Visualizzazione post con etichetta restauri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta restauri. Mostra tutti i post

sabato 11 luglio 2026

Ercolano, torna visitabile la Casa del Mobilio Bruciato

Ercolano, la casa del mobilio carbonizzato
(Foto: archeomedia.net)

E' tornata visitabile una delle domus più suggestive del Parco Archeologico di Pompei, restituita alla città grazie ad un complesso progetto di restauro.
Per quasi trent'anni la domus è stata chiusa ai visitatori, si tratta della Casa del Mobilio Carbonizzato, che ha restituito ad Ercolano uno dei suoi ambienti più intimi e toccanti.
Il nome di questa domus è dovuto al ritrovamento di un tavolino e di un letto con alta spalliera, che conservano ancora tracce di tessuto ed i resti della rete di corda a cui erano agganciate le doghe di legno. Si tratta di oggetti di vita quotidiana, sorpresi dall'eruzione e custoditi dal tempo, riportati alla luce tra il 1932 ed il 1933, durante la grande stagione di scavi condotta da Amedeo Maiuri, il grande archeologo che più di ogni altro ha restituito al mondo il volto dell'antica Ercolano.
La casa si affaccia sul cardo IV ed ha una superficie di 215 metri quadrati. L'atrio è senza impluvium, decorato con pitture in terzo stile, delle quali rimangono scarse tracce, mentre sono più visibili le decorazioni in gesso ed una serie di colonne poste lungo il perimetro superiore, che avevano la funzione di arieggiare ed illuminare l'ambiente.
L'impianto domestico di questa domus si è straordinariamente conservato: gli ambienti si dispongono intorno all'atrio ed al giardino sul fondo, dove un piccolo larario a forma di tempietto accoglieva le devozioni della famiglia. Al piano superiore, un loggiato con colonne che si affacciava sull'atrio già dalla prima fase costruttiva della casa.
Tra gli ambienti più preziosi, il triclinio, a destra dell'ingresso, conserva un pavimento a mosaico con un raffinato emblema marmoreo e decorazioni con nature morte. Il tablinio custodisce, a sua volta, un mosaico con inserto marmoreo e tracce dell'antico soffitto affrescato. E proprio sul fondo della casa, nel cosiddetto oecus Cyzicenus, aperto da una grande finestra sul giardino, vennero ritrovati gli arredi carbonizzati che hanno dato il nome a questa domus: un tavolino ed un letto.
La riapertura della Casa del Mobilio Carbonizzato è il frutto di un percorso di restauro avviato più di dieci anni fa, quando furono eseguite le prime opere urgenti di ricostruzione delle coperture e di messa in sicurezza delle superfici decorate. Gli interventi più recenti hanno dato priorità ad alcune criticità rimaste irisolte, come la ricostruzione di alcuni solai lignei, la sostituzione di architravi compromessi, il consolidamento ed il restauro completo delle colonne che affacciano nell'atrio collocate al primo piano, sopra la copertura del tablinio.

Fonte:
Parco Archeologico di Ercolano
Wikipedia

domenica 18 gennaio 2026

Sant'Antico, la Tomba dell'Egizio

Sardegna, rilievo antropomorfo sul pilastro centrale della cosiddetta
"Tomba dell'Egizio" (Foto: Facebook/Ignazio Locci)

La tomba 7 PGM, conosciuta come la Tomba dell'Egizio di Sant'Antioco, in Sardegna, si distingue tra le sepolture della necropoli punica per l'eccezionalità delle sue decorazioni e per il valore storico che ne fa un unicum nell'isola. L'ambiente, rinvenuto nel 2002, è attualmente sottoposto a lavori di restauro e consolidamento che ne garantiranno la conservazione e la futura fruizione, inserendolo nel percorso di visita della necropoli. La qualità dei dipinti e delle strutture architettoniche rende il sito un punto di riferimento per gli studi sulla cultura funeraria punica e sulle influenze egiziane nel Mediterraneo occidentale. In occasione dei lavori in corso, il sindaco di Sant'Antioco, Ignazio Locci, ha visitato la tomba per la prima volta.
La necropoli di Sant'Antioco si trova sull'isola omonima, nel sudovest della Sardegna e rappresenta una delle aree funerarie puniche più estese e meglio conservate dell'isola. Il settore noto come Is Pirixeddus comprende oltre 50 tombe sotterranee, parte di un'area funeraria che in origine si estendeva per circa dieci ettari. Gli ipogei erano accessibili tramite corridoi scalinati detti dròmos, e ospitavano più sepolture, probabilmente appartenenti a membri della stessa famiglia, deposti in bare di legno spesso dipinte di rosso o decorate con figure intagliate in rilievo. L'uso della necropoli proseguì anche in epoca romana, quando lungo la collina che dall'Acropoli scendeva verso l'antico centro abitato si diffusero tombe alla cappuccina, sepolture ad incinerazione e fosse terragne.
La Tomba dell'Egizio costituisce un caso rarissimo nel Mediterraneo punico per la presenza di una camera funeraria trapezoidale con un pilastro centrale scolpito a rilievo antropomorfo. La figura maschile presenta volumi rigidi e compatti, con forme geometriche evidenti nelle spalle squadrate, nel gonnellino rettangolare, nel volto triangolare e nel copricapo. Le braccia aderiscono al corpo, con il braccio destro disteso lungo il fianco e il sinistro ripiegato sotto il petto. L'impostazione simmetrica e statica della figura è animata solo dal movimento accennato della gamba e del braccio sinistro, mentre l'impatto visivo è rafforzato dal contrasto cromatico dei pigmenti rossi e neri applicati direttamente sulla roccia chiara. Il colore nero è utilizzato per definire i dettaglia dell'acconciatura egizia, il klaft, che scende rigidamente dietro le orecchie, così come per i baffi e la barba con il caratteristico ricciolo faraonico. Sul petto, retto dalla mano piegata, è stato identificato un unguentario legato al polso, oggetto legato all'igiene personale. Il rosso, colore dominante nella camera funeraria, assume un forte valore simbolico e rituale, connesso alla morte, alla rinascita ed alla sfera divina.
La decorazione si estende alle pareti della camera attraverso una tessitura geometrica a larghe fasce e bande piene, articolata in grandi spazi rettangolari, false finestre e otto nicchie scolpite, due per ciascuna parete. L'apparato simbolico culmina in una falsa porta collocata nel quadrante sinistro della camera, elemento che, secondo la tradizione egizia, consentiva all'anima del defunto di transitare verso il mondo dei morti.
All'interno della camera funeraria era deposto un solo individuo, collocato nell'angolo di fondo entro un sarcofago ligneo che imita i modelli egizi a cartonnage (materiale che veniva utilizzato per le maschere funerarie), caratterizzati dalla forma antropomorfa e dal ritratto schematico del defunto sul coperchio. Il corredo vascolare associato era estremamente essenziale e comprendeva una lucerna con supporto, un'anfora, un piatto ed un kernos, una forma vascolare in uso nell'antica Grecia.
L'apparente contrasto tra la ricchezza dell'architettura funeraria e la semplicità del corredo suggerisce che le distinzioni sociali nella Sulci (o Sulki) punica, l'attuale Sant'Antioco, della metà del V secolo a.C. venissero espresse principalmente attraverso la monumentalità e la simbologia dello spazio sepolcrale, piuttosto che attraverso l'accumulo degli oggetti.
I richiami alla cultura egizia, ulteriormente attestati dal rinvenimento di volatili ed uova come offerte alimentari e simboli di rinascita, non sono estranei alla tradizione fenicia e punica.
Le ipotesi del personaggio scolpito restano aperte: potrebbe trattarsi di una divinità o di un demone ctonio (figura associata ai culti delle potenze sotterranee) legato alla protezione del defunto, di Baal Addir, "Signore Potente", divinità connessa agli inferi, oppure dello stesso defunto rappresentato nel contesto dei rituali di eroizzazione funeraria.

Fonte:
finestresullarte.info


mercoledì 26 marzo 2025

Egitto, Esna: i colori ritrovati del tempio di Khnum

Egitto, rilievo dipinto su colonna ad Esna
(Foto: Ahmet Amin/Ministero egiziano del Turismo e
delle Antichità)

Circa 100 templi principali dominavano il paesaggio dell'Egitto Romano, anche se oggi ne rimangono in piedi solo sei. Uno dei meglio conservati si trova in un quartiere residenziale della moderna città di Esna, sulla riva occidentale del Nilo, nell'Alto Egitto.
Il tempio era dedicato al dio creatore Khnum, alla sua famiglia e alla dea Neith. Ora, sotto il livello della strada, il pronao in arenaria rossa del tempio, o sala d'ingresso, è tutto ciò che sopravvive di quello che una volta era un complesso più grande. Gli altri resti del tempio, che si trovavano dietro la sala, sono ora sepolti sotto la città.
Nell'antichità, la sala avrebbe fatto impallidire il resto del tempio. Scene più grandi del normale, scolpite su ciascuna delle sue pareti esterne, offrivano agli antichi fedeli un semplice accenno degli splendidi rilievi dipinti che ancora coprono quasi ogni centimetro dell'interno della sala.
Egitto, capitello con raffigurazione di
Bes nel tempio di Khnum ad Esna
(Foto: Ahmet Amin/Ministero egiziano
del Turismo e delle Antichità)
La costruzione del pronao del tempio iniziò dopo la conquista dell'Egitto da parte dell'imperatore Augusto nel 30 a.C., ma la sua decorazione richiese secoli per essere completata. L'atrio d'ingresso fu costruito direttamente contro la facciata del tempio, che era stato costruito durante il regno del faraone Tolomeo VI (che regnò dal 180 al 145 a.C.), uno dei re di una dinastia di reali macedoni che governò l'Egitto dal 304 al 30 a.C. In tutta la sala, cartigli ovali con i nomi di una lunga stirpe di imperatori romani attestano il lungo tempo impiegato per completare l'edificio e la sua decorazione. La costruzione della sala fu probabilmente completata a metà del I secolo d.C., sotto l'imperatore Claudio. Gli artigiani impiegarono fino al regno dell'imperatore Decio, 200 anni dopo, per finire di intagliare e dipingere l'elaborata decorazione in rilievo dell'edificio.
Alla fine del III o all'inizio del IV secolo d.C., quando il tempio era stato presumibilmente chiuso, gli abitanti di Esna iniziarono a smantellare il suo santuario principale e a riutilizzare gli elementi costitutivi per costruire canali. Usarono il pronao come rifugio per i successivi 1500 anni e, nel XIX secolo, divenne un magazzino per lo stoccaggio di cotone e munizioni. In quel lasso di tempo, i fuochi accesi all'interno per l'illuminazione e il calore ricoprirono gradualmente le pitture sui soffitti, sulle colonne e sulle colonne e sulle pareti interne con spessi strati di terra e fuliggine. Parti del pronao sono state sepolte sotto la sabbia fino al XX secolo.
I rilievi della sala erano ancora completamente ricoperti di fuliggine quando, nel 2018, un team congiunto egiziano-tedesco, guidato dall'egittologo Christian Leitz dell'Università di Tubinga e da Hisham el-Leithy, sottosegretario di Stato per la documentazione del Ministero egiziano del Turismo e delle Antichità (MoTA), ha iniziato a ripristinare i vivaci colori dei disegni nel loro antico splendore.
Egitto, raffigurazioni di divinità nel tempio di Khnum a
Esna (Foto: 
Ahmet Amin/Ministero egiziano del
Turismo e delle Antichità)
Utilizzando principalmente acqua distillata ed alcol, i conservatori del MoTA, supervisionati da Ahmed Emam, hanno pulito le 18 colonne interne della sala, tutte e sette le campate del soffitto e sezioni delle pareti meridionale ed occidentale. Nel processo hanno rivelato immagini finora rimaste celate e quasi 200 iscrizioni dipinte sul soffitto e sulle traverse. La cristallizzazione del sale aveva influenzato i colori e causato un certo sfaldamento dei rilievi. Il team di conservazione ha ripulito gli strati di fuliggine, polvere e sporcizia e ora si possono apprezzare i colori vivaci dei dipinti e delle iscrizioni.
Il team ha scoperto e fotografato scene che rivelato come gli antichi egizi raffiguravano e adoravano i loro dei e come concepivano l'universo attraverso oggetti astronomici e segni astrologici utilizzati per adornare il soffitto del tempio.
Il culto di Khnum risale a 4000 anni fa ma le sue origini e l'evoluzione del culto ad Esna ed in altri centri religiosi, resta un mistero. Khnum è stato sempre collegato alla creazione, alla fertilità ed al Nilo. Era solitamente raffigurato come un ariete o con una testa di ariete, a volte anche come un coccodrillo. Ad Esna era venerato come Khnum-Ra, il dio del sole Ra conferiva a Khnum un potere divino. La scelta del colore rosso e del colore giallo, entrambi comunemente usati per raffigurare il sole, come colori dominanti per i rilievi nella sala d'ingresso, potrebbe simboleggiare proprio la connessione tra le due divinità.
Nel II secolo a.C., il culto di Khnum ad Esna si arricchì di un'altra divinità creatrice, la dea Neith. Gli inni incisi sulle colonne e sulle pareti della sala del tempio lodano Khnum e Neith come Signore e Signora di Esna. Secondo un mito riportato su una delle colonne del tempio di Esna, Neith, chiamata "madre delle madri", diede alla luce Ra e altri dei pronunciando i loro nomi.
Ogni colonna del pronao del tempio di Esna presenta scene rituali nella sua parte inferiore ed è incisa con 28 pannelli verticali di geroglifici che descrivono il culto degli dei di Esna. Una colonna conserva una litania di 143 versi a Khnum-Ra, che loda tutto ciò che il dio ha portato all'esistenza.
I rilievi recentemente puliti sulle pareti interne del pronao forniscono indizi su quello che comportavano i riti in onore di Khnum. Una scena mostra l'imperatore Traiano che dedica quattro bruciatori di incenso al dio, mentre un sacerdote vestito di pelle di leopardo, in piedi di fronte a lui, offre a Khnum un tornio da vasaio. Un altro ritrae i sacerdoti che trasportano la barca solare di Khnum, in cui si trova il santuario del dio, fuori dal santuario interno del tempio. In occasioni speciali, tali processioni avrebbero viaggiato dal santuario interno alla sala d'ingresso, lungo la navata centrale, fino alla folla di fedeli riuniti all'esterno.
I conservatori che lavorano presso il tempio di Khnum di Esna continuano a ripulire le scene sulle pareti interne del pronao e le colonne lungo la sua facciata. Hanno trovato precisi parallelismi tra la miriade di testi e immagini all'interno del pronao e quelli di altri templi. Queste connessioni forniscono un'idea di come i sacerdoti del tempio di Khnum di Esna abbiano ideato ed eseguito il piano generale per la decorazione della sala.

Fonte:
archaeology.org

sabato 6 gennaio 2024

Roma, ricostruito il doppio colonnato della Basilica Ulpia progettato da Apollodoro di Damasco

Come doveva apparire la Basilica Ulpia
(da: romanoimpero.com - Ricostruzione
grafica di Gilbert Gorski)

Al suo tempo, la Basilica Ulpia era la più grande e maestosa di Roma, sviluppata in lunghezza per 170 metri e larga 60, troneggiante nel perimetro del Foro di Traiano, era intitolata alla famiglia dell'imperatore spagnolo (era nato ad Italica, come Marco Ulpio Nerva Traiano).
Fu Apollodoro di Damasco a progettarla, per volere dell'imperatore. La sua realizzazione richiese sette anni, dal 106 al 113 d.C., e già nel periodo medioevale l'edificio era crollato, oramai in disuso, saccheggiato dei suoi materiali più preziosi.
Situata sul lato più corto del Foro a delimitarlo, la Basilica Ulpia era rialzata rispetto alla piazza. Vi si accedeva attraverso tre ingressi, corrispondenti ad altrettanti avancorpi che movimentavano la facciata, sormontata da un attico con sculture in marmo raffiguranti i Daci, protagonisti anche delle storie scolpite sull'adiacente Colonna Traiana, fatta innalzare dall'imperatore proprio per celebrare la conquista romana della Dacia.
All'interno, colonnati in granito e marmo cipollino scandivano la suddivisione dell'aula in cinque navate. Sui lati brevi si aprivano due esedre. Nell'antichità, il colpo d'occhio offerto dalla Basilica e dalle contigue biblioteche greca e latina doveva essere magnifico.
Oltre alle funzioni forense e commerciale, nella Basilica aveva anche luogo, secondo la Forma Urbis, l'emancipazione degli schiavi nell'Atrium Libertatis, locale che fu distrutto per dare più spazio alla Basilica stessa. In seguito fu trasferito, con l'archivio dei Censori, in una delle due absidi non più visibili oggi. Sappiamo dai testi che il tetto della Basilica, all'interno, era rivestito da tegole in bronzo dorato.
Alla metà dell'Ottocento, nell'area corrispondente all'esedra orientale della Basilica, fu edificato Palazzo del Gallo di Roccagiovine, più di recente sede della Fondazione Alda Fendi. Già durante la prima ristrutturazione del Palazzo ad opera della famiglia Fendi, nel 2013, in realtà, i lavori avevano portato a riscoprire la porzione più vasta e meglio conservata della pavimentazione marmorea della basilica, oltre alle colonne e alle parti superstiti della monumentale trabeazione.
Un recupero interamente finanziato dalla Fondazione Alda Fendi, con la supervisione scientifica della Soprintendenza Archeologica di Roma, che allora permise di avanzare un'ipotesi ricostruttiva più precisa del monumento.
Ora l'imponenza della struttura è più facilmente immaginabile: dal 2021, nell'area del Foro di Traiano, si lavorava al cantiere di ricostruzione della Basilica Ulpia, sulla base del progetto cui le scoperte sopra citate hanno ampiamente contribuito. A finanziare l'operazione il magnate uzbeko Alisher Usmanov, che ha stanziato un milione e mezzo di euro in favore del Comune di Roma.
Nei giorni di Natale 2023 il cantiere si è concluso, rivelando uno skyline inedito e a prova di sisma: le colonne originali della Basilica sono state riallestite a formare l'antico colonnato su due ordini sovrapposti, con la ricostruzione di parte del grande architrave che sosteneva l'ordine superiore.
Il team di archeologi supervisionato da Claudio Parisi Presicce, ha applicato la tecnica dell'anastilosi (già utilizzata nel 1932, per rialzare quattro colonne in granito grigio del primo ordine), rimettendo insieme i pezzi della costruzione originale a disposizione, cioè le colonne che giacevano a terra nel sito archeologico.
Il doppio colonnato raggiunge così quasi 24 metri di altezza (circa la metà della vicina Colonna Traiana): a introdurlo, i tre gradini in marmo giallo antico che conducevano all'interno della Basilica, anch'essi restaurati in occasione del cantiere.

Fonti:
artribune.com
romanoimpero.com

sabato 23 settembre 2023

Roma, riapre al pubblico la Domus Tiberiana, chiusa da 50 anni

Chiusa al pubblico dagli anni '70, la Domus Tiberiana avrebbe dovuto riaprire al pubblico nel 2021, restituendo un nuovo, importante tassello al percorso del "museo diffuso" che il Parco Archeologico del Colosseo sta ampliando da ormai diversi anni.
Ora l'imponente residenza legata al nome di Tiberio (sebbene non si debba a lui l'avvio della costruzione), primo palazzo imperiale edificato sul Palatino, con un'estensione che supera i 4 ettari, torna a mostrarsi nel suo aspetto migliore. Valorizzata, peraltro, dall'illuminazione artistica curata da Acea, con un progetto di light architecture realizzato da Areti, in luce dinamica con tecnologia a LED di ultima generazione (imponente il lavoro di impiantistica, con l'installazione di 28 proiettori a incasso al livello del via Nova, 12 proiettori lineari dedicati agli imbotti degli archi e 51 apparecchi a proiezione per l'illuminazione della facciata)
Edificata sul lato occidentale del colle - riconoscibile per le grandi arcate che affacciano sul Foro Romano - la Domus, racconta Svetonio, fu ricondotta al nome di Tiberio solo perché in corrispondenza dell'area sorgeva la sua casa natale. Ma le indagini archeologiche hanno confermato che la realizzazione del palazzo imperiale iniziò solo con Nerone, a seguito del celebre incendio del 64 d.C. e in concomitanza con la costruzione della Domus Aurea. Furono poi Domiziano e Adriano (le sale a cui si accede oggi sono di epoca adrianea) a ristrutturarla e decorarla con sfarzo di marmi e affreschi, secondo il principio che faceva passare attraverso decor e splendor l'insorgere dello stupor (la meraviglia) in chiunque si trovasse al cospetto della residenza imperiale.
Ancora tra II e III secolo, i Severi ampliarono il palazzo, che restò agibili fino all'VIII secolo, quando lo stesso pontefice Giovanni VII (al quale si deve la decorazione della vicina Santa Maria Antiqua) scelse di abitare alcuni ambienti della Domus.
La storia che segue, dopo un lungo periodo di abbandono, vede la realizzazione degli Horti Farnesiani, che alla metà del '500 inglobano quel che resta del complesso. Mentre il processo di scavo per riportare alla luce la Domus Tiberiana in epoca moderna si lega soprattutto al nome di Pietro Rosa, l'archeologo che tra gli anni '60 e '70 dell'Ottocento permise l'apertura alla fruizione del pubblico del cosiddetto Clivo della Vittoria, sovrastato da grandiose arcate alte 15 metri.
Il percorso di visita è inserito nelle sostruzioni cave del fronte nord e si articola in sette sale espositive. Quattro di queste sale sono comunicanti tra loro e offrono una vista privilegiata sul Foro Romano, mentre altre due sale multimediali, sul fronte opposto, proiettano un documentario e una ricostruzione olografica del monumento. Un percorso tattile accompagna l'esplorazione.
Le sale espositive mostrano le straordinarie architetture recentemente restaurate, i servizi che includevano le terme imperiali e le infrastrutture, nonché le superfici decorate a stucco che adornano il cosiddetto ponte di Caligola. Sullo sfondo, pitture ritraggono scene di vita a corte. L'allestimento museale presenta una visione tematica degli ambienti risalenti all'epoca di Adriano, destinati a ospitare servizi, botteghe e, presumibilmente, anche attività amministrative.
La vita quotidiana nella reggia è documentata da una vasta selezione di reperti, tra i quali ceramiche, oggetti in metallo e vetro, statuaria e decorazioni fittili, tutti recuperati durante gli scavi degli ultimi trent'anni. Questi reperti offrono preziose informazioni sui beni e i consumi dell'epoca, sulle transazioni economiche attraverso numerose monete ritrovate e sugli sfarzosi arredi degli spazi occupati dalla corte.

Fonti:
archeomedia.net
artemagazine.it

sabato 15 aprile 2023

Bologna, le sorprendenti mummie di una donna e di un bambino senza testa

Bologna, ricercatrici al lavoro sulla
mummia femminile (Foto: stilearte.it)

Il Museo Civico Archeologico di Bologna apre un nuovo capitolo per la valorizzazione di una parte importante della propria collezione egizia.
Grazie ad una proficua collaborazione scientifica avviata nel 2019 con l'Istituto per lo studio delle mummie di Eurac Researh di Bolzano, è stato possibile realizzare l'articolato progetto Mummies. Il passato svelato finalizzato alle indagini diagnostiche e al trattamento conservativo di due rare mummie umane custodite nei magazzini del museo dalla fine degli anni Settanta: la mummia con il sudario dipinto e la mummia di fanciullo con tre tuniche, appartenenti rispettivamente alle collezioni formate dall'artista bolognese Pelagio Palagi (1775-1860) e da Federico Amici (1828-1907), che ricoprì importanti incarichi in Egitto per conto del Khédive Muhammad Tewfik Pasha (1852-1892).
Lo studio antropologico e paleontologico è stato condotto dall'Istituto per lo studio delle mummie di EUrac Research di Bolzano in collaborazione con il Dipartimento di Radiologia dell'IRCCS Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna - Policlinico di Sant'Orsola, presso il quale è stato eseguito l'esame tomografico computerizzato utile per ricostruire il profilo biologico dei due individui.
Dopo essere stata affidata alle cure del Centro Conservazione e Restauro "La Venaria Reale", la mummia con il sudario riccamente dipinto, appartenuta ad una donna vissuta in epoca romana (I-II secolo d.C.), torna ora ad essere esposta in via permanente nella Sezione Egizia del museo. La sua restituzione alla comunità scientifica e alla fruizione pubblica riveste un carattere di eccezionale interesse storico: sono solo due al mondo i resti umani mummificati ancora avvolti in sudari integri di questo tipo e di questa epoca.
L'intervento conservativo che ha interessato la seconda, non meno rara, mummia di un fanciullo accuratamente avvolto in tre tuniche, databile all'Egitto Medioevale (XIII secolo d.C.), è stato invece svolto dalla restauratrice di tessuti antichi Irene Tomedi dell'Accademia Tessile Europea di Bolzano, già nota per il restauro della Sacra Sindone.
In entrambi i casi gli interventi conservativi sono stati eseguiti in collaborazione con il Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell'Università di Pisa.
La maggior parte delle mummie egizie conservate nel Museo Civico Archeologico di Bologna apparteneva alla collezione dell'artista bolognese Pelagio Palagi. Tra il 1825 ed il 1845 Palagi acquistò oltre tremila antichità egizie che poi offrì ad un prezzo agevolato alla sua città natale tramite lascito testamentario. Palagi acquistò la mummia con il sudario dipinto assieme ad un migliaio di altri oggetti nel 1831, da Giuseppe Nizzoli, già cancelliere del consolato austriaco in Egitto. Nel Catalogo Dettagliato della Raccolta di Antichità Egizie riunite da Giuseppe Nizzoli, pubblicato ad Alessandria D'Egitto nel 1827, si trova una descrizione utile a comprendere il contesto archeologico di provenienza di questa mummia.
Dopo la morte di Palagi, la mummia e altre antichità egizie furono trasferite dalla sua casa-museo di Milano a Bologna, dove furono esposte a Palazzo Galvani, attuale sede del Museo Civico Archeologico.
La mummia femminile con il sudario dipinto è di tipologia rarissima, in quanto ancora ricoperta da un raffinato sudario dipinto che riproduce idealmente i tratti della defunta. Il volto è incorniciato da una lunga chioma nera che termina in folti riccioli ed è trattenuta da una fascia bianca con decorazioni geometriche sulla fronte. Le orecchie, il collo, le braccia e le mani sono impreziosite da gioielli. Ai lati del corpo sono dipinti, dall'alto in basso, due lamentatrici funebri, due urei, gli amuleti djed e tit, due grandi mazzi di fiori di loto. La parte posteriore del sudario non è perfettamente visibile perché coperta dalla resina che lo fissa al corpo.
Le indagini diagnostiche sembrano confermare la provenienza della mummia da una necropoli tebana - il fango trovato sul dorso della mummia ha caratteristiche attribuibili a quell'area - e datano i tessuti - sudario e bende interne - al I-II secolo d.C. Inoltre la caratterizzazione dei materiali utilizzati per decorare il sudario ha confermato la presenza di sostanze documentate in epoca romana.
Anche lo stile pittorico del sudario può essere ricondotto allo stesso periodo storico, come dimostra la sua somiglianza con le mummie ed i sarcofaghi appartenenti ai membri della famiglia Soter (57-118 d.C.), la cui tomba è presumibilmente da identificarsi con la TT32 nella necropoli tebana di el-Khokha. A questo gruppo appartiene la mummia di Cleopatra II, figlia di Soter, ora conservata al British Museum, che è l'unica altra mummia dell'epoca con sudario avvolto ancora attorno al corpo.
La mummia di Bologna appartiene ad una donna alta circa 153 centimetri, che al momento della morta poteva avere 35-45 anni. L'analisi non ha evidenziato un'unica causa di morte. La donna era affetta da ascessi che comportavano perdita di alcuni denti in vita. Soffriva di malattie degenerative, come l'artrosi alla spina dorsale e alle articolazioni delle ginocchia. Le abbondanti pieghe della pelle ed i residui di tessuto adiposo su fianchi, glutei e cosce suggeriscono una rotondità delle sue forme.
Grazie al sondaggio virtuale della mummia tramite TAC, è stato osservato che il corpo è in posizione supina, con le braccia stese lungo i fianchi e le gambe dritte. Durante il processo di imbalsamazione il cervello è stato quasi completamente rimosso attraverso la narice sinistra. Gli organi interni sono stati estratti attraverso un'incisione verticale sull'addome, imbottito poi solo parzialmente con bende imbevute di resina. Il corpo è stato infine ricoperto con un'abbondante colata di resina e rivestito con un bendaggio in tessuti di lino. Le tecniche di imbalsamazione e il raffinato sudario confermano lo stato sociale elevato della defunta.
La mummia di fanciullo con tre tuniche può considerarsi una rara testimonianza del rituale funerario dell'Egitto medioevale. Il corpo non è stato sottoposto a tecniche di imbalsamazione ma è stato preparato alla sepoltura con una ricca vestizione. La mummia proviene dalla collezione di Federico Amici, nato a Roma da una nobile famiglia bolognese che soggiornò in Egitto dal 1875 al 1890.
Nel catalogo della collezione egizia di Bologna, pubblicato nel 1895 da Giovanni Kminek-Szedlo, la mummia è descritta come: "un fanciullo dell'epoca posteriore al retto imbalsamento degli Egiziani, lunga 0,63; è in istato molto trascurato e mancante di testa e di braccia. I piedi sono scoperti, il resto del corpo è avvolto in un corsetto ed in una specie di gonnella di stoffe diverse".
La mummia, priva di testa e piedi, appartiene ad un bambino di 2-3 anni, alto circa 84 centimetri. Non è stato possibile risalire alla causa di morte, ma dall'analisi paleopatologica è emerso uno stato di stress, in particolare degli arti inferiori, dovuto forse ad un'alimentazione inadeguata o ad un'infiammazione. La TAC ha evidenziato che il corpo non è stato eviscerato degli organi interni. Il cuore, la trachea, i bronchi e il diaframma si sono mummificati naturalmente. L'esame della pelle, dalla colorazione bruno-rossastra, suggerisce che il corpo sia stato trattato con qualche sostanza per prepararlo alla sepoltura.
Le vesti di lino che ricoprono il corpo sono formate da due tuniche a filo grosso, una tinta in indaco e l'altra ricamata a filo nero sulle maniche ed una sovra-tunica quadrettata e bicolore a filo sottile. Il precario stato dei resti umani ha reso difficile il trattamento dei tessuti, molto degradati, lacerati e lacunosi. 

Fonte:
stilearte.it

sabato 1 aprile 2023

Ercolano, restaurate ante e travi del 79 d.C.

Ercolano, le travi restaurate (Foto: repubblica.it)
Ad Ercolano alcuni recenti scavi hanno permesso di riportare alla luce delle travi di legno carbonizzate che verranno messe in sicurezza ed esposte.
La scoperta è avvenuta presso alcune botteghe situate lungo il decumano massimo, la via principale di Ercolano. Spiccano, in modo particolare, le ante di legno della porta di uno dei negozi dell'antica città, oltre ad una grande trave carbonizzata. Quest'ultima è lunga 14 metri e rappresenta un unicum nell'archeologia romana, secondo quanto affermato dalla Dottoressa Elisabetta Canna, che ha lavorato al restauro dei reperti di Ercolano. "Fu rinvenuta insieme al porticato conservato fino all'altezza dei piani superiori, con abitazioni e botteghe, al seguito dello scavo avvenuto nella metà degli anni '60", ha aggiunto la Dottoressa Canna. Ora le travi e le ante in legno tornano visibili: l'obiettivo è di aprire al pubblico il portico con le botteghe del decumano massimo già a partire dal mese di giugno.
La delicata operazione di restauro degli elementi in legno fa parte di un più ampio progetto volto a proteggere i resti della città romana. Un tempo le travi venivano consolidate con cera di paraffina, che però ha iniziato a colare a causa delle alte temperature. Quando frammenti di legno hanno iniziato a staccarsi, gli esperti hanno immediatamente asportato la paraffina rimasta attaccata alle travi, quindi hanno impiegato nuovi materiali sperimentati per la prima volta proprio ad Ercolano.

Fonte:
siviaggia.it

domenica 29 gennaio 2023

Pompei, la Domus dei Vettii torna a splendere per i visitatori

Pompei, la Domus dei Vettii
(Foto: Luigi Spina)

Dopo una chiusura di venti anni, la Domus dei Vettii riapre al pubblico dopo recenti interventi di restauro che hanno ripristinato l'originario splendore dei suoi straordinari affreschi.
La Domus venne scavata tra il 1894 ed il 1896. Apparteneva ad Aulus Vettius Conviva e ad Aulus Vettius Restitututs, probabilmente liberti arricchitisi con il commercio del vino. La ricchezza dei due proprietari si riflette nelle pitture e nelle sculture che adornano la casa. Il vino prodotto dai due liberti era commerciato, del resto, in tutto il Mediterraneo.
La Domus conserva anche tracce della vita servile, in particolare un ambiente adiacente alla cucina, nel quartiere della servitù, decorato con quadretti erotici. Questo spazio, in passato, doveva avere una porta di ferro che consentiva l'accesso ai soli uomini adulti, barriera rimossa solo pochi giorni prima della riapertura della casa. Si è pensato che in questo ambiente si esercitasse la prostituzione, ipotesi avvalorata dal ritrovamento, sulla parete sinistra del vestibolo, di un'iscrizione secondo la quale una donna di nome Eutychis, "greca di belle maniere", sarebbe stata offerta per due assi.
"La casa dei Vettii - ha sottolineato Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco Archeologico di Pompei - è la storia del mondo romano rinchiusa in una casa, la 'casa museo' della romanità, per così dire: ci troviamo affreschi mitologici e sculture in bronzo e in marmo di eccezionale qualità artistica, che parlano del rapporto complesso tra modelli greci e rielaborazioni romane, ma anche della vita economica e sociale della città. I proprietari, liberti e dunque ex schiavi, sono espressione di una mobilità sociale che due secoli prima sarebbe stata impensabile. Diventano ricchi con il commercio di prodotti agricoli del territorio intorno a Pompei, ma a quanto pare nella loro casa fu esercitata anche la prostituzione da parte di una schiava greca, che apparteneva ai gruppi più deboli della società".
Pompei, affreschi della Domus dei Vettii
(Foto: Luigi Spina)
Il nuovo progetto di restauro, intrapreso nel 2016 sotto la direzione di Massimo Osanna, ha visto collaborare diverse professionalità tra archeologi, architetti, restauratori, ingegneri, esperti di giardinaggio, al lavoro in uno dei cantieri più complessi nel panorama dei beni archeologici degli ultimi decenni. La ricchezza degli apparati decorativi e degli arredi del giardino ha, infatti, imposto un accurato intervento di conservazione, attraverso opere di pulitura, stuccatura e integrazione, necessarie per rendere leggibili i piccoli dettagli e per recuperare i colori originali degli apparati.
Particolarmente difficile si è rivelata la rimozione degli strati di cera che in passato erano stati inseriti sugli affreschi al fine di renderli più brillanti, un metodo di restauro rivelatosi dannoso e che a oscurato molti dettagli delle raffinate pitture, con rappresentazioni di architetture fantastiche e scene mitologiche.
Il restauro ha riguardato anche il giardino colonnato, dove sono state inserite copie delle statue originali conservate negli spazi espositivi e nei depositi del Parco Archeologico, come la statua di Priapo, dio dell'abbondanza.
Uno dei fiori all'occhiello di questa Domus è la cosiddetta Sala di Issione, che si apre sul giardino. Sul fondo è rappresentato il re Issione di fronte ad Era in trono che guarda la scena indicata da Iside: Efesto sta attivando la ruota alla quale sarà legato Issione mediante alcuni serpenti. Il re della Tessaglia era, infatti, colpevole di aver provato ad oltraggiare Era e per questo subì la condanna a girare in eterno nella volta celeste. Sulla parete destra è rappresentato Dioniso che si svela ad Arianna addormentata, mentre Teseo fugge con la sua nave. Sulla parete sinistra Dedalo presenta a Pasifae, moglie del re di Creta Minosse, la vacca di legno che le consentirà di concepire il Minotauro.

Fonte:
arte.it

sabato 7 gennaio 2023

Trento, la basilica paleocristiana di San Vigilio riapre al pubblico

Trento, reperti archeologici della basilica paleocristiana
di San Vigilio (Foto: ilgiornaledellarte.com)
Si tratta dell'area che fu messa in luce tra il 1964 ed il 1977 dagli scavi condotti da monsignor Iginio Rogger: a riemergere fu l'originario luogo di culto (14x43 metri) la cui fondazione viene attribuita a Vigilio, terzo vescovo di Trento nel 381. Le sue spoglie furono conservate qui accanto a quelle dei martiri Sisinio, Martirio e Alessandro, uccisi dai pagani nel 397 d.C. mentre evangelizzavano la Val di Non.
Le trasformazioni della basilica, nata con funzione cimiteriale, furono molteplici nei secoli, fino a farla sparire sotto la nuova cattedrale del XIII secolo con il suo imponente baldacchino settecentesco "ispirato a quello di Bernini in San Pietro, a differenza di quello è completamente in marmo", spiega l'ingegner Edoardo Iob, responsabile unico del procedimento di restauro del duomo, diretto insieme agli architetti Ivo Maria Bonapace, progettista e coordinatore, e Fabio Campolongo per la Soprintendenza. Restauro che non ha riguardato la basilica sotterranea chiusa al pubblico per motivi di sicurezza.
"Il ponteggio, infatti, - ha detto l'ingegner Iob - gravava sulle strutture della cripta che sono state messe in sicurezza per consentire il restauro della soprastante cattedrale. Strutture che, con una complessa operazione ingegneristica coraggiosa e intraprendente in relazione al grande peso del baldacchino, furono realizzate durante gli imponenti scavi degli anni '70 sotto la guida dello stesso monsignor Rogger e dell'ingegner Giulio Dolzani di Trento. Progettarono e realizzarono la struttura di supporto del presbiterio della cattedrale che permise di proseguire gli scavi mettendo in luce completamente la basilica paleocristiana e rendendola visitabile. Un intervento di grandissimo ingegno e perizia".
L'arca di San Vigilio, ricavata in un unico blocco in marmo bianco tra l'XI ed il XII secolo, con decorazioni a fasce in rilievo e cornici geometriche su tre lati, in origine era nel presbiterio rialzato dell'antica cattedrale. Con la realizzazione della cattedrale romanica, fu spostato in fondo al coro sopraelevato dove, capovolto, venne utilizzato come altare maggiore. Dopo diversi spostamenti, nel 1977, al termine degli scavi, venne posizionato al centro dell'antica basilica. Tra le più antiche lastre tombali vi è quella del vir spectabilis Censorius, sepolto tra il 539 ed il 569 e il sarcofago longobardo, del VII-VIII secolo, in calcare rosso ammonitico.
A destra e a sinistra del percorso di visita, tra epigrafi e lacerti di plutei scolpiti, si trovano anche frammenti musivi policromi di gusto geometrico orientaleggiante diffuso in Italia dopo la vittoria sugli Ostrogoti dell'imperatore bizantino Giustiniano (553 circa). La loro disposizione rivela l'esistenza di una complessa recinzione rialzata in pietra che delimitava un particolare presbiterio sopraelevato, denominato bema.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


lunedì 26 dicembre 2022

Egitto, l'opera della missione archeologica salentina presso Soknopaiou Nesos

Egitto, la missione archeologica dell'Università del Salento
che ha operato nel Fayyum (Foto: archeomedia.net)
Si è conclusa la diciannovesima missione archeologica del Centro di Studi Papirologici dell'Università del Salento a Dime es-Seba (Fayyum), dove dal 2004 ricercatori dell'Ateneo dedicano almeno un mese all'anno allo scavo dell'insediamento di epoca ellenistica e romana (III secolo a.C. - III secolo d.C.) dell'antica Soknopaiou Nesos, nel deserto del Fayyum, a nord del lago Qarun, in un ambiente arido che ha conservato particolarmente bene gli edifici in mattoni crudi e il loro contenuto.
Il sito è molto noto agli studiosi per il gran numero di papiri scritti in greco e in demotico che vennero rinvenuti soprattutto alla fine dell'Ottocento. Iniziata sotto la guida di Mario Capasso, ora professore emerito di Papirologia, la missione è attualmente guidata da Paola Davoli, professoressa di Egittologia alla UniSalento.
Quest'anno la missione, possibile grazie al finanziamento dell'Università del Salento, del Ministero Italiano per gli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e dell'American Endowment Fund, ha avuto come obiettivi lo scavo di alcune strutture di servizio del tempio dedicato al dio Soknopaios ed il restauro di alcuni monumenti.
L'area templare è racchiusa da un alto muro (temenos) in mattoni crudi, che si conserva in alcuni tratti per circa 15 metri di altezza e che venne costruito all'inizio dell'epoca romana (fine del I secolo a.C.). All'interno del recinto sacro sono ancora visibili diverse strutture oltre ai tre templi, di cui due già scavati dal team salentino. Tra questi edifici di servizio ci sono case dei sacerdoti, come testimoniato dai papiri, cappelle per il culto, e strutture di servizio, come ad esempio le cucine in cui veniva preparata l'offerta giornaliera destinata gli dei.
Lo scavo di quest'anno ha posto in luce due ambienti usati per cucinare cibi e pane, situati a ridosso delle mura del temenos. Il loro stato di conservazione non è ottimale ma, nonostante questo, lo spesso strato di cenere diffuso sui pavimenti dei due ambienti ha conservato molti materiali, tra i quali monete di Nerone, Antonino Pio e Traiano, papiri in greco contenenti testi documentari datati in alcuni casi all'epoca dello stesso Antonino Pio e di Commodo, strumenti in osso, vasellame in ceramica e ostraka scritti in demotico con elenchi di sacerdoti suddivisi in philae, ovvero in gruppi di servizio.
I papiri erano probabilmente stati raccolti insieme con cesti e sandali in fibre vegetali e legni di vario tipo per essere usati come combustibile per forni e fornelli. Piuttosto interessante, in questo contesto, è la presenza di vasellame in vetro finissimo, trasparente bianco, di probabile importazione da centri di produzione egiziani e forse impiegato per la tavola degli dei.
L'altro edificio indagato si è conservato solo nel suo piano interrato, in cui vi sono tre cantine coperte con volta a botte, di cui una completa e ben conservata. Si tratta verosimilmente di una casa di sacerdoti di epoca romana, rimaneggiata più volte e costruita al di sopra di edifici di epoca ellenistica, di cui rimangono alcuni muri. Le tre cantine hanno restituito materiali di uso comune molto interessanti ed in ottimo stato di conservazione, come anfore, di cui una con gran parte del suo contenuto ancora sul fondo, costituito da una conserva di pesce salato; un siga, ovvero un grande vaso globurale per liquidi importato dall'Oasi di Baharia, piatti e tazze in ceramica e in faience azzurra, mortai, bicchieri e vasellame fine in vetro soffiato.
Livelli abitativi e di uso di epoca ellenistica sono stati raggiunti anche al di sotto di un altro edificio di culto, situato nell’angolo nord-ovest del temenos e scavato nel 2021. In questo caso si tratta di un’area utilizzata per il taglio di blocchi in calcare giallo che dovettero servire per la costruzione di edifici di epoca tolemaica. Successivamente la zona, che all’epoca doveva trovarsi all’esterno del temenos sacro, ospitò per lungo tempo pecore e capre, per poi essere inglobata nel temenos di epoca romana. I rinvenimenti di epoca ellenistica sono di particolare interesse per la ricostruzione delle fasi costruttive e abitative di Soknopaiou Nesos, di cui si conosce ancora troppo poco. I rinvenimenti di quest’anno aprono nuove prospettive di interpretazione dell’evoluzione dell’area sacra.
I lavori di restauro si sono concentrati in alcuni punti delle mura del temenos, là dove vi era un pericolo di crollo dovuto all’erosione alla base dei setti murari. Sono quindi stati rinforzati due setti del muro ovest con mattoni di nuova fabbricazione, ma secondo le tecniche e le dimensioni antiche. Tale restauro è stato anche l’occasione per lo studio di dettaglio delle tecniche costruttive impiegate nel temenos.
Inoltre, sono state consolidate le mura ai lati del portale d’ingresso principale all’area templare, situato a sud e di fronte alla strada pavimentata (dromos) che attraversa da nord a sud l’abitato e che era usata per le processioni religiose. Anche in questo caso la costruzione dei nuovi corsi di mattoni crudi ha offerto l’occasione per uno scavo nell’area del portale, che ha posto in luce la base degli stipiti costruiti in blocchi di calcare giallo del portale monumentale. È stato così possibile capire che la pavimentazione originale si trova due metri al di sotto dell’attuale piano di calpestio costituito da sabbia e detriti. Purtroppo, il portale è stato demolito in antichità e si è dunque solo in parte conservato. Esso venne costruito con il reimpiego di blocchi, rocchi di colonne e fregi, recuperati da un precedente chiosco tolemaico.
Una cantina di un edificio di servizio costruito a ridosso del portale è stata indagata. Si tratta di un vano sotterraneo per la conservazione di derrate alimentari ancora coperto con volta a botte e pertinente ad un edificio che sarà scavato nel 2023. Al suo interno c’erano ancora monete di Vespasiano, ostraka in demotico e sigilli in argilla con stampiglia figurata, che dovevano sigillare contenitori in legno. Nello scavo di questa zona sono stati recuperati tra sabbia e detriti, e quindi privi del loro contesto originario di uso, alcuni papiri arrotolati e chiusi da sigilli, un frammento di statua raffigurante un personaggio maschile di epoca romana e un’anta in legno di cofanetto, dipinta con una immagine di giovane donna. Purtroppo, la mancanza di iscrizioni impedisce di identificare il soggetto così come l’uso del mobiletto a cui apparteneva.
Il restauro si è quindi esteso al tempio di epoca tolemaica in particolare stato di degrado, essendo in gran parte costruito con pietre locali irregolari. L’edificio si conserva per un alzato di una decina di metri e molti muri sono parzialmente crollati. La ricostruzione e consolidamento dei muri sono iniziati da un ambiente centrale, una scala, particolarmente pericolante. Lo scavo dell’ambiente ha consentito di mettere in luce due rampe di gradini ben conservate e di ricostruire parte della terza. L’edificio aveva due livelli di stanze e un terrazzo sul tetto, accessibili per mezzo di questa scala.

Fonte:
stilearte.it


giovedì 11 febbraio 2021

Bulgaria, trovato un prezioso tavolo in marmo

Gli archeologi bulgari hanno scoperto un bellissimo tavolo di marmo bianco risalente al IV-V secolo d.C., periodo tardo romano e proto bizantino, durante gli scavi che hanno interessato una delle torri della fortezza di Petrich Kale, vicino alla città di Varna, sul Mar Nero, nel nordest della Bulgaria.
Il reperto, un raro manufatto indice dell'appartenenza ad un alto funzionario romano, è stato rinvenuto in frantumi con tutti i pezzi, però, in situ, il che ha consentito ai restauratori del Museo di Archeologia di Varna di ricostruirlo.
La fortezza di Petrich Kale fu utilizzata per circa mille anni dall'Impero Romano d'Oriente (Impero Bizantino) e dall'Impero Bulgaro fino alla conquista della regione da parte dei Turchi Ottomani. La fortezza si trova nel comune di Avren, poco fuori la città di Varna, venne costruita intorno al V secolo d.C. e venne distrutta alla fine del VI secolo d.C. dalle invasioni barbariche. Venne, quindi, ricostruita nell'XI secolo e divenne una delle principali roccaforti del Secondo Impero bulgaro (1185-1396). Nel 1154 il geografo arabo Muhammad al-Idrisi descrisse Petrich come una cittadina fiorente.
Il team archeologico del Museo di Archeologia di Varna ha rinvenuto la tavola di marmo all'interno delle rovine della torre meridionale della fortezza di Petrich Kale nel corso degli scavi dell'autunno del 2020. A differenza della maggior parte dei tavoli di marmo di epoca tardoantica e altomedioevali, collegati essenzialmente a funzioni liturgiche del periodo cristiano, questo tipo di tavoli ha carattere più secolare ed un uso domestico a riprova del benessere di cui godeva chi lo possedeva.
Oltre al tavolo in marmo, gli archeologi hanno rinvenuto, all'interno della fortezza, anche numerosi frammenti di ceramica e monete tardo romane del primo periodo bizantino.

Fonte: archaeologyinbulgaria.com
Foto: Il tavolo in marmo trovato in Bulgaria - Video grab from BTA

sabato 21 dicembre 2019

Pompei, la casa del Frutteto

Pompei, la domus del Frutteto appena restaurata (Foto: madeinpompei.it)
Limoni e corbezzoli, piante da frutto e ornamentali, uccelli svolazzanti e un albero di fico cui è avvinghiato un serpente. Così erano decorati i cubicoli floreali della Casa del Frutteto a Pompei. Una vegetazione lussureggiante dipinta sulle pareti, ad avvolgere il riposto degli antichi abitanti di questa dimora posta su via dell'Abbondanza, che conserva uno dei più begli esempi di pittura di giardino rinvenuti nella città.
Gli affreschi raffigurano in uno degli ambienti un giardino luminoso, immaginato di giorno nel pieno rigoglio del verde, con una tale precisione di dettagli da rendere possibile il riconoscimento delle specie vegetali e nell'altro, un giardino immerso nel buio della notte, con tre alberi di diversa grandezza, tra cui il grande fico con il serpente auspicio di prosperità.
A differenza di quanto attestato in altre case dove la pittura di giardino era riservata alle sale di rappresentanza, qui la si trova nei cubicoli. In alcuni ambienti, le raffigurazioni sono, inoltre, arricchite da motivi egittizzanti con riferimenti a Iside, probabile segno di devozione alla dea da parte del proprietario. La domus, scavata parzialmente nel 1913 e poi nel 1951, presenta il classico impianto ad atrio, attorno al quale si dispongono vari ambienti e nella parte posteriore uno spazio verde con un triclinio estivo utilizzato durante la stagione calda in alternativa al più interno triclinio.
I giardini ornamentali, sia raffigurati sulle pareti ad ampliare lo spazio visivo degli ambienti, sia come spazi verdi interni, laddove la dimora lo consentiva, caratterizzavano molte delle abitazioni dell'antica città. Due splendidi esempi di giardini interni sono quelli della Casa dell'Efebo e di Trittolemo, recentemente restituiti al loro splendore, a seguito degli interventi di manutenzione del verde, che ne hanno previsto la risistemazione secondo progetti non impattanti e criteri storico-botanici nella scelta delle essenze.

Fonte:
AdnKronos

sabato 30 novembre 2019

Restaurato il Frammento Vaticano di Giotto

Il Frammento Vaticano dopo il restauro dell'Opificio delle Pietre Dure
(Foto: Il Giornale dell'Arte)
Si è concluso il restauro del prezioso Frammento Vaticano di Giotto proveniente dall'antica Basilica di San Pietro. L'opera, di proprietà di collezionisti privati, è stata presa in cura tre anni fa dall'Opificio delle Pietre Dure, dopo essere stata esposta per la prima volta alla mostra su "Giotto e l'Italia", tenutasi in Palazzo Reale a Milano nell'ambito dell'Expo 2015. Il restauro è stato diretto da Cecilia Frosinini ed affidato ad Alberto Felici. Il frammento misura cm 41x46, con bordi irregolari ed è stato analizzato solo in una pubblicazione di Valentino Martinelli del 1971.
Dopo la distruzione dell'ala orientale della chiesa per i lavori di rinnovamento della Basilica, nel 1610 il frammento venne collocato all'interno di una cassetta, calato nel gesso per preservarlo. Sul retro della cassetta un'iscrizione latina riferisce che il frammento è un dono di Piero Strozzi, segretario di papa Paolo V Borghese, a Matteo Caccini, personaggio di famiglia romano-fiorentina, il quale "amò di onorarla" (da qui la sistemazione nella cassetta) per presentarla al culto dei fedeli "in hoc loco".
Il "loco" resta, però, misterioso, sebbene Serena Romano ipotizzi, interpretando le fonti e servendosi dell'acquerello di Jacopo Grimaldi che ritrae la Basilica, fosse la controfacciata. Vasari, infatti, scrive che alcune pitture furono "disfatte e trasportate fin sotto l'organo". Prima del restauro si pensava che il frammento fosse composto da frammenti separati di intonaco, mentre è stato appurato che si tratta di un unico pezzo. Tra intonaco e supporto, spiega Felici, furono anche trovate quattro lame, gli strumenti con cui fu assottigliato per procedere allo stacco.
Cecilia Frosinini sottolinea la scelta metodologica dell'Opificio di non limitarsi ad una semplice pulitura, prendendo atto della vita dell'opera nei secoli, poiché l'immagine era a tal punto "disordinata", con traccia di almeno tre restauri precedenti, da essere ritenuta quasi illeggibile. L'intervento non solo ha liberato le figure dal gesso dipinto in nero in cui era "incastonato", ma ha permesso di ritrovare pigmenti di rara bellezza e di apprezzare la luminosità dello strato pittorico, con una morbidezza di pennellata straordinaria.
Le teste misurano circa 12 centimetri, disposte vicine ma leggermente scalate con un gioco raffinato di spazi. Sono compatibili con figure intere di 70-80 centimetri che potevano appartenere ad una scena narrativa oppure ad un pannello con figure  di santi, ma non raffigurano Pietro e Paolo, come tradizionalmente si riteneva. Il santo sulla sinistra indossa una stola, mai presente nelle figure di apostoli (eccezion fatta per l'iconografia della stola immortalitatis nell'Ascensione, ma non è questo il caso), né si capisce quale sia il libro che tiene in mano; quanto all'ecclesiastico tonsurato sulla destra, con una veste turchese, svelata nella sua ricchezza decorativa dal restauro, potrebbe forse trattarsi di san Martino o san Nicola, nulla è certo.
Per la datazione la Romano propende per il 1320 circa, quando lo stile soffice e piumoso di certe pennellate nel definire le fisionomie si ritrova in alcuni allievi del maestro, quali Puccio Capanna, Giottino o Stefano. La riflettografia ad infrarossi ha rivelato forti consonanze con il "Santo Stefano" del Polittico Stefaneschi conservato al Museo Horne.

venerdì 29 novembre 2019

Pompei, riaprono alcune domus importanti

Pompei, domus di Leda e del cigno (Foto: Il Giornale del Restauro)
Le grandi Terme centrali di Pompei, che l'eruzione del 79 d.C. ha congelato in una fase ancora di cantiere, chiuse da decenni al pubblico, il lusso e le meraviglie della Casa degli Amorini Dorati, sottoposta da mesi a necessarie manutenzioni e, infine, l'affresco di Leda e il cigno, mai visto prima. A Pompei si chiude una stagione di lavori per la messa in sicurezza che è stata anche generosissima di nuovi ritrovamenti e si aprono al pubblico luoghi e ambienti nuovi e pieni di fascino.
L'accessibilità a via del Vesuvio e agli edifici che vi si affacciano permetterà al pubblico di ammirare, per la prima volta, la domus di Leda e il cigno, rinvenuta nel corso degli scavi alla Regio V e il complesso delle Terme centrali che, al momento dell'eruzione del 79 d.C., aveva ancora lavori in corso per il terremoto degli anni precedenti, mai finora accessibile e in cui ci sono stati interventi di restauro.
Pompei, domus degli Amorini Dorati (Foto: Wikimedia Commons)
E ancora si potrà finalmente visitare la Casa degli Amorini Dorati, che prende il nome da medaglioni affrescati con amorini alati d'oro. Si tratta di una delle più eleganti abitazioni di età imperiale che si sviluppa intorno allo scenografico peristilio, con giardino del raro tipo rodio, cioè con un lato munito di colonne di maggiore altezza sormontate da un frontone, che conferiva un'aura di sacralità agli ambienti che vi si affacciavano. La religiosità del peristilio è sottolineata anche dalla presenza di ben due luoghi di culto: un'edicola ed un sacello. L'edicola del larario era destinata al culto domestico tradizionale, mentre il sacello particolare era destinato al culto delle divinità egizie ritratte nei dipinti: Anubi, dio dei morti con testa di sciacallo, Arpocrate, dio bambino figlio di Iside, la stessa Iside ed infine Serapide, dio guaritore. Accanto vi sono oggetti del culto isiaco di cui il proprietario era, forse, un sacerdote. Graffiti e un anello-sigillo indicato il proprietario in Cnaeus Poppaeus Habitus, imparentato con Poppea Sabina, seconda moglie di Nerone.
Per il direttore del Parco Archeologico, Massimo Osanna, al suo secondo mandato, Pompei "è un sistema di relazioni, un fluire incessante di cambiamenti, un laboratorio di sperimentazioni, emozioni e conoscenza".
"Negli ultimi cinque anni Pompei è diventato un modello di efficace gestione, riconosciuto dalla stessa Commissione Europea, che ha permesso di superare con successo una stagione difficile". Così il ministro per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, Dario Franceschini. "Si tratta di un modello virtuoso di impiego di risorse europee che nell'arco di tempo di diversi anni ha permesso di mettere in sicurezza e restaurare parte importante dell'antica città, realizzare un percorso accessibile a tutti, dotare il sito archeologico di copertura WiFi e di dare avvio a una nuova, felice stagione di scavi che sta portando a importanti scoperte".

mercoledì 1 maggio 2019

Istanbul, i segreti di Hagia Sophia

Istanbul, i resti del grande battistero (Foto: Jan Kostnec, Oxbow Books)
Gli archeologi hanno scoperto, ad Istanbul, quello che potrebbe essere il grande battistero perduto della più grande cattedrale del mondo antico, Hagia Sophia. Gli imperatori bizantini avrebbero battezzato in questo battistero i loro figli più di 1400 anni fa.
Tra il 2004 ed il 2018 i ricercatori hanno scoperto edifici precedentemente sconosciuti che appartenevano, con probabilità, al Palazzo Patriarcale di Hagia Sophia ed hanno anche identificato il luogo dove veniva incoronato l'imperatore bizantino. La cattedrale ha una lunga storia. Nel 532 d.C. una serie di scontri culminò nell'incendio di una chiesa dedicata a Hagia Sophia. Giustiniano, che regnò dal 527 al 565 d.C., ordinò allora la costruzione, al posto della piccola chiesa, di una cattedrale enorme, anch'essa dedicata ad Hagia Sophia. La cattedrale venne completata nel 537 d.C. ed ha una cupola che si eleva per 55 metri. Nel 1453 Costantinopoli (nome dell'attuale Istanbul) venne conquistata dagli Ottomani che trasformarono Hagia Sophia in una moschea. Oggi l'antica cattedrale è un museo.
Istanbul, i resti del luogo dove c'era la rota regis in porfido rosso di
Hagia Sophia (Foto: Jan Kostnec, Oxbow Books)
Gli archeologi hanno individuato delle strutture in marmo bianco pertinenti un cortile che circondava la cattedrale del VI secolo d.C. ed hanno identificato quella che un tempo era un'antica biblioteca situata sotto una struttura conosciuta come "sala grande". I ricercatori hanno stimato che, per le sue dimensioni, la biblioteca doveva contenere migliaia di pergamene.
Molte di queste scoperte sono state effettuate dopo i restauri della Cattedrale. Sono stati rimosse anche alcune tracce di intonaco recente che occultavano mosaici, affreschi, sculture, piastrelle e graffiti. E' stata individuata una struttura nota come vestibolo nordovest, parte della cattedrale del VI secolo d.C. costruita da Giustiniano I.
Nel cosiddetto vestibolo di nordest gli archeologi hanno identificato l'impronta di un disco di porfido rosso, la rota regis, sul quale veniva incoronato l'imperatore. Sono stati trovati anche i resti di lastre di marmo bianco, che suggeriscono che l'esterno della cattedrale di Hagia Sophia potesse essere ricoperta da più lastre di questo materiale di quel che si è sempre pensato, dando all'edificio un aspetto diverso rispetto a quel che si credeva, fatto in mattoni e intonaco dipinto negli ultimi secoli. La luce doveva riflettersi sui marmi e sui muri e rendeva la cattedrale visibile e splendente anche a distanza.

Fonte:
livescience.com

domenica 13 gennaio 2019

Spagna, un messaggio dal 1777...

Spagna, il messaggio nella scultura (Foto: ilmessaggero.it)
Un messaggio datato 1777 è stato trovato da un gruppo di restauratori in una scultura raffigurante Gesù Cristo, nella chiesa di Santa Agueda, a Sotillo de la Ribera, in Spagna. Il documento si compone di due fogli manoscritti su entrambi i lati e firmati dal sacerdote della cattedrale di Burgo de Osma, Joaquìn Mìnguez, in cui il prelato informa sulle questioni economiche, religiose, politiche e culturali della sua epoca.
Nel documento, infatti, si afferma non solo che la scultura è opera dell'artista Manuel Bal, ma si danno anche dettagli della vita del XVIII secolo per soddisfare la curiosità delle generazioni future. Secondo l'agenzia EFE, lo storico e promotore del restauro della scultura del secolo XVII, Efrén Arroyo, ha asserito che una scoperta del genere è sorprendente e che "non è comune incontrare all'interno delle opere documenti scritti a mano". Lo storico ha esaminato il documento e ha dedotto che il messaggio potrebbe essere un gioco o una scommessa tra il padre della cattedrale e lo scultore con l'intenzione che fosse ritrovata secoli dopo, risultando come una capsula del tempo.
Al momento il documento originale è stato portato all'archivio dell'arcivescovo di Burgos, mentre una copia è stata lasciata nella scultura per non rompere il proposito del padre che la ideò.

Fonte:
ilmessaggero.it/primopiano/esteri/spagna

domenica 28 ottobre 2018

Gli antichi segreti di Istanbul

Istanbul, lo scheletro trovato nel corso di uno scavo conservativo nei
pressi della stazione ferroviaria (Foto: AA)
Uno scavo archeologico, seguito al lavoro di restauro di un'opera in pietra nei pressi di una fermata della stazione ferroviaria di Istanbul, continua a restituire preziosi reperti storici che possono fare luce sulla storia bizantina della città.
Ultimamente è stato rinvenuto uno scheletro quasi intatto con indosso quella che viene descritta come "una collana profumata" che si pensa abbia circa 1000 anni. Lo scavo ha permesso il recupero di decine di sepolture oltre a 2.000 monete d'oro e d'argento e a diversi ornamenti. Alcune monete risalgono al VI secolo d.C. e recano l'effige di Giustiniano I, mentre altre, datate al VII secolo d.C., presentano il volto di Costantino III.
Un'altra sorprendente scoperta è una fontana di epoca bizantina, unica nel suo genere finora trovata a Istanbul, trovata perfettamente funzionante. Era alimentata grazie ad una serie di tubature trovate anch'esse durante gli scavi. Sono stati trovati anche una sorta di piattaforma di periodo ellenistico, con grappe di ferro e grandi blocchi di pietra quadrangolari ed una grande parete a nord del podio, che ha una larghezza di tre metri e si dipana per almeno 100 metri in modo discontinuo. Gli archeologi ritengono che questa parete, antica di almeno 2000 anni, sia il prolungamento delle mura della città di Calcedonia o, in alternativa, un frangiflutti del porto.

Fonte:
Daily Sabah

Gran Bretagna, in restauro il Bagno del Re a Bath

Bath, il Bagno del Re (Foto: Bath & North East Somerset Council)
Il Bagno del Re si trova nel cuore di un complesso architettonico costruito attorno alle sorgenti di acqua calda che si trovano sotto la Grand Pump Room a Bath, in Gran Bretagna. Prossimamente questo complesso sarà pulito e riparato nell'ambito di un programma di cura periodica e di conservazione del tessuto storico del sito.
Il Bagno del Re, per quanto piccolo, si compone di elementi di epoche diverse, ognuno dei quali corrisponde ad una parte significativa della storia del complesso. Ci sono resti romani, medioevali, georgiani, vittoriani ed anche del secolo scorso. Il ponteggio che avvolgerà i bagni durante i lavori di ripulitura permetterà ai conservatori di raggiungere la storica struttura in pietra costruita attorno alla più grande delle tre sorgenti termali di Bath. I visitatori potranno seguire i lavori di restyling attraverso le finestre dei Bagni Romani e la Pump Room.
I conservatori impiegheranno una serie di tecniche ben collaudate per salvaguardare la struttura e le pietre con la quale è stata costruita. Dovranno rimuovere muschi e piccole piante dalla muratura ed utilizzare malta tradizionale per riempire eventuali fessure che si fossero aperte tra gli elementi delle pareti.
Il Bagno del Re venne costruito nel XII secolo attorno ad una sorgente di acqua calda e sulle fondamenta di un precedente edificio romano. Presenta delle nicchie che permettevano ai frequentatori di sedersi restando immersi nell'acqua. Venne modificato nel XVIII secolo con la costruzione della Grand Pump Room e fu utilizzato fino alla metà del XX secolo per bagni curativi. Al suo interno il Bagno del Re ospita una statua raffigurante re Bladud, mitico scopritore delle sorgenti di acqua calda e fondatore della città di Bath.

Fonte:
heritagedaily.com

venerdì 5 ottobre 2018

Pompei delle meraviglie, nuovi, eccezionali ritrovamenti

Pompei, il larario appena scoperto
(Foto: Corriere del Mezzogiorno)
Un grande larario vegliato da beneauguranti serpenti, un pavone che fa capolino nel verde, fiere dorate che si battono contro un cinghiale nero come i mali del mondo. E poi ancora cieli baluginanti di cinguettanti uccellini, un pozzo, una vasca colorata, il ritratto di un uomo-cane. Riaffiora l'ultimo tesoro di Pompei: un giardino incantato, "una stanza meravigliosa ed enigmatica da studiare a fondo", spiega il direttore del Parco Archeologico, Massimo Osanna.
Il bel larario, tra i più eleganti emersi a Pompei, è pertinente ad un ambiente di una casa già in parte scavata agli inizi del Novecento, con accesso dal vicolo di Lucrezio Frontone. Al centro di una parete con paesaggi idilliaci e una lussureggiante natura con piante e uccelli, si trova l'edicola sacra con ai lati dipinte le figure di Lari protettori della casa e, al di sotto, due grandi serpenti "agatodemoni" (demone buono), simbolo di prosperità e buon auspicio.
In un continuo gioco tra illusione e realtà si mescolano e confondono nell'ambiente, piante dipinte con quelle vere che dovevano crescere rigogliose nell'aiuola sottostante il larario, mentre un pavone dipinto sembra calpestare il terreno del giardino. Al pari, l'ara dipinta al centro dei due serpenti, con le offerte (la pigna e le uova), trova corrispondenza in un'arula (piccolo altare) in pietra ritrovata nel giardinetto e sulla quale ancora insistono tracce di bruciato delle offerte che servivano ad onorare le divinità domestiche, a garanzia del benessere e della prosperità di tutta la famiglia. Sulla parete opposta, invece, una scena di caccia su fondo rosso con diversi animali di colore chiaro che circondano un cinghiale nero, sembra alludere simbolicamente alla vittoria delle forze del bene sul male.
Pompei, uno degli affreschi emersi dal recente scavo
(Foto: quotidiano.net)
Si trattava di una stanza adibita al culto, ancora tuttavia da definire nella disposizione degli spazi, considerata la presenza insolita di alcuni elementi come la vasca bordata dal giardinetto, posta al centro dell'ambiente e lo spazio soppalcato che chiude uno dei lati, ancora interamente da scavare. "Questi straordinari ritrovamenti che continuano a regalare grandi emozioni, rientrano nel più vasto intervento di manutenzione, quello della messa in sicurezza dei fronti di scavo - dichiara il Direttore Generale Massimo Osanna - che sta interessando i circa 3 km di fronti che delimitano l'area non scavata di Pompei. Un intervento fondamentale in una delle aree più a rischio del sito, mai prima trattata complessivamente e che oggi, grazie all'operazione di riprofilamento dei fronti, che ha lo scopo di ridurre la pressione del terreno sulle aree già scavate, ci sta anche consentendo di portare alla luce ambienti intatti con splendide decorazioni".
Ancora un mistero resta, invece, chi fosse il proprietario di questa casa, che si trova a pochi metri da un'altra ricca abitazione, quella di Marco Lucio Frontone, e che certo doveva essere grande e decisamente opulenta, come dimostrano i numerosi ambienti scavati nell'Ottocento, oggi purtroppo spogliati di tutto, le mura glabre ridotte a scheletri muti dello sfarzo che fu. "Forse un ricco commerciante, senz'altro una personalità raffinata e colta", ipotizza Osanna. Certamente un uomo in grado di pagare le migliori maestranze e di commissionare per il suo giardino pitture che non avevano uguali nelle altre domus della città, pure in quel periodo della vita di Pompei, l'ultimo, nel quale l'Oriente era decisamente di moda e nelle case più ricche era tutto un tripudio di frutti e di animali esotici.

Fonte:
Corriere del Mezzogiorno
gazzettadiparma.it

Aspendos, la città di Asclepio. Trovata una scultura del dio e di suo figlio Telesforo

Aspendos, volto della statua di Asclepio (Foto: Ministero turco della Cultura e del Turismo) Una nuova scoperta archeologica ad Aspendos , i...