Visualizzazione post con etichetta Sudan. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sudan. Mostra tutti i post

sabato 28 ottobre 2023

Sudan, individuato un tatuaggio con il cristogramma su un defunto

Foto del piede con il cristogramma (Foto: Polish Centre
of Mediterranean Archaeology dell'Università di
Varsavia - Karl A. Guilbault)

Un gruppo di ricercatori polacco -sudanesi del Polish Centre of Mediterranean Archaeology dell'Università di Varsavia, ha scoperto un raro tatuaggio con riferimenti a Gesù Cristo su un corpo inumato 1300 anni fa. Il sito si trova nella zona dello Wadi Abu Dom, nel deserto del Bayuda, nel nord del Sudan, a circa 20 chilometri dalla moderna città di Karima.
Le indagini archeologiche effettuate nel monastero e nei quattro cimiteri presenti nel sito (all'interno dei quali sono presenti centinaia di sepolture) si sono svolte fino al 2018 sotto la guida del Dottor Artur Obluski. In questi ultimi anni, invece, lo studio si è concentrato sui resti umani, alla ricerca di indizi che potrebbero portare informazioni sia sulla provenienza della popolazione locale che sullo stile di vita delle persone lì sepolte.
E' proprio durante la documentazione fotografica effettuata nel laboratorio di bioarcheologia del Polish Centre of Mediterranean Archaeology che la Dottoressa Kari A. Guilbault, studiosa delle pratiche del tatuaggio della Purdue University (Indiana), ha identificato un tatuaggio sul piede destro di uno degli individui ritrovati nel 2016 e sepolti nel cimitero 1 di Ghazali.
In un primo momento la studiosa non era sicura di cosa si trattasse, ma il tatuaggio è diventato chiaramente visibile dopo una serie di esami post-scavo e grazie all'uso della fotografia full spectrum, e a questo punto qualsiasi incertezza iniziale è stata rimossa. La scoperta si è rivelata importante anche perché si tratta del secondo ritrovamento che attesti la pratica del tatuaggio nella Nubia meridionale.
Il tatuaggio di Ghazali rappresenta il simbolo Chi-Rho, ovvero un Cristogramma, una combinazione di lettere dell'alfabeto greco "chi" e "rho" che formano un'abbreviazione del nome di Cristo.
L'uso di unire insieme le due lettere precede il Cristianesimo e lo ritroviamo nell'Egitto dei Tolomei, ma riferito a un termine diverso: Chrestòs, che significa "utile, buono". Tolomeo III Evergete (seconda metà del III secolo a.C.), ne fece ampio uso nel coniare monete in bronzo. In riferimento al Cristo lo ritroviamo intorno al III secolo in contesti privati, soprattutto sui sarcofagi di defunti cristiani. Successivamente all'Editto di Milano il simbolo poté essere inciso su chiese e basiliche e godette di una grande diffusione. Accanto al Cristogramma sono vergate o incise le lettere alfa e omega dell'alfabeto greco, un riferimento al Libro dell'Apocalisse di Giovanni.
La posizione del tatuaggio sul piede destro è intrigante, fanno notare i ricercatori, poiché potrebbe voler indicare il punto in cui venne piantato il chiodo nel piede di Cristo durante la sua crocifissione. Anche se il tatuaggio dimostra che l'uomo era cristiano, non significa che fosse un monaco, in quanto non fu sepolto nel cimitero riservato ai religiosi del monastero, ma in un cimitero utilizzato da persone delle comunità vicine.
Dalla datazione al radiocarbonio si stima che la persona visse tra il 667 e il 774. A quel tempo, il cristianesimo era la religione principalmente praticata nella regione. Probabilmente l'uomo si spense tra i 35 ed i 50 anni di età.

Fonte:
mediterraneoantico.it


domenica 16 aprile 2023

Sudan, trovato enigmatico complesso di stanze affrescate

Sudan, alcuni degli affreschi appena scoperti
(Foto: archeomedia.net)
Gli archeologi del Centro polacco di archeologia mediterranea dell'Università di Varsavia hanno scoperto un enigmatico complesso di stanze fatte di mattoni essiccati dal sole, i cui interni erano coperti da scene figurative uniche per l'arte cristiana. La scoperta è stata fatta nel monastero medioevale della vecchia Dongola sulle rive del Nilo, a più di 500 chilometri a nord di Khartoum, nel Sudan. All'interno del complesso monastico principale, la missione polacca ha portato alla luce ora una seconda chiesa ben conservata con vividi dipinti murali ed iscrizioni in greco antico e nubiano.
L'antica Dongola (Tungul nell'antico nubiano) era la capitale di Makuria, uno dei più importanti stati africani medioevali. Si era convertita al cristianesimo entro la fine del VI secolo, ma l'Egitto fu conquistato dagli eserciti islamici nel VII secolo. Un esercito arabo la invase nel 651, ma venne respinto. In seguito venne firmato il Trattato di Baqt, che stabiliva una relativa pace tra le parti. Pace che durò fino al XIII secolo. La ricerca di questa città, avviata dal Professor Kazimierz MIchalowski, ha fornito risultati innovativi praticamente ogni anno.
Gli archeologi Lorenzo de Lellis e Maciej Wyzgol si sono imbattuti inaspettatamente in un enigmatico complesso di stanze fatte di mattoni essiccati al sole, i cui interni erano coperti da scene figurative uniche per l'arte cristiana. La scoperta è stata fatta durante l'esplorazione di case risalenti al periodo Funj (XVI-XIX secolo d.C.). Con sorpresa dei ricercatori, sotto il pavimento di una delle case c'era un'apertura che conduceva a una piccola camera, le cui pareti erano decorate con rappresentazioni uniche.
I dipinti all'interno della piccola camera mostrano la Madonna, un re nubiano, Cristo e l'Arcangelo Michele. Non si tratta della tipica rappresentazione di un sovrano nubiano sotto la protezione di santi o arcangeli. Il re si inchina a Cristo, che è seduto tra le nuvole e gli bacia la mano. Il sovrano è sostenuto dall'Arcangelo Michele, le cui ali distese proteggono sia il re che Cristo stesso. Una scena del genere non trova parallelismi nella pittura nubiana. Il dinamismo e l'intimità della rappresentazione contrasta con la natura delle figure sulle pareti laterali.
La madre di Dio, mostrata in una posa dignitosa, è vestita con abiti scuri. Tra le mani tiene una croce e un libro. Cristo è raffigurato sulla parete opposta. La sua mano destra è mostrata in gesto di benedizione e nella sua sinistra tiene un libro, che è parzialmente conservato.
Agata Deptua, dell'Università di Varsavia, sta attualmente studiando le iscrizioni che accompagnano i dipinti. Una lettura preliminare delle iscrizioni greche ha rivelato che erano testi della Liturgia dei Doni Presantificati. La scena principale è accompagnata da un'iscrizione in antico nubiano che è estremamente difficile da decifrare. I ricercatori hanno compreso da una lettura preliminare dello studioso Vincent van Gerven Oei che contiene diversi riferimenti a un re di nome Davide e una preghiera a Dio per la protezione della città.
La città menzionata nell'iscrizione è molto probabilmente Dongola, e la figura reale raffigurata nella scena è molto probabilmente re Davide, uno degli ultimi governanti della cristiana Makuria. La sua reggenza segnò l'inizio della scomparsa dal regno. Per ragioni sconosciute, re Davide attaccò l'Egitto, che si vendicò invadendo la Nubia, con il risultato che Dongola venne saccheggiata per la prima volta nella sua storia. I ricercatori pensano che il dipinto possa essere stato realizzato mentre l'esercito mamelucco si stava avvicinando o la città era sotto assedio.
Il complesso di stanze in cui sono stati scoperti i dipinti, tuttavia, è ciò che lascia maggiormente perplessi. Gli spazi reali, fatti di mattoni secchi e coperti da volte e cupole, sono piuttosto piccoli. Anche se la stanza dipinta che raffigura re Davide si trova a sette metri sopra il livello del suolo medioevale, sembra una cripta. La struttura si trova accanto ad una struttura sacra nota come la Grande Chiesa di Gesù, che era probabilmente la cattedrale di Dongola e la chiesa più significativa del regno machiriano.
Secondo fonti arabe, la Grande Chiesa di Gesù istigò l'attacco di re Davide all'Egitto e la cattura dei porti di Aidhab e Assuan.

Fonte:
ilmattino.it


lunedì 18 aprile 2022

Sudan, memorie dal regno di Kush

Sudan, archeologi al lavoro in una struttura funeraria
(Foto: Michele R. Brizon)

Cumuli di rocce circolari punteggiano il paesaggio desertico del sito archeologico di Tombos, nel Sudan settentrionale. Questi veri e propri tumuli sono indice della presenza di tombe sotterranee utilizzate nel 2500 a.C. circa dagli abitanti che chiamavano questa regione Kush o Nubia.
La ricerca del XX secolo ha contribuito a portare maggiore attenzione su questa parte dell'antico Egitto conosciuta dagli studiosi come Kush, anche se questa nuova attenzione è stata in qualche modo macchiata da pregiudizi di natura razziale.
La Dottoressa Michele R. Buzon è co-direttrice, con il Dottor Stuart Tyson Smith, degli scavi a Tombos. Le sepolture, scoperte dal team archeologico diretto da entrambi, gettano nuova luce su molti aspetti della vita e della morte che si succedevano, migliaia di anni fa, in questa parte di Africa.
I resti degli antichi abitanti di Tombos rivelano informazioni sul loro stato di salute, sul lavoro che svolgevano, sulle infezioni dalle quali erano afflitti e sulla loro alimentazione. Le malattie cardiache, il cancro, le conseguenze di un lavoro duro lasciano segni indelebili sul corpo umano, segni che forniscono informazioni sulla situazione epidemiologica delle malattie in passato. A Tombos sono stati trovati, ad esempio, i resti di una donna adulta e di un bambino affetti da un disturbo della crescita. Dai resti di una donna anziana, vissuta fino a 60 anni di età, si evince che sia stata afflitta da artrite.
La struttura delle sepolture è indice del modo in cui i defunti rappresentavano se stessi e le loro famiglie dopo la morte. La sepoltura di un uomo di mezz'età comprendeva sia un letto che una bara, una curiosa combinazione delle pratiche tradizionali nubiane ed egiziane. La tomba conteneva anche ciotole in bronzo, una scatola in legno decorata, una serie di amuleti dalla valenza magica ed un deposito di armi in ferro che attestano il primo utilizzo del ferro in Nubia.
I ricercatori hanno scoperto che quando la Nubia era governata dall'Egitto, durante il Nuovo Regno (1200 a.C. circa), alcuni egiziani immigrati e gente del posto costruirono piramidi e tombe a camera in stile egiziano adibendole a sepolture. Contemporaneamente alcuni abitanti di Tombos privilegiarono la struttura tombale a tumulo, tipica del luogo.
Tombos è una località che si trova in corrispondenza della terza cateratta del Nilo, nel Sudan, a poca distanza da Kerma. Importante cava di granito della Nubia in epoca faraonica, la sua pietra venne utilizzata in gran parte per edificare statue e costruzioni tra il Delta del fiume e le regioni più meridionali del regno.
L'area di Tombos conserva numerose testimonianze del suo passato storico: dalla statua del faraone Taharqa (Nefertum Ra, XXV Dinastia), abbandonata da oltre 2700 anni, alle più antiche iscrizioni di epoca thutmoside che si ritrovano sulle rocce affacciate sul Nilo. La statua di Taharqa è riversa su un fianco dall'epoca in cui venne scolpita; forse per un errore o per un difetto della pietra, la scultura venne danneggiata rivelandosi inutilizzabile.

Fonte:
theconversation.com
wikipedia


sabato 12 giugno 2021

Sudan, riemerge la meravigliosa basilica di Dongola

Sudan, la chiesa medioevale di Dongola
(Foto: PCMA UW, M. Reklajtis)

Gli archeologi che stanno lavorando ad Old Dongola, nel Sudan, hanno trovato i resti di quella che potrebbe essere la più grande chiesa conosciuta nella Nubia medioevale. Potrebbe essere stata sede di un arcivescovo che governava la gerarchia ecclesiastica su un tratto del Nilo, compreso tra la I e la V cataratta. L'arcivescovo di Dongola sovrintendeva al vescovo di Faras, la cui cattedrale, con i suoi famosi dipinti murali, vennero scoperti dal Professor Kazimierz Michatowski 60 anni fa.
Secondo il Professor Artur Obluski, capo della spedizione a Dongola e direttore del Centro polacco di archeologia mediterranea dell'Università di Varsavia (PCMA UW), questa scoperta cambia non solo la nostra conoscenza della città stessa, ma anche il modo in cui ricostruiamo la storia della chiesa nubiana.
Dongola era la capitale della Makuria, uno dei tre regni cristiani nubiani. Gli archeologi del PCMA UW lavorano qui dal 1964, continuando la ricerca del Professor Michalowski. Nel 2021 gli archeologi hanno pulito il muro dell'abside della chiesa, insieme ad un muro adiacente e alla vicina cupola di una grande tomba. Le strutture sono ubicate nel pieno centro della città. Le pareti dell'abside, che era il luogo più sacro della chiesa, sono decorate da dipinti raffiguranti due ordini di figure monumentali. E' la più grande abside scoperta finora in Nubia: ha un diametro di 6 metri e la larghezza della chiesa alla quale apparteneva è stata stimata in 26 metri.
Il Dottor Obluski ha affermato che le dimensioni sono importanti ma è importante anche la posizione dell'edificio, posto nel cuore della città, capitale dei regni congiunti di Nobadia e Makuria. Ad est dell'abside venne aggiunto un grande edificio a cupola. L'edificio, secondo l'archeologo, ha una notevole analogia con un altro complesso architettonico, quello di Faras. Anche a Faras la cattedrale sorgeva al centro della cittadella e ad est di questa cattedrale si trovava la tomba a cupola di Joannes, vescovo di Faras. Le dimensioni della cupola, però, sono diverse: quella sopra la tomba di Joannes ha un diametro di 1,5 metri, mentre la cupola di Dongola ha un diametro di 6 metri.
Gli archeologi pensano che la grande chiesa di Dongola fungesse da cattedrale e che gli edifici sorti accanto ad essa erano sepolture vescovili. L'edificio appena scoperto è circondato da un muro alto circa 10 metri e spesso 5. Sembra che l'abside arrivi ad una profondità di nove metri, il che significa che si è conservata per un'altezza impressionante e che potrebbero esserci dipinti ed iscrizioni nelle pareti ancora da scoprire.
Per poter proseguire gli scavi, però, è necessario che l'intonaco murario indebolito e scrostato, deve essere rinforzato e poi accuratamente ripulito da strati di terra e depositi salini particolarmente dannosi per le pitture murali. 

Fonte:
Polish Centre of Mediterranean Archaeology, University of Warsaw

domenica 31 luglio 2016

Muri difensivi del Sudan cristiano

Una delle fortezze trovate nel Sudan (Foto: Bogdan Zurawski)
Tra il IV e il VI secolo d.C. furono costruite circa un centinaio di strutture difensive monumentali a 500 chilometri dall'attuale sud Egitto, nel cuore del Sudan. Gli archeologi polacchi hanno appena scoperto alcune delle loro funzioni.
Alcuni di questi bastioni difensivi avevano altezza e larghezza di diversi metri. A seconda del luogo dove sono stati edificati, vennero utilizzate pietre o mattoni di fango, a volte anche pietra e mattoni insieme. I blocchi sono tenuti insieme con malta di fango. Le mura corrono per diversi ettari di superficie.
La svolta nel cercare di capire l'utilizzo di queste strutture è avvenuta con lo scavo di una struttura fortificata rettangolare con una chiesa e nel mezzo del cortile un pozzo. Fino a qualche tempo fa la funzione di questo luogo non era ben chiara. Le mura che lo individuavano non erano dotate di torri angolari e il loro spessore era piuttosto esiguo. Questo ha portato gli archeologi a scartare l'idea di mura difensive.
Un'altra delle fortezze studiate dalla missione polacca in Egitto
(Foto: Bogdan Zurawski)
Quest'anno i ricercatori hanno scoperto delle scale in pietra che portavano alla sommità delle mura ed hanno cercato di capirne quale ne fosse l'uso. Il muro stesso si è rivelato più alto di quanto si fosse creduto prima. Sono state trovate tracce di trabucchi, dei dispositivi balistici che potevano gettare proiettili di pietra fino a 100 metri di distanza. La mancanza di abitazioni all'interno delle mura indica, secondo i ricercatori, la natura difensiva di queste costruzioni. La presenza dell'edificio religioso è rivelatrice del pensiero cristiano-medioevale, che vedeva nella chiesa la migliore delle macchine da difesa.
Le strutture difensive nubiane non avevano guarnigioni permanenti. Erano difesi da persone che vi si rifugiavano per sfuggire al pericolo. Il IV secolo d.C. - spazio temporale nel quale furono costruite queste particolari fortezze - fu il momento in cui crollò il Regno di Meroe ed i confini divennero, pertanto, piuttosto insicuri. Strutture difensive vennero costruite a 20-30 chilometri di distanza l'una dall'altra, intervallate da torri di osservazione che dovevano avvisare per tempo del pericolo.

Fonte:
archaeologynewsnetwork.blogspot.it

mercoledì 25 maggio 2016

Le meraviglie della chiesa di San Raffaele a Dongola

L'interno della chiesa dell'Arcangelo Raffaele a Dongola
(Foto: M. Rekljtis, Università di Varsavia)
La missione archeologica dell'Università di Varsavia ha scoperto il numero più grande di affreschi dell'VIII-IX secolo d.C. all'interno della chiesa di San Raffaele, che si trova nel complesso reale di Dongola, nel Sudan settentrionale. La chiesa sorge accanto ai resti di un palazzo medioevale.
Dongola era la capitale del potente regno di Makuria, che governò dal VI al XIV secolo l'area compresa tra la I e la V cateratta del Nilo. La potenza di questo regno è particolarmente esaltata dal fatto che l'esercito di Makuria fermò l'invasione musulmana nel VII secolo d.C.. La chiesa dedicata all'arcangelo Raffaele venne scoperta nel 2006. Lo studio della sua struttura è stato fondamentale per i ricercatori. Solamente nel 2015 è stata predisposta una copertura che ha permesso di iniziare scavi più approfonditi del complesso religioso.
Gli affreschi ritrovati raffigurano arcangeli, angeli, sacerdoti e santi del regno Nubiano a partire dal IX secolo. Originariamente ciascuna figura aveva una sorta di iscrizione che ne descriveva la funzione. Il Professor Wlodzimierz Godlewski, dell'Istituto di Archeologia dell'Università di Varsavia che lavora da lungo tempo da Dongola, ha attirato l'attenzione su una delle iscrizioni scoperte sul muro del battistero della chiesa di San Raffaele.
L'iscrizione riporta l'incontro dei vescovi del regno di Makuria con il re e l'arcivescovo di Dongola, che ebbe luogo proprio nella chiesa di San Raffaele. Quest'iscrizione sottintende, a detta dello studioso polacco, la divisione territoriale dell'autorità ecclesiastica del regno di Makuria. Alla riunione menzionata dall'iscrizione parteciparono il vescovo di Faras, una località dove, diversi decenni fa, un'altra spedizione archeologica polacca ha scoperto una chiesa con dipinti, alcuni dei quali si trovano, oggi, nel Museo Nazionale di Varsavia.
La chiesa di Dongola fu voluta e fatta realizzare da re Joannes, del quale, fino ad oggi, non si sapeva molto. L'iscrizione ne parla come di una persona molto importante all'interno della gerarchia ecclesiastica locale, un uomo che aveva anche una notevole influenza politica.
Un'altra importante scoperta fatta dalla missione archeologica polacca e la più antica immagine regale conosciuta di un re della dinastia Makuria fatta in una chiesa. L'affresco si trova nell'abside della chiesa di Dongola. Gli affreschi della chiesa sono stati fatti su intonaco di calce liscia. Gli artisti hanno utilizzato diversi pigmenti costosi, tra gli altri i lapislazzuli, utilizzati per il colore blu, cavati dagli affioramenti rocciosi che sono molto distanti dal luogo in cui sorgeva la chiesa.
Tra i ritrovamenti più interessanti vi è anche un pulpito costituito da blocchi di granito asportati da un tempio di età faraonica. Ancora oggi sono visibili le iscrizioni geroglifiche che decoravano i blocchi. Altro importante ritrovamento è il frammento di un'icona su legno, il primo del genere scoperto nel Sudan. L'icona ha una doppia rappresentazione, una su ogni lato. Da una parte vi è l'immagine della Vergine con una preghiera e dall'altra la raffigurazione di un governante locale. L'oggetto risale al periodo d'oro del regno di Makuria, tra l'VIII e il IX secolo d.C.

mercoledì 13 gennaio 2016

Sudan, scoperte importanti sul regno di Kush

Gli scavi del 2015 nel sito di Abu Erteila, Sudan (Foto: CEEMO)
Un team di archeologi italiani e russi ha fatto quella che sembra essere la scoperta più importante degli ultimi dieci anni. Si tratta di un altare in basalto, la base per una barca sacra ed un'iscrizione geroglifica. I reperti sono stati trovati ad Abu Erteila, a 200 chilometri da Khartum.
Il ritrovamento permetterà di gettare una nuova luce sulla civiltà nubiana, che fiorì tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.. La missione è finanziata dall'Istituto Internazionale di Studi Mediterranei e Orientali (ISMEO) e dall'Istituto di Studi Orientali dell'Accademia Russa delle Scienze e le scoperte sono arrivate all'ottava stagione di scavi, che sono stati condotti tra novembre e dicembre 2015.
I ricercatori sono impegnati nell'interpretazione del testo geroglifico, ma sono riusciti già ad individuare i cartigli con i nomi di una coppia reale. Si tratta del faraone Natakamani e della regina Amanitore, che regnarono durante l'età dell'oro della civiltà meroitica, sviluppatasi in Nubia.
Amuleto a forma di corona e statuetta di leone
trovati negli scavi di Abu Erteila
(Foto: Fantusati-Lebedev)
I resti sono emersi dalle rovine di un tempio probabilmente distrutto da un incendio e si sta attualmente procedendo alla datazione delle rovine tramite Carbonio14. La base che doveva ospitare la barca sacra si trovava nel naos, o sala centrale del tempio, che ospitava una divinità nubiana che, periodicamente, veniva posta sulla barca stessa in occasione di una processione rituale.
Il regno di Kush era un antico regno africano che prosperò tra il 1070 a.C. e il 350 d.C.. La capitale del regno era Napata ed i re kushiti governarono l'Egitto come faraoni durante il Terzo Periodo Intermedio. Furono, in seguito, espulsi dal Paese dagli Assiri di Esarhaddon. Il regno sopravvisse fino all'impero romano, che si impadronì anche del loro territorio.
La prima campagna di scavi ad Abu Erteila è stata inaugurata nel 2008, con il sostegno delle autorità sudanesi.
Natakami governò Kush (oggi Sudan) dall'1 a.C. circa fino al 20 d.C.. Fu uno dei più importanti faraoni del periodo meroitico. Venne preceduto dalla madre, la regina Amanishakheto. Amanitore, sua moglie, fu anche co-reggente e, probabilmente, gli succedette sul trono kushita. Furono gli ultimi grandi costruttori di Kush, noti per il ripristino di antichi templi e per la costruzione della piramide di Meroe. Edificarono anche la città di Naqua, in cui si trova il tempio di Apedemak, uno dei monumenti più noti del Sudan, oltretutto in ottimo stato di conservazione.
Il palazzo reale di Natakamani e di Amanitore si trovava a Gebel Barkal. E' stato scavato per diversi anni, nel 2001 dalla missione archeologica dell'Università "La Sapienza" di Roma, che ha scoperto le camere che appartenevano alla famiglia reale, il deposito, pieno di preziosi manufatti, e diverse altre strutture.

sabato 28 giugno 2014

Risolto il mistero dell'armata scomparsa di Cambise?

Geroglifici egizi (Foto: Università di
Leida)
E' uno dei più grandi misteri archeologici degli ultimi tempi: 50.000 uomini letteralmente scomparsi nel deserto egiziano nel 524 a.C.. Ora, forse, il Professor Olaf Kaper, dell'Università di Leida, potrebbe aver scoperto il mistero.
Lo storico greco Erodoto racconta la storia del re persiano Cambise che affrontò il deserto con un'armata di 50.000 uomini, svaniti nel nulla forse, ipotizza lo storico greco, inghiottiti da una duna sabbiosa. Cambise, figlio di Ciro il Grande, aveva sconfitto, a Pelusio, il faraone Psammetico. Arrivato a Tebe divise l'esercito in due: una parte venne inviata a sud per sottomettere gli Etiopi, l'altra parte si addentrò nel deserto occidentale per raggiungere l'oasi di Siwa, distante 800 chilometri. Non si conosce il motivo di questa "spedizione". Erodoto afferma che dopo sette giorni l'armata raggiunse una località a 200 chilometri da Tebe, l'"isola dei beati" (forse El Kharga). Poi puntò a nord dove, appunto, venne sommersa da un vento carico di sabbia, il Khmsin.
L'egittologo Professor Olaf Kaper non ha mai creduto a questa ipotesi ed ha avanzato un'ipotesi diversa. Egli sostiene che l'esercito non è scomparso, ma sia stato semplicemente sconfitto in battaglia.
La ricerca del Professor Kaper dimostra che la destinazione dell'armata era l'oasi di Dachla, dove erano attestate le truppe del faraone ribelle Petubastis III. L'esercito di Cambise, praticamente, cadde in una vera e propria imboscata nel tentativo di riconquistare parte dell'Egitto che era stata sottratta al dominio persiano.
La vicenda dell'armata "scomparsa" nel deserto si è ammantata di mistero anche perché Dario I, re dei persiani, alla fine risolse la rivolta egiziana in un bagno di sangue che vendicò la terribile sconfitta inflitta a Cambise. Dario attribuì quest'ultima, in seguito, ad eventi naturali e questa "spiegazione" fu quella che, per secoli, venne ritenuta credibile.
Il Professor Kaper ha fatto questa scoperta in modo accidentale. Negli ultimi dieci anni è stato coinvolto in una ricerca condotta congiuntamente dalla New York University e dall'Università di Lecce nell'oasi di Dachla. Quest'anno, poi, il Professor Kaper ha decifrato l'elenco completo dei titoli di Petubastis III presenti sui templi antichi. Questi titoli gli hanno confermato che l'oasi di Dachla doveva essere un'importante roccaforte già all'inizio del dominio persiano in Egitto.
In un documentario di qualche anno fa, i fratelli archeologi Alfredo e Angelo Castiglioni hanno girato un documentario che riassume più di 40 anni di esplorazione nelle lande più desolate poste tra Libia, Egitto e Sudan. I fratelli Castiglioni sono diventati celebri per la scoperta della città d'oro Berenice Panchrysos. Nel documentario i due archeologi espongono quelle che ritengono essere le prove definitive per la soluzione del mistero dell'armata scomparsa.
I fratelli Castiglioni hanno puntato su una strada carovaniera che da Tebe puntava verso nord, esistente già ai tempi della XVIII Dinastia. Per verificare la loro ipotesi, i Castiglioni hanno cercato i punti di rifornimento di acqua e, attraverso indagini geologiche, hanno ritrovato le tracce di sorgenti ora disseccate ed hanno riportato alla luce i resti di numerose anfore sepolte ai piedi di una collina a formare un'oasi artificiale, predisposta in attesa dei 50.000 uomini di Cambise. Le indagini hanno confermato che le anfore risalivano all'epoca della conquista persiana. Sulle antiche mappe, hanno scoperto i fratelli Castiglioni, Siwa era indicata nel posto sbagliato, a un centinaio di chilometri più a sud di quanto non fosse in realtà. Probabilmente, secondo i due archeologi, fu proprio questo errore a determinare la tragedia dell'armata scomparsa. I soldati, convinti di essere vicini alla meta, vennero seppelliti da una tempesta di sabbia.
I fratelli Castiglioni hanno ritrovato resti di quelli che ritengono essere gli uomini di Cambise ai piedi di una falesia nel deserto. Accanto ai resti umani hanno trovato punte di freccia che ritengono appartenere alle armi dei soldati persiani. In una caverna non lontano dalla falesia, lunga circa 35 metri, hanno ritrovato altre punte di freccia, un pugnale, parte dei finimenti di un cavallo, frammenti ossei e ceramici.
Non lontano dalla caverna, poi, grazie all'aiuto di un beduino che aveva "esplorato" già in precedenza il luogo, i fratelli Castiglioni hanno ritrovato altri resti umani, un orecchino d'argento, le perle di una collana ed una fossa comune nella quale ritengono siano stati ammassati i resti di alcuni uomini dell'armata di Cambise.

lunedì 19 maggio 2014

Latrine e vecchi graffiti nel Sudan

El-Ghazali, la chiesa settentrionale (Foto: Miron Bogacki)
In una chiesa nubiana nel Sudan settentrionale sono stati trovati i resti di una grande latrina e diversi graffiti. La chiesa è il monastero cristiano dell'oasi di El Ghazali, a circa 15 chilometri dalla città di Merowe, in una regione conosciuta per le piramidi dei Faraoni Neri. Il monastero è stato scoperto nel 1821 ed è stato scavato tra il 1953 ed il 1954.
La chiesa è piuttosto grande per gli standard della Nubia medioevale, misurando 28,10 metri di lunghezza e 13,9 di larghezza. E' stata costruita con mattoni di fango ed aveva la tipica disposizione delle chiese medioevali nubiane, un'architettura basilicale a tre navate, l'interno era intonacato e coperto di graffiti.
Una squadra di archeologi e restauratori polacchi ha appena completato una missione di tre mesi nella regione. Si aspettavano di trovare un cimitero, facente parte del complesso monastico bizantino, dove dovevano essere sepolti i personaggi più eminenti della comunità che qui viveva. La scoperta delle latrine del monastero medioevale è stata una vera e propria sorpresa.
Le latrine poste lungo la parete orientale del monastero
(Foto: Artur Obluski)
Lungo la parete est del monastero gli archeologi hanno riportato alla luce una fila di 15 servizi igienici, che non hanno fatto altro che comprovare che il vicino monastero era abitato da una folta comunità di monaci e visitato da molti pellegrini. Un gruppo di restauratori ha lavorato fianco a fianco agli archeologi, i loro sforzi si sono concentrati soprattutto sulla pulizia e la messa in protezione dell'intonaco della chiesa, che risale alla prima metà del VII secolo d.C.
Le pareti della chiesa erano coperte da uno spesso strato di fango che, una volta asportato, ha restituito l'aspetto originario delle pareti, di un bianco quasi abbagliante. Talmente tanto abbagliante che gli archeologi ed i restauratori hanno dovuto lavorare al mattino presto o nel tardo pomeriggio.
Orlo di vaso con, graffito, il nome Angeloforos (Foto: M. Korzeniowska)
La pulizia delle pareti ha permesso anche di scoprire decine di iscrizioni precedentemente sconosciute e disegni raffiguranti santi e immagini del Cristo. Lo studio delle iscrizioni è stato affidato al Dottor Grzegorz Ochala, dell'Università di Varsavia. I primi risultati delle sue analisi mostrano che, come in molti altri luoghi della Nubia, il culto degli angeli era estremamente popolare ad El-Ghazali. Sulle pareti della chiesa, infatti, il Dottor Ochala ha individuato i nomi dei quattro arcangeli: Michele, Gabriele, Raffaele ed Uriel.
Gli archeologi hanno anche scoperto una ciotola in ceramica che reca inciso il nome di un sacerdote: Angeloforos, letteralmente "colui che porta la notizia". Secondo il Dottor Ochala anche questo nome sottolinea ulteriormente la venerazione per gli angeli.
El-Ghazali è uno dei due più importanti luoghi di culto della Nubia medioevale situati al di fuori della Valle del Nilo. Il monastero si trova nel Wadi Abu Dom, la valle che attraversa il deserto di Bajuda, un tempo frequentata via commerciale dell'Africa nordorientale. La dimensione del complesso monastico è pari a quella del monastero di Santa Caterina in Egitto.

mercoledì 18 dicembre 2013

I monaci del regno di Makuria

La cripta ritrovata nella Old Dongola, nell'attuale Sudan
(Foto: Centro Polacco di Archeologia, Archivi del
Mediterraneo)
E' stata scoperta e scavata una cripta medioevale di 900 anni fa ad Old Dongola, la capitale medioevale di un perduto regno che fiorì nella Valle del Nilo. La cripta contiene sette corpi mummificati naturalmente ed ha le mura coperte di iscrizioni.
Old Dongola si trova nel moderno Sudan ed era la capitale di Makuria, un pacifico regno cristiano che intratteneva rapporti commerciali con il vicino islamico. Una delle mummie appartiene, secondo gli studiosi, a Monsignor Georgios, probabilmente il più potente leader religlioso dell'antico regno. Il suo epitaffio è stato ritrovato nelle vicinanze, in esso si dice che il religioso morì nel 1113, all'età di 82 anni.
Le iscrizioni ritrovate sulle pareti della cripta, dipinte con inchiostro nero su un sottile strato di calce, sono state redatte in greco e in Sahidic copto. Le iscrizioni comprendono estratti dai Vangeli di Luca, Giovanni, Marco e Matteo, nomi magici, segni ed una preghiera dettata, è scritto, dalla Vergine Maria. Le iscrizioni sono state redatte da un certo Ioannes, che ha lasciato la sua firma su tre o forse quattro mura. Le iscrizioni servivano, probabilmente come protezione per i defunti contro le potenze del male. Miravano a salvaguardare la tomba ma, soprattutto, chi vi era stato sepolto durante il passaggio dalla morte alla loro presentazione di fronte al trono di Dio.
I corpi mummificati appartenevano a sette uomini di età non inferiore ai 40 anni, ha affermato l'antropologo Robert Mahler, ricercatore dell'Università di Varsavia, che ha esaminato i resti. La cripta fu chiusa definitivamente dopo la sepoltura dell'ultimo corpo. L'ingresso è stato murato con mattoni rossi legati tra loro con malta di fango.
I corpi custoditi nella cripta ritrovata in Old Dongola
(Foto: Wlodzimierz Godlewski)
Ad operare sul luogo è la Missione archeologica polacca diretta da Wlodzimierz Godlewski. L'abbigliamento delle mummie appare molto ben conservato, ha detto la specialista in tessuti Barbara Czaja-Szewczak. Gli uomini erano vestiti molto semplicemente, con vesti in lino. Alcuni dei defunti portavano croci.
La cripta è stata trovata la prima volta nel 1993 sempre dalla Missione polacca, guidata allora dal Professor Stefan Jakobielski. Il suo scavo non è stato completato prima del 2009. Durante gli scavi i corpi che la cripta conteneva sono stati rimossi e studiati, le pareti sono state pulite e le iscrizioni registrate e studiate con maggiore attenzione.
Nel momento in cui fu creata la cripta, Makuria era un regno al suo apice. I suoi sovrani regnavano da Old Dongola sul gran parte dell'attuale Sudan e su parte dell'Egitto. Siamo in un periodo compreso tra l'VIII e il XII secolo d.C.. Sicuramente determinante, nel successo del regno di Mankuria, fu la sua capacità di intrattenere buoni rapporti con il vicino califfato fatimide, che controllava l'Egitto e con il quale vi erano fiorenti relazioni commerciali. Molti sudditi di Mankuria servirono nell'esercito fatimida.
La fine del regno di Makuria è arrivata quando la dinastia Ayyubide prese il controllo dell'Egitto, nel 1171 d.C.. In quell'occasione venne lanciata una campagna di invasione nel nord di Makuria, che determinò un periodo di declino e la perdita di indipendenza del regno.

lunedì 8 luglio 2013

Il Medioevo in Sudan, Dongola

Gli affreschi ritrovati a Dongola, in Sudan
(Foto: W. Godlewski)
Una parte ben conservata di una fortificazione medioevale e tracce di dipinti all'interno di una chiesa di IX secolo sono stati scoperti nella vecchia Dongola, in Sudan, da archeologi polacchi.
La cittadella di Dongola si trova su una roccia elevata sulla riva del Nilo. Un tempo era circondata da fortificazioni di V e VI secolo d.C., nelle quali si imbatterono alcuni archeologi. Ma mai, prima d'ora, gli studiosi avevano ritrovato frammenti così ben conservati. Quest'anno gli scavi hanno permesso di scoprire una torre conservata per un'altezza di 8 metri. Le torri di Dongola erano strutture imponenti erette utilizzando mattoni essiccati al sole frammisti a pietre. Sono state edificate a distanze regolari di 32-35 metri l'una dall'altra. La torre appena scoperta è stata datata alla fine del VI e gli inizi del VI secolo d.C., il rivestimento esterno in mattoni è stato aggiunto nel XV-XVI secolo. La torre è stata ben presto occultata dalla sabbia del deserto e alcune dei suoi mattoni sono stati utilizzati per costruire pareti di abitazioni.
La torre di Dongola (Foto: W. Godlewski)
Un altro risultato eccezionale ottenuto dalla missione polacca è costituito dai dipinti della chiesa adiacente al palazzo di re Joannes, del VI secolo d.C.. La chiesa era una grande basilica con pareti e pilastri circolari e conservati per un'altezza di oltre 4 metri. L'intonaco dove sono stati dipinti gli affreschi è gravemente danneggiato ed ha necessitato, durante lo scavo, di cure continue. I dipinti raffigurano Cristo, Maria, santi, angeli ed arcangeli e sono accompagnate da iscrizioni in greco ed in nubiano antico, queste ultime, probabilmente, aggiunte in un momento successivo.
Gli archeologi ritengono che la chiesa sia stata costruita nel IX secolo, quando la città era nel suo momento di massima fioritura. Dongola era la capitale della Makuria cristiana e tale rimase fino al XIV secolo. Il regno si estendeva dalla zona settentrionale del Sudan meridionale di oggi fino in Egitto. Gli scavi sono stati avviati dal Professor Kazimierz Michalowski, fondatore della scuola polacca di archeologia mediterranea.

martedì 7 maggio 2013

Scoperto il palazzo di Amanitore

La regina nubiana Amanitore
Il Ministro delle Antichità, del Turismo e della fauna selvatica del Sudan, l'ingegner Abdul Karim al-Hud, ha annunciato la scoperta del nuovo tempio e del palazzo della regina meroitica Amanitore (1-20 d.C., conosciuta anche come Candace, dalla parola cushita kdke che vuol dire "regina madre") a Wad Banaga. Ad effettuare la scoperta è stata una missione archeologica cecoslovacca.
Si tratta della prima scoperta legata alla regina Amanitore ritrovata lontana dal suo regno, situato a Bijrawiya.
Amanitore era la regina dell'antico regno di Meroe, conosciuta anche come Nubia. Il suo nome in egiziano era Merkare. E' stata descritta come una regina guerriera, comandante in capo delle sue truppe in battaglia. Il suo palazzo reale di Gebel Barkal è patrimonio Unesco. La regina è stata seppellita nella sua piramide di Meroe, una tomba con base quadrata di circa sei metri per lato.
Amanitore e suo marito Natakamani furono gli ultimi grandi costruttori di Kush. Ripristinarono il grande tempio di Amon a Meroe ed a Napata, dopo che questo era stato demolito dai Romani. Durante il regno dei due sovrani nubiani, furono costruite anche delle cisterne per la conservazione dell'acqua in tutto il Paese. I sovrani eressero, nella città di Naqa, un tempio alla divinità Apedemak, pervenuto a noi in buono stato di conservazione. Il tempio mostra interessanti commistioni di stili dalla Valle del Nilo alle influenze greche e Romane.

Tunisia, Numluli: una città dalle molte vite

Tunisia, gli scavi di Numluli (Foto: Unione Sarda) Nel governatorato tunisino di Béja , gli archeologi stanno riportando alla luce una città...