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venerdì 29 novembre 2019

Pompei, riaprono alcune domus importanti

Pompei, domus di Leda e del cigno (Foto: Il Giornale del Restauro)
Le grandi Terme centrali di Pompei, che l'eruzione del 79 d.C. ha congelato in una fase ancora di cantiere, chiuse da decenni al pubblico, il lusso e le meraviglie della Casa degli Amorini Dorati, sottoposta da mesi a necessarie manutenzioni e, infine, l'affresco di Leda e il cigno, mai visto prima. A Pompei si chiude una stagione di lavori per la messa in sicurezza che è stata anche generosissima di nuovi ritrovamenti e si aprono al pubblico luoghi e ambienti nuovi e pieni di fascino.
L'accessibilità a via del Vesuvio e agli edifici che vi si affacciano permetterà al pubblico di ammirare, per la prima volta, la domus di Leda e il cigno, rinvenuta nel corso degli scavi alla Regio V e il complesso delle Terme centrali che, al momento dell'eruzione del 79 d.C., aveva ancora lavori in corso per il terremoto degli anni precedenti, mai finora accessibile e in cui ci sono stati interventi di restauro.
Pompei, domus degli Amorini Dorati (Foto: Wikimedia Commons)
E ancora si potrà finalmente visitare la Casa degli Amorini Dorati, che prende il nome da medaglioni affrescati con amorini alati d'oro. Si tratta di una delle più eleganti abitazioni di età imperiale che si sviluppa intorno allo scenografico peristilio, con giardino del raro tipo rodio, cioè con un lato munito di colonne di maggiore altezza sormontate da un frontone, che conferiva un'aura di sacralità agli ambienti che vi si affacciavano. La religiosità del peristilio è sottolineata anche dalla presenza di ben due luoghi di culto: un'edicola ed un sacello. L'edicola del larario era destinata al culto domestico tradizionale, mentre il sacello particolare era destinato al culto delle divinità egizie ritratte nei dipinti: Anubi, dio dei morti con testa di sciacallo, Arpocrate, dio bambino figlio di Iside, la stessa Iside ed infine Serapide, dio guaritore. Accanto vi sono oggetti del culto isiaco di cui il proprietario era, forse, un sacerdote. Graffiti e un anello-sigillo indicato il proprietario in Cnaeus Poppaeus Habitus, imparentato con Poppea Sabina, seconda moglie di Nerone.
Per il direttore del Parco Archeologico, Massimo Osanna, al suo secondo mandato, Pompei "è un sistema di relazioni, un fluire incessante di cambiamenti, un laboratorio di sperimentazioni, emozioni e conoscenza".
"Negli ultimi cinque anni Pompei è diventato un modello di efficace gestione, riconosciuto dalla stessa Commissione Europea, che ha permesso di superare con successo una stagione difficile". Così il ministro per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, Dario Franceschini. "Si tratta di un modello virtuoso di impiego di risorse europee che nell'arco di tempo di diversi anni ha permesso di mettere in sicurezza e restaurare parte importante dell'antica città, realizzare un percorso accessibile a tutti, dotare il sito archeologico di copertura WiFi e di dare avvio a una nuova, felice stagione di scavi che sta portando a importanti scoperte".

lunedì 19 novembre 2018

Pompei, ecco apparire Leda e il cigno!

Pompei, affresco di Leda e il cigno appena scoperto
(Foto: napoli.repubblica.it)
Il ritratto di Leda mentre viene ingravidata da Giove, il re degli dei che pur di averla si è trasformato in cigno. Esplicito e sensualissimo, ricco di colori e sfumature che ne sottolineano l'altissima qualità esecutiva, è un grande affresco ritrovato nella camera da letto di una grande casa in via del Vesuvio, l'ultima meraviglia di Pompei. Un ritrovamento "eccezionale e unico", anticipa in esclusiva all'Ansa il direttore del Parco Archeologico Massimo Osanna.
L'affresco, spiega Osanna, è stato scoperto "durante i lavori di riprofilatura dei fronti di scavo", uno dei lavori finanziati con fondi europei dal grande Progetto per la risistemazione di Pompei che si stanno portando avanti nella Regio V della cittadella romana. La domus in questione si affacciava sul lato orientale di via del Vesuvio, "in pratica una parallela della via dei balconi".
Pompei, il ritratto di Leda appena scoperto(Foto: napoli.repubblica.it)
La stessa dimora, precisa, nell'ingresso della quale l'estate scorsa era stato ritrovato un Priapo nell'atto di pesarsi il fallo, immagine simile a quella molto conosciuta che decora l'ingresso della celeberrima Villa dei Vettii. In questo caso si tratta di un ritrovamento di particolare importanza, sottolinea all'Ansa il direttore Osanna, proprio per la fattura del ritratto di Leda, che è estremamente particolare e "diverso da tutti gli altri fino ad oggi ritrovati in altre case". Nella cittadina romana, spiega, il riferimento al mito greco di Leda e il cigno, "è piuttosto diffuso", mai però era stato ritrovato "con questa iconografia decisamente sensuale, che sembra guardare - ipotizza l'archeologo - al modello scultoreo di Timoteo", importante scultore greco del IV secolo a.C.
Ammiccante e piuttosto licenzioso con lo sguardo obliquo di Leda che sembra incrociare gli occhi di chi entra nella stanza, il ritratto della casa di via del Vesuvio si trovava, precisa Osanna, in un cubicolo, quindi una camera da letto alla quale si accedeva subito dopo aver oltrepassato le fauces con il Priapo e poi l'atrio della ricca dimora. Ma chi poteva esserne il proprietario? L'ipotesi più probabile per Osanna è quella di "un ricco commerciante, forse un ex liberto ansioso di elevare il suo status sociale anche con il riferimento a miti della cultura più alta".

Fonti:
napoli.repubblica.it

giovedì 16 agosto 2018

Grecia, ritrovamenti nel santuario euboico di Artemide

Grecia, la statuetta di Artemide trovata negli scavi del santuario euboico
(Foto: greece.greekreporter.com)
Gli archeologi hanno fatto nuove scoperte nel santuario di Artemide che si trova ad est di Amarynthos, sull'isola di Eubea, in Grecia. Il santuario è stato scoperto nel 2017, durante uno scavo effettuato dalla Scuola Svizzera di Archeologia in Grecia, in collaborazione con l'Eforato per le antichità di Evia.
Le nuove scoperte sono costituite da piastrelle in rilievo con la scritta "Artemis", una statuetta e tre basi risalenti all'epoca ellenistica con iscrizioni dedicatorie alla dea, a suo fratello Apollo ed alla madre di entrambi, Leto. I risultati hanno permesso di identificare gli edifici scavati negli ultimi 10 anni nel santuario. Secondo le fonti il santuario di Artemide era uno dei più importanti dell'Eubea. Gli edifici scavati negli scorsi anni definiscono il tempio di Artemide ad est e a nord e comprendono una fontana sacra.
Nel 2018 gli scavi sono diretti dal Professor Karl Reber dell'Università di Losanna, direttore della Scuola Svizzera di Archeologia in Grecia e da Amalia Karappaschalidou, Eforo onorario per le antichità dell'Eubea. La ricerca si è focalizzata sul sito centrale del santuario per riportare alla luce l'antico tempio e l'altare.
Tra i ritrovamenti più importanti di quest'anno vi sono una figurina in quarzo e rame, parte di una statua di Artemide e le basi con i nomi di Artemide, Apollo e Leto, tutti indizi che il tempio deve trovarsi in questa zona e che, forse, presto potrà essere presto identificato.
Gli scavi indicano che la fondazione del santuario di Artemide, ai confini della pianura ad est di Eretria, è connesso al rafforzamento del confine della città. Secondo una dichiarazione del Ministero della Cultura, il santuario venne restaurato in seguito ad un disastro occorso nel I secolo a.C. e poi venne rinnovato nel II secolo d.C.
Il tempio sull'isola di Eubea era teatro, nell'antichità, di ricche e fastose cerimonie religiose riportateci da storici e geografi quali Pausania e Strabone tra gli altri. Le ricerche di questo importantissimo luogo sono iniziate nel 2007. Il santuario doveva essere a cielo aperto e la sua collocazione è stata individuata ai piedi della collina Paleokklisies, accanto alla cittadina costiera di Amarynthos.
Durante le festività qui arrivava una processione che cominciava nella vicina città di Eretria (o Ertea). Si portavano doni ad Artemide, dea della caccia e patrona di Amarynthos, in occasione delle Amarisie, feste a lei dedicate. Lo storico Strabone riferisce, nella sua "Geografia", di aver visto, nel tempio di Artemide Amarisia, una colonna posta dagli abitanti di Eretria a ricordo di uno splendido corteo celebrativo a cui avevano preso parte 3.000 opliti, 600 cavalieri e 60 carri.

Fonte:
greece.greekreporter.com

sabato 11 novembre 2017

E se il cavallo di Troia fosse una nave?

L'archeologo Francesco Tiboni (Foto: lastampa.it)
Nei giorni scorsi si è tornati a parlare, sui quotidiani non solo italiani, di uno degli episodi più famosi della letteratura antica: la presa della città di Troia con il celebre stratagemma del cavallo di legno, il cavallo di Troia, appunto. Se ne è riparlato perché un archeologo italiano che si occupa spesso di relitti greci, Francesco Tiboni, ha proposto una teoria alternativa secondo la quale il cavallo di Troia non era un cavallo, ma una nave. L'equivoco, secondo Tiboni, sarebbe dovuto ad un errore di interpretazione degli scrittori successivi ad Omero, al quale viene attribuita la stesura dell'Odissea, il testo più antico in cui compare il famoso cavallo di Troia.
Ma Tiboni non è il primo ad ipotizzare che il cavallo di Troia potesse non essere un cavallo. In passato altri hanno proposto l'idea della catapulta o dell'ariete da guerra. Negli ultimi anni, però, Tiboni è stato l'unico a svilupparla compiutamente. Sul tema ha scritto anche due articoli usciti su riviste specializzate ed un libro: "La presa di Troia: un inganno venuto dal mare".
Un hippos fenicio dal rilievo di Kohrsabad (Foto: lastampa.it)
L'Iliade e l'Odissea, poemi attribuiti ad Omero, non vanno presi come romanzi o trattati storici. Vennero fissati in forma scritta intorno all'VIII secolo a.C. e furono tramandati e rielaborati oralmente per secoli, e quasi certamente facevano parte di un corpo molto più ampio di racconti. I testi, dunque, non furono composti da un unico autore. Cercare, dunque, un riscontro storico a quello che si legge nei poemi omerici è un'operazione delicata e scivolosa.
Sappiamo che è esistita davvero una città nel luogo dove è ambientata la vicenda, situata oggi in Turchia. Sappiamo che venne distrutta da un incendio tra il 1210 e il 1180 a.C. e che nel Mediterraneo erano già attivi gli antenati dei popoli che abitavano la Grecia di età classica, che avevano interessi commerciali nell'area dello stretto dei Dardanelli. E' difficile, però, spingersi oltre.
Lo stratagemma del cavallo di legno raffigurato in un vaso greco trovato
a Cerveteri e datato al 560 a.C. (Foto: ilpost.it)
Tiboni parte dalla considerazione che nei poemi omerici l'episodio del cavallo di legno è molto marginale. Sui 27.000 versi complessivi delle due opere, quelli che ne parlano sono appena qualche decina. L'Iliade non contiene alcun riferimento esplicito allo stratagemma. Alcuni studiosi hanno intravisto degli accenni nel penultimo libro, ma niente di significativo. L'episodio viene citato esplicitamente solo nell'ottavo libro dell'Odissea, per bocca di un cantore che racconta gli ultimi giorni della guerra di Troia. La vicenda, per come la si conosce, viene sviluppata invece nel secondo libro dell'Eneide, un libro scritto 800 anni più tardi, in un contesto completamente diverso, l'età imperiale romana.
Nella cultura greca classica sono diversi i casi in cui i cavalli vengono associati alla navigazione: Poseidone è contemporaneamente il dio dei mari e il protettore dei cavalli e nella letteratura le navi vengono a volte definite "cavalli del mare". Nell'Iliade e nell'Odissea, invece, questo legame è tutto da dimostrare. Nei poemi omerici il primo passaggio in cui le navi vengono esplicitamente paragonate ai cavalli si trova nel quarto libro dell'Odissea, ai versi 707-709, in una scena in cui Penelope si lamenta del fatto che suo figlio Telemaco sia partito alla ricerca del padre. Tiboni lo giudica un passaggio chiave per la costruzione della sua ipotesi:
"O cantore, perché mio figlio è partito?
Non c'era bisogno che si imbarcasse sulle navi veloci,
che per gli uomini sono come dei cavalli del mare"
Il cavallo di Troia posto dinnanzi alle rovine della
città, in Turchia (Foto: archeologiavocidalpassato)
Telemaco si era imbarcato su una nave di Tafi, un popolo non greco, noto per commerciare metalli. Tiboni spiega che questo passaggio potrebbe nascondere un popolo e un'attività realmente esistiti e che avevano a che fare con i cavalli. In alcuni bassorilievi assiri, realizzati tra il IX e il VII secolo a.C., sono raffigurate delle navi commerciali con la polena a forma di cavallo. Il più famoso di questi bassorilievi è la cosiddetta decorazione del palazzo di Sargon II a Khorsabad, conservato oggi al Louvre e risalente al 700 a.C. circa.
Il bassorilievo di Khorsabad mostra l'arrivo di un carico di legname dall'odierno Libano, una terra che, all'epoca, era abitata dai Fenici. Tiboni fa presente che navi simili a quelle disegnate su questo bassorilievo siano state trovate in aree del Mediterraneo di colonizzazione fenicia, come Spagna e nord Africa. Scrive Tiboni: "Dal punto di vista navale possiamo affermare che presso i Fenici, nel corso della prima metà del I millennio a.C., era in uso apporre polene zoomorfe a testa di equino [...] a decorazione della prua, e in alcuni casi anche della poppa di navi mercantili"; e questo tipo di imbarcazione era nota ai Greci dell'epoca, che commerciavano frequentemente con i Fenici.
Tiboni sostiene che quando nell'Odissea Omero racconta lo stratagemma che permette ai Greci di conquistare Troia, il famoso cavallo, appunto, non ha in mente un cavallo vero e proprio ma una nave come quella dei Fenici. Hippos, è l'ipotesi di Tiboni, potrebbe essere il termine con il quale i Greci chiamavano le navi mercantili non greche che circolavano ai tempi in cui furono composti i poemi omerici.
Particolare della collina di Hissarlik, dove un tempo sorgeva Troia
(Foto: magnoliabox)
Tiboni rafforza le prove archeologiche con altre di carattere letterario. Nell'unico passaggio dell'Odissea in cui si parla dell'inganno del cavallo, i versi che descrivono la struttura di legno sono molto generici e non citano nessuna parte anatomica dell'animale. Al contrario, molte delle espressioni usate da Omero in quei versi hanno molto più senso se riferite a una nave.
Nel verso 504, il cantore che sta narrando la caduta di Troia davanti a Odisseo racconta che i Troiani "trascinarono" il cavallo fino all'acropoli della città, come leggiamo nelle traduzioni in italiano. Il verbo greco "eruo" viene spesso utilizzato da Omero per descrivere l'azione di tirare in secco le navi. L'aggettivo "koilos", che vuol dire concavo, ricorre due volte nel giro di una ventina di versi per descrivere il cavallo. In molti autori greci successivi è, invece, associato alle navi. L'aggettivo "durateos", riferito al cavallo, significa "composto da placche di legno". Le "durata", nella successiva tradizione greca, sono le tavole con cui si costruiscono diversi mezzi di trasporto fra cui le navi (la radice delle due parole è la stessa che in inglese ha generato la parola "tree", albero).
I vari strati della città di Troia (Foto: Ancient-Wisdom)
Per questi motivi Tiboni sostiene che prove letterarie ed archeologiche dimostrino che nel descrivere il cavallo di Troia Omero abbia avuto in mente una nave e non un cavallo vero e proprio. Il fatto che molti abbiano credo a quest'ultima ipotesi, nel corso dei secoli, è dovuto a Virgilio che nell'Eneide traduce le parole greche "durateos hippos" come "equus ligneus", il cavallo di legno.
La parte che più convince dello studio di Tiboni è quella relativa all'esistenza di navi-hippos nel Mediterraneo nel periodo in cui si pensa si siano formati i poemi omerici. Ma ci sono, a detta degli esperti, anche delle forzature, nella teoria di Tiboni. Per esempio il riferimento del termine hippos ad un meccanismo navale non è molto chiaro nei versi omerici che, del resto, non fanno riferimento esplicito a navi non greche o fenicie chiamate hippos, malgrado Omero utilizzi un lessico marittimo molto ricco e indulga spesso nella dettagliata descrizione di imbarcazioni e materiali navali.
Anche dal punto di vista narrativo, inoltre, c'è qualche perplessità: perché i Greci avrebbero costruito proprio una nave nella speranza che venisse portata dentro alle mura? E perché avrebbero costruito un modello esotico qual'era un'imbarcazione fenicia? Un vaso rinvenuto sull'isola di Mykonos nel 1961 e datato al 670 a.C., poi, raffigura gli eroi greci nascosti nella pancia di un cavallo.
Nell'Iliade Omero fa cenno alle "cuciture" delle navi greche, oramai fradicie, che avrebbero costretto i prodi ad affrettare il ritorno in patria. I posteri e i traduttori hanno spiegato che con cuciture si intendevano le funi e le vele, il degradarsi di questi accessori, però, non sarebbe stato così grave da costringere gli Achei al rimpatrio. "In realtà - afferma Tiboni - molti traduttori di Omero ignoravano che il fasciame delle navi greche fosse veramente cucito con grossi punti a croce di fibre vegetali, cosa che noi oggi sappiamo grazie ai relitti antichi. La decomposizione di queste cuciture, pericolosissima per l'integrità di tutto lo scavo, avrebbe richiesto migliaia di ore di lavoro per ricostruire quasi dal nulla le imbarcazioni: per questo gli Achei non avevano altra alternativa che concludere la guerra".

Fonti:
ilpost.it
lastampa.it

sabato 15 luglio 2017

Il Mitra di Tor Cervara ritrova uno dei suoi pezzi...

Il rilievo di Mitra trovato a Tor Cervara (Foto: ilmessaggero.it)
Il grande rilievo raffigurante il dio Mitra torna ad essere completo. Anche l'ultimo pezzo mancante è stato recuperato. Si completa così il ciclopico puzzle millenario, protagonista di una delle vicende più complesse di un tesoro salvato dalle mire del mercato clandestino. Si tratta per l'esattezza del 59° tassello del grande rilievo in marmo lunense del Mitra tauroctonos (Mitra che uccide il toro) raffigurante la testa del toro e la mano sinistra del dio, opera databile al II-III secolo d.C., uno dei più significativi e preziosi tra quelli conservati nella sede delle Terme di Diocleziano del Museo Nazionale Romano. E' stato il generale Fabrizio Parrulli, Comandante Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC) a restituire i pezzi a Daniela Porro, direttore del Museo Nazionale Romano. Tutto è cominciato in Sardegna nel mese di febbraio di quest'anno, da un controllo ad un negozio di antiquariato del cagliaritano, durante il quale i carabinieri del locale Nucleo Tutela Patrimonio Culturale hanno notato esposti due frammenti in marmo di verosimile interesse archeologico, sono stati quindi sequestrati.
La Soprintendenza archeologica di Cagliari, dopo accurato esame, ha giudicato i beni autentici, di sicuro interesse archeologico e riconducibili a maestranze altamente qualificate del II-III secolo d.C. Da ricerche sul web e nella Banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti, gestita dal TPC, l'attenzione di un militare si è concentrata sull'immagine del grande rilievo esposto alle Terme di Diocleziano in cui appariva, in piena evidenza, l'assenza della parte raffigurante la testa del toro e la mano del dio. Una volta consegnati i reperti ai Laboratori di restauro del Museo Nazionale Romano, si è potuta compiere la cosiddetta "prova provata", ovverosia la verifica dell'effettiva pertinenza del frammento con testa di toro al grande rilievo con raffigurazione di Mitra. Mentre sono tuttora in corso le indagini finalizzate ad accertare la provenienza dei reperti, la posizione giudiziaria di una persona è al vaglio dell'Autorità Giudiziaria per il reato di ricettazione. Il reperto ricomposto ha un valore di mercato stimato in due milioni di euro.
La storia del grande rilievo di Mitra prende le mosse nel 1964, quando a Roma, in località Tor Cervara (sulla via Tiburtina), durante un'operazione di bonifica da residuati bellici, furono portati alla luce 57 frammenti di marmo lunense che andavano a comporre un grande rilievo. Una volta ricostruito, questo presentava la raffigurazione del dio Mitra che uccide il toro. Purtroppo risultavano mancanti le spalle e la testa del dio e altre parti fra cui il muso dell'animale.
Nel 1965 il rilievo fu acquisito nelle raccolte del Museo Nazionale Romano, dove fu collocato nelle "Grandi Aule" delle Terme di Diocleziano. Successivamente, accordi culturali tra la Direzione Generale per le Antichità e la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, nonché il Badisches Landesmuseum di Karlsruhe (Germania), hanno consentito di comprovare l'ipotesi - avanzata da uno studioso già alla fine degli anni '80 del secolo scorso - secondo cui un frammento lapideo con volto di Mitra, acquisito per donazione dal Museo di Karlsruhe, fosse pertinente al rilievo di Tor Cervara conservato nel Museo delle Terme di Diocleziano.

Fonte:
ilmessaggero.it

domenica 7 maggio 2017

La dèa delle prostitute, la multiforme Venere

(Foto: Wikipedia)
Tra le tante feste del calendario romano, non mancavano quelle riservate alle donne, in generale o distinte per categoria. C'era la festa dedicata alle madri di famiglia, le Matralia, che si celebravano l'11 giugno; c'erano quelle delle serve, il Festum Ancillarum, celebrate il 7 luglio.
Una festa minore era riservata alle prostitute, le Meretrices (da merere, guadagnare), le donne che "facevano pubblicamente commercio del proprio corpo", come erano giuridicamente definite. Il mestiere più antico del mondo era a Roma legalmente riconosciuto e, per certi versi, anche regolamentato. Le prostitute, infatti, dovevano essere iscritte in un "albo" professionale tenuto dagli Edili. Le prostitute, poi, dovevano indossare un abito speciale (vestis meretricia), dovevano pagare una tassa giornaliera (vectigal meretricium) pari all'importo di una singola prestazione al giorno, non potevano assistere ai pubblici spettacoli e testimoniare in tribunale, né potevano ricevere legati ed eredità, nemmeno da un congiunto.
Le prostitute, però, sfuggirono ai rigori della legge sugli adultéri promulgata da Augusto nel 18 a.C.. Questo fece si che anche donne di buona famiglia, maldisposte a causa delle limitazioni alle libertà di comportamento ed anche per protestare per l'intrusione dello Stato nella loro vita privata, andarono a iscriversi nei registri delle prostitute.
Dante Rossetti, Venere Verticordia (Foto: Angèlique DeVil)
Tra le prostitute vi erano donne di condizione servile che lavoravano alle dipendenze del proprio datore di lavoro nei bordelli (lupanaria), nelle locande (cauponae) o nelle osterie. Non di rado il mercimonio avveniva anche nelle case private. Le altre, quelle che esercitavano "liberamente" la prostituzione, lavoravano in proprio. Attiravano i clienti dalle soglie delle cellae meretricae, aperte sulla strada, o dai fornici dei teatri del circo (da cui il verbo fornicare), oppure tra le tombe che affollavano le vie consolari.
Le prostitute celebravano la loro "festa" (dies meretricum), il 23 aprile, giorno anniversario della dedica, nel 181 a.C., del tempio votato nel 184 a.C. dal console Lucio Porcio Licinio, in guerra contro i Liguri, a Venere Ericina. Una Venere onorata nel santuario di Erice, in Sicilia, con un culto che prevedeva, tra l'altro, l'antichissima pratica della prostituzione sacra. Poiché il tempio costruito a Roma era dedicato ad una divinità straniera, venne costruito fuori del pomerio e delle mura urbane, all'estremità del Quirinale, oltre la Porta Collina, in un luogo che alcuni studiosi pensano di riconoscere tra le vie Sicilia e Lucania o tra le vie Gaeta e Curtatone (dove nel 1873 furono trovati i resti di un edificio sacro). Il tempio venne inglobato, successivamente, negli Horti Sallustiani.
Antonio Canova, Venere e Adone (Foto: visionealchemica.com)
Al tempio di Venere Ericina, ogni 23 aprile, convergevano le prostitute in processione, recando corone di rose e di mirto, piante sacre alla dea, per onorare Venere. Le donne chiedevano alla dea di vegliare su di loro e di mantenerle sempre giovani ed attraenti. Ovviamente questo pellegrinaggio attirava una folta platea maschile e solitamente avevano anche luogo incontri e contrattazioni di natura sessuale.
In epoca tarda questa festa venne, probabilmente, unificata con quella che, alle calende del mese di aprile, era dedicata sempre a Venere, ma alla divinità dell'amore coniugale, la Venere Verticordia, ossia che volge e converte i cuori. All'origine di questo culto ci sarebbe stato un sacrilegio compiuto dalle vestali, in espiazione del quale i Libri Sibillini avrebbero prescritto l'erezione di una statua o di un tempio alla dea, la cui dedica (216 a.C.) sarebbe stata affidata ad una certa Sulpicia, moglie di Quinto Fulvio Flacco, ritenuta all'epoca la matrona più casta di Roma. Così, in uno stesso giorno, si festeggiava e si invocava la Venere "sacra" e quella "profana".
Venere Obsequens o Venere Ericina
(Foto: RomeandArt)
Nei Veneralia, secondo il poeta Ovidio, madri e nuore, adorne di corone di mirto, invocavano la divinità lavandone il simulacro e libando con una miscela di fiori di papavero, latte e miele. L'etimologia del nome Venus viene riportata al verbo vinciri, avvincere, unire; oppure ad un astrato neutro, *venus, il cui significato è espresso dal verbo venerari, cercare di piacere, rendere dei favori al dio.
I Romani ritenevano Venere una divinità androgina o addirittura di sesso maschile. Scrive Macrobio: "Ad esempio certuni leggono [negli scolia di Servio all'Eneide]: mi allontano e guidato dalla Dèa tra le fiamme e i nemici/riesco a passare; mentre egli con grande erudizione aveva detto 'guidato dal Dio' non 'dalla Dèa'. [...] A Cipro c'è anche una sua statua con la barba, con forme e in abbigliamento da donna, con lo scettro e in statura di uomo; e ritengono che sia maschio e femmina nello stesso tempo. Aristofane la chiama Aphròdìtos, al maschile". Androgina era la statua di Venus Calva, la più antica forma di Venus di quelle a noi storicamente nota.
Le tracce di una sorta di prostituzione sacra nella tradizione romana emergono dai racconti mitici di incontri sessuali tra donne e membri virili comparsi dal nulla, come nel caso del re Servio Tullio, frutto dell'unione della madre Ocrisia, schiava di Tarquinio Prisco, con un fallo comparso tra le ceneri del focolare. Un'altra prova è considerata il culto di Anna Perenna, che si svolgeva sulle rive del Tevere, caratterizzata da rituali orgiastici. Inoltre nei Floralia le prostitute si spogliavano ritualmente su richiesta dei partecipanti ed eseguivano danze sfrenate; durante la festa della Bona Dea si svolgevano, invece, vere e proprie orge rituali, che rappresentavano dei matrimoni sacri nei quali si prostituivano donne di nobili natali che erano tenute in grande considerazioni.

Fonti:
Liberamente adattato da "Archeo" aprile 2017 e da "Il Tempo di Roma" di P. Galiano e M. Vigna

mercoledì 12 aprile 2017

Il mitreo di Vulci

Il mitreo di Vulci (Foto: italiaparchi.it)
Una delle più importanti scopertae di Vulci, è stata determinata da uno sterro clandestino avviato nel 1975 e tempestivamente fermato dai militari. Il successivo scavo, svolto dall'allora Soprintendenza Archeologica per l'Etruria Meridionale, mise in luce, sul pianoro occupato dalla città antica, nei pressi della Domus del Criptoportico, il caratteristico ambiente ipogeo costituito da un vestibolo affacciato sul lungo corridoio centrale, ai cui lati corrono i banconi riservati agli adepti durante le cerimonie.
Il ritrovamento venne presentato per la prima volta sul finire degli anni '90, presso il comune di Montalto di Castro e successivi interventi di scavo hanno meglio precisato le caratteristiche del monumento.
Già nel II millennio a.C., molto prima di divenire protagonista del suo culto misterico in età romana, la figura di Mitra aveva un ruolo importante in India, all'interno del pantheon vedico, nel quale incarnava il principio del rispetto dei patti e delle alleanze. La figura, in seguito, migrò nell'Iran achemenide, dove venne inquadrata nel sistema religioso zoroastriano, quale messaggero di Ahura Mazda e protettore prima del Gran Re e, dopo la conquista macedone dell'Asia, dei sovrani ellenistici d'Anatolia. Il dio persiano venne, infine, a contatto con il mondo latino.
Il castello di Vulci (Foto: lacollinadimontecchio.it)
Il culto di Mitra era articolato in diverse congreghe di iniziati, non legate tra loro da nessuna sovrastruttura, che avevano il proprio fulcro all'interno di ambienti, spesso ipogei, in cui si praticavano banchetti sacri e cerimonie religiose. Al centro del tempio mitraico dominava la raffigurazione del dio sotto forma di gruppo scultoreo o di rilievo votivo, che ritraeva sempre la stessa scena: Mitra, nelle vesti di un giovane abbigliato in abiti persiani e affiancato da due aiutanti, Cautes e Cautopates, che uccide il toro primordiale. Si tratta di un atto che simboleggia la creazione del cosmo.
Vi era, all'interno del culto mitraico, una rigida gerarchizzazione dei ruoli, ripartiti in sette ranghi ascendenti e corrispondenti i diversi ruoli rivestiti all'interno della comunità: Corax (corvo), Nymphus (sposo), Miles (soldato), Leo (leone), Perses (persiano), Heliodromos (portatore del sole), Pater (padre). Per questo i misteri mitraici si prestarono bene a rivestire una funzione di garanzia dell'ordine sociale costituito, divenendo oggetto di particolare devozione da parte di funzionari statali e membri dell'amministrazione imperiale.
Parco archeologico di Vulci (Foto: anticopresente.it)
Il mitreo di Vulci è uno dei rinvenimenti di maggiore prestigio e interesse scientifico nel più ampio panorama dell'Etruria. Ai confini della Regio VII si contano, oggi, cinque luoghi di culto identificati (Vulci, Tarquinia, Sutri, Cosa, Livorno) e tredici raffigurazioni della tauroctonia mitraica, otto sotto forma di rilievi e cinque di gruppi scultorei. Queste attestazioni sono più fitte nella fascia meridionale che in quella settentrionale dell'Etruria e sono particolarmente presenti lungo i maggiori assi viari dell'Etruria, in particolare le consolari Aurelia e Cassia.
La planimetria del mitreo di Vulci non presenta, a prima vista, alcuna differenza rispetto al modello canonico di questi edifici: un ambiente allungato, composto da un vestibolo d'ingresso e da un corridoio centrale delimitato da due lunghi banconi (podia), la cui funzione era quella di ospitare gli iniziati durante i banchetti sacri ed i riti iniziatici. I podia sono sostenuti da sei piccoli archi a tutto sesto che si aprono sul lato del corridoio e, probabilmente, rappresentano le prime sei sfere celesti e gli altrettanti livelli dell'iniziazione mitraica. L'ultimo livello, il Pater, doveva essere rappresentato dall'abside che accoglieva la statua tauroctona del dio Mitra, nota come Gruppo Maggiore. Accanto a quest'ultima si trovavano numerose altre sculture, tra cui una seconda tauroctonia (Gruppo Minore), la scultura di Cautes ed elementi architettonici e di corredo in marmo.
Vulci, la Domus del Criptoportico (Foto: etruschi.name)
Sono venuti alla luce, inoltre, un tesoretto monetale composto da emissioni databili tra il II e gli inizi del V secolo d.C. ed una notevole quantità di materiale ceramico, fra cui due splendidi vasi liturgici, un'olla e un cratere, probabilmente utilizzati durante le cerimonie e decorati con motivi serpentiformi e taurini.
Il sacello mitraico di Veio riutilizzò alcuni ambienti di servizio in disuso della Domus del Criptoportico, caratterizzata da una continuità di vita che perdura fino all'età traianea, agli inizi del II secolo d.C. A nordest della struttura sono venute, inoltre, alla luce alcuni ambienti residenziali mosaicati e intonacati, probabilmente pertinenti a una seconda domus, i cui piani pavimentali sembrerebbero essere in fase con il sacello. Se così fosse, il mitreo potrebbe essere stato edificato contestualmente a questa seconda villa e avrebbe fatto parte della domus di un ricco e facoltoso personaggio, come suggerito dall'opulenza dell'apparato scultoreo.
La rilevanza del santuario vulcente è data anche dalla conservazione degli strati di abbandono della struttura. Le sculture risultavano molto danneggiate e giacevano rovesciate nel corridoio centrale; i depositi monetali e i resti ceramici sembravano aver subito una sorte analoga nel vestibolo, sigillati al di sotto di uno strato di cenere che ricopriva i livelli di abbandono. Si tratta di tracce di una distruzione violenta seguita da un incendio doloso, azioni attribuibili ai cristiani che, nel corso del IV e V secolo, si abbandonarono a gesti del genere. I danni più vistosi sono quelli subiti dalle due tauroctonie. Al momento della scoperta il Gruppo Maggiore appariva spezzato in due parti e, in entrambi i gruppi, la testa del dio era assente.
L'asportazione e il mancato rinvenimento del capo delle due statue, che ritraevano lo stesso soggetto testimonia l'accanimento contro la statua di Mitra, un destino comune a quello di decine di altri arredi mitraici, tra cui due tauroctonie rinvenute in Etruria, un rilievo da Soriano nel Cimino e una statua da Cavriglia). Il tesoro monetale non venne depredato al momento dell'assalto, ma, piuttosto, sparso disordinatamente nel vestibolo, il che indica che l'atto distruttivo non era una semplice razzia, ma rispondeva ad una precisa missione di carattere divino.

Fonte:
Liberamente adattato da "Archeo" - agosto 2016

domenica 22 gennaio 2017

La Fonte di Giuturna nel Foro Romano

La Fonte di Giuturna (Foto: thehistorytemple.com)
Nel 2015 sono tornate visibili al pubblico sette grandi sculture legate al contesto della Fonte di Giuturna (Lacus Iuturniae), una delle più importanti dell'antichità, le cui acque erano considerate salutari.
Tra le statue esposte, il gruppo dei Dioscuri trovato in pezzi nella vasca della Fonte di Giuturna (segno che le sculture furono, forse, spezzate intenzionalmente) e in seguito ricomposto. Il gruppo, una copia dallo stile arcaicizzante di epoca ellenistica, è databile tra la fine del II secolo e l'inizio del I secolo a.C. e, insieme alle altre sculture è stato trovato a poca distanza dal Tempio di Romolo.
Il puteale in marmo, anch'esso rinvenuto con le sculture, riporta due iscrizioni che ricordano il magistrato Marcus Barbatius Pollio (I secolo a.C.), che lo dedicò a Giuturna, la ninfa con la quale i Romani personificarono la fonte d'acqua. La leggenda vuole che i Dioscuri siano apparsi ai Romani per guidarli contro i Latini nella battaglia al Lago Regillo (499 a.C.) per la difesa di Roma. Furono poi visti abbeverare i loro cavalli alla fonte di Giuturna e annunciare la vittoria in città. Sul bordo del bacino è stato trovato un calco di un un cippo marmoreo di età traianea, che rappresenta i Dioscuri a rilievo, i loro genitori Giove e Leda e la ninfa Giuturna.
Il gruppo dei Dioscuri in mostra (Foto: eventiculturalimagazine.com)
La sorgente, che scaturiva ai piedi del Palatino, tra il Tempio di Vesta e quello dei Castori (come i Romani chiamavano i Dioscuri, privilegiando il nome di uno dei gemelli, Castore), fu individuata dagli scavi di Giacomo Boni nel 1900. Più tardi, negli anni '80, è stata oggetto di studio da parte dell'Istitutum Romanum Finlandiae.
Il luogo in cui sorgeva la Fonte di Giuturna è individuabile grazie al bacino con al centro il calco dell'ara. Un'edicola sacra, probabilmente il tempietto dedicato a Giuturna, sorella del re Turno, e l'edificio in mattoni della Statio Aquarum (l'ufficio degli acquedotti), che in origine doveva essere decorato da numerose sculture, completano il sito della fonte più importante a Roma.
Sono state identificate diverse fasi di costruzione, grazie ai materiali ed alle tecniche impiegate: opera reticolata alla fine del II e inizi del I secolo a.C., tufo dell'Aniene all'inizio dell'Impero. Probabilmente i restauri della fonte sono contemporanei a quelli del Tempio dei Dioscuri, ipotesi confermata dal ritrovamento dei pezzi delle statue dedicate ai gemelli divini, che in origine avrebbero occupato uno spazio sul piedistallo centrale della fonte.
Si narra che Giuturna sarebbe stata amata da Giove, che la trasformò in una fonte di eterna giovinezza, dove Giunone si bagnava riacquistando la sua giovane freschezza. In onore della ninfa si celebravano, a Roma, gli Iuturnaria per scongiurare la siccità. La fonte era tra i numerosi santuari dedicati alle divinità acquatiche, dove gli ammalati si recavano per avere beneficio dalle acque medicamentose.



Fonti:
liberamente adattato da:
Adnkronos.com
archeologia viva settembre/ottobre 2015
thehistorytemple.it

domenica 6 novembre 2016

Riportato alla luce un antico pozzo sacro vicino Liverpool

Il pozzo di Sant'Anna, trovato vicino Liverpool
(Foto: Jamie Quartermaine)
Gli archeologi, in Inghilterra, hanno scavato un pozzo di epoca medioevale che, secondo le leggende locali, conteneva acqua miracolosa che i pellegrini attingevano per curare le malattie di occhi e pelle. La fonte, poco profonda, è conosciuta come fonte (o pozzo) di Sant'Anna e si trova tra Rainhill e Sutton St Helens, vicino Liverpool.
Il pozzo venne costruito in onore di Sant'Anna, madre della Vergine Maria, che aveva qui un culto durante il periodo tardo medioevale (1066-1485 d.C.). La leggenda vuole che Sant'Anna si sia aspersa con le acque del pozzo, donando ad esse poteri di guarigione. Si dice, anche, che in un monastero vicino vivessero dodici monaci prima che Enrico VIII chiudesse tutti gli edifici religioso. L'affluenza dei pellegrini è diventata, con il tempo, così importante che è stato costruito, attorno al pozzo, un piccolo locale affidato alla custodia di due monaci.
Le storie locali vogliono che l'amministratore di un vicino proprietario terriero, di nome Hugh Darcy, ebbe a discutere con il priore del monastero che sorgeva vicino al pozzo, padre Delwaney, sull'accesso dei pellegrini al pozzo attraverso i terreni. In seguito il priorato venne rimosso, poiché accanto al pozzo doveva passare un sentiero per i soldati reali. Sembra che padre Delwaney abbia, a questo punto, lanciato una maledizione nei confronti di Hugh Darcy, che riteneva essere il principale responsabile dell'esproprio del monastero. Una volta lanciata la maledizione, il priore cadde a terra morto.
Con tutta probabilità si tratta soltanto di una leggenda metropolitana, ma vero è che con il tempo il pozzo cadde in disuso e venne riempito di terra. Gli archeologi sapevano dell'esistenza del pozzo e ne conoscevano l'ubicazione, ma hanno trovato ben poche indicazioni sul terreno. Il pozzo di Sant'Anna misura quasi 2 metri per 2 e non è distante da una sorta di piscina nella quale i pellegrini facevano abluzioni.
I pozzi sacri sono luoghi di devozione religiosa popolare. Qui la gente viene a pregare e lasciare offerte. Generalmente questi pozzi risalgono ad epoca pre-cristiana, quando erano al servizio di una forma di religione legata alla natura. Un altro pozzo sacro è stato trovato nel gennaio 2016 nel seminterrato di un edificio dove si trova la missione diplomatica australiana a Londra. Si tratta di uno dei pochi pozzi accessibili della città e risale a 900 anni fa.

Fonte:
ancient-origins.net

giovedì 22 settembre 2016

Turchia, trovata una grande statua marmorea di Cibele

La statua di Cibele e gli archeologi che l'hanno scoperta
(Foto: dailysabah.com)
Nella provincia di Ordu, in Anatolia, sulla costa del Mar Nero, è stata trovata una rara statua in marmo raffigurante Cibele, risalente a 2100 anni fa. Cibele appare seduta sul suo trono, che pesa 200 chilogrammi per 110 centimetri di altezza. Si tratta della prima statua in marmo trovata, in Turchia, nella sua collocazione originaria.
L'antico artefatto è stato portato alla luce negli scavi condotti presso Kurul Kalesi, da un team di archeologi del Dipartimento di Archeologia dell'Università di Gazi. I lavori di scavo stanno andando avanti senza sosta. Si pensa che la statua sia rimasta intatta dopo che la fortezza di Kurul crollò durante l'invasione romana. Presto sarà trasferita nel museo archeologico di Ordu. Cibele, dea madre anatolica, era il simbolo della prosperità. Nella mitologia anatolica era la personificazione della terra. Nella mitologia greca venne equiparata alla dea della terra Gaia, associata alla natura fertile, alle montagne, alle città ed alle loro mura.

Fonte:
dailysabah.com

venerdì 12 agosto 2016

Sacrifici umani sul monte Lykaion?

Veduta dall'altare di Zeus sul monte Lykaion (Foto: D. Romano)
Gli antichi Greci hanno tramandato miti su sacrifici umani, ma hanno veramente sacrificato essi stessi delle persone alle divinità olimpiche? Lo scheletro di un adolescente vissuto 3000 anni fa, scoperto tra le ceneri di animali sacrificati, potrebbe essere la risposta a questa domanda.
Gli archeologi hanno scoperto, quest'estate, i resti di un ragazzo accanto alla piattaforma in pietra di un altare, sul monte Lykaion, in Arcadia (Peloponneso meridionale). I Greci erano soliti sacrificare animali sul monte Lykaion. L'archeologo David Gilman Romano, Professore di Archeologia Greca presso l'Università dell'Arizona, è convinto che la lastra di pietra accanto alla quale sono stati trovati i resti del giovane, sia un altare sacrificale. Pertanto quanto è stato trovato sul monte Lykaion, non può essere quel che resta di un antico cimitero.
La parte superiore del cranio del giovane è andata perduta e lo scheletro giace con un orientamento est-ovest. Gli archeologi affermano che è ancora troppo presto per azzardare un'ipotesi sulla morte del ragazzo. Le fonti antiche non hanno mai parlato di sacrifici umani sul monte Lykaion, associato, per secoli, ad altri culti religiosi. Tracce di sacrifici umani sono state trovate raramente dagli archeologi, soprattutto non sono mai state rinvenute sul continente.
Lo scheletro dell'adolescente trovato sul monte Lykaion
(Foto: Ministero Greco della Cultura)
Licaone, dal quale trae nome il monte, era un mitico re dell'Arcadia che, narra la leggenda, aveva sacrificato a Zeus un bambino e sull'altare del sacrificio era sorta la vetta più alta della catena montuosa, il monte Lykaion. Licaone venne poi trasformato in lupo. Un'altra leggenda vuole che Licaone avesse avuto 50 figli empi. Zeus visitò, un giorno, la casa dell'uomo celato sotto le spoglie di un mendicante per accertarsi dell'effettiva empietà dei giovani. Questi ultimi seguendo i consigli di Menelao, il primogenito, per accertarsi della regale identità del loro ospite, allestirono per Zeus un banchetto con le interiora di un ragazzo, il loro cugino Arcade, mescolate alle carni di un sacrificio. Zeus, allora, uccise Licaone ed i suoi figli con un fulmine. Salvò soltanto Nyctimus, il più giovane, che successe al padre. Durante il regno di Nyctimus la terra venne colpita dal diluvio di Deucalione, la punizione per l'empietà di Licaone e dei suoi figli.
Alcuni studiosi ritengono che questo mito faccia riferimento al cannibalismo, una pratica che era parte del culto di Zeus Lycaeus, per la quale coloro che mangiavano carne umana si trasformavano in lupi e vagavano per anni nella natura selvaggia prima di tornare alla loro primitiva forma umana.
Resti dell'altare a Zeus Lykaion (Foto: D. Romano)
Il sito del monte Lykaion è oggetto di accurata indagine archeologica. Nell'antica regione dell'Arcadia, infatti, il santuario di Zeus sul monte Lykaion si distingueva per fama e per i misteriosi culti che vi si celebravano. La terra dell'altare appena individuato dagli archeologi conteneva pietre bruciate con piccole ossa animali, ceramiche, resti di coltelli in ferro, monete, statuette in argilla ed i resti di due piccoli treppiedi in bronzo. Gli altari di cenere erano solitamente utilizzati per bruciare le offerte di animali, ma alcuni autori antichi, tra i quali Platone, Teofrasto e Pausania, menzionano anche sacrifici umani sul monte Lykaion. Il monte è stato frequentato da comunità umane per circa 5000 anni, anche se non è ancora stato accertato per quanto tempo vi venne sacrificato a Zeus.
Pausania ha descritto il santuario di Zeus in dettaglio nella sua "Guida della Grecia", indicando la montagna come un luogo sacro per gli antichi Greci. Una leggenda vuole che qui fosse il luogo di nascita dello stesso Zeus e, sempre Pausania, fa cenno alla presenza di uno stadio e di un ippodromo sul medesimo monte, insieme ad un santuario dedicato a Pan, un temenos e l'altare di Zeus Lykaion. Proprio davanti a quest'ultimo l'antico autore pone due colonne coronate da aquile dorate.
Il santuario di Zeus sul monte Lykaion non è stato studiato sistematicamente fino al 1996, quando il Dottor Romano fece un accurato rilievo topografico della zona. Il Dottor Romano aveva, in precedenza, studiato lo stadio che sorgeva su questo rilievo, sostenendo che si trattava di un esempio unico e tra i più importanti del mondo greco antico.

Fonte:
ancient-origins.net

mercoledì 10 agosto 2016

Trovato il castello dove nacque re Artù?

L'isola di Tintagel e gli archeologi che stanno lavorando agli scavi
(Foto: English Heritage)
Secondo la leggenda Re Artù nacque sull'isola di Tintagel, là dove alcuni archeologi impegnati in una campagna di scavo sembrano aver trovato le prove dell'esistenza di una struttura del V-VI secolo d.C., costruita in epoca successiva alla dominazione romana.
Di Tintagel parla Goffredo di Monmouth, oltre 300 anni dopo gli avvenimenti che fanno parte della sagra di re Artù e della Tavola Rotonda. Artù sarebbe nato dalla relazione clandestina tra Uther Pendragon e Igraine, duchessa di Tintagel. Durante gli anni '30 del secolo scorso furono condotti degli scavi che identificarono una fortezza di XII secolo, sull'isola. Questo castello, però, era successivo all'epoca di Goffredo di Monmouth di almeno un secolo.
Recentemente l'English Heritage ha commissionato una campagna di scavi articolata in 5 anni, che si è conclusa di recente. Gli archeologi hanno esaminato e scavato un'area dell'isola di Tintagel non ancora presa in considerazione ed hanno scoperto una serie di strutture non ancora rilevate. Si tratta di spessi muri in pietra e pavimenti in ardesia risalenti al V-VI secolo d.C. e frammenti di ceramica che fanno pensare ad una residenza principesca. Qui in vino arrivava dalla Turchia, mentre l'olio arrivava dalla Grecia.
Gli scavi hanno rilevato l'alta qualità delle strutture: le mura sono spesse sino a 4 metri. Il sito venne abbandonato nel VII secolo d.C., probabilmente in seguito ad una pestilenza.


domenica 10 gennaio 2016

La Patera di Parabiago, culti pagani in epoca cristiana

La Patera di Parabiago (da Flickr)
La Patera di Parabiago è una coppa d'argento con figurazioni a rilievo che, secondo le indicazioni del possessore - il senatore del Regno d'Italia Felice Gajo - venne rinvenuta nel 1907 durante i lavori per la risistemazione del giardino interno della villa di quest'ultimo, nei pressi di Milano.
La Patera venne, nel 1929, segnalata all'allora soprintendente Alda Levi Spinazzola, che riuscì ad acquisirla per le collezioni statali. Dapprima l'oggetto venne esposto nella Pinacoteca di Brera (1933), in seguito venne custodita nel Museo Archeologico di Milano dove si trova tuttora. Purtroppo non si conosce il contesto archeologico in cui è stata rinvenuta la Patera, gli oggetti che l'accompagnavano e la stratigrafia del luogo di rinvenimento, che avrebbero potuto fornire utilissime informazioni agli archeologi.
Patera di Parabiago, particolare di coribante
(Foto: ancientrome.ru)
Gli studiosi convengono, ad ogni modo, che la coppa appartenga ad una serie di vasi preziosi decorati a rilievo con scene mitologiche o di tradizione cristiana, collocabili nel tardo periodo imperiale, presumibilmente tra il IV e il V secolo d.C.. L'argento in cui è stata forgiata la Patera di Parabiago è quasi puro, con poche tracce di rame e coloriture d'oro. La decorazione a rilievo rappresenta il trionfo di Cibele. La Patera pesa circa 3,5 chilogrammi per un diametro di 40 centimetri.
Secondo alcune interpretazioni, la Patera rappresenta una sorta di allegoria cosmica delle stagioni, con Cibele che riassume in sé le caratteristiche della Grande Madre, il cui culto veniva celebrato in ambienti privati di rango elevato soprattutto nella tarda romanità pagana. La Grande Madre aveva un posto particolare tra le divinità romane, poiché rimandava alle origini della "romana gente", quelle origini troiane legate alle radici stesse della città di Roma.
Il culto di Cibele si era diffuso, nell'antichità, a partire dalla sua terra d'origine - l'Anatolia - dapprima nelle città greche dell'Asia Minore. Di qui era arrivato in Grecia prima e a Roma poi. A Cibele erano dedicati santuari molto importanti, il più rilevante dei quali era sicuramente quello di Pessinunte, in Frigia, dove era conservato il simulacro della dea, una pietra aniconica che, secondo la tradizione, doveva essere di origine meteorica.
Nel 204 a.C. un oracolo dei Libri Sibillini, consultato da un corpo speciale di decemviri su ordine del Senato, visto il grave pericolo corso dalla giovane repubblica romana, minacciata da Annibale, impose di introdurre il culto di Cibele a Roma. Si trattava, per certi aspetti, del ripristino di un culto delle origini, poiché Enea, mitico fondatore dell'Urbe, proveniva proprio dall'Anatolia, terra d'origine della dea Cibele. Dunque la pietra aniconica simbolo della dea venne trasportata dal suo santuario di Pessinunte alla città sul Tevere. A lei venne dedicato, in seguito, un tempio sul Palatino. Più tardi
Patera di Parabiago, particolare del carro di Cibele e Attis
(Foto: Wikimedia Commons)
Cibele divenne una delle divinità protettrici della casa imperiale.
La massima espansione del culto di Cibele si ebbe durante il regno di Claudio. Il suo era un culto orgiastico, legato al tema della follìa, della morte e della resurrezione, con caratteristiche misteriche e gestito da sacerdoti evirati. Forse anche per questo non convinse mai del tutto i Romani, che non lo consideravano propriamente un culto legato alle loro tradizioni. Gli operatori del culto erano chiamati galli e il loro capo archigallo. Tra i riti orgiastici che caratterizzavano le festività dedicate alla dea, vi era il taurobolion, una sorta di battesimo nel sangue di un toro sacrificale.
In onore di Cibele si celebravano due feste, le Megalesie, nei periodi dal 15 al 17 marzo e dal 4 al 10 aprile. Queste feste aveva un carattere propiziatorio per le attività agricole e prevedevano il sacrificio di tori e montoni.
Patera di Parabiago, particolare di Oceano,Teti e Terra con amorini
(Foto: ancientrome.ru)
Sulla Patera di Parabiago Cibele è raffigurata seduta su un carro trainato da quattro leoni e circondato da tre figure di coribanti, sacerdoti dediti ai culti orgiastici, che danzano agitando scudi e pugnali. La dea reca, nella mano destra, uno scettro ed ha la testa coronata da merli da fortificazione (corona turrita). Al suo fianco siede Attis, il giovinetto da lei tanto amato, che indossa un berretto frigio e reca, tra le mani, un flauto di Pan (syrinx) ed un bastone da pastore.
Sulla destra della Patera vi è un gruppo di figure tra le quali spicca un dio con scettro e mantello contenuto nel cerchio dello zodiaco. Lo sostiene Atlante, che spunta dal terreno. Accanto al dio vi è una sorta di obelisco al quale è avvinghiato un serpente che sottolinea il concetto di eternità e fa riferimento al culto solare di origine egiziana. Al di sopra del carro, al margine della Patera, si scorge Phosphoros, la stella del mattino, rappresentato come un putto alato recante una fiaccola rivolta verso l'alto. Davanti a lui il carro di Selene, la luna, trainato da tori, e Vespero, la stella della sera, che al contrario di Phosphoros, reca in mano una fiaccola rivolta verso il basso.
In basso al centro compaiono le raffigurazioni di Oceano e Teti che sorgono dai flutti. A destra la Terra, raffigurata come una donna mollemente adagiata con la cornucopia in mano.

mercoledì 30 dicembre 2015

Trovata una lastra marmorea in Turchia

L'altare di marmo trovato nei pressi del fiume Akçai, in
Turchia (Foto: Hasan Malay)
Un antico altare marmoreo è stato scoperto dagli abitanti di un villaggio vicino al fiume Akçay, in Turchia. Su una facciata vi è un altorilievo che mostra un guerriero nudo combattere contro un mostro serpentiforme. Gli archeologi ritengono che l'altare risalga al II secolo d.C., quando i Romani controllavano la zona.
La scena che compare sull'altare è di difficile interpretazione. Forse rappresenta un figlio di Ercole di nome Bargasos che combatte contro una divinità fluviale di nome Harpasos, al quale l'altare è dedicato. Al momento in cui l'altare è stato scolpito, il fiume Akçai era conosciuto come Harpasos.
Vi è un'iscrizione dedicatoria, nella parte superiore dell'altare, che misura 0,61 metri di altezza e 0,45 di larghezza e che è ora custodito nel Museo di Aydin, in Turchia. La dedica suggerisce che chi ha dedicato l'altare, un certo Flavio Ouliades, credeva profondamente nel dio del fiume Harpasos che, in sogno, gli ha chiesto di dedicargli un altare. Flavio Ouliades ha accettato a patto che Harpasos rispondesse positivamente alle sue richieste.
Il guerriero nudo raffigurato sull'altare, indossa un casco con una cresta, ha un pugnale nella mano destra ed uno scudo rotondo nella sinistra. In basso a destra compare un serpente con molte teste, una bestia che nella mitologia greca viene chiamata Hydra. Nella mitologia greca, Ercole combatté contro l'Hydra in una palude della regione greca di Lerna. Ercole riuscì ad uccidere il mostro e la palude divenne un esteso campo fertile, adatto alla coltivazione di quanto poteva essere utile all'uomo.
I ricercatori, però, ritengono che la figura che si trova sull'ara non sia Ercole, ma Bargasos, che era considerato, dal mito, figlio di Ercole e di una donna di nome Barge. Un'antica città greca della Turchia venne chiamata Bargasa in onore proprio di Bargasos. A questo punto l'immagine raffigurerebbe, secondo gli studiosi, un confronto armato da cui sarebbe emerso il dio del fiume Harpasos. La zona dove scorre questo fiume, infatti, era considerata, in antico, simile alla palude di Lerna.

sabato 26 dicembre 2015

Le festività romane di dicembre - 2

Statua di Saturno al Museo
del Bardo
Anche Tellus veniva onorata in dicembre. La si celebrava nel suo tempio sulle Carinae, nei pressi dell'attuale chiesa di S. Andrea in Portogallo, votato dal console Publio Sempronio Sofo nel 268 a.C., durante un terremoto nel corso della guerra contro i Piceni. Il tempio venne edificato sul luogo dove sorgeva, un tempo, la casa di Spurio Cassio, condannato a morte del 485 a.C. con conseguente distruzione della sua abitazione.
I Consualia erano, senza dubbio, i riti più solenni dell'anno. Nel Circo Massimo si tenevano corse dei carri ai quali erano aggiogati sia muli che cavalli. Era un giorno di riposo per gli animali da lavoro. Gli altri Consualia si svolgevano in agosto.
I Saturnalia, secondo alcuni, furono istituiti nel 497 a.C., in occasione della consacrazione del tempio di Saturno nel Foro. Nel rito erano compresi anche gli Opalia, i Divalia e i Larentalia, tutte feste connesse con il significato di fine d'anno dei Saturnalia. In questi giorni veniva ristabilita l'eguaglianza tra gli uomini liberi e gli schiavi, simile a quella che vi era nell'Età dell'Oro, della quale Saturno era il signore. I padroni mettevano il pileus, il berretto degli schiavi liberati e questi erano serviti a tavola dai loro padroni. Ci si scambiavano doni alimentari, statuine e ceri che sostituivano i sacrifici umani che, in origine, erano fatti a Saturno. L'oracolo di Dodona, infatti, aveva consigliato ai Pelasgi di tornare alla loro terra d'origine.
I Saturnalia erano un punto di rottura tra l'anno vecchio e quello nuovo, che sarebbe iniziato dopo i riti di gennaio e febbraio. La statua di Saturno, nel primo giorno dei Saturnalia, veniva liberata dai compedes, le catene alle caviglie portate dagli schiavi. In questo modo il dio era liberato e messo in condizione di agire.
Prima che fosse eretto il tempio di Saturno, vi era un'ara molto antica dedicata dagli Aborigeni al dio. Quest'ara era scavata nel tufo della piana che diventerà, più tardi, il Foro Romano e veniva detta in imo Clivo Capitolino, dal momento che era situata alla base del Capitolium. Quest'ara era da identificarsi con il Volcanal.
Il tempio di Saturno venne eretto all'inizio della Repubblica. La data più accreditata è il 498 a.C., anche se alcuni autori lo collocano, nella sua prima forma, all'età di Tullo Ostilio o di Tarquinio Prisco. Sotto la soglia del tempio si conservavano, secondo la tradizione, le ceneri di Oreste, che significavano potere e vittoria, e uno dei sette Pignora Imperii di Roma. Nel tempio di Saturno era custodito l'aerarium di Roma, posto sotto la protezione del dio.
Saturno deriva il suo nome dalla radice indoeuropea *sat, da cui derivano, in latino, satis e satur, termini che indicano la pienezza e la soddisfazione, l'abbondanza dei campi coltivati grazie proprio alle tecniche insegnate dal dio. Per questo Saturno veniva rappresentato "armato" di falcetto, collegato con la raccolto di quanto prodotto dai campi, Saturno era assimilato, in qualche modo, a Dis Pater, il "ricco padre", identificato, a sua volta, con Pluto, signore degli Inferi, il cui nome significa "ricchezza". Le due divinità, tra l'altro, avevano due are vicine nella piana in cui sorgerà il Foro Romano.
Secondo gli autori romani, il culto di Saturno risaliva ad un tempo molto antico. Saturno venne accolto nel pantheon romano grazie al re sabino Tito Tazio, anche se lo si onorava da gran lungo tempo, addirittura prima della nascita di Roma, poiché la sua comparsa nel Lazio era collegata alla discesa di popolazioni dall'Umbria o dal reatino (i Siculi). La paredra di Saturno era Ops, l'Abbondanza, divinità anch'essa arcaica, dal momento che i suoi riti erano celebrati nella Regia.
Saturno era il dio che aveva portato la civilizzazione per eccellenza, colui che aveva iinsegnato agli abitanti dell'epoca la coltivazione della terra. Durante questo periodo, definito Età dell'Oro, uomini e dèi vivevano insieme sulla terra. Saturno, in seguito, lasciò al figlio Picus, divinizzato dagli Aborigeni, il regno, scomparendo e portando con sé anche il termine dell'Età dell'Oro. Da Picus, attraverso molte generazioni, nacque re Latino e qui si innesta il mito di Enea.
La connotazione originaria del dio romano in seguito identificato con Saturno, era diversa da quella del Saturno greco. Nell'Età dell'Oro, secondo la tradizione italica, la terra donava i suoi frutti con abbondanza e le messi crescevano rigogliose. Gli dèi vivevano con gli uomini e la guerra era sconosciuta. Il Saturno italico era il dio dell'ordine che nasce dal Caos primordiale. Aveva fondato la città di Saturnia e aveva fatto di Picus il primo re della storia romana. Ancor prima di Romolo.
Alla fine la scomparsa di Saturno venne considerata come una vera e propria morte. Il dio moriva per risorgere come bambino. Fu Janus ad ereditare da Saturno, una volta acquisito il potere sul Campidoglio, le caratteristiche di Dio dell'anno. In questo modo Janus si identificò completamente nel dio che apre il calendario.
A Saturno si collegò, in seguito, la metrica dei festeggiamenti, il ritmo saturnio, tipico dei sacerdoti Salii. Istituiti, originariamente, per la dea etrusca Turan, legati alla ricchezza derivante dalla posizione economicamente favorevole sul corso del Tevere, i Salii derivarono il loro nome dal sale, primo oggetto di commercio nell'area intorno al Tevere. 

Le festività romane di dicembre - 1

Il dicembre dei Romani era dominato dalla festa dei Saturnalia, attorno alla quale ruotavano le feste di tutto il mese. Si trattava, del resto un pò come oggi, di un mese di attesa: il lavoro dei campi si fermava e l'uomo era libero dalle attività quotidiane. In questo mese sono le divinità connesse con la ricchezza a guadagnare la scena. Si trattava della ricchezza del farro e del grano, ma anche della ricchezza spirituale che guardava, con una certa nostalgia, all'Età dell'Oro di Saturno, quando sia uomini che animali vivevano senza fatica.
Perché gli dèi possano favorire Roma, preservandone la ricchezza e la potenza, i Romani dovevano rinnovare il patto con loro. Si trattava di un patto segreto incentrato sul nome segreto di Roma e del suo Nume tutelare, forse la dèa Angerona, la divinità del silenzio, celebrata - non a caso - nel Solstizio d'Inverno, il punto dell'anno in cui il Sole che muore passa il testimone al Sole che rinasce.
Nel primo terzo del mese di dicembre, i Romani celebravano le due Gaie, Gaia Cecilia (vale a dire Tanaquilla, moglie di Tarquinio Prisco) e Gaia Fufezia, la Vestale che donò ai Romani le sue proprietà terriere in Campo Marzio e celebrano anche Bona Dèa, una forma della Grande Madre, il cui nome era segreto come segreto era il suo culto.
Nel secondo terzo del mese, dopo la festa del Septimontium, celebrata dai montanes in opposizione ai Paganalia di gennaio, celebrati dagli abitanti dei colles, si svolgevano i riti dedicati a Consus e a Saturno. I Ludi dedicati a Consus erano considerati i più importanti dell'anno, durante i quali veniva scoperto l'altare sotterraneo dedicato al dio nel Circo Massimo. Saturno era considerato il re dell'età mitica della pace e iniziatore alle attività agricole. Il rito di Saturno, secondo alcuni, era stato istituito da Ercole sull'Ara Saturnia.
Gli ultimi giorni di dicembre erano consacrati a divinità femminili quali Ops, paredra di Saturno e personificazione della pienezza, e ad Acca Larentia, che dispensavano ricchezza e potere. A loro si contrapponeva Diva Angerona, connessa alla fine del ciclo solare.
La festa di Bona Dèa cadeva il 4 del mese di dicembre. Si trattava di un rito molto antico, precedente l'istituzione del calendario a date fisso. Bona Dèa veniva celebrata dalle Vestali nella casa di un magistrato dotato di imperium. Costui, però, doveva uscire dall'edificio insieme a tutti i maschi, dal momento che il rito era precluso agli uomini, oltre che ad essere segreto, come il vero nome di Bona Dèa.
A Gaia non era dedicato alcun tempio. Nel suo aspetto di Gaia Fufezia divise il suo tempio con Tiberinus. A Roma si conoscevano due Gaie: Gaia Caecilia, nome romano di Tanaquilla, moglie di Tarquinio Prisco, e Gaia Fufezia o Gaia Taracia. Gaia Caecilia/Tanaquilla indusse il marito Tarquinio Prisco ad impossessarsi del titolo di re. Era il punto di riferimento delle spose romane per la sua probità, a lei si faceva risalire la formula matrimoniale "Ubi tu Gaius ego Gaia". Gaia Fufezia, invece, era una Vestale che donò ai Romani il Campo Tiberino, altro nome del Campo Marzio, ricevendo, dal Senato, l'onore di godere di privilegi maschili, tra i quali quello di poter lasciare il sacerdozio per sposarsi, di fare testamento e di avere una statua edificata a spese dello Stato.
Il Campo Tiberino faceva parte dell'ager Tarquiniorum, il territorio (attualmente compreso nella zona del Flaminio fino al ponte Milvio) appartenente ai Tarquini. Le spighe di questo campo, secondo la tradizione, vennero gettate nel Tevere dove, ammassatesi, formarono l'Isola Tiberina. Qui avevano il loro tempio Vediovis, Faunus ed Aesculapius.

sabato 12 dicembre 2015

Paganalia

Rilievo della Tellus Mater dall'Ara Pacis (Foto: Wikipedia)
Le Ferie Sementivae erano una festa che cadeva dopo il 23 gennaio e prima del 27. In questo giorno si sacrificava una scrofa pregna a Ceres e a Tellus alle quali si affidava il seme dei campi, che doveva morire e poi nascere. Erano delle festività proprie del calendario agricolo, dal momento che segnavano la trasformazione del seme in cereale.
Le Ferie Sementivae coincidevano, con tutta probabilità, con la festa dei Paganalia, che la tradizione vuole sia stata istituita da Servio Tullio, o con le Paganicae, istituita da Numa, in cui si sacrificava a Pales oppure a Ceres una pozione di latte e mosto cotto (burranica). Anticamente questo sacrificio veniva fatto a Empanda, da panem dare, anch'essa connessa con la trasformazione del seme in nutrimento.
I Paganalia erano le festività dei pagi, i più antichi villaggi disposti intorno all'abitato centrale che andrà a fondare Roma. I pagi possedevano la terra da coltivare nell'ager di cui essi costituivano il confine interno verso la città. La differenza tra città e villaggi era propria dei Romani e venne mantenuta per secoli attraverso la demarcazione del territorio dei pagi con le mura serviane prima e con le mura aureliane poi. Si tratta, pertanto, di un periodo estremamente lungo, che va dal VII secolo a.C. al III secolo d.C.. Il nome pagus, in epoca cristiana venne utilizzato per indicare coloro che non credevano in Cristo, i "pagani", intesi come gli ignoranti abitanti dei villaggi che continuavano a credere nelle antiche divinità.
I Paganalia erano, dunque, celebrati dagli abitanti dei pagi. A Praeneste e tra i Sanniti due sacerdoti particolari, i Semones, erano incaricati del rito della semina. A Praeneste i Semones erano legati ai pastori gemelli semidivini, i Depidii, che avevano aiutato l'eroe fondatore Caeculus, antenato favoloso della gens Caecilia, che, come Servio Tullio, era stato concepito da una scintilla di Vulcano mentre sua madre sedeva accanto al focolare. La donna, poi, espose Caeculus ad una fonte sacra presso il tempio di Giove.
Caeculus compare nel VII libro dell'Eneide, dove Virgilio lo fa essere alleato di Turno contro Enea e i Troiani. Il suo nome significa "piccolo cieco" ed è dovuto al fatto che rimase cieco a causa del fumo di un incendio. La sua storia ricorda la pratica del ver sacrum e di Romolo e Remo, fondatori di Roma.
A volte i Semones erano identificati con i Lari, spiriti di protezione dei campi e dei pagi.

venerdì 11 dicembre 2015

Juturna, Carmenta e la loro festa in gennaio

L'11 e il 15 gennaio a Roma si celebravano i Carmentalia e ricorreva, anche, la consacrazione del tempio di Juturna nel Campo Marzio (attuale Largo di Torre Argentina). Il tempio venne eretto intorno al 242 a.C. da Lutazio Catulo, vincitore della Prima Guerra Punica.
L'area sacra a Juturna, invece, si trovava alle pendici del Palatino ed era molto più antica del tempio dedicatole in Campo Marzio. Si trovava tra il tempio dei Castores (Castore e Polluce) e quello di Vesta e comprendeva un'edicola e una fonte. La vicinanza tra il tempio di Juturna e quello dei Castores indicherebbe l'origine di entrambi i culti dalla città di Lavinium. Qui sono state trovate dediche ai famosi gemelli ed esisteva una fonte dedicata a Juturna.
Juturna era connessa alle fonti, al potere che queste avevano di scaturire dal terreno. Un potere che la divinità condivideva con Janus, dal quale aveva avuto un figlio, Fons, personificazione delle fonti, il cui culto cadeva in ottobre. Juturna era anche la dea della purificazione e della guarigione, dal momento che l'acqua era la più antica terapia usata a Roma. Al culto a lei dedicato era sovente accostato quello di Esculapio.
Carmenta in un codice del "De mulieribus claris" di Boccaccio
(Foto: Wikipedia)
A Carmenta, invece, era sacro un antichissimo sacello o un'ara ai piedi del Palatino presso la Porta Carmentalia, dove, in seguito, sarebbe sorto il Foro Olitorio, tra la palude del Velabro e l'isola Tiberina. Qui celebrava i riti il Flamen Carmentalis. Più tardi Carmenta venne considerata madre di Evandro, vista la posizione del suo sacello in rapporto con l'approdo sulle rive del fiume.
Il luogo di culto di Carmenta non era distante dal duplice tempio di Mater Matuta e di Fortuna. Tutte e tre queste divinità femminili, pertanto, presiedevano al guado del Tevere e all'ingresso al Capitolium attraverso la Porta Carmentalis. La festa di Carmenta veniva celebrata in due giorni connessi alle fasi lunari e sacri a Carmenta Antivorta (Luna Crescente) e Postverta (Luna Calante). I Carmentalia coincidevano con la festa di Juturna.
Carmenta (da carmen, canto) era la dea del suono magico in grado di creare, la dea della profezia. Le veggenti erano chiamate carmentes. La si considerava inventrice dell'alfabeto e connessa - come Juturna - con l'acqua, dal momento che quest'ultima era simbolo del caos primordiale. E' la dea del vaticinio ottenuto attraverso la trance. A Roma, però, la divinazione era proibita e il suo culto, per questo, venne notevolmente limitato in età repubblicana. Virgilio e Ovidio, addirittura, parlano di Carmenta come una ninfa e non come una dea.
In epoca repubblicana, con il notevole ridimensionamento delle sue funzioni, Carmenta venne collegata alla gravidanza e alla nascita attraverso le tre divinità del nascituro: Neuna, la nascita prematura del nono mese, Decima, la nascita corretta che garantiva la sopravvivenza del neonato, e Morta, il feto che, andando oltre il termine dei dieci mesi, nasce morto. Anche i nomi delle due festività connesse a Carmenta - Postvorta e Antevorta - vennero collegati alla posizione del nascituro, rispettivamente in posizione corretta con il capo in basso o in posizione riversa, che rendeva difficile il parto.

Tunisia, Numluli: una città dalle molte vite

Tunisia, gli scavi di Numluli (Foto: Unione Sarda) Nel governatorato tunisino di Béja , gli archeologi stanno riportando alla luce una città...