sabato 7 dicembre 2019

Pompei, la casa del gromatico

Rilievo di Popidiius Nicostratus, raffigurante attrezzi agrimensori,
esposto all'Antiquarium di Boscoreale (Foto: La Repubblica)
Le competenze tecniche degli agrimensori romani - i tecnici incaricati delle centuriazioni e di altri sondaggi quali la pianificazione di città e di acquedotti - sono leggendari. Progetti estremamente accurati di centuriazione sono ancora oggi visibili in Italia ed in altri paesi del Mediterraneo. Il lavoro degli agrimensori aveva anche connotazioni religiose e simboliche, legate alla fondazione delle città ed alla tradizione etrusca.
Questi agrimensori erano chiamati gromatici, a causa del loro principale strumento di lavoro: la groma, una sorta di croce fatta di quattro braccia perpendicolari da ciascuna delle quali pendeva una corda con pesi equivalenti che servivano come fili a piombo. Il gromatico poteva allineare con estrema precisione due linee a piombo tra loro opposte con pali di riferimento tenuti a varie distanze dagli assistenti degli agrimensori, oppure fissati sul terreno, allo stesso modo in cui le paline vengono attualmente utilizzate nei moderni rilievi teodolitici.
Immagine del codex medioevale che mostra il lavoro dei
gromatici (Foto: AAAS)
Finora l'unico esempio conosciuto di una groma proveniva dagli scavi di Pompei, mentre le immagini che illustrano il lavoro del gromatico sono state trasmesse da un codex medioevale risalente ad un'epoca di molto successiva allo svolgimento di tale pratica. Ora sembra che Pompei abbia fornito nuove informazioni su questi antichi geometri.
Nell'ambito del Grande Progetto Pompei, inaugurato nel 2014 e cofinanziato dalla Comunità Europea, nuove indagini archeologiche hanno portato alla luce, nella Regio V, una casa con una facciata antica e solenne, chiamata Casa di Orione (altrimenti detta Casa di Giove). All'interno sono stati trovati pavimenti quasi intatti, con due bellissimi mosaici rappresentanti, forse, Orione ed una serie enigmatica di altre immagini. L'interpretazione di queste ultime è stata inserita in un documento congiunto di Massimo Osanna, direttore del sito archeologico di Pompei, Luisa Ferro e Giulio Magli, della Scuola di Architettura del Politecnico di Milano. Tra le immagini compare un quadrato inscritto in un cerchio.
Il cerchio raffigurato è tagliato da due linee perpendicolari, una delle quali coincide con l'asse longitudinale dell'atrio della casa ed appare come una sorta di rosa dei venti che divide il cerchio in otto settori equidistanti. L'immagine è sorprendentemente simile a quella presente nel codex medioevale, dove viene indicato il modo in cui i gromatici dividevano lo spazio. Un'altra immagine complessa mostra un cerchio con una croce ortogonale al suo interno, collegata a cinque punti disposti come una sorta di piccolo cerchio ad una linea retta con una base. Il tutto appare come la rappresentazione di una groma.
La casa in cui compaiono queste immagini forse era utilizzata come luogo di convegni di questi particolari geometri dell'antichità o, forse, il proprietario era un gromatico. Al momento non è possibile dar credito ad un'ipotesi piuttosto che ad un'altra.

Fonte:
Archaeology News Network

Minorca, scoperto un deposito di vasi funerari preistorici

Minorca, deposito di vasi preistorici con funzione rituale
(Foto: Museu de Menorca)
Gli archeologi del Museo di Minorca hanno scoperto un deposito intatto di circa 50 vasi preistorici ben conservati, accompagnati da ossa animali, principalmente capre, pecore e maiali. La scoperta è ancora in fase di studio, ma si pensa che questo deposito facesse parte di una o più offerte funerarie deposte all'interno di un ipogeo. Si tratta del primo ritrovamento del genere a Minorca.
Diversi vasi preistorici, quasi 300, sono stati rinvenuti da un ipogeo situato a La Mola e sono databili ad un periodo compreso tra il III ed il II secolo a.C. Si tratta di una tipologia di vasi unica ed esclusiva dell'isola di Minorca: vasi dal fondo alto, legati a scopi rituali e simbolici. Molti archeologi ritengono che questi vasi - rinvenuti nello scavo di Sa Mola tra il 1915 ed il 1920 - provengano da un sito dedicato ad alcune divinità, tra le quali, forse, la punica Tanit.
Gli archeologi hanno condotto una ricerca fogrammetrica completa dell'ipogeo, che consentirà di riprodurlo tridimensionalmente nelle proporzione di come era un tempo e di come sia stato modificato nel corso dei secoli. La pratica della commensalità legata alle sepolture ipogeiche è molto comune nel Mediterraneo, sia in età preistorica che classica. Questa è la prima volta che viene documentata a Minorca.

Francia, trovata una necropoli neolitica

Francia, primo strato di scheletri rinvenuto nell'ipogeo neolitico
(Foto: INRAP)
Un team di archeologi del francese Istituto Nazionale di Ricerca Archeologica Preventiva (INRAP) ha annunciato di aver scoperto una necropoli sotterranea collettiva risalente al periodo neolitico a Saint Memmie, città del dipartimento di Marna, nel nordest della Francia. Nella necropoli sono state sepolte almeno cinquanta persone.
L'ipogeo risale al 3500-3000 a.C. e consiste in un ingresso che si apre su un corridoio inclinato lungo 3,80 metri che conduce ad un'anticamera che consente l'accesso alla camera sepolcrale vera e propria, ampia sei metri quadrati. Non appena esplorato il primo livello, gli archeologi hanno notato che la camera sepolcrale conteneva deposizioni sia maschili che femminili, nonché sepolture di bambini e adolescenti.
Lo scavo ha rivelato diversi livelli di ossa tra loro mescolate, tra le quali più di 40 teschi e 2.000 ossa. sono stati rinvenuti anche oggetti ornamentali quali perline appartenenti ad una collana, canini animali forati utilizzati come ciondoli, strumenti in selce. Si spera che le analisi antropologiche sui resti umani possa fornire notizie circa il numero preciso di persone che sono state sepolte in questo ipogeo, la loro età al momento della morte, il sesso, la salute e le possibili relazioni familiari che le legavano tra loro.
Sono stati identificati circa 160 ipogei nella Marna nel corso dei secoli, in particolare nella Champagne, tra Epernay e le paludi di Saint-Gond, vicino Sezanne. Solo cinque di questi ipogei sono stati adeguatamente documentati, gli altri sono stati semplicemente visitati e svuotati senza che vi sia stato un adeguato studio archeologico.

Gran Bretagna, gli antichi londinesi e...il piombo

Fistula aquaria in piombo esposta al Museo Provinciale Sannitico
di Campobasso (Foto: culturaitalia.it)
Un team di archeologi e scienziati che si occupano della salute, ha scoperto che l'avvelenamento da piombo potrebbe aver afflitto gli abitanti della città di Londinium (attuale Londra) durante l'occupazione romana dell'antica Gran Bretagna. I livelli di piombo che si sono trovati nelle ossa degli abitanti dell'antica Londinium sono talmente alti da aver superato i limiti considerati tossici.
Sean Scott, scienziato della salute dell'Università del Wisconsin-Madison ed i suoi colleghi, hanno scoperto che i livelli di piombo rilevati nelle ossa prelevate da tre necropoli di Londinium sono più di 70 volte superiori a quelli rinvenuti nei resti appartenenti all'Età del Ferro preromana della Gran Bretagna. I ricercatori hanno affermato che i livelli di piombo sono talmente alti da aver avuto degli effetti significativi sulla salute. Forse hanno anche contribuito alla riduzione della natalità.
L'inquinamento da piombo in epoca romana è stato già precedentemente rilevato ed è stato generalmente associato con l'estrazione del piombo. Non è ancora chiaro se un grave inquinamento da piombo possa aver afflitto i cittadini comuni negli insediamenti urbani romani. I ricercatori hanno utilizzato la spettrometria di massa plasmatica per misurare la quantità di piombo nei campioni ossei.
Le fonti di piombo possono essere state diverse. I Romani facevano ampio utilizzo del metallo negli impianti idraulici nei loro insediamenti, ma non ci sono molte prove di questo utilizzo a Londinium. Tuttavia il piombo veniva utilizzato dai romani anche per le anfore potorie. L'acetato di piombo era anche aggiunto al succo d'uva e agli alimenti per dolcificare: si tratta del cosiddetto "zucchero di piombo".
E' risaputo che le aree urbane tendono a sviluppare un concentramento di inquinamento ed i ricercatori ritengono che sia possibile che una cosa del genere possa essere successo anche nell'antichità. Non esisteva, secondo loro, una sola fonte di inquinamento da piombo, ma piuttosto diverse fonti, derivanti anche da pratiche sociali, che possono aver portato ad alti livelli di esposizione a questo metallo tossico. Livelli di piombo del genere erano, forse, comuni in tutte le città dell'impero romano.
I livelli di piombo elevati sono rivelabili dallo smalto dei denti. I ricercatori stimano che la maggior parte dei cittadini di Londinium avesse livelli di piombo, nel sangue, superiori alla soglia individuata come tossica dall'Istituto Nazionale statunitense per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro. Alcuni di loro ritengono che l'avvelenamento da piombo abbia anche contribuito alla caduta dell'impero romano, ma questa è un'ipotesi controversa.

Oman, trovato un amuleto egiziano

Oman, manufatti trovati a Wilayat di Dibba negli scavi della missione
italiana (Foto: Supplied)
In Oman è stata fatta una nuova e importante scoperta archeologica risalente all'Età del Ferro. La scoperta è stata fatta nel sito archeologico di Wilayat di Dibba, nel governatorato di Musandam. Si stima che i manufatti rinvenuti risalgano ad un periodo compreso tra il 1300 ed il 100 a.C.
Gli scavi sono stati condotti dal Ministero dei Beni e delle Culture dell'Oman in collaborazione con la missione archeologica italiana dell'Università di Roma. Il sito di Wilayat è stato scoperto nel 2012. E' stata riportata alla luce una tomba di forma ovale, costruita all'interno di un complesso funerario. La sepoltura risale all'Età del Ferro e all'era pre-islamica, tra il 100 a.C. ed il 300 d.C. e contiene i resti di 12 scheletri, corredi funerari composti da vasi invetriati, in pietra ed in bronzo nonché spade, frecce in ferro e ornamenti in argento ed oro importati dalle vicine civiltà.
Una delle scoperte più importanti all'interno della sepoltura è senz'altro un amuleto egiziano. Si tratta del primo rinvenimento del genere nel Sultanato di Oman. L'amuleto è conosciuto come l'occhio di Horus o Wadjet, Wadjat o Aujat. In Egitto simboleggia la protezione, il potere e la buona salute. Gli amuleti a forma di occhio di Horus trovati negli anni dagli archeologi formavano spesso collane o braccialetti, posti sulle mummie, specie quelle regali, a protezione del defunto.
Sultan bin Saif Al Bakri, direttore generale delle antichità dell'Oman, ha detto: "Questa collana è la seconda rinvenuta in questo sito, dove in precedenza è stato rinvenuto un amuleto appartenente alle prime civiltà originarie dell'Iraq. Si tratta di un amuleto a forma di pietra incisa con il nome, scritto in caratteri cuneiformi, di Jolla, il dio della guarigione nella civiltà mesopotamica". Le tradizioni antiche narrano che Jolla sia stato un grande medico e guaritore babilonese, vissuto nella seconda metà del II millennio a.C.

giovedì 5 dicembre 2019

Roma, il viaggio delle tavole di quercia...

Roma, una delle assi di quercia trovate negli scavi della Metro C
(Foto: Repubblica)
Gli alberi furono abbattuti nel 40 d.C. in una regione compresa tra il Massiccio del Giura e l'Alta valle del Reno, nel nordest della Francia, a 1700 chilometri dalla capitale dell'impero, dove allora imperversava Caligola. I tronchi furono tagliati a poca distanza dal bosco, poi iniziarono il loro lungo viaggio verso Roma.
"Un'organizzazione incredibile per l'epoca, che solo i Romani potevano prodisporre", commenta Mauro Bernabei, ricercatore del Cnr presso l'Istituto di bioeconomia. "E' probabile che le tavole furono trasferite verso sud sfruttando le correnti del fiume Saona, poi quelle del Rodano fino alla sua foce, un centinaio di chilometri a ovest di Marsiglia. Da lì via mare attraverso il Mediterraneo fino al Tevere e quindi nel cuore di Roma". Per la precisione: via Sannio, a poche centinaia di metri dalla basilica di San Giovanni in Laterano. Perché è qui che, quasi 2000 anni dopo il loro lungo viaggio, sono state rinvenute le 24 tavole di quercia.
Roma, gli scavi della metro C da cui sono emerse
le travi di quercia (Fonte: Repubblica)
Il ritrovamento risale alla campagna di scavi realizzata a Roma tra il 2014 e il 2016 in occasione dei lavori per la realizzazione della Metro C. "I colleghi archeologi scoprirono del legno conservato in modo straordinario", ricorda Bernabei. "In genere questo materiale si deteriora facilmente, a meno che non si venga a trovare in un ambiente estremamente asciutto, o, all'opposto, in uno estremamente umido. Sotto via Sannio la falda acquifera è molto alta e le tavole sono rimaste a mollo nel fango per tutti questi secoli". Ma per cosa erano state usate? "Come casseformi dentro cui gettare le fondamenta di un portico, all'interno di una villa molto ricca, a giudicare dalle decorazioni rinvenute", risponde Bernabei che di professione fa il dendrocronologo, cioè studia gli anelli di accrescimento degli alberi, ricavandone informazioni sull'età della pianta, sull'epoca in cui è vissuta e persino sulla regione di provenienza.
"Per questo siamo stati coinvolti nello studio delle 24 tavole trovate sotto via Sannio", conferma Bernabei. "Dallo studio al microscopio delle fibre si è subito compreso che si trattava di legno di quercia. Restava da capire la sua provenienza". E qui entrano in gioco gli anelli. Sin da bambini ci viene insegnato che dal loro numero si può risalire all'età dell'albero. "In alcune tavole abbiamo contato più di 250 anelli, segno che il bosco da cui provenivano era ultracentenario", chiosa Bernabei. Ma non tutti sanno che la forma degli anelli svela l'epoca in cui è vissuto l'albero (con la precisione di un anno, mentre la datazione al carbonio ha una incertezza di 100 anni) e la sua provenienza geografica. "La forma di ogni singolo anello di accrescimento dipende dalle condizioni ambientali in cui si trova l'albero: un anno di siccità darà origine ad un anello striminzito, completamente diverso dall'accrescimento di un anno molto piovoso". E in una stessa area geografica le piante di una stessa specie (in questo caso le querce) avranno una sequenza di anelli molto simile, perché cresciute tutte nelle medesime condizioni.
Gli scienziati sono in grado, in questo modo, di realizzare vere e proprie mappe dendrocronologhiche che caratterizzano le diverse zone del pianeta. "Abbiamo provato a confrontare la sequenza di anelli di accrescimento delle 24 tavole con il database relativo all'Appennino, ma non abbiamo trovato alcuna coincidenza", racconta Bernabei. "Allora abbiamo provato con il database della Germania: c'era qualche elemento in comune, ma non abbastanza. Poi abbiamo cercato tra i dati francesi e lì c'è stata la sorpresa: la sequenza di anelli di accrescimento coincideva con quelle delle querce cresciute nel primo secolo dopo Cristo tra il Massiccio del Giura e l'Alta valle del Reno".
Bernabei spiega che i Romani avevano una straordinaria capacità logistica e di trasporto, che però non applicavano solo ai prodotti di pregio (dai grandi felini utilizzati come attrazione nel Colosseo ai marmi pregiati per le ville degli imperatori) ma anche a materiale edile ordinario. E al legno in particolare. "Non siamo di fronte a materiale pregiato come l'ebano o il cedro per i quali si potrebbe giustificare un trasporto eccezionale", conferma Bernabei. "Sono tavole di quercia lunghe 3 metri e 80, come quelle che si trovano oggi da Brico, utilizzate per le fondamenta. Materiale ordinario, insomma. Eppure le fecero arrivare dai confini dell'Impero organizzandone il trasporto per 1700 chilometri, su tre fiumi e un mare. Segno che per loro era la norma".

Fonte:
Repubblica

Baharain, il cristianesimo prima dell'islam

Baharain, frammento di vasellame con dipinta una croce
(Foto: T. Insoll)
Gli archeologi hanno trovato le prime prove del culto cristiano in Bahrain. Antichi documenti hanno suggerito che c'erano comunità cristiane nel Paese prima della diffusione dell'Islam, nel VII secolo d.C., ma questa è la prima vota che sono stati scoperti edifici ed oggetti che lo dimostrano, per esempio i resti di un ex monastero, divenuto, in seguito, necropoli musulmana, ed una moschea.
Sia i nomi delle città che quelli dei villaggi hanno fornito prove che il cristianesimo era praticato in Bahrein tra il IV e il VII secolo d.C. in un villaggio vicino al sito archeologico di Deir, che in arabo significa "monastero". Poco si sa su come l'islam si sia diffuso in tutto il Golfo e del perché la gente smise di praticare il cristianesimo. Testimonianze dell'esistenza di siti cristiani sono state rinvenute sulle isole appartenenti all'Iran e ad Abu Dhabi.
Il Professor Tim Insoll, dell'Università di Exeter, che ha lavorato gli scavi, ha detto: "E' stato difficile rinvenire prove del cristianesimo in Bahrain, perché gli stessi edifici sono stati utilizzati per scopi diversi e si trovano attualmente al di sotto delle moderne abitazioni, motivo per cui questa scoperta è così eccezionale".
I resti del culto cristiano sono stati rinvenuti nel villaggio di Samahij, sulla costa settentrionale dell'isola di Muharraq, che era, con tutta probabilità, la sede episcopale di Meshmahig, più volte menzionata da diverse fonti storiche tra il 410 ed il 647 d.C. ed uno dei centri del commercio di perle del Paese. Nel sito sono emersi anche resti di contenitori per il vino, di calici in vetro e di ceramiche che risalgono al VII secolo d.C.
L'edificio portato alla luce, di 17 x 10 metri, era probabilmente parte di un monastero o di una grande casa. Venne occupato nel VII secolo d.C., poco prima che la popolazione si convertisse all'islam. L'edificio si compone di diverse camere ed è stato decorato con intonaci colorati. E' stata trovata una croce scolpita su una pietra ed un'altra dipinta su una pentola. E' probabile che i cristiani che utilizzavano questo edificio facessero parte della chiesa Nestoriana che fiorì nel Golfo tra il IV/V e VII secolo d.C.

Francia, scoperta una statuetta di Venere gravettiana

Francia, la Venere di Renancourt
(Foto: inrap.fr)
Il deposito preistorico di Renancourt ad Amiens (Somme) è noto da tempo. E' rimasto a lungo una delle poche testimonianze del Paleolitico Superiore (35000-15000 anni fa) nel nord della Francia. Il sito è stato scoperto nel 2011 ed è stato oggetto di scavi pianificati dal 2014. Durante la campagna 2019 è stata portata alla luce un'eccezionale Venere di 23000 anni fa.
Vicino alla confluenza della valli di Saddle e della Somme, in una zona a sudovest di Amiens, vi è un habitat caratterizzato da una concentrazione di resti molto ben conservati, ad una profondità di 4 metri al di sotto dell'attuale piano di calpestìo. Analizzati al C-14, il luogo ha restituito una datazione risalente a 23000-21000 anni fa ed è, attualmente, una delle poche testimonianze della presenza dell'uomo moderno (homo sapiens) nel primo Paleolitico Superiore nel nord della Francia.
La diversità e l'abbondanza dei resti fanno entrambi luce sulle varie attività praticate in questo luogo, deputato essenzialmente alla caccia. Sono state rinvenute punte di selce e grandi lame trasformate in coltelli o raschiatoi. Il consumo di carne equina è attestato da molti resti ossei. Sono presenti anche oggetti utilizzati come ornamenti personali.
La campagna di scavo 2019 ha permesso di scoprire una scultura eccezionale che va a completare una serie di 15 statuette gravettiane, la prima delle quali scoperta nel 2014. Questa statuetta, chiamata Venere, è stata scolpita nel gesso, è alta 4 centimetri e mostra una figura femminile steatopigia. Le braccia sono appena abbozzate, il viso non presenta caratteristiche particolari. Questa scultura gravettiana si inserisce perfettamente in un canone estetico che comprende la Venere di Lespugne (Haute-Garonne), quella di Willendorf (Austria) e quella raffigurata nel bassorilievo di Laussel (Dordogne). La capigliatura di questa Venere di Renancourt presenta sottili incisioni a griglia a formare la capigliatura, griglia che non è diversa da quella presente sulla Venere di Willendorf ma soprattutto sul capo della Signora di Brassempouy (Landes).
Queste statuette dette Venere, sono conosciute attraverso decine di copie rinvenute dai Pirenei fino in Siberia. In Francia l'ultimo ritrovamento del genere in un contesto stratigrafico è stato portato alla luce nel 1959 a Tursac, in Dordogna.

Fonte:
Inrap

mercoledì 4 dicembre 2019

Egitto, trovati tre sarcofagi decorati

Egitto, uno dei sarcofagi appena rinvenuti in Egitto (Foto: Ministero delle Antichità Egiziane)
Le autorità egiziane hanno confermato la scoperta di tre sarcofagi di legno dipinto e con scritte geroglifiche nella città di Luxor. I sarcofagi sono databili alla XVIII Dinastia (1550-1295 a.C.) e presentano scene colorate ed iscrizioni.
Le sepolture sono state rinvenute da un team di archeologi francesi nella necropoli di al-Asasif, sulla riva occidentale del Nilo. Si pensa che uno dei sarcofagi appartenga ad una donna di nome Ti Abo, un'altra ad una donna di nome Rau. L'ultimo sarcofago, più piccolo degli altri due, della lunghezza di circa 180 centimetri, coperto di gesso ma non recante iscrizioni, contiene un corpo il cui sesso non è stato ancora identificato.

Gela, emerge una necropoli greca del VII secolo a.C.

Gela, una delle sepolture rinvenute nella necropoli
(Foto: cittanuova.it)
Gli operai intenti ad installare dei cavi nella città di Gela, in Sicilia, si sono imbattuti in un'antica necropoli greca risalente al VII secolo a.C.. A coordinare gli scavi l'archeologo Gianluca Calà.
Dagli scavi sono stati estratti una brocca in ceramica con i resti ossei di un bambino ed i resti di uno scheletro animale. Già all'inizio del mese era emerso un sarcofago contenente uno scheletro intatto. Si ritiene che l'area dei recenti rinvenimenti sia parte di una necropoli in parte scavata, agli inizi del '900, da Paolo Orsi.
Durante gli scavi sono state individuate due sepolture delle quali la più antica è costituita da un'hydria (un vaso con collo e corpo di diversa dimensione, normalmente utilizzato come contenitore d'acqua ma anche come urna cineraria) con fine decorazione a onda continua sull'orlo. Quest'ultima, in questo caso, è stata riutilizzata come urna per accogliere le piccole ossa di un neonato ritrovate all'interno.
Durante gli scavi è venuta anche alla luce un sarcofago in terracotta con coperchio a spioventi. All'interno lo scheletro, quasi integro, di una persona alta 160 centimetri, probabilmente un maschio. All'interno del sarcofago nessun corredo funerario. Nel cranio, però, c'era una moneta, finita forse lì a causa del crollo del coperchio. La moneta non è stata ancora datata e gli accertamenti potranno dare ulteriori elementi sulla datazione della tomba. Questa sepoltura, comunque, documenta l'usanza del cosiddetto "obolo di Caronte" rituale che portava a seppellire i propri cari con il corredo di una moneta che il defunto avrebbe dovuto pagare al mitico traghettatore per ottenere il passaggio nell'Ade. Poco distante era stata già rinvenuta una mezza coppetta in ceramica verniciata, probabilmente del IV secolo a.C. ed alcune ceramiche e contenitori tipici del periodo ellenistico.
La coppetta è un oggetto comune databile ad età ellenistica (IV secolo a.C.) che rappresenta, al momento, l'unico elemento utile per la datazione orientativa della tomba. La datazione trova conferma anche nel rinvenimento di alcuni unguentari in terracotta, contenitori di profumi tipici dell'età ellenistica, ritrovati in prossimità del sarcofago. Sono in connessione con un gruppo di ulteriori sepolture presumibilmente appartenenti alla stessa necropoli e che saranno oggetto di indagini successive.
Gela, uno dei contenitori rinvenuti nello scavo della necropoli
(Foto: gelaleradicidelfuturo.com)
L'antica città greca fu fondata nel 689 a.C. e fu la seconda colonia in Sicilia dopo Siracusa e ben 108 anni prima di Agrigento. L'abitato era molto esteso e comprendeva anche la cinta muraria sul mare, le Mura Timolontee, con i quartieri ellenistici di Capo Soprano, la villa ellenistica di via Romagnoli, la necropoli di Pian Notaro e quella di contrada Manfria, il Thesmophorion di contrada Bitalemi (dedicato al culto di Demetra).
Oltre a questo erano state ritrovate, nella zona, tre navi, probabilmente del V secolo a.C.: si tratta di imbarcazioni commerciali, forse provenienti da Siracusa, Due sono state trovate nei pressi di contrada Bulala, ad 800 metri di distanza dalla costa, una terza, scoperta di recente, è stata individuata nella zona vicina alla foce del fiume Dirillo (al confine tra le province di Caltanissetta e Gela), durante i lavori di scavo per la realizzazione del gasdotto libico.
Alcuni studiosi hanno proposto che i primi protocoloni provenienti da Rodi e da Creta non avessero occupato lo stesso sito della città classica. Si era ipotizzato che "Lindioi" potesse essere il nome di più agglomerati pre-urbani sorti sulla costa vicino quali empori diffusi sul territorio. Questa scoperta smentisce questa ipotesi.

Fonti:
The Local
Ansa
Cittanuova

martedì 3 dicembre 2019

Roma, emerge una villa rustica nel parco della Marcigliana

Roma, veduta aerea della villa rustica trovata nel parco della Marcigliana
(Foto: Ansa)
Scoperta a Roma una villa rustica databile al III secolo a.C. e rimasta in uso fino al V-VI d.C. E' stata trovata sulle colline a nord di Settebagni, nella riserva naturale della Marcigliana.
Materiali e reperti archeologici sono ancora in fase di studio, ma dalle prime ricerche sullo scavo emerge che si tratta di una importante scoperta in area suburbana per le informazioni che può offrire sulla vita intorno alla città. Dal primo insediamento nel III secolo a.C., infatti, al completo abbandono dell'edificio nel VI secolo d.C., trascorrono circa ottocento anni. Le varie fasi della villa, con modifiche, ampliamenti, ristrutturazioni, corrispondono quindi alla crescita della potenza romana e, con la fine della fase espansionistica dell'impero, al successivo declino. La villa è stata ricoperta e riparata con vari tipi di protettivi, in modo da preservarla dagli agenti atmosferici.
Roma, iscrizione rinvenuta nella villa rustica della Marcigliana
(Foto: Il Mattino)
La struttura è stata scoperta durante le attività di archeologia preventiva della Soprintendenza Speciale di Roma, che dopo il ritrovamento ha comunicato la notizia insieme ad Acea. Le attività sono state compiute in occasione dei lavori di costruzione della nuova linea elettrica Roma Nord-San Basilio, condotti da Areti, società del Gruppo Acea che si occupa della gestione e distribuzione della rete elettrica a Roma.
"Questa importante scoperta mostra come il lavoro della Soprintendenza si svolga sempre in sinergia con i soggetti coinvolti, senza ritardi, anzi con efficienza e rispetto per le esigenze della cittadinanza. - Spiega Daniela Porro, Soprintendente Speciale di Roma. - Uno scavo che testimonia e conferma la ricchezza del territorio circostante la Capitale, che spinge a indagare e studiare ulteriormente il passato della nostra città anche nelle sue aree periferiche. Un altro prezioso tassello di quel grande e sorprendente affresco che è il sottosuolo di Roma".
Roma, elemento decorativo rinvenuto nella villa della Marcigliana
(Foto: Il Mattino)
La villa si trova in aperta campagna, a ridosso del parco archeologico dell'antica città di Crustumerium (la nemica di Roma conquistata nel 499 a.C.). "E' rarissimo trovare oggi una villa come questa che ha avuto un utilizzo continuo senza abbandoni dal III secolo a.C., ossia dall'età repubblicana, al V secolo d.C., cioè fino al tardo impero", spiega l'archeologo responsabile dello scavo Anselmo Malizia. Questa villa rustica va interpretata come un'autentica azienda agricola, che ha subìto ripensamenti ed ingrandimenti in base alle epoche storiche, ma sempre ricca. "Pensiamo alla vicina Crustumerium. - Continua Malizia. - Dopo la conquista di Roma rapidamente decade, ma l'area intorno dal punto di vista agrario resta strategica. Tra la fine del II secolo a.C. al II secolo d.C. Roma è già una delle città più popolose del mondo, e c'è bisogno di prodotti freschi".
Roma, la moneta con l'effige di Filippo l'Arabo (Foto: Il Mattino)
Nella villa rustica della Marcigliana si coltivavano frutta, ortaggi, verdura, prodotti freschi che venivano trasportati su chiatte lungo il Tevere al Foro Olitorio e qui venduti al mercato. Stessa cosa per la carne fresca, di produzione ovina, bovina, suina, gli animali venivano portati vivi e venduti al Foro Boario, ai piedi del Campidoglio. "La villa ritrovata continua questa attività fino al tardo impero e alla decadenza di Roma, quando ormai non c'è più bisogno di cercare prodotti freschi nel suburbio perché ortaggi e frutta si potevano coltivare anche dentro la fascia delle Mura Aureliane", riflette Malizia.
Probabilmente la posizione strategica, elevata, a ridosso delle vie commerciali, vicino alla via Salaria e al fiume. Lo scavo, condotto da Alessandro Del Brusco, ha restituito tanti dettagli. Una moneta di bronzo con l'effigie dell'imperatore Filippo l'Arabo (247-249 d.C.) offre una datazione precisa alla fase di massimo splendore della villa rustica, quando viene creato un ambiente termale documentato dal sistema di canalette per l'acqua calda, al servizio dell'edificio padronale: "testimonianza di come l'edificio agricolo avesse anche un carattere residenziale come luogo di riposo e otium", aggiunge Malizia.
Sono riaffiorate anche ceramiche a vernice nera di età repubblicana, elementi decorativi dell'architettura, il manico in osso di un coltello, un anello. Spiccano i pavimenti a mosaici e tarsie marmoree oltre ai numerosi dolia interrati. "Già dopo il primo studio dei material e della stratigrafia emersi alla Marcigliana - sottolinea la Soprintendente Speciale di Roma Daniela Porro - si possono ricostruire le fasi di evoluzione di una villa rustica e ottenere nuovi dati per la conoscenza di quel tipo di centro di produzione agricola fondamentale nell'economia dell'antica Roma".

Pompei, la casa del gromatico

Rilievo di Popidiius Nicostratus, raffigurante attrezzi agrimensori, esposto all'Antiquarium di Boscoreale (Foto: La Repubblica) Le...