sabato 31 marzo 2018

Sydney, sorpresa nel sarcofago vuoto...

I piedi della mummia di Mer-Neith-it-es'
(Foto: Natalia Morawski, ABC News)
Quando gli archeologi hanno sollevato il coperchio di un sarcofago egizio conservato da 150 anni nell'Università di Sydney, hanno avuto un'enorme sorpresa. Un sarcofago ritenuto privo del suo proprietario è stato trovato, invece, "abitato" da una mummia o, perlomeno, dai resti di questa.
I geroglifici sul sarcofago indicano che si tratta della mummia di una sacerdotessa di nome Mer-Neith-it-es', ma è noto che spesso i sarcofagi possono contenere mummie diverse da quelle alle quali erano destinati. I ricercatori hanno, pertanto, analizzato il sarcofago e il suo contenuto con il laser a scansioni ed hanno effettuato un'accurata tac dei resti. Questi ultimi sono risultati essere quelli di un individuo adulto di oltre 30 anni di età. Piedi e caviglie erano intatte e gli studiosi sperano di individuare anche le unghie, importantissime per la datazione al radiocarbonio.
Particolare del sarcofago della sacerdotessa Mer-Neith-it-es'
(Foto: Nicholson Museum, Sydney University)
Durante l'esame è stata anche scoperta la resina con la quale è stato riempito il cranio della mummia dopo l'asportazione del cervello. Ci vorranno mesi, se non anni, per completare le indagini; nel frattempo il sarcofago di Mer-Neith-it-es', insieme ad altri di proprietà del Museo di Nicholson, sarà esposta in un nuovo museo unitamente alle indagini fin qui completate dal team di ricercatori.
Il sarcofago venne acquistato da Sir Charles Nicholson, politico ed esploratore cui si deve la fondazione dell'omonimo museo, nel 1857 o nel 1858, in un mercatino delle antichità in Egitto. Quando il facoltoso avventuriero morì, lasciò tutta la sua collezione all'Università di Sydney. Della collezione faceva parte anche il "sarcofago vuoto". Un documento associato al reperto indicava che, all'interno del sarcofago, non vi fosse nulla e così per 150 anni il reperto è stato relegato in una parete secondaria dell'esposizione.
Nell'estate del 2017 gli studiosi, guidati dall'archeologo Jamie Fraser, hanno deciso di aprirlo, pensando di trovarvi solo qualche piccolo frammento osseo e detriti, come spesso avviene con i sarcofagi depredati dai ladri di tombe. La scansione preventiva all'apertura ha, però, rivelato, con grande stupore degli scienziati, l'esistenza di due caviglie ben conservate e altre ossa, bende, piccoli pezzi di resina e una rete di perline che molto probabilmente era adagiata sul corpo della mummia.

Fonti:
abc.net.au
scienze.fanpage.it

Imola, trapanazione medioevale e nascita post mortem

Imola, la sepoltura della donna incinta alla quale è stata praticata
la trapanazione del cranio (Foto: Pasini, World Neurosurgery/Elsevier)
In una tomba medioevale rinvenuta ad Imola, è stato trovato lo scheletro di una donna vissuta circa 1300 anni fa, con un foro nel cranio e le minuscole ossa di un feto al di sotto del bacino. Probabilmente si tratta di un fenomeno conosciuto come "nascita nella bara", quando un feto non nato al momento della morte, viene espulso dal corpo della madre dai gas di decomposizione. Si tratta di un evento estremamente raro, in archeologia. Più rara ancora è la presenza della ferita circolare notata sul cranio della defunta.
Secondo gli archeologi delle Università di Ferrara e di Bologna, il foro presente sul cranio della donna potrebbe rappresentare un raro esempio di chirurgia cerebrale medioevale. Nel Medioevo veniva praticato un foro nelle ossa della scatola cranica per alleviare la pressione endocranica e cercare di risolvere tutta una serie di disturbi medici. Purtroppo nel caso della donna la tecnica non ha portato a risultati positivi.
I ricercatori ritengono che la defunta soffrisse di preeclampsia o eclampsia, due condizioni che in gravidanza inducono l'ipertensione. Venne curata con la trapanazione frontale per alleviare la pressione all'interno del cranio. La donna non è sopravvissuta all'intervento ed il bambino che recava in grembo è morto con lei.
Imola, particolare delle ossa del feto ritrovate nella
sepoltura (Foto: Pasini, World Neurosurgery/Elsevier)
La sepoltura di Imola è stata scoperta nel 2010, durante gli scavi archeologici. I resti della donna giacevano tra diverse altre sepolture che i ricercatori hanno datato al periodo longobardo (dal VII all'VIII secolo d.C.). Dal momento che lo scheletro della defunta è stato trovato a faccia in su, i ricercatori hanno concluso che venne intenzionalmente sepolta in questo modo e non venne successivamente spostata.
La donna aveva tra i 20 e i 30 anni, al momento della morte, e la sua gravidanza era quasi al termine. Il foro praticato sulla superficie cranica misura circa 4,6 millimetri di diametro. Si tratta di un foro inciso con molta precisione e di forma rotonda, il che fa pensare che non sia il frutto di un colpo violento, ma sia, piuttosto, coerente con una sistematica foratura dell'osso, classico segno di trapanazione. Dal momento che sono state riscontrate anche tracce di guarigione, intorno alla ferita, è probabile che la trapanazione sia stata fatta almeno una settimana prima della morte della donna.
Pochi centimetri al di sopra del foro è stato individuato il segno di un taglio lineare di almeno 3 millimetri di lunghezza. I ricercatori pensano che sia il segno dell'asportazione di parte del cuoio capelluto necessaria per preparare la successiva trapanazione.
Si tratta di una scoperta importantissima, poiché esistono veramente pochissime testimonianze di trapanazione cranica risalenti al Medioevo e questa è, tra l'altro, l'unica operata su una donna incinta che presenta, inoltre, l'estrusione fetale post mortem.

Fonte:
livescience.com

Philipopolis, Bulgaria: le tracce dei Goti

Bulgaria, l'edificio a tre livelli appena scoperto
(Foto: Time of Plovdiv)
Gli archeologi bulgari hanno portato alla luce parte di un edificio romano nel sud della città di Plovdiv. L'edificio presenta tracce dell'invasione dei Goti del 250-251 d.C., quando questa popolazione mise a soqquadro la regione.
L'edificio rinvenuto, che un tempo doveva articolarsi su tre piani, presenta tracce di distruzione. Nel livello superiore della struttura è stata rinvenuta una sepoltura datata all'XI-XII secolo d.C., quando l'area venne adibita a necropoli. Si presume che il terzo piano dell'edificio sia stato, pertanto, innalzato sulle macerie della città di Philipopolis (attuale Plovdiv), dopo le invasioni gotiche.
Nel 250 d.C. circa 70.000 Goti, guidati dal loro capo Cniva, invasero l'Impero Romano attraversando il Danubio a Novae. Inizialmente vennero fermati dall'imperatore Decio Traiano a Nicopolis ad Isrum (nei pressi dell'attuale Nikyup), poi, però, i Goti cominciarono a razziare le città romane raggiungendo la stessa Philipopolis, che venne saccheggiata e data alle fiamme. Ritiratisi dalla Tracia in Mesia, i Goti si scontrarono ancora con le truppe imperiali di Decio Traiano e di suo figlio Herennius Etruscus vicino alla città romana di Abritus (nell'attuale nordest della Bulgaria).
Nel 2016, vicino alla città di Dyanovets, sempre in Bulgaria, gli archeologi hanno scoperto il luogo dove si svolse la battaglia di Abritus, una delle più grandi battaglie dell'antichità. Lo scontro ebbe luogo nel luglio del 251 d.C. e vide la morte si di Decio Traiano che di suo figlio Herennius Etruscus.
L'edificio attualmente scoperto reca le tracce del passaggio dei Goti, dunque. A Plovdiv è stato anche scoperto un meraviglioso capitello ionico, una gran quantità di elementi in ceramica per la vita di tutti i giorni, lampade in bronzo e la chiave di una porta, anch'essa in bronzo. Tutti i reperti sono di epoca romana.
La parte settentrionale del Foro di Philipopolis, una delle più grandi province orientali romane, comprendeva, oltre al bouleuterion scoperto di recente, tre altri edifici tra i quali la biblioteca, che sono stati per la maggior parte studiati. Ad ovest del foro è stato scoperto un altro edificio pubblico con una ricca facciata in una nicchia del quale è stata trovata la statua dell'imperatore romano Commodo (177/180-192 d.C.). Si pensa che proprio qui si trovasse l'edificio del tesoro, poiché nel 1950 vi furono rinvenuti due blocchi in pietra con iscrizioni in latino che ne indicavano la presenza.

Fonte:
archaeologyinbulgaria.com

Il più antico tappeto del mondo, il tappeto di Pazyryk

Il tappeto di Pazyryk
Il tappeto di Pazyryk è il più antico esempio conosciuto di tappetto scoperto finora. E' in uno stato di conservazione ottimale ed è stato trovato all'interno di una tomba reale nella valle della Siberia, Pazyryk, da cui ha preso il nome. E' stato datato al V secolo d.C.
La cultura Pazyryk è vissuta sui monti Altai, in Siberia, a sud dell'attuale città di Novosibirsk. Erano nomadi guerrieri, esperti cavallerizzi ed avevano rapporti commerciale intensi con la Cina, l'India e la Persia. Gran parte della loro cultura è stata scoperta e studiata grazie al ritrovamento di sepolture nella valle di Pazyryk. All'interno  delle tombe sono state trovati resti umani mummificati che hanno rivelato dettagliati tatuaggi e tesori di inestimabile valore quali: feltro, seta cinese, mobili in legno, conservati per millenni grazie all'acqua che, filtrata nelle sepolture, si è trasformata in ghiaccio congelandole nel tempo. L'analisi dei resti umani rinvenuti nelle sepolture della valle di Pazyryk ha rivelato che questa gente conosceva la chirurgia cranica.
Tappeto di Pazyryk, dettaglio
Si pensa che i tappeti siano stati prodotti, per la prima volta, in Asia orientale nel corso del II millennio a.C., anche se l'addomesticamento delle pecore risalirebbe a ben prima di questa data. Dal momento che la lana, fibra naturale  composta di proteine animali quali la cheratina, è spesso fonte di nutrimento per microbi e insetti, molti degli oggetti in lana, tra i quali i tappeti, sono pervenuti a noi in pessime condizioni.
I tappeti adornavano gli ambienti di corte di Ciro il Grande, fondatore dell'impero Achemenide intorno alla metà del VI secolo a.C.. Alcuni studiosi pensano, però, che i tappeti siano stati introdotti in Persia più tardi, dopo la conquista di Babilonia nel 539 a.C.
L'esempio più antico di tappeto, quello che attualmente è oggetto di studio, è stato rinvenuto lontano dalla zona posta sotto l'influenza dell'impero persiano, nel nordest, nel territorio degli Sciti. La valle di Pazyryk è nota anche per aver restituito tombe scite dell'Età del Ferro. Il tappeto attualmente recuperato è stato scoperto nel 1949 da Sergei Rudenko, un archeologo russo. Il tumulo nel quale è stato ritrovato era stato saccheggiato in passato. I tombaroli vi avevano asportato tutti gli oggetti preziosi ed avevano lasciato quelli considerati meno preziosi. L'acqua, infiltratasi nella sepoltura, ha coperto il tappeto e durante l'inverno, congelandosi, ha formato una sorta di strato protettivo che ha permesso al reperto di conservarsi fino ai giorni nostri. I colori che animano il tappetto sono stati ricavati dalle piante e dagli insetti e sono tuttora apprezzabili nella loro vivacità.
I ricercatori hanno scoperto che il tappeto è stato tessuto utilizzato una tecnica conosciuta come il doppio nodo simmetrico o nodo turco. Vi sono circa 1.250.000 nodi nel tappeto. Purtroppo ancora non si è in grado di capire da dove provenisse il materiale di cui è fatto il prezioso reperto: alcuni studiosi pensano che provenga dalla Persia, altri ritengono che sia originario dell'Asia centrale, dove la cultura scita e persiana sono entrate in contatto. Un'altra ipotesi è che gli Sciti stessi abbiano creato questo tappeto basandosi su un prototipo persiano.
La parte centrale del tappeto è composta da 24 quadrati all'interno dei quali vi è una figura a forma di croce composta da quattro germogli di loto stilizzati. Tutt'intorno è una cornice di grifoni seguita da un'altra cornice formata da daini. Nella cornice più esterna sono raffigurati uomini a cavallo e a piedi.

Fonte:
ancient-origins.net

giovedì 22 marzo 2018

Le sorprese di Pompei

Pompei, l'area di scavo nella Regio V (Foto: napoli.repubblica.it)
Pompei continua a riservare sorprese: sembra un'ovvietà, ma vista da qui, dall'alto del pianoro della Regio V, il Vesuvio alle spalle, il mare del golfo stabiano di fronte, lo scavo dell'area di mille metri quadrati avviato a novembre, il cosiddetto "cuneo", ci riporta indietro nel tempo di 270 anni fa. A Pompei si è tornato a scavare. "Si tratta del più grande intervento di scavo nell'area non indagata della città antica dal dopoguerra", commenta Massimo Osanna, direttore del Parco archeologico.
E la città sepolta dall'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. non ha deluso gli archeologi. Ancora una volta, scendendo dal piano di campagna attuale verso il basso, dove a 5 metri si incontrano il basolato delle strade antiche e i pavimenti delle domus abbandonate in fretta dai pompeiani in fuga dall'eruzione.
Messa già in luce un'ampia zona rettangolare della casa che è stata individuata tra le due già scavate. Una casa ancora senza nome, ovviamente. Sono stati già recuperati frammenti di affresco, gocciolatoi in terracotta a testa di leone, monete, alcuni oggetti di vetro, tegole con i marchi di fabbrica. Ripulito anche il vicolo che divide la nuova scoperta dalla casa delle Nozze d'Argento. E qui sono emersi due marciapiedi. Altre strutture saranno indagate da qui fino alla fine dello scavo, previsto entro il 2020.
Un ampio capannone realizzato appositamente nell'area non scavata per ospitare i laboratori di restauro raccoglie i reperti: ceramiche, tegole, frammenti di affresco. Qui i lavori erano iniziati a novembre 2017.
Un viaggio nel tempo, perché proprio il 23 marzo del 1748, cioè esattamente 270 anni fa, un ritrovamento fortuito di alcuni reperti nella zona di Civita a Pompei, spostò l'interesse degli scavi che i Borbone da dieci anni stavano conducendo a Ercolano (1738) in quest'area. L'area della scoperta inizialmente fu identificata con la città di Stabiae, la terza sepolta dal vulcano, ma solo nel 1763 ci si rese conto di essersi imbattuti nell'antica città di Pompei.
Il direttore Osanna e il diretto del Grande progetto, il generale dei carabinieri Mauro Cipolletta, parlano di ritrovamenti eccezionali. Qui, non a caso, siamo in un lembo di città non scavata incuneato tra la casa delle Nozze d'Argento e la casa di Marco Lucrezio Frontone. Due domus riccamente affrescate e decorate da numerosi pavimenti a mosaico. Quindi dimore di pompeiani benestanti che non risparmiavano in spese per arredare al meglio le proprie dimore e autorappresentarsi così nella società romana di I secolo d.C., in una media cittadina della provincia campana affacciata sul golfo di Napoli.

Fonte:
napoli.repubblica.it

mercoledì 21 marzo 2018

Marche, una villa romana a Campofilone

Campofilone, scavi della villa romana (Foto: etvmarche.it)
Tracce di rosso, blu e verde nell'intonaco, pezzetti di marmo nelle pareti, un sito termale. Doveva essere davvero una famiglia romana tra le più ricche quella che viveva affacciata sul mare a Campofilone, il piccolo comune del Fermano famoso per la sua pasta all'uovo, i maccheroncini.
Qualcuno chiamava quell'area la "Valle dei Re", dice il sindaco Ercole d'Ercoli, riportando voci popolari. E forse qualcosa di vero c'è. Grande il valore della villa romana emersa durante i lavori della Snam per l'allacciamento della rete del metano dell'area di servizio Piceno Est, lungo l'autostrada.
Dagli scavi, non lontano dalla cisterna romana di Campofilone, è emerso un insediamento in eccezionale stato di conservazione che sembra coprire almeno cinque secoli, dal I secolo a.C. al V secolo d.C.. Proprio la Snam finanzia le operazioni archeologiche che sono condotte dalla In Terras di Forlì, sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio delle Marche.
C'è ancora molto da scoprire: l'estensione è piuttosto ampia, almeno 80 metri lineari. Diversi punti dove è emersa una storia lontana millenni, ma di grande sfarzo e fortuna. Il complesso termale mostra ambienti riscaldati pavimentati a mosaico e tubuli per il passaggio di aria calda.
Poi la parte funeraria, in cui sono sepolti almeno tre bambini e un cane, al quale probabilmente era stato affidato il compito di accompagnare i piccoli nell'aldilà. Il limite nordoccidentale dell'insediamento invece è costituito da un sistema di vasche rivestite in cocciopesto, nello spazio dedicato alle attività produttive, tra cui olio e vino. Gli stessi che anche oggi sono la fortuna di quel territorio.

Fonte:
etvmarche.it

martedì 20 marzo 2018

Iraq, novità dagli scavi italiani di Abu Tbeirah

Iraq, area di scavo di Abu Tbeirah (Foto: Corriere della Sera)
Gli archeologi del team di Abu Tbeirah hanno individuato e stanno scavando un porto risalente al III millennio a.C.. Lo scavo consentirà, secondo gli esperti, di scrivere un nuovo capitolo della storia della Mesopotamia e della sua civiltà, nata dalle acque del Tigri e dell'Eufrate, superando l'immaginario comune che identifica le antiche città mesopotamiche attorniate da distese di campi di cereali, irrigati da canali artificiali.
La missione archeologica italo-irachena ad Abu Tbeirah, diretta da Licia Romano e Franco D'Agostino, presenterà l'importante risultato della campagna condotta nell'Iraq meridionale, il 21 marzo presso il Rettorato, con un'iniziativa promossa dalla Fondazione Sapienza.
Le città sumeriche erano tutte organizzate attorno al polo templare/palatino e collegate tra loro tramite canali, dotate per questo di un porto che consentisse la gestione dei contatti e dei commerci. Pur nota dalle fonti cuneiformi, questo tipo di struttura è stata solo a volte individuata dalle tecnologie satellitari, ma a tutt'oggi mai scavata. Gli archeologi e specialisti della Sapienza hanno indagato il sito di Abu Tbeirah, posto vicino all'antica linea di costa del golfo arabico, una posizione peculiare all'interno di un ambiente paludoso e a ridosso del mare, che ha influenzato fortemente la vita dell'insediamento, come dimostra la grande struttura portuale appena individuata.
Iraq, sigillo da Abu Tberiah (Foto: Twitter)
"Il porto situato nella parte nord oveste del Tell di Abu Tbeirah, è un bacino artificiale, una zona più depressa, circondata da un massiccio terrapieno con un nucleo di mattoni d'argilla - raccontano Licia Romano e Franco D'Agostino - con due accessi che lo mettevano in comunicazione con la città e che sono chiaramente visibili anche dalle immagini satellitari di Google. Si tratta del porto più antico sinora scavato in Iraq, visto che le uniche testimonianze di strutture portuali indagate archeologicamente provengono da Ur, ma sono di duemila anni più tarde".
La connessione del sito con le paludi sumeriche era già stata rilevata grazie alla cultura materiale portata alla luce durante gli scavi precedenti, condotti dalla Missione, ed ora è confermata nel porto di Abu Tbeirah, una versione in scala maggiore di alcune peculiari strutture connesse alle dighe dei villaggi delle Marshland attuali. Anche sulla base di questo confronto, i ricercatori non escludono che il porto individuato ad Abu Tbeirah non fosse deputato esclusivamente alla funzione di ormeggio delle barche e di gestione dei commerci con le altre città, ma che fungesse anche da riserva d'acqua e immensa vasca di compensazione delle piene del fiume, nonché da fulcro di varie attività dell'insediamento connesse all'utilizzo della risorsa idrica.
"Le indagini proseguiranno durante le prossime stagioni di scavo, vista la grandezza del complesso portuale: il bacino, di forma oblunga, è di 130x40 metri circa, doveva avere una capienza probabilmente superiore a 12 piscine olimpioniche. - Precisano i ricercatori. - Questo spiega le numerose nuove linee di ricerca che questa scoperta porta con sé, in particolare l'interesse si focalizzerà non soltanto sul funzionamento di questa struttura, ma, grazie alla collaborazione con i dipartimenti di Biologia Ambientale e di Scienze della Terra, anche sul territorio che circondava il sito. Recenti indagini sull'antica canalizzazione che connetteva i siti mesopotamici, portate avanti da Jaafar Jotheri, dell'Università di Qadisiyah e membro della missione, hanno evidenziato la particolarità del sito di Abu Tbeirah, che nelle immagini satetellitari appare chiaramente circondato da paleo-canali che si dipartono come raggi dalla città e che ci ricordano molto i canali delle Marshland (le attuali paludi create dal delta del Tigri e dell'Eufrate)".
La scoperta del porto apre nuovi scenari di ricerca sulla vita delle città del sud della Mesopotamia, ma anche sulle ragioni del loro abbandono. La forte connessione con le paludi del delta, quindi con un ambiente estremamente sensibile ai cambiamenti climatici e al regime delle precipitazioni, potrebbe chiarire i motivi della riduzione e poi scomparsa dell'insediamento di Abu Tbeirah alla fine del III millennio a.C., un momento in cui in diverse parti del mondo si registra un cambiamento climatico importante, il cosiddetto 4.2 ka BP (4200 anni dal presente) event.
Lo scavo del contesto archeologico è iniziato nel 2017 grazie ai finanziamenti della Sapienza e del Ministero degli Affari Esteri italiano e proseguiranno anche con il supporto della generosa donazione della Fondazione Bardelli.

mercoledì 14 marzo 2018

Megiddo, scoperta una tomba importantissima

Israele, dettaglio di una collana trovata nella sepoltura trovata a
Megiddo (Foto: Peter Lanyi, The Israel Museum, Gerusalemme)
Israele, scoperta a Megiddo sontuosa tomba di 3600 anni fa. La camera sepolcrale rinvenuta nell'antica città-stato della Cananea, contenente oggetti preziosi, potrebbe appartenere alla dinastia reale che governò la città prima che venisse conquistata dagli Egizi nel XV secolo a.C.
L'antico sito di Megiddo, situato a circa 30 chilometri a sud di Haifa, nel nord di Israele, per quasi cinque millenni - dal 3000 a.C. al 1918 a.C. - ebbe il controllo su un passaggio strategico dal quale transitavano le principali rotte commerciali e militari. Affacciato sulla valle di Jezreel, il sito è stato teatro di numerose e importanti battaglie che hanno modificato il corso della storia, guadagnandosi il nome di Armageddon (che deriva dal nome ebraico della città, Har-Megiddo, "Monte di Megiddo"), con cui si indica la battaglia finale fra le forze di Cristo e quelle di Satana alla fine del mondo e di cui si fa accenno nel Libro dell'Apocalisse.
L'esercito del faraone egizio Thutmose III assediò la città fortificata di Megiddo nella prima metà del XV secolo a.C.: fu la prima battaglia che coinvolgeva il Vicino Oriente antico di cui si ha testimonianza storica. Dopo un assedio di sette mesi, la città si arrese al faraone, che fece della Cananea una provincia del suo impero.
Israele, due dei tre scheletri trovati nella sepoltura di Megiddo
(Foto: Adam Prins e Robert Homsher)
Per 115 anni, Megiddo è stato un sito di indagini scientifiche e le più recenti campagne di scavo internazionali, condotte sotto la direzione di Israel Finkelstein e Mario Martin dell'Università di Tel Aviv e di Matthew Adams del W.F. Albright Institute of Archaeology di Gerusalemme, sono iniziate nel 1994. Il sito archeologico, Patrimonio dell'umanità, è stato scoperto grazie alle campagne di scavo, che hanno portato alla luce un numero di monumenti senza precedenti, fra cui palazzi, templi e mura cittadine dell'Età del Bronzo e del Ferro (fra il 3300 e il 586 a.C.). Ma gli archeologi non avrebbero mai potuto immaginare di scoprire una tomba perfettamente preservata risalente alla Media Età del Bronzo (circa 1700-1600 a.C.), periodo in cui il potere di Megiddo era al suo apice, prima che la dinastia regnante si arrendesse alla potenza dell'esercito di Thutmose.
L'inaspettata scoperta è avvenuta dopo che gli archeologi iniziarono a notare delle crepe sulla superficie di un'area di scavo adiacente ai palazzi dell'Età del Bronzo scoperti negli anni Trenta. I ricercatori avevano intuito la presenza di una cavità sottostante, racconta Adams. Poi, nel 2016, la scoperta: un corridoio sotterraneo che conduce a una camera funeraria.
Targhe in avorio trovate nella tomba di Megiddo che ricoprivano,
un tempo, una scatola di legno (Foto: Peter Lanyi, The Israel
Museum, Gerusalemme)
La camera conteneva i resti di tre individui: un bambino di età compresa tra gli otto e i dieci anni, una donna di circa 35 anni e un uomo tra i 40 e i 60 anni, tutti adornati di gioielli d'oro e d'argento, fra cui anelli, fermagli, bracciali e spille. L'individuo maschile adulto indossava una collana e un diadema d'oro e in generale tutti gli oggetti rinvenuti dimostrano doti artistiche di alto livello. Oltre alle preziose sepolture perfettamente conservate, gli archeologi erano incuriositi dalla posizione della tomba, adiacente al palazzo reale di Megiddo, risalente alla Media Età del Bronzo. Oltre ai gioielli, la tomba conteneva vasi di ceramica provenienti da Cipro e recipienti in pietra forse importati dall'Egitto.
I ricchi ornamenti degli individui sepolti nella tomba sembrano indicare la presenza, nell'antica Megiddo, di una società complessa e altamente stratificata, con un'élite ricca e potente al vertice. Melissa Cradic, esperta di riti funerari antichi della regione e parte del team di ricerca, spiega che nella tomba si sono verificate due fasi rituali: la prima coinvolgeva la sepoltura di almeno sei persone in un breve lasso di tempo; la seconda prevedeva lo spostamento di quegli stessi resti nella parte posteriore della tomba, mentre tre individui deceduti di recente venivano posti nella parte anteriore della camera sepolcrale.
I gioielli d'oro che ornavano la sepoltura dell'uomo adulto. Dall'alto:
un diadema, un braccialetto e una torque (Foto: Peter Lanyi,
The Israel Museum, Gerusalemme)
Melissa Cradic osserva che alcuni tipi di gioielli indossati dai tre individui, fra cui le cavigliere di bronzo e le spille di metallo, sono identici ai manufatti trovati in mezzo ai resti ammucchiati nella parte posteriore della camera sepolcrale, suggerendo una stretta relazione sociale tra i due gruppi di persone sepolti insieme.
La bioarcheologa Rachel Kalisher, impegnata nell'analisi delle ossa degli individui sepolti, ha evidenziato la presenza di una possibile anomalia genetica o scheletrica in entrambi i gruppi, cosa che suggerisce che potessero essere imparentati.
I ricercatori sono particolarmente interessati all'origine della classe dominante di Megiddo poiché i contatti diplomatici con l'Egitto nel XIV secolo a.C. - che fecero seguito alla conquista della città a opera di Thutmose III - rivelano che il re di Megiddo a quell'epoca non aveva un nome semitico (tradizionalmente cananeo), ma piuttosto un nome hurrita: Birydia.
Gli studiosi hanno a lungo creduto che gli hurriti fossero un popolo nomade di montagna, comparso nella regione tra il IV e il III millennio a.C., che alla fine divenne sedentario e adottò la scrittura cuneiforme. Nuovi scavi nelle città anticamente abitate dagli hurriti hanno tuttavia rivelato la presenza di una cultura avanzata con un proprio linguaggio e un sistema di credenze che potrebbero aver giocato un ruolo chiave nel plasmare le prime città e gli stati del Vicino Oriente. I risultati del Dna potrebbero definire per la prima volta il ruolo degli hurriti nella gestione delle città-stato cananee, oltre a modificare la nostra percezione dei suoi abitanti.

Fonte:
nationalgeographic.it

Paesi Bassi, trovato un cimitero di età romana

(Foto: +31 Mag)
Bemmel, Paesi Bassi, ritrovato un grande cimitero romano. E' l'insediamento più a nord di tutto l'impero romano. Secondo gli archeologi si tratta del cimitero di una ricca famiglia romana che, però, non si sa dove vivesse. Il cimitero è stato trovato in uno scavo presso l'autostrada A15, risale al II-III secolo d.C. e comprende 48 sepolture, alcune delle quali presentano le lapidi ancora intatte. Quattro tombe sono state trovate in buone condizioni, così come lo scheletro di un bambino databile allo stesso periodo. Il cimitero si trova a soli 50 centimetri di profondità.
Secondo gli archeologi che hanno effettuato lo scavo, il cimitero apparterrebbe ad una ricca famiglia romana ma, non essendoci insediamenti noti nelle vicinanze, non si sa dove questa famiglia vivesse. Tra gli oggetti trovati nelle sepolture vi erano utensili di lusso importati, quali vasi, piatti e tazze di terracotta dipinta, bottiglie di vetro e brocche decorate, tazze e piatti in bronzo oltre a spille per abiti, specchi, un paio di forbici e persino una bottiglia intatta contenente profumo.
Tra i reperti più importanti vi sono i frammenti di quattro portarotoli di pergamena e un monumento di pietra raffigurante una donna. Ritrovamenti simili sono facilmente riconducibili a insediamenti romani come Nijmegen o a ricchi funzionari romani una volta stabiliti in Belgio, Germania o Francia. La spiegazione più plausibile è quella di una ricca famiglia romana che risiedeva nei pressi di Bemmel.

Fonte:
31mag.nl

domenica 11 marzo 2018

Iraq, pioggia benefica...

Iraq, alcune delle rovine portate alla luce dopo le piogge
(Foto: Reuters)
Le forti piogge che hanno colpito l'Iraq nelle ultime settimane non solo hanno messo fine alla stagione secca, che ha quasi prosciugato lo storico fiume Tigri, ma hanno permesso di scoprire centinaia di rovine spazzate via da Babilonia, uno dei più importanti siti del Paese.
Tra le scoperte vi sono ceramiche, monete e pezzi di metallo che sono ora sottoposti ad analisi per scoprire a quale periodo appartengano. Già lo scorso anno sono stati scoperti in questo modo più di 1.000 reperti, il che dimostra che le rovine possono trovarsi vicinissime alla superficie del terreno.
Il sito dove sono emersi i nuovi reperti ospitava, un tempo, la città di Borsippa, in cui visse il profeta Abramo, nato a Nimrud di Babilonia.

Fonte: aawsat.com

I più antichi tatuaggi del mondo scoperti in Egitto

Tatuaggi a forma di "S" su una mummia femminile rinvenuta nei pressi
di Luxor (Foto: Fondazione British Museum)
I ricercatori hanno scoperto i più antichi tatuaggi figurativi al mondo su due mummie egiziane di 5000 anni fa. Si tratta della raffigurazione di un toro e di una pecora rinvenuti sul braccio di una mummia maschile e di alcuni motivi a forma di "S" sul braccio e sulla spalla di una mummia femminile. La scoperta sposta indietro di mille anni la prova di tatuaggi in Africa.
La mummia maschile è stata rinvenuta cento anni fa. Si tratta di un individuo di età compresa tra i 18 e i 21 anni, morto per una coltellata alla schiena. L'analisi ai raggi infrarossi ha rivelato che le macchie scure che la mummia ha sul braccio sono due tatuaggi di animali sovrapposti in parte l'uno all'altro.
La mummia femminile ha quattro motivi di piccole dimensioni a forma di "S" che corrono lungo la spalla destra. Presenta anche un motivo simile a dei bastoni che venivano utilizzati durante delle danze rituali. I tatuaggi sono stati fatti utilizzando della fuliggine iniettata sotto pelle. In precedenza gli archeologi pensavano che solo le donne avessero dei tatuaggi ma con l'attuale scoperta, sono stati costretti a rivedere le loro teorie.
Si pensa che i tatuaggi denotassero lo status, il coraggio e la conoscenza magica di chi li aveva. Le mummie attualmente oggetto di studio sono state trovate a Gebelein, nella parte meridionale dell'Alto Egitto, a circa 40 chilometri a sud di Luxor. Gli individui sono stati sepolti in tombe poco profonde, senza alcuna preparazione speciale, ma i loro corpi si sono conservati naturalmente grazie al calore, alla salinità e all'aridità del deserto. I risultati ottenuti dalle analisi al radiocarbonio hanno accertato che entrambi vissero in un periodo che va dal 3350 al 3017 a.C., poco prima che la regione venisse unificata grazie ad uno dei primi faraoni d'Egitto nel 3100 a.C.
L'esempio più antico di tatuaggio è quello trovato sulla mummia dell'uomo di Similaun, vissuto, si pensa, tra il 3370 e il 3100 a.C., ma i suoi tatuaggi sono costituiti da linee orizzontali o verticali, piuttosto che figurativi.

Fonte:
bbc.com

Spagna, riemerge un tratto dell'acquedotto di Cadice

Spagna i resti dell'acquedotto romano di Cadice
(Foto: CEN/ADIP)
Resti di un acquedotto romano sono stati scoperti nella città di Cadice, in Spagna, dopo il passaggio di una tempesta. Si tratta dei resti dell'acquedotto di Cadice, una delle imprese dell'ingegneria umana più straordinarie che si conoscano. Si pensava che l'ultimo tratto di quest'acquedotto, costruito dai Romani, attraversasse il mare per raggiungere Cadice, che i geografi e gli storici Romani descrivono come un'isola e che ora è, invece, unita alla terraferma. Con i resti dell'acquedotto sono tornati alla luce i resti di una strada del XVI-XVII secolo, distrutti da uno tsunami nel 1755.
Se la scoperta sarà confermata, si tratta della prima parte dell'acquedotto che si stava cercando da molto tempo. Cadice venne fondata dai Fenici intorno al 1100 a.C. ed era conosciuta come Gades, una volta occupata dai Romani (206 a.C.). L'acquedotto venne costruito nel I secolo d.C. per migliorare la qualità dell'acqua fornita da una cisterna fenicia posta nelle vicinanze di Tempul.

Fonte:
telegraph.co.uk

Oxford, gli scavi scoprono frammenti di vita medioevale

Oxford, panoramica degli scavi in corso (Foto: Oxford Archaeology)
Gli archeologi inglesi hanno riportato alla luce un pezzo di vita nell'Università di Oxford di sette secoli fa. Si tratta di uno degli scavi urbani più grandi mai fatti in Gran Bretagna. Sono stati rinvenuti attrezzi, posate e boccali per la birra in ceramica, utilizzati da studenti ed insegnanti tra il XIII e il XV secolo.
Tra i resti recuperati vi sono anche quelli di una vasta gamma di cibo, tra i quali ossa di manzo, di agnello, di oca e quanto rimane di salmone, trote e uova. Per la prima volta gli archeologi possono vedere da vicino la vita di una delle più importanti e grandi istituzioni scolastiche del medioevo, sorta nel 1224 all'interno di un convento di frati francescani.
I francescani, come i loro "rivali" domenicani, furono una delle forze culturali più importanti che contribuirono a trasformare il metodo di insegnamento, concentrandosi sulle materie e su uno studio più rigoroso delle stesse. Pur esistendo da diverso tempo, infatti, l'Università di Oxford era orientata all'insegnamento di materie professionali, pratiche. L'apporto di francescani e domenicani si è rivelato essenziale nell'insegnamento della filosofia, della fisica, della storia naturale, della geologia e dell'ottica. In quel momento storico, inoltre, la teologia era avvertita e insegnata come una disciplina intellettuale di estrema attualità ed era chiamata "la regina delle scienze".
Oxford, piccola borsa in pelle ritrovata negli scavi dell'Università
(Foto: Oxford Archaeology)
Gli scavi attuali, diretti dall'archeologo Ben Ford, hanno restituito molti oggetti ben conservati della vita quotidiana dell'epoca: spolette, pennini, aghi speciali per cucire tra loro le pergamene, lampade ad olio, una rara matita medioevale fatta di piombo puro, segnalibri in bronzo, forbici speciali per tagliare la pergamena. Lo scavo ha permesso di recuperare anche un piccolo contenitore in ceramica che conteneva mercurio proveniente dalla Spagna che i frati dovevano utilizzare per esperimenti alchemici quali la doratura dei metalli, oppure per curare la lebbra o la sifilide.
Nel convento francescano, noto come Greyfriars, studiarono menti eccellenti dell'età medioevale, quali Robert Grosseteste, uno dei primi grandi matematici e fisici dell'Europa medioevale; Roger Bacon, filosofo, linguista e pioniere della scienza empirica; Aimone di Faversham, diplomatico che insegnò a Parigi, Tours, Bologna e Padova oltre che ad Oxford; John di Peckham, arcivescovo di Canterbury; Guglielmo di Ockham, filosofo e teorico politico radicale. Questi religiosi e filosofi erano, all'epoca, consiglieri di re e di papi e contribuirono a diffondere la fama di Oxford in Europa quale eccellente centro di studi.
Strumenti utilizzati per scrivere trovati negli scavi all'Università di Oxford
(Foto: Oxford Archaeology)
Lo scavo ha individuato frammenti di centinaia di boccali di birra e diversi frammenti di anfore spagnole, probabilmente utilizzate per contenere il vino e importate direttamente dal paese iberico. Molte delle brocche più belle, di cui sono stati trovati i frammenti, erano forse realizzate appositamente per il convento ed erano decorate con rami di palma per commemorare l'entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme prima della sua morte.
Sembra che studenti e docenti non abbiano avuto problemi di cibo, che doveva essere anche di ottima qualità: montoni, agnelli, maiali, manzi, polli, oche come pesce di mare (merluzzi, merlani, eglefini, aringhe, anguille, cefali) e d'acqua dolce. Sono stati trovati anche resti di ostriche, cozze, nocciole e noci. Per la creazione del potaje, uno stufato prevalentemente vegetale, veniva usato grano, orzo, avena e segale.
Lo scavo ha riportato alla luce anche i coltelli in ferro con manico di osso e legno e decorazione di ottone, utilizzati per tagliare la carne durante i pasti. Oltre ai coltelli sono emersi anche cucchiai in ferro utilizzati per le minestre e il brodo, un mortaio di 60 centimetri di diametro (probabilmente utilizzato per pestare e macinare erbe e spezie, dal momento che vi sono stati trovati, all'interno, alcuni semi).
Ma studenti e insegnanti, oltre a studiare e mangiare, si prendevano cura della salute fisica e spirituale. Sono state trovate almeno una dozzina di bottiglie per la raccolta delle urine, che venivano utilizzate dai frati esperti in medicina per rivelare lo stato di salute dei confratelli e degli allievi. E' stata anche trovata una ciotolina in legno, molto ben conservata, che potrebbe essere stata utilizzata per raccogliere il sangue durante i salassi. Nel medioevo, infatti, si era convinti che il salasso fosse un'ottima pratica per mantenersi in salute. E' stata trovata anche una palla di legno, un oggetto molto raro a rinvenirsi negli scavi archeologici relativi a quest'epoca, che serviva ai frati per giocare. Purtroppo questi oggetti finivano anche per essere piuttosto pericolosi, si sa che almeno uno studente fu ucciso da una di queste palle, al punto che re Edoardo III vietò, pena la reclusione, il gioco della pallamano, del calcio e dell'hockey.
Lo scavo ad Oxoford ha fatto emergere la cappella del convento, il refettorio, l'infermeria e due chiostri, nonché un sistema fognario piuttosto ben strutturato. Conservati sono anche delle rarissime colonne ottagonali in rovere, che appartenevano alla chiesa del XIII secolo e un bel pavimento in maiolica medioevale.

Fonte:
indipendent.co.uk

Bulgaria, cisterna romana per la raccolta delle acque carsiche

Cisterna ottagonale che alimentava l'acquedotto di Nicopolis ad Istrum
(Foto: Tihomira Metodieva)
Un gruppo di archeologi ha esplorato, per la prima volta, una cisterna che alimentava, attraverso un acquedotto lungo 23 chilometri, l'antica città romana di Nicopolis ad Istrum, nell'odierna Bulgaria del centro nord. Questa cisterna, che risale al II secolo d.C., si trova vicino alla città di Musina che, a sua volta, si trova ad ovest di Nicopolis ad Istrum. La cisterna raccoglieva le acque provenienti dalle sorgenti carsiche che si trovano all'interno della Grotta di Musina e le convogliava nell'acquedotto che alimentava Nicopolis ad Istrum.
Le rovine di Nicopolis ad Istrum, il cui nome significa "Città della vittoria sulle rive del fiume Danubio", si trovano nei pressi dell'attuale cittadina di Nikyup, a 18 chilometri da Veliko Tarnovo. Anticamente la città, fondata dall'imperatore Marco Ulpio Traiano (98-117 d.C.) per celebrare le sue vittorie sui Daci tra il 101 e il 106 d.C.), si trovava all'incrocio delle due strade principali delle provincie danubiane romane: la strada che da Odessus, sul Mar Nero (odierna Varna) conduceva alla parte occidentale della penisola balcanica e la strada che dall'accampamento militare di Novae (odierna Svishtov) sul Danubio conduceva verso la parte meridionale della penisola balcanica.
La città di Nicopolis ad Istrum è descritta come il luogo di nascita della tradizione letteraria germanica perché nel IV secolo a.C. il vescovo Ulfila (Wulfila, 311-383 d.C.) ebbe il permesso dell'imperatore Costantino II di insediarsi con il suo seguito di cristiani proprio vicino Nicopolis ad Istrum, nell'allora provincia di Mesia. Ulfila inventò l'alfabeto poi utilizzato dai Goti e tradusse la Bibbia dal greco al gotico.
Esplorazione della cisterna dell'acqua carsica della Grotta di Mersina
(Foto: Tihomira Metodieva)
La città di Nicopolis ad Istrum venne distrutta da Attila nel 447 d.C.; alcuni sostengono che, prima della distruzione, sia stata abbandonata dai suoi abitanti. In seguito, nel VI secolo d.C., venne parzialmente ricostruita come avamposto fortificato dell'Impero Romano d'Oriente per poi venire nuovamente distrutta alla fine dello stesso secolo dagli Avari. Tra il X e il XIV secolo Nicopolis ad Istrum era una città medioevale che faceva parte dell'impero bulgaro.
L'esplorazione archeologica della città è iniziata nel 1900, mentre gli attuali scavi sono in corso dal 2007. La cisterna e il bacino d'acqua che alimentavano l'acquedotto di Nicopolis ad Istrum sono stati esplorati dall'archeologo Kalin Chakaron del Pavlikeni Museum of History. Si tratta di una struttura quasi completamente ben conservata, di forma ottagonale, costruita con grandi blocchi di pietra, ognuno dei quali pesa oltre mezza tonnellata. In alcuni punti i blocchi sono tenuti insieme da grappe di ferro rivestite di piombo. La cisterna presenta due uscite, una nell'estremità settentrionale e l'altra in quella occidentale, entrambe sfocianti un canale. L'uscita settentrionale era quella dalla quale si dipartiva l'acquedotto che portava acqua a Nicopolis ad Istrum; l'uscita occidentale riversava l'acqua in eccesso dal canale principale.
L'acqua delle sorgenti carsiche della Grotta di Musina ha una temperatura costante di 14°C e venne portata in città grazie ad un sistema di archi e percorsi interrati. In almeno quattro punti l'acquedotto è costituito da arcate, così come molti altri acquedotti del mondo romano. La parte interrata più impressionante e più grande si trova nella valle del fiume Rositsa. Questa galleria venne ideata per superare la diversa pendenza lungo il percorso dell'acquedotto e permettere una migliore fruizione dell'acqua.
Alla fine del suo viaggio, l'acquedotto arrivava ad un serbatoio di distribuzione dell'acqua, il castellum divisiorum, che si trova davanti al muro occidentale della fortezza di Nicopolis ad Istrum. Qui veniva distribuita ai cittadini.

sabato 10 marzo 2018

I Romani di Serbia in mostra ad Aquileia

L'elmo dorato di Berkasovo (Foto: Il Gazzettino)
Nuova mostra ad Aquileia. Tesori e imperatori, lo splendore della Serbia romana è stata inaugurata oggi a Palazzo Meizlik e resterà aperta fino al 3 giugno. In mostra i capolavori provenienti dal Museo Nazionale di Belgrado che sta per riaprire dopo 18 anni di restauro.
I 62 reperti in mostra provengono dalla capitale, l'antica Singidunum, dal Museo Nazionale di Zajecar e di Nis e dai musei di Pozarevac, Novi Sad, Sremska Mitrovica e Negotin; un calco del 1861 della Colonna Traiana è stato invece prestato dal Museo della Civiltà Roimana. I capolavori permetteranno di approfondire oltre 600 anni di impero romano, dalla sua espansione a Oriente, all'età d'oro tardo antica, fino al suo crepuscolo, in un'area che ha dato alla storia tra i 16 e i 18 imperatori.
Tra i tesori protagonisti del percorso museale spiccano capolavori come l'elmo dorato e tempestato di gemme in pasta vitrea ritrovato a Berkasovo, il tesoro in argento di Tekija, le maschere da parata, il ritratto del padre di Traiano, la testa di bronzo di Costantino, quella in porfido rosso dell'imperatore Galerio proveniente dalla grandiosa villa di Felix Romuliana, l'odierna Gamzigrad e un incantevole cammeo in sardonica con l'imperatore Costantino a cavallo.
Sono tutti reperti che mettono in luce una potenza militare, quella dell'esercito romano, che coltivava uno splendore cerimoniale e che lasciò, come ha evidenziato la direttrice del Museo di Belgrado, Bojana Boric-Breskovi, un marchio indelebile sul territorio dell'attuale Serbia. L'esposizione, organizzata dalla Fondazione Aquileia con il Museo di Belgrado e la Soprintendenza archeologica belle arti e paesaggio del Friuli Venezia Giulia, in collaborazione con il Polo museale del Fvg, il Comune di Aquileia e l'Associazione nazionale per Aquileia, è stata presentata a Roma nella sede del ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo.

Fonte:
ilgazzettino.it

Sperlonga, trovato sulla spiaggia un capitello della villa di Tiberio

Il capitello trovato sulla spiaggia di Sperlonga (Foto: latinaoggi.eu)
E' tornato alla luce, dopo 2000 anni, sulla spiaggia di Sperlonga, un capitello romano di origini elleniche appartenente alla villa dell'imperatore Tiberio. A scoprirlo, per caso, Francesco, un pescatori che dopo essersi reso conto del grande tesoro che aveva sotto gli occhi, ha contattato i Carabinieri, il Comune e il Museo Archeologico Nazionale Grotta di Tiberio.
Una squadra di archeologi ha dissotterrato il capitello rimasto intatto sotto la sabbia e i detriti, nonostante la presenza constante dell'uomo. Ad assistere allo scavo, oltre ai tanti curiosi e all'autore del ritrovamento, anche il responsabile territoriale, archeologo della Soprintendenza ai Beni Culturali, Francesco Di Mario e il neo assessore Stefano D'Arcangelo. La bellezza di questo reperto, perfettamente conservato, ha affascinato i presenti e aperto una nuova strada verso ricerche future.

Fonte
latinaoggi.eu

Nelle viscere di Napoli con i Bizantini...

I cunicoli sotterranei di Napoli oggetti della moderna esplorazione
(Foto: Il Mattino)
Chissà se quegli stretti cunicoli sono proprio quelli che, nel 536 d.C., i soldati bizantini guidati dal generale Belisario percorsero per espugnare Napoli, al tempo occupata dai Goti. Dopo aver tolto l'acqua a quel tratto del maestoso acquedotto di epoca augustea, che dal Serino percorreva 90 chilometri arrivando fino alla Piscina Mirabilis di Miseno servendo ben dieci città campane, i militari bizantini penetrarono in città da un'apertura nella zona di Santa Sofia. Fu vittoria ma anche massacro.
Oggi una parte di quell'acquedotto - che fu altresì utilizzato da Alfonso d'Aragona nel XV secolo per conquistare la città angioina - è tornata alla luce grazie all'impegno dell'Associazione Celanapoli di Carlo Leggieri. La scoperta è stata presentata in un convegno tenutosi nella chiesa di Sant'Aniello a Caponapoli. Questo eccezionale sito archeologico è stato riscoperto al di sotto di un'abitazione in vico Tessitori, zona Miracoli, sulla sommità del rione Sanità. Dopo aver liberato dai detriti e dai rifiuti una scalinata che conduceva a un ex ricovero bellico, ecco spuntare un canale lungo almeno 220 metri, ricoperto dal cocciopesto. Un prezioso tassello il complesso paesaggio antico a nord di Neapolis, già caratterizzato dall'imponente necropoli ellenistica.
Quest'opera di ingegneria idraulica, segnalata da numerose fonti tra il VI e il XIX secolo, consiste in un canale scavato in galleria - parte di una cavità censita dal Servizio difesa idrogeologica del territorio e sicurezza abitativa del Comune di Napoli - rilevabile a circa 20 metri dall'attuale quota stradale. Ubicato in un punto intermedio tra i Ponti Rossi e i ponti-canali identificati nel seminterrato di palazzo Peschici-Maresca, in via Arena alla Sanità, presentati nel 2015, il condotto si sviluppa per circa 220 metri e presenta 7 pozzi di aerazione distanti tra loro circa 36 metri, secondo le logiche vitruviane. Utilizzato durante l'ultimo conflitto bellico quale camminamento per collegare diverse cavità adattate a rifugi antiaerei, documentato negli anni '80, era stato riespolorato nel 2008. L'attività di ricerca, recupero e valorizzazione del patrimonio culturale dell'area Vergini-Sanità conferma la valenza culturale di un contesto di straordinario interesse.
Determinante il contributo delle associazioni per restituire alla fruibilità pubblica una testimonianza di assoluta rilevanza del mondo antico. La scoperta è stata presentata dagli autori dello studio, Francesco Colussi e Carlo Leggieri. Sono intervenuti Giuseppe Camodeca, Ordinario di Storia Romana ed Epigrafia Latina all'Università di Napoli "L'Orientale"; Salvatore D'Agostino, Ordinario di Scienze delle Costruzioni all'Università Federico II e fondatore del CIBeC, Gianluca Minin, presidente di Borbonica Sotterranea e l'ingegner Clemente Esposito del Centro Speleologico Meridionale. Quando ormai si pensava di aver scoperto tutto, Napoli continua a stupire.

Fonte:
ilmattino.it

Scoperto un cimitero nativo-americano di 7000 anni fa

Il cimitero nativo-americano nel Golfo del Messico (Foto: La Stampa)
Un sito di sepoltura ancestrale dei nativi americani risalente a 7000 anni fa. E' stato scoperto sul fondale del Golfo del Messico al largo di Manasota Key, in Florida. Una scoperta quasi surreale, costruito in una sorta di stagno - oggi subacqueo - dove l'acqua era dolce e il fondale fatto di torba.
Un pozzo dei tesori, da tutelare il prima possibile. "Il Dipartimento di Stato della Florida prende molto sul serio la sua responsabilità per la conservazione, il trattamento rispettoso e la sicurezza di questo sito raro e unico", ha affermato il segretario di Stato Ken Detzener. "Il nostro team di archeologi subacquei ha svolto un incredibile lavoro di documentazione e ricerca sul sito di Manasota Key e sono estremamente orgoglioso del lavoro svolto. La nostra speranza è che questa scoperta porti a una maggiore conoscenza e una maggiore comprensione dei primi popoli della Florida".
Il sito archeologico di Manasota Key è stato definito "senza precedenti". Ed è la testimonianza di come millenni fa, in un clima più fresco, i nativi americani vivessero su un continente decisamente più vasto, anno dopo anno divorato dal mare. I reperti ancestrali oggi si trovano a 275 metri dalla costa, ad una profondità di 6,5 metri. Un'accessibilità che potrebbe seriamente metterlo a rischio. Per evitare che qualche turista o bagnante troppo zelante si avvicini troppo, dl giorno della scoperta il sito viene pattugliato dalle forze dell'ordine. E lo rimarrà finché tutto non verrà studiato e messo in sicurezza.
Gli scavi sono iniziati nel 2016, quando dei subacquei hanno casualmente visto dal fondale al largo di Manasota Key spuntare delle ossa, verosimilmente umane. Un braccio, pezzi di cranio, ma anche paletti di legno e altri frammenti inconsueti per la zona. E' iniziata così la ricerca ma i primi risultati sono stati resi noti solo pochi giorni fa, a fine febbraio.
In questi due anni il Bureau of Archaeological Research ha perlustrato palmo a palmo tutta la zona, identificando - oltre al cimitero - un'area archeologica grande 7.500 metri quadrati. Le prime ricerche indicano che i corpi dei nativi americani erano stati seppelliti in acqua, in una sorta di stagno melmoso, che secolo dopo secolo è stato risucchiato dal Golfo del Messico.
Ma nonostante l'inondazione, il fondale di torba è rimasto intatto, rallentando il processo di decomposizione e dandoci oggi la possibilità di studiare dei reperti così preziosi e unici nel loro genere.

Fonte:
lastampa.it

L'Uomo di Mentone era...la Donna di Caviglione

La Donna di Caviglione (Foto: Ansa)
Appartiene a una donna di circa 37 anni e non a un uomo, come erroneamente si riteneva, lo scheletro rinvenuto nel 1872 nella grotta Caviglione, in una sepoltura che faceva parte del sito archeologico dei Balzi Rossi, al confine italo-francese di Ventimiglia.
La scoperta è stata comunicata durante l'inaugurazione, avvenuta nei giorni scorsi, del nuovo allestimento del Museo Preistorico di Balzi Rossi. "La sepoltura, quindi, non si chiama più l'Uomo di Mentone, ma la Dona di Caviglione - ha detto Antonella Traverso, direttore del museo - ed è stata proprio questa sorprendente scoperta a dare impulso al riallestimento complessivo del museo".
Il 26 marzo 1872 gli scavi guidati da Emile Riviere portavano alla luce una sepoltura di quello che sino ad oggi era stato chiamato "Uomo di Mentone". La sepoltura viene trasferita a Parigi, dove è conservata presso l'Institut del Paleontolgie Humaine e ai Balzi Rossi ne resta il calco. A sorpresa, i recenti studi del gruppo internazionale guidato da Henry de Lumley, hanno ribaltato le informazioni sino a oggi ritenute valide. La sepoltura, caratterizzata da una cuffia formata da conchiglie e denti di cervo e un corredo di ossa di cavallo, è quella di una madre vissuta circa 24.000 anni fa, di alta statura e di circa 37 anni.

Fonte:
Ansa.it

sabato 3 marzo 2018

Tivoli, riemerge una domus romana

Pavimento della domus di Tivoli
(Foto: Andrea Terenzi)
Una domus di età romana non lontana da Villa d'Este. Testimonianze dell'antica Tibur sono venute alla luce nei giorni scorsi in vicolo del Colonnato a Tivoli.
Quello che è stato scoperto è un ambiente di strutture a blocchi e intonaco dipinto con un meraviglioso pavimento in cocciopesto decorato con motivi geometrici a tessere bianche e nere, databile al II-I secolo a.C., come ha annunciato l'archeologa Valentina Cipollari.
Una domus di età romana. La zona dove è stata trovata è quella che, nel 1500, si chiamava Valle Gaudente, al di fuori della cinta muraria dell'antica Tibur, attigua ai giardini di Villa d'Este all'interno dei quali sembrano continuare le strutture.
"Il cantiere di via del Colonnato - spiega l'archeologa Cipollari - è seguito dalla collega Marta Di Berti. La direzione scientifica è del Dott. Zaccaria Mari, funzionario della Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio per l'Area Metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l'Etruria Meridionale".

Roma, la metro C e la casa del comandante

Ambienti della casa rinvenuta durante i lavori della Metro C
(Foto: Bruno Frustini)
Nel corso dei lavori di completamento della stazione Metro C - Amba Aradam, a Roma, gli archeologi hanno rinvenuto i resti di altri due edifici adiacenti al dormitorio della caserma romana emersa nella primavera del 2016. Pur avendo una loro funzione specifica, i nuovi ritrovamenti si presentano come parte integrante del complesso militare per le seguenti caratteristiche: formano due ali al dormitorio e appaiono costruite in età adrianea (inizi del II secolo d.C.), contemporaneamente all'alloggio dei soldati.
Le nuove scoperte sono avvenute a 12 metri di profondità, si dispongono a una quota più bassa di circa 3 metri rispetto al resto della caserma, e seguono l'orografia della zona, declinante verso nord in direzione del fiume che scorreva
Panoramica degli ambienti rinvenuti durante lo scavo
della Metro C (Foto: Bruno Frustini)
ai piedi delle (non ancora costruite) Mura Aureliane.
L'ala est si configura come un edificio rettangolare di circa 300 mq, che prosegue oltre la paratia nord della stazione, limite dello scavo: vi si accede da un'ampia area all'aperto, per mezzo di gradini che immettono in un corridoio con pavimento in opus spicatum (mattoncini disposti a spina di pesce). In quest'area sono stati rinvenuti 14 ambienti, che si dispongono attorno ad un cortile centrale con fontana e vasche, anch'esso in opera spicata a terra. I pavimenti sono di buona fattura in opus sectile a quadrati di marmo bianco e ardesia grigia, a mosaico (anche figurato) o in cocciopesto, mentre le pareti sono decorate con intonaci dipinti o bianchi. Uno degli ambienti doveva essere riscaldato, vista la presenza di suspensurae (pile di mattoni che formavano un'intercapedine al di sotto del pavimento per il passaggio di aria calda).
Sia i pavimenti che i rivestimenti parietali sono stati rifatti più volte, con l'intento, evidentemente, di mantenere in buono stato l'edificio, nonostante le diverse ristrutturazioni interne, che nel tempo ne hanno modificato la forma e le dimensioni degli ambienti, nonché le aperture di passaggio. Nell'ultima fase di vita quest'ala della caserma è stata dotata di una scala per salire al piano superiore, probabilmente un accesso ad ufficio o al dormitorio dei soldati, posto, appunto, più in alto.
Pavimenti musivi della casa rinvenuta durante gli scavi della Metro C
(Foto: Bruno Frustini)
Dal momento che è da escludere l'eventualità che un privato cittadino potesse costruire la sua domus a contatto con un edificio militare di proprietà imperiale, l'ipotesi allo studio, a scavo ancora in corso, è che si tratti dell'abitazione del comandante della caserma. Anche l'ala ovest, simmetrica alla precedente, era più ampia di quanto messo in luce e proseguiva oltre la paratia occidentale della stazione. Si tratta di un'area di servizio, con pavimenti in opera spicata, vasche e sottostanti complesse canalizzazioni idriche. Quest'ala, attraverso una soglia in blocchi di travertino, era in comunicazione con un tracciato viario in basoli ad andamento est-ovest. Probabilmente accoglieva merci da stoccare, forse temporaneamente.
Di particolare importanza è il rinvenimento di elementi lignei: sia resti delle cassaforme utilizzate per edificare le fondazioni dei muri (tavole e ritti ritrovati ancora in situ sulle fondazioni), sia elementi di carpenteria (tavole, travi, travetti) accatastati o buttati al fondo di fosse. Il rinvenimento di elementi lignei è molto raro per Roma: gli scavi per la Metro C, grazie alla loro profondità, ne hanno recentemente permesso alcuni rilevanti ritrovamenti.
Particolare dei pavimenti rinvenuti nei lavori della Metro C
(Foto: Bruno Frustini)
I due nuovi edifici, come il dormitorio dei soldati, sono stati abbandonati e messi fuori uso intenzionalmente: i muri rasati a un'altezza massima di 1,5 metri, gli ambienti spoliati e interrati. Questo radicale e massiccio intervento, databile a poco dopo la metà del III secolo d.C., può essere messo in relazione con la costruzione delle vicine Mura Aureliane (271-275 d.C.), che doveva prevedere la dismissione degli edifici esterni e prossimi, possibile riparo o nascondiglio per eventuali nemici.
Le indagini archeologiche nella stazione Amba Aradam della Linea C si sono svolte nei mesi di novembre-dicembre 2015 e, dopo una battuta d'arresto, sono riprese nel marzo 2016 e sono tuttora in corso. Nel 2016 la Soprintendenza ha presentato il ritrovamento di un lungo edificio militare con corridoio centrale e stanzette affrontate, destinato ad alloggio dei soldati.
le novità di questo ultimo anno, le due ali della caserma, aggiungono un nuovo elemento di conoscenza del complesso militare. L'importanza della scoperta si deve alla complessità e allo stato di conservazione dei castra, nonché alla loro posizione, che integra la cintura di edifici militari rinvenuta tra Laterano e Celio: i Castra Priora Equitum Singularium rinvenuti in via Tasso, i Castra Nova Equitum Singularium che si trovano sotto la basilica di San Giovanni in Laterano, i Castra Peregrina al di sotto della chiesa di Santo Stefano Rotondo e la statio della V Coorte dei Vigili presso la chiesa di Santa Maria in Domnica.
Si tratta di un vero e proprio quartiere militare, edificato soprattutto nell'età traianea (inizi del II secolo d.C.). Malgrado siano citati in numerose fonti letterarie ed epigrafiche, non di tutti i castra di Roma sono stati trovati dei resti: la caserma di Amba Aradam potrebbe proprio far parte di questi ultimi.

Fonte:
Comunicato Stampa Casa del Comandante - 2 marzo 2018

Tracce di monete bizantine sulla Sindone

Le microparticelle aspirate dalla Sindone di Torino, composte da una lega di oro e di argento con residui di rame (elettro bizantino) (Fot...