sabato 28 dicembre 2013

Ritrovata la testa di una statua faraonica

La testa di faraone ritrovata sulla riva occidentale di Luxor
La missione archeologica congiunta egiziano-spagnola ha riportato alla luce una grande testa in granito. Si tratta della testa di una statua di un non meglio identificato faraone del Nuovo Regno, emersa durante uno scavo di routine al tempio funerario di Tuthmosis III, sulla riva occidentale di Luxor.
La testa è alta 29,6 centimetri e larga 24,3 e raffigura un volto rotondo, sicuramente un faraone, con una parrucca. Il naso è stato danneggiato, gli occhi recano tracce di kohl, le sopracciglia sono folte. Si trovava sepolta in una buca sul lato nord del secondo cortile del tempio.
Il tempio di Tuthmosis III è un tempio di dimensioni ridotte ma estremamente raffinato, situato accanto al tempio funerario di Hatshepsut a Deir el-Bahari. Venne scoperto nel 1962, durante alcuni lavori di restauro condotti da una missione di scavo polacca guidata dall'archeologo Kazimierz Michalowski. Il tempio, purtroppo mal conservato, venne dedicato al dio Amon-Ra. Un altro tempio funerario appartenente a Tuthmosis III si trova a breve distanza.

Sweyn, re d'Inghilterra per 40 giorni

I resti umani ritrovati sotto la cattedrale di Roskilde. Forse si tratta
di quel che rimane di re Sweyn o di suo padre Harold Bluetooth
25 dicembre 1013, il re danese Sweyn Forkbeard viene dichiarato re di tutta l'Inghilterra e pone la sua capitale a Gainsborough.
Non aveva un carattere facile, re Sweyn. Depose suo padre Harold Bluetooth e dichiarò guerra all'Inghilterra. Con il figlio Canuto al suo fianco, esattamente mille anni fa, progettò e portò a compimento un'invasione su larga scala dell'isola oltremanica. Eppure questo re è stato a lungo dimenticato.
Uno dei motivi per questa storica dimenticanza sta proprio nella condotta di Sweyn che, una volta invasa l'Inghilterra, non lesinò devastazioni e orribili sofferenze alla popolazione. Persino i bambini vennero impalati vivi dalle truppe di questo sovrano di origine vichinga.
Re Ethelred aveva ordinato, nel 1002, l'eliminazione fisica di tutti i danesi residenti in Inghilterra in quello che venne ricordato come il massacro di San Brice. Forse è da ricercarsi in questo episodio la radice della furia devastatrice di re Sweyn. Un altro dei motivi per cui la storia dei questo semisconosciuto sovrano non è stata mai raccontata è la mancanza di prove fisiche rimandanti alla sua epoca.
Gainsborough, la Old Hall dove Sweyn venne proclamato re
Un tempo Gainsborough ospitava una fortificazione là dove oggi sorge la Old Hall e dove è possibile scorgere ancora l'antico fossato alimentato dal vicino fiume Trent. Indizi della presenza di un accampamento militare si trovano anche nei pressi delle colline che circondano la città. Proprio a Gainsborough si era sposato, nell'868 d.C., Alfredo il Grande. Molti abitanti di Gainsborough sono discendenti diretti dei vichinghi danesi.
Il figlio di re Sweyn, Canuto, abbracciò il cristianesimo e diede origine ad una vera e propria svolta nella storia di Gainsborough. La conversione al cristianesimo comportò, per Canuto, l'abbandono di moltissime tradizioni della sua gente. Entro il 1018 Canuto era diventato il re più potente dell'epoca. Il suo dominio si estendeva dall'Inghilterra, alla Danimarca, alla Norvegia e questo gli fruttò il titolo di Grande.
La figura di Sweyn fu sicuramente oscurata dalle figure più grandi di suo padre Harold Bluetooth e di suo figlio Canuto il Grande. La mancanza di un corpo o di una tomba è un altro fattore da non sottovalutare, nella storia di questo sovrano vichingo, il cui figlio venne sepolto nella cattedrale di Winchester.
Anche nella morte Sweyn conservò il mistero. Fu ucciso solo 40 giorni dopo la sua salita al trono. Alcuni voglio che fosse stato assassinato dal fantasma di Sant'Edmondo, ucciso a sua volta dai predecessori vichinghi di Sweyn. Gli archeologi hanno scoperto dei resti sotto la cattedrale di Roskilde, che sorge sul sito di un'antica chiesa in legno voluta da Harold Bluetooth, ma non sono ancora riusciti a stabilire a chi appartengono.

venerdì 27 dicembre 2013

Antichi segreti di antichi palazzi fiorentini

Gli scavi nei sotterranei di Palazzo Medici Riccardi a Firenze
(Foto: Nove.Firenze.it)
Firenze romana. Emergono le tracce dell'antica città che precedette l'attuale nell'ambito del programma per la conservazione, valorizzazione e potenziamento museale di Palazzo Medici Riccardi. Gli scavi sono condotti dalla Provincia di Firenze.
Le tracce emerse riguardano la città preromana e si distendono, nel tempo, fino alla Firenze capitale d'Italia. E' riemerso anche un tratto dell'antico corso del torrente Mugnone, che i Romani avevano deviato per bonificare la zona e costruirvi una villa, i cui resti hanno restituito ai ricercatori strumenti di medicina, attività del probabile proprietario. Tra questi resti si fa notare soprattutto una statuetta utilizzata per studiare l'anatomia umana, finora l'unica di questo genere.
Firenze, Palazzo Medici Riccardi (Foto: Wikipedia)
Dagli scavi è emerso anche un pezzo della quinta cerchia muraria di Firenze, eretta tra il 1172 e il 1175. Negli scantinati, tra il limo e la sabbia, è stata riconosciuta la sponda naturale del torrente Mugnone che quando fu fondata Florentia scorreva nei pressi dell'attuale Palazzo Medici Riccardi, in direzione dell'Arno. In epoca romana (II secolo d.C.), il corso del torrente venne regimentato e la zona circostante, che aveva natura paludosa e acquitrinosa, venne bonificata attraverso il riversamento di terra da zone limitrofe abbandonate. I reperti di questo periodo sono piuttosto frammentari ma appartengono tutti a classi ceramiche romane. Sono oggetti per il gioco e l'igiene personale, resti di pavimentazione e di affreschi parietali.
Alcuni oggetti sono di metallo, si tratta degli strumenti medico-chirurgici e della piccola statuetta di rame che appartenevano, forse, al proprietario della villa che qui insisteva un tempo. Gli archeologi hanno recuperato anche un cucchiaio-contagocce, parte sempre del medesimo corredo.
Una struttura di fondazione della villa era costituita da anfore, delle quali ne sono state recuperate sei, ritrovate in cerchio, che trasportavano salse di pesce dalla Betica e dalla Lusitania. Le anfore sono state datate ad un periodo compreso tra il I e il II secolo d.C. e sono state utilizzate per impedire che l'acqua del Mugnone risalisse e rendesse umido il terreno. Le anfore isolavano il terreno fungendo da intercapedine e preservando la struttura loro soprastante.
Vasetto in vetro forse per salse, ritrovato nelle fondamenta
di Palazzo Medico Riccardi (Foto: Unonotizie)
Nella fondazione del palazzo è stata intercettata anche una struttura muraria di epoca medioevale. E', forse, questa la quinta cerchia muraria di Firenze, già riportata alla luce durante gli scavi degli anni '80 in via de' Gori. Nei sotterranei del palazzo nobiliare è stato, poi, ritrovato un forno, fatto costruire dal marchese Giuseppe Riccardi per servire la cena alle sue ben 250 persone di servizio in occasione della festa da ballo in onore dell'Arciduca Ferdinando d'Asburgo e di sua moglie Maria Beatrice d'Este, festa che si tenne proprio a Palazzo Medici Riccardi.
Notizie del forno, ancora in ottimo stato di conservazione, si hanno nel 1814, quando il palazzo venne ceduto al Demanio. Nello strato di riempimento che nascondeva la struttura è stata recuperata una forchetta a quattro rebbi, un modello detto "Fiddle Thread", diffuso dalla fine del XVIII fino al XIX secolo. Accanto alla forchetta si annoverano anche dei recipienti da mensa in vetro, identificati come contenitori per il sale e per le salse piccanti, i cui primi esemplari fecero la loro comparsa nel XV secolo.

La misteriosa Teocaltitan

Una delle strutture ritrovate a Teocaltitan
(Foto: Proyecto Archeologico Teocaltitàn-Inah)
Gli archeologi dell'Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (Inah) stanno esplorando un sito archeologico a pochi chilometri da San Juan de los Lagos, dove un tempo sorgeva il secondo santuario più frequentato del Messico. Si va svelando una parte del misterioso passato pre-ispanico dello stato di Los Altos de Jalisco. Il centro cerimoniale è conosciuto come Teocaltitan.
Sono almeno 23 gli edifici costruiti 1500 anni fa, tra il 450 e il 900 d.C., distribuiti su 20 ettari di terreno che formano la parte più alta della collina di Teocaltitan. Si tratta di un luogo particolare, dal punto di vista archeologico, perché pervenuto fino ai nostri giorni praticamente intatto. Qui sono stati  identificati piazze, giardini a forma di U, piramidi, campi per il gioco della palla.
Gli scavi veri e propri partiranno nel 2014 dalla Piattaforma A di Teocaltitan, dove si trovano diversi strati di costruzione. La maggior parte degli edifici e degli oggetti sono stati ritrovati ad ovest e lungo il lato nord di quello che un tempo era uno stadio per il gioco della palla. Qui sono riemerse dal terreno figurine, pietre, perline turchesi che avevano parte in qualche rito che qui si svolgeva. Il ritrovamento di alcuni orecchini di rame a conchiglia fa pensare che questo centro cerimoniale venne utilizzato anche in epoca post-classica (900-1200 a.C.). Gli orecchini sono stati rinvenuti accanto al teschio di una persona presumibilmente decapitata.
Nel 2012 è stato scavato, nei pressi, un altare dove sono state rinvenute anche delle sepolture secondarie, vale a dire dei defunti le cui ossa sono state collocate qui dopo essere state prelevate da un'altro luogo di sepoltura. Gli archeologi pensano che anche questo sia un indizio della rioccupazione del centro di Teocaltitan nel periodo post-classico.

giovedì 26 dicembre 2013

Scoperto un canale sacro in Perù

Il canale scavato a Cuzco
Gli archeologi che stanno lavorando a Cuzco, in Perù, hanno annunciato di aver scoperto un canale scavato dagli Inca dove i servitori attingevano l'acqua da portare al sovrano durante le celebrazioni di Inti Raymi. Il canale si trova nel complesso archeologico della fortezza di Sacsayhuaman, che si erge al di sopra della città di Cuzco.
Gli scavi sono iniziati qualche mese, quando i ricercatori hanno notato una sorta di filtraggio dell'acqua dal terreno. Il canale, che giaceva ad un metro e mezzo di profondità, è lungo 16 metri per 15 centimetri di larghezza ed è profondo un metro, si trova nel parcheggio per i visitatori dell'area archeologica ma non è pare essere stato danneggiato dal via vai dei veicoli.
Gli archeologi pensano che il canale convogli le acque di una sorgente che si trova sul limite settentrionale della fortezza di Sacsayhuaman a Cuzco. Queste acque venivano utilizzate durante la più importante cerimonia religiosa degli Inca, l'Inti Raymi, in cui si rendeva omaggio ad Inti, dio del Sole. Il canale serviva anche a riempire le vasche per i giovani vincitori nella cerimonia di iniziazione del Warachicuy ed è menzionato nelle cronache dello spagnolo Juan de Polo Ondegardo y Zarate, del 1571. Il suo uso è continuato per tutto il periodo coloniale.
L'Inti Raymi segnava il solstizio d'inverno nelle Ande. Si celebrava solitamente il 24 giugno ed era una delle quattro feste più importanti che si tenevano a Cuzco. Durava nove giorni e comprendeva balli e sacrifici. Considerata una festa pagana, venne abolita nel 1572 dal viceré Francisco de Toledo.

mercoledì 25 dicembre 2013

I villaggi medioevali abbandonati della Spagna

Veduta aerea della zona dove sorgeva il villaggio di Zornotegi
(Foto: UPV/EHU)
L'insediamento medioevale spagnolo di Zaballa venne abbandonato nel XV secolo. La costruzione, al centro di questo insediamento di un monastero, nel X secolo, determinò lo sviluppo di questo villaggio, creando un efficace sistema di produzione e scambio di beni, in seguito perfezionato e specializzato dai signori locali che perseguivano già allora il massimo profitto. La successiva creazione delle città, portò al progressivo spopolamento di questo villaggio.
Oggi gli archeologi dei Paesi Baschi si stanno impegnando a ricostruire e salvaguardare il patrimonio rurale attraverso lo studio degli insediamenti come Zaballa, che sono circa 300, per lo più abbandonati. Tra le scoperte fatte dai ricercatori vi sono le evidenti tracce di campi a schiera "creati" già nel X secolo e perfettamente rintracciabili nel paesaggio. Questi campi furono utilizzati, a Zaballa, prevalentemente per la coltivazione intensiva della vite.
Studi archeo-botanici sulle sementi ritrovate negli scavi e sui pollini, hanno provato l'esistenza della coltivazione specializzata della vite, in questo luogo, già nel X secolo. Sono stati rinvenuti anche strumenti metallici collegati a questo sfruttamento della terra. Un altro insediamento medioevale abbandonato,quello di Zornotegi (Salvatierra) ha restituito prove che sui campi terrazzati si coltivavano cereali. Gli archeologi stanno portando avanti un vero e proprio "scavo dei paesaggi", lasciando da parte il concetto comune di sito quale luogo in cui si concentrano monumenti o elementi abitativi.
Zornotegi, pur essendo stata fondata nello stesso periodo della nascita di Zaballa, presenta apparentemente una storia di maggiore eguaglianza sociale. Nella società di Zornotegi non vi erano sostanziali differenze sociali né un esercizio dispotico dei poteri feudali che, in altri contesti, finirono per minare la salute della comunità.

Ritrovate quattro tombe in Cina

Parte degli oggetti laccati ritrovati nelle sepolture ritrovate a Tianhui
(Foto: Chengdu Institute of Cultural Relics)
Molti preziosi reperti sono stati recuperati in quattro sepolture ritrovate nella città di Tianhui, in Cina, nella provincia sudoccidentale del Sichuan. Si tratta di tombe della dinastia Han (206 a.C. - 24 d.C.).
I reperti comprendono quattro modelli di telaio utilizzati per la fabbricazione del broccato di Sichuan, nove libri di medicina, alcuni dei quali sono risultati essere dei trattati scritti dal medico Bian Que ed oltre 240 oggetti laccati tra cui orecchini, scatole per gioielli, piatti, astucci e cavalli. Le tombe contenevano anche 50 tavolette di legno incise con 20.000 caratteri cinesi.

domenica 22 dicembre 2013

Ritrovate le reliquie della regina Ketevan

La regina Ketevan, santa della Chiesa Ortodossa
Le analisi del Dna hanno confermato che le reliquie rinvenute dagli archeologi tra le rovine della chiesa di S. Agostino a Goa, nell'India di sudest, sono probabilmente quelle della regina Ketevan, vissuta nel XVII secolo, sovrana del regno di Kakheti, nella Georgia orientale.
Archeologi della Georgia, unitamente a studiosi indiani, sono dal 1989 sulle tracce delle reliquie della regina Ketevan che, secondo la tradizione, dovevano trovarsi nella chiesa di S. Agostino, fondata nel 1572.
Nel 1613 Shah Abbas, imperatore di Persia, conquistò il regno georgiano di Kakheti, imprigionandone la regina. Ketevan fu tenuta in prigione per dieci anni a Shiraz, nel sud dell'Iran, poi, nel 1624, l'imperatore cercò di convertirla alla fede islamica e di inserirla suo harem. Ketevan si oppose agli ordini di Shah Abbas e fu torturata e strangolata il 22 settembre 1624.
Un anno prima della sua morte, due frati agostiniani erano arrivati a Shiraz per fondarvi una missione. Costoro riuscirono a conquistare la fiducia di Ketevan e divennero i suoi confessori. Dopo la morte della regina, i religiosi ne nascosero il corpo. Nel 1627 alcune parti di quest'ultimo vennero portati a Goa e custoditi in una scatola nera o in un sarcofago di pietra, nella cappella del capitolo del convento di Sant'Agostino.
Nel corso del tempo il convento è stato ampliato e ricostruito, ma nel 1835 la chiesa subì una parziale demolizione e nel 1842 crollò la volta principale. Il convento, allora, decadde definitivamente e i preziosi reperti in esso contenuti furono o venduti o persi. Nonostante si conoscesse la posizione esatta delle reliquie della regina Ketevan, però, non fu possibile ritrovarle. Fu ricostruita una mappa dell'edificio religioso in base alle fonti letterarie e con l'aiuto di storici locali. Un intervento topografico all'interno del convento, nel 2004, con il supporto della mappa, ha permesso agli studiosi di localizzare, finalmente, i supposti resti della regina.
Il sarcofago in pietra in cui questi resti erano custoditi è stato trovato in pezzi a causa del crollo del muro della chiesa. Un osso del braccio della regina è stato trovato tra le macerie, altre reliquie ossee sono state recuperate fuori dall'area dell'edificio religioso. Dati archeologi e storici erano, dunque, coerenti con quanto era stato tramandato della regina Ketevan. Il supporto della biologia cellulare e molecolare, poi, ha permesso di isolare il Dna mitocondriale dalle ossa. Questo Dna non era simile a nessuno degli individui del sub continente indiano, mentre due su 30 giorgiani sottoposti ad analisi hanno lo stesso aplogruppo. L'osso ritrovato a Goa, dunque, apparteneva con molta probabilità proprio alla regina Ketevan.

Gli unni sapevano fondere il ferro

Resti di un forno per la fusione del ferro in Mongolia
(Foto: Ehime University)
Gli archeologi hanno scoperto resti di forni per la fusione del ferro utilizzati dagli Unni, i quali cominciano ad apparire ben diversi dal semplice popolo nomade e conquistatore che si era creduto finora.
In realtà sembra che la società unna fosse piuttosto complessa, con un sofisticato sistema di divisione del lavoro e della produzione. La scoperta è stata fatta da un gruppo di ricercatori Giapponesi e Mongoli.
Gli Unni erano un popolo nomade che, tra il III e il I secolo a.C., viveva sull'altopiano mongolo e nelle regioni adiacenti. Finora si era creduto che il ferro di cui si servivano per forgiare le armi provenisse dalla Cina. Invece gli scavi, che si protraggono dal 2011 e che sono condotti da un team congiunto di ricercatori della Ehime University of Ancient Culture e dell'Istituto di Archeologia dell'Accademia delle Scienze della Mongolia, hanno scavato cinque piccoli forni utilizzati per la fusione del ferro a circa 120 chilometri ad est di Ulan Bator, capitale della Mongolia.
Un altro forno per la fusione del ferro (Foto: Ehime University)
I resti dei forni hanno permesso agli archeologi di capire che essi venivano utilizzati non soltanto per forgiare le armi per i temibili guerrieri unni, ma anche per creare oggetti di uso quotidiano, alcuni dei quali sono stati rinvenuti nel sito. La datazione al carbonio ha permesso di fissare al I secolo a.C. la creazione di questi forni, le cui forme variano da diverse decine di centimetri ai due metri di larghezza, con un profondità di 30-40 centimetri o anche maggiore. A volte al di sotto del forno sono state scoperte delle vere e proprie gallerie colme di carbone tenuto separato dalle scorie del ferro. Si pensa che molti di questi forni siano stati del tipo sotterraneo, prototipi dei quali sono stati spesso scoperti nelle regioni del Mar Nero e dell'Asia centrale.

Antiche tombe vietnamite

Gli oggetti ritrovati nell'antico sito di Bac Nan, in Vietnam
(Foto: Thanh Nien News)
Nella provincia di Bac Kan, nel nordest del Vietnam, sono state ritrovate delle sepolture risalenti a 6000 anni fa.
Sei sepolture sono state scavate a 180 chilometri da Hanoi, per datarle gli archeologi sono ricorsi all'esame dei gusci di lumaca rinvenuti all'interno delle tombe. Gli scheletri dei proprietari delle sepolture sono stati ritrovati in frantumi, privi di teschi e di denti. Gli archeologi pensano che questi ultimi siano stati utilizzati in alcuni riti propri del sudest asiatico, in cui si rubavano i teschi dei nemici per carpirne il potere.
Due dei sei scheletri sono stati ritrovati sepolti con degli utensili intagliati nella pietra. La scoperta è considerata una pietra miliare per lo studio della preistoria della regione di Bac Kan, in particolare, e del Vietnam in generale. La grotta è nota, infatti, per essere stata la dimora di molte generazioni di uomini primitivi. I primi ad abitarla furono gli uomini e le donne della cultura Bac Son (5000-4000 a.C.), mentre gli ultimi abitanti sono vissuti nella tarda Età della Pietra.
Oltre agli strumenti in pietra, nelle sepolture appena scoperte sono stati ritrovati oggetti in pietra e ceramica, tra i quali gioielli ed utensili che rappresentano le due culture vissute nel sito. Gli archeologi hanno anche raccolto molti campioni di spore per effettuare ricerche sull'ambiente della zona.

sabato 21 dicembre 2013

Restauri italiani per il Museo di Alessandria d'Egitto

L'Italia ha deciso di finanziare il restauro del Museo greco-romano di Alessandria d'Egitto, che potrà, pertanto, riaprire i battenti dopo un lungo periodo di stasi. Il Museo, infatti, è stato chiuso per cinque anni.
Il Museo greco-romano di Alessandria d'Egitto contiene la più vasta raccolta al mondo di arte greco-romana. La sua riapertura è prevista entro 18 mesi. La raccolta è ospitata in un edificio del XIX secolo. Recentemente Mohamed Ibrahim, responsabile delle antichità egiziane, ha firmato un accordo con l'ambasciatore d'Italia in Egitto, Maurizio Massari, per riprendere i lavori di restauro del museo. L'istituzione, infatti, vanta una lunga storia di mecenatismo italiano, dal momento che il suo primo direttore fu Giuseppe Botti, così come italiani furono gli amministratori successivi fino al 1952, data della rivoluzione egiziana.
Il Museo venne fondato nel 1892 dai membri di una piccola associazione nota come Athenaeum (ora Società Archeologica di Alessandria), preoccupati dal flusso di reperti nelle collezioni private. I reperti vennero trasferiti nella sede attuale nel 1895 e vennero nel contempo aperte le prime dieci gallerie. Da allora il Museo ha incrementato la sua collezione ed oggi comprende 27 gallerie ed un'area espositiva allestita nel giardino, dedicata agli oggetti risalenti al periodo che dal IV secolo a.C. al III secolo d.C.

Pan è tornato a Samsun

Il busto di Pan ritrovato nella provincia di
Samsun (Foto: AA)
Numerosi antichi manufatti sono stati ritrovati nella provincia turca di Samsun, la greca Sampsunda, dai quali gli scienziati si attendono una nuova lettura della storia della regione.
Durante gli scavi presso il View Terrace Park, sono riemersi resti di epoca romana, tra i quali il busto marmoreo di Pan, una candela in bronzo con testa di toro, un candeliere, sempre in bronzo, ed altri oggetti che attualmente sono custoditi nel Museo di Samsun.
Gli scavi condotti nella regione, secondo le informazioni fornite dal Ministero della Cultura e del Turismo, sono circa 350 ed impegnano archeologi provenienti da tutto il mondo: Germania, Francia, Belgio, Stati Uniti, Giappone, Paesi Bassi, Svezia, Svizzera, Italia e Canada.

Le prime raffigurazioni di ragni

La parete con la rappresentazione dei ragni nell'oasi
di Kharga (Foto: Salima Ikram)
Gli archeologi hanno scoperto l'unica, finora, rappresentazione di un ragno nell'arte rupestre egiziana e, se l'ipotesi sarà confermata dalla ricerca, di tutta l'antichità.
La parete rocciosa che riporta la raffigurazione, tagliata in due, si trova in un wadi dell'oasi di Kharga, nel deserto occidentale egiziano, a circa 175 chilometri da Luxor. Alla raffigurazione sta lavorando l'egittologa Salima Ikram, Professoressa presso l'Università americana del Cairo, che dirige il Nord Kharga Survey Project.
La datazione dell'incisione è incerta, per cui il ragno potrebbe risalire al 4000 a.C. o, addirittura, ad epoca preistorica, prima che l'antico Egitto fosse unificato sotto la corona di un unico faraone. La parete principale mostra quelli che sembrano essere due ragni con una stella. Compaiono anche disegni "a pettine", ancora non interpretati, che la Professoressa Ikram suppone possano essere delle ragnatele con insetti intrappolati o delle piante.
Un altro pezzo della stessa roccia, che pare essere stato rotto, raffigura le medesime creature con uno stile diverso, più piatto, che forse doveva ritrarre un insetto simile ad un ragno. La scoperta, comunque, lascia gli archeologi con molti interrogativi, soprattutto sul perché la gente che abitava l'oasi di Kharga abbia voluto raffigurare dei ragni.
Ci sono prove che gli antichi Egizi conoscevano ed erano incuriositi dai ragni. Gli unici geroglifici relativi all'insetto si trovano nei testi religiosi che si occupano di una cerimonia funeraria, la cosiddetta "apertura della bocca", un rito eseguito sulla mummia del defunto per restituire a quest'ultimo l'uso dei sensi nell'aldilà.
Probabilmente la chiave del mistero si trova nello stesso deserto occidentale dove sono state ritrovate le misteriose incisioni. Lo specialista in ragni Hisham El-Hennawy afferma che vi sono dei ragni, della specie Argiope Lobata, che vivono proprio in questo deserto e che riescono a sopravvivere al calore del sole. Proprio la capacità di questa specie di sopravvivere ad un calore così intenso potrebbe aver attirato l'attenzione degli antichi abitanti dell'oasi di Kharga, che potrebbero aver rappresentato questi ragni come atto di reverenza religiosa ed aver fatto degli insetti una sorta di totem sciamanico. E' anche possibile che, anticamente, l'oasi di Kharga fosse popolata di ragni ed è questa un'ipotesi sulla quale stanno lavorando i ricercatori.

Trapanazioni craniche sulle Ande

Uno dei crani ritrovati in Perù con segni di trapanazione
(Foto: Danielle Kurin)
I ricercatori hanno le prove che gli antichi guaritori peruviani praticavano una procedura chirurgica che comportava la rimozione della volta cranica. Lo strumento utilizzato di sovente era un trapano a mano e l'operazione consentiva di trattare una varietà di disturbi, dalle lesioni alla testa alla depressione.
Le "prove" di quest'antica pratica sono state rinvenute durante gli scavi nelle grotte sepolcrali della provincia andina centro meridionale di Andahuaylas, in Perù, dove sta lavorando la bioarcheologa Danielle Kurin ed il suo team, dell'Università di Santa Barbara. Gli archeologi hanno riportato alla luce i resti di 32 individui del Periodo Tardo Intermedio (1000-1250 a.C.) che riportavano le prove di ben 45 diverse procedure di trapanazione.
Secondo la Professoressa Kurin le trapanazioni al cranio hanno fatto la loro prima apparizione sugli altopiani andini centromeridionali tra il 200 e il 600 d.C., anche se questa tecnica non fu applicata ovunque. La zona dove stanno lavorando gli archeologi fu per circa 400 anni, dal 600 al 1000 d.C., una provincia prospera di un impero misconosciuto chiamato Wari, che crollò per ragioni ancora tutte da stabilire. Durante il periodo del tracollo dell'impero Wari, le tecniche di cura delle ferite e di problemi di altra natura avanzarono di pari passo con le guerre e le invasioni.
La bioarcheologa Danielle Kurin
La ricerca della Professoressa Kurin ha evidenziato diversi tipi di trapanazione. Alcuni "guaritori" hanno utilizzato il taglio, per esempio, altri hanno impiegato il trapano a mano, quasi stessero sperimentando tecniche diverse. Dall'esame degli scheletri rinvenuti nelle grotte, si deduce che alcune di queste operazioni sperimentali al cranio abbiano avuto successo, dal momento che sono stati individuati i segni della ricrescita dell'osso, che solitamente impiega diversi anni per riformarsi. Diversi pazienti, pertanto, sono sopravvissuti. Altri crani, invece, specialmente quelli in cui la trapanazione è stata eseguita con trapani a mano, non mostrano segni di ricostruzione della parte ossea lesa malgrado il paziente abbia continuato a vivere.
Da notare che era proibito praticare la trapanazione del cranio su donne e bambini. Quando un paziente sopravviveva poteva fungere da esempio per accrescere la fama del guaritore di turno. Sulla ferita, dopo l'operazione, si usava mettere delle poltiglie a base di erbe, delle quali gli archeologi hanno ritrovato traccia. Segni, questi, che non si trattava di pure e semplici esercitazioni su individui condannati, ma vere e proprie operazioni che dovevano consentire all'individuo di tornare a vivere la sua vita.
I resti rinvenuti nelle grotte di Andahuaylas costituiscono, forse, il più grande deposito di individui con operazioni al cranio che si conosca, dal momento che i teschi con tracce di trapanazione rinvenuti in precedenza, sono completamente decontestualizzati e giacciono in musei e collezioni sparsi per il mondo.

Sulle tracce della via dell'ambra in Friuli

Il recente scavo promosso e condotto dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia sul versante meridionale del colle di San Pietro a Zuglio (Udine), ha portato immediatamente scoperte molto interessanti. Si tratta della individuazione di un abitato preesistente a quello di epoca romana, nel quale è stata individuata un'area di raccolta e lavorazione dell'ambra.
Gli scavi precedentemente condotti nella medesima località tra il 1995 e il 2003, avevano già individuato i resti di un abitato disposto su terrazzamenti, con case dotate di alti zoccoli murari, focolari angolari e, forse, rialzati in legno. La ceramica recuperata all'epoca fu datata ad un periodo compreso tra l'VIII e il VI secolo a.C.
Gli scavi del 2004 permisero di individuare i resti di un'unità abitativa datata al IV-III secolo a.C., a cui si erano sovrapposti resti di epoca romana.
Questi precedenti fanno pensare ad un villaggio di Carni, abbandonato quando il pianoro sottostante vide la costruzione dei primi edifici dell'abito di Iulium Carnicum. Gli scavi di quest'anno hanno confermato che gli impianti delle case erano in legno, anche se sono ancora molti gli interrogativi sull'organizzazione interna delle abitazioni. L'area era sicuramente ancora frequentata in età romana, dal momento che è stata rinvenuta una moneta di epoca traianea. Una stradina, costruita durante la prima occupazione romana, portava alla sommità del colle di S. Pietro.
La scoperta sicuramente più interessante rimane, però, l'area di raccolta e lavorazione dell'ambra, risalente alla fase precedente la romanizzazione. L'ambra venne lavorata solo a partire dal tardo I secolo a.C. in laboratori specializzati ad Aquileia e questo ritrovamento apre tutta una serie di congetture da verificare e di scenari da indagare sulla via dell'ambra che, secondo alcuni, dall'area danubiana attraversava i passi alpini carnici.

Sulla via delle epidemie a S. Pietro a Badia Pozzeveri

L'Abbazia di S. Pietro a Badia Pozzeveri
L'Abbazia camaldolese di S. Pietro a Badia Pozzeveri, in provincia di Lucca, custodiva un "segreto" archeologico importante per lo studio delle malattie e del loro evolversi in Europa. Si tratta di alcuni scheletri, ritrovati da Giuseppe Vercellotti, Clark Larsen (Ohio State University) e Hendrik Poinar (McMaster University).
I tre studiosi conducono da tre anni una campagna scavi mirata proprio a recuperare resti di un passato di malattie ed epidemie. Li studiano e li sottopongono all'analisi degli isotopi radioattivi.
L'Abbazia di S. Pietro a Badia Pozzeveri è posta lungo il percorso della via Francigena, la via percorsa dai pellegrini che, dal nord Europa, si recavano a Roma e poi fino al sud Italia, dove si imbarcavano per la Terrasanta. Si trattava di cavalieri, monaci e contadini che, oltre al misero bagaglio del pellegrino, sovente recavano con loro i virus di epidemie letali.
Quanto recuperato dagli studiosi a Badia Pozzeveri, permette di confrontare i genomi di individui di diverse classi sociali e di diverse epoche storiche. Questo consente di conoscere come vivevano e morivano queste persone ma anche come si sono evoluti gli organismi patogeni in tempi di carestia, guerra e spostamenti di truppe armate nel territorio della penisola.
L'interno dell'Abbazia di Pozzeveri
I pellegrini, molto probabilmente, furono i diffusori di epidemie quali quelle del vaiolo, del morbillo, del tifo, della tubercolosi, del colera e, soprattutto, della peste. Una specifica zona degli scavi nei pressi dell'Abbazia, infatti, ospita i resti di coloro che morirono di Morte Nera, la terribile epidemia di peste che uccise metà della popolazione europea tra il 1348 e il 1350. Agente provocatore dell'epidemia devastante fu lo Yersinia Pestis, come risultò da alcuni esami condotti su resti ritrovati a Londra nel 2011. I resti disotterrati nell'Abbazia di San Pietro permetteranno di studiare meglio il diffondersi del contagio e la sua virulenza.
L'Abbazia è nominata per la prima volta in alcuni documenti del 952 relativi a dei trasferimenti di proprietà di un'area boschiva e zone limitrofe da parte di Uberto, margravio di Tuscia e figlio di Ugo di Provenza, a Teudimondo Fraolmi. Nel 1039 un altro documento fa cenno ad un primo coagularsi di case e persone nel Burgo de Poctieuli, dotato di due chiese: la chiesa di S. Stefano e la chiesa di S. Pietro. Contemporaneo, in Toscana, fu il fenomeno dell'incastellamento a difesa dalle frequenti sortite dei Saraceni. L'ultimo documento che parla del Borgo de Poctieuli risale al 1044, dopo di che non si ha più notizia di questo agglomerato che, molto probabilmente, deve aver subito il fenomeno dello spopolamento.
Nel 1056 i primi sacerdoti danno vita ad una comunità nella chiesa di S. Pietro, nel tentativo di ripopolare la zona. La presenza di un abbas quale rettore del monastero fa la sua comparsa nel 1103, anno in cui è menzionata la presenza di un ospedale annesso al monastero e in stretto rapporto con il percorso della Francigena. Molte sono le donazioni effettuate all'abbazia in questo periodo e per tutto il corso del XII e XIII secolo. La comunità monastica si mantiene grazie alla coltivazione del terreno ma, soprattutto, attraverso la molitura e l'allevamento del bestiame.
Fasi dello scavo all'Abbazia di Pozzeveri
(Foto: Ohio State University)
Le guerre continue portano al progressivo abbandono dell'abbazia, i cui monaci si trasferiscono a Lucca. L'ultimo abbate fu un tale Agostino, che resse l'abbazia dal 1388 al 1408, praticamente privo di monaci.
Del periodo medioevale rimane la struttura della torre campanaria, almeno fino ad un tratto, dal momento che la chiesa ha subito un notevole intervento di restauro nel XIX secolo. Originariamente presentava un aspetto romanico, con unica navata, abside e transetto. L'abside rimanda ai migliori esempi di romanico lucchese del XII secolo. La base della torre campanaria risale, invece, al secolo precedente, epoca della prima canonica di Pozzeveri.
I resti del refettorio, del capitolo, del chiostro e degli ambienti in cui vivevano i monaci sono completamente sepolti. L'area cimiteriale occupava la parte retrostante l'abside della chiesa e quella adiacente al fianco nord. Qui sono emersi i resti più antichi, individui sepolti singolarmente in fosse delimitate da ciottoli in arenaria, datati anteriormente alla costruzione dell'edificio romanico.
Vicino al campanile è stato anche individuato un cosiddetto "paradisino", un cimitero per bambini, che ha restituito molte sepolture infantili risalenti al '700. Al di sotto di questo cimitero sono emerse le sepolture che gli archeologi definiscono "da catastrofe", vale a dire sepolture per morti collettive.
E' stata anche scavata una tomba collettiva, contenente gli scheletri di dieci individui e risalente al XII-XIII secolo. Si tratta, con tutta probabilità, di una famiglia benestante legata all'abbazia.

giovedì 19 dicembre 2013

L'armatura dell'imperatore

L'armatura ritrovata nella sepoltura
dell'imperatore Qin Shihuangdi
(Foto: Xinhuanet)
Xi'an, capitale della regione di Shaanxi, nella Cina occidentale, è famosa per il mausoleo di Qin Shi Huang, altrimenti noto come il luogo dei Guerrieri di Terracotta. La cittadina venne dichiarata, nel 1987, Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco. Si tratta della tomba imperiale sotterranea più grande mai scoperta e di recente ha restituito nuovi reperti.
Nel Museo del Mausoleo dell'imperatore Qinshihuang's, sono in mostra alcune armature in pietra recentemente restaurate. Ogni pezzo di armatura ha una forma diversa ed è collegato agli altri da fili di bronzo che ne garantiscono la flessibilità. La prima armatura restaurata si compone di 612 pezzi divisi in tre parti. Ogni pezzo mostra i fori in cui andavano inseriti i fili di bronzo. Il casco che completava l'armatura era strutturato per adattarsi al volto di chi lo indossava.
Gli archeologi hanno intenzione di scavare una superficie di 13.000 metri quadrati. Ora sono sono a 500 metri quadrati. In questa zona sono state trovate decine di pezzi di armature di pietra, compresi i caschi. Finora sono stati ricomposti 87 pezzi, ma gli archeologi prevedono di riuscirne a mettere insieme più di 6000. Alcuni pezzi di armatura sono piuttosto grandi ed erano destinati alle armature dei soldati; i pezzi più delicati erano riservati alle armature dei generali dell'esercito.
Sono state scoperte, oltre ad armature ed elmetti, anche protezioni per i cavalli e pezzi di ricambio per le carrozze. Questi reperti portano a pensare che il tentacolare Museo dell'Imperatore contenesse anche un enorme magazzino per armature.

I Neanderthaliani usavano seppellire i morti?

Il pozzetto della grotta di La Chapelle-aux-Saints, dove sono state scoperte
delle ossa neanderthaliane (Foto: C. Beauval, Az. Archéosphére)
I dati emersi da uno studio antropologico suggeriscono che gli uomini di Neanderthal seppellivano intenzionalmente i loro defunti. Praticamente i neanderthaliani potrebbero aver posseduto forme complesse di pensiero, soprattutto per quel che riguarda il trattamento e il culto dei morti.
Le prime evidenze di questa teoria sono emerse dallo scavo di una sepoltura neanderthaliana a La Chapelle-aux-Saints, in Francia, nel 1908. La sepoltura conteneva delle ossa ben conservate e proprio lo stato di conservazione ha fatto pensare agli scienziati che i Neanderthal usavano seppellire i loro morti prima ancora che quest'uso fosse ripreso dagli umani moderni arrivati in Europa occidentale. All'epoca la teoria sembrò piuttosto azzardata e si finì per parlare di una sepoltura casuale, non intenzionale.
Le scoperte degli ultimi dieci anni, però, hanno riportato in auge la teoria dell'intenzionalità di sepoltura, suggerendo che i neanderthaliani erano capaci di elaborare idee complesse ed avevano accenni di un comportamento mentale. Per venire a capo di questa controversia, tra il 1999 e il 2012 gli archeologi ed i paleontologi hanno scavato sette grotte a La Chapelle-aux-Saints, dove venne scoperto il primo "sacrario" degli uomini di Neanderthal. La difficoltà maggiore è stata quella di convincere la comunità scientifica che questo sito, scavato agli inizi del '900, poteva ancora fornire interessanti informazioni.
Nelle grotte di Chapelle-aux-Saints sono state ritrovate le ossa di due bambini e un adulto, unitamente ad alcune ossa di bisonte e renne. Non sono stati rinvenuti segni di utensili o altre prove che potessero sottolineare lo scavo intenzionale delle sepolture. L'analisi geologica del pozzo in cui sono state rinvenute le ossa, profondo 39 centimetri, ha, però, evidenziato l'intervento umano.
Inoltre, quando gli scienziati hanno riesaminato i resti dei Neanderthal ritrovati nel 1908, hanno scoperto che le loro ossa avevano poche crepe, non presentavano segni di erosione naturale dovuta ad agenti atmosferici oppure ad animali. Queste caratteristiche hanno ulteriormente rafforzato l'ipotesi che questi individui furono sepolti rapidamente ed intenzionalmente, al fine di proteggerne le ossa.
Rimane tuttora incerto quale fosse il significato di questa sepoltura e se fosse pratica comune presso i Neanderthal. A questo scopo sarà necessario confrontare i dati recentemente raccolti con altri provenienti da sepolture dello stesso periodo e della stessa regione. Molti dei resti provengono da vecchi scavi che dovranno, per questo, essere rianalizzati e discussi.

mercoledì 18 dicembre 2013

I monaci del regno di Makuria

La cripta ritrovata nella Old Dongola, nell'attuale Sudan
(Foto: Centro Polacco di Archeologia, Archivi del
Mediterraneo)
E' stata scoperta e scavata una cripta medioevale di 900 anni fa ad Old Dongola, la capitale medioevale di un perduto regno che fiorì nella Valle del Nilo. La cripta contiene sette corpi mummificati naturalmente ed ha le mura coperte di iscrizioni.
Old Dongola si trova nel moderno Sudan ed era la capitale di Makuria, un pacifico regno cristiano che intratteneva rapporti commerciali con il vicino islamico. Una delle mummie appartiene, secondo gli studiosi, a Monsignor Georgios, probabilmente il più potente leader religlioso dell'antico regno. Il suo epitaffio è stato ritrovato nelle vicinanze, in esso si dice che il religioso morì nel 1113, all'età di 82 anni.
Le iscrizioni ritrovate sulle pareti della cripta, dipinte con inchiostro nero su un sottile strato di calce, sono state redatte in greco e in Sahidic copto. Le iscrizioni comprendono estratti dai Vangeli di Luca, Giovanni, Marco e Matteo, nomi magici, segni ed una preghiera dettata, è scritto, dalla Vergine Maria. Le iscrizioni sono state redatte da un certo Ioannes, che ha lasciato la sua firma su tre o forse quattro mura. Le iscrizioni servivano, probabilmente come protezione per i defunti contro le potenze del male. Miravano a salvaguardare la tomba ma, soprattutto, chi vi era stato sepolto durante il passaggio dalla morte alla loro presentazione di fronte al trono di Dio.
I corpi mummificati appartenevano a sette uomini di età non inferiore ai 40 anni, ha affermato l'antropologo Robert Mahler, ricercatore dell'Università di Varsavia, che ha esaminato i resti. La cripta fu chiusa definitivamente dopo la sepoltura dell'ultimo corpo. L'ingresso è stato murato con mattoni rossi legati tra loro con malta di fango.
I corpi custoditi nella cripta ritrovata in Old Dongola
(Foto: Wlodzimierz Godlewski)
Ad operare sul luogo è la Missione archeologica polacca diretta da Wlodzimierz Godlewski. L'abbigliamento delle mummie appare molto ben conservato, ha detto la specialista in tessuti Barbara Czaja-Szewczak. Gli uomini erano vestiti molto semplicemente, con vesti in lino. Alcuni dei defunti portavano croci.
La cripta è stata trovata la prima volta nel 1993 sempre dalla Missione polacca, guidata allora dal Professor Stefan Jakobielski. Il suo scavo non è stato completato prima del 2009. Durante gli scavi i corpi che la cripta conteneva sono stati rimossi e studiati, le pareti sono state pulite e le iscrizioni registrate e studiate con maggiore attenzione.
Nel momento in cui fu creata la cripta, Makuria era un regno al suo apice. I suoi sovrani regnavano da Old Dongola sul gran parte dell'attuale Sudan e su parte dell'Egitto. Siamo in un periodo compreso tra l'VIII e il XII secolo d.C.. Sicuramente determinante, nel successo del regno di Mankuria, fu la sua capacità di intrattenere buoni rapporti con il vicino califfato fatimide, che controllava l'Egitto e con il quale vi erano fiorenti relazioni commerciali. Molti sudditi di Mankuria servirono nell'esercito fatimida.
La fine del regno di Makuria è arrivata quando la dinastia Ayyubide prese il controllo dell'Egitto, nel 1171 d.C.. In quell'occasione venne lanciata una campagna di invasione nel nord di Makuria, che determinò un periodo di declino e la perdita di indipendenza del regno.

Una lapide ebraica, la menorah, la città di Zoar

La lapide custodita nel Museo di Sacramento
(Foto: James Estrin/The New York Times)
E' stata ritrovata, in Giordania, la sepoltura di una donna morta 1600 anni fa, della quale si conosce il nome e il luogo della morte, attraverso una lapide che si trova fuori dalla Giordania, ma non l'età e le cause della sua scomparsa.
Ad effettuare la scoperta alcuni studenti della Yeshiva University ed un professore soprannominato l'ebraico Robert Langdon, in riferimento al personaggio creato dallo scrittore Dan Brown nel "Codice da Vinci".
Nel marzo 2012 il Professor Steven Fine, direttore del Centro degli Studi Ebraici di Yeshiva, scrisse un articolo per la rivista Biblical Archaeology Review sulle lapidi ebraiche della città di Zoar, che molti studiosi collocano sulle rive del Mar Morto. Una di queste, quella che reca il nome della donna defunta, era custodita nella collezione del Museo Woodland di Archeologia biblica, poco lontano la città di Sacramento. La lapide non era stata tradotta.
Il Professor Fine ed alcuni suoi studenti, pertanto, decisero di cimentarsi con la traduzione del prezioso reperto, che era stato inciso con parole della lingua aramaica. La traduzione ha richiesto diverso tempo. La lapide è ricavata dall'arenaria ed è delle dimensioni di un blocco note. Costituisce una finestra aperta sulla vita e la morte nel mondo antico, in particolare sulla vita e la morte a Zoar.
Zoar era una grande città cristiana, una città in cui si dirigeva il pellegrinaggio dei fedeli, ma che contava anche un numero notevole di popolazione ebraica.
Gli studenti che stanno studiando la lapide (Foto: James Barron)
Gli studenti che si applicavano alla traduzione della lapide di Sacramento sapevano che le lapidi provenienti da Zoar erano state scoperte nel XX secolo. Esse mostrano chiaramente le differenze nei riti funerari tra ebrei e cristiani. Le pietre tombali cristiane erano spesso scritte in greco e contenevano i classici simboli della fede cristiana: una croce, un pesce o degli uccelli. Le lapidi ebraiche, invece, erano scritte in aramaico, una lingua interpretabile solo dagli ebrei. Queste lapidi spesso recano inciso il simbolo della menorah.
Nella lapide di Sacramento, scritta in aramaico, non è stato individuato il nome del padre della donna defunta. Non si conosce nemmeno l'età della donna, dal momento che questa non è indicata nelle lapidi ebraiche. Gli studenti hanno pensato di poter risalire alla datazione della lapide sulla base dei parallelismi che si possono ricavare dai dati incisi. Uno di questi è il tempio di Gerusalemme, distrutto dai Romani nel 70 d.C.. Questo sistema è stato utilizzato dagli ebrei di Grecia fino alla Seconda Guerra Mondiale, l'ultima volta è stata a Corfù, prima che i nazisti rastrellassero gli ebrei che vivevano lì.
Confrontando i dati in possesso dagli studenti con quelli storici noti, gli studiosi si ritengono sicurei che la donna a cui si riferiva la lapide è morta 362 anni dopo la distruzione del tempio. Tra i simboli incisi sulla lapide, il Professor Fine ha individuato una pala d'incenso, simbolo di cerimonie in un tempio.

domenica 15 dicembre 2013

Il lungo viaggio del Galata morente

Il Galata morente, custodito ai Musei Capitolini di Roma
Per la prima volta una delle più importanti e famose opere d'arte dell'antichità, il Galata morente, risalente al I-II secolo d.C., è esposto all'estero, in mostra dal 12 dicembre 2013 al 16 marzo 2014 negli Stati Uniti, nella National Gallery of Art di Washington.
La scultura raffigura un guerriero gallico poco prima della sua morte, con il volto sconvolto dal dolore per una ferita mortale ricevuta al petto. La scultura venne ritrovata nei giardini di Villa Ludovisi a Roma, con un'altra scultura, quella del Gallo che uccide la moglie e si suicida. Furono rinvenuti durante gli scavi di fondazione della villa, tra il 1621 e il 1623. Si tratta di copie romane di originali greci in bronzo del III secolo a.C., che dovevano commemorare la vittoria di Attalo I di Pergamo sui Galli. Non si conosce esattamente l'identità del geniale scultore, alcuni parlano di Epigono, artista al servizio dei sovrani di Pergamo tra il 263 e il 197 a.C..
In origine la scultura, ed altre ad essa simili, quali il Galata suicida, erano poste su un alto basamento circolare, quasi al centro della terrazza del monumento pergameno. Il Galata morente indossa il tòrques, un collare di metallo ritorto utilizzato dalle popolazioni galliche.
La zona di Villa Ludovisi era occupata, nell'antichità, dalle residenze lussuose delle ricche famiglie romane e coincideva, più o meno, con la zona degli Horti Sallustiani appartenuti a Cesare, in seguito allo storico Sallustio e poi entrati a far parte del demanio imperiale. Molti studiosi ritengono che il Galata facesse originariamente parte della decorazione degli Horti.
Particolare del volto del Galata morente
Inizialmente le sculture non furono identificate come raffigurazioni di guerrieri gallici. Le prime testimonianze, risalenti al 1623, parlano di un gladiatore morente, per quanto riguarda il Galata. In seguito, la presenza di una tromba alla base della scultura indusse l'archeologo e storico dell'arte Johann Winckelmann (1717-1768) a individuare nella possente scultura un araldo greco. Si dovette aspettare qualche anno perché la scultura fosse riconosciuta per quello che era realmente. Allora la fama del Galata morente si diffuse rapidamente, grazie anche ad un'incisione dell'artista francese François Perrier. Nel 1737 la scultura fu acquistata da papa Clemente XII per il Museo Capitolino e qui restò fino al 1797, quando per volontà di Napoleone venne ceduta ai francesi e raggiunse Parigi per essere esposta durante l'inaugurazione del Musée Central des Arts il 9 novembre 1800. Da qui venne rimossa, grazie anche all'interessamento di Canova, nel 1815. Tornò a Roma nel 1816, dove venne ricollocata nel riorganizzato Museo Capitolino in una stanza appositamente dedicata.
Copie a dimensioni reali furono commissionate dal re Filippo IV di Spagna (1621-1665) e da Luigi XIV di Francia (1661-1715).

Ritrovato un antico biberon in Puglia

Il guttus ritrovato in Puglia, contenente sonagli in terracotta
(Foto: Soprintendenza Archeologica della Puglia)
Gli archeologi italiani hanno scoperto, in Puglia, una terracotta antica lavorata a forma di maialino che, probabilmente, doveva avere le funzioni del moderno biberon.
Conosciuto con il nome latino di guttus, l'oggetto risalirebbe a 2400 anni fa, quando la Puglia era abitata dai Messapi, una popolazione immigrata dall'Illiria (la parte occidentale della penisola balcanica) intorno al 1000 a.C.. All'interno del guttus erano presenti dei sonagli che dovevano indurre il bimbo a dormire dopo aver preso il latte. Il maialino di porcellana è tra gli oggetti che sono stati ritrovati a Manduria, vicino Taranto, durante dei lavori che hanno riportato alla luce una tomba messapica.
La sepoltura, tagliata nella roccia, era decorata con ocra e bande di colore blu. Conteneva i resti di due individui appartenenti - secondo il costume messapico - allo stesso nucleo familiare. In un angolo sono stati rinvenuti altri resti ossei, relativi ad una sepoltura più tarda che "usurpò" la precedente. Gli archeologi, coordinati dal Dottor Arcangelo Alessio della Soprintendenza Archeologica della Puglia, hanno finora recuperato trenta oggetti di corredo, che sono stati puliti e restaurati. Nel corredo erano compresi piatti, lampade, vasi unguentari, tre guttus per il nutrimento di neonati e due statuette femminili.
Il corredo recuperato dalla sepoltura messapica
(Foto: Gianfranco Dimitri/Soprintendenza Archeologica della Puglia)
Alcuni degli oggetti, come un bacile dipinto in nero ed una lama da coltello suggeriscono che la sepoltura conteneva i resti di un uomo, mentre la presenza di una sepoltura femminile è stata dedotta dal ritrovamento di un vaso in ceramica messapica chiamato trozzella, dotato di quattro piccole ruote ai vertici del manico. Versioni diverse di questo vaso sono state rinvenute spesso nelle tombe delle donne messapiche.
Le analisi condotte sui reperti e sul contesto funebre portano a ritenere che le due sepolture risalgono al periodo ellenistico, tra il IV e il II secolo a.C.. La presenza del guttus potrebbe, invece, essere addebitabile ad una terza sepoltura, forse quella di una bimba appena nata, come suggerito dalle statuette in terracotta recuperate dalla medesima tomba. Queste ultime, infatti, erano spesso collocate nelle sepolture di ragazze morte in giovane età. Gli archeologi ipotizzano, anche, che la donna sepolta fosse incinta, al momento della morte. Le ossa del bimbo che portava in grembo, con il tempo, si sarebbero completamente decomposte.

Monaci ingegneri in Polonia

Il monastero polacco di Monte Santa Croce (Foto: PAP2013/Piotr Polak)
Gli archeologi polacchi hanno scoperto un complesso ed esteso sistema per la raccolta delle acque in un monastero polacco sul Monte Santa Croce. La scoperta, secondo gli studiosi, getta una nuova luce sulle modalità con le quali i monaci affrontarono e risolsero i problemi di approvvigionamento idrico nel passato.
Gli archeologi hanno esplorato il chiostro del XV secolo del monastero dove hanno trovato il rivestimento in pietra della parte superiore di una cisterna, che si trovava proprio all'interno del chiostro. Il fondo del serbatoio d'acqua poggia su solida roccia, la stessa nella quale la cisterna è stata scavata. Questa ha raccolto prevalentemente acqua piovana e acqua dalle falde sotterranee e fu costruita durante i lavori di ristrutturazione dell'antico monastero.
Si tratta della parte per così dire finale di un sistema di raccolta e conservazione dell'acqua che ha permesso ai monaci residenti, circa una decina, di affrontare le necessità quotidiane. Più tardi, nel XVIII-XIX secolo, il sistema di raccolta dell'acqua fu implementato aggiungendo un serbatoio ausiliario fatto in mattoni, costruito sul lato orientale del cortile. L'acqua raccolta permise ai monaci di affrontare lunghi periodi di siccità ed improvvise carenze di acqua.
Alla fine del XIX secolo venne, probabilmente, costruita anche una vasca in ghiaia per raccogliere anch'essa acqua piovana. Lo strato di ghiaia fungeva da filtro, fornendo acqua depurata ai serbatoi ai quali venne collegata. Il sistema per la raccolta e la conservazione dell'acqua venne ideato ed ampliato durante tre secoli con soluzioni che, finora, non sono state ritrovate in altri luoghi.
Gli annali riportano che l'abbazia benedettina del Monte della Croce venne fondata nel 1006 dal re polacco Boleslao il Prode. Alcuni storici, però, ritengono che la sua fondazione risalga al XII secolo, ad opera di Boleslao III Boccatorta. Durante il regno della dinastia Jagellonica, Santa Croce era il santuario più importante della Polonia. Il monastero prende nome da un frammento della Croce di Cristo che, probabilmente, vi era custodito. Con il tempo il nome venne esteso a tutta l'area e, nel 1999, è diventato il nome di una delle sedici province polacche. Dal 1930 ad abitare il monastero sono i monaci della Congregazione degli Oblati.

sabato 14 dicembre 2013

Ritrovate due sepolture tolemaiche in Egitto

La sepoltura appena scoperta in Egitto
Sono state scoperte due sepolture di età tolemaica nella necropoli romana di al-Qantara est, nella città di Ismailiya, in Egitto. Qui lavora la missione egiziana del Ministero di Stato per le Antichità. Le sepolture sono state datate al I secolo d.C.
Il ministro del Ministero di Stato per le Antichità, Mohamed Ibrahim, ha affermato che una delle sepolture appartiene ad un sacerdote di nome Mina, proveniente da un'area di nome Sila. La tomba è di 6,5 metri per 2,5 di lunghezza, costruita in mattoni di fango, con un soffitto a volta. Una delle pareti è decorata con affreschi raffiguranti Mina di fronte alla dea Iside.
La seconda sepoltura è in pietra calcarea ma il proprietario non è stato ancora identificato. Al suo interno è stato ritrovato un corredo di vasi in terracotta di età tolemaica. La necropoli stava per essere devastata da uno scavo clandestino, ma la polizia di Ismailiya è riuscita a catturare gli scavatori. Gli archeologi, pertanto, hanno avvertito l'urgenza di iniziare lo scavo in questa località.
Al-Qantara est è una località ricca di storia, risalente all'età del faraone Ahmose I, un faraone vissuto nel XVIII secolo a.C. che condusse molte importanti campagne  contro gli Hyksos.

La bottega del leopardo...

L'affresco con il leopardo trovato in Turchia
Gli archeologi che lavorano nell'antica città di Tripolis, in Turchia, hanno scoperto un affresco raffigurante un leopardo sul muro di una bottega che si trova vicino all'antico mercato cittadino. A curare e dirigere gli scavi è il Professor Bahadir Duman, dell'Università di Pamukkale.
Le botteghe romane erano solitamente affrescate, all'interno. Quelle del mercato romano di Tripolis risalgono al III secolo d.C. e si aprono sulla strada principale della città. Gli archeologi guidati dal Professor Duman stanno scavando per riportare alla luce l'intera città e sperano che presto si possa aprire il sito ai turisti.

mercoledì 11 dicembre 2013

Morgantina, il ritorno di Hades

La testa di Hades di ritorno dal Getty Museum di Malibù
Hades ritorna a casa. Per anni è stato tra i reperti più ammirati del Paul Getty Museum di Malibù, ora, finalmente, tornerà nella terra che l'ha, in qualche modo, generato, la Sicilia.
La scultura in terracotta raffigurante il dio dell'oltretomba greca è datata al 400-300 a.C.. Si tratta di una testa che, sicuramente, faceva parte di una scultura intera o di un busto. E' considerata una produzione dell'ambiente magnogreco che, spesso, importava marmo bianco di altissima qualità e, a differenza dei compatrioti ellenici, utilizzava il bozzetto per le grandi sculture marmoree che si producevano in larga scala.
La testa cava è stata formata a mano, i riccioli "a cavatappi" sono stati aggiunti uno ad uno prima che la scultura fosse terminata. Barba e capelli, realizzati forse in due momenti diversi, mostrano un'estrema abilità nella lavorazione della creta. Le ciglia erano realizzate a parte, molto probabilmente con metalli preziosi.
Il sito di Morgantina
Sono rimaste, sul reperto, anche tracce di colore: pigmento rosso sui capelli, rosa sul volto e blu sulla barba. Era, dunque, una statua policroma. Dapprincipio gli archeologi hanno pensato che la statua rappresentasse Zeus che tra i numerosi epiteti annoverava anche quello di "dio dalla barba blu", così come appare nei poemi omerici. Ora, però, gli studiosi sono convinti che si tratti di Ade, il dio dell'oltretomba che rapì la giovane Persefone che, tra l'altro, era anche sua nipote essendo figlia di Zeus. Alcuni ritengono, infatti, che il mito sia nato proprio in Sicilia, nei pressi del lago di Pergusa, non lontano da Morgantina, dove era diffusissimo il culto di Demetra e Persefone.
Il ritratto di Hades fu trafugato da Morgantina sul finire degli anni '70 e fu acquistato nel 1985 dal Paul Getty Museum di Malibù, in California. Che il reperto fosse proprio quello trafugato in Sicilia se ne è avuta certezza dopo il confronto con un gruppo di quattro frammenti appartenenti alla barba e alla capigliatura del dio, già custoditi presso il Museo archeologico di Aidone.
Gli studi sulla statua e sulla sua provenienza si devono alla giovane studiosa Serena Raffiotta che, nel 2005, nella sua tesi di laurea, ha reperito nelle teche del Museo archeologico di Aidone, proprio i riccioli compatibili con la statua proveniente dal santuario di Demetra. Si trattava, in particolare, di un ricciolo di terracotta a forma di spirale, completamente rivestito di un vivace colore azzurro. 

martedì 10 dicembre 2013

Cipro, più antica di quanto si credeva

Gli utensili in pietra ed i monili ritrovati a Cipro
(Foto: Jessica Lewis)
Alcuni manufatti ritrovati nell'isola di Cipro fanno pensare che gli esseri umani occuparono l'isola mille anni prima di quanto si è finora creduto.
Gli scavi di Ayia Varvara-Asprokremnos, condotti dagli archeologi dell'Università di Toronto e dall'Università di Cipro hanno scoperto, tra gli oggetti, la prima figurina umana completa rinvenuta sull'isola. La datazione del sito dove è stata rinvenuta la statuetta parla di un periodo compreso tra l'8800 e l'8600 a.C., verso l'inizio del Periodo Neolitico, quando tutto il Medio Oriente era in un periodo di transizione dall'economia della caccia a quella agricola.
La statuetta è stata rinvenuta in un insieme di oggetti in pietra lavica che comprendeva anche due strumenti in pietra piatta, uno con un residuo di colorazione ocra. La presenza di questi strumenti non è che un'ulteriore prova di una significativa attività di produzione sull'isola.
Il sito Ayia Varvara-Asprokremnos è stato scoperto nei primi anni '90 del secolo scorso. Siti analoghi sono stati ritrovati nel 1998 dagli archeologi dell'Università di Cipro.

La fontana di Ramla

Tubatura della fontana scoperta a Ramla
A Ramla, in Israele, sono tornati alla luce i resti di una ricca tenuta con una fontana con un mosaico, risalente al X-XI secolo d.C.. I resti sono emersi durante gli scavi di un sito dove è prevista la costruzione di un ponte di servizio per un'autostrada.
L'edificio sicuramente apparteneva ad una famiglia benestante e la fontana costituiva un ornamento del giardino. Si tratta della prima fontana ritrovata al di fuori dei quartieri più ricchi dell'antica Ramla. Le fontane di tipo fatimida sono state ritrovate principalmente attorno al centro storico della città Vecchia, chiamato Moschea Bianca.
Gli archeologi hanno scavato due stanze residenziali, nei pressi della fontana, una rete di tubi, alcuni realizzati in terracotta e collegati con giare di pietra, che portavano alla fontana. Accanto alla tenuta sono stati trovati una cisterna ed una serie di tubi e canali per il trasporto dell'acqua. Tra i reperti si annoverano lampade a olio, parti di bambole in osso e un sonaglio per bambini.
L'impianto idraulico che forniva acqua alla fontana è il primo del suo genere scoperto in Israele. Le tubazione di altre fontane, infatti, non sono sopravvissute ad una serie di terremoti che colpirono il paese tra il 1033 e il 1068.
Ramla venne fondata nell'VIII secolo d.C. dal principe Suleiman Ibn 'Abd al-Malik. Era una cittadina che occupava una posizione strategica sulla strada che dal Cairo conduceva a Damasco e a Jaffa. L'intera area sembra aver subito una sorta di abbandono intorno all'XI secolo, probabilmente in seguito ad un terremoto.

Ritrovato il carro di un nobile della Tracia

L'archeologo Zoran Mitic e i resti del carro
(Foto: Kurir/Tanjug)
E' stato ritrovato, in Serbia, dall'archeologo Zoran Mitic, i resti di un carro splendidamente decorato, risalente a 3000-4000 anni fa e, forse, appartenuto ad un nobile tracio.
L'eccezionale ritrovamento è avvenuto nei pressi del villaggio di Stanicenje.
Il Professor Mitic ritiene che il carro fosse trainato da due cavalli. Accanto ad esso è stata anche scavata una sepoltura che apparteneva anch'essa ad un nobile di etnia tracia, qualcuno che doveva occupare un livello molto alto nella gerarchia di quella nazione, dal momento che il carro è decorato con bellissime applicazioni in bronzo.

sabato 7 dicembre 2013

Ritrovato rilievo calcareo greco in Egitto

Le autorità egiziane che inseguivano una banda di trafficanti di opere d'arte, si sono casualmente imbattuti, lungo il Canale di Suez, in un rilievo calcareo greco nascosto sotto una casa residenziale della città di Al-Qantara Est.
Il rilievo si trovava in un sotterraneo, parte di un'antica sepoltura. E' alto 40 centimetri ed è inciso con quattro righe di testo in greco, con un disco solare alato sulla parte superiore. Ora il rilievo calcareo è in restauro per essere, poi, esposto nel museo cittadino. La tomba in cui era custodito è, purtroppo, in pessimo stato di conservazione ma pare contenga degli scheletri  e dei frammenti di vasi in  terracotta.
Gli archeologi ritengono che la sepoltura possa far parte di una necropoli greco-romana sulla quale si è edificata la moderna cittadina. Al Qantara Est si trova sul lato orientale del Canale di Suez, a circa 160 chilometri a nordest da Il Cairo ed a 50 chilometri a sud di Port Said. Al Qantara ha un storia antica, risalente al faraone Ahmose I, vissuto nel XVIII secolo, che combatté, proprio in questi luoghi, molte importanti battaglie contro gli Hyksos.

Ritratto di un possidente spagnolo...

La scultura in marmo del II secolo d.C.
(Foto: EuroWeekly News)
I funzionari di Antequera, in Spagna, hanno dato l'annuncio della scoperta di una scultura in marmo risalente al II secolo d.C.
La scultura mostra un privato cittadino dell'antica Antequera ed è stata ritrovata a due chilometri dal centro della città. La scultura, alta in tutto 28 centimetri, rappresenta il proprietario di una villa romana situata nelle vicinanze. Nella zona sono emersi anche diversi mosaici e due piccole sculture ricavate da marmo proveniente dalla Grecia.

In mostra in Cumbria due tridenti neolitici

La Tullie House in Cumbria
Il Museo di Carlisle, la Tullie House, ha ricevuto in dono due rarissimi tridenti in legno di epoca neolitica dal Consiglio della Contea di Cumbria. Ora i due eccezionali reperti saranno messi in mostra.
I tridenti sono stati scoperti durante gli scavi archeologici seguiti ai lavori per la costruzione di una via di transito in Cumbria. Esistono solo altri quattro tridenti simili in tutto il Regno Unito e tutti hanno un disegno quasi identico. La lavorazione dei reperti è estremamente accurata, gli archeologi ritengono siano stati utilizzati per la pesca, la caccia o per uso agricolo.
Gli altri quattro tridenti sono stati ritrovati nel XIX secolo: due ad Ehenside Tarne, sempre in Cumbria, e gli altri due in una palude dell'Irlanda del Nord. I due tridenti appena riemersi dal sottosuolo si trovavano in un canale che scorreva accanto ad un antico insediamento il quale, a sua volta, conservava migliaia di pezzi di selce, residuo della fabbricazione di strumenti in pietra.
Entrambi i tridenti misurano più di due metri di lunghezza ciascuno e sono stati lavorati con strumenti di pietra, ricavandoli da un'unico pezzo di quercia, un albero di circa 300 anni di età. Erano oggetti piuttosto pesanti. Poiché sono stati per lungo tempo sommersi in un miscuglio di acqua e di terra, per la loro conservazione sono stati impiegate diverse tecniche che ne impedissero lo sbriciolamento.

venerdì 6 dicembre 2013

Trovate due sepolture canine ad Abydo

Una delle sepolture canine di Abydo
(Foto: Nyu-Ifa Mission in Abydo)
Sono stati trovati, in Egitto, due cani morti ben 3000 anni fa, conservati sepolti in vasi. La scoperta è stata fatta a Shunet ez Zebib, una struttura in fango che si trova nei pressi di Abydo, uno dei più antichi siti reali egiziani ancora ben conservato. Qui Khasekhemwy, sovrano della II Dinastia, fece costruire il suo tempio funerario nel 2750 a.C.
Abydo è nota anche per le migliaia di sepolture di ibis, deposti in piccoli sarcofaghi cilindrici, e per diverse altre sepolture di animali, per lo più rapaci e caninidi. La Professoressa Salima Ikram, docente di Egittologia presso l'Università Americana del Cairo, è un'esperta di mummie animali. E' stata lei, unitamente ad altri esperti, ad esaminare quanto è stato restituito dall'attività di scavo. Per ora sono solamente 13 le sepolture esaminate. Di queste quattro erano vuote, tre contenevano mummie di ibis e cinque appartenevano a dei cani. Di queste ultime, tre contenevano solo lo scheletro degli animali, mentre le ultime due sepolture hanno conservato, quasi intatti, gli animali con il loro pelo.
Altra sepoltura canina di Abydo
(Foto: Nyu-Ifa Mission in Abydo)
Uno dei due cani giaceva in una sorta di grande pentola con due manici, senza alcun bendaggio. La sua pelliccia era di un colore che variava dal marrone al ramato, con alcune parti che erano più dure delle altre, forse per via di qualche sostanza, quali olio o resina, che li aveva unti. L'altro canide non è così ben conservato come il primo. E' stato ritrovato in un grande vaso riempito con i frammenti di un altro grande contenitore che è stato utilizzato come una sorta di imballaggio per evitare che il corpo dell'animale si muovesse dalla posizione in cui era stato posto. Anche questo animale fu sepolto senza bendaggi.
Entrambi gli animali, ad un primo esame, avevano intorno ai cinque anni di vita, alla loro morte. La Professoressa Ikram ritiene che potessero essere delle offerte votive. Come siano stati deposti nella loro originale sepoltura, non è stato ancora ben capito.

Continuano le scoperte ad Aquileia

Gli scavi di via delle Vigne Vecchie ad Aquileia (Foto: messaggeroveneto.it) In via delle Vigne Vecchie , ad Aquileia , lo scavo archeo...