lunedì 29 luglio 2013

Le misteriose divinità femminili di Echetla

Alcuni dei reperti ritrovati ad Echetla
Echetla, meglio conosciuta come Ocula prima ed Occhiolà dopo, è un'antica città siciliana, devastata dal terribile terremoto della Val di Noto del 1693. All'indomani del sisma, i superstiti di Occhiolà, guidati dal principe Carlo Maria Carafa Branciforti, ricostruirono il nuovo centro abitato su una delle colline più a sud dell'antico abitato, in una posizione più sicura. Fu lo stesso principe a disegnare la pianta della nuova cittadina.
Ma l'antichissima Echetla giaceva sotto le rovine del terremoto seicentesco e fu Paolo Orsi ad intuire dove cercarla e ad individuarla grazie a ricognizioni di superficie e scavi, seguendo le "indicazioni" lasciate dal geografo Cluverius.
Orsi individuò la necropoli protostorica di Madonna del Piano-Mulino della Badia, i santuari di Madonna del Piano e Poggio dell'Aquila, da cui provengono le statue di divinità femminili ora esposte al Museo Regionale "Paolo Orsi" di Siracusa, porzioni dell'abitato arcaico ed ellenistico e la monumentale necropoli di Casa Cantoniera. Al termine delle sue campagne di scavo, nel 1920, Orsi identificò le strutture di Terravecchia come un centro fortificato occupato da popolazioni indigene e sviluppatosi tra il X e il VI secolo a.C. attorno ad una collina che, in seguito, fungerà da acropoli fortificata.
A partire dal VI secolo a.C. i Calcidesi, provenienti da Katane e Leontinoi, si insediarono su queste colline, coabitando in modo non del tutto pacifico, con i locali.
Parte dell'antico abitato e degli scavi di Echetla
(Foto: Diego Barucco per Sicilia Fotografica)
Il parco all'interno del quale è custodita l'antica Echetla, conserva anche un castello, arroccato nella parte nordoccidentale dell'abitato, del quale non si hanno molte notizie se non che risale alla fine del XIII secolo.
Nel 1398 il feudo e il castrum di Occhiolà furono concessi ai Santapau, signori di Licodia, che ne rimasero in possesso fino al 1591, quando lo cedettero a Fabrizio Branciforti, principe di Butera. Del castello, che fino al terremoto del 1693 era utilizzato come palazzo signorile, restano in piedi le mura perimetrali e il corpo centrale.
Grazie ad un finanziamento europeo, tra il 2003 ed il 2005 poterono svolgersi delle indagini sistematiche all'interno del parco archeologico di Occhiolà. Gli scavi si sono concentrati in prossimità dell'area nota come Rione dello Spirito Santo ed hanno prodotto come risultato la scoperta di tre grandi edifici "battezzati" con le prime tre lettere dell'alfabeto. Si tratta di edific
Il cosiddetto Edificio A è articolato in otto ambienti, ha le pareti interne intonacate in gesso e pavimenti ricoperti da un rivestimento gessoso. Dalle dimensioni dell'edificio gli archeologi pensano che fosse destinato ad una funzione pubblica.
Demetra (o Kore) di Echetla
L'Edificio B, separato dal precedente da un piano stradale di 2,50 metri di larghezza, aveva ambienti suddivisi su più livelli. Anche di questo edificio non si conosce la destinazione d'uso. Una gran quantità di vasellame da fuoco è stato ritrovato in uno dei suoi ambienti che, probabilmente, fungeva da cucina. All'interno è stata ritrovata anche una girella di tornio in granito rosso, utilizzata per le attività artigianali. Di notevole interesse è il ritrovamento, sempre nell'Edificio B, di alcune statuine di terracotta pertinenti ad un presepe, sigillate dai crolli dovuti al terremoto del 1693.
Dell'Edificio C sono stati ritrovati solo i muri perimetrali. A nord di questi edifici è stata intercettata la struttura di un edificio religioso che, probabilmente, corrisponde alla chiesa di S. Leonardo. La chiesa ha una sola navata e pianta rettangolare.
Nel 2010 sono stati ripresi gli scavi, finanziati grazie al gioco del Lotto. Sono state così scoperte le tracce dell'abitato di III secolo a.C.: tre edifici, di cui uno solo indagato completamente. Il cosiddetto Edificio 1 occupa una superficie di 100 metri quadrati ed è stato identificato come un santuario, articolato in sei ambienti disposti intorno ad un vestibolo centrale nel quale troneggia una profonda cisterna. Uno degli ambienti più importanti è il vano I, con pareti rivestite di intonaco bianco, azzurro e rosa acceso. Qui un imponente muro di fondo si conserva fino a 3,50 metri di altezza, realizzato in opus africanum, una tecnica che, partita dall'Africa, finì per diffondersi nel Mediterraneo intero.
Statuina femminile
da Poggio dell'Aquila
Sempre nell'Edificio 1 è presente una nicchia monumentale, nella cui parete di fondo, foderata di pietrame, si apre un'altra nicchia scavata nel banco roccioso. Forse questa nicchia custodiva il busto in terracotta di divinità femminile, dipinto, ritrovato qui in frammenti. Non c'è certezza di questo, dal momento che gli scavi sono stati ripetutamente turbati dall'intervento di scavatori clandestini, la cui attività ha reso sempre più problematica l'interpretazione del rito che qui si celebrava.
Sono stati ritrovati anche un basamento di altare, due grandi louteria (piccoli altari) e un deposito votivo contenente terrecotte femminili, poste ai piedi della nicchia e lungo il muro di fondo. A questo spazio si aveva accesso attraverso un corridoio nel quale sono stati riconosciuti i segni della preparazione dei rituali praticati negli ambienti intorno al cortile: resti di carboni e lucerne ritrovate in numerosi esemplari soprattutto nel vano I, oltre che nel corridoio.
L'ambiente IV ha, invece, restituito integra la sua stratigrafia. Si sono trovati, sotto crolli e tegole, moltissimi oggetti che restituiscono una visione degli ultimi momenti di vita del santuario. Attorno ad un altare, sparsi sul pavimento, sono stati ritrovati diversi oggetti votivi: arule e terrecotte femminili, tra le quali piccoli busti, un grosso coltello in ferro per il sacrificio di animali.
Gli archeologi pensano che destinatarie del culto del santuario di Echetla fossero Demetra e Kore, due divinità molto onorate nell'antica Sicilia e, soprattutto, nella vicina Morgantina. Numerose sono le statuette fittili femminili con fiaccola e porcellino presenti nell'area sacra che portano a pensare che così fosse.
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