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venerdì 26 giugno 2026

Barbarano Romano, rinvenuta una tomba etrusca intatta

Barbarano, la tomba etrusca scoperta
(Foto: archeomedia.net)

Un frammento ulteriore della storia e della presenza etrusca è stato rinvenuto nel viterbese, a Barbarano Romano, nella necropoli di San Giuliano. Qui è stata individuata una tomba risalente al VII secolo a.C., rimasta sigillata per circa 2700 anni e riportata alla luce da un'équipe di archeologi italo-statunitense.
La sepoltura, caratterizzata da un soffitto a capanna in tufo, si presenta in condizioni di conservazione tali da aver permesso il ritrovamento dei resti di una famiglia di alto rango, deposti su un letto funerario secondo i rituali dell'epoca.
La tomba custodisce i resti di due individui e un corredo funebre. Dai primissimi rilievi effettuati dopo l'apertura della lastra di pietra, gli esperti hanno ipotizzato che una delle due salme appartenga ad un uomo: accanto ai resti parzialmente conservati delle ossa è stata infatti rinvenuta una punta di lancia in metallo. Lo spazio interno della camera contiene numerosi oggetti della vita quotidiana e dei rituali funebri dell'epoca. Tra la terra di infiltrazione si distinguono chiaramente diverse olle, alcuni calici in bucchero e almeno un aryballos, un genere di vaso utilizzato anticamente per contenere unguenti e profumi.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


sabato 4 aprile 2026

Roma, eccezionale scoperta nei pressi della Necropoli Ostiense

Roma, uno degli affreschi della necropoli ostiense
(Foto: Ufficio Stampa e Comunicazione MiC)

Nel corso delle indagini di archeologia preventiva condotte dal Ministero della Cultura - Soprintendenza Speciale di Roma, per la realizzazione di uno studentato sulla via Ostiense, in zona San Paolo Fuori le Mura, è stata scoperta una vasta area funeraria, con tombe in muratura decorate e sepolture a fossa, eccezionalmente ben conservata.
Si tratta di una delle necropoli più estese dell'antica Roma. Dallo scavo, diretto da Diletta Menghinello, archeologa della Soprintendenza Speciale di Roma, è emerso, a circa un metro di profondità, un nucleo di cinque edifici funerari di età imperiale a pianta quadrangolare con copertura a volta, allineati da nordest a sudovest e preceduti da due strutture minori. Un sesto edificio, analogo agli altri ma ad essi perpendicolare, suggerisce, insieme ai resti di ulteriori ambienti, l'organizzazione del complesso attorno ad un cortile interno.
I sepolcri, secondo l'archeologa Menghinello, sono da identificarsi con tutta probabilità con dei colombari dotati di nicchie destinate ad ospitare le urne cinerarie. Lo scavo è ancora in una fase preliminare ma è già possibile riconoscere, negli ambienti venuti alla luce, un elaborato apparato decorativo, costituito da intonaci affrescati a fasce e a motivi vegetali, stucchi, edicole ornate da figure della simbologia funeraria romana (Oranti o Vittorie Alate).
Nell'area prossima alla strada, a profondità via via maggiori, sono stati inoltre rimessi in luce un'aula absidata ed un altro grande ambiente con resti di pavimentazione a mosaico, entrambi in laterizi, la cui funzione è ancora da determinarsi, forse il luogo dove si svolgevano i banchetti funerari.
In età tardo-antica, una necropoli molto più modesta si è impiantata alle spalle del settore monumentale occupato dalle tombe di età imperiale, dal quale è separata da un lungo muro in blocchetti di tufo. Scarsi oggetti di corredo accompagnano semplici sepolture a fossa, sovrapposte le une alle altre in fitta successione.
Il contesto è da ricondursi alla vasta Necropoli della via Ostiense, sviluppatasi tra la tarda età repubblicana ed il tardo impero, di cui sono attualmente visibili i settori del Sepolcreto Ostiense e della Rupe di San Paolo.
La Necropoli Ostiense era conosciuta fin dal 1917 e si è salvata dalla forte urbanizzazione del territorio.

Fonte:
Ufficio Stampa e Comunicazione MiC


domenica 8 marzo 2026

I tesori nascosti di Roma: emerge una necropoli sulla via Ostiense

Roma, un tratto della necropoli appena scoperta
(Foto: Ufficio Stampa e Comunicazione MiC)

Nel corso delle indagini di archeologia preventiva condotte dal Ministero della Cultura - Soprintendenza Speciale di Roma, per la realizzazione di uno studentato sulla via Ostiense, in zona San Paolo Fuori le Mura, è stata scoperta una vasta area funeraria, con tombe in muratura decorate e sepolture a fossa, eccezionalmente ben conservata.
Questo rinvenimento conferma la straordinaria complessità del patrimonio archeologico della città, che continua ad emergere anche nei contesti interessati da trasformazioni urbane.
Dallo scavo, diretto dalla Dottoressa Diletta Menghinello, archeologa della Soprintendenza Speciale di Roma, è emerso, a circa un metro di profondità, un nucleo di cinque edifici funerari di età imperiale a pianta quadrangolare con copertura a volta, allineati da nord-est a sud-ovest e preceduti da due strutture minori. Un sesto edificio, analogo agli altri ma ad essi perpendicolare, suggerisce, insieme ai resti di ulteriori ambienti, l'organizzazione del complesso attorno ad un cortile interno.
"Lo scavo dei sepolcri - spiega la Dottoressa Menghinello - molto probabilmente identificabili come colombari, ambienti dotati di nicchie destinate ad ospitare le urne cinerarie, è ancora in una fase preliminare. Nella limitata porzione attualmente visibile delle camere sepolcrali, è comunque già possibile riconoscere un elaborato apparato decorativo, costituito da intonaci affrescati a fasce e a motivi vegetali, stucchi, edicole ornate da figure della simbologia funeraria romana (come Oranti o Vittorie Alate). La prosecuzione dello scavo potrebbe consentire il rinvenimento di numerosi elementi di corredo, epigrafi e rivestimenti pavimentali".
Nell'area più prossima alla strada, a profondità via via maggiori, sono stati inoltre riportati alla luce un'aula absidata ed un altro grande ambiente con resti di pavimentazione a mosaico, entrambi in laterizi, la cui funzione si chiarirà con il procedere dell'indagine. In età tardo-antica, una necropoli assai più modesta si impianta alle spalle del settore monumentale occupato dalle tombe di età imperiale, dal quale è separata da un lungo muro in blocchetti di tufo: scarsi oggetti di corredo accompagnano semplici sepolture a fossa, sovrapposte le une alle altre in fitta successione.
Il contesto va ricondotto alla vasta necropoli della via Ostiense, sviluppatasi tra la tarda età repubblicana e il tardo impero, di cui attualmente sono visibili i settori del Sepolcreto Ostiense e della Rupe di San Paolo.

Fonte:
Ufficio Stampa e Comunicazione MiC


giovedì 12 febbraio 2026

Montopoli Sabina, scoperto un tratto di un acquedotto romano

Montopoli Sabina, particolare
della villa romana detta dei
Casoni (Foto: abcvox.info)

All'interno del complesso della Villa dei Casoni, nel territorio di Montopoli Sabina, in provincia di Rieti, è stato scoperto un tratto di acquedotto di epoca romana. Il ritrovamento si deve all'attività di ricerca e studio della Soprintendenza Abap per l'area metropolitana di Roma e per la provincia di Rieti, che sta coordinando gli scavi, e del Gruppo Speleo Archeologico Vespertillo sullo sterminato patrimonio di strutture ipogee della Sabina.
Eretta in epoca repubblicana, la Villa dei Casoni poggiava su due terrazze digradanti: quella inferiore ospitava il giardino con ninfeo e piscina circolare, quella superiore accoglieva la zona residenziale con criptoportico, cubicoli e tablinio. La presenza di acquedotti molto antichi e della cosiddetta Fonte Varrone era già testimoniata da alcune fonti storiche alla fine del Settecento e nel corso dell'Ottocento, ma solo oggi, grazie ad un'accurata indagine topografica ed a diverse sessioni di ricognizione sul territorio, si sono potuti individuare con certezza non solo la fonte, ma anche l'acquedotto e le sorgenti che alimentavano il complesso.
Il gruppo di speleologi ha individuato un complesso sistema idraulico sotterraneo, costituito da una rete articolata di cunicoli scavati nel conglomerato naturale. Si tratta di un sistema di drenaggio e captazione delle acque situato a circa 300 metri dalla villa. Le acque provenienti da queste sorgenti, che fino a pochi decenni fa alimentavano un fontanile noto come Fonte Varrone, venivano convogliate in una cisterna che aveva anche una funzione di vasca limaria, per poi essere redistribuite alle varie utenze della villa. E' un sistema che doveva essere in uso già prima della romanizzazione della Sabina, riferibile ad un antico abitato presente nell'area.
Si pensa che la villa sia stata edificata, infatti, su un preesistente villaggio sabino. Le tracce di opus poligonalis e quadratum suggeriscono l'antichità del sito. Caratterizzata da una struttura elevata di sei metri rispetto al piazzale antistante, la villa ospitava un ninfeo circolare, interpretato come una piscina, ed una serie di stanze residenziali e funzionali.
Le fondamenta conservate rivelano l'organizzazione degli interni. L'atrio centrale, fiancheggiato da cubicoli (camere da letto), dava accesso a biblioteche separate per letteratura greca e latina ed al peristilio tramite un posticum. Verso est si trovano stanze di servizio, tra le quali un'esedra che conduceva all'horreum (magazzino per le granaglie), quest'ultimo collegato ad un criptoportico sotterraneo utilizzato come officina.
Il criptoportico è uno dei meglio conservati della Sabina. Ha una forma ad "L" e si estende per 50 metri, illuminato da aperture a bocca di lupo.
A nord della villa si trova il rudere di una fontana romana (fons), presumibilmente decorativa. Altri resti frammentari di stanze e parti delle mura esterne, compresa un'esedra semicircolare, si trovano nel piazzale sottostante, probabilmente un tempo giardino.
La Villa dei Casoni sembrerebbe collegata da condutture idrauliche ai cosiddetti Bagni di Lucilla, altra costruzione romana che si trova poco distante, esattamente in località San Valentino, frazione di Poggio Mirteto. Il rinvenimento di una tegola con impresso il bollo "DOMIT PFLUCILL T'EPRCOS" fece ritenere che la villa fosse appartenuta a Lucilla, imperatrice figlia di Marco Aurelio, moglie di Lucio Vero, uccisa nel 186 d.C. da suo fratello Commodo nell'isola di Capri.

Fonti:
archeomedia.net
geosabina.it

domenica 18 gennaio 2026

Roma continua a riservare sorprese: gli scavi di via di Pietralata

Roma, il sacello trovato a Pietralata
(Foto: Soprintendenza Speciale di Roma)

A Roma, nel Parco delle Acacie lungo via di Pietralata, la Soprintendenza Speciale di Roma ha riportato alla luce un complesso archeologico esteso e stratificato, con strutture cultuali, funerarie e infrastrutture viarie risalenti ad un periodo tra età repubblicana e imperiale. Si tratta di due grandi vasche monumentali, un edificio di culto probabilmente dedicato ad Ercole ed un articolato complesso funerario di età repubblicana.
I dati finora emersi delineano una sequenza di occupazione che va dal V-IV secolo a.C. fino al I secolo d.C., con tracce di una presenza più sporadica anche tra il II ed il III secolo d.C. Al centro del contesto individuato si sviluppa un lungo asse viario di epoca antica, che attraversava l'area in un territorio caratterizzato dal passaggio di un corso d'acqua, confluito nel vicino fiume Aniene.
Roma, la vasca sud rinvenuta a Pietralata
(Foto: Soprintendenza Speciale di Roma)
La strada rappresenta uno degli elementi strutturanti del sito. L'asso viario si articola in due tratti distinti: uno più prossimo all'attuale via di Pietralata, realizzato in terra battuta, e un altro in direzione di via Feronia, scavato direttamente nel banco di tufo. Sebbene la percorrenza dell'area dovesse essere già più antica, le prime evidenze di una regolarizzazione dell'asse stradale, orientato da nordovest a sudest, risalgono all'età medio-repubblicana, intorno al III secolo a.C. In questa fase venne costruito un imponente muro di contenimento in blocchi di tufo, successivamente sostituito, nel secolo seguente, da una struttura in opera incerta.
Nel I secolo d.C. la strada era ancora in uso e fu oggetto di ulteriori interventi. Venne dotata di un nuovo battuto e delimitata da murature in opera reticolata, segno di una sistemazione più monumentale del percorso. La porzione di tracciato in prossimità di via Feronia mostra un periodo di utilizzo compreso tra il III secolo a.C. e il I secolo d.C. e conserva, nella sua fase più antica, evidenti solchi carrai incisi nella tagliata di tufo. A partire dal II-III secolo d.C. alcune modeste sepolture a fossa, disposte lungo l'asse stradale, sembrano documentare il progressivo abbandono della strada e la trasformazione del suo ruolo all'interno del paesaggio.
Roma, scavi di via di Pietralata, Tomba A Specchio
(Foto: Soprintendenza Speciale di Roma)
Dalla strada si accedeva a un piccolo edificio di culto, un sacello a pianta quadrangolare di dimensioni contenute ma di grande interesse simbolico ed archeologico. La struttura misura circa 4,5 per 5,5 metri ed è costruita con murature in opera incerta di tufo, con tracce di intonaco ancora visibili sulle pareti interne. Al centro dell'ambiente, in asse con l'ingresso, è stata rinvenuta una base quadrata in tufo intonacato di bianco, interpretabile come un altare o parte di esso. Sulla parete di fondo, sempre al centro, un avancorpo in muratura doveva fungere da base per una statua di culto.
Lo scavo ha messo in luce un dato particolarmente significativo: il sacello fu realizzato al di sopra di un deposito votivo ormai dismesso. All'interno di questo deposito sono stati rinvenuti numerosi ex voto, tra i quali teste, piedi, statuine femminili e due bovini in terracotta. Si tratta di materiali che fanno pensare ad un luogo legato al culto di Ercole, divinità ampiamente venerata lungo la vicina via Tiburtina, da Roma fino a Tibur, dove erano presenti diversi templi a lui dedicati. Alcune monete in bronzo rinvenute nel contesto consentono di datare la costruzione del sacello tra la fine del III ed il II secolo a.C., collocandolo pienamente nell'età repubblicana.
Roma, scavi di via di Pietralata, stipe votiva rinvenuta
nel sacello (Foto: Soprintendenza Speciale di Roma)
Sul pendio tufaceo che degrada da via di Pietralata è stato individuato anche un complesso funerario di notevole importanza. Due corridoi distinti e paralleli, i cosiddetti dromoi, conducono a due tombe a camera databili tra il IV e l'inizio del III secolo a.C. La prima, indicata come Tomba A, presenta un ingresso monumentale alla camera interna scavata nella roccia. Il portale, realizzato in pietra con stipiti e architrave, era chiuso internamente da una grande lastra monolitica. All'interno della sepoltura sono stati rinvenuti un grande sarcofago e tre urne, tutti in peperino. Il corredo comprende due vasi integri, una coppa a vernice nera, una brocchetta in ceramica depurata, uno specchio e una coppetta, anch'essa a vernice nera.
La Tomba B, probabilmente realizzata in un momento leggermente successivo ma sempre in età repubblicana, nel III secolo a.C., era chiusa da grandi blocchi di tufo. La camera presenta sui lati delle banchine destinate alla deposizione dei defunti. Tra i resti umani è stato individuato uno scheletro maschile adulto, del quale è stato finora recuperato soltanto parte del cranio. Su questo elemento è stato riconosciuto il segno di una trapanazione chirurgica, una testimonianza di grande interesse per la storia della medicina antica. Le due tombe facevano parte di un unico complesso funerario che doveva presentare una facciata monumentale in blocchi di tufo, oggi gran parte scomparsa. Alcuni elementi risultano infatti asportati e reimpiegati già in età romana.
La monumentalità dell'insieme suggerisce l'appartenenza ad una gens facoltosa e influente, attiva in questo settore del territorio.
Roma, scavi di via di Pietralata, 
statuetta votiva di Ercole
(Foto: Soprintendenza Speciale di Roma)
Tra le strutture più imponenti emerse dallo scavo spicca la cosiddetta vasca est. Si tratta di una struttura monumentale di circa 28 metri di lunghezza per 10 di larghezza, con una profondità di 2,10 metri. La vasca fu realizzata nel II secolo a.C., come indicano le tecniche murarie in opera incerta. A partire dal I secolo d.C. la struttura sembra perdere progressivamente la sua funzione, entrando in una fase di abbandono che culmina con la chiusura definitiva alla fine del II secolo d.C. Le murature sono in opera cementizia erano originariamente rivestite da un compatto intonaco bianco, oggi quasi del tutto distaccato, del quale rimangono solo alcune tracce. L'intera vasca era coronata da una cornice in grandi blocchi di tufo. Al centro dei due lati lunghi sono presenti nicchie con volta a botte, mentre su uno dei lati corti è stato individuato un dolio inglobato nella gettata di cementizio. Sull'altro lato corto si conserva una piccola rampa rivestita in blocchi di tufo lavorati, che tuttavia non raggiunge il fondo della vasca.
La funzione della struttura resta incerta. I materiali rinvenuti, tra cui terrecotte architettoniche e frammenti ceramici con graffiti fanno ipotizzare un possibile utilizzo cultuale, anche se non si può escludere un impiego legato ad attività produttive. La vasca era alimentata da un sistema di canalette che convogliavano l'acqua sia dal corso d'acqua naturale sia dal pendio ancora visibile a lato di via di Pietralata.
Una seconda vasca monumentale, definita vasca sud, è stata individuata poco distante. Questa struttura è scavata nel banco tufaceo e misura circa 21 per 9,2 metri, raggiungendo una profondità di circa 4 metri. Le pareti dell'invaso sono rivestite da murature in blocchetti squadrati disposti in modo irregolare, databili al II secolo a.C. Un secolo più tardi furono aggiunti ulteriori setti murari in opera reticolata e in opera quadrata di tufo, che delimitano la sommità della vasca.
L'accesso avveniva attraverso una rampa in grandi basoli di tufo, poggiata direttamente sul terreno, seguita da una seconda rampa più stretta, realizzata in cementizio e pavimentata con lastre rettangolari, che consentiva di raggiungere il fondo. Anche per la vasca sud, la funzione non è ancora chiaramente definita, soprattutto perché non sono stati finora individuati canali di adduzione o di deflusso delle acque.

Fonte:
finestresullarte.com

domenica 28 dicembre 2025

Vulci, la ieratica Kore ritrovata

Vulci, la testa della Kore (Foto: Ministero della Cultura)

Nell'antica città di Vulci è stato rinvenuto un importante reperto archeologico: si tratta di una testa in marmo greco di una giovane donna, una Kore, che costituisce un raro esempio di scultura greca rinvenuto in territorio etrusco. Il ritrovamento offre significativi spunti per comprendere l'intensità dei rapporti culturali tra la Grecia e l'Italia preromana.
Il ritrovamento è avvenuto nell'area del nuovo grande tempio scoperto nel 2021, che contribuisce ad ampliare il quadro finora noto degli edifici di culto realizzati nel centro urbano. La scultura raffigura il volto di una giovane donna con un'acconciatura ricercata ed elaborata, attribuibile ad un atelier attico degli inizi del V secolo a.C. Attualmente il reperto si trova presso l'Istituto Centrale per il Restauro (ICR) di Roma, dove è sottoposto ad un accurato intervento di restauro e ad indagini scientifiche finalizzate ad approfondire la policromia originaria, i materiali impiegati e la tecnica di lavorazione.
La testa è stata ritrovata nel settore sudovest, è scolpita in marmo e conserva tracce di policromia originaria. Presenta il caratteristico sorriso arcaico, gli occhi sono in terracotta e le ciglia in metallo: un dettaglio che rappresenta quasi un unicum per la scultura arcaica in marmo. La fronte è incorniciata da ciocche sottili che terminano in piccole spirali o nodi, mentre sulle tempie sono riprodotte due ciocche larghe ed arcuate. La testa è ornata da un alto diadema mentre le orecchi recano orecchini a disco. Il corpo è andato perduto.
Gli archeologi ritengono che la statua sia stata realizzata ad Atene, nei primi anni del V secolo a.C., e da lì abbia raggiunto la città-stato di Vulci, che intratteneva rapporti commerciali molto stretti con la polis greca.
Con ogni probabilità da Vulci raggiunse Velzna (Orvieto) un'altra rara statua in marmo presente in Etruria, la Venere di Cannicella, realizzata qualche decennio prima, tra il 530 ed il 520 a.C., e scolpita non ad Atene ma più ad oriente, in area greco-orientale.
La Kore di Vulci appartiene ad una tipologia tipica della scultura greco arcaica (VII-V secolo a.C.): statue di giovani donne in piedi, con una larga tunica (chitone) e in posizione frontale, con fiori, frutti o vasi nelle mani e un inconfondibile sorriso, fisso e ieratico. Di solito scolpite in marmo, a volte le Kore erano dipinte con colori vivaci. La loro funzione era legata alla sfera del sacro: erano oggetti di devozione religiosa, offerte votive per i santuari, monumenti funebri.

Fonti:
finestresullarte.info
ilgiornaledellarte.com
arte.it


domenica 26 ottobre 2025

Roma, scoperti i resti di una grande basilica paleocristiana circiforme

Roma, la basilica scavata tra il 1993 ed il 2013
(Foto: Lucrezia Spera)

Un nuovo tassello della Roma cristiana delle origini riaffiora dal sottosuolo del suburbio meridionale della capitale. Tra le vie Appia ed Ardeatina, all'interno del comprensorio della catacomba di San Callisto, è stata scoperta una grande basilica funeraria di età costantiniana, risalente al IV secolo
La basilica individuata, lunga 68 metri e larga 29, presenta una pianta circiforme, ovvero con le navate laterali che si sviluppano attorno all'abside, secondo un modello architettonico diffuso in epoca costantiniana e che richiama per struttura quella di un circo. Si tratta della settima basilica rinvenuta nel suburbio romano. Il sito, di proprietà della Santa Sede, ricade entro i confini della vasta area funeraria della catacomba di San Callisto, uno dei principali complessi sepolcrali della Roma paleocristiana.
Gli archeologi ritengono che la basilica possa essere datata agli anni Trenta o Quaranta del IV secolo, in piena età costantiniana. Gli elementi emersi, sia dal punto di vista strutturale sia in relazione al contesto circostante, sembrano confermare l'identificazione con la chiesa menzionata dalle fonti antiche in corrispondenza delle tombe dei santi Marco e Marcelliano, martiri della tradizione cristiana romana. Questa basilica, secondo testimonianze documentarie, era ancora meta di pellegrinaggio nel VII secolo.
La ricerca, che si è avvalsa di metodologie all'avanguardia ed ha potuto contare su strumentazioni come il georadar, la tomografia elettrice e la magnetometria, si è svolta in collaborazione con l'Università della Tuscia e con il supporto tecnico dell'Italferr, azienda specializzata in pratiche di archeologia preventiva.
Nella stessa zona Vincenzo Fiocchi Nicolai, Professore ordinario di Archeologia cristiana e medioevale all'Università di Roma Tor Vergata, aveva già diretto, tra il 2006 ed il 2013, un'estesa campagna di scavo che aveva portato alla luce un'altra basilica di tipologia simile, anch'essa circiforme, fondata da papa Marco nel 336 d.C., lo stesso papa che poi vi venne sepolto.
Un fondamentale contributo scientifico alla comprensione del sito arriva dalla collaborazione con il laboratorio di Antropologia del Dipartimento di Biologia dell'Università di Roma Tor Vergata, diretto dalle Professoresse Olga Rickards e Cristina Martinez-Labarga. L'analisi degli inumati rinvenuti in passato e quelli che si prevede emergeranno nel corso dei futuri scavi potrà fornire importanti indicazioni non solo sulle pratiche funerarie dell'epoca, ma anche sulla composizione demografica, le condizioni sanitarie e gli stili di vita delle comunità cristiane nel suburbio romano del IV secolo.

Fonte:
finestresullarte.info

domenica 12 ottobre 2025

Tivoli, pavimento musivo e sepolture medioevali riemergono dagli scavi per la fibra ottica

Tivoli, pavimento musivo e sepolture medioevali
(Foto: quotidianoarte.com)

Durante i lavori per la fibra ottica a Tivoli, vicino alla chiesa di Sant'Andrea, nel centro storico, gli archeologi hanno scoperto un pavimento con mosaico bianco e nero geometrico della prima età imperiale ed almeno due sepolture medioevali che vanno ad arricchire la conoscenza della storia della città.
Si è rivelata, così, un'area dell'antica Tibur rioccupata in età medioevale con almeno due tombe. La cronologia precisa di queste ultime sarà determinata con analisi stratigrafiche e di laboratorio.
Il pavimento musivo rinvenuto rappresenta una testimonianza di un periodo in cui la città di Tibur, oggi Tivoli, era già un centro urbano importante nell'are laziale. La geometria delle tessere e la tecnica di realizzazione confermano dunque l'appartenenza ad un contesto di alta qualità artistica ed architettonica, coerente con altre evidenze monumentali romane presenti nel centro storico.
L'area interessata dai lavori e dagli scavi si inserisce in un contesto urbano già noto per la ricchezza di testimonianze archeologiche di epoche diverse. Tra gli elementi più rilevanti si segnalano le imponenti sostruzioni (strutture sotterranee) in opera reticolata delle cosiddette Terme di Diana.
Il rinvenimento del mosaico e delle sepolture medioevali conferma come Tivoli conservi una stratificazione storica particolarmente densa e articolata, dove elementi della vita urbana romana coesistono con testimonianze di epoche successive.

Fonte:
quotidianoarte.com

domenica 7 settembre 2025

Tarquinia, trovata una sepoltura intatta nella necropoli di Monterozzi

Tarquinia, l'ingresso alla tomba appena
scoperta (Foto: finestresullarte.info)

Nella necropoli tarquiniese dei Monterozzi, patrimonio Unesco insieme a quella della Banditaccia a Cerveteri, si è conclusa la prima campagna di scavi promossa dal Parco Archeologico di Cerveteri e Tarquinia. Le indagini hanno portato alla scoperta di una tomba a camera etrusca rimasta intatta, da datarsi, con tutta probabilità, alla fine dell'VIII secolo a.C.
All'interno della sepoltura è stata trovata una sola banchina modanata destinata alla sepoltura. Durante le operazioni di pulizia delle pareti e del letto funebre sono emerse tracce di colore rosso e giallo, riconducibili ad una semplice decorazione pittorica a fasce, la più antica finora documentata a Tarquinia.
Il corredo funebre, spostato a causa delle infiltrazioni dell'acqua e frammentato per il crollo di parte della copertura della sepoltura, è stato in gran parte recuperato ed è sottoposto attualmente a restauro. Tra i reperti figurano vasi d'impasto non tornito e di argilla depurata, ornamenti personali e vasellame in lamina di bronzo. Particolarmente numerosi dei piccoli anelli di bronzo, disseminati in tutto l'ambiente.
Lo spazio antistante all'ingresso dell'ipogeo, delimitato in parte da grandi blocchi calcarei, fu in seguito riutilizzato per una seconda sepoltura, probabilmente più recente, anch'essa accompagnata da un corredo recuperato in frammenti.
Il sepolcro ipogeo, di ridotte dimensioni e del tipo a "fenditura superiore", scavato nel banco calcareo ricco di resti fossili e marini, si trova ai margini del pianoro dei Monterozzi, in una zona periferica del complesso monumentale, con una veduta suggestiva sull'antica città. In quest'area le indagini condotte dalla Fondazione Lerici tra gli anni '50 e '70 del Novecento non avevano segnalato testimonianze archeologiche di rilievo.

Fonte:
finestresullarte.info

domenica 3 agosto 2025

Soriano nel Cimino, ritrovato un edificio ecclesiastico altomedioevale

Soriano nel Cimino, vista di uno degli ambienti del
Castello di Corviano (Foto: ilgiornaledellarte.com)

Nel corso dei lavori relativi alla campagna di scavo 2025 al Castello di Corviano, nel comune di Soriano nel Cimino, sono stati aperti due saggi di scavo. Il primo all'interno della rocca, che ha permesso il ritrovamento di un edificio ecclesiastico di età altomedioevale circondato da un cimitero con tombe a fossa. Nell'aula è stato identificato un fonte battesimale e sono stati recuperati frammenti di arredi liturgici tra i quali resti di un ciborio ed una colonna con capitello a foglie. Il secondo saggio, aperto lungo il perimetro fortificato, ha permesso la lettura della complessità architettonica della struttura difensiva, sviluppata in più fasi tra l'alto e il basso medioevo.
Al momento alcuni reperti sono in fase di studio nei laboratori dell'Università della Tuscia a Viterbo, dove si stanno effettuando le operazioni di pulitura, siglatura e catalogazione. I dati raccolti gettano nuova luce sulla vita religiosa e insediativa di Corviano, attiva almeno fino alla fine del XIII - inizi del XIV secolo, epoca in cui il sito venne abbandonato.

Fonti:
finestresullarte.info
ilgiornaledellarte.com

domenica 27 luglio 2025

Tuscania, sepolture ed un edificio per il culto funerario rinvenuti nel 2025

Tuscania, particolare della sepoltura rinvenuta
(Foto: Alessandro Naso)
Un singolare edificio è stato riportato recentemente alla luce all'interno della necropoli di Sasso Pinzuto, a Tuscania, in provincia di Viterbo, dove dal 2022 sono in corso campagne di scavo condotte dall'Università Federico II di Napoli e dal Center for Ancient Mediterranean and Near Eastern Studies di Firenze, sotto la direzione di Alessandro Naso.
L'area contiene più di 130 sepolture a camera risalenti al VII-VI secolo a.C. e quelle di rilievo maggiore sono contenute all'interno di tumuli.
Nel 2024, proprio in chiusura dello scavo, era stata individuata la fondazione di una struttura quadrangolare in opera quadrata situata a ridosso dell'area dei tumuli e di una platea tufacea.
Nella campagna 2025, l'attenzione degli archeologi si è concentrata sull'edificio con un'attenzione particolare posta nel comprenderne la cronologia e la funzione. Nella trincea di fondazione del muro meridionale dell'edificio, ricavato nel vivo dello strato tufaceo naturale, è stata rinvenuta una teca inviolata. Lunga circa 80 centimetri e ricoperta da una lastra di tufo, accoglieva cinque vasi in bucchero che sono in corso di microscavo per conoscerne il contenuto originario.
Una delle forme è singolare: si tratta di un attingitoio, dotato di una sporgenza laterale forata in senso longitudinale, che lo rende un poppatoio  rinvia alla sepoltura di un neonato avvenuta nella prima metà del VI secolo a.C. Una deposizione che sembra precedere di poco l'edificio che, sulla base del rinvenimento di alcune terrecotte architettoniche decorate  a stampo con temi cari alle aristocrazie etrusche di epoca arcaica (cortei di carri, banchetti e danze), dovrebbe risalire al secondo quarto dello stesso secolo. Si tratta di un edificio dove si potevano svolgere culti funerari, fatto costruire nell'area della necropoli da una famiglia di rango aristocratico, che voleva sottolineare così la propria posizione sociale all'interno della comunità di appartenenza e i propri valori. Edifici simili, in Etruria, si possono trovare a Vulci ed a Cortona.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com

domenica 13 aprile 2025

Una divinità...pulita: Venere Cloacina

Monete dedicate a Venere Cloacina
(Foto: storiachepassione.it)

Gli antichi romani avevano una divinità anche per le fogne. Si chiamava Venere Cloacina, la quale unì due aspetti apparentemente distinti: da una parte l'amore, l'armonia e la bellezza, dall'altra il concetto di purificazione legato all'acqua e, nello specifico, alla Cloaca Maxima, la principale nonché la più antica fognatura dell'antica Roma.
La Cloaca Maxima era il primo condotto fognario di cui Roma si dotò già durante il periodo della monarchia. La sua costruzione si colloca durante il regno di Tarquinio Prisco (616-578 a.C.), anche se fu probabilmente completata sotto l'ultimo re di Roma, il figlio di Tarquinio Prisco, Tarquinio il Superbo (535-509 a.C. circa). Inizialmente si trattava di un canale scoperto al quale si ricollegavano tutti i corsi d'acqua naturali e che sfociava nel Tevere. I Romani attribuirono subito all'opera ingegneristica una certa aura sacrale, al punto che si sviluppò un vero e proprio culto, quello di Cloacina, divinità di origine etrusca, protettrice delle fogne. Del resto furono gli Etruschi ad insegnare ai Romani la bonifica delle paludi e le fognature. Tito Livio è uno degli autori che riporta notizie sulla Cloaca Maxima e sul culto della Venere Cloacina.
Roma, com'è noto, sorse in un punto geografico strategico, su un terreno basso e paludoso, in prossimità di un guado che facilitava le rotte commerciali sia con l'Etruria sia con chi proveniva dal Tevere. Questa particolare topografia fece sorgere sin dagli inizi la necessità di un buon sistema fognario, grazie al quale si sarebbe sanificata la principale area economia della città.
L'epiteto "Cloacina" deriva dal verbo latino "cluo/cluere", ossia "purificare, pulire". L'associazione con Venere fu, probabilmente, posteriore, anche se è difficile stabilire di quanto, ed anche se si ipotizza intorno al VI-V secolo a.C., quando si realizzò un santuario dedicato alla dea, il sacello della Venere Cloacina. Di questo santuario oggi resta solo la base, situata nel Foro Romano, di fronte la Basilica Emilia, in corrispondenza del punto in cui la Cloaca Maxima entra nel Foro.
La tradizione romana narra che fu Tito Tazio, re sabino e co-regnante con Romolo, ad introdurre il culto di Venere Cloacina. Tito Tazio fu l'ottavo re di Roma. Secondo la leggenda, dopo la guerra Romani e Sabini sugellarono la pace nell'esatto punto in cui sorse, in seguito, il santuario di Venere Cloacina. L'accordo venne sugellato purificando l'acqua che di lì affluiva nel Tevere. Quell'acqua, forse, apparteneva al corso naturale poi sfruttato per realizzare la Cloaca Maxima.
La prima raffigurazione della divinità, però, risale al I secolo a.C. Ottaviano Augusto collegò l'essenza purificatrice della Venere Cloacina alle guerre - altrettanto purificatrici - che stava conducendo per sconfiggere definitivamente gli uccisori di Cesare. Il culto di Venere Cloacina andò, comunque, affievolendosi con l'espandersi della Repubblica prima e dell'Impero dopo.
Il sacello si trovava sopra una costruzione di tufo, che scende tre metri sotto l'attuale piano, nel punto in cui la Cloaca entra nel Foro. E' costituito da un basamento circolare di marmo sul quale poggiava, originariamente, l'alzato di un piccolo edificio. Come risulta da alcune rappresentazioni monetali, si trattava di un sacello a cielo aperto, costituito da un basso recinto circolare entro il quale vi erano due simulacri di culto: Cloacina e Venere, la prima rappresentante la più antica divinità e la seconda aggiunta solo in secondo tempo, quando venne identificata con la prima. Si trovava sulla Via Sacra, nei pressi dell'area della Tabernae Novae, che venne successivamente demolita per far spazio alla Basilica Emilia.
Accanto a questo piccolo ma importante santuario, connesso con la Cloaca Maxima, che in questo punto entrava nel Foro, si sarebbero svolti due importanti episodi della mitica storia delle origini: la purificazione con rami di mirto degli eserciti romano e sabino dopo la guerra successiva la ratto delle Sabine e l'uccisione di Virginia da parte del padre Lucio Virginio per salvarne le virtù dalle mire di uno dei decemviri, Appio Claudio.

Fonti:
storiachepassione.it
romasegreta.it
romanoimpero.com


sabato 15 marzo 2025

Ostia antica, emerge un antico bagno rituale ebraico

Ostia antica, l'antico bagno ebraico tornato alla luce
(Foto: ostiatv.it)

Uno straordinario bagno rituale ebraico (mikveh) è emerso dagli scavi condotti nel Parco Archeologico di Ostia Antica nell'estate dello scorso anno. La campagna di scavo, realizzata nell'ambito del progetto OPS - Ostia Post Scriptum - è stata finanziata dal Ministero della Cultura tramite la Direzione generale dei Musei.
"Si tratta di una scoperta assolutamente straordinaria. - Spiega Alessandro D'Alessio, Direttore del Parco Archeologico di Ostia Antica - In quanto non erano precedentemente noti mikva'ot di epoca romana fuori dalla Giudea, Galilea e Idumea antiche, e che non può che confermare l'entità della presenza continuativa, il ruolo e l'importanza della comunità ebraica a Ostia nel corso di tutta l'età imperiale (se non prima): dagli inizi del I secolo (epoca a cui risale la più antica iscrizione nota in Italia che menzioni iudaei, rinvenuta nella vicina necropoli di Pianabella) al V-VI secolo, quando la sinagoga ostiense - la più vetusta del Mediterraneo occidentale (venne costruita a fine II-inizi III secolo d.C.) e la sola conservata a Roma - cessò di vivere a seguito del definitivo abbandono della città".
L'ambiente semi-ipogeo, piccolo vano di forma rettangolare, chiuso sul lato est da un'abside semicircolare, è stato rinvenuto all'interno di un sontuoso edificio già ampiamente riportato alla luce, caratterizzato da meravigliosi mosaici pavimentali a tessere bianche e nere.
Le peculiari caratteristiche dell'ambiente - quali i gradini estesi per la sua intera ampiezza, le pareti rivestite di intonaco idraulico, la presenza di un pozzo di captazione dell'acqua di falda, il condotto di comunicazione con l'ambiente adiacente, e ancora il rinvenimento della lucerna con simboli ebraici sul fondo del pozzo - inducono a ipotizzare una interpretazione come bagno rituale ebraico.
Come prescritto dalle fonti rabbiniche, requisiti essenziali di un mikveh sono l'alimentazione mediante acqua piovana o sorgiva, in quantità non inferiore a 40 se'ah (circa 500 litri), e la profondità, tale da permettere la completa immersione del corpo di un uomo di media statura.
Non sono finora noti mikva'ot di epoca romana o tardo-antica nei luoghi della diaspora, con l'unica eccezione del mikveh di Palazzo Bianca a Siracusa, probabilmente realizzato nei pressi della locale sinagoga tra il VI ed il VII secolo d.C.

Fonti:
ostiatv.it
musei.beniculturali.it


domenica 10 novembre 2024

Bisenzio, tracce dell'antica e florida città etrusca

Capodimonte, gli scavi a Bisenzio (Foto: stilearte.it)

La campagna di scavo 2024, condotta nell'ambito del Bisenzio Project, ha portato alla luce straordinari reperti nel sito etrusco di Bisenzio, situato sulle sponde del lago di Bolsena. Il Bisenzio Project è diretto da Andrea Babbi, ricercatore del CNR ISPC e collaboratore del Centro Leibniz per l'Archeologia di Mainz.
Gli scavi hanno rivelato l'esistenza di un nucleo sepolcrale intatto risalente al VII-VI secolo a.C., scampato ai saccheggi del passato. E' stato rinvenuto un nucleo di tombe parzialmente sovrapposte, come a rendere manifesto il legame parentale tra i defunti. La sepoltura più antica si caratterizza per un imponente sarcofago in tufo rinvenuto sigillato e un articolato corredo segno della pietas dei familiari del defunto. Questo eccezionale reperto permette di gettare nuova luce sulle pratiche funerarie e sulle dinamiche sociali delle aristocrazie etrusche dell'epoca. Le analisi osteoarcheologiche e archeogenomiche che seguiranno contribuiranno a ricostruire la vita di questo individuo, probabilmente uno dei principali promotori delle imponenti infrastrutture recentemente scoperte nel sito.
Il Bisenzio Project, attivo sin dal 2015, ha già prodotto una vasta mole di dati. E' finanziato dalla Fritz Thyssen Stiftung. Grazie a queste ricerche, è stato possibile ridisegnare la storia del sito, rivelando come la comunità di Bisenzio fosse un centro aristocratico molto dinamico durante il periodo orientalizzante ed arcaico. Situato presso il pittoresco borgo di Capodimonte, sulla sponda sudoccidentale del lago di Bolsena, Bisenzio era strategicamente rilevante nel contesto economico e cultura etrusco.
Le sepolture, databili tra il VII ed il VI secolo a.C., sono state ritrovate intatte, incluse all'interno di un recinto litico. L'accurata disposizione delle stesse, in parte sovrapposte, suggerisce che i defunti appartenessero alla stessa famiglia aristocratica. Questi legami parentali sono stati resi evidenti dalle modalità con cui i sarcofagi e i corredi funerari sono stati collocati.
La tomba più importante tra quelle scoperte conteneva un grande sarcofago in tufo, la cui integrità ha consentito di ritrovare lo scheletro in condizioni eccellenti. Le ricerche del Bisenzio Project hanno portato alla luce anche resti di infrastrutture monumentali, probabilmente di natura pubblica o religiosa, che testimoniano la complessità architettonica del centro. Questi monumenti, insieme ai corredi funebri ritrovati, confermano il ruolo di primo piano di Bisenzio tra le comunità etrusche della zona.
Tra i reperti ritrovati vi sono ceramiche finemente decorate, una situla in bronzo e ornamenti personali in metallo prezioso.
Situato nel cuore del Lazio settentrionale (Capodimonte - Viterbo), l'antico centro etrusco di Bisenzio, noto nei documenti medioevali come Bisenzo, è stato un insediamento strategico e politicamente rilevante già a partire dall'epoca villanoviana (IX-VIII secolo a.C.), epoca alla quale risalgono i primi segni di occupazione.
Bisenzio fiorisce durante il periodo orientalizzante ed arcaico, con una struttura sociale dominata da famiglie aristocratiche che controllavano il territorio circostante e partecipavano a reti commerciali internazionali. La sua posizione strategica, vicina ad importanti vie di comunicazione, ne favoriva i contatti sia con le altre città-stato etrusche, come Tarquinia, Vulci e Orvieto, sia con le colonie greche dell'Italia meridionale e con il mondo fenicio.

Fonte:
stilearte.it




domenica 3 novembre 2024

Tivoli, Villa Adriana riserva ancora sorprese...

Tivoli, i resti del nuovo edificio appena scoperto
(Foto: rainews.it)

Villa Adriana, Tivoli, dopo quasi duemila anni riemerge complesso sconosciuto di epoca adrianea. Si tratta di una struttura demolita per far posto al cosiddetto anfiteatro. Proprio la demolizione e l’utilizzo delle macerie, riutilizzate per la costruzione del piano del nuovo edificio, hanno permesso il ritrovamento di preziosi elementi di decorazione e rivestimenti dell’epoca.
La campagna di scavo, diretta dal Professor Fabio Giorgio Cavallero, è stata intrapresa nel 2024 nel cosiddetto Anfiteatro di Villa Adriana, dal dipartimento di Studi Umanistici (Distum) dell’università degli Studi di Urbino Carlo Bo, su indicazione del direttore dell’istituto Villa Adriana e villa d’Este-Villæ, Andrea Bruciati, e su concessione del Mic.
Ai piedi di Piazza d’Oro, il grande edificio per le feste e i banchetti costruito dall’imperatore Adriano (117-138 d.C.), si trova una struttura di forma ellittica che fin dal Cinquecento è stata ritenuta una vasca destinata ai bagni o all’allevamento dei pesci. Negli anni '90 del secolo scorso la pulizia del sito ha però messo in luce alcuni elementi forse riferibili ad un anfiteatro. L'attuale campagna di scavo ha rivelato, al di sotto di pochi centimetri di terra, l'esistenza delle murature di un grande complesso di epoca adrianea mai documentato finora.
Si tratta di un edificio di oltre 25 metri di lunghezza per 15 di larghezza. Presenta un'ampia aula rettangolare circondata da otto stanze che affacciano su un terrazzo sorretto da pilastri che si conservano per oltre tre metri di altezza. Questo edificio è stato in parte distrutto per lasciar posto al cosiddetto anfiteatro. Le macerie vennero utilizzate per creare il piano sul quale si realizzò il pavimento della nuova struttura ellittica. Lo scavo ha permesso di recuperare sia i marmi che rivestivano l'esterno del complesso, compresi i pilastri, sia gli intonaci che ne decoravano le stanze: marmi bianchi, serpentino verde, porfido rosso e intonaci dipinti in giallo, rosso e verde, ornati da nastri intrecciati, acanti e melograni. Fino ad oggi a Villa Adriana non si conosceva un complesso così esteso e riccamente decorato, voluto da Adriano e poi distrutto per lasciar spazio ad una nuova e differente struttura.

Fonte
rainews.it

sabato 6 luglio 2024

Ostia Antica, eccezionali scoperte nell'Area Sacra

Ostia, oggetto in legno dalla forma a calice o imbuto
(Foto: parcoarcheologicostiantica.it)

Gli scavi nell'Area Sacra di Ostia Antica (Roma), hanno fatto emergere nuovi frammenti archeologici di oggetti utilizzati nella vita imperiale e legati ai rituali del culto.
La scoperta, dopo il recupero di due frammenti dei Fasti Ostienses venuti alla luce l'anno scorso, è avvenuta nel corso di un recente intervento finalizzato alla risistemazione generale dell'area per la sua prossima riapertura al pubblico con il restauro dei templi e il ripristino delle canalizzazioni che garantivano lo smaltimento delle acque meteoriche.
Durante lo svuotamento di un pozzo, posto davanti alla scalinata del tempio di Ercole, profondo circa 3 metri e ancora pieno d'acqua, è emersa una cospicua quantità di reperti databili in gran parte tra la fine del I e il II secolo d.C., molto ben conservati in quanto immersi in un fango povero d'ossigeno. Si tratta di ceramiche di varia tipologia, anche miniaturistiche; lucerne, di frammenti di contenitori in vetro, lacerti di marmo, ossa animali combuste e noccioli di pesca, sicuramente utilizzati in specifici rituali sacri all'interno dell'area archeologica.
Il ritrovamento di ossa combuste conferma in primo luogo lo svolgimento, nel santuario, di sacrifici animali (certamente maiali e bovini), mentre le ceramiche comuni, anch'esse recanti tracce di fuoco, indicano che la carne veniva cotta e consumata durante i banchetti in onore della divinità. I resti di uno o più pasti rituali furono gettati nel pozzo, gli ultimi verosimilmente quando se ne era ormai dismessa la funzione.
Tra i reperti più significativi rinvenuti c'è un oggetto in legno lavorato, a forma di imbuto o di calice, non comune e incredibilmente moderno, la cui funzione è ancora da chiarire. Oltre al calice-imbuto decorato con una serie di leggere incisioni e cerchi concentrici all'interno (in prossimità del foro che lo attraversa), sono stati recuperati altri reperti dotati di modanature "a incastro" e costolature esterne, che fanno pensare a innesti reciproci e che sono complessivamente riferibili a un elemento cilindrico vagamente simile a un turibolo.
I nuovi reperti sono stati rinvenuti nell'Area Sacra, importante santuario ostiense sorto a partire dal III secolo a.C. nei pressi della sorgente chiamata Aqua Salvia, lungo l'antico tracciato della cosiddetta Via della Foce. All'interno del complesso, dominato dalla mole del tempio di Ercole e occupato da due altri edifici di culto minori come il tempio di Tetrastilo (o di Esculapio) e quello dell'Ara Rotonda, i sacerdoti predicevano l'esito delle spedizioni militari ai generali in procinto di partire per le campagne militari. Si trattava, dunque, di un culto oracolare.

Fonte:
parcoarcheologicostiantica.it




sabato 16 marzo 2024

Parco di Marturanum, scoperta una tomba etrusca a cubo scavata nella roccia

La sepoltura etrusca a cubo rinvenuta nella necropoli
rupestre di San Giuliano (Foto: Soprintendenza Archeologia
Belle Arti e Paesaggio dell'Etruria Meridionale)
E' stata ritrovata, recentemente, una gigantesca tomba rupestre a forma di cubo nella necropoli rupestre di San Giuliano.
La necropoli ospita circa 500 tombe che vanno dal VII al III secolo a.C. e si trova nel Parco Regionale di Marturanum, vicino al comune di Barbarano Romano, nel Lazio.
La tomba rupestre a cubo è venuta alla luce dopo alcune operazioni di bonifica e rimozione della vegetazione invasiva. E' ben conservata ed era visibile solo parzialmente.
La pianta della tomba è stata definita a "semi-cubo", in cui un lato è aperto e tre sono scavati nella parete rocciosa. Si trova accanto alla Tomba della Regina, la più grande della necropoli, che risale al V secolo a.C., con la facciata alta dieci metri.
La Tomba della Regina ha scale laterali, scavate nella roccia, e due porte doriche semilavorate che conducono a due camere funerarie gemelle. Non lontano sorge la Tomba del Cervo, che presenta sopra una gradinata laterale una singolare scultura a bassorilievo con la rappresentazione della lotta tra un cervo e un lupo.
Secondo gli archeologi, nessuna necropoli etrusca conosciuta presenta una varietà e ricchezza di tipi sepolcrali come San Giuliano. La necropoli sorge sui fianchi di una rupe tufacea occupata da un insediamento stabile già durante l'Età del Bronzo. Ma è durante il VI secolo a.C. che la città di Marturanum conobbe il massimo splendore, favorita dalla posizione naturalmente fortificata sulla via che da Cerveteri conduceva ad Orvieto, fino a diventare l'avamposto della potente Tarquinia verso Roma.

Fonti:
news.artnet.com
parchilazio.it

Celleno, emergono inaspettatamente i resti di una chiesa dedicata all'Arcangelo Michele

Celleno, frammenti della chiesa di San Michele
Arcangelo (Foto: viterbotoday.it)

Sorprendente scoperta a Celleno, dal borgo fantasma in provincia di Viterbo, riemerge l'antichissima chiesa di San Michele Arcangelo. Uno spazio sacro di cui, finora, si avevano solo frammentarie notizie attraverso documenti di archivio che parlano di una chiesa, o meglio di una cripta, annessa a quella di San Donato, attualmente oggetto di interventi di consolidamento.
Durante gli scavi è emersa, inaspettatamente, una chiesa inferiore, con un'altezza di almeno 5 metri. I documenti di archivio e gli archeologi impegnati nello scavo pensano che questa chiesa avesse un ingresso separato con accesso dal versante nord. Già alla fine dell'Ottocento, però, il vescovo fece chiudere questo spazio sia perché destinato ad usi impropri, sia per la difficoltà di accedervi.
Nel 1944 se ne perdono ufficialmente le tracce: la chiesa madre crollò, anticipando di pochi anni il destino di tutto l'antico insediamento di Celleno. Seguì un lungo periodo di oblio e di saccheggi, ma negli ultimi anni l'amministrazione comunale ha intrapreso un'azione di recupero e valorizzazione, cercando di salvare quanto possibile della chiesa di San Donato. Nel corso di queste operazioni, la scoperta da parte di architetti ed archeologi dell'antichissima cripta di San Michele Arcangelo.
Lo cavo archeologico è diretto dalla società di ingegneria Alma Civita Studio insieme all'Università della Tuscia. Alla notizia della chiesa inferiore si affiancano ritrovamenti di materiali lapidei di pregevole fattura scultorea, alcuni dei quali del periodo longobardo.
Celleno sorge su uno sperone tufaceo di 341 metri s.l.m. Il suo castello è documentato dal 1026, quando l'imperatore Corrado II il Salico concesse il feudo ai Conti di Bagnoregio. Il sito venne progressivamente abbandonato a partire dalla fine dell'Ottocento, a causa di ripetute epidemie e terremoto e per l'instabilità dei pendii.

Fonte:
viterbotoday.it
storiearcheostorie.com

venerdì 1 marzo 2024

Roma, riemergono i resti del Porticus Minucia

Roma, i resti del Porticus Minucia
(Foto: artribune.com)
Tra Largo Argentina e Piazza Venezia a Roma spicca il Palazzo Lares Permarini, costruito nel primo Novecento su quella che un tempo era la Porticus Minucia, di età imperiale. Il palazzo è stato oggetto di un importante progetto di riqualificazione e cambio d'uso da parte del Gruppo Banca Finit, che ha permesso di trasformare la struttura in un albergo a cinque stelle della catena internazionale Radisson Hotel.
Durante i lavori di restauro dell'immobile, sono emerse porzioni dell'antica Porticus, che aprono ulteriori spiragli per approfondire la costruzione e la storia del quadriportico di età repubblicana realizzato Minucio Rufo, che abbracciava Campo Marzio, area dedicata alle cosiddette frumentationes, le distribuzioni gratuite di grano alla plebe.
A dirigere lo scavo effettuato tra maggio e luglio del 2020 è stata l'archeologa della Soprintendenza Marta Baumgartner, la quale ha spiegato che la scoperta è di particolare importanza "per la prima volta, vediamo i muri della Porticus Minucia in elevato e le decorazioni marmoree che li impreziosivano. Un altro dato da non sottovalutare è la collocazione del limite orientale della Porticus, noto ma ora posizionato in modo esatto".
Infatti la struttura rinvenuta si compone di due file di grandi blocchi di peperino di epoca imperiale che ne segnano il confine con precisione (fino ad ora conosciuto sommariamente grazie agli appunti presi da Guglielmo Gatti durante i lavori di costruzione del Palazzo nel 1938), contraddistinti da notevoli decorazioni in alzato. Inoltre, lo scavo ha rivelato almeno due fasi costruttive dei livelli pavimentali collocati sotto al porticato, realizzati entrambi entrambi con scagli di travertino di diversa fattura.
Dopo i ritrovamenti, in corso d'opera è stato ampliato il progetto con l'aggiunta della valorizzazione in situ dei resti archeologici che saranno visitabili al piano interrato dell'hotel, corredati da un video multimediale che propone la ricostruzione tridimensionale della Porticus Minucia. Non a caso l'hotel si chiama Radisson Roma Antica.

Fonte:
artribune.com

mercoledì 17 gennaio 2024

Fabrica di Roma, Hermes ritrovato: scoperto un affresco in un antico ipogeo

Fabrica di Roma, il lacerto di affresco scoperto
(Foto: corrierediviterbo.it)

Una sensazionale scoperta archeologica è stata fatta nei pressi dell'antica città di Falerii Novi. L'artefice della scoperta, che dovrà essere ulteriormente approfondita e studiata, è il Professor Giancarlo Costa, appassionato studioso di storia locale, che all'interno di un antico ipogeo ha ritrovato alcuni affreschi conservati nel tempo.
Il Professor Costa ha individuato, in una nicchia presente sulla parete di fondo dell'ipogeo, due piccole ali azzurre e più scritte in latino. Si è subito reso conto di trovarsi di fronte al volto di una figura maschile che indossa un cappello alato e che, quasi certamente, è Hermes, il messaggero degli dei. Questa divinità era anche protettrice dei commerci, dei viaggi, dei confini, dei ladri, dell'eloquenza, degli oratori e dei poeti, della letteratura e delle discipline atletiche. Inoltre aveva la funzione di psicopompo, accompagnatore delle anime verso l'Ade.
A commissionare questo affresco sono stati, forse, i parenti del defunto sepolto nell'ipogeo. Rimane da scoprire il significato dell'epigrafe dipinta in basso a destra. La scoperta è resa ancora più singolare dal fatto che sembrerebbe che questo affresco non sia citato nella Carta Archeologica del 1881.
Hermes è raffigurato con un copricapo con piccole ali azzurre, il caratteristico elmetto alato. Altro simbolo con cui la divinità viene solitamente raffigurata è il caduceo, il bastone alato con due serpenti attorcigliati intorno. Questo oggetto manca nell'affresco, forse perché era stato collocato nella parte che è andata, purtroppo, perduta. Inoltre non è esclusa la presenza di un'altra divinità, in quanto nell'affresco compare una seconda ala.

Fonti:
corrierediviterbo.it
civonline.it
viterbotoday.it

 

Spagna, scoperto un interessantissimo carro votivo in bronzo

Spagna, il carro votivo in bronzo (Foto: CSCIC Comunicaciòn) Nel sito archeologico di Casas del Turunelo , nella provincia di Badjoz , in Sp...