sabato 22 agosto 2026

Aspendos, la città di Asclepio. Trovata una scultura del dio e di suo figlio Telesforo

Aspendos, volto della statua di Asclepio
(Foto: Ministero turco della Cultura e del Turismo)

Una nuova scoperta archeologica ad Aspendos, in Turchia meridionale, aggiunge un importante tassello alla conoscenza della vita religiosa e sociale della città in epoca romana. Gli archeologi hanno portato alla luce un gruppo scultoreo in marmo dedicato ad Asclepio, il dio greco della medicina e della guarigione, raffigurato insieme al figlio Telesforo, personaggio associato alla salute ed alla convalescenza. Il reperto è stato datato dagli archeologi all'ultimo quarto del II secolo d.C. 
La statua, alta 2,2 metri, restituisce l'immagine di una divinità dall'aspetto solenne. La parte superiore del corpo è per lo più scoperta, mentre l'himation, il tradizionale mantello greco, è appoggiato sulla spalla sinistra. Il tessuto scende lungo il corpo formando ricche pieghe intorno alla vita ed alle gambe, secondo una resa che sottolinea la maestria degli scultori antichi.
Ai piedi della divinità compare Telesforo, rappresentato in dimensioni molto più ridotte rispetto ad Asclepio. La figura, dall'aspetto infantile, è immediatamente riconoscibile per il lungo abito con cappuccio che ne avvolge completamente il corpo.
E' molto importante il fatto che entrambe le figure siano sopravvissute insieme e in gran parte intatte. Asclepio e Telesforo vengono spesso rinvenuti separatamente, danneggiati o del tutto assenti dai reperti archeologici, il che costringe gli studiosi a ricostruire gli studiosi a ricostruire la coppia sulla base dei frammenti e fonti scritte. Il fatto di avere entrambe le figure in un unico gruppo sostanzialmente completo offre ai ricerchi qualcosa di ancora più raro: l'opportunità di studiare l'intero arco simbolico delle antiche credenze sulla guarigione esattamente come lo avrebbe visto un pubblico dell'antichità.
Significativo è anche il luogo del ritrovamento. Il gruppo scultoreo è stato rinvenuto tra i resti della Porta Monumentale collegata alla Piazza Orientale di Aspendos. La posizione suggerisce che la scultura non fosse destinata ad un ambiente privato, ma fosse esposta in uno spazio pubblico di particolare importanza, probabilmente legato alla vita cerimoniale della città.
Il gruppo di Asclepio e Telesforo si inserisce, dunque, nel più ampio panorama della religiosità dell'Aspendos romana e mostra come tradizioni greche legate alla medicina continuassero a trovare spazio nella società dell'epoca. Il ritrovamento, oltre al valore artistico delle sculture rappresenta, quindi, una valida testimonianza della vita quotidiana, delle credenze e delle pratiche sociali di una delle maggiori città dell'antica Anatolia.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com



Turchia, gli stateri di Aspendos


Uno statere di Aspendos (Foto: Wikipedia)

Potrebbero essere quelli di un lottatore di oltre 2400 anni fa i resti che sono stati riesumati ad Aspendos, antica città della Panfilia, nell'odierna Turchia meridionale
Un'équipe di archeologi ha individuato uno scheletro all'interno di un sarcofago formato da lastre di pietra, in una necropoli finora poco conosciuta, situata fuori dall'abitato. La sepoltura è stata datata, con ogni probabilità, tra il 475 ed il 300 a.C.
A rendere particolarmente interessante la scoperta sono alcuni oggetti deposti nella tomba, tra i quali alcune monete d'argento, i cosiddetti stateri di Aspendos. Su una delle facce è raffigurata una coppia di lottatori nudi impegnati nel combattimento, immagine che compare molto frequentemente nella monetazione della città. Secondo Mehmet Nuri Ersoy, il ministro turco della Cultura e del Turismo, la presenza di queste monete e degli altri reperti potrebbe indicare che la persona sepolta avesse un legame con lo sport, forse addirittura che fosse un lottatore professionista. Per il momento non esistono, però, prove definitive che consentano di identificare lo scheletro con un atleta.
Aspendos, fondata da coloni greci e sviluppatasi come importante centro commerciale, era dotata di strutture destinate all'attività fisica e alle competizioni. In epoca romana disponeva, inoltre, di un grande stadio, capace di accogliere migliaia di spettatori per gare di corsa, lancio del giavellotto e combattimenti.
Gli stateri con i due lottatori furono coniati per un periodo molto lungo e testimoniano quanto questa disciplina permeasse la stessa identità civica della città. Non si tratta, quindi, solo di un dettaglio decorativo: la ripetizione del motivo nella monetazione suggerisce l'importanza attribuita allo sport nella società locale.
La necropoli orientale, in cui è stata individuata la sepoltura, si trova lungo un'antica strada che dalla zona delle mura conduceva verso il teatro. La scoperta è significativa anche perché il periodo "classico" di Aspendos è ancora relativamente poco documentato dal punto di vista archeologico.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


Egitto, scoperte nuove tombe nell'oasi di Bahariya

Egitto, veduta degli scavi a Bahariya
(Foto: ilgiornaledellarte.com)

Una missione egiziana ha portato alla luce tre tombe nel sito di Sheikh Sobi, nell'oasi di Bahariya, nel deserto occidentale del Paese. Le sepolture appartengono a periodi differenti e contengono mummie, sarcofagi e altri reperti che potrebbero contribuire a ricostruire aspetti della vita e delle pratiche funerarie della comunità che abitò la regione.
La missione archeologica è guidata da Sabri Farag, direttore generale delle antichità dell'oasi di Bahariya.
Il sito di Sheikh Sobi ospita numerose tombe appartenenti a sovrani e sacerdoti del periodo tardo della civiltà faraonica. Le nuove sepolture aggiungono ulteriori elementi ad un quadro archeologico già ricco e mostrano come l'area si stata utilizzata per scopi funerari anche in epoche successive. La prima delle tre tombe rinvenute risale al Periodo Tardo e presenta un pozzo quadrato profondo circa tre metri, da cui si accede a due camere funerarie. Nella camera occidentale, una piccola stanza rettangolare, gli archeologi hanno trovato un sarcofago in pietra calcarea collocato direttamente sul pavimento. All'interno si trovava una mummia avvolta in bende di lino. Secondo Farag, la disposizione del sarcofago è coerente con le caratteristiche di altre tombe del sito datate alla XXVI Dinastia, una fase della storia egiziana compresa tra il VII ed il VI secolo a.C.
Sul lato settentrionale del pozzo si trova una seconda camera, più grande e anch'essa di forma rettangolare. Gli archeologi ritengono che possa essere stata destinata alla sepoltura di altri membri della stessa famiglia, suggerendo l'esistenza di un complesso funerario condiviso.
Le altre due tombe appartengono invece all'epoca romana. Una presenta una struttura a pozzo con caratteristiche riconducibili ad un modello a scala: un ingresso conduce ad un piccolo ambiente, inserito all'interno di una struttura rettangolare. In base alle evidenze archeologiche raccolte durante gli scavi, gli studiosi ritengono che questa tomba non sia mai stata effettivamente utilizzata per le sepolture. L'assenza di decorazioni e le caratteristiche architettoniche hanno portato a collocarla in epoca romana. Anche questa sepoltura potrà offrire informazioni sulla continuità delle tradizioni funerarie dell'oasi in un periodo profondamente diverso da quello faraonico.
La terza tomba presenta una struttura più articolata. E' costituita da un pozzo rettangolare con, con un ingresso nella parte inferiore che conduce ad una piccola camera priva di copertura. Secondo gli archeologi, questo ambiente potrebbe essere stato utilizzato durante il rito funerario per accogliere temporaneamente la mummia prima del suo trasferimento nella collocazione definitiva, all'interno di una delle camere della tomba. La camera conduce ad altri due ambienti. Il primo, sul lato meridionale, conteneva frammenti di un sarcofago in terracotta. Il secondo, collocato sul lato orientale, conservava, invece, un sarcofago in pietra calcarea, del quale mancavano alcune parti del coperchio.
Interessante è la presenza di quattro piccoli ingressi disposti sui lati est, nord ed ovest del pozzo. Gli scavi condotti presso l'ingresso orientale hanno permesso di individuare una sepoltura laterale. Al suo interno è stato trovato un sarcofago cilindrico in terracotta, frammentato in diversi pezzi. Il coperchio presenta una raffigurazione di un volto umano dai tratti ben definiti, un elemento che aggiunge particolare interesse alla scoperta e fornisce ulteriori informazioni sulle pratiche funerarie dell'epoca.
Particolarmente interessante è il carattere artistico dei reperti provenienti da Bahariya. L'egittologo Hassan Selim sottolinea come gli artisti locali non seguissero sempre in modo rigoroso i modelli tradizionali dell'arte egizia. Le precedenti missioni archeologiche avevano individuato nelle tombe raffigurazioni di persone facoltose rappresentate come sacerdoti, mentre le iscrizioni hanno restituito informazioni sulla vita quotidiana e sulle divinità venerate nella regione.
Tra i reperti recuperati figura una variegata raccolta di vasi in ceramica, piccole bottiglie e piatti di forme e dimensioni differenti. Sono state rinvenute diverse tavolette votive in calcare e arenaria, insieme a numerose piccole statuette votive realizzate in terracotta cotta. Tra queste sono presenti statuette raffiguranti figure materne e altre caratterizzate da forme animali rielaborate.
Il complesso archeologico di Sheikh Subi, considerato uno dei siti più importanti dell'oasi, comprende anche il tempio Bawiti, costruito durante la XXVI Dinastia dal governatore dell'oasi di Bahariya, Djed Khonsu-Iuf-Ankh, in onore del re Ahmose II.
Già nel giugno scorso, sempre a Bahariya, erano stati individuati nuovi elementi architettonici del tempio dell'Antico Qasr, tra cui una camera in arenaria e blocchi iscritti con il nome e i titoli del faraone Psamtik I.

Fonti:
ilgiornaledellarte.com
finestresullarte.com

venerdì 21 agosto 2026

Egitto, la misteriosa città-fortezza di Mesen

Egitto, frammenti di un'architrave dell'epoca di Ramses
che recano il nome di Mesen (Foto: stilearte.it)

Un'architrave con il nome di Ramses II e di Horus, signore di Mesen, riporta al centro della ricerca un'antica città di frontiera egiziana. Presso il santuario di una città antichissima sono emerse anche le tracce di una lunga storia militare, fino al castrum romano e alle fornaci che distrussero il complesso monumentale.
Di Mesen, citata nelle fonti come luogo di potente e gloriosa manifestazione del dio Horus, s'erano perse le tracce. Ora gli archeologi egiziani, pure con molta prudenza, ipotizzano che i resti di un insediamento soprattutto militare, e di un importante tempio, appartengano proprio alla città perduta. Il nome della città appare in un'iscrizione su parte di un architrave portato alla luce in questi giorni.
Mesen apparteneva ad un sistema militare e propagandistico dell'Egitto verso l'Asia. Chi arrivava alla frontiera incontrava un paesaggio costruito per impressionare: mura, strade monumentali, soldati, edifici imponenti e, soprattutto, il santuario di Horus, il grande dio falco della regalità, della guerra e della vittoria. Horus incarnava la forza del sovrano e la sua capacità di sconfiggere i nemici. Un grande tempio dedicato a Horus, collocato accanto alle fortificazioni, poteva dunque trasformare la frontiera in una rappresentazione visibile della potenza egiziana.
Le fonti antiche ricordano Mesen proprio attraverso il culto di Horus e la collegano alla regione della grande strada militare verso il Sinai ed il Levante. Mesen poteva essere una città-porta, dove architettura, religione e apparato militare costruivano insieme l'immagine della superiorità dell'Egitto sulla frontiera.
Il nome di Mesen è inciso sulla pietra. Ed è proprio questo nome a rendere particolarmente interessante la nuova campagna archeologica condotta a Tell Abu Saifi, presso Qantara Sharq, nel governatorato di Ismailia, sulla riva orientale del Canale di Suez. Il sito si trova a circa 150-155 chilometri a nordest del Cairo, in uno dei punti più delicati dell'antica frontiera egiziana.
Gli archeologi della missione egiziana hanno recuperato un grande frammento di architrave in arenaria, spezzato in due parti e decorato su tre lati. L'iscrizione contiene i titoli di Ramses II e fa riferimento a lavori di restauro eseguiti su una statua di Horus, signore della città di Mesen. Il significato della citazione è importante perché consente di ipotizzare che la statua del dio fosse collocata proprio nella città perduta. Il faraone volle sottolineare, attraverso il restauro della statua stessa, il recupero del controllo pieno, anche culturale, della porta di accesso, da Oriente, all'Egitto.
Il reperto è importante perché Tell Abu Saifi è da tempo coinvolta nella discussione sulla localizzazione di Mesen e sulla geografia dell'antica Via di Horus, la grande direttrice che dall'Egitto conduceva verso il Sinai e il Levante. Lungo il suo percorso si concentravano fortificazioni, stazioni di rifornimento, punti di controllo e strutture necessarie al movimento delle truppe.
Le fonti del Nuovo Regno ricordano una successione di fortezze lungo questa direttrice. Un rilievo di Seti I a Karnak rappresenta e nomina alcune delle fortificazioni sulla Via di Horus. Il percorso usciva dall'Egitto attraverso una città fortificata collegata al sistema idrico del Delta. Studi sulla viabilità del nord Sinai in età greco-romana hanno collegato questa antica direttrice all'area di Qantara e, nelle ricostruzioni tradizionali, a Tjaru, Sele o Sile.
La cosa divenne ancora più complessa quando il paesaggio del Delta cambiò. Il corso dei rami del Nilo e la linea costiera si modificarono nel corso dei secoli, alterando i rapporti fra i centri e la frontiera. Il Ministero egiziano ricorda proprio questo processo per spiegare lo spostamento dell'importanza strategica dall'area di Tell Heboua, associata alla città faraonica di Tharu, verso Tell Abu Saifi.
In età tolemaica Tell Abu Saifi diventa un grande complesso fortificato. Le ricerche hanno individuato una strada in lastre calcaree lunga più di 100 metri e larga circa 11 metri, che dall'ingresso orientale conduceva verso il cuore del sito. Ai lati sono stati trovati oltre 500 cerchi di argilla, interpretati come alloggiamenti per alberi che formavano un ingresso alberato alla fortezza. Sotto la strada romana è stata riconosciuta una precedente pavimentazione di età tolemaica.
Roma eredita una frontiera già organizzata dagli Stati precedenti. Dopo l'annessione dell'Egitto nel 30 a.C., il controllo della fascia orientale diventa parte del sistema di sicurezza della nuova provincia. La strada verso Pelusium, Qantara e il Sinai mette in comunicazione il Delta con uno dei principali corridoi verso la Siria e la Palestina. Pelusium, sulla costa mediterranea, costituisce uno dei grandi punti strategici della regione: le sue vie militari la collegano sia con l'interno dell'Egitto sia con la costa levantina.
Pelusium controlla l'accesso nordorientale al Delta; Qantara presidia il passaggio verso il Sinai; più ad est la Via di Horus prosegue verso le stazioni di frontiera e quindi verso Rafah e Gaza. Tell Abu Saifi si inserisce in questo dispositivo. Anche un millennio dopo Ramses II il luogo è rimasto cruciale, le testimonianze romane qui sono, infatti, numerose. Uno studio dedicato alle arti e ai materiali di Tell Abu Saifi nel periodo greco- romano segnala ceramiche locali e importate, monete, manufatti in pietra, vetri ed iscrizioni. Una delle iscrizioni è datata al 288 d.C. e riguarda un'unità militare romana stanziata a Tell Abu Saifi, allora identificata come Sila. Un'altra iscrizione greca su calcare conserva informazioni sull'organizzazione dell'esercito romano nella fortezza.
La data del 288 d.C. è particolarmente utile perché porta la presenza militare in una fase precisa dell'impero, quando la frontiera egiziana è sottoposta a crescente riorganizzazione. La missione ha individuato alloggi per i soldati, inseriti nell'area della fortezza romana. Il sito, oltre mura e torri, conserva gli spazi della vita quotidiana della guarnigione. Il Ministero egiziano collega queste abitazioni alla presenza militare durante il periodo degli imperatori Diocleziano e Massimiano.
Nel Sinai e nel Delta orientale la funzione dei forti, delle torri e delle stazioni lungo le piste desertiche aveva la funzione di controllare le vie di comunicazione attraverso una presenza militare distribuita sul territorio. A Tell Abu Saifi questa funzione diventa particolarmente evidente nel III secolo d.C., quando parti del complesso vengono riutilizzate per un castrum romano. Tale trasformazione è leggibile anche attraverso la viabilità. La strada romana, più stretta di quella tolemaica sottostante, conduce verso il cuore dell'insediamento. La nuova organizzazione risponde ad esigenze differenti da quelle del grande complesso monumentale precedente.
Nella fase tarda dell'Età romana l'area diventa anche un centro di produzione della calce viva. Gli archeologi hanno individuato quattro grandi fornaci. La loro posizione è particolarmente significativa: furono realizzate sopra l'area monumentale del santuario. Il materiale lapideo degli edifici veniva recuperato e trasformato in calce, distruggendo sistematicamente gran parte delle strutture in pietra del complesso.

Fonte:
stilearte.it


Betiga, i mosaici del complesso di Sant'Andrea ed i dedicanti

Croazia, particolare di uno dei mosaici rinvenuti
(Foto: ilgiornaledeallarte.com)

Nel complesso di Sant'Andrea a Betiga, nell'Istria croata, sono tornati alla luce mosaici paleocristiani del V secolo d.C. rimasti protetti per quasi mezzo secolo.
Tra le iscrizioni compare quella di Feliciano e Ingenua, che si definiscono peccatores nimis, grandi peccatori, e dichiarano di aver finanziato l'opera in onore dei santi.
Non sappiamo quasi nulla delle vite di Feliciano ed Ingenua, sappiamo, però, che contribuirono alla realizzazione di uno dei primi edifici cristiani del sito.
Il mosaico è tornato visibile durante una nuova campagna di ricerca condotta dal Museo Archeologico dell'Istria, quasi cinquant'anni dopo gli scavi sistematici degli anni Settanta. Si tratta, quindi, di una riscoperta: i pavimenti erano stati riportati alla luce tra il 1975 ed il 1979 e successivamente protetti. La tecnologia dell'epoca non era in grado di analizzarli e documentarli come è possibile fare ora attraverso la scansione laser, la fotogrammetria e la modellazione tridimensionale.
Il nucleo più antico del complesso è una cappella commemorativa trilobata, costruita all'inizio del V secolo attorno alla tomba di un santo del quale non si conosce l'identità. E' qui che compare l'iscrizione di Feliciano ed Ingenua. La coppia potrebbe aver finanziato il pavimento musivo e forse aver avuto un ruolo più ampio nella costruzione stessa della cappella. Potrebbe darsi anche che la struttura non fosse inizialmente consacrata specificamente a Sant'Andrea. Questa dedicazione è documentata solo più tardi, attraverso un'iscrizione lapidea preromanica del IX secolo.
I mosaici più antichi sono in bianco e nero, con geometrie, croci e motivi vegetali stilizzati. Quando la cappella fu successivamente inglobata in una basilica più ampia, nella prima metà del V secolo, la decorazione divenne più complessa e policroma: viticci di edera, fiori di loto e composizioni interpretate come alberi della vita trasformavano il pavimento in un repertorio nel quale ornamento e simbolismo cristiano convivevano.
Feliciano ed Ingenua non sono gli unici committenti sopravvissuti attraverso le iscrizioni. Altri mosaici ricordano i nomi di chi contribuì economicamente alla decorazione della basilica. Un sacerdote di nome Dalmazio avrebbe finanziato circa 300 piedi quadrati romani di pavimento, equivalenti a circa 26 metri quadrati. Aquilino e Urania, insieme alla propria famiglia, ne sostennero altri 300, mentre Fiorenzo ed i suoi familiari ne offrirono circa 200.
Le iscrizioni consentono di osservare concretamente come veniva finanziata una comunità cristiana tardoantica. Il pavimento della chiesa funzionava anche come luogo di memoria sociale: chi contribuiva alla costruzione dello spazio sacro poteva associare il proprio nome al monumento ed alla comunità religiosa che lo frequentava.
Il sito di Betiga permette di seguire l'espansione di un centro religioso lungo diversi secoli. La prima cappella commemorativa venne progressivamente inglobata in una basilica a tre navate, dotata di battistero, mausoleo, portico, atrio e cisterna. In seguito vi si stabilì probabilmente una comunità monastica. Betiga sorgeva in un territorio rurale densamente occupato in età romana, caratterizzato dalla presenza di ville e insediamenti produttivi. Il complesso di Sant'Andrea divenne uno dei principali poli cristiani dell'Istria extraurbana. In epoca preromanica, la chiese venne nuovamente trasformata e arricchita con arredi liturgici in pietra decorati da motivi ad intreccio. I materiali ceramici indicano che la vita del monastero proseguì ancora per secoli, probabilmente fino al XIII secolo.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com

Gortina, i topi...di Apollo

Creta, il santuario di Apollo (Foto:

Nel santuario di Apollo a Gortina, sull'isola di Creta, gli archeologi della Scuola Archeologica Italiana di Atene e dell'Università di Padova stanno studiando un eccezionale deposito votivo con i resti di oltre 450 topi. Il ritrovamento potrebbe documentare sull'isola il culto di Apollo Smintheus, il dio associato ai roditori ed alle pestilenze già evocato nell'Iliade.
Gli scavi del 2026, intanto, stanno ridefinendo uno dei più antichi complessi sacri della nascente polis cretese.
Il deposito votivo, individuato nel 2025, si trova nel recinto sacro dedicato ad Apollo. Il numero dei roditori è eccezionale: oltre 450 individui deposti insieme ad altre offerte. Ed è proprio questa concentrazione ad avere suggerito agli archeologi una possibile interpretazione. I topi potrebbero essere collegati ad Apollo Smintheus, letteralmente l'Apollo dei topi, una particolare manifestazione del dio legata alla capacità di provocare e al tempo stesso allontanare pestilenze ed epidemie. Il riferimento porta direttamente ad Omero che, nel primo libro dell'Iliade, ci presenta il sacerdote Crise che invoca Apollo perché punisca con una pestilenza l'esercito acheo che assedia Troia.
Il principale centro conosciuto del culto di Apollo Smintheus si trovava, infatti, nella Troade, nell'Anatolia nordoccidentale, presso l'odierna Gulpinar. Secondo la tradizione antica, nel santuario venivano mantenuti topi vivi sotto l'altare e la statua cultuale attribuita allo scultore Skopas. La statua avrebbe rappresentato Apollo con un piede poggiato sopra un roditore.
Strabone ricordava, inoltre, diverse località dell'Asia Minore legate al nome Sminthe, indizio di una diffusione del culto più ampia rispetto al singolo santuario anatolico. E' precisamente questo quadro a rendere interessante Gortina. Se l'interpretazione del deposito verrà confermata, i 450 roditori potrebbero documentare una declinazione cretese del culto di Apollo Smintheus e ampliare sensibilmente la geografia religiosa finora conosciuta.
Il topo, nel mondo antico, possedeva un'ambivalenza che aiuta a comprendere il culto. Era un animale capace di distruggere raccolti e riserve alimentari e poteva essere associato alla diffusione delle malattie. Apollo, analogamente, possiede, nella religione greca, una natura duplice: può scagliare la pestilenza e può farla cessare. Il deposito di Gortina potrebbe, quindi, appartenere ad una pratica religiosa costruita precisamente attorno a questo rapporto fra contagio, protezione e divinità. Ovviamente è necessario uno studio archeozoologico dei materiali, della modalità di deposizione e delle offerte associate.
E' anche la cronologia del santuario a rendere importante la scoperta. Il recinto sacro venne costruito intorno alla metà del VII secol a.C., in una fase cruciale per la formazione delle città-stato cretesi. Le tre nuove trincee aperte durante la campagna 2026 hanno confermato la datazione e fornito ulteriori informazioni sulle tecniche costruttive dell'edificio.
Ci troviamo, quindi, davanti ad uno dei complessi religiosi più antichi collegati alla nascita della polis cretese. In una fase storica scarsamente documentata dalle fonti scritte, l'archeologia permette di osservare come culto, organizzazione dello spazio e costruzione della comunità politica procedessero insieme.
Nei secoli successivi il santuario avrebbe conosciuta una lunga trasformazione. In epoca ellenistica era associato ad Apollo Pizio, mentre sotto il dominio romano divenne uno dei principali complessi religiosi della città.
Gli archeologi stanno contemporaneamente lavorando sul vicino Teatro del Pizio, costruito nel II secolo d.C. e considerato il teatro romano meglio conservato di Creta. La cavea semicircolare poteva accogliere circa duemila spettatori ed era preceduta da un grande portico colonnato. Gli scavi del 2026 hanno riportato alla luce nuove porzioni della scaenae frons, la monumentale facciata architettonica che costituiva il fondale del palcoscenico. Lunga originariamente circa 50 metri, doveva presentarsi come una composizione articolata di portali, colonne doriche bianche e nere e rivestimenti marmorei. Dal materiale di crollo stanno, inoltre, emergendo elementi architettonici e frammenti scolpiti che potranno contribuire alla ricostruzione dell'aspetto originario dell'edificio.
Santuario e teatro formavano, così, un sistema monumentale nel quale religione, spettacolo e vita pubblica finivano per occupare spazi strettamente connessi.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


mercoledì 19 agosto 2026

Roma, rinvenuto un edificio sotto Villa Celimontana

Roma, le scoperte sotto villa Celimontana
(Foto: Fabio Caricchia, Ministero della Cultura)

Otto ambienti decorati con mosaici ed affreschi di grande pregio, un edificio di età imperiale rimasto nascosto per secoli e un ritrovamento che potrebbe ridefinire la conoscenza di uno dei settori più importanti del Celio antico. E' questo il risultato degli scavi condotti dalla Soprintendenza Speciale di Roma del Ministero della Cultura durante i lavori di consolidamento del muraglione storico di Villa Celimontana
Le indagini hanno portato alla luce cinque ambienti completamente scavati ed altri tre parzialmente conservati, appartenenti ad un edificio costruito nel II secolo d.C. e riorganizzato nel III secolo. Tra i ritrovamenti più significativi figurano un grande  mosaico con un emblema marino raffigurante un delfino, un pesce, un'aragosta ed un granchio intorno ad un cratere, frammenti di un precedente pavimento musivo di età antonina, ampie porzioni del soffitto affrescato e numerosi rivestimenti in opus sectile, testimonianza dell'elevato livello decorativo del complesso.
La natura dell'edificio resta al momento oggetto di studio. I raffinati mosaici e gli affreschi sembrano raccontare la storia di una residenza aristocratica, mentre la collocazione dell'edificio e alcuni elementi emersi durante lo scavo potrebbero indicare che facesse parte della caserma della V coorte dei Vigiles. Se questa seconda ipotesi venisse confermata, il ritrovamento contribuirebbe a ridefinire l'estensione di uno dei più importanti complessi militari della Roma imperiale.

Fonte:
Ufficio Stampa e Comunicazione MiC


Crimea, un antico tempio e la sepoltura di un bambino

Crimea, gli scavi nell'area del tempio di
Zeus (Foto: amanti della storia
dell'antica Grecia)

Un cranio con evidenti tracce di malattia, un tempio costruito con la fronte verso l'alba ed un bambino che potrebbe essere stato sacrificato o semplicemente compianto.
Nella steppa della Crimea orientale, dove le rovine dell'antica città-fortezza di Axis Artezian giacciono sepolte sotto terra da oltre due millenni, gli archeologi hanno appena scoperto i resti di un neonato, sepolti direttamente sotto le fondamenta di un tempio sacro, in quella che potrebbe essere la prova di un sacrificio rituale risalente a circa 2100 anni fa.
Il minuscolo scheletro è stato ritrovato nascosto sotto un altare, proprio alla base del muro settentrionale del tempio di Zeus Genarchos e Soter, Zeus il Progenitore e Salvatore. Gli archeologi datano la sepoltura a prima del 63 a.C., quindi antecedente alla costruzione del tempio. La tomba venne realizzata contemporaneamente alla posa della prima fila di fondamenta dell'edificio, durante il regno di Mitridate Eupatore Dioniso, tra gli anni 60 e 70 del I secolo a.C. La lapide venne incastonata nelle fondamenta, trasformandola in una tavola sacrificale. La buca venne, in seguito, riempita di terra.
Il bambino è stato ritrovato completamente vestito, con un braccialetto di bronzo con delle perline fatte di semi. C'era anche una fibbia metallica purtroppo decomposta, della quale sono stati recuperati frammenti in lega di bronzo ossidata.
La prima ipotesi fatta dai ricercatori in merito a questa particolare sepoltura è che sia un sacrificio di fondazione, un'antica e diffusa pratica in cui una sepoltura veniva collocata direttamente sotto la pietra angolare di una nuova struttura per ancorare simbolicamente l'edificio e garantirgli la protezione divina. Altri ricercatori, invece, ipotizzano la possibilità che possa trattarsi di un rituale di espiazione, una sorta di capro espiatorio, in cui il sacrificio aveva lo scopo di allontanare la sventura dalla comunità o di espiare qualche colpa collettiva.
Esiste, però, anche un'altra possibilità, più inquietante. La forma del cranio del neonato ha indotto i ricercatori a sospettare che il bambino soffrisse di idrocefalia, un accumulo di liquido nel cervello che, nell'antichità sarebbe stato fatale. In tal caso la sepoltura potrebbe non essere stato un sacrificio ma una sepoltura sacra: un bambino morto per cause naturali sepolto in un luogo di particolare importanza.
Gli archeologi sospettano che la fossa di sepoltura possa contenere anche i resti di un secondo neonato. Finora sono state rinvenute solo ossa delle gambe appartenenti ad un altro bambino.
Si stima che il bambino abbia avuto un anno o più. Quel che è certo è che non si tratta di un neonato. La parte superiore dello scheletro era deliberatamente rivolta a sud-est, sul fianco sinistro, un orientamento che suggerisce una collocazione rituale intenzionale.
Il tempio di Zeus Genarchos e Soter non era un santuario ordinario. I suoi altari erano disposti con una notevole precisione astronomica, allineati lungo l'asse dell'equinozio per segnare i punti in cui il sole sorge e tramonta: un livello di pianificazione che testimonia quanto questo tempio fosse centrale nella vita religiosa della comunità che lo costruì.
Questa comunità viveva ad Artezian, uno dei principali insediamenti fortificati dell'antichità che proteggevano la costa del mar d'Azov, in Crimea. Strategicamente il sito controllava quella che viene spesso definita la "via reale", la terrestre che collegava il mar d'Azov a Panticapeo, la grande capitale del Regno del Bosforo. Le sue mura difensive e la posizione dominante lo rendevano un anello chiave nella rete degli insediamenti fortificati del regno durante i turbolenti secoli del tardo periodo ellenistico e dell'inizio del periodo romano.

Fonte:
Amanti della storia dell'Antica Grecia


Sicilia, interessanti scoperte sull'Akragas (Agrigento) cristiana

Agrigento, il pavimento musivo rinvenuto tra le rovine
dell'antica città (foto: finestresullarte.info)

Ad Agrigento si è conclusa l'undicesima campagna di scavi nel quartiere ellenistico-romano dell'antica città. Le indagini hanno restituito elementi utili a ricostruire l'evoluzione dell'antica Akragas, l'Agrigentum romana, tra l'Età tardo-antica e l'Alto Medioevo.
Le ricerche si sono concentrate nel quarto isolato dell'area archeologica del Parco della Valle dei Templi, nelle vicinanze di un vasto complesso termale, dove è tornato alla luce un edificio rimasto in uso per circa otto secoli, dal III secolo a.C. fino almeno al V secolo d.C., testimoniando la lunga continuità di vita del quartiere. L'analisi delle diverse pavimentazioni sovrapposte ha permesso di ricostruire le principali fasi di trasformazione dell'edificio.
Al più antico piano in calcarenite gialla è succeduto un pavimento in cocciopesto di età repubblicana, con tracce di colore rosso, mentre l'ultima fase è rappresentata da un raffinato mosaico geometrico policromo risalente all'età tardoantica.
La scoperta più significativa riguarda alcuni elementi che sembrano documentare la diffusione del cristianesimo in Sicilia tra il III ed il IV secolo d.C. All'interno di una vasca quadrangolare sono stati, infatti, rinvenuti monete, resti di piccoli animali riconducibili a probabili banchetti rituali e alcuni tappi di anfore. Su uno di questi è inciso il monogramma cristiano, dettaglio che suggerisce un possibile collegamento con il vicino luogo di culto ricavato, in epoca precedente, all'interno di una cisterna delle terme.
"Le ricerche degli ultimi anni stanno mettendo il luce una vera e propria città cristiana, con le sue articolazioni intorno agli edifici di culto, le sue necropoli e i suoi spazi rituali. - Ha affermato Maria Serena Rizzo, funzionaria archeologa del parco di Agrigento. - Più difficile riconoscere le tracce della nuova religione all'interno degli spazi abitativi".

Fonti:
finestresullarte.info
magazine.unibo.it


Ferento, rinvenuta un'interessantissima necropoli

Ferento, parti di un corredo tombale rinvenuto nella
necropoli appena scoperta (Foto: ViterboToday)

In località Casaccio, in un'area compresa tra Viterbo e Vitorchiano, le indagini archeologiche preventive legate alla realizzazione di un cavidotto hanno portato alla luce un complesso funerario eccezionale.
L'area, estesa per circa 600 metri quadrati, conserva 25 sepolture databili ad un periodo compreso tra il V secolo a.C. fino al II secolo d.C. Un arco di sette secoli che permette di seguire il passaggio dall'epoca etrusca alla romanizzazione e, successivamente, alla piena età imperiale. Gli archeologi hanno individuato sette tombe a camera e diciotto tombe a fossa, con sarcofagi in peperino, urne in tufo e resti osteologici appartenenti a diversi individui.
I corredi funerari rinvenuti comprendono vasellame da mensa, oggetti in vetro, monete, lucerne ed elementi in bronzo che restituiscono frammenti della vita quotidiana e delle pratiche funerarie, ma anche indicazioni sulle differenze sociali e sulle credenze delle comunità locali. Tra i reperti spiccano uno specchio in lega d'argento e un minuscolo orecchino d'oro, rinvenuto nella sepoltura di un bambino.
Particolarmente imponente è la cosiddetta "tomba quattro". Un corridoio di accesso composto da sedici gradini conduce a una camera funeraria scavata a quasi cinque metri di profondità progettata originariamente per accogliere almeno dodici defunti. Una struttura che testimonia l'importanza attribuita alla sepoltura e, probabilmente, il rango della famiglia o del gruppo che ne fece uso.
Ma a rendere ancora più singolare la scoperta è stato il ritrovamento, nello spazio tra due sepolture, di un cranio fossilizzato di un Bos primigenio, l'uro, gigantesco bovino selvatico ormai estinto e considerato l'antenato del bestiame domestico. La sua presenza apre interrogativi sulla stratigrafia del sito e sulle diverse fasi di formazione del paesaggio.

Fonti:
ilgiornaledellarte.com


domenica 16 agosto 2026

Sardes, Turchia, ritrovata la statua di un giovane rivolta verso terra

Turchia, la statua ritrovata a testa in giù come base di
una strada romana (Foto: Ministero della Cultura e del
Turismo della Turchia)

Per quasi 2500 anni il volto di un giovane uomo è rimasto rivolto verso la terra. Sopra il marmo passava una strada della Sardes romana, mentre la statua era stata trasformata in materiale da costruzione. Quella posizione ha protetto proprio le parti più delicate della scultura. Oggi il reperto conserva il volto, la capigliatura, le mani e particolari dell'abbigliamento.
La scoperta è avvenuta a Sardes, presso l'odierna Sart, a circa 440 chilometri da Ankara. La città sorgeva nella valle dell'Hermos, l'attuale Gediz, in una posizione strategica dell'Anatolia occidentale, tra l'interno della regione ed il mondo egeo.
Il giovane raffigurato dalla statua è in piedi ed ha dimensioni superiori a quelle naturali. L'opera è stata datata tra il 470 ed il 450 a.C. e raggiunge i 2,20 metri di altezza. E' stata recuperate in due grandi parti; i piedi e alcuni frammenti minori risultano mancanti.
Quando fu scolpita, Sardes era già una delle città più importanti dell'Anatolia occidentale. Era stata la capitale del regno di Lidia, una potenza conosciuta nell'antichità per la sua ricchezza, legata anche alle risorse aurifere della regione. La città occupava una posizione favorevole lungo le vie che collegavano l'interno dell'Anatolia alla costa egea. A Sardes si svilupparono anche alcune delle prime forme di monetazione in metallo prezioso.
Nel 547 a.C. il regno lidio fu conquistato dai Persiani di Ciro il Grande. Sardes mantenne il proprio peso politico e divenne la capitale della provincia occidentale dell'impero achemenide, amministrata da un satrapo, il rappresentante del sovrano persiano. La statua appartiene proprio a questa fase della storia della città.
Il giovane indossa un himation, il grande mantello utilizzato nel mondo greco, sopra un chiton, una veste leggera simile ad una tunica. Sotto questi indumenti compare una terza veste caratterizzata da linee orizzontali. Secondo il Ministero della Cultura e del Turismo turco, questo particolare non trova confronti nelle statue analoghe conosciute dell'Anatolia e della Grecia e rappresenta quindi un possibile elemento della tradizione locale legata alla cultura lidia.
La posizione eretta ed i lunghi capelli ricordano esempi della scultura del VI secolo a.C.; i lineamenti del volto, la resa anatomica delle mani ed altri dettagli della lavorazione appartengono, invece, alla prima metà del V secolo a.C.
Nella mano destra il giovane tiene un frutto che gli studiosi ritengono possa essere una mela cotogna. Secondo l'interpretazione indicata dal Ministero turco, potrebbe trattarsi di un'offerta destinata ad una divinità. L'identità del personaggio resta ancora sconosciuta. Le informazioni diffuse finora lo descrivono semplicemente come un giovane uomo e non permettono di identificarlo come re, sacerdote, atleta, guerriero o divinità.
Anche il luogo nel quale la statua era stata collocata originariamente non è stato individuato. Gli archeologi hanno invece documentato il suo ultimo impiego avvenuto molti secoli dopo la sua realizzazione. Durante il periodo romano il marmo venne riutilizzato nella pavimentazione della strada colonnata all'ingresso di Sardes. La statua fu collocata con il volto rivolto verso il basso, sotto la superficie della strada. Le fonti disponibili non permettono di stabilire le motivazioni di questa strana collocazione. Il riutilizzo di elementi scultorei e architettonici era una pratica conosciuta nel mondo romano ed anche a Sardes sono documentati materiali più antichi impiegati nuovamente nelle costruzioni.
Gli studiosi ora si preoccupano della conservazione e della ricerca di eventuali pigmenti antichi. Le sculture in marmo dell'antichità potevano, infatti, essere dipinte ed il loro aspetto originale era molto diverso dal bianco uniforme che oggi associamo alla statuaria classica. La presenza di pigmenti potrebbe fornire nuovi elementi per ricostruire l'aspetto originario del giovane, compresi i colori utilizzati per l'abbigliamento ed eventuali dettagli decorativi.

Fonti:
Ministero della Cultura e del Turismo della Turchia
stilearte.it

Roma, il Tevere rivela i resti del Ponte Neroniano

Roma, i resti del ponte neroniano emerso grazie alla secca
del Tevere (Foto: archeomedia.net)

Il livello straordinariamente basso del fiume Tevere, nel cuore di Roma, ha rivelato, in questi giorni, nei pressi del Vaticano, i resti dell'antico ponte romano databile probabilmente al regno dell'imperatore Nerone (54-68 d.C.).
La costruzione, posta nei pressi di Castel Sant'Angelo, consentiva alla Via Triumphalis (l'antica strada consolare che collegava Roma a Veio) di attraversare il fiume, collegando Roma all'area del Vaticano.
Il ponte, realizzato nel I secolo d.C., collegava il Campo Marzio con l'Ager Vaticanus, dove si trovavano le proprietà dell'imperatore Nerone, compresa la villa della madre Agrippina, il circo di Caligola e la via Cornelia, che passava davanti a Castel Sant'Angelo.
Alla metà del Settecento i resti dei piloni, che emergevano dall'acqua, erano più evidenti e venivano impiegati per ormeggiare i mulini natanti che azionavano le loro macine sfruttando la corrente del Tevere incanalata dai piloni. Alla fine del XIX secolo i piloni furono demoliti per rendere più navigale il fiume e negli scavi dei primi del Novecento, intrapresi per realizzare il ponte Vittorio Emanuele II, vennero trovate le puntazze in ferro e le travi in legno conficcate ancora nel letto del fiume.
Non si conosce l'epoca della distruzione e, forse, andò in disuso in occasione della costruzione delle mura aureliane, nelle quali sembra mancare una porta in corrispondenza del ponte, anche a causa della vicinanza del ponte Elio. Non doveva più essere utilizzabile nel VI secolo d.C., all'epoca della guerra gotica. Il Ponte Neroniano avrebbe dovuto essere ricostruito per Giulio II della Rovere con il nome di ponte Giuliano per collegare via della Lungara con la via Giulia, sulla riva opposta, ma il progetto rimase irrealizzato. 

Fonti:
archeomedia.net
Wikipedia


Kainua ed i suoi segreti, torna alla luce un pozzetto votivo a Marzabotto

Marzabotto, una delle statuine rinvenute nel pozzo
(Foto: archeomedia.net

Statuette in bronzo, un rarissimo piatto in bronzo, che conserva ancora l'originario colore lucente del metallo, e offerte votive sono i principali reperti emersi dalla campagna di scavo che interessato un antico pozzo rituale nell'area sacra di Kainua, l'antica città etrusca i cui resti si conservano nel territorio di Marzabotto, in provincia di Bologna
Gli oggetti rinvenuti sul fondo del pozzo sembrano essere frutto di una deposizione rituale legata alla fondazione della struttura, che è stata datata tra la fine del VI ed i primi decenni del V secolo a.C., in concomitanza con la nascita della città di Kainua. A testimonianza della fase finale di utilizzo del pozzo, con la conseguente chiusura, sono due scheletri umani, che sembrano segnare il momento dell'abbandono e della chiusura della struttura.
Il pozzo si trova nell'area sacra urbana di Kainua e conferma come questa struttura non fosse destinata solo all'approvvigionamento idrico, ma avesse anche una funzione rituale legata sia alla fondazione della città che al culto dell'acqua.
L'area non è nuova a ritrovamenti di particolare rilievo, come dimostrano i due monumentali templi le cui iscrizioni etrusche sono state attribuite alla principale coppia divina del pantheon etrusco: Tinia (corrispondente a Zeus) e la sua consorte Uni (assimilata ad Hera). Nell'area dedicata ad Uni è documentato, inoltre, il culto di Vei, divinità assimilabile a Demetra, protettrice della fertilità agraria ed umana.
La campagna di scavo è stata condotta dal Museo Nazionale Etrusco di Marzabotto e dall'Università di Bologna, nell'ambito di una collaborazione istituzionale.
L'esistenza della città è nota fin dal 1551, quando frate Leandro Alberti, nel suo Descrittione di tutta Italia, ipotizza la presenza di una città antica sulla base del ritrovamento di alcune rovine di edifici, mosaici e monete. Il sito, malgrado sia andato in parte perduto a causa dell'erosione della marna dovuta al vicino fiume Reno, rimane unico nel suo genere poiché ha perfettamente conservato le tracce della sua planimetria, a pianta ottagonale di stampo coloniale.

Fonti:
archeomedia.net
Wikipedia

Gragnano, riemerge un'antica e ben conservata necropoli

 
Gragnano, i materiali recuperati dalla necropoli
(Foto: quotidianoarte.com)
Si tratta di uno dei ritrovamenti archeologici più rilevanti degli ultimi anni nel Sud Italia. Nel corso dei lavori di espansione del Pastificio Garofalo di Gragnano, in provincia di Napoli, è emersa una necropoli risalente al VI secolo a.C., portata alla luce grazie alle attività di archeologia preventiva condotte sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l'Area Metropolitana di Napoli.
Lo scavo, condotto tra l'inizio del 2025 e i primi mesi del 2026, ha restituito 85 sepolture distribuite su un'area di circa 2.000 metri quadrati. Finora sono stati identificati 16 adulti, 4 bambini e 15 infanti, mentre le indagini sui restanti individui sono ancora in corso. A colpire i ricercatori non è stato tanto il numero dei sepolti ma lo stato di conservazione delle sepolture. In alcune casse funerarie in tufo si è, infatti, creata, nel tempo, un'atmosfera priva di ossigeno che ha permesso la sopravvivenza di materiali organici normalmente perduti, compreso un piatto di legno.
Le tombe hanno restituito vasellame decorato, gioielli tra i quali collane e pendenti in avorio con figure umane, una spada in ferro e fibule in bronzo, elementi che, secondo la Soprintendenza, rimandano alle strategie di autorappresentazione sociale di un'élite di rango elevato dell'Ager Stabianus. Tra i reperti figurano inoltre graffiti alfabetici che riportano i nomi dei possessori, testimonianza delle reti commerciali che nel VI secolo a.C. collegavano quest'area della Campania alla Grecia, all'Egitto ed al Mediterraneo orientale
Lo studio dei materiali biologici ha permesso di ricostruire aspetti legati all'alimentazione, alla mobilità e alle condizioni di vita delle comunità dell'epoca, dal rachitismo infantile alle deformazioni scheletriche legate alle attività lavorative.
Al di sotto della necropoli sono emerse anche strutture più antiche, riferibili all'Età del Rame e del Bronzo che creerebbero una continuità con le popolazioni di Longola e, in prospettiva, con Pompei, riaprendo l'interrogativo sulla localizzazione dell'antica città di Stabia, questione su cui gli studiosi non si dicono ancora in grado di offrire una risposta definitiva. Si riteneva che gli insediamenti indigeni fossero scomparsi con la fondazione italica di Nocera e di Pompei, mentre i nuovi dati suggeriscono una fase più avanzata di quella presenza nel VI secolo a.C.
Il ritrovamento non è isolato. La nuova area funeraria si inserisce in una necropoli più ampia, individuata già a metà degli anni '50 dall'archeologo Libero D'Orsi in località Madonna delle Grazie. In quell'occasione furono recuperati i corredi di circa 300 tombe, oggi conservati al Museo Archeologico di Quisisana.

Fonte:
quotidianoarte.com

Pineto, portato alla luce un interessante complesso romano

Pineto, il complesso produttivo riportato alla luce
(Foto: notiziedabruzzo.it)

Un complesso produttivo romano databile tra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C. è stato individuato a Pineto, in provincia di Teramo, durante i lavori per la realizzazione del metanodotto Cellino Attanasio-Pineto.
Le indagini, condotte sotto la direzione scientifica della Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio per le province dell'Aquila e Teramo e coordinale dalla funzionaria archeologa Gilda Assenti, hanno riportato alla luce strutture murarie, ambienti destinati allo stoccaggio e una fornace.
Tra i reperti rinvenuti figurano frammenti di anfore, tappi, laterizi, una moneta ed un amo da pesca in bronzo.
Gli elementi raccolti fanno ipotizzare la presenza di un centro specializzato nella produzione e nello stoccaggio di contenitori destinati al trasporto di olio, garum e vino atriano, collegato all'antica Hatria (l'attuale Atri) e ai traffici commerciali lungo l'Adriatico. L'area è stata temporaneamente reinterrata per garantirne la tutela.
L'area era situata in una posizione strategica tra la viabilità antica e il litorale.

Fonte:
notiziedabruzzo.it

sabato 11 luglio 2026

Spagna, scoperto un interessantissimo carro votivo in bronzo

Spagna, il carro votivo in bronzo
(Foto: CSCIC Comunicaciòn)

Nel sito archeologico di Casas del Turunelo, nella provincia di Badjoz, in Spagna, è stato rinvenuto un carro votivo in bronzo di grande complessità decorativa ed iconografica, ritenuto un esemplare senza confronti noti nella penisola iberica. Il reperto è stato individuato all'interno di un passaggio di un edificio a carattere rituale, un'area oggetto già di precedenti scoperte, tra le quali un altare con forma di pelle di toro.
Il carro, databile al V secolo a.C. e riferibile all'ambito culturale di Tartesso, si conserva in forma parziale: è stata recuperata circa la metà del manufatto, con due ruote e parte della cassa principale. Nonostante l'incompletezza, lo stato di conservazione consente la lettura di un apparato decorativo articolato e di una tecnologia costruttiva basata sull'assemblaggio di più elementi in bronzo, uniti mediante componenti in ferro.
Tra le figure rappresentate compare una divinità fluviale identificata come Acheloo, figura diffusa nei contesti greci ed etruschi, affiancata da due grifi collocati agli estremi della struttura. Sono presenti, inoltre, due figure maschili di tipo atlante con funzione di sostegno della cassa del carro. L'insieme iconografico rimanda ad un programma simbolico complesso, collegato a contesti rituali e votivi.
Secondo gli studiosi, non esistono attualmente confronti diretti nella penisola iberica. Alcuni elementi trovano analogie parziali nell'ambito etrusco, ma nessun esemplare noto presenta la stessa combinazione di soluzioni decorative e costruttive. Dopo una prima fase di pulizia e documentazione, il reperto sarà sottoposto ad ulteriori analisi specialistiche finalizzate a chiarirne la funzione, cronologia e significato all'interno del contesto del sito.
La campagna di scavo ha interessato i settori nord e sud del tumulo che copre il complesso archeologico, una struttura del diametro di circa 90 metri ed alta sei metri, sotto la quale l'edificio venne sigillato intenzionalmente alla fine del V secolo a.C.
Le indagini si sono concentrate anche nell'area della stanza H-100, un ambiente di circa 70 metri quadrati, il più ampio finora portato alla luce. Nel settore nord sono stati recuperati due bracieri e un calderone in bronzo, elementi che confermano la ricchezza materiale del contesto. La quantità di ceramica rinvenuta nel corso della campagna risulta tuttavia inferiore rispetto alle stagioni precedenti.

Fonte:
finestresullarte.info


Turchia, torna alla luce uno splendido pavimento musivo ad Aspendos

Turchia, il mosaico ritrovato ad Aspendos (Foto: Ministero della Cultura della Turchia)
Importante scoperta archeologica nell'antica città di Aspendos, in Turchia. Nel corso degli scavi condotti dal Ministero della Cultura e del Turismo è stato riportato alla luce un eccezionale mosaico del III secolo d.C. raffigurante Eurimedonte, personificazione dell'omonimo fiume che diede origine e prosperità alla città.
Il mosaico, rinvenuto nell'area della piazza orientale della Via del Teatro, rappresenta un interessante esempio di raffigurazione di una divinità fluviale nell'arte musiva romana ed offre nuovi elementi per lo studio della produzione artistica anatolica dell'epoca imperiale.
L'opera è emersa durante le indagini archeologiche lungo la Via del Teatro, l'antico asse viario che collegava l'Acropoli di Aspendos con il celebre teatro romano. Proprio in quest'area gli archeologi hanno individuato una struttura monumentale decorata a mosaico che ha restituito uno dei ritrovamenti più significativi degli ultimi anni per il sito archeologico.
Al centro del mosaico si trova la raffigurazione del Giovane Eurimedonte, arricchita da canne, un'anfora e figure di pesce a rappresentare simbolicamente l'acqua, la fertilità e la vita. L'opera, notevole per le transizioni cromatiche create con piccole tessere, la ricchezza di dettagli e l'alta qualità della lavorazione, è inoltre di particolare importanza in quanto rappresenta una rara raffigurazione di una divinità fluviale nell'arte musiva anatolica di epoca romana.
Le prime analisi indicano che l'edificio fu realizzato all'inizio del III secolo d.C. come una piscina monumentale. Finora gli archeologi hanno riportato alla luce una porzione di pavimento musivo di circa sei metri per sette metri e mezzo, ma ritengono che la decorazione prosegua anche nelle aree ancora da scavare. Gli studiosi ipotizzano, inoltre, che la struttura abbia subito importanti trasformazioni dopo il terremoto che colpì la regione nel 262 d.C. In seguito all'evento sismico, l'edificio sarebbe stato suddiviso in diversi ambienti attraverso la costruzione di muri interni, modificandone, così, l'assetto originario.
Il pavimento musivo si articola in almeno due pannelli distinti. Il primo è caratterizzato a una decorazione geometrica, mentre il secondo ospita al centro la scena figurata con il Giovane Eurimedonte. L'identificazione della figura è stata possibile grazie al confronto con esempi iconografici analoghi e alle caratteristiche della rappresentazione. La composizione è costruita attorno alla figura del dio, raffigurato con canne tra le mani e sul capo, che si appoggia ad un'anfora dalla quale fuoriesce l'acqua. Ad accompagnare la figura principale compaiono anche pesci raffigurati mentre nuotano uno di fronte all'altro.

Fonte:
finestresullarte.info


Egitto, importanti ritrovamenti a Marina Alamein

Egitto, il sito di Marina Alamein (Foto: Ministero
del Turismo e delle Antichità Egiziano)

Il Ministero del Turismo e delle Antichità dell'Egitto ha annunciato il ritrovamento di 18 nuove sepolture e di un ricco corredo funerario che contribuisce a ridefinire il ruolo storico di Marina Alamein, antico crocevia tra la civiltà egizia ed il mondo ellenistico.
Le nuove scoperte sono emerse durante una campagna di scavo condotta dalla missione archeologica egiziana e portano a 44 il numero complessivo di sepolture individuate nel sito dalla sua scoperta, avvenuta nel 1986 durante lavori edilizi. Situata a circa 100 chilometri ad ovest di Alessandria, la città è identificabile con l'antica Leukaspis, citata dal geografo greco Strabone, e conobbe il suo massimo splendore tra il I ed il III secolo d.C.
Tra i ritrovamenti più significativi figurano undici ipogei scavati nella roccia, profondi fino ad otto metri e sette tombe in pietra calcarea, alcune delle quali ancora sigillate con le lastre originali. Di particolare rilievo un sarcofago in granito lungo 2,5 metri, rinvenuto intatto con il coperchio ancora in posizione, al cui interno sono stati recuperati resti umani ora sottoposti ad analisi scientifiche.
Gli archeologi hanno inoltre recuperato vasi in ceramica, altari, bacili, elementi architettonici, una statua in marmo di Afrodite, una stele funeraria con un personaggio maschile seduto che tiene in mano un uccello ed una statua in gesso del dio Arpocrate. Eccezionale anche il rinvenimento di 24 amuleti funerari d'oro, le cosiddette "lingue d'oro", collocate nella bocca dei defunti secondo una credenza che garantiva loro la parola nell'aldilà, insieme ad un amuleto raffigurante l'Occhio di Horus.
Le tipologie di sepoltura sono multiple, riflettendo una chiara stratificazione sociale della necropoli. Undici sono ipogei interamente scavati nella roccia, una di queste è il frutto di un adattamento di un pozzo idrico già esistente. Le altre sette sepolture erano costruite in superficie con blocchi di calcare. 

Fonte:
ilgiornaledellarte.com
Ministro del Turismo e delle Antichità
 


Ercolano, torna visitabile la Casa del Mobilio Bruciato

Ercolano, la casa del mobilio carbonizzato
(Foto: archeomedia.net)

E' tornata visitabile una delle domus più suggestive del Parco Archeologico di Pompei, restituita alla città grazie ad un complesso progetto di restauro.
Per quasi trent'anni la domus è stata chiusa ai visitatori, si tratta della Casa del Mobilio Carbonizzato, che ha restituito ad Ercolano uno dei suoi ambienti più intimi e toccanti.
Il nome di questa domus è dovuto al ritrovamento di un tavolino e di un letto con alta spalliera, che conservano ancora tracce di tessuto ed i resti della rete di corda a cui erano agganciate le doghe di legno. Si tratta di oggetti di vita quotidiana, sorpresi dall'eruzione e custoditi dal tempo, riportati alla luce tra il 1932 ed il 1933, durante la grande stagione di scavi condotta da Amedeo Maiuri, il grande archeologo che più di ogni altro ha restituito al mondo il volto dell'antica Ercolano.
La casa si affaccia sul cardo IV ed ha una superficie di 215 metri quadrati. L'atrio è senza impluvium, decorato con pitture in terzo stile, delle quali rimangono scarse tracce, mentre sono più visibili le decorazioni in gesso ed una serie di colonne poste lungo il perimetro superiore, che avevano la funzione di arieggiare ed illuminare l'ambiente.
L'impianto domestico di questa domus si è straordinariamente conservato: gli ambienti si dispongono intorno all'atrio ed al giardino sul fondo, dove un piccolo larario a forma di tempietto accoglieva le devozioni della famiglia. Al piano superiore, un loggiato con colonne che si affacciava sull'atrio già dalla prima fase costruttiva della casa.
Tra gli ambienti più preziosi, il triclinio, a destra dell'ingresso, conserva un pavimento a mosaico con un raffinato emblema marmoreo e decorazioni con nature morte. Il tablinio custodisce, a sua volta, un mosaico con inserto marmoreo e tracce dell'antico soffitto affrescato. E proprio sul fondo della casa, nel cosiddetto oecus Cyzicenus, aperto da una grande finestra sul giardino, vennero ritrovati gli arredi carbonizzati che hanno dato il nome a questa domus: un tavolino ed un letto.
La riapertura della Casa del Mobilio Carbonizzato è il frutto di un percorso di restauro avviato più di dieci anni fa, quando furono eseguite le prime opere urgenti di ricostruzione delle coperture e di messa in sicurezza delle superfici decorate. Gli interventi più recenti hanno dato priorità ad alcune criticità rimaste irisolte, come la ricostruzione di alcuni solai lignei, la sostituzione di architravi compromessi, il consolidamento ed il restauro completo delle colonne che affacciano nell'atrio collocate al primo piano, sopra la copertura del tablinio.

Fonte:
Parco Archeologico di Ercolano
Wikipedia

Puglia, l'antica Vereto svela parte delle sue "radici"

Patù (Lecce) gli scavi archeologici
(Foto: archeomedia.net)

Una campagna di scavi sta aiutando i ricercatori a ricostruire le identità e le reti di scambio del Capo di Leuca tra la fine dell'Età del Bronzo e la prima romanizzazione.
Si è appena conclusa la campagna di scavo nel sito archeologico di Vereto, antica città messapica del Capo di Leuca, condotta dall'Università degli Studi di Napoli L'Orientale sotto la direzione scientifica del Professor Valentino Nizzo, archeologo esperto nelle culture dell'età preromana.
Nella parte meridionale del sito sono emerse strutture databili tra il III ed il IV secolo d.C. Si tratti di due piani pavimentali di edifici probabilmente appartenenti a gruppi di livello sociale elevato, come confermerebbero il vasellame e le ceramiche da mensa e da cucina ritrovate. Nella parte più settentrionale, vicina alla chiesa della Madonna di Vereto, sono state scoperte, invece, grandi fosse colmate con pietre e materiali provenienti dalla demolizione di edifici precedenti, probabilmente legati ai cambiamenti vissuti dall'area e collegati alla successiva frequentazione cultuale del luogo.
E' stato anche riportato alla luce un interro artificiale di età romano imperiale, in cui erano custoditi materiali risalenti alle fasi più antiche dell'insediamento, comprese tra la prima Età del Ferro e l'Età Arcaica, oltre a numerose testimonianze della fase messapica e frammenti di ceramica di importazione di tradizione corinzia, databili al VII secolo a.C.
L'evidenza più significativa è costituita da due grandi blocchi monolitici in calcarenite, impostati direttamente sul banco roccioso, che potrebbero appartenere alle fondazioni di una struttura monumentale di carattere collettivo, forse anche cultuale, un'ipotesi che dovrà essere verificata ampliando lo scavo.
Tra i rinvenimenti spicca una testina femminile in calcarenite di età ellenistica, con dettagli della capigliatura ed orecchini ancora leggibili. Un reperto che sembra indicare la presenza, nell'area, di strutture monumentali ancora in larga parte da esplorare.
Vereto era un insediamento strategico del promontorio salentino, in rapporto con gli approdi di Leuca e di San Gregorio

Fonti:
ansa.it
archeoreporter.com


Aspendos, la città di Asclepio. Trovata una scultura del dio e di suo figlio Telesforo

Aspendos, volto della statua di Asclepio (Foto: Ministero turco della Cultura e del Turismo) Una nuova scoperta archeologica ad Aspendos , i...