di zoo che raccoglieva varie specie di quadrupedi e di uccelli, che lo rendevano un ambiente particolarmente rilassante; altri pensano che fosse una riserva dove venivano conservati vari esemplari di vita animale come simbolo del potere di Aton, dio creatore.
Il palazzo venne scavato nel 1923 e nel 1924. Oggi vengono eseguite opere di consolidamento e di ricostruzione che hanno reso chiaramente visibile la pianta della struttura. Il Palazzo era una residenza indipendente costruita lungo tre lati di un vasto recinto rettangolare che misura 112 per 142 metri. Al centro del lato corto ad ovest si apriva una porta affacciata sul Nilo che dava ingresso al cosiddetto primo cortile, delimitato sul lato opposto da un muro nel quale si aprivano un ingresso monumentale al cortile principale, due ingressi più stretti e, forse, una finestra delle apparizioni.
Gli scavi ad oggi hanno raggiunto la profondità di otto metri sotto l'attuale livello del suolo, circostanza che ha indotto gli archeologi ad ipotizzare che più che un lago o un giardino sommerso, la depressione fosse un pozzo profondo e grande che alimentava d'acqua il giardino sommerso che si trovava nell'angolo nordest del palazzo, al quale era collegato tramite un condotto calcareo sepolto.

Fonti:
phys.org
laciviltaegizia.org



Egitto, il visir Amenhotep-Huy e la necropoli delle 60 mummie nella sua sepoltura...

Egitto, gli scavi nell'antica città di Luxor
(Foto: laprensalatina.com)

Un gruppo di archeologi spagnoli ha scoperto due sepolture che ospitavano quasi 60 mummie. La scoperta è avvenuta nell'antica città di Luxor, in Egitto. Le tombe sono state rinvenute ad una profondità di sei metri ed erano composte da due camere ciascuna.
Il team di archeologi è guidato da Francisco J. Martin ed è composto da 22 egittologi spagnoli ed otto esperti egiziani. Le sepolture sono state datate ad un'epoca successiva all'edificazione della tomba del visir Amenhotep-Huy (XVIII Dinastia).
Le due tombe secondarie sono collegate tramite due camere sepolcrali e sono caratterizzate dalla mancanza di epigrafi, a differenza della tomba del visir Amenhotep Huy, che è una sorta di cappella con 30 colonne corredate di epigrafi. "Hanno iniziato a costruire altre tombe di diverse dinastie all'interno della tomba del visir, poiché il luogo era sacro", ha commentato l'archeologo Martin.
Amenhotep-Huy fu visir del faraone Amenhotep III durante l'ultimo terzo del suo regno. Era originario del nord dell'Egitto ed era considerato il capo dell'opposizione alle nuove tendenze religiose promosse da Akhenaton, figlio ed erede del faraone. Finora tutte le mummie sepolte nell'area appartenevano ad alti funzionari del clero di Amon a Tebe.
Alla morte del visir Amenhotep-Huy, il suo luogo di sepoltura divenne prestigioso e sacro e molti personaggi vollero essere sepolti nei pressi. Una sorta di necropoli all'interno della tomba del visir, insomma.

Fonte:
laprensalatina.com


Egitto, il mistero delle nove teste di coccodrillo...

Il dio egizio Sobek, con testa di coccodrillo
(Foto: lastampa.it)

Gli archeologi lo definiscono già come un mistero. Un corredo unico, "insolito e rarissimo" per due tombe egizie. Si tratta di nove teste di coccodrillo di grandi dimensioni, risalenti ad oltre 4000 anni fa, accuratamente avvolte in panni di lino e deposte senza alcuna forma di conservazione. Nessuna mummificazione, insomma.
Siamo al cospetto di due tombe aristocratiche rinvenute nella necropoli di Tebe, sito che si estende sulla riva occidentale del Nilo, nell'Alto Egitto, presso le città di Luxor e Karnak. Nel dettaglio si tratta della necropoli di el-Asassif, appena ad ovest della strada rialzata che conduce al tempio funerario di Hatshepsut. La scoperta è frutto di più campagne di scavi condotti, dal 2013, dall'équipe di ricercatori polacchi del Centro di archeologia mediterranea dell'Università di Varsavia, guidata dal Professor Patryk Chudzik.
Quello che si sono trovati di fronte gli archeologi è l'insolita, meticolosa deposizione di frammenti di cranio e mandibole, a ricomporre nove teste di animali, all'interno di due tombe appartenenti a funzionari di alto rango. Una presenza particolare ricollegata, sembra, ad un rito funerario, legata probabilmente ai proprietari delle tombe, forse alle funzioni che avevano in vita (sacerdoti?).
Uno dei proprietari delle due sepolture è stato identificato come Cheti, dignitario di corte vissuto durante il regno del faraone Nebhepetra Mentuhotep II (2055-2002 a.C.), noto per aver riunito l'Egitto dopo l'oscuro Primo Periodo Intermedio, quando gran parte del Paese era diviso. L'altro resta anonimo, ma comunque riconosciuto come un alto funzionario che ha prestato servizio presso la corte reale. All'interno delle due tombe, gli archeologi hanno rinvenuto le teste di nove coccodrilli avvolte in tessuto. Nove crani della specie Crocodylus niloticus, di grandi dimensioni, originaria degli habitat d'acqua dolce dell'Egitto, una specie che vive ancora oggi nel fiume Nilo.
"Questa è una scoperta completamente insolita e la prima del suo genere nella storia della ricerca in Egitto. - Ha spiegato Patryk Chudzik. - Sappiamo di molte mummie di coccodrilli che sono state trovate lungo il Nilo. Sono tutte mummie di coccodrilli interi che sono state depositate in catacombe appositamente preparate di animali sacri, in questo caso coccodrilli o altri animali sacri al dio Sobek".
Sono sopravvissuti solo frammenti di cranio e mandibole degli animali, probabilmente a causa di precedenti scavi condotti un secolo fa da Herbert Winlock, con il Metropolitan Museum of Art. I ricercatori dell'epoca prestavano pochissima attenzione ai resti di animali e li scaricavano in un mucchio.
Nell'Antico Egitto i coccodrilli erano oggetto di culto. Il dio coccodrillo si chiamava Sobek ed era associato al coccodrillo del Nilo o al coccodrillo dell'Africa occidentale, rappresentato nella forma propria dell'animale o come un essere umano con la testa di coccodrillo. Sobek era associato anche al potere faraonico, alla fertilità e al valore militare, ma serviva anche come divinità protettrice con qualità apotropaiche, invocata soprattutto per proteggersi dai pericoli del fiume.
Il principale tempio dedicato al dio Sobek si trova a Kom Ombo, nell'Alto Egitto, nei pressi di Assuan. Il tempio sorge sulle rive del Nilo ed in antichità veniva chiamato Pa-Sobek, che significa "la casa di Sobek". Gran parte del santuario è stato distrutto dalle inondazioni del Nilo, dai terremoti e dai successivi costruttori che utilizzarono l'edificio come cava edile. Alcuni rilievi interni vennero deturpati quando il tempio venne trasformato in una chiesa copta ortodossa, ma molti dei bassorilievi sono rimasti.

Fonti:
ilmessaggero.it
fanpage.it


Gli Etruschi e la coltivazione del vino in Toscana

Comeana, Tumulo di Montefortini, ingresso di sepoltura
del VII-VI sec. a.C. (Foto: Direzione Regionale
Musei della Toscana)

Nel 1966, l'anno dell'alluvione di Firenze, l'archeologo Francesco Nicosia scopriva il maestoso tumulo principesco di Montefortini a Comeana, non lontano da Prato, là dove vigne ed uliveti si intrecciano con la storia degli Etruschi, primi vignaioli della penisola, che scelsero la zona del crinale appenninico per i loro insediamenti e controllare il territorio. Grazie a Francesco Nicosia l'area fu accuratamente indagata, divenendo nota come l'Etruria delle tholoi, per le sepolture a falsa cupola che richiamano le monumentali tombe del Vicino Oriente.
Non a caso il tumulo di Montefortini, costituito da due tombe a camera (una più antica a tholos con la cella del diametro di 7 metri e risalente alla seconda metà del VII secolo a.C., l'altra più recente a falsa volta, realizzata tra la fine del VII e l'inizio del VI secolo a.C.), appartiene proprio a quel periodo che gli studiosi chiamano orientalizzante in virtù di traffici commerciali e scambi culturali che favorirono la diffusione di modelli artistici dal Vicino Oriente.
A questa temperie culturale è riconducibile lo straordinario complesso di avori frammentari (quasi 10.000 pezzi), scoperto all'interno della tomba più antica, insieme ad importanti vasi di bucchero come una coppia di incensieri traforati, una coppa in vetro turchese decorata a baccellature ed altri manufatti che testimoniano l'alto livello delle produzioni artigianali etrusche.
Gli avori sono minuscole creature fantastiche e placchette appartenenti al rivestimento di pissidi, pettini e altre suppellettili, parte del prezioso corredo funebre saccheggiato ripetutamente nel tempo, incise e traforate con sfingi, grifi e leoni alati, rosette e fiori di loto, e con scene omeriche, motivi che ricorrono poi anche su manufatti in bronzo e in ceramica.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


sabato 31 dicembre 2022

Norvegia, trovata una sepoltura vichinga ad Oslo

Norvegia, l'archeologa Marianne Bugge Kraemer ed il
luogo del ritrovamento (Foto: Byantikvaren, Oslo)

Per la prima volta ad Oslo, capitale della Norvegia, è stata trovata una sepoltura vichinga contenente anche dei reperti: i resti di uno scudo e di una fibbia per mantello.
La sepoltura è stata trovata sul lato superiore di un piccolo stagno, l'Holmendammen che, probabilmente, in era vichinga, era una zona tranquilla. Si trovava sotto un sottile strato di terriccio e torba, in una valle dove, in tempi antichi, scorreva il torrente Holmenbekken.
Nella sepoltura risalente all'epoca vichinga sono stati rinvenuti frammenti di un vaso in pietra ollare ed una spilla celtica. Oltre a questi sono stati rinvenuti una falce, due coltelli ed il necessario per una cavalcatura. Al momento la tomba è stata datata in base ai reperti ritrovati. La spilla, in particolare, dotata di sfere, appare intorno all'850 d.C. e si diffonde intorno al X secolo d.C. Questa tipologia di spilla per mantello era usata prevalentemente per abiti maschili ed insieme ad un accessorio di scudo ha fatto pensare agli archeologi che la sepoltura fosse quella di un uomo.

Fonte:
lifeinnorway.net

Turchia, ancora ritrovamenti interessanti ad Aizanoi

Turchia, una delle teste rinvenute negli scavi
(Foto: hurriyetdailynews.com)

Durante gli scavi archeologici in corso nell'antica città di Aizanoi, nella provincia occidentale turca di Kutahya, sono venute alla luce delle teste pertinenti delle divinità della mitologia greca: Eros, Dioniso ed Eracle. E' stata anche rinvenuta la statua di un uomo di altezza di 2,10 metri.
Le statue risalgono a duemila anni fa. Alla statua maschile mancano metà del piedistallo ed un piede, mentre le altre parti sono ben conservate.
Gli scavi nell'antica città di Aizanoi sono stati effettuati, in particolare, nel torrente Penkalas. La città risale al 3000 a.C. ed è ritenuta una delle metropoli dell'epoca, con strutture quali il teatro, lo stadio, l'agorà ed il tempio di Zeus.
Nella precedente stagione di scavo sono stati rinvenuti, nella stessa area, molti grandi frammenti di sculture in marmo, alcuni dei quali hanno fatto pensare a statue di altezza variabile dai 3 ai 3,5 metri. Nell'attuale stagione di scavo, oltre alle teste di antiche divinità, è stata rinvenuta anche una meridiana.
La testa della statua di Dioniso è alta 40 centimetri. Nel 2020 è stato rinvenuto il corpo di una statua di Eracle, ma la testa ritrovata di recente non appartiene al resto del corpo rinvenuto in precedenza. La testa di Eros è alta 20 centimetri.
Le teste sono state rinvenute mentre degli operai stavano lavorando ad un ponte romano sul fiume Penkalas. Ad Aizanoi è stato rinvenuto un imponente tempio dedicato a Zeus, situato su una collina, che ha restituito ceramiche ed iscrizioni impresse nella pietra. Particolarmente affascinanti sono sia il teatro romano che lo stadio, costruiti in un unicum che rappresenta una rarità per l'epoca.

Fonte:
hurriyetdailynews.com


lunedì 26 dicembre 2022

Egitto, l'opera della missione archeologica salentina presso Soknopaiou Nesos

Egitto, la missione archeologica dell'Università del Salento
che ha operato nel Fayyum (Foto: archeomedia.net)
Si è conclusa la diciannovesima missione archeologica del Centro di Studi Papirologici dell'Università del Salento a Dime es-Seba (Fayyum), dove dal 2004 ricercatori dell'Ateneo dedicano almeno un mese all'anno allo scavo dell'insediamento di epoca ellenistica e romana (III secolo a.C. - III secolo d.C.) dell'antica Soknopaiou Nesos, nel deserto del Fayyum, a nord del lago Qarun, in un ambiente arido che ha conservato particolarmente bene gli edifici in mattoni crudi e il loro contenuto.
Il sito è molto noto agli studiosi per il gran numero di papiri scritti in greco e in demotico che vennero rinvenuti soprattutto alla fine dell'Ottocento. Iniziata sotto la guida di Mario Capasso, ora professore emerito di Papirologia, la missione è attualmente guidata da Paola Davoli, professoressa di Egittologia alla UniSalento.
Quest'anno la missione, possibile grazie al finanziamento dell'Università del Salento, del Ministero Italiano per gli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e dell'American Endowment Fund, ha avuto come obiettivi lo scavo di alcune strutture di servizio del tempio dedicato al dio Soknopaios ed il restauro di alcuni monumenti.
L'area templare è racchiusa da un alto muro (temenos) in mattoni crudi, che si conserva in alcuni tratti per circa 15 metri di altezza e che venne costruito all'inizio dell'epoca romana (fine del I secolo a.C.). All'interno del recinto sacro sono ancora visibili diverse strutture oltre ai tre templi, di cui due già scavati dal team salentino. Tra questi edifici di servizio ci sono case dei sacerdoti, come testimoniato dai papiri, cappelle per il culto, e strutture di servizio, come ad esempio le cucine in cui veniva preparata l'offerta giornaliera destinata gli dei.
Lo scavo di quest'anno ha posto in luce due ambienti usati per cucinare cibi e pane, situati a ridosso delle mura del temenos. Il loro stato di conservazione non è ottimale ma, nonostante questo, lo spesso strato di cenere diffuso sui pavimenti dei due ambienti ha conservato molti materiali, tra i quali monete di Nerone, Antonino Pio e Traiano, papiri in greco contenenti testi documentari datati in alcuni casi all'epoca dello stesso Antonino Pio e di Commodo, strumenti in osso, vasellame in ceramica e ostraka scritti in demotico con elenchi di sacerdoti suddivisi in philae, ovvero in gruppi di servizio.
I papiri erano probabilmente stati raccolti insieme con cesti e sandali in fibre vegetali e legni di vario tipo per essere usati come combustibile per forni e fornelli. Piuttosto interessante, in questo contesto, è la presenza di vasellame in vetro finissimo, trasparente bianco, di probabile importazione da centri di produzione egiziani e forse impiegato per la tavola degli dei.
L'altro edificio indagato si è conservato solo nel suo piano interrato, in cui vi sono tre cantine coperte con volta a botte, di cui una completa e ben conservata. Si tratta verosimilmente di una casa di sacerdoti di epoca romana, rimaneggiata più volte e costruita al di sopra di edifici di epoca ellenistica, di cui rimangono alcuni muri. Le tre cantine hanno restituito materiali di uso comune molto interessanti ed in ottimo stato di conservazione, come anfore, di cui una con gran parte del suo contenuto ancora sul fondo, costituito da una conserva di pesce salato; un siga, ovvero un grande vaso globurale per liquidi importato dall'Oasi di Baharia, piatti e tazze in ceramica e in faience azzurra, mortai, bicchieri e vasellame fine in vetro soffiato.
Livelli abitativi e di uso di epoca ellenistica sono stati raggiunti anche al di sotto di un altro edificio di culto, situato nell’angolo nord-ovest del temenos e scavato nel 2021. In questo caso si tratta di un’area utilizzata per il taglio di blocchi in calcare giallo che dovettero servire per la costruzione di edifici di epoca tolemaica. Successivamente la zona, che all’epoca doveva trovarsi all’esterno del temenos sacro, ospitò per lungo tempo pecore e capre, per poi essere inglobata nel temenos di epoca romana. I rinvenimenti di epoca ellenistica sono di particolare interesse per la ricostruzione delle fasi costruttive e abitative di Soknopaiou Nesos, di cui si conosce ancora troppo poco. I rinvenimenti di quest’anno aprono nuove prospettive di interpretazione dell’evoluzione dell’area sacra.
I lavori di restauro si sono concentrati in alcuni punti delle mura del temenos, là dove vi era un pericolo di crollo dovuto all’erosione alla base dei setti murari. Sono quindi stati rinforzati due setti del muro ovest con mattoni di nuova fabbricazione, ma secondo le tecniche e le dimensioni antiche. Tale restauro è stato anche l’occasione per lo studio di dettaglio delle tecniche costruttive impiegate nel temenos.
Inoltre, sono state consolidate le mura ai lati del portale d’ingresso principale all’area templare, situato a sud e di fronte alla strada pavimentata (dromos) che attraversa da nord a sud l’abitato e che era usata per le processioni religiose. Anche in questo caso la costruzione dei nuovi corsi di mattoni crudi ha offerto l’occasione per uno scavo nell’area del portale, che ha posto in luce la base degli stipiti costruiti in blocchi di calcare giallo del portale monumentale. È stato così possibile capire che la pavimentazione originale si trova due metri al di sotto dell’attuale piano di calpestio costituito da sabbia e detriti. Purtroppo, il portale è stato demolito in antichità e si è dunque solo in parte conservato. Esso venne costruito con il reimpiego di blocchi, rocchi di colonne e fregi, recuperati da un precedente chiosco tolemaico.
Una cantina di un edificio di servizio costruito a ridosso del portale è stata indagata. Si tratta di un vano sotterraneo per la conservazione di derrate alimentari ancora coperto con volta a botte e pertinente ad un edificio che sarà scavato nel 2023. Al suo interno c’erano ancora monete di Vespasiano, ostraka in demotico e sigilli in argilla con stampiglia figurata, che dovevano sigillare contenitori in legno. Nello scavo di questa zona sono stati recuperati tra sabbia e detriti, e quindi privi del loro contesto originario di uso, alcuni papiri arrotolati e chiusi da sigilli, un frammento di statua raffigurante un personaggio maschile di epoca romana e un’anta in legno di cofanetto, dipinta con una immagine di giovane donna. Purtroppo, la mancanza di iscrizioni impedisce di identificare il soggetto così come l’uso del mobiletto a cui apparteneva.
Il restauro si è quindi esteso al tempio di epoca tolemaica in particolare stato di degrado, essendo in gran parte costruito con pietre locali irregolari. L’edificio si conserva per un alzato di una decina di metri e molti muri sono parzialmente crollati. La ricostruzione e consolidamento dei muri sono iniziati da un ambiente centrale, una scala, particolarmente pericolante. Lo scavo dell’ambiente ha consentito di mettere in luce due rampe di gradini ben conservate e di ricostruire parte della terza. L’edificio aveva due livelli di stanze e un terrazzo sul tetto, accessibili per mezzo di questa scala.

Fonte:
stilearte.it


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