domenica 30 gennaio 2011

I nobili signori di Archontiko

Nel corso del 2010 una campagna di scavi, diretta dagli archeologi Anastasia e Pavlos Chrysostomou, sono emerse altre 37 ricche sepolture nel cimitero di Archontiko, a 5 chilometri da Pella, l'antica capitale macedone. Di queste, sei sepolture si datano all'Età del Ferro e contengono, oltre alle ceramiche, anche oggetti di metallo. Le rimanenti appartengono al periodo ellenistico (V-III secolo a.C.).
Delle 37 tombe ritrovate, sedici appartengono a uomini e donne macedoni di nobili natali. Gli uomini sono stati deposti con armi in ferro, gioielli in metallo, corone di mirto in bronzo dorato, strigili in ferro, monete di bronzo e recipienti in ceramica. Sono rilevanti soprattutto le sepolture dei guerrieri, in tutto nove. Uno di costoro, vissuto verso il 650 a.C. sembra essere stato, in vita, un vero e proprio eroe: con un elmo di bronzo, strisce d'oro, armi in ferro, un anello dorato, modelli di carri in ferro. Il defunto possedeva anche scarpe e lenzuolo funebre, fibule e protezioni per le mani. Tra gli oggetti ritrovati in questa magnifica sepoltura, risaltano recipienti che raffigurano un ariete e la divinità dell'oltretomba Ade.
Le sepolture femminili contengono gioielli in metallo (orecchini, collane, anelli), corone di mirto in bronzo dorato, recipienti in vetro e ceramica ed anche statuette e busti in ceramiche. Questo depone sicuramente sull'elevato status sociale delle defunte, una delle quali è stata incinerata in una pisside, accanto a gioielli d'oro, d'argento e di ferro e ad una piccola anfora di vetro con i resti di un profumo.
Finora le tombe scavate sono 1004, 259 della tarda Età del Ferro, 475 del periodo Arcaico, 262 di quello classico ed ellenistico e 8 di epoca sconosciuta. Gli scavi, in questa zona, sono iniziati nel 2000 e quanto è stato finora estratto pare sia solo il 5% di quello che è ancora nascosto sotto terra.

Di nuovo visitabile il Tempio di Venere e Roma


Un lungo intervento di restauro ha permesso di inaugurare, all'interno del Foro Romano, il percorso di visita al Tempio di Venere e Roma, che si affaccia sulla valle del Colosseo con un basamento imponente.
Il Tempio fu voluto dall'imperatore Adriano, che lo dedicò alla Città Eterna e alla dea Venere, madre di Enea, fondatore di Roma. Fu costruito sulle pendici della Velia a partire dal 121 d.C. e fu inaugurato nel 141 dal successore di Adriano, Antonino Pio. Era stato eretto sul luogo dove sorgeva, un tempo, il vestibolo della Domus Aurea, del quale mantenne l'orientamento e riutilizzò le fondazioni, almeno in parte.
Il Tempio di Venere e Roma si innalzava al centro di un grande podio artificiale affiancato, sui lati lunghi da un doppio portico di colonne in granito grigio. Sui lati corti era collegato, per mezzo di gradinate, alla piazza del Colosseo e al Foro. L'interno del tempio era dotato di due celle orientate in senso opposto, una per ciascuna divinità e precedute da un vestibolo. Della cella rivolta verso il Colosseo, dedicata a Venere, rimane solo l'abside. L'altra abside fu inglobata nell'ex convento di Santa Francesca Romana.
Quello che attualmente è visibile del Tempio è quanto rimane del restauro intrapreso da Massenzio nel 307 d.C. dopo un incendio che distrusse la parte centrale del Foro. L'edificio abbandonato e spogliato dei suoi arredi a cominciare dal VII secolo, quando l'imperatore Eraclio concesse a papa Onorio (625-638) le tegole di ottone della copertura del tetto per utilizzare a San Pietro.
I primi scavi furono intrapresi e realizzati durante l'amministrazione francese di Roma, tra il 1810 e il 1817.

Tempio di Venere e Roma
Roma, Area Archeologica centrale
orario: tutti i giorni dalle 8.30 fino a un'ora prima del tramonto. L'accesso, all'interno dell'area del Foro Romano, si trova a fianco dell'Arco di Tito.
info: 06.39967700

venerdì 28 gennaio 2011

Nuove tavolette cuneiformi in Cappadocia


Sono state fatte delle interessantissime scoperte archeologiche nel sito di Tell Lilan, 120 chilometri a nord-est di Hasaka, un sito che risale agli inizi del II millennio a.C. su una delle importanti vie commerciali che collegavano la Cappadocia con l'Anatolia.
Saggi di scavo erano stati già effettuati nel 1978 ed avevano mostrato che l'area aveva cominciato ad essere abitata durante il VI millennio a.C. e restò popolata fino alla fine del 1800 a.C.. Sono state scoperte ceramiche pertinenti ad un periodo compreso tra il 6500 ed il 5500 a.C., oltre a vasi a forma di campana, del 4000-3100 a.C.. Gli scavi hanno permesso anche di scoprire un insediamento umano del periodo di Ninive, che ha restituito ceramica dentata, tazze color giallo, piedistalli di statua colorate e pentole.
Il sito misura quasi 15 ettari e fu abitato stabilmente sin dal III millennio a.C.. Il punto più elevato di popolamento si ebbe durante la metà del II millennio a.C., quando un muro difensivo fu eretto per proteggere le aree residenziali che andavano velocemente espandendosi.
E' stato anche riportato alla luce un tempio, nell'area nord-est del sito, le cui caratteristiche sono le facciate, i pilastri decorati con motivi spiraliformi ed un corridoio centrale, circondato da camere sui lati est ed ovest. Nel tempio sono state ritrovate ceramiche, sigilli, tavolette cuneiformi. Un locale ha restituito un archivio di 650 tavolette cuneiformi incise in un dialetto antico babilonese. Si tratta di testi sia amministrativi che economici, messaggi politici e trattati che fanno luce sul periodo successivo alla caduta della città di Mari (1759 a.C.).
I testi di Tel Lilan e altri siti informano che la città fu chiamata Shubat Enlil, "la casa di Enlil" dal re assiro Shamshi-Adad I. Prima di allora era nota come Shekhna, nome che fu recuperato dopo la morte di Shamshi-Adad I (1776 a.C.).
La città fu distrutta da Samsu-iluna, re di Babilonia, nel 1728 a.C..

Nuovamente visibile la Casa delle Vestali


Dopo venti anni di restauro e di conseguente chiusura, riapre la Casa delle Vestali. Al restauro hanno collaborato la Soprintendenza Speciale per i beni archeologici di Roma e l'Università "La Sapienza" di Roma. Nel contempo è stata anche aperto un tratto della via Nova, lungo le pendici del Palatino.
Lo scavo e la restituzione ai romani dell'antico sito, sono stati coordinati dal professor Andrea Carandini, dell'Università di Roma "La Sapienza". Il santuario di Vesta era uno dei luoghi più importanti del Palatino ed ha subito diversi rimaneggimenti del corso dei secoli. Quello che i romani potranno presto ammirare è il santuario costruito dopo l'incendio di Nerone e restaurato da Settimio Severo. Il sito è estremamente grande (6.878 metri quadrati), ed il restauro ha dovuto necessariamente interessare solo una parte, l'Atrium Vestae, dove sono stati ripuliti i giardini, che sono il relitto del bosco sacro delle sacerdotesse, e consolidati e restaurati gli antichi intonaci.
Accanto alla Casa delle Vestali sorge la Chiesa di Santa Maria Antiqua, i cui affreschi sono in restauro grazie all'intervento economico di una Fondazione americana. La chiesa, che è la prima in assoluto ad essere dedicata al culto della Vergine Maria, risale al 550 a.C..

Antichissimi israeliani


Gli archeologi israeliani hanno scoperto degli antichi manufatti in una grotta fuori Tel Aviv. Questi reperti sono le tracce di un popolo molto più avanzato di quanto finora si sia pensato per quel che riguarda il Medio Oriente. Gli ominidi che utilizzavano gli oggetti ritrovati andavano a caccia di cibo, cuocevano la carne e forgiavano complessi attrezzi in selce.
Pare che, inoltre, questi antichi ominidi vissuti nell'attuale Israele nel Paleolitico, conoscevano ed utilizzavano una sorta di posate. Sono stati, infatti, ritrovati degli attrezzi simili a dei coltelli utilizzati, presumibilmente, per mangiare. Oltre agli attrezzi sono stati ritrovati anche dei denti umani, molto simili ai denti degli homo sapiens.
La comunità scientifica ha sempre ritenuto che gli umani moderni fossero emigrati dall'Africa circa 200.000 anni fa, i denti, però, sono di epoca precedente. Gli studiosi pensano si tratti di uno sviluppo indipendente dell'homo sapiens, uno sviluppo circoscritto solo al Medio Oriente. Si potrebbe pensare ad un'evoluzione dell'uomo di Neanderthal nel sud-ovest asiatico o di un ominide sconosciuto ed estintosi nel corso del tempo.

lunedì 17 gennaio 2011

Piero e la Madonna di Senigallia

(Fonte: Ansa) Torna a splendere la Madonna di Senigallia, capolavoro di Piero della Francesca, sottoposto a restauro dopo quasi 60 anni dal precedente intervento, prima di essere allestito alla mostra su Melozzo da Forlì, che si aprirà ai Musei di San Domenico di Forlì il 29 gennaio.
La meravigliosa tavola fu dipinta a Urbino (dove è ancora conservata alla Galleria Nazionale delle Marche) durante il soggiorno dell'artista presso la corte di Federico da Montefeltro ed è unanimamente riconosciuta come una delle opere capitali della pittura rinascimentale. Considerato uno straordinario documento della sperimentazione tecnica di Piero nel passaggio tra la pittura a tempera e quella a olio, il dipinto deve la sua fama alla mirabile composizione essenziale e rigorosa, e alla costruzione prospettica.
La tavola, prima dell'intervento condotto a Roma nella sede dell'Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro su richiesta della Soprintendenza delle Marche, era comunque in buono stato di conservazione. Ma in previsione dell'esposizione forlivese, gli esperti hanno potuto sottoporre il capolavoro di Piero a una serie di indiagini diagnostiche mai compiute prima, seguite da un controllo dell'adesione e della coesione di pellicola pittorica e strati preparatori. Infine, un'attenta pulitura degli strati superficiali (eseguita con l'ausilio dello stereomicroscopio) e la reintegrazione pittorica di alcune lacune, ha riportato la tavola all'originale splendore cromatico.

domenica 16 gennaio 2011

L'anno del coniglio

Durante dieci lunghi anni di esplorazioni e ricerche a Tepoztlan, gli archeologi hanno riportato alla luce diverse testimonianze di un insediamento che si può far risalire al 1500 a.C., data antecedente a quello che si pensava fosse l'insediamento più antico. Questo insediamento è quello dei Xochimilca, datato ad un periodo compreso tra il 1500 ed il 1200 a.C..
La notizia è stata data dall'archeologo Giselle Canto, del National Institute of Anthropology and History, che ha diretto l'esplorazione in una ventina di terreni estesi su una superficie compresa tra gli 800 ed i 70.000 metri quadrati. Qui sono stati ritrovati oggetti molto antichi, che fanno risalire l'occupazione territoriale ad un periodo tra il 1500 ed il 1000 a.C.. I resti più antichi sono quelli delle ceramiche, le cui caratteristiche sono piuttosto omogenee e possono essere collocate all'interno di un preciso gruppo culturale. I resti corrispondono allo stile ceramico chiamato Tlatilco e ritrovato in tutto il bacino del Messico.
Sono stati riportati alla luce anche dei contenitori, offerte e sculture, tra le quali spicca una statua cava che rappresenta una figura femminile. Tra gli oggetti particolari, è stato rinvenuto uno specchio di pirite, associato ad uno degli scheletri rinvenuti, probabilmente appartenente ad una persona anziana il cui sesso non è stato ancora determinato. Lo specchio aiutava i deceduti ad entrare nell'altro mondo, utilizzando il loro riflesso sulla superficie dello specchio. Di questo specchio è stato ritrovato solo un piccolo frammento, in pessime condizioni, unitamente ad alcuni contenitori utilizzati nei rituali di nascita e morte e durante il passaggio all'età adulta. I contenitori avevano un foro sul fondo per evitare la loro utilizzazione nella quotidianità.
Tra i resti delle case sono stati ritrovate anche delle repliche, in sasso e terracotta, di edifici cerimoniali. Qui, tra gli oggetti di maggiore valore, vi era una pietra incisa con la rappresentazione del simbolo del calendario del coniglio, risalente al 1400 a.C..

La moneta di Antioco e l'occultazione di Giove


Un'insolita moneta greca, coniata nel 120 a.C., recherebbe traccia di un evento astronomico avvenuto in quell'epoca in Siria: la luna che oscurava Giove.
La moneta reca, da un lato, il ritratto di Antioco VIII, il re che la fece coniare. Sul retro compare, invece, Zeus drappeggiato a metà nella sua tunica, con uno scettro nella mano sinistra. Sulla testa di Zeus vi è la mezzaluna e sul braccio destro una stella (raffigurante, forse, il pianeta Giove) appena sopra il palmo del dio. Gli astronomi hanno scoperto che proprio il 17 gennaio del 121 a.C. si verificò un fenomeno chiamato "occultazione": la luna oscurò il pianeta Giove. Il fenomeno, all'epoca, fu letto come l'avvento di un grande re per la Siria, soprattutto perchè era avvenuto nella costellazione del cancro, segno della Siria, secondo gli astrologi del tempo.
Antioco VIII Epifane Callinico Filometore fu re di un regno creato dai diadochi, generali successori di Alessandro Magno, che si spartirono le terre conquistate dal macedone. Dal fondatore della dinastia alla quale apparteneva Antioco, Seleuco, tutti i sovrani dell'allora Siria e di parte della Turchia, dove attualmente si trova Antiochia, vennero chiamati Seleucidi.
L'ascesa di Antioco fu estremamente brutale. Sua madre era Thea Cleopatra che, all'inizio, divise il regno con lui, era una donna piuttosto autoritaria, a quanto tramandano gli antichi testi ed aveva appena ucciso suo fratello senza alcuna ragione. Temendo per la sua vita, Antioco VIII l'aveva, poi, messa a morte (121 a.C.) divenendo, in tal modo, sovrano dell'intero Regno Seleucide. I Romani lo soprannominarono Gripo, dal latino Grypus, "naso adunco". Suo padre era Demetrio II Nicatore e fu incoronato sovrano nel 125 a.C., quando era ancora adolescente. Thea Cleopatra, infatti, aveva fatto uccidere il primo figlio di Demetrio, Seleuco V Filometore, che regnava con lei ma che voleva tutto il potere per sé.
Antioco VIII sposò Cleopatra Trifena, nota come Cleopatra VI, principessa della dinastia dei Tolomei. Nel 116 a.c. il suo fratellastro e cugino Antioco IX Ciziceno tornò dall'esilio causando l'inizio di un lungo conflitto tra i due. La moglie di Antioco fece assassinare la sorellastra Cleopatra IV, moglie di Ciziceno, vicino Antiochia di Siria. Ciziceno vendicò la moglie uccidendo a sua volta Cleopatra Trifena. Alla fine i due fratelli riuscirono ad accordarsi e si spartirono il paese fino al 96 a.C., quando Antioco VIII fu asssassinato dal suo ministro Eracleone.

sabato 15 gennaio 2011

Antiche cantine d'Armenia


I ricercatori dell'Università della California hanno scoperto la più antica struttura mai ritrovata per la produzione del vino. Al suo interno un rudimentale torchio, una sorta di tino per la fermentazione del mosto ed alcuni recipienti per la conservazione del prodotto finito.
La "cantina" risale all'Età del Rame (4100-4000 a.C.) ed è di mille anni antecedente al più antico rinvenimento simile. E' stata scavata nella stessa grotta dell'Armenia dove è stata ritrovata la scarpa più antica del mondo.
Nel 2007 sono stati rinvenuti antichi semi d'uva nei pressi del luogo dove è stata trovata la "cantina". Questo ha incoraggiato gli studiosi a scavare un complesso di caverne situato in un canyon tra la catena del Caucaso e le montagne di Zagros. Il sito si trova vicino al piccolo villaggio di Areni, noto tuttora per la produzione di vino. Nella grotta è stato scavato un recipiente d'argilla dai bordi alti, dove l'uva veniva, forse, schiacciata con i piedi. Il succo che se ne traeva, colava in una vasca profonda circa 60 centimetri e capace di contenerne 50-60 libri. Qui sarebbe stato lasciato fermentare. Il vino così ottenuto, poi, sarebbe stato custodito in giare nell'ambiente fresco della grotta, una vera e propria cantina.
Attorno al sito, gli archeologi hanno trovato semi d'uva, resti di uva pressata e di mosto d'uva e del vino essiccato. Su vari frammenti di ceramiche sono stati recuperati residui di malvidina, un pigmento vegetale che compare anche nella melagrana, una produzione della zona.
Chi fossero gli abitanti delle grotte è ancora un mistero, anche se gli studiosi ritengono che si tratti dei predecessori delle popolazioni della cultura di Kura-Araxes.

martedì 11 gennaio 2011

I Fenici d'Algeria


(da "Archeogate") L'Istituto di Studi sulle Civiltà Italiche e del Mediterraneo Antico del Consiglio Nazionale delle Ricerche si è fatto promotore nel campo degli studi sulla civiltà fenicia e punica di prestigiose imprese archeologiche in diversi paesi del Mediterraneo. Tra queste imprese, il progetto di mostra internazionale "I Fenici in Algeria. Le vie del commercio tra Mediterraneo ed Africa Nera".
L'esposizione si inaugurerà il 20 gennaio 2011 presso il Palais de la Culture di Algeri e rimarrà aperta fino al 28 febbraio 2011. L'iniziativa è posta sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana e del Presidente della Repubblica Algerina Democratica e Popolare ed è stata sostenuta sin dall'inizio dal ministro della Cultura algerina.
L'esposizione vuole essere una presentazione della cultura fenicia in Algeria, in modo da evidenziare il particolare rapporto tra le popolazioni numidiche ed i navigatori fenici venuti dall'Oriente per reperire materie prime. Si propone, inoltre, di valorizzare la cultura fenicia in Algeria, sviluppatasi dalla fine del VII al I secolo a.C.), intesa come trait d'union tra il mondo nord-africano e quello europeo, in grado anche di esaltare la civiltà delle popolazioni numidiche locali.
La mostra, pensata innanzitutto per stimolare, nel pubblico algerino, la riscoperta delle proprie origini e identità nell'ampio contesto mediterraneo, si rivolge anche ad un pubblico più vasto, internazionale, al quale vuole proporre un percorso insolito e poco conosciuto della comune civiltà del mare nostrum: per tale motivo il progetto espositivo prevede diverse successive sedi europee tra cui, per prima dopo Algeri, Roma.
L'iter ideale della mostra si sviluppa tra due mari, il Mare Mediterraneo ed il Sahara, il mare di sabbia, per sottolineare il ruolo dell'Algeria antica come ponte, come "terra di mezzo", tra il mondo mediterraneo e quello africano. In questo modo il visitatore può progressivamente scoprire attraverso gli occhi dei Fenici sbarcati sulle coste dell'Oranese, provenienti dalla Penisola Iberica, le immense risorse umane ed economiche di una terra già ricca di storia e tradizioni come l'Algeria.

lunedì 10 gennaio 2011

Ebrei di Sardegna


(tratto da "Archeorivista") Ardara, in provincia di Sassari, è un piccolo centro famoso per essere stato, nel periodo medioevale, una delle capitali del Giudicato di Torres, il regno che si formò nel X secolo e si dissolse nel XIII ed i cui confini coincidevano con la moderna provincia di Sassari. Ardara contiene notevoli testimonianze monumentali relative a quest'epoca, una per tutte la chiesa romanica dedicata a Nostra Signora del Regno.
Recenti scoperte archeologiche ed epigrafiche hanno permesso di ricostruire, almeno in parte, il periodo romano di Ardara. E' stata da poco pubblicata, a cura dell'Associazione Italiana per lo Studio del Giudaismo, l'edizione annuale di "Materia Giudaica", contenente gli atti del Convegno Internazionale di Cagliari del 2008, intitolato "Gli Ebrei in Sardegna nel contesto Mediterraneo".
Grande interesse ha suscitato, tra gli studiosi convenuti, un'epigrafe funeraria romana, databile all'età alto imperiale, scoperta nelle campagne vicino Adara e dedicata ad un defunto il cui nome era Sedecam o Sedecami. Secondo Giuseppe Piras, epigrafista autore del saggio presentato al Convegno del 2008 ed esperto in onomastica ebraica, il nome del defunto è sicuramente semitico ed il nome del padre, leggibile come Aron, farebbe pensare ad un personaggio di origini giudaiche. Se questa scoperta fosse confortata da altre simili, si sarebbe davanti alla più antica testimonianza sinora scoperta della presenza ebraica in Sardegna.
L'epigrafe si aggiunge ad altre relative ad Ardara, scoperte negli anni passati, prima tra tutte la stele funebre in onore di un soldato romano del I secolo d.C. di nome Orcoeta ed appartenente ai Convenae, comunità stanziata nell'area pirenaica, un auxiliarius che fu arruolato nella coorte terza degli Aquitani, reparto di stanza nell'isola nel I secolo d.C. per controllare il territorio.
La stele è stata inizialmente interpretata come medioevale, poi il professor Piras l'ha riletta correttamente e l'ha pubblicata. Questa stele porta a supporre l'esistenza di un distaccamento di soldati della coorte Aquitana vicino ad Ardara. Gli scavi svolti nel 2007 e nel 2008 hanno permesso di ritrovare strutture riferibili ad un presidio fortificato presso il quale erano acquartierati sicuramente dei militari.
Tacito e Svetonio parlano di liberti ebrei cacciati da Roma nel 19 d.C., inviati in Sardegna dall'imperatore Tiberio per combattere il banditismo. Probabilmente Sedecam e suo padre Aron erano i discendenti di questi liberti.

Tracce di primi agricoltori in Dalmazia


Nuovi scavi in Croazia hanno svelato che una lunga striscia costiera, a sud del paese, fu un tempo la sede dei primi agricoltori. Questi primitivi villaggi agricoli croati si svilupparono rapidamente in Dalmazia quasi 8000 anni fa, probabilmente in coincidenza con l'arrivo di popolazioni di origine mediorientale, che possedevano già una certa abilità nella coltivazione dei prodotti agricoli e nella pastorizia. La coltivazione di piante e l'allevamento degli animali durarono per circa un millennio, a quanto si può ricavare dall'esame al radiocarbonio di semi ed ossa carbonizzati.
Già 9000 anni fa, in alcuni villaggi greci, si praticava l'allevamento e gli agricoltori mediorientali, che conoscevano ed utilizzavano una vasta gamma di animali e piante domestiche già 10.500 anni fa, cominciarono intorno a questa data a spostarsi verso ovest.
In Dalmazia, i primi agricoltori coltivarono piante ed allevarono animali nelle stesse proporzioni degli agricoltori moderni. Dagli scavi è emerso che gli antichi abitanti della Dalmazia utilizzavano nove diverse piante domestiche, tra le quali il farro, l'avena e la lenticchia.
Oltre l'agricoltura, gli abitanti dei primitivi villaggi dalmati si specializzarono nei commerci e nello sfruttamento delle risorse del mare. Analizzando dei blocchi di ossidiana trovati a Pokrovnick e Danilo Bitinj, si è scoperto che la maggior parte di loro provengono da Lipari, al largo della costa nord della Sicilia.
Per ora gli archeologi che lavorano in Dalmazia non hanno scoperto una vera e propria necropoli risalente a questo periodo, ma solo alcuni scheletri umani a Pokronik e Dalino Bitinj ed i corpi di tre bambini rinvenuti in sepolture separate.

Antiche miniere cilene


Nel nord del Cile è stata scoperta una miniera da cui si estraeva ossido di ferro ben 12.000 anni fa. Gli archceologi hanno effettuato il ritorvamento nella Gola di San Ramon, nel 2008, ma la notizia è trapelata solo ora e potrebbe contribuire al miglioramento della conoscenza delle culture preistoriche della zona Taltal, a 1100 chilometri da Santiago del Cile.
La miniera sembrerebbe essere più antica di un'altra, utilizzata 2500 anni fa, scoperta negli Stati Uniti. Anche il Sudafrica vanta miniere antichissime, tra le quali quella più antica risale a 40.000 anni fa. In Australia c'è una miniera che risulta essere stata utilizzata ben 30.000 anni fa.
Della cultura che sfruttava la miniera cilena non si sa molto. Fu scoperta nel 1961 e venne chiamata cultura di Huentelauquen. Era costituita da cacciatori e raccoglitori nomadi che, di tanto in tanto, si improvvisavano anche pescatori.
L'ossido di ferro estratto dalla miniera cilena era utilizzato prevalentemente come pigmento colorante nei riti religiosi. E' stato, inoltre, accertato che le mummie trovate a nord della zona di Arica, la cui età sarebbe di 10.000 anni, erano state "dipinte" proprio con ossido di ferro.

martedì 4 gennaio 2011

Memorie annibaliche


Se confermata, la notizia sarebbe davvero eccezionale. Si sta diffondendo la voce che, in una località compresa tra Cavaglia ed il lago di Viverone, sia stato ritrovato il cranio di un antico elefante. Gli studiosi locali pensano si tratti di uno degli elefanti con i quali Annibale attraversò i valichi alpini nel 218 a.C.
Alcuni cocci di ceramica nei pressi del ritrovamento presentavano strani caratteri impressi. Gli studiosi pensano possa trattassi di geroglifici egizi, mentre altri vogliono si tratti di espressioni scritte nell'antica lingua cartaginese. Alcuni indizi, ritrovati nella zona, fanno riferimento al passaggio di Annibale, come due grandi tumuli funerari che sorgono nella zona di Cavaglia, nei quali alcuni riconoscono le tombe dei cavalieri e dei legionari romani uccisi nella battaglia del Ticino.
L'architetto Riccardo Petitti, studioso di Ivrea, ha presentato ipotesi precise sul passaggio delle Alpi da parte dell'esercito cartaginese e queste nuove scoperte sembrano confermare le sue ipotesi.

Gli ostraka di Soknopaios

Una serie di ostraka ha restituito i nomi di una decina di sacerdoti addetti al culto del dio coccodrillo Soknopaios. La scoperta è avvenuta grazie ad archeologi italiani dell'Università del Salento che stanno scavando nel villaggio di Soknopaiou Nesos, nel Fayyum.
I frammenti di ceramica d'argilla sono stati rinvenuti sul lato ovest del tempio di Soknopaios, sono circa 150 e risalgono all'epoca romana. Il direttore dello scavo, Mario Capasso, ha spiegato che questi ostraka riportano incisi i nomi dei sacerdoti che hanno prestato servizio nel tempio. Tra i nomi più comuni vi è Satobius. In origine gli ostraka erano conservati in un magazzino posto in un cortile davanti al tempio. Mario Capasso ritiene che ognuno di loro sia stato utilizzato per una sorta di scrutinio per stabilire chi dovesse svolgere determinate mansioni all'interno del tempio.

Trovato il palazzo di Dario a Pasargade

La sala delle udienze a Pasargade (Foto: Proprio in questi giorni gli archeologi iraniani stanno riportando alla luce una nuova meravi...