martedì 31 luglio 2012

Così parlò Suppiluliuma

La statua di Suppiluliuma
Uno degli ultimi tesori ritrovati negli scavi in Turchia sud orientale è una colossale statua raffigurante un uomo. E' stata anche ritrovata una grande base di colonna semicircolare, riccamente decorata su una facciata. Entrambe i pezzi probabilmente appartengono ad un medesimo complesso monumentale che faceva da ingresso alla cittadella di Kunulua, capitale del regno neo-ittita di Patina (1000-738 a.C.).
I reperti appena ritrovati sono un prodotto locale della tradizione scultorea neottita. Forniscono una visione estremamente vivida del carattere innovativo e della raffinatezza delle culture dell'Età del Ferro che nacquero nel Mediterraneo orientale dopo il crollo delle grandi potenze dell'Età del Bronzo alla fine del I millennio a.C.
La statua doveva essere alta tra i 3,5 ed i 4 metri. Il volto è barbuto, con gli occhi in pietra bianca e nera ben conservati. I capelli sono stati pettinati disponendo dei riccioli allineati. Le braccia sono entrambe decorate con braccialetti a testa di leone. La mano destra della figura sostiene una lancia, nella mano sinistra c'è una spiga. Una lunga iscrizione in geroglifico Luwian, scolpita in altorilievo lungo tutta la schiena, riporta le campagne e le realizzazioni civili e sociali di Suppiluliuma, probabilmente lo stesso sovrano che dovette affrontare un assalto da parte delle truppe del neo-assiro Salmanassar III nell'858 a.C.
Base di colonna dal sud est
della Turchia
La base della colonna, invece, ha circa un metro di altezza e 90 centimetri di diametro ed è stata trovata a terra accanto alla statua. Il lato destro della colonna non è lavorato e, probabilmente, si trovava appoggiata al muro.
Sembra che entrambi i reperti siano stati sepolti ritualmente al di sotto della superficie lastricata del passaggio centrale del complesso di Tayinat. Il complesso era una sorta di accesso cerimoniale monumentale alla cittadella reale. Tayinat, grande tumulo pianeggiante, si trova a 35 chilometri da Antakya (l'antica Antiochia).
Il complesso di Tayinat sembra sia stato distrutto dopo la conquista assira della regione, nel 738 a.C., quando la parte interna fu asfaltata e trasformata nel cortile centrale di un recinto sacro assiro. Gli Assiri ruppero e seppellirono le sculture monumentali, compreso un leone, scoperto lo scorso anno.
Uno dei due leoni, datato a 3000 anni fa, era posto a guardia dell'accesso monumentale alla cittadella ittita di Tayinat. La fiera ha un'altezza di 1,3 metri ed 1,6 metri di larghezza ed appare intatta ed è stata trasportata al Museo Archeologico di Antakya. Un leone molto simile era stato scoperto nel 1930 presso l'ingresso di un tempio assiro ritrovato nello stesso sito.
I leoni ritrovati nel 1930

Il principe di Uxul

Uno dei recipienti in ceramica ritrovati
nella tomba del principe di Uxul
Gli archeologi hanno scoperto quelli che si credono essere i resti di un principe Maya morto 1300 anni fa. La scoperta è stata fatta all'interno di un complesso reale nella città di Uxul, in Messico, al confine con il Guatemala.
Il defunto aveva, al momento della morte, circa 20-25 anni, è stato ritrovato deposto sulla schiena, con le braccia conserte, all'interno di una tomba situata sotto un edificio all'interno della città. Nella tomba sono stati trovati nove pezzi di ceramica, tra i quali un piatto dipinto in nero, che copriva il cranio del defunto. Le altre ceramiche hanno fornito alcuni indizi per identificare chi era seppellito sotto l'edificio. Su una di queste ceramiche era scritto, in caratteri geroglifici: "[Questa è] il recipiente per bere del giovane/principe".
Malgrado il defunto sia stato definito "principe", non è stato trovato, nella sua sepoltura, alcun gioiello di giada. Su un reperto è stata ritrovata la menzione di una data corrispondente al 711 d.C.
La città maya di Uxul si trova nel cuore della giungla ed è accessibile solamente agli archeologi e per due o tre mesi l'anno, durante la stagione secca. Uxul fu governata dalla dinastia di Calakmul, un centro regionale a 34 chilometri di distanza. La data ritrovata sul reperto scoperto nella tomba del principe, indica che l'uomo è stato seppellito 90 anni dopo che i governanti Calakmul avevano preso il potere ad Uxul e prima che la città venisse definitivamente abbandonata.

Sansone è veramente esistito?

Hayez, Sansone e il leone
Alcuni archeologi e studiosi israeliani affermano di aver trovato la prova archeologica dell'esistenza di Sansone, il biblico uccisore di Filistei, famoso per la forza che aveva nei capelli.
Gli archeologi che stanno scavando a Beit Shemesh, sulle colline della Giudea, vicino Gerusalemme, hanno ritrovato un antico sigillo in pietra che sembra raffigurare la storia di Sansone che lotta con un leone. Il sigillo è molto piccolo, meno di un centimetro di diametro e presenta, incisa, la figura di un grande animale con una coda felina mentre attacca un uomo.
Il reperto si trovava in uno strato datato all'XI secolo a.C., quando le tribù d'Israele si erano appena trasferite nella zona dopo che Canaan era stata conquistata da Giosuè. Era l'epoca in cui la nazione ebraica era guidata dai cosiddetti Giudici, uno dei quali era proprio Sansone.
Il luogo del ritrovamento del sigillo, accanto al fiume Sorek, linea di confine naturale tra Israeliti e Filistei, suggerisce che la figura umana rappresentata sull'oggetto sia Sansone.

lunedì 30 luglio 2012

Come è morto il piccolo Gabry?

Il teschio di Gabry, ritrovato presso il lago di Lucone
Un vero e proprio giallo estivo, quello che sta interessando la campagna di Polpenazze, nei pressi del lago di Garda. Nei giorni scorsi da alcuni scavi archeologici nel laghetto di Lucone sono emersi i resti di un bambino preistorico, vissuto nel 1980 a.C., che gli studiosi hanno chiamato Gabry.
Del bambino è stato ritrovato il cranio frammentato, appoggiato su due pali e circondato da pezzi di corteccia di ontano. L'esame della dentatura ha permesso di stabilire che il bimbo è morto fra i 3 ed i 4 anni di età, ma non si è ancora riusciti a stabilire la causa della morte. Forse una malattia o forse altri eventi traumatici.
Lo scorso anno il laghetto di Lucone con il suo sito preistorico sono stati dichiarati beni dell'Umanità dall'Unesco. Il Comune ha acquistato il terreno e sono stati subito effettuati gli scavi ai quali partecipano studenti, laureati, laureandi e volontari del Gruppo Grotte Gavardo, sotto la direzione dell'archeologo Marco Baioni, direttore e conservatore del Museo Archeologico della Valle Sabbia di Gavardo.
Il sito è stato scavato, per la prima volta, negli anni '60 e divenne famoso quando, nel 1965, venne ritrovata una piroga preistorica. La palafitta ritrovata ultimamente è stata datata al 2034 a.C. e fu distrutta da un incendio intorno al 1969 a.C. circa, come mostrano le cime dei pali che sostenevano il pavimento in assi di legno delle capanne visibili. Gli archeologi sono anche riusciti a recuperare un'olla contenente spighe di frumento, 5 frullini ricavati da legno di abete per fare il formaggio, molti vasi interi, resti di ossa di cinghiale e maiale e diverse conchiglie.

domenica 29 luglio 2012

Vela Spila, l'alba dell'arte

Uno dei modellini in ceramica da Vela Spila
Nell'attuale Croazia sono state trovate le prove della presenza di una comunità di artisti ed artigiani preistorici che hanno letteralmente "inventato" la ceramica durante l'ultima era glaciale, migliaia di anni prima che la ceramica divenisse di uso comune.
I preziosi reperti consistono in 36 frammenti, molti dei quali ricavati da resti animali modellati e provengono dal sito di Vela Spila, sulla costa adriatica. Gli archeologi pensano che siano i prodotti di una civiltà primitiva dedita anche all'arte che sorse nella regione circa 17.500 anni fa. La ceramica prodotta da questa comunità si diffuse per circa 2500 anni per poi scomparire nel nulla.
La parola croata Vela Spila (o Spilja) significa "grande grotta", si tratta di un grande ambiente scavato nella montagna, ampio circa 1500 metri quadrati, solo in piccola parte esplorati. La grotta è stata continuativamente abitata dall'ultima Era Glaciale (18.000 a.C.), fino alla Media Età del Bronzo (2000 a.C.), ma evidenze archeologiche datano la presenza umana nel luogo fino al 500 a.C.. Gli studiosi ritengono che questa località abbia avuto un'importanza rilevante per gli scambi commerciali nell'Adriatico.
La grotta di Vela Spila
Vela Spila fu visitata, la prima volta, nel 1835 dal collezionista di antichità Nikola Ostoic, ma fu necessario arrivare al 1949 perché si iniziassero delle indagini archeologiche e solo nel 1951 iniziarono i primi scavi che rivelarono i materiali fittili. Si capì che alcuni di questi materiali erano simili ad altri scoperti sulla vicina isola di Hvar, anche se ne differivano in maniera percettibile. Gli scavi si protrassero ancora per trent'anni e tuttora non è stato ancora raggiunto il fondo della grotta. Gli esploratori sono riusciti a scendere fino a sette metri di profondità, individuando resti del 18.000 a.C.. Mano a mano che risalivano, hanno ritrovato resti di epoche più recenti ed anche degli scheletri del tardo Neolitico, inumati in modo particolare: una donna e un uomo in posizione fetale posti uno di fronte all'altra. La scoperta è del 1986 e ad essa si aggiunse la scoperta dei resti di tre bambini molto piccoli morti nel 7000 a.C., la cui deposizione ha suggerito agli studiosi che le antiche popolazioni della zona avessero sviluppato una sorta di spiritualità. Lo strato trovato a circa 80 centimetri sulle sepolture era composto di ceramiche ed altri frammenti che hanno confermato la presenza di un'antica cultura neolitica nell'Adriatico
Il Dottor Preston Miracle, dell'Università di Cambridge ha dichiarato che è molto raro ritrovare resti ceramici appartenenti ad un'epoca preistorica. In particolare i resti ritrovati a Vela rappresentano la prima prova di arte paleolitica nell'ultima fase dell'era glaciale, sviluppatasi indipendentemente da quanto era stato prodotto prima.
Vela Spila è una grande cava di calcare dell'isola di Curzola, nell'arcipelago della Dalmazia centrale. I primi reperti in ceramica sono stati ritrovati nel 2001 ed inizialmente non sono stati presi molto in considerazione. A mano a mano che ne emergevano altri, però, gli studiosi hanno cominciato ad interessarsi ai ritrovamenti, li hanno analizzati con maggiore attenzione ed hanno accertato che la ceramica era stata plasmata da mani umane.
Oggetti ceramici da Vela Spila
La ceramica appartiene ad una cultura chiamata Epigravettiana, sorta 12.000 anni fa, ma la datazione al radiocarbonio ha permesso agli studiosi di datare la cultura di Vela Spila ad un periodo anteriore, compreso tra 17.500 e 15.000 anni fa. Le ceramiche sono state modellate e realizzate con cura ed attenzione dagli artigiani preistorici. Uno dei reperti meglio conservati sembra essere il torso e la zampa di un cavallo o di un cervo. La ceramica, al momento in cui è stata modellata, è stata incisa con solchi e buchi realizzati con vari strumenti in osso o in pietra. Si possono ancora vedere persino le impronte digitali di chi le ha modellate.
Vela Spila era, dunque, il cuore pulsante di una fiorente tradizione artistica completamente indipendente dai modelli coevi della zona. Molti dei reperti, soprattutto i più antichi, sono stati ritrovati accanto ai resti di focolari che, probabilmente, fungevano anche da forni ed i ricercatori hanno ipotizzato che la ceramica fosse stata, ad un certo punto, deliberatamente distrutta in una sorta di atto rituale. Quest'antica comunità ha, dunque, inventato una nuova forma, tutta locale, di ceramica, una nuova tecnologia. Dopo Vela Spila, la prima testimonianza locale riguardo alla ceramica risale all'8000 a.C., ma si tratta di oggetti funzionali e non creati a scopo artistico. 

Mummie al microscopio

Le mummie analizzate dagli studiosi
E' stato scoperto che una mummia Inca di 500 anni fa era affetta, al momento della morte, di un'infezione batterica polmonare. A mostrarlo una moderna analisi che è stata in grado di individuare i segni dell'infezione.
Individuare e determinare le antiche malattie è un problema ancora difficile per i ricercatori, soprattutto a causa delle contaminazioni ambientali alle quali sono solitamente esposti i resti umani. Queste contaminazioni ambientali non permettono, spesso, di capire se l'individuo è stato infettato dall'agente patogeno individuato. I ricercatori del John Jay College of Criminal Justice, dell'Università di New York si sono, pertanto, concentrati sulle proteine presenti nei resti umani, piuttosto che sul Dna.
I ricercatori hanno prelevato dei tamponi dalla bocca di due mummie Inca ritrovate sulle Ande, ad una grande altezza, mummie scoperte nel 1999. Ha confrontato, poi, le proteine ritrovate sui corpi con quelle delle grandi banche dati del genoma umano e in questo modo sono riusciti a scoprire che il profilo proteico della mummia di una bambina di 15 anni, chiamata "la vergine", era simile a quella dei pazienti che soffrivano di una infezione cronica delle alte vie respiratorie e di tubercolosi. I raggi X fatti ai polmoni della ragazza, poi, hanno segnalato la presenza di un'infezione polmonare al momento della morte.

sabato 28 luglio 2012

Prima di Catal Hoyuk...

Uno degli scheletri ritrovati a Boncuklu Hoyuk
Una squadra di archeologi inglesi, ai quali presto si aggiungeranno dei colleghi australiani, sta lavorando allo scavo di un sito di 10.000 anni fa nella Turchia centrale. La località si chiama Boncuklu Hoyuk ed è uno dei siti più antichi della Turchia, abitato da una comunità di cacciatori-raccoglitori che avevano abbandonato il nomadismo per dedicarsi all'agricoltura.
Gli abitanti vivevano in case dalla forma ovale, costruite con mattoni di fango. Praticavano la caccia, l'allevamento e il commercio con altre comunità locali della zona che, un tempo, aveva un clima più umido dell'attuale. La località si trova al di fuori dell'area della Mezzaluna Fertile che attraversava la Turchia orientale, la Siria e la Giordania e che si pensa sia stata la culla dell'agricoltura.
Gli archeologi contano di capire, completando lo scavo del sito, come hanno fatto gli esseri umani ad adattarsi alla vita sedentaria e come hanno sviluppato le prime tecniche agricole che si sono, in seguito, diffuse in tutto il Mediterraneo.
Una delle case meglio conservate di Boncuklu Hoyuk
Boncuklu Hoyuk è stato scoperto circa dieci anni fa dal capo della squadra archeologica britannica, dottor Douglas Baird, che aveva lavorato al ben più famoso sito di Catalhoyuk. Boncuklu Hoyuk venne ritrovata l'ultimo giorno di lavoro sul campo e risultò essere 1000 anni più antica di Catalhoyuk.
Gli archeologi stanno, ora, per riportare completamente alla luce un cerchio di capanne sulla collina che sorge accanto a Boncuklu Hoyuk. Al centro del cerchio hanno ritrovato cenere ed ossa, forse si trattava di una sorta di discarica di materiali inutilizzati oppure il segnale di un luogo di riunione comunitaria. Nell'ultimo anno di scavo sono stati recuperati crani di bovini selvatici che erano stati letteralmente incorporati nell'intonaco delle capanne, un'usanza già riscontrata a Catalhoyuk.
I ricercatori si prefiggono anche di analizzare i resti umani ritrovati per capire, attraverso i minerali che sono presenti nelle ossa, quello di cui comunemente si nutrivano e da dove venivano gli antichi abitanti di questo sito. L'analisi viene condotta abitualmente attraverso la misurazione della quantità di azoto presente nelle ossa.

Un villaggio pre-etrusco sul monte Cimino

Scavi della cinta muraria
pre-etrusca
Il monte Cimino, la vetta più elevata della Tuscia (m. 1053 s.l.m.) ha rivelato una parte di un grande abitato con strutture monumentali dell'età del Bronzo. Al progetto di recupero del villaggio hanno partecipato la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Etruria Meridionale e il Dipartimento di Scienze dell'Antichità dell'Università di Roma La Sapienza.
I ritrovamenti archeologici risalgono ad un periodo compreso tra il 1200 e il 950 a.C., alcuni secoli prima che facesse la sua apparizione la civiltà etrusca. Nella foresta di faggi secolari che popola il monte, fu edificato un grande villaggio e un luogo di culto. Sono state ritrovate monumentali fortificazioni in pietrami, collegate, presumibilmente, a strutture lignee delle quali rimangono tracce a causa di antichi incendi che le interessarono. La presenza del luogo di culto è documentata, oltre che dalle mura che circondano la vetta del monte, anche dalla presenza sul terreno di residui di roghi rituali, costituiti da strati di carbone e di ceneri e da oggetti con valenza chiaramente simbolica e rituale.

I leoni di Karakiz

Una delle due sculture di leoni di Karakiz
Due sculture di leoni a grandezza naturale del peso, ciascuno, di circa 5 tonnellate, sono stati scoperti nell'attuale Turchia. Gli archeologi ancora non sono riusciti a scoprire la funzione delle tue sculture.
Si pensa che le due statue, scolpite tra il 1400 e il 1200 a.C., potevano far parte di un monumento associato ad una sorgente sacra. I leoni sono stati comunemente ritratti dagli Ittiti, che controllavano un vasto impero che si estendeva in tutta l'attuale Turchia. Il leone asiatico era estremamente comune, all'epoca, nella regione.
Le due sculture mostrano differenze stilistiche che le fanno attribuire a diversi scultori. Il leone ritrovato nel villaggio di Karakiz è particolarmente realistico, con ben rappresentata la potenza muscolare e la curva della coda attorno alla parte posteriore della massa di granito. Il colore arancione della scultura è dovuto all'ossidazione dei minerali presenti nella pietra. In origine il leone aveva tutt'altro colore.
La storia della scoperta di questi leoni è iniziata nel 2001, quando fu segnalata, vicino Karakiz, la presenza di un'antica cava. I saccheggiatori, però, avevano preceduto gli archeologi: il leone di Karakiz è stato ritrovato spezzato in due dalla dinamite, probabilmente nella convinzione errata che potesse contenere un tesoro.
Il secondo leone ritrovato a Karakiz
Nella cava di pietra, oltre ai leoni, è stata ritrovata una vasca in pietra di grandi dimensioni (circa due metri di diametro). Sia il ritrovamento delle sculture dei felini che quello della vasca hanno lasciato perplessi i ricercatori. Intorno alla cava di Karakiz sono state trovate evidenze dell'esistenza di un villaggio ittita che risale, grosso modo, all'epoca in cui sono state prodotte le statue dei leoni. Gli archeologi sono convinti, inoltre, che data la mole di entrambe le statue, queste non erano destinate ad essere trasportate molto lontano. Forse erano pertinenti ad un palazzo oppure ad una città, dal momento che solitamente i leoni venivano utilizzati per adornare dei monumenti. Probabilmente si trattava di un monumento dedicato all'acqua, associato alle molte sorgenti che vi sono nel circondario.
Gli Ittiti guardavano all'acqua come ad un elemento di purificazione importantissimo. L'acqua veniva utilizzata nelle lustrazioni ma anche nei servizi igienici dei palazzi reali e dei nobili. Per questo i luoghi dove l'acqua originava, le sorgenti, erano dotate dagli Ittiti di importanti e ricche sculture.

I segreti del Colosseo

Alcuni studenti dell'Università Roma Tre, della cattedra di Archeologia Urbana, hanno scavato per quattro settimane al Colosseo, sotto la guida della direttrice del monumento, Rossella Rea, e del professor Riccardo Valenziani.
Gli scavi hanno permesso il ritrovamento di un sofisticato sistema di raccolta e conservazione delle acque piovane, una scoperta importantissima, che dimostra il livello di organizzazione della vita quotidiana a Roma e, in particolare, nell'arena quando quest'ultima divenne la dimora e la roccaforte della potente famiglia dei Frangipane, che visse qui tra il XII e il XIII secolo.
Al prezioso ritrovamento si sono aggiunte anche tre gemme datate al I secolo d.C.. L'intera area scavata farà presto parte del museo del Colosseo.

Ricostruito un antico tetto romano ad Ercolano

Ercolano, la Casa del rilievo di Telefo
Per quasi 2000 anni il tetto di legno è rimasto, indisturbato, sotto strati di materiale vulcanico inspessito. Dopo tre anni di lavoro certosino, gli archeologi che operano ad Ercolano non solo hanno accuratamente scavato per recuperare il prezioso reperto in ogni suo frammento, ma lo hanno anche ricostruito, riuscendo a restituire l'aspetto originale di un antico tetto romano. Il tetto apparteneva alla cosiddetta "Casa del rilievo di Telefo", una lussuosa villa romana, quasi un palazzo più che un'abitazione di pregio. Il recupero è avvenuto durante i lavori nell'ambito dell'Herculaneum Conservation Project per la regimazione delle acque piovane e sorgive ed è stato condotto durante le campagne tra l'agosto 2009 e il giugno 2010.
Pannello ligneo del controsoffitto della
Casa del rilievo di Telefo
La "Casa del rilievo di Telefo" si pensa sia appartenuta a Marco Nonio Balbo, governatore romano dell'isola di Creta e di parte dell'attuale Libia, di cui è stata ritrovata, nelle vicinanze, la sepoltura. La parte più riccamente decorata della lussuosa ed immensa dimora era la torre a tre piani. Al piano superiore vi era una sala da pranzo con un pavimento in marmo policromo ed una terrazza che ne percorreva il perimetro. Certamente doveva offrire, agli ospiti del fortunato Balbo, un panorama mozzafiato sul Golfo di Napoli e sulle isole di Capri e di Ischia.
La casa ha restituito anche, agli archeologi che lavorano nell'ambito del progetto Wallace-Hadrill, uno dei reperti sicuramente più interessanti tra quelli finora ritrovati: il suo tetto, il tetto di una classica villa romana. Il reperto era frammentato in circa 250 pezzi e gli archeologi hanno faticato non poco per rimetterli insieme. L'archeologo capo del progetto, Domenico Camardo, ha affermato che, in alcuni momenti dello scavo, è stato necessario ricorrere al martello pneumatico.
Dal modo in cui giacevano i pezzi del tetto, gli studiosi sono stati in grado di stabilire che esso era stato spazzato via da un'ondata di materiale piroclastico, si era capovolto ed, infine, si era frantumato sulla sottostante spiaggia. La sabbia bagnato ha conservato il legno quasi per intero, "congelandolo" in una sorta di bolla d'aria.
Uno dei cassettoni del tetto ritrovato quasi intatto
E' stato possibile analizzare e fotografare i pannelli e le altre parti del tetto, dopo averli posti in un contenitore a temperatura stabile che consente di conservarli e trasportarli in laboratorio per essere studiati ai fini di una futura esposizione al British Museum.
Nel frattempo gli archeologi stanno cercando di ricostruire lo schema del soffitto che, pensano, riecheggi lo splendore del pavimento della sala da pranzo, che presenta decorazioni con ben 36 tipi differenti di marmo provenienti da tutti gli angoli allora conosciuti del Mediterraneo. Si sa già che il tetto era piuttosto colorato, forse troppo per i gusti moderni, come ha osservato Domenico Camardo. Alcuni frammenti riportano tracce della pittura originale: sono state recuperate assi con tracce dei colori rosso, e azzurro, mentre diversi pannelli lignei  e parti di un cassettonato con esagoni e triangoli appaiono essere stati, un tempo, ricoperti dai colori bianco, nero, azzurro, rosso ed oro. Il design del tetto ricorda moltissimo quello dei soffitti a cassettoni dei palazzi rinascimentali italiani. Anche le colonne dell'atrio sono colorate di un vivace color rosso e all'architrave del colonnato sono sospesi ancora gli oscilla marmorei con maschere teatrali e figure di satiri.
Elementi del tetto durante il posizionamento nella
cella refrigerante
Il tetto recuperato ai secoli di oblio si trovava nella zona compresa tra l'angolo sud delle Terme Suburbane e l'ala meridionale della Casa del rilievo di Telefo, sotto un metro di fango solidificato. Sotto delle travi del tetto, a diretto contatto con la sabbia dell'antica spiaggia, sono stati individuati numerosi frammenti di tegole pertinenti il manto di copertura e tufelli appartenenti alle parti alte delle pareti, divelte con le travi.
La Casa del rilievo di Telefo venne, in un momento successivo alla sua edificazione, suddivisa, dando luogo alla Casa della Gemma. Questa suddivisione è chiarita dalla presenza di un dettaglio presente in alcune delle case più imponenti di Pompei, il doppio atrio: due porte principali che conducevano a due sale di rappresentanza (atria), che permettevano una potenziale divisione tra un'area aperta al pubblico ed una zona riservata ad uso privato del proprietario.
La torre, in cui si trovava anche la sala da pranzo del dominus, quella con il pavimento decorato da marmi di diversa provenienza, era costruita fuori delle mura urbane e dava sul mare. Le stanze principali si snodavano su due livelli ed i marmi pregiati, policromi, rivestivano anche le pareti. Le finestre, piuttosto grandi, si aprivano a sud ovest e a nord ovest. Tuttora non si è riusciti a stabilire con certezza l'effettiva estensione della meravigliosa domus.
Il rilievo di Telefo curato da Achille
La proprietà risulta suddivisa già nel 79 d.C. in almeno tre unità residenziali separate. Le vicine Terme Suburbane, viceversa, furono state ingrandite e proprio a scapito della Casa del rilievo di Telefo, impedendo la veduta di alcune delle sue stanze più belle. Il nome di Marco Nonio, nel frattempo, si era diffuso in città: le liste pervenuteci in frammenti, riportano 25 persone con il nome di Marcus Nonius. Di queste, l'unico nato libero era un certo Fuscus, gli altri riportavano nomi di schiavi affrancati.
All'interno della Casa del rilievo di Telefo, si è ritrovata una ricca collezione di sculture di scuola neoattica, tra queste il rilievo che ha dato nome alla casa, raffigurante il mito di Telefo, figlio di Ercole (mitico fondatore di Ercolano). Telefo, durante la guerra di Troia, aveva combattuto eroicamente con il suo esercito, uccidendo, tra gli altri, Tersandro, figlio di Polinice. Quando Achille ritornò a combattere, Telefo fuggì lungo le rive del fiume Caico e, durante la fuga, inciampò in un tronco di vite. Non potendo più correre, venne facilmente raggiunto e ferito da Achille che, da lontano, gli scagliò contro una lancia.
Ercolano, statua a M. Nonio Balbo
eretta sulla sua terrazza
Otto anni dopo l'episodio, però, la ferita della lancia di Achille non era ancora guarita, malgrado Telefo percorresse l'Argolide in cerca dei medici più prestigiosi. Telefo, dunque, si recò, come ultima speranza, a Delfi, a consultare l'oracolo di Apollo che, tramite i suoi sacerdoti, gli fece sapere che sarebbe stato proprio Achille a guarirlo. Alcuni studiosi, proprio per la presenza di questo particolare rilievo, pensano che ad abitare la Casa del rilievo di Telefo fosse stato un medico.
Chi era Marco Nonio Balbo, colui al quali si attribuisce, ufficialmente, la proprietà della favolosa dimora del rilievo di Telefo? Era un personaggio di rango senatorio, vissuto in età augustea. Nacque a Nuceria Alfaterna (Nocera), ma risiedette ad Ercolano e fu un fervente partigiano di Ottaviano. Fu pretore e proconsole di Creta e Cirene, nel 32 d.C. fu tribunus plebis. Ad Ercolano fu una sorta di benefattore, avendo fatto restaurare la basilica, le porte, le fortificazioni, al punto da venir nominato patrono della città. Gli vennero erette almeno dieci statue, in città, e alla sua morte gli vennero tributati onori eccezionali. Il suo corpo fu cremato su un altare che gli Ercolanesi gli eressero su una terrazza che guardava il mare. Le sue ceneri furono riposte in un recipiente di terracotta all'interno dell'altare stesso, dove furono, poi, ritrovate. Era sposato con una certa Volassenia, dalla quale ebbe tre figlie.

Ritrovata un'altra barca solare in Egitto

Una delle assi della barca solare ritrovata ad Abu Rawash
Durante uno scavo di routine presso una necropoli di epoca arcaica, nella zona a nord est di Abu Rawash, nella piana di Giza, in Egitto, una missione archeologica francese ha ritrovato quel che si crede essere una barca funeraria della I Dinastia (3000 a.C. circa).
Il vascello funerario era sepolto con attenzione e con cura regali, dal momento che gli antichi Egizi credevano che sarebbe servito per traghettare l'anima del sovrano defunto nell'aldilà. La nave, riportata alla luce nella zona chiamata "Mastaba numero sei", è composta da 11 grandi tavole di legno per complessivi sei metri di lunghezza e 150 di larghezza.
Le assi di legno sono state trasportate al Museo Nazionale della Civiltà Egizia per il restauro e dovrebbero essere mostrati al pubblico nella Sala del Nilo, quando il costruendo Museo sarà terminato (si stima che avverrà il prossimo anno).

Antico trofeo di caccia ritrovato in Croazia

Il ritrovamento delle corna di cervo
Gli archeologi che stanno scavando nel sito di Bapska, nella Croazia, orientale, si sono imbattuti in un'impalcatura di corna di cervo di 6.500 anni fa. Il trofeo, sicuramente frutto di una caccia, è stato ritrovato appeso al muro di una casa preistorica, con alcuni oggetti preziosi.
Secondo Marcel Buric, ricercatore capo presso il Dipartimento di Archeologia preistorica della facoltà di Filosofia di Zagabria, dei cacciatori locali hanno stimato che il cervo, da cui provengono le corna ritrovate, doveva pesare tra i 220 e i 250 chilogrammi.

Il tesoro dei Coriosoliti

Alcune delle monete trovate
Due archeologi dilettanti, armati di un metal detector, hanno scoperto un tesoretto di monete celtiche, tra i 30.000 e i 50.000 pezzi, nascoste durante l'invasione romana della Gallia.
Il valore stimato delle monete si aggira tra i 4 e i 19 milioni di euro. Il luogo in cui erano nascoste si trova sull'isola di Jersey. Le monete erano custodite ad un metro di profondità all'interno di un terreno agricolo. E' il più grande ritrovamento di monete celtiche del nord Europa.
Gli archeologi pensano che il tesoro appartenesse ai Coriosoliti, abitanti della vicina Britannia (l'antica Armorica), nel nord della Francia, che li seppellirono sull'isola di Jersey per sottrarle all'avidità delle legioni romane di Giulio Cesare.
Il tesoretto è stato portato al Jersey Heritage Centre. Un'inchiesta determinerà a chi appartiene. Sia il proprietario del terreno che i fortunati scopritori vorrebbero che le monete venissero esposte sull'isola.
Armorica o Aremorica era il nome dato, nell'antichità, alla Bretagna ed ai territori compresi tra la Senna e la Loira. Il nome armoar, in celta gallico, vuol dire "costa, terre sul mare". Plinio il Vecchio sostiene che l'Armorica era l'antico nome dell'Aquitania ed elenca i popoli che l'abitavano. Diodoro Siculo afferma che tra l'Armorica e la Britannia esistevano intensi rapporti commerciali. I Britanni aiutarono più volte gli Armoricani a ribellarsi al dominio romano, al punto che Giulio Cesare ritenne necessario effettuare due spedizioni in Britannia, nel 55 e nel 54 a.C.

Splendori tecnologici dell'antica Tadmor

Palmira, tetrapilon monumentale
Palmira (che anticamente si chiamava Tadmor) fu una delle metropoli più importanti e più vive, durante l'Impero Romano. Innanzitutto dal punto di vista commerciale, dal momento che era una tappa obbligata lungo le rotte carovaniere che collegavano Roma all'Oriente. La città è sempre stata vista come un'oasi nel deserto e gli studiosi si sono sempre chiesti come avesse fatto a prosperare per molti anni.
Nel 2008 l'archeologo Jorgen Christian Meyer ha iniziato lo studio e l'esplorazione dell'area montuosa a nord di Palmira, un territorio di più di 100 chilometri quadrati dove l'acqua piovana veniva incanalata verso le pianure andando ad alimentare i campi. Grazie a dei sondaggi ed anche alle immagini satellitari, gli archeologi hanno scoperto i resti di più di venti villaggi che distavano da Palmira pochi giorni di cammino, i quali vanno ad aggiungersi ad altri 15 insediamenti precedentemente scoperti da altri ricercatori nella zona ad ovest di Palmira. Sono state anche trovate le tracce di una vasta rete di serbatoi e canali artificiali per la raccolta e la distribuzione dell'acqua, soprattutto in occasione degli improvvisi temporali stagionali.
Palmira, il teatro romano
Dunque Palmira era circondata da colture di olivi, fichi e pistacchi, come affermano le fonti romane. Veniva anche coltivato l'orzo, da quanto è risultato dalle analisi dei pollini condotte su un mattone di fango proveniente dalle aree esplorate da Meyer. Gli antichi abitanti riuscivano a catturare e canalizzare dai 12 ai 15 centimetri di pioggia ogni anno. Questo sistema durò fino al 700 d.C., periodo in cui la splendida Palmira iniziò il suo declino.
Vicino Palmira, poi, erano state edificate delle vere e proprie fattorie che si occupavano della coltivazione dei cereali per il rifornimento della città.
Palmira, tempio di Baal
Le merci provenienti dall'Asia, dunque, dopo aver navigato nell'Oceano Indiano ed aver attraversato il Golfo Persico, venivano trasportate in parte lungo il fiume Eufrate fino alla Siria. Raggiungevano, quindi, Palmira e da qui, attraverso le carovane, arrivavano ai porti del Mediterraneo. Vi erano anche percorsi più veloci e diretti, ma allora, duemila anni fa, Palmira si trovava in una regione ben inserita tra l'Impero Romano ad ovest e gli imperi dei Parti e dei Persiani ad est, e tutta una serie di piccoli regni che sorgevano lungo l'Eufrate, ciascuno dei quali, al passaggio delle carovane, esigeva un pedaggio. Palmira era, dunque, una via alternativa, se pure più lunga, ed anche più interessante proprio per via delle fattorie che le sorgevano intorno. Gli agricoltori locali, secondo Meyer, permettevano, ai pastori nomadi che conducevano le carovane di cammelli verso Palmira, di pascolare sui loro terreni dopo il raccolto. Lo sterco dei cammelli, poi, rendeva fertile la terra dei contadini, in un reciproco scambio di "favori".
Purtroppo la situazione politica attuale in Siria non permette di proseguire oltre le ricerche, per approfondire e svelare gli antichi misteri di questa splendida città. Gli archeologi hanno dovuto abbandonare, infatti, gli scavi in tutta fretta.

mercoledì 25 luglio 2012

Un'aquila come amuleto

L'amuleto ritrovato a Selkirk
Nelle vicinanze di Selkirk, in Scozia, è stato ritrovato un amuleto romano della fertilità, raffigurante un'aquila che emerge da un fiore con una bacca trattenuta nel becco.
L'amuleto è stato ritrovato nel 2010 e si crede che abbia ornato un carro romano. E' la prima reliquia del genere ad essere stata trovata a nord del confine dei possedimenti romani. Il rapporto di analisi del reperto lo descrive come un oggetto fabbricato in lega di rame a forma di testa d'aquila, l'uccello sacro a Giunone. L'aquila emerge da un fiore con, nel becco, una bacca e questo simbolismo si ritiene sia stato di buon augurio, sia per quanto riguarda la fortuna che per quel che riguarda la fertilità

Il tesoretto di Agsu

Il tesoretto di Agsu
Un nascondiglio in cui sono state ritrovate 37 monete d'oro è stato scoperto in Azerbaigian, in un sito noto come Agsu, in cui sono presenti rovine di una città medioevale.
Gli archeologi, guidati dal Dottor Gafar Jabiyev, dell'Istituto di Archeologia ed Etnografia dell'Accademia Nazionale delle Scienze dell'Azerbaigian, stanno conducendo scavi su larga scala ad Agsu, dove hanno già riportato alla luce strutture relative al bagno di un'abitazione, ad una grande moschea, a strade, fogne, piscine. Hanno ritrovato anche manufatti in ferro, rame e ceramica, alcuni dei quali realizzati in Cina e in Europa.
Tra i reperti senza dubbio quello che più colpisce l'immaginazione è il tesoretto di 37 monete d'oro, riportato alla luce nel giugno scorso e consegnato al Museo Nazionale di Storia dell'Azerbaigian. Le monete sono state identificate come ducati d'oro olandese, una moneta di scambio usuale nel XVIII secolo. Per un certo periodo di tempo il ducato olandese era stato adottato come moneta internazionale negli scambi commerciali.

Un vampiro in Bulgaria

Lo scheletro ritrovato in Bulgaria
La scoperta di uno scheletro umano di 700 anni fa in Bulgaria, ora esposto al Museo Nazionale di Storia della città, conferma che la paura dei vampiri è ben più antica di Dracula, figura letteraria creata da Bram Stoker.
Il "vampiro" in questione è stato trovato sepolto tra le rovine di una chiesa nella città di Sozopol, sul Mar Nero. Era stato pugnalato al petto con un paletto di ferro, poi deposto accanto a lui nella sepoltura. I denti dell'uomo, inoltre erano stati intenzionalmente cavati. Gli studiosi ritengono che entrambe le mutilazioni siano state opera degli abitanti del villaggio per evitare che il morto si trasformasse in vampiro.
Sono molti gli scheletri ritrovati con un paletto conficcato nel corpo, legati, sepolti a testa in giù o decapitati, tutte tipologie di morte legate alle leggendarie figure dei vampiri.

La Sala delle Armi e il Castello di Ariano Irpino

Il Castello Normanno di Ariano Irpino, sede del Museo
Il 23 luglio scorso, ad Ariano Irpino, è stata inaugurata la Sala delle Armi nel Castello Normanno. Il Museo della Civiltà Normanna, in cui è inserita la Sala delle Armi, è stato a suo tempo allestito per iniziativa del Centro Europeo di studi Normanni che compie, proprio quest'anno, venti anni di attività.
Le armi che i visitatori potranno ammirare sono 220, datate tra il V e il XVIII secolo d.C.. La collezione è stata donata al museo dall'ing. Mario Troso, appassionato studioso di armi. Sono presenti alabarde, corsesche, lance, brandi stocchi, buttafuoco, quadrelloni tridenti ed altro ancora. E' possibile vedere anche un plastico della battaglia di Hastings (1066), un'armatura del '500, una scure da decapitazione e la riproduzione a grandezza naturale di un guerriero normanno. Interessanti anche alcune armi da taglio romane ed un pilum unico del suo genere.
Il museo è aperto dal mercoledì alla domenica, dalle ore 10.30 alle ore 13.00 e dalle ore 17.00 alle ore 19.30 (orario primaverile ed estivo). In autunno ed inverno cambia solamente l'orario pomeridiano: dalle ore 16.30 alle ore 19.00.
Il Museo della Civiltà Normanna di Ariano Irpino
La conquista longobarda dell'Italia meridionale, comportò innanzitutto lo spopolamento degli antichi centri romani che vennero progressivamente abbandonati e la ricostruzione di centri abitativi in luoghi più sicuri, come la sommità delle colline. Ariano Irpino nasce intorno alla metà del VI e agli inizi del VII secolo d.C., sulla scia del conflitto goto-bizantino. L'abitato venne dotato quasi subito di una torre difensiva attorno alla quale si coagulò un centro abitato, sul lato nord del colle, ai piedi del castello.
La prima notizia sull'esistenza di un borgo difeso si trova nella Chronica Monasterii Casinensis, di Leone Marsicano, monaco di Montecassino e poi vescovo di Ostia, vissuto tra l'XI e il XII secolo. Nel redigere la minuziosa cronaca del monastero, Leone cita un documento del 797 che contiene la donazione da parte di un certo Vaccus vir dives, soldato di Benevento, di tutti i suoi beni all'abate di Montecassino. Tra questi beni vi era un casale in Ariano e un oliveto.
Alcune delle armi presenti nel Museo
Ariano Irpino è citata anche da Erchemperto (858) nella sua Historia Longobardorum Benevetanorum, a proposito di uno scontro tra Longobardi e Saraceni nelle vicinanze del borgo. In un documento dell'Abbadia di Cava risalente all'892 vi è già traccia del castello di Ariano. Nell'849 lo stato beneventano venne frazionato e spartito tra diversi nobili, divi in due gruppi fautori, rispettivamente, di due capi Longobardi: Radelchi e Siconolfo. Questa suddivisione diede vita al principato di Salerno, assegnato a Siconolfo e a quello di Benevento, assegnato a Radelchi. Ariano, profittando della decadenza del principato di Benevento, divenne un importante caposaldo difensivo al confine tra i possedimenti longobardi e la zona d'influenza bizantina. I vari duchi che si succedettero al potere potenziarono le difese cittadine ed eressero il castrum Ariani, una fortificazione con mura di cinta (892) citata dall'anzidetto documento dell'Abbazia di Cava.
Nel 969 ad Ariano venne creata una diocesi suffraganea a quella metropolita di Benevento, che doveva arrestare la penetrazione politico-militare dei bizantini e la diffusione del culto greco-ortodosso proveniente dall'Apulia.
Tra il 1127 e il 1139, sotto la signoria del conte Ruggero, l'impianto del castello era già definito, costituito da un grande torrione cinto da mura e dotato di quattro torri quadrangolari più piccole ai lati. Il castello e l'abitato furono conquistati dai Normanni di Ruggero II nel 1140, il quale Ruggero convocò, proprio in Ariano, una grande curia di baroni e prelati che redassero una serie di leggi che rappresentarono il fondamento del Regnum Siciliae.
Plastico della battaglia di Hastings
Nel 1190 Ariano si trovò coinvolta nelle lotte per la successione al trono di Sicilia. Nel 1255 la città venne devastata dai Saraceni guidati da Federico Lancia e gli abitanti furono allontanati dalla città. Nel 1266 Carlo I d'Angiò si dedicò alla ricostruzione del castello di Ariano, della cattedrale e delle sue mura. Alla fine del XIII secolo detentrice del feudo di Ariano era una famiglia di probabile origine provenzale, i Sabrano.
Nel dicembre del 1456 un violento terremoto si abbatté su Ariano, danneggiandola gravemente: fu necessario riedificare alcune strutture tra le quali lo stesso castello. Tutti gli abitanti furono obbligati dal re Ferdinando di Aragona ad estrarre pietre da portare al castello. I lavori durarono anche nei decenni successivi e furono nuovamente promossi nel XVI secolo dal dententore del feudo, Ferrante Gonzaga, che fece erigere bastioni e trincee in vista di un'ipotetica invasione del regno da parte dei Francesi.
Il castello cadde nuovamente in rovina e nel 1636 è attestata una richiesta dei Cappuccini di Ariano al Viceré di Napoli per servirsi del castello come cava di materiale per costruire la chiesa del Calvario.
L'edificio difensivo, situato sul colle orientale di Ariano Irpino, è inglobato nella villa comunale. La sua architettura riflette l'influsso aragonese, con forma pressocchè quadrangolare, con lati di dimensioni diverse e torri circolari agli angoli. Le torri, al loro interno, ospitano vani di varie dimensioni. Gli scavi condotti all'interno delle mura del castello hanno permesso di riportare alla luce l'impianto della torre longobarda (858-892), eretta direttamente sulla roccia. La torre era stata costruita in muratura incerta. Al di sopra di essa si eleva il mastio normanno (1027-1139), di forma rettangolare.
Torrione e mura del castello normanno di Ariano Irpino
L'approvvigionamento idrico avveniva grazie a due cisterne: una era stata ricavata da una vecchia torre longobarda rivestita di intonaco impermeabile all'acqua, l'altra si trovava nei pressi dell'ingresso nord-est.
Un fossato percorreva il circuito murario in parallelo ad esso. L'ingresso nell'area fortificata avveniva attraverso un ponte levatoio. L'interno della cinta ospitava strutture in legno che fungevano da abitazione o da strutture per approvvigionamento alimentare (pozzi, cisterne, fosse-silos per il grano e il foraggio degli animali).
I restauri degli ultimi decenni hanno permesso di ripristinare i collegamenti sotterranei, uno dei quali congiungeva la torre di nord-ovest con quella di nord-est. Un altro collegamento congiungeva quest'ultima torre con un'altra a sud-est. La tradizione vuole che esistessero anche collegamenti sotterranei che mettevano il castello in comunicazione con zone esterne al recinto fortificato.

martedì 24 luglio 2012

I gioielli nascosti di Sarsina

Stele funeraria di Titia Prima
Nel IV secolo a.C., le popolazioni umbre della valle del Savio diedero vita al primo insediamento stabile sul sito dove sorse poi la città di Sarsina. Il nucleo urbano dell'antica Sarsina è oggi visibile accanto all'attuale piazza Plauto. Si tratta di edifici in legno con annessi piccole botteghe artigiane.
Sarsina entrò in contatto con i Romani nel 266 a.C.. Questi ultimi le lasciarono una certa autonomia e le garantirono lo status di civitas foederata. Questo fece sì che, durante la guerra tra Galli e Romani, nel 225 a.C., Sarsina e gli Umbri fornissero all'esercito dell'Urbe 20.000 soldati. Un illustre cittadino di Sarsina fu il commediografo e poeta Tito Maccio Plauto (254 a.C.).
Nel I secolo a.C. Sarsina, oramai municipium, venne riorganizzata urbanisticamente e architettonicamente e dotata di una cinta muraria. Il municipium di Sarsina ospitava prevalentemente liberti divenuti imprenditori, che contribuirono notevolmente al benessere cittadino. Ben presto il municipium venne inserito nella circoscrizione amministrativa della Regio VI Umbria, in virtù delle origini della sua popolazione.
Nel III secolo d.C. Sarsina intratteneva solidi rapporti con il porto di Ravenna. Verso la fine dello stesso secolo, la città subì violente devastazioni a causa delle incursioni di popolazioni barbariche, archeologicamente rintracciabili nei segni di incendio riscontrati sui pavimenti musivi di alcune abitazioni.
Paliotto d'altare dell chiesa di San Vicinio
Tra il III e il IV secolo Sarsina ebbe il primo vescovo, Vicinio, in seguito assurto agli onori della santità e santo patrono della città. Nel 757 la città fu sottoposta all'esarcato. Nel X secolo venne edificata la cattedrale romanica, fulcro attorno al quale si sviluppò il centro abitativo medioevale.
Uno scavo archeologico del 1988 portò al recupero di numerosi reperti pertinenti una domus di un certo livello, edificata in un isolato posto al centro della città romana. L'abitazione, della quale sono stati scavati tre ambienti, risale al I secolo a.C. ed ha subito un restauro nel II secolo d.C.. Nel III secolo d.C. un incendiò devastò l'edificio, le pareti crollarono proteggendo, in tal modo, parte della pavimentazione musiva e di alcune suppellettili domestiche. Il mosaico recuperato è in tessere bianche e nere e raffigura un tritone trainato da un ippocampo e accompagnato da un delfino. Al centro, in un riquadro, la figura policroma di Ercole ebbro sorretto da un satiro.
Risale al 1927, invece, la scoperta del monumento funerario di M. A. Obulacco, ritrovato nella necropoli di Pian di Bezzo, non lontana dalla città. Negli anni '30 il monumento venne rimontato ed utilizzato come memoria dei caduti.
La chiesa di San Vicinio
La chiesa principale di Sarsina è dedicata al patrono San Vicinio. E' in stile romanico ed è stata costruita tra il X e l'XI secolo su un edificio preesistente di epoca romana o paleocristiana. La chiesa prospetta sulla piazza intitolata a Tito Maccio Plauto, dove un tempo sorgeva il foro romano di Sarsina, i cui resti di pavimentazione sono visibili dietro gli edifici sul lato settentrionale della piazza. Sono emersi almeno due livelli pavimentali: un primo livello in lastre di arenaria ed un secondo in lastre di marmo di Verona, accuratamente squadrate.
Alcune porzioni della cinta muraria di età romana si trovano sotto la cortina muraria medioevale, lungo il lato orientale della città, il basamento di una torre, invece, si trova sotto la cosiddetta Casa di Plauto.

Il generale di Xiangyang

La sepoltura del genera e di sua moglie a Xiangyang
Nella Cina di 1800 anni fa, quando le guerre avevano diviso il paese in tre parti, in una tomba con un tetto a cupola, venne sepolto un guerriero con la moglie. Aveva circa 45 anni. I resti dei due coniugi sono stati ritrovati, in questi giorni, all'interno di casse di legno oramai marcito. Non si conoscono i nomi del guerriero e di sua moglie, ma dall'architettura della tomba e dal corredo funerario presente, gli archeologi credono si tratti di un generale che aveva servito uno o più Signori della Guerra cinesi.
La sepoltura è stata ritrovata a Xiangyang, una città che, nel periodo detto dei Tre Regni, rivestiva una grande importanza strategica. Gli scavi, in questa parte del paese, sono iniziati nel 2008. Tra i ritrovamenti più importanti relativi alla lussuosa sepoltura, vi è un cavallo di bronzo a grandezza naturale, il più grande ritrovato in Cina. E' stato poi ritrovato il modello estremamente dettagliato, in ceramica invetriata, di una villa a due piani, protetta da un muro di cinta. Modellini di case come questo sono ben noti già a partire dalla dinastia Han e sono molto utili agli archeologi per ricostruire l'aspetto delle antiche case cinesi.
Particolare del cavallo ritrovato nella tomba di Xiangyang
La tomba del generale cinese e di sua moglie era ricca di oggetti preziosi: dischi d'oro e d'argento, cristalli, agata, bracciali d'oro solo per citarne alcuni.
Tra i reperti è stato ritrovato anche uno specchio in bronzo decorato con motivi elaborati che includono la rappresentazione della fenice e di un Kui, un demone con una gamba sola. Sul manufatto erano presenti due iscrizioni: "a beneficio eterno dei discendenti", "che il possessore abbia la carica dei Tre Duchi". I Tre Duchi erano i tre funzionari più potenti dell'antica Cina.
Come ogni bravo guerriero, il generale sepolto nella tomba appena scoperta era ben attrezzato per l'aldilà: sciabole di bronzo e ferro ed anche una balestra in ottime condizioni nonostante i 1800 anni trascorsi. Proprio questi manufatti fanno pensare che il generale sepolto fosse vissuto durante l'epoca dei Tre Regni, iniziata ufficialmente nel 220 d.C.

Siraf, porto sommerso dell'Iran

Una vecchia foto delle evidenze del porto di Siraf
Una squadra composta da archeologi americani ed iraniani hanno recentemente avviato una serie di scavi subacquei per cercare il resti di Siraf, porto storico nel Golfo Persico.
Siraf ha una storia di circa 1100 anni e si trova nella parte nord occidentale della provincia di Bushehr, nell'Iran del sud. Un tempo Siraf era noto per il mercato delle perle e della seta, poi, nel corso dei secoli, è stato progressivamente sommerso dall'acqua.
Gli archeologi americani hanno portato delle speciali attrezzature, indispensabili per procedere allo scavo subacqueo, attrezzature di cui non disponevano gli archeologi iraniani. Sono stati già indagati alcuni strati archeologici, il più antico dei quali risale all'epoca dei Parti. Gli strati archeologici più importanti sono di epoca sassanide e del primo periodo islamico.
Alcuni studiosi ritengono che la popolazione di Siraf, in epoca islamica, ammontasse a circa 300.000 persone, mentre oggi la popolazione totale ammonta a sole 7.000 unità.

domenica 22 luglio 2012

Le sepolture zapoteche di Atzompa

Camera funeraria ad Atzompa
Gli archeologi hanno scoperto una camera sepolcrale di 1100 anni fa nel sito archeologico di Atzompa, nello stato messicano di Oaxaca
Il complesso funerario è composto da tre camere sepolcrali ed è diverso dalle altre necropoli scoperte in precedenza nella regione. Si trovava all'interno di un edificio progettato, pare, esclusivamente per contenere delle tombe poste in verticale, una sopra l'altra.
La costruzione è localizzata nell'area preispanica di Atzompa, una piccola città periferica del grande centro di Monte Alban, del periodo Tardo Classico (650-900 d.C.). Una delle stanze funerarie, che doveva contenere i resti mortali di dignitari di alto livello, è decorata con affreschi che rappresentano il gioco della pelota, diffuso in tutte le culture del Messico precoloniale.
La scoperta costituisce una pietra miliare nella storia della cultura zapoteca, dal momento che dimostra che Atzompa sviluppò forme e soluzioni architettoniche originali rispetto agli altri centri zapotechi e, in particolare, rispetto al centro principale di irradiazione di questa civiltà, Monte Alban.

Ricche tombe romane in Bulgaria

La tomba romana scoperta a Debelt
In un villaggio nella regione di Bourgas, in Bulgaria, Debelt, sono state ritrovate due collane d'oro con iscrizioni ed immagini in due sepolture del periodo romano. Debelt si trova sulla costa bulgara del Mar Nero. I reperti sono stati datati dagli archeologi al II secolo d.C.
Gli studiosi ritengono che gli oggetti ritrovati appartengano ad uno dei veterani dell'VIII legione di Augusto. La sepoltura si trova nella parte occidentale dell'antica colonia romana di Deultum, conosciuta un tempo come "piccola Roma in Tracia" o Colonia Flavia Deultensium. La scoperta è stata fatta per caso, durante i lavori per l'edificazione di uno stabile.
Oltre alle collane d'oro, è stato ritrovato lo scheletro di un uomo sepolto con abiti lussuosi, intessuti di oro e di perle. Accanto aveva un vaso per imbalsamazione che ha fatto pensare agli archeologi ad un esponente agiato della colonia romana. Nelle vicinanze è stato ritrovato anche un altro scheletro, che si suppone appartenga ad una donna, sepolta con altri oggetti d'oro tra le quali le collane anzidette, decorate con pietre dure e con le immagini di due basilischi, creature mitiche. Queste collane recano anche delle iscrizioni che sono in fase di decifrazione. L'archeologa Krasimira Kostova pensa che la donna potesse essere un'adepta della setta degli gnostici e che per questo sia stata sepolta con le collane d'oro e di pietre che avrebbero dovuto essere una sorta di difesa nell'aldilà.
Resti di abitazioni della Debelt romana
Tra i reperti, oltre alle collane d'oro, vi sono un ciondolo d'oro, due monete di bronzo (tra le prime ritrovate a Debelt), associate anch'esse allo gnosticismo, movimento religioso che fiorì proprio tra il II e III secolo a.C., gioielli sempre in oro, un ago, perline, strigili e strumenti medici che i Romani utilizzavano per inserire farmaci nelle orecchie ed in gola.
La Colonia Flavia Deultensium fu fondata nel 70 d.C. da legionari romani che si erano ritirati dal servizio. Sono 15 le colonie romane nei Balcani, tre delle quali si trovano in Bulgaria.

Ritrovato l'antico porto di Akko

Akko, il vecchio porto
L'Israel Antiquities Authority ha annunciato di aver scoperto, durante una campagna di scavo ai piedi delle costruzioni portuali di Akko, resti appartenenti ad un porto che servì la città nel periodo ellenistico (III-II secolo a.C.), porto che era, all'epoca, il più importante porto d'Israele.
I primi indizi che indicavano la possibile esistenza di un molo portuale si ebbero nel 2009, quando fu scoperta una sezione di pavimento costituito da larghe lastre di arenaria, disposte secondo lo stile utilizzato dai Fenici per le costruzioni portuali. Questo pavimento, scoperto sotto la superficie dell'acqua, determinò una serie di discussioni tra gli archeologi, incentrantesi soprattutto sull'appartenenza del pavimento ad un molo oppure ad un grande edificio.
Tra gli ultimi ritrovamenti sono da annoverare delle grandi pietre di ormeggio che, un tempo, erano incorporate al molo e che erano utilizzate per assicurare le imbarcazioni ancorate al porto circa 2300 anni fa. Quest'ultimo e fondamentale ritrovamento ha risolto la diatriba tra gli archeologi sulla pertinenza della copertura pavimentale in arenaria. In aggiunta gli studiosi hanno ritrovato le prove di una deliberata e sistematica distruzione del porto nell'antichità.
La struttura portuale ritrovata apparteneva, forse, all'antico porto militare di Akko. Si tratta di un impressionante sezione di pavimento in pietra di otto metri di lunghezza e cinque di larghezza. Il pavimento è delimitato da entrambe le parti da due imponenti muri di pietra, costruiti anch'essi secondo una tecnica in uso tra i Fenici. Sembra che il pavimento tra i due muri sia scivolato verso sud, mentre alcune pietre sono cadute al centro del pavimento.
Oltre alle strutture in pietra dell'antico porto, sono stati ritrovati anche centinaia di frammenti di ceramica, tra i quali dozzine di vasi e di oggetti metallici intatti. La prima identificazione dei vasi in ceramica indica che molti di essi provenivano dalle isole del mar Egeo, quali Knido, Rodi, Kos e da altri porti che si trovavano lungo le coste del Mediterraneo. Questi ritrovamenti costituiscono una prova evidente della collocazione del porto ellenistico o del porto militare dell'antica Akko. Finora l'ubicazione del porto, infatti, non era molto chiara.
Gli scavi proseguono per accertare la reale ampiezza del porto e per chiarire da chi è stato distrutto il porto, se da Tolomeo nel 312 a.C., oppure gli Asmonei nel 167 a.C. o se la distruzione sia stata causata da altri eventi.

Scoperto un nuovo tempio maya a El Zotz

Una delle maschere ritrovate sulla facciata del tempio del Sole
E' stato recentemente scoperto, in Guatemala, un tempio dedicato al sole notturno risalente a 1600 anni fa. Un tempo questo edificio doveva essere visibile a chilometri di distanza ed ornato di maschere giganti raffiguranti il dio Maya del sole, un giaguaro bevitore di sangue. Il tempio era nascosto nella giungla guatemalteca, a circa 160 metri di profondità sotto il livello della piazza principale di El Zotz, ed è alto almeno 13 metri, con molteplici livelli che preservano la struttura interna dall'aggressione della selva circostante.
El Zotz, in quello che oggi è il Guatemala, è stato uno dei regni maya più piccoli ma estremamente agguerrito. Il tempio è una sottostruttura della piramide di El Diablo, una scultura estremamente affascinante, dal punto di vista artistico, la cui funzione era quella di onorare il sole. Sulla piramide, nel 2010, è stato scoperto un tempio e la sepoltura di quello che si ritiene essere stato uno dei fondatori della prima dinastia di El Zotz, chiamato Pa'Chan o "cielo fortificato".
I lati del tempio appena scoperto sono decorati con maschere di stucco alte 1,5 metri che mostrano il volto del dio solo mentre cambia durante il suo attraversamento del cielo. Una di queste maschere raffigura uno squalo, probabilmente un riferimento al sorgere del sole ai Caraibi. Il sole di mezzogiorno è raffigurato come un giaguaro locale, che si sveglia al crepuscolo nella giungla. Il dio del sole, nella cultura Maya, era associato strettamente agli inizi ed alla regalità. La presenza di volti solari su un tempio vicino ad una sepoltura reale, quindi, lascia intendere che la persona sepolta al suo interno era il fondatore di una dinastia reale.
Uno degli archeologi davanti
al bassorilievo del tempio
del Sole Notturno
Le maschere ritrovate nel tempio di El Zotz sono uniche e preziose per completare gli studi sulla raffigurazione della divinità celeste nella civiltà Maya. Finora è stato riportato alla luce solo il 30% della facciata del tempio e sono state recuperate solo otto delle 14 maschere che lo adornavano, per questo gli archeologi sperano che ci siano altre cose interessanti da scoprire e da studiare.
La valle di Buena Vista, dove si trova l'antica città di El Zotz, è stata una delle rotte più importanti del commercio tra le zone est ed ovest della regione maya di Peten, nota anche come una rotta del conflitto dinastico, dal momento che fu una sorta di stato-cuscinetto tra gli antichi regni di Tikal e Waka.

La grande diga maya di Tikal

La diga di Tikal, canale di scolo
Recenti scavi e carotaggi, condotti da una squadra guidata dall'Università americana di Cincinnati nel sito pre-colombiano di Tikal, in Guatemala, hanno permesso di identificare molte e importanti opere di ingegneria, tra cui la più grande diga costruita dai Maya nel Centro America.
La diga, costruita in pietra, aveva circa 33 metri di altezza e 90 di lunghezza, poteva contenere circa 70 milioni di litri di acqua in un bacino artificiale appositamente scavato. Quest'acqua era in grado di sostenere una popolazione che raggiungeva le 70.000 unità, molto più numerosa dell'attuale. Il bacino conteneva tutta l'acqua piovana canalizzata dalle strade e dagli edifici di Tikal. Per il filtraggio ci si serviva della sabbia di quarzo proveniente da una fonte a 30 chilometri circa dalla città. L'acqua veniva utilizzata per l'irrigazione delle colture ed aveva un impatto diretto sulla sostenibilità della popolazione.
Dopo il IX secolo d.C. l'aumento della siccità rese la situazione sempre più drammatica fino a che i Maya furono costretti ad abbandonare definitivamente Tikal.
L'architettura monumentale del sito risale al IV secolo a.C., ma Tikal raggiunse il suo apogeo durante il Periodo Classico, tra il 200 e il 900 d.C.. Durante questo periodo la città dominò gran parte della regione Maya, sia dal punto di vista economico che politico e militare. Gli archeologi hanno trovato testimonianze della conquista di Tikal da parte di Teotihuacan nel IV secolo d.C..
Cristalli di sabbia di quarzo estratti dalla diga di Tikal
Dopo la fine del periodo Tardo Classico, a Tikal furono costruiti altri monumenti e sono state trovate le evidenze di estesi incendi che interessarono i palazzi del potere. Questi eventi sono stati, dagli studiosi, collegati al calo graduale della popolazione che culminò con l'abbandono del sito nel X secolo.
La diga recentemente scoperta a Tikal è seconda, per grandezza, solo all'enorme Dam Purron, costruito in Messico nella Valle di Tehuacàn in un periodo compreso tra il 250 e il 400 d.C.. Gli archeologi hanno scavato nei serbatoi, nei canali e nelle chiuse che portavano l'acqua dalla cresta collinare della città ai residenti a valle.
La diga fu scavata trasformando le cave in serbatoi e ricoprendole di intonaco. Quando pioveva l'acqua si incanalava attraverso queste grandi cicatrici scavate nella roccia. Uno dei serbatoi più grandi poteva contenere sino a 74.631 metri cubi di acqua. Per lungo tempo si è ritenuto che la diga fosse, in realtà, una strada rialzata, ma il team americano ha dimostrato che essa era l'una e l'altra, vale a dire sia diga sia strada rialzata.

Emergono altri frammenti del colosso di Psammetico I

Parte posteriore del pilastro del faraone Psammetico I (Foto: Ministero delle antichità) La missione archeologica egiziano-tedesca ha ...