domenica 21 maggio 2017

Torna alla luce un antico insediamento messapico

Gli scavi nel nuovo insediamento messapico di Nardò
(Foto: quotidianodipuglia.it)
Un insediamento fortificato di età messapica: è l'ultima scoperta firmata Unisalento. Un tesoro svelato sulla sommità di una collina tra Nardò e Porto Cesareo. Un'altra sorpresa che arricchisce la mappa archeologica del Salento. Da lì, in località Schiavoni, i primi abitanti del Salento nel I millennio a.C. posavano lo sguardo sul nord Salento.
Un territorio che continua a restituire tracce di un passato lontano ma sempre pronto a raccontare nuove storie. Come quella di questo piccolo insediamento fortificato che potrebbe aver avuto, in periodo messapico, la stessa funzione che l'imperatore Carlo V volle dare alle torri costiere, sparse lungo il litorale per dare l'allarme non appena fossero state avvistate le navi dei pirati o dei Turchi. Una funzione, dunque, di difesa e di controllo del territorio.
La nuova scoperta è un insediamento fortificato di circa tre ettari di superficie, delimitato da un circuito murario, di cui sono visibili le tracce al di sotto di un muretto a secco di epoca moderna. All'interno del sito si trovano una serie di evidenza che fanno capire che era abitato. Ci sono numerosi blocchi riferibili ad una struttura di carattere monumentale, oltre a lastre che testimoniano la presenza di tombe che, probabilmente, secondo l'uso messapico, si trovavano anche all'interno dell'abitato.
Gli archeologi hanno analizzato le immagini aeree di questo sito negli ultimi sessant'anni, notando, oltre alle tracce del sistema murario, anche la presenza di un fossato sul lato orientale e forse un avanmuro sul lato settentrionale. L'insediamento si trova a 4 chilometri dal mare, punto strategico di controllo del territorio. Da qui si poteva controllare il mare e, forse, c'era un'approdo, forse a Scalo di Furno, dove sono state rinvenute evidenze archeologiche. Una posizione ben scelta, indubbiamente.

Fonte:
quotidianodipuglia.it

Cina, trovati modellini di telai meccanici

Un modellino di telaio rinvenuto in una sepoltura cinese di 2100 anni fa
(Foto: Tao Xie, Feng Zhao Et Al/Antiquities 2017)
Un'antica tomba scavata in Cina ha restituito i più antichi esempi conosciuti - in forma ridotta - di macchine per tessere. Si tratta di quattro modellini che possono fornire informazioni sulla tessitura della seta e che risalgono ad un periodo compreso tra i 2200 e i 2100 anni fa. Fili di seta rossa sono stati ritrovati ancora attaccati a questi modellini, il più grande dei quali è alto mezzo metro.
Il modello è composto da due pedali a pompa collegati ad assi, alberi ed altre parti. Un dispositivo che, riprodotto su scala maggiore, con il movimento di tutte le sue parti, avrebbe potuto tessere trame geometriche su tessuti di abbigliamento ed altri articoli in seta. I piccoli modelli di telaio meccanico sono in legno e bambù e sono la prova che questi meccanismi sono stati inventati nell'antica Cina. Essi sono stati menzionati negli antichi testi di questo Paese, ma finora non ne erano state trovate tracce. Modelli di telai quali quelli rinvenuti in forma ridotta nella sepoltura cinese, hanno influenzato il tipo di tessitura che è stata poi "esportata" in Persia, India ed Europa.

Fonte:
sciencenews.org

Parziale decifrazione di un sistema di scrittura andino

Un khipu, formato da diverse cordicelle attaccate ad un cordolo principale,
risalente al XVIII secolo e proveniente da un villaggio delle Ande
centrali (Foto: William Hyland)
Delle cordicelle ritorte formate da crini animali e risalenti al 1700, secondo un recente studio, potrebbero rivelare nuovi particolari sul sistema di scrittura Inca. I ricercatori ritengono che queste cordicelle formate da crini animali intrecciati tra loro, noti come khipus, siano una sorta di scrittura capace di memorizzare eventi su cose e persone. In particolare si pensa che essi siano un sistema contabile decimale.
La svolta su queste misteriose cordicelle sembra sia stata data da due khipus del tardo XVIII secolo, conservati in una scatola di legno a San Juan de Collata, un villaggio peruviano che si trova nella zona alta delle Ande. Sono state individuate un totale di 95 combinazioni di colori e fibre animali che formano questi khipus e che indicano specifiche sillabe. La scoperta si deve all'antropologa Sabine Hyland, dell'Università scozzese di St. Andrews.
I risultati ottenuti dall'antropologa vanno a sostegno di una storia narrata nel villaggio di San Juan de Collata, che vuole che khipus siano scritti sacri di due capi locali e che riguardino una ribellione contro le autorità spagnole, ribellione verificatasi nel XVIII secolo. I khipus di San Juan de Collata mostrano notevoli somiglianze con i khipus Inca, hanno le stesse proporzioni e più o meno la stessa composizione.
Un esemplare di questi khipus di San Juan de Collata contiene ben 288 cordicelle suddivise in nove gruppi di nastri di stoffa legati ad intervalli regolari, nella parte alta, ad una cordicella. Un altro khipu è formato da 199 cordicelle divise in quattro gruppi da nastri frapposti tra un gruppo e l'altro. I nodi sono presenti solo alle estremità delle cordicelle, per evitare che si disfino. Ogni cordicella nei khipus che fungono da pallottoliere, invece, contiene molti nodi.
Le cordicelle dei khipus analizzati dall'antropologa Sabine Hyland sono formate da un insieme di peli animali colorati che rappresentano la materia oggetto del messaggio. Questi khipus rinvenuti nel villaggio di San Juan de Collata sono, a detta dell'antropologa, completamente diversi da quelli che ha finora esaminato. I khipus delle Ande centrali, infatti, sono dispositivi contabili formati non da peli animali ma da cotone di due colorazioni principali. Finora l'antropologa è riuscita a interpretare le tre cordicelle finali di un khipu come la parola Alluda, che indicherebbe il nome di una famiglia di San Juan de Collata, mentre altre cordicelle di un altro khipu sono state da lei interpretate come Yakapar, il nome di una famiglia di un villaggio vicino.
I khipus erano concepiti per rimanere inalterati e per questo erano bagnati, fatti seccare e incollati con resine particolari. Ancor oggi i khipus, in una forma più semplificata, sono utilizzati dai pastori peruviani e boliviani.

Fonte:
sciencenews.org

sabato 20 maggio 2017

Un nuovo tempio nell'antica Kainua

Rovine dell'ingresso orientale di Kainua (Foto: Wikipedia)
Negli ultimi tempi le ricerche a Kainua, l'attuale Marzabotto, hanno portato a nuove, importanti acquisizioni. E' stato scavato, infatti, un nuovo tempio tuscanico dedicato a Uni e sono state recuperate alcune iscrizioni etrusche legate alla sfera del sacro e della politica.
Oltre allo scavo e allo studio dei materiali, le ricerche comprendono la ricostruzione della città secondo le tecnologie più innovative. L'edificio templare da poco scoperto è conservato al solo livello delle fondazioni, realizzate con ciottoli di fiume e macigni di arenaria. Con questo sono cinque i templi della città, tre sull'acropoli e due in area urbana.
Il tempio recentemente individuato è di tipo tuscanico, con tre celle allineate e chiuse sul retro, affacciate su uno spazio porticato, il pronao, con doppia fila di colonne. Il nuovo tempio di Marzabotto, largo 19,14 metri e lungo 25,70, ha una planimetria ben ricostruibile, nonostante pesanti disturbi di epoca moderna abbiano intaccato il materiale costruttivo e di crollo dell'edificio. Esso trova un significativo parallelo in templi noti in Etruria meridionale, per esempio a Vulci, e nel Lazio, ad Ardea, costruiti tra la fine del VI e la prima metà del V secolo a.C.
Kainua, scalinata di accesso all'altare-podio (Foto: Wikipedia)
Purtroppo sono stati recuperati pochi elementi appartenenti alla decorazione del tetto del tempio. Tuttavia sono state recuperate due iscrizioni che hanno chiarito sia il rito di fondazione del tempio che il culto in esso praticato. Nelle fondazioni murarie dell'edificio, nascoste tra i sassi, sono stati trovati due frammenti di un'anfora in bucchero iscritta, utilizzata per compiere un'offerta rituale di vino alla divinità e poi fratturata intenzionalmente. Originariamente il testo doveva essere più lungo, ma le uniche parole gettate nelle fondazioni del tempio ne chiariscono l'atto di dedica alla divinità da parte della città: si tratta, infatti, del nome della città, Kainua, e del termine istituzionale spural, che la definisce nella sua dimensione politica. L'altra iscrizione riporta il nome della divinità Uni, la Hera greca e la Giunone romana.
Museo nazionale etrusco di Marzabotto, la Signora di Marzabotto
(Foto: Wikipedia)
Kainua sorgeva sul Pian di Misano e fino a pochi anni fa era nota con il nome di Misa. Venne fondata nel V secolo a.C. a poca distanza dal fiume Reno e fu una delle città-stato più importanti dell'Etruria padana, con Felsina (Bologna) e Spina, nonché un importante snodo commerciale tra l'Etruria tirrenica e la Pianura Padana. L'esistenza della città è nota fin dal 1551, quando frate Leandro Alberti ipotizza la presenza di una città antica in base al ritrovamento di alcune rovine di edifici, mosaici e monete.
Kainua rimane, a tutt'oggi, l'unico caso conosciuto di una città etrusca avente una planimetria regolare studiata preventivamente e basata su un preciso progetto tecnico. L'impianto cittadino si presenta attraversato da quattro principali assi ortogonali, orientati secondo i punti cardinali. A lungo si è discusso sull'origine della planimetria di Kainua, se rispecchiasse il modello cosmologico del templum celeste etrusco, così come prevedeva il rito di fondazione, o se invece fosse più compatibile con le pragmatiche e laiche teorie urbanistiche ippodamee del mondo greco, ovvero una pluralità di assi viari in grado di garantire funzionalità al traffico interno e agli scambi commerciali con le altre città, escludendo una qualunque ingerenza religiosa.
Tra il 1963 e il 1965, proprio in merito alla planimetria, nel punto d'incrocio dei principali assi viari vennero trovati, interrati, quattro ciottoli di fiume, di cui solo uno presentava incisa sulla sommità una croce (decussis in latino) orientata secondo gli assi cardinali. Tale scoperta ha indotto gli archeologi a pensare che quel cippo indicasse il centro della croce sacrale che, nell'ambito del rito di fondazione di una città etrusca, costituiva il punto di partenza da cui tracciare l'intero reticolato cittadino.

Fonti:
Liberamente adattato da:
"Archeo", aprile 2017
Wikipedia

Trovate prove di sacrifici umani in un antico sito coreano

I due scheletri ritrovati a Wolseong, in Corea del Sud,
(Foto Yonhap, AFP)
Per la prima volta, in un sito coreano, sono state scoperte tracce sicure di un sacrificio umano. Due scheletri risalenti al V secolo d.C. sono stati scoperti sotto le mura di Wolseong, antica capitale del regno Silla, nella regione di Gyeongju, nella Corea del sud. Si tratta della prima prova di sacrifici umani effettuati durante la posa delle fondazioni di edifici o la costruzione di dighe.
Non è ancora chiaro come siano stati uccisi i due individui, le indagini sono ancora in corso, anche se si pensa siano stati sepolti vivi. La tradizione vuole che gli esseri umani venissero sacrificati per placare una divinità o garantire la lunga durata delle strutture edificate. I due scheletri sono stati rinvenuti fianco a fianco sotto l'angolo occidentale di una strutta in terra e mura di pietra.
Il regno Silla era uno dei tre regni che governarono la penisola coreana nel primo millennio d.C., quello che, sconfitti gli altri due, unificò, nel 668 d.C., la penisola e che venne sopraffatto nel 935 d.C.. I manufatti recuperati negli scavi in località risalenti a questo periodo storico sono tra i tesori più preziosi dell'archeologia coreana ed i siti archeologici della regione di Gyeongju sono una grande attrazione turistica.
I ricercatori stanno analizzando i resti umani, soprattutto il Dna, appena ritrovati per determinare le loro caratteristiche fisiche, la salute, la dieta e gli attributi genetici.
Immagine della scoperta della fossa con gli scheletri oggetto di sacrificio umano in Corea del Sud
(Foto: Yonhap, AFP)

Fonte:
AFP

Nuove scoperte nell'antico porto di Akrotiri

Archeologi e alcuni visitatori raccolti intorno all'archeologo Donald Clark che si prepara ad estrarre un vaso romano
dal luogo dove è rimasto per 1600 anni (Foto: University of Leicester)
Uno scavo condotto nella baia di Dreamer, nella base militare della RAF di Akrotiri, sull'isola di Cipro, da archeologi e studenti dell'Università di Leicester, ha portato alla scoperta di nuove preziose informazioni sui resti dell'antico porto di Akrotiri.
Gli scavi, condotti sugli edifici ospitati sull'antico porto in epoca romana e bizantina (300-600 d.C.), hanno evidenziato che questi edifici erano utilizzati con funzione di magazzini e laboratori e che furono colpiti da un terremoto intorno al 360 d.C., un evento che devastò l'antica città di Kourion a 13 chilometri dalla baia di Dreamer.
In uno degli edifici scavati dagli archeologi sono stati trovati piccoli vasi ed anfore per lo stoccaggio di vino o di olio, che si ritiene siano stati danneggiati quando il terremoto ha fatto crollare su di loro le pareti del locale che li ospitava. Alcuni di questi vasi, comunque, sono rimasti intatti e sono una fonte di interessanti informazioni sulla storia e il patrimonio archeologico di Cipro.

Fonte:
University of Leicester

Scoperta una città-accampamento vichingo nel Lincolnshire

L'area di studio dove sorgeva il campo vichingo,
una vera e propria cittadina anglo-scandinava
(heritagedaily.com)
Gli archeologi hanno scoperto un grande campo militare che i Vichinghi avevano costruito ed attrezzato in attesa delle operazioni militari per la conquista l'Inghilterra nel IX secolo. La ricerca è stata portata avanti dagli archeologi delle Università di Sheffield e York. Il campo era strutturato per ospitare migliaia di guerrieri con le loro famiglie, che vivevano all'interno di tende.
Il campo, che si trova sulle rive del fiume Trent nel Lincolnshire, era utilizzato come base per la riparazione delle navi, per la fusione del bottino di guerra, per la produzione e il commercio di oggetti. La Professoressa Dawn Hadley, che ha guidato i ricercatori, ha affermato che il campo era una grande e complessa base, una sorta di città "provvisoria", in cui erano presenti anche botteghe e spazi per le feste comunitarie. Sono stati trovati più di 300 pezzi da gioco in piombo che suggeriscono che i Vichinghi passassero diverso tempo a giocare in attesa della primavera che avrebbe portato una ripresa nelle operazioni militari. Si pensa che l'accampamento vichingo si estendesse su circa 55 ettari e fosse più grande di molti paesi e città dell'epoca, più grande della città di York.
Tra i reperti recuperati dagli archeologi dilettanti armati di metal detectors ci sono anche 300 monete, tra le quali 100 sono in argento e di origine arabe, pervenute nell'accampamento vichingo attraverso le numerose rotte commerciali percorse dai Vichinghi. Altri 50 pezzi di argento, tra i quali diversi lingotti ed i frammenti di una spilla, sono andati ad aggiungersi ad utensili in ferro, fusaiole, aghi e pesi per le reti da pesca già recuperati dagli scavi.

Fonte:
heritagedaily.com

Abydos, blocco di pietra con il cartiglio di Nectanebo II

Particolare del blocco di pietra con il cartiglio di Nectanebo II scoperto ad Abydos
(Foto: englishahram.org.eg)
E' stato trovato, nella città di Abydos, in Egitto, un blocco di pietra con inciso il cartiglio del faraone Nectanebo II, durante l'ispezione in una vecchia casa nella zona di Beni Mansour, dove il proprietario stava effettuando uno scavo archeologico illegale. Le autorità egiziane hanno confiscato la casa fino al completamento delle indagini.
Il blocco, secondo Hani Abul Azm, responsabile dell'amministrazione centrale per le antichità dell'Alto Egitto, potrebbe appartenere al santuario reale di Nectanebo II oppure ad una parete di un tempio costruito dallo stesso faraone, il quale è molto noto per i progetti costruttivi ad Abydos.
Il blocco di pietra appena scoperto misura metri 1,40 per 40 centimetri, la presenza di acque sotterranee nel luogo in cui giaceva rendono difficile determinare se fosse parte di un santuario o di una parete templare.

Fonte:
englishahram.org.eg

Tracce dei primi abitanti dell'Australia

La grotta di Boodie, sull'isola di Barrow, utilizzata
come rifugio umano già 50000 anni fa
(Foto: Peter Veth, James Cook University)
In una grotta dell'Australia occidentale è stato scoperto il primo sito conosciuto di occupazione umana del continente. Si tratta di una grotta la cui occupazione indigena si fa risalire a più di 50000 anni fa. Qui operano gli archeologi della Western Australia University, che hanno rinvenuto resti di animali, carbone ed antichi manufatti.
La grotta di Boodie, la cavità in cui sono state scoperte queste antiche tracce umane, si trova a 60 chilometri al largo della costa, sull'isola di Barrow, separata dal continente australiano circa 7000 anni fa a causa dell'innalzamento del livello del mare.
Il nordovest dell'isola conserva ripari rocciosi e profonde caverne nelle quali sono state reperite numerose prove di comunità umane che vi si erano stanziate. La grotta appena esplorata venne utilizzata come rifugio di caccia in un periodo che va dai 50000 ai 30000 anni fa, prima di diventare, decine di migliaia di anni dopo, un rifugio stanziale. Fu definitivamente abbandonata 7000 anni fa, quando l'innalzamento delle acque marine tagliò il riparo dal continente.

Fonte:
theguardian.com

lunedì 15 maggio 2017

L'Efebo di Pompei

L'Efebo di Pompei (Foto: Museo Isidoro Falchi)
Tra le scoperte fatte a Pompei nel corso degli anni, quella dell'Efebo di via dell'Abbondanza è tra le più suggestive. Gli scavi erano stati avviati, nel 1925, nella Regio I, insula VII, per liberare l'atrio di una delle case a schiera che caratterizzavano questa parte della città, quella che ha, all'ingresso, il numero civico 11. Proprio qui Amedeo Maiuri si imbatté in un ritrovamento eccezionale.
La statua dell'Efebo era completamente sommersa da uno strato di cenere e lapilli, nella stessa posizione nella quale era stata provvisoriamente collocata prima dell'eruzione, vale a dire appoggiata all'anta ovest del cubicolo adiacente all'atrio della casa. La statua era stata avvolta in un tessuto (lino o canapa) conservatosi in tracce nei detriti compattati, nei frammenti mineralizzatisi attraverso il processo che riguarda il tessuto a contatto con i metalli, e in quelli carbonizzati sparsi sul pavimento. Ai piedi della statua giacevano due bracci di candelabro del tipo ad intreccio vegetale, che l'Efebo un tempo stringeva in mano in quanto lychnophoros (portatore di lampada).
Nella casa detta dell'Efebo, la statua di quest'ultimo non fu l'unico ritrovamento. Vennero, infatti, estratte notevoli quantità di suppellettili. La casa, al momento dell'eruzione, era in fase di ristrutturazione, forse a seguito dell'acquisto da parte di P. Cornelius Tages, un liberto citato negli archivi del banchiere L. Caecilius Iucundus come personaggio di recente ascesa (commerciante di vino e speculatore edile) che comprò e unì cinque modeste case confinanti per crearne una di maggiori dimensioni.
Pompei, casa dell'Efebo (Foto: artribune.com)
La nuova casa era un dedalo di ambienti a uso privato e di servizio che sfociavano in un giardino circondato da muri su ogni lato, la cui parte meridionale ospitava una fontana ninfeo. Al centro della sala vi erano i letti triclinari in muratura, sui quali prendevano posto gli ospiti al momento del banchetto. I letti erano dipinti con un fregio di stile impressionistico a soggetto idillico-sacrale e paesaggistico-nilotico. Davanti al triclinio, spostato su un lato, era il basamento circolare in muratura che avrebbe dovuto ospitare l'Efebo, destinato ad illuminare i banchetti serali che si tenevano soprattutto nei periodi caldi.
L'Efebo è modellato sull'originale greco del V secolo a.C., anch'esso in bronzo, uscito dalle botteghe di uno degli artisti che solitamente gravitavano attorno ad un maestro. L'archeologo tedesco Paul Zanker, invece, pensa che la statua sia opera di uno scultore eclettico, "che ha usato per il corpo un tipo classico di efebo del periodo intorno al 430 a.C. e lo ha unito a un tipo di testa femminile stilisticamente più antico di una generazione".
La statua è alta 1,49 metri, come l'Apollo Citaredo e l'Anadumenos, il che lascerebbe pensare che ci fosse un canone fisso tradizionale nel raffigurare un efebo del V secolo a.C.. La gamba sinistra risultò, al momento del ritrovamento, nettamente spezzata quasi all'altezza del ginocchio, nel punto di flessione dell'arto. Gli occhi non erano interamente riportati in materia diversa dal bronzo. La cornea, conservata, era anch'essa bronzea ed inserita nella cavità bulbare. Solo le pupille dovevano essere realizzate in pasta vitrea e smalto, ma di esse non si è trovata, purtroppo, traccia.

Fonte:
Liberamente adattato da "Archeologia Viva", maggio-giugno 2017

domenica 14 maggio 2017

Ameny Qemau, il faraone dalle due piramidi, e Hatshepset

Il cantiere sulla seconda piramide di Ameny Qemau
(Foto: Ministero Egiziano delle Antichità)
Nel sito di Dahshur, in Egitto, è stata trovata una camera sepolcrale che si ritiene ospitasse la mummia di una principessa di nome Hatshepset (che non è la ben più nota Hatshepsut). La camera si trova all'interno di una piramide di 3800 anni fa. Questa scoperta contribuisce, insieme ad altre, ad aiutare gli archeologi a comprendere il perché un faraone, chiamato Ameny Qemau, avesse a Dahshur due piramidi.
Già il mese scorso è stata ritrovata un'iscrizione incisa su un blocco di alabastro, all'interno della piramide che ospita la camera sepolcrale principesca, che menziona il faraone Ameny Qemau (o Qemaw), che governò l'Egitto per un breve periodo intorno al 1790 a.C.. Si tratta della seconda piramide in cui compare il nome di questo faraone. La prima venne scoperta nel 1957 e si trova a circa 600 metri di distanza dalla piramide scoperta recentemente.
La camera funeraria della principessa Hatshepset conteneva anche una teca lignea nella quale erano riposti i vasi canopi per gli organi interni della donna. Purtroppo questi vasi canopi non sono stati ritrovati e all'interno della teca gli archeologi hanno trovato solo pochi resti di bendaggi. Sulla scatola lignea ci sono anche tre linee in scrittura geroglifica che sembrano riferirsi ad una figlia di Ameny Qemau. Le iscrizioni risalgono al Secondo Periodo Intermedio (dal 1640 a.C. circa al 1540 a.C.).
La teca lignea per i vasi canopi appartenente, probabilmente, alla
figlia di Ameny Qemau (Foto: Ministero Egiziano delle Antichità)
Le linee di scrittura sono state decifrate da James Allen, un professore di egittologia della Brown University, il quale ha confermato che la teca era sicuramente un contenitore per vasi canopi. Le linee riportano un augurio "Neith stenda le braccia su Duamutef che è in te". Duamutef era la divinità associata al vaso canopo che conteneva lo stomaco, mentre Neith era la divinità incaricata di proteggerlo. In un'altra riga si legge "Venerati con Neith, figlia di Hatshepset", in un'altra, che corre verticalmente, si legge "Venerati con Duamutef, figlia di Hatshepset". Lo stesso James Allen ha avanzato l'ipotesi che Hatshepset fosse figlia del faraone Amery Qemau e che sia stata sepolta nella piramide del padre.
Altri ricercatori ritengono che Amery Qemau possa aver usurpato la piramide costruita per un suo predecessore per seppellirvi la figlia, dal momento che non è possibile ancora spiegare perché avesse avuto bisogno di costruire due piramidi. All'interno della camera funeraria recentemente scoperta, gli archeologi hanno trovato i resti di un sarcofago mal conservato. Gli scavi sono ancora in corso.

Fonte:
Live Science

Scoperta una necropoli umana a Touna el-Gabal

Le mummie trovate a Touna al-Gabal (Foto: euronews.com)
Gli archeologi egiziani hanno trovato una necropoli che ospita ben 17 mummie nei pressi della Valle del Nilo, non lontano dalla città di Minya. La scoperta è stata fatta a Touna al-Gabal, un vasto sito archeologico al margine del deserto occidentale. La necropoli ospita anche diverse sepolture di animali mummificati: ibis, babbuini e altri animali. Oltre alle necropoli umane ed animali, a Touna al-Gabal è stato portato alla luce un edificio funerario.
Il ministro delle antichità Khaled al-Anani ha affermato si tratta della prima necropoli umana trovata nel sito. Le mummie sono ben conservate e ben mummificate per cui i ricercatori pensano si trattasse di funzionari e sacerdoti. Oltre alle mummie sono stati rinvenuti sei sarcofagi, due bare di argilla, due papiri scritti e vasellame.
La necropoli risale al periodo tardo e al periodo greco-romano e gli archeologi non nascondono che potrebbero fare altre interessantissime scoperte, nel futuro. Da alcune prospezioni nel terreno, infatti, si intuisce che la necropoli è molto più grande di quel che appare.
Il sito di Touna el-Gabal è di epoca classica e risale ad un periodo compreso tra il III secolo a.C. e il III secolo d.C.. Negli ultimi mesi sono numerose le scoperte fatte qui, tra le quali spicca la sepoltura di un nobile risalente a 3000 anni fa.

Fonte:
NBCNEWS.COM

giovedì 11 maggio 2017

L'Arco di Tito al Circo Massimo

Ricostruzione dell'arco di Tito al centro dell'emiciclo del Circo Massimo
(Rilievo della Soprintendenza Capitolina - Laboratorio di Rilievo e
Tecniche Digitali UniRoma Tre - Dipartimento di Architettura)
Le fonti narrano che, nel Circo Massimo, esisteva già, in età repubblicana, un arco fatto costruire da Lucio Stertinio nel 196 a.C. con il bottino delle campagne che egli stesso aveva condotto in Spagna Ulteriore. Un altro arco venne distrutto nel 68 d.C. da Nerone. Nell'81 d.C., nella parte curvilinea del Circo venne edificato un nuovo arco dedicato a Tito, nell'anno della sua morte, da Senato e Popolo Romano per celebrare la vittoria sui Giudei e la distruzione di Gerusalemme del 70 d.C.. L'arco supportava una lunga iscrizione incisa con lettere bronzee sull'attico, giunta fino a noi grazie alla trascrizione dell'Anonimo di Einsiedeln, un pellegrino dell'XI secolo.
L'Arco di Tito al Circo Massimo era posto lungo il percorso del corteo trionfale dei generali e degli imperatori che tornavano vittoriosi dalle campagne militari. La processione prendeva avvio dal Campo Marzio ed entrava nel Circo sfilando nella pista per poi dirigersi verso il tempio di Giove Capitolino sul Campidoglio. Il monumento è raffigurato sulla Forma Urbis e su rilievi, mosaici e varie monete. L'Arco era in marmo lunense e recava, sulla fronte, quattro colonne scalanate e quattro lesene aderenti ai piloni.
Nell'area restano visibili i tre piedistalli delle colonne dei fornici laterali con due basi delle colonne e i piedistalli retrostanti di due lesene. Sono anche conservati i blocchi in travertino di due piloni e frammenti dei fusti delle colonne scanalate. In età tardoantica si ebbe un riutilizzo sistematico dei materiali dell'arco. Nel IX-X secolo si ebbe il primo crollo delle parti alte del monumento, anche se rimasero in piedi ancora le colonne e qualche frammento di muratura, che poi andarono distrutti nel XII secolo.
Presso la torre della Torre della Moletta sono stati allestiti grandi frammenti architettonici, rinvenuti per la maggior parte nelle indagini archeologiche degli anni 2014-2015. Risultano tutti intagliati nel marmo di Luni e appartengono alla decorazione dell'attico e della trabeazione.

Fonte:
Archeologia Viva, marzo-aprile 2017

mercoledì 10 maggio 2017

Egitto, scoperti affreschi interessanti

Disegno sul muro della tomba di Beni Hassan che mostra un cacciatore
che tiene un cane al guinzaglio (Foto: Linda Evans)
Una mangusta al guinzaglio, un pittoresco pellicano e vari pipistrelli sono solo alcuni dei rari disegni animali rivelati da una nuova indagine in un gruppo di tombe egizie di 4000 anni fa.
Le tombe si trovano nella necropoli di Beni Hassan e sono state scavate e dettagliatamente descritte in una pubblicazione di oltre un secolo fa, a cura dell'archeologo Percy Newberry. Ora l'archeologa Linda Evans ed i suoi colleghi della Macquarie University stanno nuovamente mappando la tomba, utilizzando allo scopo le risorse della tecnologia moderna. Quest'operazione di registrazione ha "rivelato molte scene che non si trovano nella relazione di Newberry", ha detto Linda Evans.
Uno degli animali raffigurato negli affreschi, per esempio, non era stato ben identificato da Newberry. La squadra di ricercatori della Dottoressa Evans ha determinato che quest'animale è morfologicamente identico alla mangusta egiziana e viene tenuto al guinzaglio da un uomo. Non si conoscono altre immagini di manguste tenute al guinzaglio, nell'arte egizia.
La sepoltura apparteneva ad un nomarca (governatore) di nome Baqet, che visse durante l'XI Dinastia. Ad un altro nomarca, sempre di nome Baqet, appartiene una sepoltura attigua, anch'essa con un muro affrescato con l'immagine di un pellicano, dai colori ancora vividi malgrado siano trascorsi 4000 anni. Newberry non registrò la presenza di questo muro affrescato. I pellicani si incontrano raramente nell'arte egiziana.
I ricercatori stanno tuttora registrando e analizzando altri animali raffigurati sulle pareti delle tombe. In una di queste hanno individuato la presenza di pipistrelli, animali mai registrati da Newberry. In un affresco hanno contato non meno di 29 uccelli e tre pipistrelli.

Fonte:
Live Science

domenica 7 maggio 2017

Santa Vittoria di Serri, ritorno al passato

Complesso nuragico di Santa Vittoria di Serri
(Foto: laghienuraghi.it)
Santa Vittoria è il più importante complesso santuariale nuragico finora messo in luce in Sardegna. Sorge su un altopiano basaltico alla quota di 650 metri sul livello del mare. L'altopiano è segnato da dirupi profondi, soprattutto sul lato meridionale e occidentale del villaggio. Là dove questi dirupi si interrompono, la difesa naturale è integrata o sostituita da una muraglia integrata da un passaggio coperto e da una torre fornita di feritoie-occhi di luce. Quest'ultima inglobava una grande capanna circolare con sedili e, sul lato opposto, un'altra capanna anch'essa circolare, che gli archeologi ritengono essere  quella del Sacerdote. L'area archeologica si estende su 22 ettari e ad essa faceva probabilmente riferimento anche il villaggio che gravitava intorno al grandioso Su Nuraxi di Barunimi, sito Unesco.
I gradini di accesso al Pozzo Sacro (Foto: sardegnamia.it)
La civiltà nuragica si sviluppò durante l'Età del Bronzo e si organizzò in nuclei autonomi, tra il XII e il X secolo a.C.. Essa aveva come punti di riferimento dei santuari "federali", spazi neutrali dove, in particolari ricorrenze, le popolazioni potevano riunirsi in una sorta di tregua per stringere alleanze, derimere controversie o semplicemente effettuare scambi.
Il santuario di Santa Vittoria è stato scoperto e indagato sistematicamente a partire dal 1907 dall'archeologo Antonio Taramelli (1868-1939), al quale si devono le denominazioni delle strutture monumentali. La Sovrintendenza è intervenuta tra il 1963 e il 2015, mentre nel 2016 sono iniziati gli scavi a cura del Comune di Serri.
Capanna con sedile gradonato (Foto: Wikimapia.org)
La frequentazione del sito è iniziata intorno al XVIII-XVII secolo a.C., quando venne edificato un nuraghe cosiddetto "a corridoio", caratterizzato da stretti passaggi e privo di tholos, la falsa cupola che si trova nei nuraghi classici. Il sito si connotò in senso sacro già nell'Età del Bronzo recente, tra il XV e il XIII secolo a.C., mentre gli edifici cerimoniali sorgono tra il XII e il X secolo a.C.. La frequentazione proseguì anche nei secoli successivi, in età punica, romana e bizantina. Ancor oggi il luogo è oggetto di culto e vi è stata costruita la chiesetta di Santa Maria della Vittoria.
La visita comprende tre grandi aree o gruppi di edifici: ad est la zona del villaggio e della Curia; ad ovest le zone del Recinto delle Feste e dei templi. Nella zona più orientale sorgevano le abitazioni, qui è stato identificato il Piazzale delle Abitazioni, uno spazio centrale attorno al quale si organizzarono una serie di ambienti. La Curia era un grande capanna circolare, del diametro di 12 metri, con un altare e altri arredi cerimoniali, tra cui vaschette utilizzate, forse, per l'acqua lustrale.
Bronzetto nuragico della madre da Santa Vittoria
di Serri (Foto: ladeamadremediterranea.it)
Un sedile corre lungo la parete. La struttura poteva ospitare fino a sessanta persone. La sua copertura a cono ligneo ha richiesto certamente una raffinata opera di carpenteria. Il diametro esterno della costruzione è di 15 metri. Qui si pensa avvenissero gli incontri degli anziani e dei notabili, si tratta della più grande Capanna delle Riunioni rinvenuta in Sardegna.
Tra i reperti che sono stati raccolti dagli archeologi vi sono un torciere di provenienza cipriota e numerosi bronzi raffiguranti animali e frammenti di navicelle, una cesta miniaturistica e un piccolo melograno in bronzo, rinvenuto nel 2015, frutto legato alle divinità femminili della rigenerazione.
Il fulcro del santuario si trova a circa 300 metri, qui si concentravano la maggior parte degli edifici sacri. Il primo è il Recinto delle Feste, una struttura di pianta ellittica con due ingressi e un ampio spazio centrale, fornita di un porticato e diversi ambienti lungo il perimetro. Qui, secondo gli archeologi, si svolgevano le feste e il mercato, che si serviva di piccoli ambienti adibiti a botteghe.
Santa Vittoria di Serri, sito archeologico (Foto: Sardegna Turismo)
Nella piena Età del Ferro, a partire dal VII secolo a.C. e prima della conquista cartaginese della Sardegna, si ritiene che anche sull'isola venisse praticata la prostituzione sacra, una delle principali entrate dei santuari mediterranei. In questa fase i piccoli vani rettangolari del Recinto delle Feste potevano essere delle cellette dove le ierodule, sotto la protezione delle divinità e dietro presentazione di alcune offerte, accoglievano i pellegrini.
A nord del Recinto delle Feste si trova la Casa del Capo, un tempietto con l'ambiente principale di forma circolare, in origine coperto a tholos, la cui altezza raggiunge i 2,60 metri. E' una delle strutture meglio conservate del complesso. In posizione di dominio sulla piana sottostante, sul limite occidentale del costone roccioso, si trova l'area dei templi dove sono presenti una serie di strutture con fasi cronologiche sovrapposte. Soprattutto qui si trova il Pozzo Sacro, uno dei meglio conservati di tutta la Sardegna, dedicato al culto delle acque. Il manufatto, della lunghezza di circa 11 metri e del diametro esterno di 4,90 metri, è stato realizzato in blocchi di basalto regolari ed è caratterizzato da un atrio, da una scala con tredici gradini e un vano circolare di raccolta dell'acqua. Si tratta, come hanno dimostrato recenti rilievi ed ispezioni, non tanto di un pozzo vero e proprio ma di una cisterna che aveva il compito di immagazzinare le acque meteoriche.
Dalla zona dei templi provengono numerosi bronzetti figurati realizzati con la tecnica della cera persa. Queste figure rappresentano la società dell'epoca: capitribù, guerrieri, offerenti e una madre con il figlio. Questi reperti sono visibili, oggi, al Museo Archeologico di Cagliari.

Fonte:
Liberamente adattato da "Archeologia Viva", maggio-giugno 2017

La dèa delle prostitute, la multiforme Venere

(Foto: Wikipedia)
Tra le tante feste del calendario romano, non mancavano quelle riservate alle donne, in generale o distinte per categoria. C'era la festa dedicata alle madri di famiglia, le Matralia, che si celebravano l'11 giugno; c'erano quelle delle serve, il Festum Ancillarum, celebrate il 7 luglio.
Una festa minore era riservata alle prostitute, le Meretrices (da merere, guadagnare), le donne che "facevano pubblicamente commercio del proprio corpo", come erano giuridicamente definite. Il mestiere più antico del mondo era a Roma legalmente riconosciuto e, per certi versi, anche regolamentato. Le prostitute, infatti, dovevano essere iscritte in un "albo" professionale tenuto dagli Edili. Le prostitute, poi, dovevano indossare un abito speciale (vestis meretricia), dovevano pagare una tassa giornaliera (vectigal meretricium) pari all'importo di una singola prestazione al giorno, non potevano assistere ai pubblici spettacoli e testimoniare in tribunale, né potevano ricevere legati ed eredità, nemmeno da un congiunto.
Le prostitute, però, sfuggirono ai rigori della legge sugli adultéri promulgata da Augusto nel 18 a.C.. Questo fece si che anche donne di buona famiglia, maldisposte a causa delle limitazioni alle libertà di comportamento ed anche per protestare per l'intrusione dello Stato nella loro vita privata, andarono a iscriversi nei registri delle prostitute.
Dante Rossetti, Venere Verticordia (Foto: Angèlique DeVil)
Tra le prostitute vi erano donne di condizione servile che lavoravano alle dipendenze del proprio datore di lavoro nei bordelli (lupanaria), nelle locande (cauponae) o nelle osterie. Non di rado il mercimonio avveniva anche nelle case private. Le altre, quelle che esercitavano "liberamente" la prostituzione, lavoravano in proprio. Attiravano i clienti dalle soglie delle cellae meretricae, aperte sulla strada, o dai fornici dei teatri del circo (da cui il verbo fornicare), oppure tra le tombe che affollavano le vie consolari.
Le prostitute celebravano la loro "festa" (dies meretricum), il 23 aprile, giorno anniversario della dedica, nel 181 a.C., del tempio votato nel 184 a.C. dal console Lucio Porcio Licinio, in guerra contro i Liguri, a Venere Ericina. Una Venere onorata nel santuario di Erice, in Sicilia, con un culto che prevedeva, tra l'altro, l'antichissima pratica della prostituzione sacra. Poiché il tempio costruito a Roma era dedicato ad una divinità straniera, venne costruito fuori del pomerio e delle mura urbane, all'estremità del Quirinale, oltre la Porta Collina, in un luogo che alcuni studiosi pensano di riconoscere tra le vie Sicilia e Lucania o tra le vie Gaeta e Curtatone (dove nel 1873 furono trovati i resti di un edificio sacro). Il tempio venne inglobato, successivamente, negli Horti Sallustiani.
Antonio Canova, Venere e Adone (Foto: visionealchemica.com)
Al tempio di Venere Ericina, ogni 23 aprile, convergevano le prostitute in processione, recando corone di rose e di mirto, piante sacre alla dea, per onorare Venere. Le donne chiedevano alla dea di vegliare su di loro e di mantenerle sempre giovani ed attraenti. Ovviamente questo pellegrinaggio attirava una folta platea maschile e solitamente avevano anche luogo incontri e contrattazioni di natura sessuale.
In epoca tarda questa festa venne, probabilmente, unificata con quella che, alle calende del mese di aprile, era dedicata sempre a Venere, ma alla divinità dell'amore coniugale, la Venere Verticordia, ossia che volge e converte i cuori. All'origine di questo culto ci sarebbe stato un sacrilegio compiuto dalle vestali, in espiazione del quale i Libri Sibillini avrebbero prescritto l'erezione di una statua o di un tempio alla dea, la cui dedica (216 a.C.) sarebbe stata affidata ad una certa Sulpicia, moglie di Quinto Fulvio Flacco, ritenuta all'epoca la matrona più casta di Roma. Così, in uno stesso giorno, si festeggiava e si invocava la Venere "sacra" e quella "profana".
Venere Obsequens o Venere Ericina
(Foto: RomeandArt)
Nei Veneralia, secondo il poeta Ovidio, madri e nuore, adorne di corone di mirto, invocavano la divinità lavandone il simulacro e libando con una miscela di fiori di papavero, latte e miele. L'etimologia del nome Venus viene riportata al verbo vinciri, avvincere, unire; oppure ad un astrato neutro, *venus, il cui significato è espresso dal verbo venerari, cercare di piacere, rendere dei favori al dio.
I Romani ritenevano Venere una divinità androgina o addirittura di sesso maschile. Scrive Macrobio: "Ad esempio certuni leggono [negli scolia di Servio all'Eneide]: mi allontano e guidato dalla Dèa tra le fiamme e i nemici/riesco a passare; mentre egli con grande erudizione aveva detto 'guidato dal Dio' non 'dalla Dèa'. [...] A Cipro c'è anche una sua statua con la barba, con forme e in abbigliamento da donna, con lo scettro e in statura di uomo; e ritengono che sia maschio e femmina nello stesso tempo. Aristofane la chiama Aphròdìtos, al maschile". Androgina era la statua di Venus Calva, la più antica forma di Venus di quelle a noi storicamente nota.
Le tracce di una sorta di prostituzione sacra nella tradizione romana emergono dai racconti mitici di incontri sessuali tra donne e membri virili comparsi dal nulla, come nel caso del re Servio Tullio, frutto dell'unione della madre Ocrisia, schiava di Tarquinio Prisco, con un fallo comparso tra le ceneri del focolare. Un'altra prova è considerata il culto di Anna Perenna, che si svolgeva sulle rive del Tevere, caratterizzata da rituali orgiastici. Inoltre nei Floralia le prostitute si spogliavano ritualmente su richiesta dei partecipanti ed eseguivano danze sfrenate; durante la festa della Bona Dea si svolgevano, invece, vere e proprie orge rituali, che rappresentavano dei matrimoni sacri nei quali si prostituivano donne di nobili natali che erano tenute in grande considerazioni.

Fonti:
Liberamente adattato da "Archeo" aprile 2017 e da "Il Tempo di Roma" di P. Galiano e M. Vigna

sabato 6 maggio 2017

Un mitreo sul Mar Nero

Scavi nell'antico Castello di Zerzevan (Foto: dailysabah.com)
Scavi archeologici effettuati nel Castello di Zerzevan, nel distretto sudest della provincia di Diyarbakir, in Turchia, hanno portato alla luce un mitreo, dove si svolgevano culti precristiani 1700 anni fa.
Il castello, che si estende su un'area di quasi 60.000 metri quadrati, si trova a 13 chilometri da una località in cui si trovava una base militare di epoca romana. Gli scavi nell'edificio sono in corso dal 2014. Sono stati trovati, finora, i resti di pareti alte 15 metri per 200 metri di lunghezza, una torre di difesa, una chiesa, un locale adibito alla gestione del complesso, un granaio, un deposito per le armi, un santuario sotterraneo, rifugi sotterranei, canali per il trasporto dell'acqua, tombe rupestri e ben 54 cisterne per la raccolta dell'acqua.
Il castello è stato rimaneggiato e rinforzato nel corso dei secoli. Per quanto riguarda il mitreo, esso presenta tre nicchie nella parte occidentale, c'è anche una sorta di piscina, poiché l'acqua - oltre al sangue - era un elemento molto frequente nei riti di Mitra. Il mitreo occupa una superficie di 35 metri quadrati per un'altezza di 2,5 metri.
Il Castello di Zerzevan è situato lungo un'antica via militare, su una collina rocciosa di 124 metri di altezza, in una posizione strategica tra Amida e Dara. Ai suoi piedi una valle ed un percorso chiave per le vie commerciali. Qui vi era anche una guarnigione romana che assistette agli scontri tra i Romani e i Sasanidi. Il primo insediamento venne chiamato Samachi. Le mura del castello risalgono all'epoca di Anastasio (491-518 d.C.) e Giustiniano (527-565 d.C.). Alcune parti sono state completamente ricostruite.

Fonte:
dailysabah.com

Mar Nero, emerge la testa di un'antica divinità

L'individuazione del sito nella baia di Kerch
E' stata trovata, al largo della Crimea, da alcuni subacquei russi intenti a testare il funzionamento di una costruzione subacquea, la testa in terracotta di una divinità greca risalente a 2500 anni fa.
Il responsabile della sezione di archeologia subacquea dell'Accademia Russa delle scienze, Sergei Olkhovskiy ha affermato che il manufatto è un'opera unica per quanto riguarda la regione del Mar Nero. Il reperto è stato rinvenuto nella baia di Kerch, dove il Mar Nero incontra il Mare di Azov e dove si sta costruendo un ponte che collegherà le due coste.
Le esplorazioni archeologiche in questo sito sono iniziate circa due anni fa, quando è stato progettata la costruzione del ponte. Da allora gli scavi subacquei hanno restituito più di 60.000 pezzi, la maggior parte dei quali sono frammenti di vasi in ceramica realizzati nell'area del Mediterraneo e in Asia Minore tra il V e il III secolo a.C.
La testa raffigurante una divinità greca appena rinvenuta risale al V secolo a.C. e si presume sia stata realizzata in Asia Minore o in Anatolia. Altre informazioni potranno essere raccolte dagli esami più approfonditi ai quali sarà sottoposto il reperto.

Fonte:
tomosnews.gr

Trovate 24 teste di ascia in un deposito in Norvegia

Una delle teste di ascia trovate a Stjordal, in Norvegia (Foto: Erik Solheim)
Sono tornate alla luce, da un deposito comune a Stjordal, circa 44 chilometri ad est di Trondheim, in Norvegia, 24 asce risalenti a 3000 anni fa. La sorprendente scoperta risale al mese scorso. Si tratta di teste di ascia, di una lama di coltello risalenti all'Età del Bronzo, tra il 1100 e il 500 a.C.. Gli archeologi dell'Università Norvegese di Scienza e Tecnologia (NTNU) stanno raccogliendo i reperti con l'aiuto di alcuni dilettanti forniti di metal detector.
Sono stati proprio questi ricercatori dilettanti, i fratelli Joakim e Jorgen Korstad, che abitano nel comune di Stjordal, a fare le prime scoperte in questa località. Hanno trovato nove asce, una punta di lancia, uno stampo per colata e un frammento di bronzo. I fratelli hanno immediatamente contattato gli archeologi.
Al momento non possibile far alcuna ipotesi sulla sepoltura collettiva di questi oggetti, se alla base ci fosse un motivo rituale oppure un rito religioso o, magari, le asce siano state raccolte semplicemente per essere riutilizzate in seguito quali fonti di metallo, pratica conosciuta nella tarda Età del Bronzo.
Stjordal si trova nella Norvegia centrale e presenta un'alta concentrazione di antiche pitture ed incisioni rupestri.

Fonte:
Università Norvegese di Scienza e Tecnologia (NTNU)

Costa Rica, trovato un interessante petroglifo

Il petroglifo trovato a Guanacaste, in Costa Rica (Foto: ICE)
Gli archeologi dell'Istituto statale Costa Rica elettricità (ICE) hanno rinvenuto un petroglifo indigeno nella provincia di Guanacaste. Il petroglifo ha più di mille anni. L'artefatto è stato rinvenuto recentemente sulle rive del fiume Blanco. Si pensa appartenga al periodo Bagaces, tra il 300 e l'800 d.C..
L'archeologa Ana Cristina Hernàndez afferma di avere le prove che il sito, insieme alle altre aree interessate dal progetto ICE, sono state saccheggiate dai tombaroli. Il petroglifo è stato rinvenuto in un settore che gli archeologi ritengono sia parte di una complessa necropoli indigena. Mostra un'immagine che rappresenta un colibrì, con tutta probabilità simbolo delle popolazioni indigene del Costa Rica. Il colibrì rappresentava la fertilità, nelle culture indigene locali.
Il petroglifo mostra anche due spirali parallele collocate in direzioni opposte, forse la rappresentazione del fiume che scorre e il rapporto degli indigenti con i luoghi di sepoltura che si trovano lungo il fiume Blanco.

Fonte:
ticotimes.net

Cina, la tomba del mostro blu

L'affresco del mostro blu nella sepoltura cinese
(Foto: Chinese Archaeology)
In Cina, a Xinzhou, è stata scoperta una tomba di 1400 anni fa, con affreschi rappresentanti un mostro di colore blu, un cavallo alato e una divinità nuda conosciuta come "maestro del vento". Gli affreschi murali di questa sepoltura sono piuttosto originali, rispetto alle altre tombe dello stesso periodo.
Gli archeologi non sono ancora in grado di comprendere il significato delle immagini. La sepoltura è stata scoperta nel 2013 ed è rilevato che era stata saccheggiata di recente. Si compone di una camera funeraria, mancante dei corpi dei defunti e con solo pochi frammenti della bara. Parte di un primo corridoio e tutto un secondo corridoio non avevamo, però, subito saccheggi e qui sono stati rinvenuti una serie di manufatti e gli affreschi ben conservati, che possono gettare nuova luce sulla vita sociale, la storia e la cultura dell'epoca.

Fonte:
Live Science

Egitto, scoperte due sepolture di eunuchi?

La sepoltura B26 con lo scheletro del probabile eunuco al centro
(Foto: 
S. Haddow, S. Zakrzwski, J.Rowland )
Recentemente gli archeologi hanno scoperto, presso la necropoli tolemaico-romana di Quesna, nella città di Monufiya, in Egitto, due scheletri interessanti. Analizzando questi resti umani, infatti, i ricercatori hanno pensato di trovarsi di fronte a degli eunuchi.
La ricerca a Quesna è condotta da Scott Hadow, dell'Università di Bordeaux, da Sonia Zakrzwski, dell'Università di Southampton e da Joanne Rowland dell'Università di Edimburgo. Gli archeologi hanno spiegato, in una conferenza, le tecniche di sepoltura dei due scheletri analizzati, le anomalie che presentavano e le evidenze generali che richiamavano l'idea di una castrazione.
Il primo scheletro, chiamato B21, apparteneva ad un adolescente di sesso indeterminato, vissuto durante l'epoca tolemaica. La sua sepoltura mostrava delle differenze rispetto a quella della maggior parte delle sepolture comuni: il cranio era stato, infatti, posizionato verso sud invece che verso nord. Inoltre non tutte le ossa dello scheletro sono completamente sviluppate, il che vuol dire  che la persona era più alta della media dell'epoca, malgrado non fosse completamente cresciuta.
Sepoltura B21, adolescente di sesso indeterminato
(Foto: S. Haddow, S. Zakrzwski, J.Rowland)
Il secondo scheletro, chiamato B26, appartiene anch'esso ad un adolescente di sesso sconosciuto e risale all'epoca romana. Venne sepolto in una tomba ed era anch'esso più alto della media. "Anche se ci sono pochi studi sugli scheletri di individui che hanno subito la castrazione, quelli esistenti, come quelli dei castrati italiani Farinelli e Pacchierotti, mostrano ossa lunghe incomplete, alta statura ed osteoporosi", hanno dichiarato gli archeologi.
La sepoltura dell'individuo deposto nella B26 è conforme alle altre dell'epoca. L'orientamento della sepoltura e gli oggetti del corredo funebre potrebbero indicare il riconoscimento, all'interno della società egizia, dello stato intersessuale degli individui, frutto, probabilmente, di una castrazione pre-pubertale. Potrebbe, però, anche indicare la presenza della sindrome di Klinefelter. Quest'ultima è una malattia genetica, caratterizzata da un'anomalia cromosomica, per cui un individuo di sesso maschile possiede un cromosoma X soprannumerario. Molte persone affette dalla sindrome di Klinefelter non presentano alcun segno fino alla pubertà, quando le caratteristiche fisiche della condizione diventano più evidenti. Tali caratteristiche comprendono l'ipogonadismo e la riduzione della fertilità, unitamente ad altre differenze fisiche e comportamentali. In genere gli individui affetti da questa sindrome tendono all'obesità.
La combinazione dello sviluppo scheletrico e dell'osteoporosi con le abitudini dell'epoca possono far pensare anche a disturbi endocrini geneticamente e culturalmente indotti. I ricercatori ritengono che finquando non saranno condotti studi sul Dna dei due individui sarà difficile stabilire l'origine delle caratteristiche scheletriche dei due individui sepolti a Quesna.

Fonte:
ancient-origins.net

giovedì 4 maggio 2017

Salamina, scoperta una tomba micenea

Uno dei reperti rinvenuti a Salamina (Foto: greece.greekreporter.com)
E' stata scoperta, sull'isola di Salamina, una tomba a camera micenea, contenente corredi funerari del XIII-XII secolo a.C.. Si tratta della terza tomba emersa nella zona, che fa seguito alle due scoperte avvenute nel 2009 durante uno scavo per l'installazione di tubazioni di scarico. In quel caso furono portati alla luce 41 vasi in ceramica in ottime condizioni, con decorazioni tipiche dell'epoca, oltre ad altri elementi di vasellame.
Lo scavo è particolarmente impegnativo a causa della presenza di diverse sorgenti e le sepolture presenti, scavate nella roccia, sono soggette ad allagamenti. La tomba emersa dagli scavi attuali fa parte di una necropoli di epoca micenea. Essa è scavata nella roccia naturale, è leggermente più piccola rispetto alle altre sepolture della necropoli.
Nella tomba sono stati ritrovati i resti scheletrici di almeno cinque persone, l'ingresso era aperto e i resti dei morti sepolti per primi erano stati spostati per far posto ai nuovi defunti ed ai loro corredi funerari.

Fonte:
ana-mpa

mercoledì 3 maggio 2017

Scoperti i leggendari giardini funerari egizi

Il giardino funerario di Dra Abu el-Naga (Foto: MoA)
Quella annunciata oggi dal Ministero delle Antichità egiziano non è solo una nuova scoperta, ma una scoperta del tutto nuova: si tratta della prima testimonianza archeologica di un giardino funerario di 4000 anni fa. Si era a conoscenza della presenza di questa area cultuale grazie ai modellini funerari e alle varie rappresentazioni presenti sulle pareti delle tombe del Nuovo Regno, dove un piccolo giardino quadrato veniva raffigurato all'ingresso del monumento funebre con un paio di alberi accanto ad esso, ma archeologicamente, finora, non ne era mai stata trovata nessuna traccia.
La sensazionale scoperta è opera della missione archeologica spagnola che da 16 anni lavora nella necropoli di Dra Abul el-Naga, sulla west bank di Luqsor, alle tombe rupestri della XVIII Dinastia di Djehuty e Hery (1500-1450 a.C.): il "Proyecto Djehuty". Il giardino funerario è stato dissotterrato nel cortile aperto di una tomba del Medio Regno scavata nella roccia, misura 3 x 2 metri ed è diviso in piccole aiuole quadrate di circa 30 centimetri per lato. I riquadri sembrano contenere diversi tipi di piante e fiori. Al centro emergono due aiuole rialzate probabilmente utilizzate per accogliere un piccolo albero o un cespuglio. In uno degli angoli, invece, sono stati trovati ancora ben conservati la radice e una porzione di tronco (circa 30 centimetri) di un piccolo albero risalente sempre a quel periodo, 4000 anni fa. Quello che sorprende e che emoziona è che accanto a questo albero si trovava ancora una ciotola contenente datteri e altri frutti, lasciata lì probabilmente come un'offerta presentata al defunto.
Ciotola con datteri ed altri frutti (Foto: MoA)
Ora, grazie al ritrovamento di questo giardino, che probabilmente aveva anche un significato simbolico, si ha la conferma archeologica di un aspetto dell'antica cultura e religione egizia che finora era conosciuto solo attraverso l'iconografia, visto che mai niente di nemmeno simile è stato mai trovato.
Come se questa notizia non fosse abbastanza eclatante di per sé, la missione diretta dal Dottor Jose Galan ha anche scoperto una piccola cappella in mattoni crudi (46 x 70 x 55 centimetri) proprio a ridosso della facciata della tomba intagliata nella roccia. Al suo interno sono state rinvenute tre stele della XIII Dinastia (1800 a.C. circa): una di proprietà de "il cittadino Khemenit, figlio della signora della casa, Idenu" - così come indica la stele nella quale sono anche menzionati gli dei Montu, Ptah, Sokar e Osiris - e un'altra che vede come proprietario un uomo di nome Renefseneb.

Fonte
mediterraneoantico.it

Novità da un antico palazzo minoico sull'isola di Creta

Uno dei reperti del palazzo di Zominthos a Creta (Foto: greece.greekreporter.com) Il Ministero della Cultura greco ha pubblicato nuove ...