lunedì 14 agosto 2017

Trovato il palazzo di Dario a Pasargade

La sala delle udienze a Pasargade (Foto:
Proprio in questi giorni gli archeologi iraniani stanno riportando alla luce una nuova meraviglia: un palazzo che non è più del periodo di Ciro, ma di Dario e quindi del secondo periodo Achemenide. Il direttore degli scavi, l'archeologo Hamed Molai ha spiegato all'agenzia di stampa AGI, che seguendo delle ipotesi fatte tra il 1961 ed il 1963 dallo studioso David Stronach, il suo team, composto solo da iraniani, ha iniziato a lavorare su Tal Takht, il "Trono sulla collina", torre di avvistamento sulla quale, finora, si pensava che non ci fosse nulla.
Scavando sulla collina sulla quale erano rimasti ruderi della torre, dell'età dei Medi, gli archeologi hanno portato alla luce un palazzo colonnato del periodo di Dario. La scoperta è a dir poco emozionante perché l'arte persiana, nel periodo di Dario, raggiunge l'apogeo della sua bellezza, ben visibile oggi nel vicino sito di Persepoli, ed allora, pure a Pasargade, gli archeologi sperano di trovare bellezze e meraviglie dello stesso calibro.
Molai spiega che per ora gli scavi stanno delimitando il perimetro del palazzo antico che oltre alla sala centrale con le colonne comprendeva anche una stanza di 5 metri per 5, di cui non si comprende ancora la funzione. Le mura del palazzo sono alte e sotto il sole si continua a scavare.

Fonte:
rainews.it

Betsaida non è...Besaida, forse

Veduta aerea degli scavi di El-Araj, forse l'antica città di Betsaida-Julia
(Foto: Zachary Wong)
E' fondata la notizia di qualche giorno fa sul ritrovamento del "villaggio degli apostoli" di Gesù? No, secondo un docente di geografia storica che ha lavorato agli scavi nella località di El-Araj, presso la riva settentrionale del lago di Tiberiade, sul delta del fiume Giordano.
"Non siamo stati noi a dare la notizia sui giornali", spiega al National Geographic Steven Notley, professore autorevole di Nuovo Testamento e Origini del Cristianesimo al Nyack College di New York e direttore accademico degli scavi di El-Araj. Piuttosto i ricercatori che lavorano agli scavi nel sito dal 2016 sono alla ricerca delle tracce di Betsaida, città dove, secondo quanto affermato nel Nuovo Testamento, ebbero i natali gli apostoli Pietro, Andrea e Filippo.
Secondo i Vangeli, Betsaida era il villaggio dei primi apostoli e il luogo in cui Gesù compì il miracolo della guarigione di un cieco. Se Cafarnao - un altro villaggio di pescatori situato in Galilea, spesso citato nei Vangeli - è stato scoperto agli inizi del XX secolo, Betsaida è a lungo rimasta oggetto di dibattito. Dunque, cos'è stato effettivamente scoperto di così importante?
Gli archeologi hanno dichiarato di aver scoperto a El-Araj un bagno pubblico di epoca romana (risalente al periodo compreso tra il I e il III secolo d.C.), che potrebbe costituire la testimonianza di un significativo insediamento urbano, molto probabilmente dell'antica Betsaida. Alla fine del I secolo d.C. lo storico romano di origine ebraica Flavio Giuseppe spiegava nei suoi scritti come il piccolo villaggio di Betsaida, nel 30 d.C., durante il regno di Filippo, fosse diventata una polis greco-romana. Filippo, figlio di Erode il Grande, la rinominò Julia in onore della madre dell'imperatore Tiberio (Livia Drusilla Claudia, conosciuta anche come Giulia Augusta) e si fece seppellire lì dopo la sua morte.
"Il bagno pubblico dimostra l'esistenza di una cultura urbana", dichiara al quotidiano israeliano Haaretz Mordechai Aviam, del Kinneret Institute for Galilean Archaeology, direttore degli scavi. Ma non esiste già un sito chiamato Betsaida nella zona? Si. Dal 1839, il sito vicino di E-Tell è stato individuato come possibile luogo in cui era situata l'antica Betsaida-Julia. Gli scavi a E-Tell, ad opera del Betsaida Excavations Project, che vanno avanti dal 1987, hanno portato alla luce importanti fortificazioni risalenti all'Età del Ferro (IX secolo a.C.), oltre ad abitazioni del periodo greco (II secolo a.C.) e romano contenenti attrezzi da pesca - come ancore di ferro e ami - e ai resti di quello che potrebbe essere un tempio romano.
Tuttavia, molti archeologi hanno messo in discussione la corrispondenza tra E-Tell e la città e la città di Betsaida menzionata nel Nuovo Testamento, sostenendo che il sito sia troppo lontano (circa 2,41 chilometri) dalla costa per essere stato un centro dedito alla pesca. Inoltre alcuni ritengono che i resti romani rinvenuti lì nel corso degli scavi durati trent'anni sono di modesta entità per appartenere ad una città grande e importante del tempo. "Se i resti dell'Età del Ferro a Betsaida sono imponenti e notevoli, quelli di epoca romana sono esigui, e dunque il sito non sembra essere un centro urbano", afferma Jodi Magness, archeologo e beneficiario di una borsa di studio del National Geographic.
Contestualmente, Rami Arav, direttore del Betsaida Excavations Project a E-Tell, spiega al National Geographic che non ci sono prove sufficienti per associare El-Araj all'antica città e neanche per documentare l'esistenza di un precedente villaggio di pescatori.
Allora perché i giornali parlano di "villaggio degli apostoli"? Oltre ai resti del bagno pubblico di epoca romana - tra cui un pavimento a mosaico, tegole e condutture - a El-Araj gli archeologi hanno scoperto testimonianze di muri e mosaici in vetro dorato del V secolo d.C., che suggeriscono l'esistenza di una chiesa di grande interesse situata lì nel periodo tardo bizantino. Tali mosaici compariranno solo in "chiese importanti e riccamente elaborate", osserva Notley.
Lo studioso sostiene si possa trattare della chiesa descritta in un racconto di Villibaldo di Eichstatt, vescovo bavarese che viaggiò nella regione introno al 725, riferendo che a Betsaida era stata costruita una chiesa sulla casa dell'apostolo Pietro e del fratello Andrea. Gli archeologi al lavoro a El-Araj si chiedono se si trovino di fronte ad un caso simile a quello della vicina Cafarnao, dove fu costruita una chiesa bizantina su un sito tradizionalmente associato all'apostolo Pietro. Nel 1968, gli archeologi hanno scoperto evidenze di una casa di epoca romana sotto la chiesa bizantina, che alla fine del I secolo si era nel frattempo trasformata in un centro condiviso di venerazione.
Notley avverte che finora sono stati compiuti scavi solo in una piccola area di El-Araj e che le future campagne di scavo riveleranno maggiori dettagli sulla storia del sito e della sua possibile corrispondenza con l'antica Betsaida, villaggio biblico degli apostoli. Il team di ricerca ha, in ogni caso, concluso positivamente la stagione di scavo di quest'anno.
"Il racconto di Villibaldo di Eichstatt ci dice che nell'epoca bizantina vi era memoria del sito di Betsaida, che egli identifica con la tradizione del Vangelo", spiega Notley. "Solo il tempo ci dirà se nel sito oggetto di studio sia presente una chiesa bizantina e se il sito corrisponde effettivamente alla città di Betsaida risalente al I secolo. Al momento ritengo che sia molto probabile che entrambe le risposte siano affermative", conclude.

Fonte:
nationalgeographic.it

domenica 13 agosto 2017

Trovata la culla dei Sumeri?

Gli scavi nel sito di Kahramanmars, in Turchia (Foto: AA)
Tracce dell'antica civiltà mesopotamica dei Sumeri sono state trovate in una località archeologica nella provincia di Kahramanmars, a sudest della Turchia. Il professor Halil Tekin dell'Università di Hacettepe, responsabile dello scavo, è convinto di aver trovato qui il centro dell'antica civiltà.
Tekin ha affermato che quello appena scoperto è l'insediamento più grande del Medio Oriente per quanto riguarda il tardo Neolitico. Si pensa che quest'area sia stata occupata tra il 6200 e il 5450 a.C.. All'epoca le popolazioni non avevano insediamenti permanenti, dal momento che non c'era terra sufficiente da coltivare. Le principali fonti di cibo erano capre, pecore e cinghiali.
Fuori dall'insediamento sono state trovate le tracce di una struttura circolare in argilla di sei metri di diametro, forse appartiene ad una struttura mobile da smontare al bisogno. Dall'esame delle ceramiche rinvenute in situ, si sa che la popolazione che viveva qui provenivano dall'Asia, al pari dei Sumeri. Per 2000 anni la popolazione visse qui tranquillamente, fino a che fu costretta ad emigrare dai cambiamenti climatici e da altri fattori naturali.

sabato 12 agosto 2017

Israele, scoperta una "bottega" di vasellame in pietra

Reperti in pietra trovati nello scavo di Reina
(Foto: Istrael Antiquities Authority)
Un raro centro per la produzione di vasellame in pietra, datato al periodo romano, è attualmente in corso di scavo presso Reina, nella bassa Galilea. Gli scavi hanno permesso di rintracciare una piccola grotta nella quale gli archeologi hanno trovato diversi scarti di produzione tra i quali frammenti in pietra di tazze e ciotole nelle varie fasi della loro produzione. Il sito è emerso durante i lavori di costruzione di un centro sportivo comunale. Si tratta del quarto centro di produzione scoperto in Israele. Un altro è attualmente in corso di scavo ad un chilometro di distanza da quello appena scoperto, gli altri due sono stati individuati decenni fa molto più a sud, verso Gerusalemme.
"Nei tempi antichi la maggior parte delle stoviglie, pentole e vasi per lo stoccaggio degli alimenti erano fatti in ceramica. Nel I secolo d.C., però, gli Ebrei della Giudea e della Galilea utilizzavano anche vasellame e stoviglie ricavate dalla morbida pietra calcarea locale", ha detto il Dottor Yonatan Adler, Direttore degli scavi per conto della Israel Antiquities Authority. Furono motivi religiosi, secondo Adler, a indurre gli Ebrei a servirsi di questo materiale.
Lo scavo nella grotta artificiale di Reina
(Foto: Israel Antiquities Authority)
"Secondo l'antica legge rituale ebraica, i vasi in ceramica sono impuri dopo il loro uso e devono essere frantumati", ha spiegato Adler. "Del resto la pietra è un materiale che non è soggetto facilmente ad impurità, pertanto gli antichi Ebrei hanno cominciato a produrre alcuni oggetti di vita quotidiana servendosi proprio della pietra".
Gli scavi hanno rivelato una grotta artificiale scavata dagli antichi operai che estraevano la pietra per ricavarne vasellame. Sono visibili i segni dello scalpello sulle pareti della grotta, sul soffitto e sul pavimento. All'interno della grotta e nelle vicinanze sono sparsi migliaia di scarti di produzione, antichi rifiuti industriali di tazze in pietra e ciotole. Sono stati trovati anche centinaia di vasi in pietra incompiuti perché danneggiati durante il processo di produzione e scartati in loco.
"Gli scarti di produzione indicato che questo antico laboratorio si è specializzato nella produzione di tazze e ciotole di varie dimensioni", ha detto Adler. "I prodotti finiti, poi, sono stati commercializzati in tutta la Galilea. Quanto abbiamo trovato ci fornisce la prova che gli Ebrei erano estremamente scrupolosi per quel che riguarda le leggi sulla purezza. Queste leggi erano diffuse non solo a Gerusalemme ma in tutta la Giudea e la Galilea, almeno fino alla fine della rivolta di Bar Kokhba nel 135 d.C.".
"Nel corso degli anni abbiamo scoperto frammenti del genere a fianco alla ceramica durante gli scavi di case in siti ebraici sia rurali che urbani di epoca romana, come Kafr Kanna, Sefforis e Nazareth. Ora, per la prima volta, abbiamo l'opportunità senza precedenti di studiare il luogo in cui questo vasellame era effettivamente prodotto in Galilea", ha affermato l'archeologo della Israel Antiquities Authority nonché esperto dell'Età Romana Yardenna Alexandre.

Fonte
israelnationalnews.com

Cannibalismo rituale nell'antica Inghilterra

Osso di un braccio umano con incisioni a zig zag proveniente da Gough
Cave (Foto: Museo di Storia Naturale, Londra)
Nel sito archeologico di Gough Cave, nel Somerset, nell'Inghilterra sudoccidentale, delle ossa umane risalenti a 15000 anni fa recano segni inconfondibili di cannibalismo quali le tracce di denti umani, che portano a pensare che le estremità delle ossa e le costole siano state rosicchiate per trarne grasso e midollo. Le ossa sembrano essere state utilizzate anche in sconosciuti rituali cultuali. Su alcune di esse, ossa delle braccia per la precisione, compaiono incisioni a zig zag fatte di proposito ed indicanti proprio un preciso anche se ancora sconosciuto atto rituale.
Precedentemente i ricercatori avevano individuato, nella stessa località delle tazze potorie che sembravano essere state ricavate da teschi umani. Queste tazze, unitamente alle ossa chiaramente e volutamente incise ritrovate nel sito, "parlano" inequivocabilmente di cannibalismo rituale. E' questa l'opinione di James Cole, docente di archeologia presso l'Università di Brighton, in Gran Bretagna.
L'analisi delle ossa animali trovati a Gough Cove ha indotto i ricercatori a pensare che chi viveva in quel luogo non doveva soffrire la fame, sulle ossa umane non c'erano tracce di lesioni che potessero indicare una loro uccisione. Quegli esseri umani erano morti di morte naturale e poi erano stati mangiati. Probabilmente si trattava di un modo di onorare o di "smaltire" i defunti, anche se al momento si tratta solo di speculazioni.

Fonte:
nytimes.com 

La signora di Tayinat

La statua rinvenuta a Tayinat
(Foto: Progetto Archeologico Tayinat)
Una gigantesca statua dell'Età del Ferro, raffigurante una donna, è stata scoperta nel sito archeologico di Tayinat, in Turchia, al confine con la Siria. La statua, di cui rimangono solo la testa e le spalle, si stima sia stata alta tra i 4 e i 5 metri. La donna ha i capelli arricciati che emergono da uno scialle.
Il manufatto è stato datato al IX secolo a.C. e si trovava accanto al cancello che immette all'acropoli di Kunulua, più tardi conosciuta come Tayinat, capitale del regno neo-ittita di Patina. Non si sa ancora chi sia la donna raffigurata nella statua, probabilmente - ipotizzano gli archeologi - si tratta di Kubaba, la divina madre degli dèi dell'antica Anatolia. "Malgrado queste ipotesi, ci sono indizi stilistici ed iconografici che portano a pensare che si tratti della rappresentazione di una figura umana, forse la moglie del re Suppiluliuma oppure una donna di nome Kupapiyas, moglie o madre di Taita, fondatore della dinastia più antica di Tayinat", ha affermato l'archeologo Timothy Harrison, direttore, per conto dell'Università di Toronto, del progetto archeologico di Tayinat.
Kupapiyas è stata l'unica donna del I millennio a.C. di cui sia giunto il nome fino a noi. Si dice che sia vissuta più di cento anni e che fosse una figura piuttosto importante nella società ma anche nella vita politica di Tayinat.
La statua, purtroppo, non era ben conservata quando è stata trovata. Il viso e il petto erano stati distrutti, probabilmente si è trattato di una distruzione rituale avvenuta migliaia di anni fa. Nonostante questo, sono ancora visibili parte del naso e degli occhi. Gli archeologi pensano che la distruzione del reperto, unitamente a molti altri simili, sia avvenuta intorno al 738 a.C., quando gli Assiri conquistarono la zona.
"Gli studiosi hanno a lungo speculato sul riferimento a Calneh nell'oracolo di Isaia contro l'Assiria, pensando che esso alludesse alla devastazione di Kunulua", ha detto Harrison. "La distruzione dei monumenti Luvi e la trasformazione dell'area in un complesso religioso assiro può rappresentare la manifestazione fisica di questo evento storico, successivamente immortalato nell'oracolo di Isaia".
Gli archeologi confidano di ricostruire il volto della donna rappresentata nella statua in modo da far luce sulla sua identità. "Il recupero di questi minuscoli frammenti renderà possibile ripristinare molto se non tutto il viso e la parte del corpo della figura originale", ha detto Harrison.

Fonte:
ibtimes.co.uk

mercoledì 9 agosto 2017

Karkemish, continuano le scoperte

Le rovine di Karkemish e la lastra con i grifoni rampanti
(Foto: artemagazine.it)
Sono circa 250 le tavolette in argilla rinvenute dalla missione archeologica turco-italiana condotta dall'Università di Bologna, nell'area di Karkemish, in Turchia. La missione, iniziata nel 2011, è guidata dal docente Unibo Nicolò Marchetti, con la collaborazione degli atenei turchi di Gaziantep e di Istanbul.
Nel corso dell'ultima campagna di scavo sono state riportate alla luce, oltre a sarcofagi, corredi funerari achemenidi e tavolette neoassire con iscrizioni cuneiformi, anche decine di "bullae" ittite in argilla con iscrizioni che risalgono al XIII secolo a.C.. Si tratta delle antenate delle bolle di accompagnamento attuali, che riportano beni, quantità e prezzi dei commerci della antica città turca. Tra i reperti potati alla luce anche una lastra in basalto con scolpiti grifoni rampanti.
L'antica città di Karkemish, situata nella regione di Gaziantep, tra l'Anatolia, la Siria e la Mesopotamia, è stata nell'antichità un centro di grandissima importanza. Fu abitata dal VI millennio a.C. ed è stata spesso paragonata, per splendore, ad altre città come Troia, Ur, Gerusalemme, Petra e Babilonia. In particolare, poi, a partire dal 2300 a.C., la città riuscì ad acquisire un ruolo sempre più centrale. Nel corso dei secoli passò sotto il dominio di Ittiti, Assiri e Babilonesi.

Fonte:
artemagazine.it

martedì 8 agosto 2017

I fuggiaschi della villa di Lucius Crassius Tertius

I resti dei fuggiaschi trovati nella villa di Lucius Crassius Tertius
(Foto: napoli.repubblica.it)
Nella villa romana di Lucius Crassius Tertius, a Torre Annunziata, un team di studiosi statunitensi ha studiato gli scheletri di 54 fuggiaschi, già venuti alla luce negli anni '90. Scoprendo che molti dei resti recuperati appartenevano a gruppi familiari.
Le due donne avevano cercato rifugio dalla furia dell'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. nella Villa di Lucius Crassius Tertius, affacciata sul golfo di Napoli, a Oplontis, nell'area suburbana di Pompei. Erano in attesa, come dimostrano i resti di un feto di 36 settimane ritrovato nella cavità addominale dello scheletro di una delle due. Una gravidanza quasi a termine.
Le indagini e gli studi antropologici, isotopici e di Dna sono condotti in collaborazione con l'Università del Michigan (Professor Nicola Terrenato) e dell'Università della West Florida (Professoressa Kristina Killgrove), con l'aiuto di Andrea Acosta, una dottoranda dell'Università della South Carolina.
Il bimbo mai nato di Oplontis (Foto: napoli.repubblica.it)
Le ricerche stanno rivelando interessanti informazioni sullo stile di vita e le patologie diffuse nel mondo romano del I secolo d.C.. In questi giorni gli studiosi americani hanno concluso una prima fase dell'indagine, che continuerà fino alla metà del mese di agosto direttamente a Torre Annunziata, all'interno della villa romana. Si tratta di esami condotti per la prima volta nell'area pompeiana su un contesto così ampio e complesso; finora studi del genere si erano concentrati nella sola zona di Ercolano.
Molte delle vittime di Oplontis erano biologicamente correlate, vista la presenza riscontrata di tratti genetici comuni, che le indagini sul Dna su campioni di denti e ossa verificheranno. In particolare, molti di loro presentavano denti incisivi di forma caratteristica, che si riscontra raramente in scheletri del I secolo d.C. di altri ambienti romani e che sembrerebbe quindi accomunarli.
In più, dall'esame degli scheletri gli studiosi Usa hanno ipotizzato che gli antichi fuggitivi di Oplontis godessero di buona salute. Nell'area vesuviana, infatti, è possibile, a differenza di quanto accade in genere per i resti umani scoperti in tombe, e quindi relativi a individui morti anche a cause di malattie, studiare stili di vita su soggetti sorpresi in vita dall'eruzione, di differenti età e sesso. Nel caso di Oplontis le analisi sono rese ancora più interessanti proprio per i legami di parentela scoperti tra le vittime.
Lo studio in corso offre informazioni sulle abitudini di vita e l'alimentazione. Non sono state trovate per ora tracce di anemia: gli antropologi ipotizzano che a Oplontis malattie quali la malaria non erano presenti e che la popolazione aveva una dieta equilibrata.
Quello che, invece, colpisce è la pessima salute dentale degli antichi Romani di Oplontis. Molti scheletri rinvenuti presentano mascelle mancanti di denti o con denti deteriorati, con numerose carie ed erosione dentale. In alcuni bambini e adolescenti, l'analisi della dentatura sembrerebbe denunciare un periodo prolungato di malattia o di fame.

Fonte:
napoli.repubblica.it/cronaca

Benevento, trovato un quartiere artigianale romano

L'area del quartiere artigianale romano rinvenuto nei pressi di
Benevento (Foto: artemagazine.it)
Un'interessante scoperta è stata fatta a pochi chilometri da Benevento, nei pressi di Masseria Grasso, lungo il tracciato dell'Appia Antica. Si tratta di un quartiere artigianale romano risalente ad un'epoca compresa tra la fine del I secolo a.C. e il I secolo d.C.
Autori del ritrovamento sono gli archeologi dell'Università di Salerno guidati dal Professor Alfonso Santoriello (Cattedra di Archeologia dei Paesaggi). La campagna di scavi rientra nell'ambito di Ancient Appia Landscapes, un progetto nato nel 2011 in seguito a una convenzione stipulata tra il Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell'Università di Studi di Salerno e la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Caserta e Benevento.
Con questo progetto l'Università di Salerno supporta la Rete dei Comuni dell'Appia, che punta a realizzare il Museo lineare dell'Appia, ideato dall'Associazione Iconema. Il museo diffuso andrebbe a coinvolgere diversi territori da Benevento a Mirabella Eclano (Avellino), compresa l'area di San Giorgio del Sannio, San Nicola Manfredi, Calvi, Bonito, Venticano e Apice. Il progetto Ancient Appia Landascapes invece interessa, con attività di ricerca, il territorio compreso tra il ponte Leproso (Benevento) e il ponte Rotto (nel comune di Apice).
Scopo del progetto, come spiega il Professor Santoriello, è "ricostruire non solo il tracciato della strada consolare, ma anche un contesto più vasto, in cui possano essere messe in valore le dinamiche insediative e le caratteristiche ambientali nel loro complesso, dando forma e vita ai paesaggi del passato, intesi come interazione dell'uomo con l'ambiente".
Gli scavi sono stati preceduti da indagini di superficie e indagini stratigrafiche di verifica, condotte attraverso georadar, analisi geomagnetiche, immagini satellitari, foto aeree e da drone. Queste analisi hanno permesso di ricostruire un quadro dettagliato delle trasformazioni del paesaggio nel corso del tempo e individuarne strutture nascoste nel sottosuolo, messe in luce poi dal successivo scavo. Il primo rinvenimento è stato appunto quello in località Masseria Grasso.
Questo tratto dell'antica Via Appia è delimitato ai bordi da elementi lapidei di varia pezzatura e misura circa 5,60 metri, compatibilmente con le ampiezze delle strade consolari. Non molto distante è stato rinvenuto un quartiere artigianale articolato su diversi ambienti, disposti attorno ad almeno due fornaci, utilizzato probabilmente per la produzione di ceramica tra la fine del I secolo a.C. e il I secolo d.C.. Santoriello spiega: "Una delle due fornaci era certamente adibita alla produzione di ceramica a pareti sottili, con forme come bicchieri e boccaletti". In epoca successiva l'attività fu dismessa, a testimonianza di ciò il ritrovamento di un accumulo di scarti di lavorazione e di reperti con difetti di cottura nei punti di accesso alle fornaci.

Fonte:
artemagazine.it

Trovata la città dove nacquero Pietro, Andrea e Filippo?

I probabili resti di Betsaida-Julias (Foto: afp)
Il villaggio dei pescatori di Betsaida, luogo di nascita degli apostoli Pietro, Andrea e Filippo, è stato forse finalmente localizzato dopo decenni di ricerche archeologiche. Duemila anni fa aveva assunto il nome di Julias, su iniziativa del monarca Erode Filippo (figlio di Erode il Grande), che aveva provveduto ad ampliarlo. La città prese il nome dalla moglie dell'imperatore Tiberio e fu protagonista di una grande rivolta contro i Romani nel 67 d.C., repressa nel sangue, e con la distruzione del Tempio di Gerusalemme. Ma nei secoli la sua esatta ubicazione era andata perduta.
Sulla base delle descrizioni dello storico di estrazione ebraica Giuseppe Flavio, secondo cui sorgeva non lontano da Capernaum e nei pressi della confluenza tra il Giordano e il Mar di Galilea, esperti guidati da Mordechai Aviam (dell'Istituto Kinneret di archeologia della Galilea) ritengono di essere finalmente entrati nel suo perimetro dopo aver trovato in quel lembo di terra reperti del I, II e III secolo. Fra essi, una moneta argentea dell'epoca di Nerone, parti di un mosaico, nonché elementi attinenti ad un bagno pubblico romano che fanno pensare ad una cultura di tipo urbano. Potrebbero essere i primi reperti di Betsaida-Julias. Oggi il luogo si chiama al-Araj (Beit Habek).
Il lago di Tiberiade/Mare di Galilea (Foto: Reuters)
Questi resti - ha spiegato Aviam (che è stato assistito da Steven Notley del Nyack College di New York) - sono stati trovati in uno strato di terra (finora sconosciuto) situato circa due metri sotto ad uno strato di era bizantina, per lo più del V secolo, che invece era stato già analizzato.
Lo strato inferiore si trova a 212 metri sotto il livello del mare. In passato i ricercatori pensavano che all'epoca di Gesù il Mar di Galilea fosse a 209 metri sotto il livello del mare e dunque avevano cercato Betsaida più in alto. In quello che è oggi noto come il Parco del Giordano, furono trovati due edifici del I e del II secolo d.C.. Ma apparivano isolati e del villaggio di Betsaida non c'era altra traccia.
Secondo Aviam è invece possibile che il livello del lago di Tiberiade fosse allora significativamente più basso. Se fu così, forse Betsaida era davvero a 212 metri sotto il livello del mare. Dai suoi scavi emerge per ora che nel III secolo d.C. il bagno romano fu sommerso dalle acque del Giordano in piena e coperto di detriti su cui si sarebbe poi stabilizzato lo strato di epoca bizantina. Lo studioso Noam Greenbaum, dell'Università di Haifa ha ipotizzato che i resti di epoca bizantina ritrovati appartengano ad una basilica citata da un vescovo in viaggio in Terra Santa nell'VIII secolo d.C.
"Queste scoperte - ha previsto Aviam. - saranno di grande interesse fra gli studiosi del primo cristianesimo, fra gli storici del Nuovo Testamento e fra quanti in generale compiono ricerche sulla Galilea ebraica nel periodo del secondo Tempio di Gerusalemme". Quella appena terminata è la seconda stagione di scavi in zona. Gli scavi proseguiranno nella stagione ventura.
Fonti:
repubblica.it/cultura
lastampa.it

domenica 6 agosto 2017

Turchia, trovato un sarcofago e resti umani del V secolo d.C.

Il sarcofago trovato nella città greca di Antandros, in Turchia (Foto: Daily Sabah)
Nell'antica città greca di Antandros, situata nell'attuale provincia turca di Balikesir, gli archeologi hanno scoperto i resti di un uomo ed una donna, unitamente a numerosi manufatti, all'interno di un sarcofago di 2500 anni fa.
Il responsabile del progetto di scavo, il Professor Gurcan Polat dell'Università di Ege, ha affermato che il sarcofago ritrovato risale al V secolo a.C. e le ossa che vi giacevano appartenevano a membri di una stessa famiglia. Tra i manufatti gli archeologi hanno trovato un'antica ciotola importata da Atene, due anfore di argilla e due strigili.

Fonte:
Daily Sabah

Cananei e Libanesi, continuità nel tempo

Scavi di Sidone, in Libano: scheletro (Foto: Dottor Claude Doumet-Serhal)
I ricercatori del Wellcome Trust Sanger Institute hanno recentemente studiato il genoma umano di antichi resti nel Vicino Oriente ed hanno mappato l'intero genoma dei Cananei di 4000 anni fa, che abitavano il Libano durante l'Età del Bronzo. I risultati sono stati, poi, confrontati con quelli ottenuti da altre popolazioni antiche e attuali. Dalla ricerca è scaturito che gli attuali libanesi sono i diretti discendenti degli antichi Cananei.
Il Vicino Oriente è considerato la culla della civiltà. I Cananei dell'Età del Bronzo, conosciuti in seguito come Fenici, hanno introdotto molti degli aspetti che ancora oggi caratterizzano la civiltà, quale, ad esempio, l'alfabeto. Essi fondarono diverse colonie in tutto il Mediterraneo e sono citati più volte nella Bibbia. Malgrado questo, i resti attribuibili con certezza ai Cananei sono piuttosto limitati.
I Cananei vengono menzionati negli antichi testi greci ed egizi, oltre che nella Bibbia, la quale narra della distruzione di diversi loro insediamenti e dell'annientamento della loro comunità. Per molti anni gli esperti hanno dibattuto tra loro del destino degli antichi Cananei e se si potessero considerare loro discendenti gli attuali abitanti del Libano.
Ora i ricercatori hanno scoperto che oltre il 90% della popolazione dell'attuale Libano ha ascendenze cananee, con soltanto una piccola percentuale di ascendenza eurasiatica. Popolazioni eurasiatiche si mescolarono con i preesistenti Cananei in un periodo compreso tra i 3800 e i 2200 anni fa. L'analisi dell'antico Dna ha rivelato anche che gli stessi Cananei erano, a loro volta, il risultato di una miscela di popolazioni locali che si erano stabilite in villaggi agricoli in epoca neolitica, migrando da oriente più di 5000 anni fa.
Lo studio attuale ha preso in considerazione la sequenza dei genomi di cinque individui che abitavano, 4000 anni fa, la città di Sidone, nell'attuale Libano. Poi gli scienziati hanno sequenziato i genomi di 99 libanesi moderni ed hanno analizzato il rapporto genetico tra gli antichi Cananei e gli attuali Libanesi. Il Dottor Claude Doumet-Serhal, direttore dello scavo nel sito di Sidone ha affermato: "Per la prima volta abbiamo la prova genetica di una sostanziale continuità nella regione, dalla popolazione cananea dell'Età del Bronzo fino ai giorni nostri. Questi risultati concordano con la continuità affermata dagli archeologi. La collaborazione tra archeologi e genetisti è fondamentale per arricchire i campi di studio di entrambi e può, inoltre, rispondere alle domande sui nostri antenati alle quali nessun altro settore di studio può rispondere".

Cereali e antichissimi escursionisti...

Contenitore in legno dell'Età del Bronzo trovato sulle Alpi svizzere
(Foto: Servizio Archeologico del Cantone di Berna)
Un contenitore in legno dell'Età del Bronzo è stato trovato nel ghiaccio delle Alpi svizzere, a 2.650 metri di altezza. Il ritrovamento potrebbe aiutare gli archeologi a gettare nuova luce sulla diffusione dei semi di cereali. I ricercatori si aspettavano di trovare, nel contenitore, residui di latte, parte del pasto di un cacciatore, ma hanno scoperto, invece, i biomarcatori di grano di frumento o di segala.
La domesticazione delle piante quali il grano è stato uno dei passaggi culturali ed evolutivi più significativi della nostra specie, ma non sono mai state rinvenute prove dirette dell'utilizzo dei cerali nelle pratiche culinarie. Le piante, infatti, sono soggette ad un degrado estremamente rapido, per cui è difficile rintracciarle nei depositi antichi. Per questo, da qualche tempo, gli archeologi ricorrono sempre più spesso a tecniche molecolari per rintracciarne i resti.
Il Dottor André Colonese, della BioArCh, dipartimento di Archeologia dell'Università di York, ha dichiarato: "Si tratta di una scoperta straordinaria se si considera che di tutte le piante domestiche, il grano è la coltura più diffusa nel mondo e la più importante fonte di cibo per gli esseri umani, una coltura che si trova al centro di molte tradizioni culinarie contemporanee".
I ricercatori hanno combinato insieme analisi microscopiche e molecolari per identificare i lipidi e le proteine, servendosi della gascromatografia spettrometrica, una tecnica usualmente applicata ai manufatti in ceramica. Negli ultimi trent'anni migliaia di manufatti del genere, provenienti dall'Europa, sono stati analizzati per individuare il loro contenuto, quasi sempre latte e carne, mai nessuna prova di cereali.
"La prova della presenza di cereali è arrivata dal rilevamento dei lipidi, ma anche dalle proteine conservate. - Ha affermato la Dottoressa Jessica Hendy, dell'Istituto Max Planck per la Scienza della Storia Umana. - Quest'analisi è stata in grado di dirci che questa scatola conteneva non solo uno, ma due tipi di cereali in grani, frumento ed orzo o segale".
Il Dottor Francesco Carrer, dell'Università di Newcastle è convinto che questo ritrovamento getti nuova luce sulla vita delle comunità preistoriche alpine e sul loro rapporto con le elevate altitudini. Quanti viaggiavano attraverso i valichi, infatti, avevano l'abitudine di portare con loro il cibo necessario per il viaggio, come i moderni escursionisti. 

Fonte:
pasthorizonspr.com

Isola di Sai: la multiculturalità al tempo dei faraoni

Rovine della città di Sai, fondata dagli Egizi sull'omonima isola
(Foto: Julia Budka)
Gli archeologi stanno studiando l'impatto dei contatti tra diverse culture nell'antico Egitto. Nuovi scavi in Sudan hanno permesso di scoprire una tomba risalente al 1450 a.C. sull'isola nilotica di Sai.
L'egittologa Julia Budka, della Ludwig-Maximilians-Universitat (LMU) di Monaco è la responsabile di questi studi sull'interculturalità nell'antico Egitto. La tomba appena scoperta non era conosciuta e contiene i resti di 25 persone. Un'ulteriore analisi potrebbe apportare utili informazioni sulla multiculturalità della popolazione dell'isola di Sai.
L'isola si trovava in quella che, un tempo, era la Nubia, fonte primaria dell'oro egizio nel Nuovo Regno. La tomba appena trovata venne costruita per un maestro orafo di nome Khnummose. Il contenuto della tomba, come le iscrizioni che vi si trovano, hanno rivelato che, a seguito della conquista del regno nubiano di Kerma da parte del faraone Thutmosis III, le élite locali vennero rapidamente integrate nel nuovo regime. Le prime sepolture in stile egizio trovate nell'isola di Sai, in effetti, datano proprio al tempo del faraone Thutmosis III.
Negli ultimi cinque anni la Dottoressa Budka ha condotto studi paralleli su tre diversi insediamenti egizi, stabilitisi all'epoca del Nuovo Regno (1500-1200 a.C.) sull'isola nubiana che, attualmente, si trova in quella che è la parte sudanese del Nilo. "Si pensava che l'insediamento sull'isola era stato abbandonato dopo la fondazione della nuova città di Amarna Ovest. - Ha detto la Dottoressa Budka. - I nostri ritrovamenti dimostrano che Hornakht, uno dei burocrati più alti in grado ai tempi di Ramses II, non solo aveva la sua residenza ufficiale sull'isola di Sai, ma è stato anche sepolto lì". Questo dimostra che la città di Sai, edificata sull'isola omonima, sopravvisse fino al 1200 a.C. circa.

Fonte
sciencedaily.com

sabato 5 agosto 2017

Abruzzo, ritrovato un antico ponte romano perduto

L'antico ponte romano rinvenuto nell'aquilano
(Foto: appenninico.it)
Un antico ponte risalente all'epoca romana è stato rinvenuto, in condizioni più o meno buone, nel territorio di Cappadocia, in provincia dell'Aquila. Questa antichissima struttura è rimasta fino ad oggi nascosta in mezzo alla vegetazione, pur se si conosceva già la sua presenza dal racconto degli anziani (tuttavia bisogna sottolineare come non se ne conosceva affatto l'esatta ubicazione).
Il ponte è caratterizzato da una piccola arcata, testimonianza di un antico corso d'acqua che in passato vi scorreva sotto. Corso d'acqua che oggi è pressoché completamente prosciugato, ma da un'attenta analisi si può notare che la zona era caratterizzata dalla presenza di diverse ramificazioni stradali che divergevano dalla Via Valeria, una delle più importanti arterie stradali che attraversava l'Abruzzo.
Questa scoperta risulta particolarmente importante perché esalta la storia antica di questo territorio, in virtù del fatto che conserva ancora piuttosto bene l'originale manto stradale, la cui traccia prosegue per diversi metri. Si tratta di una struttura assolutamente da conservare e da valorizzare e che potrebbe portare, soprattutto, ad una nuova esaltazione culturale di tutta l'area circostante, che già presenta un notevole pregio sia paesaggistico sia, ovviamente, naturalistico.

Fonte:
neveappennino.it

Egitto, scoperti antichi affreschi in un monastero copto

Uno dei dipinti scoperto nel monastero (Foto: english.ahram.org.eg)
I restauratori che stanno lavorando presso il monastero di San Bishoy, vicino a Il Cairo, hanno portato alla luce affreschi raffiguranti santi, martiri ed angeli. Il monastero si trova nella zona di Wadi El-Natroun.
Durante la rimozione dello strato di malta moderno dalle pareti della vecchia chiesa del monastero, sono stati scoperti diversi affreschi colorati, la datazione dei quali è stata fissata ad un periodo compreso tra il IX e il XIII secolo d.C.. Questa scoperta aiuterà gli archeologi a determinare lo stile architettonico originale della chiesa e la data della sua costruzione.
Secondo libri storici e documenti religiosi la chiesa venne sottoposta a modifiche architettoniche intorno all'840 d.C., durante l'era abbaside, e nel 1069, durante il califfato fatimida. Gli affreschi raffigurano scene di santi e angeli con, alla base, iscrizioni religiose in lingua copta. Gli affreschi più importanti sono quelli sulle pareti occidentali ed orientali dell'edificio religioso. Sulla parete occidentale compaiono una donna di nome Refka e i suoi cinque figli, martirizzati durante le persecuzioni religiose. Sulla parete orientale, invece, sono raffigurati tre santi ed un arcangelo, anch'essi con scritte copte.
Quando i restauratori hanno rimosso le aggiunte moderne, si sono trovati, poi, di fronte ad un ambone, una piattaforma elevata caratteristica di molte chiese ortodosse. L'ambone è stato costruito con mattoni di fango coperti da uno strato di malta e decorati con una croce rossa.
In varie parti della chiesa sono stati trovati disegni geometrici, croci e lettere dipinte.

Fonte:
english.ahram.org.eg

Turchia, rinvenuto uno stilo di 1800 anni fa

Lo stilo rinvenuto ad Assos (Foto: Agenzia Anadolu)
Gli archeologi hanno portato alla luce, nella Turchia nordoccidentale, uno strumento per la scrittura antico di 1800 anni. Si tratta di uno stilo, ritrovato ad Assos, nota anche come Behramkale, una delle città portuali più importanti dell'antichità, che possiede un importante patrimonio del periodo romano, tra cui un teatro, l'agorà, una necropoli e delle mura.
Il Professor Nurettin Arslan, dell'Università Onsekiz Mart di Canakkale, ha detto che lo strumento bronzeo aveva una punta all'estremità ed un bordo piatto. Secondo lui questo strumento era utilizzato per scrivere, prendere appunti e fare calcoli su tavolette di cera del periodo romano. "La parte piazza sul lato posteriore dello stilo era utilizzata per le correzioni", ha aggiunto. Mercanti e persone abbienti utilizzavano strumenti analoghi per la contabilità.
Il Professor Arslan sostiene che lo strumento apparteneva ad un letterato, aggiungendo che in quel periodo non solo le persone libere ma anche alcuni schiavi erano alfabetizzati.
Negli scavi di Assos è stato anche scoperto il frammento di un vaso di 2500 anni fa, importato da Atene, unitamente ad altri frammenti di ceramica.

Fonte:
dailysabah.com

Alle origini di Minoici e Micenei, le rivelazioni del Dna

Ricostruzione delle migrazioni nell'Egeo (dailymail.co.uk)
La prima civiltà avanzata europea proveniva dalla Turchia. E' stato rivelato dalle analisi del Dna che i primi Greci erano discendenti dei primi agricoltori neolitici migrati dall'Anatolia. I ricercatori hanno analizzato il Dna contenuto nei denti di 19 scheletri di individui identificati come Minoici e Micenei provenienti dall'Anatolia. Le analisi hanno anche mostrato che Minoici e Micenei erano geneticamente correlati.
Anche i Greci moderni, stando a questi studi, sono a loro volta discendenti degli antichi Micenei. Questa scoperta potrebbe porre fine ad un secolo di speculazioni sulle origini delle due culture, che molti studiosi pensavano fossero distinte. Un team internazionale di ricercatori ha intrapreso la sequenza del primo genoma del Dna sugli abitanti della Grecia continentale, di Creta e dell'Anatolia sudoccidentale nell'Età del Bronzo.
Affresco cretese rappresentante i giochi con il toro che si svolgevano nel
grande palazzo di Cnosso (Foto:Lapplaender/SWNS.com)
Le analisi del Dna sono state fatte sui denti di 19 individui che sono stati individuati come Minoici di Creta, Micenei della Grecia continentale e persone che hanno vissuto nell'Anatolia sudoccidentale. I ricercatori hanno confrontato i genomi minoici e micenei tra di loro, con più di 330 altri genomi antichi e oltre 2.600 genomi dell'umanità attuale. I risultati hanno dimostrato che Minoici e Micenei erano geneticamente molto simili anche se non identici.
Minoici e Micenei derivavano entrambi da un "primo agricoltore" geneticamente di origine orientale. Nei Micenei è stato individuato, poi, un componente aggiuntivo minore relativo agli antenati di questo popolo, che porta ad abitanti dell'Est Europa e dell'Eurasia occidentale. Lo stesso tipo di discendenza euroasiatica si trova sia nelle popolazioni europee che nei Greci moderni.
Esempio di tavoletta con scrittura in Lineare B
(Foto: dailymail.co.uk)
George Stamatoyannopoulos, professore di Scienze del genoma e di medicina presso la University of Washington School of Medicine ha affermato che per centinaia di anni sono circolate molte e contestate teorie sull'origine degli abitanti attuali della Grecia, sulle origini di quelli della Grecia classica e dell'Età del Bronzo. Si tratta di una teoria diffusa, nel XIX secolo dallo storico tedesco Fallmerayer, convinto che i discendenti degli antichi Greci fossero scomparsi durante i primi decenni del Medioevo.
La scoperta della civiltà minoica e micenea sull'isola di Creta e sulla terraferma greca, negli ultimi anni del 1800, ha aperto una finestra direttamente sull'Età del Bronzo in Europa, periodo che precedentemente era appena rintracciabile nei poemi omerici Iliade e Odissea.
Le innovazioni culturali apportate dai Minoici, tra cui la prima forma di scrittura europea, i vasti e complessi palazzi e la straordinaria vivacità dell'arte, hanno fatto pensare che questa cultura fosse stata trapiantata a Creta da un'altra società più avanzata, vissuta in un'altra terra. Il nuovo studio, invece, consente di risolvere gran parte dei dilemmi in merito a questo periodo così intenso che ha preceduto quello più strettamente storico. Innanzitutto la nuova teoria confuta quella comunemente in auge che vuole che i Micenei fossero una popolazione straniera arrivata nell'Egeo e completamente estranei all'altra cultura, quella minoica.
Autore principale dello studio in questione è il medico Iosif Lazaridis, della Harvard Medical School, il quale ha dichiarato: "C'erano almeno due ulteriori migrazioni nell'Egeo che hanno preceduto i Minoici e Micenei, i quali, più tardi, si sono mescolati tra loro. I Greci sono stati considerati sempre un 'work in progress', ai quali si sono aggiunte altre migrazioni attraverso i secoli che, però, non hanno cancellato il patrimonio genetico delle popolazioni dell'Età del Bronzo. Sia i Greci attuali che i Minoici e i Micenei sono imparentati con le antiche popolazioni del Caucaso, dell'Armenia e dell'Iran. Questa scoperta porta a pensare che alcune migrazioni siano arrivate in Grecia dall'Anatolia all'epoca dei primi agricoltori".

Fonte:
dailymail.co.uk

giovedì 3 agosto 2017

Vienne, la "piccola Pompei" francese

Vienne, gli archeologi al lavoro su un pavimento musivo
(Foto: repubblica.it/cultura)
E' una scoperta archeologica eccezionale, quella fatta in Francia da un gruppo di archeologi. A sud di Lione è stata scoperta quella che è già stata definita come una "piccola Pompei": un sito archeologico romano grande 7.000 metri quadrati. "Siamo incredibilmente fortunati. Questo è indubbiamente il più eccezionale scavo di un sito romano effettuato negli ultimi 40 o 50 anni", ha dichiarato il capo archeologo Benjamin Clement.
A 30 chilometri da Lione, nei pressi di Vienne e del fiume Rodano - in quell'area che costituiva la Gallia Narbonensis, e dove oggi già si trovano un teatro e un tempio romano -, quella rinvenuta è la testimonianza di scampoli di vita privata, fatti di reperti appartenenti a ville di lusso ed edifici pubblici.
E', questa straordinaria "piccola Pompei", un agglomerato di case estremamente ampio, datato a partire dal I secolo a.C. e abitato, secondo gli studiosi, per circa 300 anni. Pare che poi roghi devastanti abbiano costretto i suoi abitanti a lasciare la zona. Ed è proprio questa fuga a rendere, quella nei dintorni di Vienne, una scoperta tanto simile a quella fatta nella regione campana: tra i mosaici pavimentali sono state rinvenuti decine di oggetti di uso quotidiano, abbandonati in fretta e furia dagli indigeni prima di scappare.
Alcuni dei ritrovamenti a Vienne (Foto: repubblica.it /cultura)
Tra i ritrovamenti più significativi all'interno del sito spiccano un edificio pubblico abbellito da una fontana e da una statua di Ercole, un mercato e una serie di abitazioni private. Tra di esse, una casa dedicata alla celebrazione dei Baccanali - con il suo mosaico raffigurante una processione delle Menadi e dei Satiri - e una villa con un'opera raffigurante Talia, durante il rapimento da parte di Pan. Subito dopo il loro ritrovamento, quei mosaici tanto straordinari sono stati asportati dal sito per poter essere restaurati, con l'obiettivo - una volta portati al loro splendore originario - di esporli nel museo di Vienne, magari già nel 2019.
Vienne era un importante nodo della strada che collegava la Gallia settentrionale con la provincia della Gallia Narbonensis, la Francia meridionale di oggi. Era un pò come l'attuale autostrada del sole francese, che collega oggi Parigi con Lione. Il sito è stato scoperto in aprile, in seguito all'inizio di lavori di costruzione per un complesso abitativo.

Fonti:
siviaggia.it
repubblica.it/cultura

Abruzzo, la fanciulla di Pizzoli

La sepoltura della giovane donna sabina rinvenuta a Pizzoli
(Foto: abruzzoweb.it)
Era una ragazza, adolescente o di giovane età, certamente appartenente ad una famiglia di notabili, forse principi, a giudicare dalla ricchezza del corredo funebre e dalla monumentalità della sepoltura. Questi e altri indizi - informa una nota della Soprintendenza - raccontano le storie e i dettagli della vita e della morte della giovane, i cui resti giacevano nel monumento sepolcrale rinvenuto e scavato nelle scorse settimane a Pizzoli (L'Aquila) durante i lavori di installazione di un nuovo tratto di condotta idrica in località Scentelle, nei pressi del cimitero, tra la Strada Statale Picente e la Comunale per il centro di Pizzoli.
Il monumento sepolcrale, a pianta circolare - inquadrabile cronologicamente tra la fase recente della prima Età del Ferro e l'Età Orientalizzante (prima metà dell'VIII secolo a.C.) - è del tipo "a tumulo", di pietre a secco, con un diametro di circa sei metri. l'anello esterno, con accezione fortemente simbolica, è costituito da un margine (crepidine) realizzato con porzioni rocciose disposte di taglio, a contenere una collinetta artificiale che conteneva la sepoltura.
Parte del corredo funebre della fanciulla di Pizzoli (Foto: Ansa.it)
La giovane defunta, di età presumibilmente compresa tra i 12 ed i 16 anni, era distesa con le braccia lungo i fianchi, appena rilassate sul ventre. Il corpo della ragazza era protetto da un tavolato ligneo, andato perduto, che lo isolava e proteggeva, mentre il tumulo di pietre costituiva la struttura interna del monumento, che doveva essere ricoperto da uno strato di terreno vegetale a formare una collinetta dell'altezza di circa 1,20-1,50 metri, delimitata alla base dal bianco circolo di pietre della crepidine.
L'appartenenza della ragazza ad una famiglia certamente di rango è comprovata dalla splendida paure con ornamenti e fibule di bronzo, pendagli spiraliformi e giri di collana con perline di ambra, mentre sul fianco sinistro era deposta una fusaiola esagonale di terracotta, tipico attributo di femminilità legato alle attività e al culto domestico. Ai piedi il corredo ceramico, composto di un'unica scodella d'impasto, recuperata in frammenti, mentre ulteriori indizi restituiscono le caratteristiche dell'abito e degli accessori.
La parure comprendeva due grandi fibule di bronzo con staffa a disco: una a motivo spiraliforme, fermava il drappeggio delle vesti sulla spalla sinistra; l'altra, posizionata sul petto, con il doppio motivo del triplice cerchio concentrico inciso, qualificava il corredo personale con un grande anello di sospensione e pendagli sempre in bronzo. Sul ventre, a concludere la parure sul pettorale, due probabili pendagli di bronzo del tipo spiraliforme a fascetta.
Anellini di bronzo disposti in maniera ordinata e simmetrica sul petto, fermati sul vestito a partire dalla testa verso il bacino, descrivono una vestizione da parata con velo copricapo. La stoffa dell'abito, probabilmente lana, a giudicare dalle impronte dell'orditura sulle tracce di organico, poteva essere arricchita da elementi o decorazioni in lamina di cuoio e lacci, a stringere e fermare attraverso i numerosi anellini di bronzo rinvenuti in posizione funzionale.
La scoperta è stata effettuata durante la sorveglianza archeologica degli scavi di alloggiamento dell'acquedotto condotti dalla Gran Sasso Acqua Spa. Lo scavo archeologico, eseguito sotto la direzione della Soprintendenza per l'Aquila dal 5 al 7 luglio 2017, è stato condotto dal funzionario archeologo responsabile Vincenzo Torrieri con gli archeologi esterni Daniela Moscianese e Maria Gaudieri, incaricati dalla committenza ai fini della sorveglianza dei lavori di scavo per l'installazione dell'acquedotto.
Il recupero di un corredo funerario così importante si aggiunge a quanto rinvenuto già nelle immediate vicinanze nel 2009-2010, una straordinaria fibula di bronzo di grandi dimensioni, narrante un corteo rituale di un individuo di rango dell'etnia sabina, certamente un capo, di questo straordinario luogo, crocevia strategico di confine tra Sabini, Vestini e Pretuzi, ai piedi del valico appenninico che collegava i Popoli Tirrenici a quelli Adriatici.

Fonte:
abruzzoweb.it

martedì 1 agosto 2017

Hera Argiva, nuove scoperte nei pressi dell'antico santuario

Area archeologica di Paestum (Foto: amalfinotizie.it)
Sono venuti alla luce i resti di un'unità abitativa durante l'ultima campagna di scavo effettuata dall'Università "Federico II" di Napoli, con il sostegno del Parco Archeologico di Paestum e del Comune di Capaccio Paestum, nel santuario di Hera, alla foce del Sele, a due passi dall'antica colonia magnogreca di Paestum.
La ricercatrice di archeologia classica presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell'Università Federico II, Bianca Ferrara, ha dichiarato "Negli ultimi anni le campagne di scavo condotte dall'Università si sono concentrate nella zona ubicata nei pressi del cuore dell'area sacra, dove sono presenti due edifici che si sovrappongono, anche se con un diverso orientamento. Il più recente restituisce la planimetria di un'unità abitativa, di forma quasi quadrata, con ambienti disposti intorno ad una corte centrale, databile tra la fine del III e l'inizio del II secolo a.C. L'edificio sottostante, più antico, restituisce una planimetria rettangolare. L'attuale campagna di scavo, concentrata in particolar modo nel settore meridionale di questo edificio, ci ha consentito di datare l'impianto nei primi decenni del II secolo a.C. e la definitiva defunzionalizzazione entro il II secolo d.C.".
L'edificio intercettato nei pressi del santuario di Hera Argiva
(Foto: napoli.repubblica.it)
L'edificio in questione è stato riconosciuto come una fattoria che si sviluppa su una superficie di 300 metri quadrati. La scoperta rimette in discussione l'area intorno al tempio di Hera Argiva che non è più da considerarsi come un luogo puramente religioso. Dalle analisi rinvenute sui frammenti di ceramica, infatti, la fattoria non era destinata al solo uso agricolo. Negli ambienti dell'antica fattoria venivano stoccati sia prodotti di grande diffusione e commercializzazione come l'olio, che prodotti di nicchia come erbe aromatiche, medicine e prodotti cosmetici per la cura e la bellezza delle persone.
La struttura è realizzata con grandi blocchi di calcare e sorgeva lungo la strada che, nel VI secolo a.C., collegava la colonia magnogreca di Poseidonia al santuario di Hera Argiva alla foce del Sele, a nove chilometri di distanza. Si tratta del luogo fondato, secondo il mito, da Giasone, eroe alla guida della nave Argo, da cui l'attributo di Argiva dato alle divinità. "Saranno i nuovi scavi a chiarire funzione e natura delle strutture venute alla luce a seguito della campagna di scavo realizzata nella zona C del santuario di Hera. - Spiega il direttore del Parco di Paestum, Gabriel Zuchtriegel. - Quello che suscita interesse è la dimensione del manufatto architettonico, che rinvia a un edificio monumentale di fine VI secolo a.C. distante 500 metri dall'Heraion".

Fonti:
salernonotizie.it
amalfinotizie.it
napoli.repubblica.it/cronaca/

Trovato il palazzo di Dario a Pasargade

La sala delle udienze a Pasargade (Foto: Proprio in questi giorni gli archeologi iraniani stanno riportando alla luce una nuova meravi...