sabato 19 agosto 2017

Sicilia, nuove scoperte nella villa di Realmonte

Gli archeologi sul sito dell'antica villa di Realmonte, in Sicilia
(Foto: USF)
Gli archeologi hanno scoperto nuovi reperti di un'antica villa romana unitamente a diversi manufatti che potrebbero aumentare la conoscenza del sito e dell'intera economia della Sicilia al tempo dei Romani. Sul posto operano gli archeologi dell'Università della Florida del Sud, la villa si chiama Villa Durrueli e si trova vicino alla città costiera di Realmonte, in Sicilia.
Secondo gli studiosi, le mura, i livelli pavimentali, la scala in pietra e il canale dell'acqua presente nella struttura hanno aiutato i ricercatori a stabilire che l'edificio è stato costantemente occupato tra il II e il VII secolo d.C., con un restauro ed un adattamento nel V secolo d.C.. Dallo scavo sono emerse pentole, lampade in ceramica ed attrezzature varie che hanno spinto i ricercatori a ritenere che la funzione precipua di questa grande fattoria fosse quella di produrre ceramica, mattoni e piastrelle su scala industriale, arrecando un notevole contributo alla conoscenza della storia economica della Sicilia tardo-antica.
Il peristilio della villa e gli ambienti attigui
(Foto: Carlo Guidotti)
Parti del sito sono state già scavate qualche decennio fa, quando altri archeologi hanno lavorato sui resti della villa. Attualmente sono state utilizzate scansioni in 3D dell'interno sito, sia dal suolo che aeree che sono state fondamentali per la comprensione del complesso.
Ville come queste erano, in realtà, al tempo dei Romani, delle vere e proprie fattorie situate nella immediata periferia di un centro abitato o in campagna. Si trattava delle case di personaggi di ceto abbiente presenti esclusivamente in Italia.
La sovrintendente Gabriella Costantino ha dichiarato: "Lo scavo ha avuto l'obiettivo di reinterpretare le intricate vicende edilizie attraverso cui la villa è andata incontro tra il I e il III secolo d.C., facendo emergere un'importante fase di occupazione di epoca bizantina, del tutto sconosciuta finora. Grande importanza ha infatti la scoperta di un vasto complesso per la produzione della ceramica, incentrato sul riuso dei forni che alimentavano le stanze calde delle terme come fornaci per la ceramica e le stanze stesse come vani di servizio".
Il pavimento a mosaico raffigurante Scilla
(Foto: Carlo Guidotti)
La villa romana si trova in contrada Durrueli, che dà il nome al sito, in località Punta Piccola. La scoperta del complesso abitativo e industriale risale al 1907, durante gli scavi per la realizzazione della ferrovia che, passando proprio per Realmonte, avrebbe attraversato la cittadina di Porto Empedocle collegando Agrigento a Siculiana. Venne portato alla luce l'impianto originario dell'antica abitazione romana, formata da due ambienti in opus sectile, ossia decorati con lastre di marmo, e tre ambienti in opus tessellatum, cioè con pavimenti a mosaico.
Vista l'entità della scoperta fu deciso di deviare il tracciato ferroviario, permettendo in tal modo la conservazione del sito e la prosecuzione degli scavi, durante i quali emersero ulteriori due vani in opus tessellatum. La campagna di scavi riprende soltanto verso la fine del secolo scorso, quando nel 1979 il Soprintendente Ernesto De Miro richiede la collaborazione del Professor Masanori Aoyagi, dell'Università giapponese di Tsukuba, il quale, estendendo l'analisi del territorio circostante, mette in luce il peristilio dell'area sud e l'intera area del complesso della villa romana. Oggi l'area visitabile è pari a 5.000 metri quadri circa e consta di due macro zone, una costituita dalla composizione dei vani destinati ad abitazione e una dedicata all'impianto termale.
Particolare dell'impianto termale (Foto: Carlo Guidotti)
Dell'originario impianto termale è riconoscibile il corridoio di accesso con lo spogliatoio, apodyterium, nel cui pavimento a mosaico è raffigurata Scilla, mostro marino femminile, che cinge un timone e circondata da fregi di carattere marino; attigua è la stanza contenente la vasca marmorea del frigidarium, quella con la fornace per il calidarium e un'altra probabilmente dedicata al tepidarium.
Nello specifico del territorio agrigentino, una delle maggiori fonti di ricchezza - e forse di arricchimento anche per il proprietario della villa di Realmonte - è lo sfruttamento delle miniere di zolfo, di proprietà privata, che fu attestata alla gens Annia nel II secolo d.C. e poi, nel III secolo, venne assorbita dal monopolio imperiale. Questa attività economica così importante ad Agrigento è documentata da oggetti particolari: si tratta delle Tegulae mancipium sulphuris, ovvero le tegole degli appaltatori di zolfo, sorta di tavolette di argilla con incisi alcuni caratteri latini al contrario, ovvero rovesciati e in senso destrorso, cioè da destra verso sinistra. Queste tavolette erano delle matrici inserite sul fondo di stampi, probabilmente in legno, entro cui veniva colato lo zolfo fuso; in questo modo la matrice imprimeva, sui pani di zolfo, il nome del produttore del materiale, normalmente leggibile da sinistra a destra.
Una Tegula mancipium sulphuris (Foto: izi.travel/it)
Per la realizzazione degli attuali lavori di scavo è stata firmata un'apposita convenzione triennale tra la Soprintendenza ai Beni Culturali di Agrigento e l'University of South Florida della città di Tampa. Direttore degli scavi è l'archeologo Davide Tanasi, da anni impegnato in collaborazioni archeologiche in Sicilia con le Università americane.
"Abbiamo iniziato gli scavi all'inizio del mese di luglio - ha spiegato l'archeologo Tanasi - miriamo a comprendere sia la reale vastità del complesso che è ben più grande di quello conosciuto ad oggi, sia risalire all'identità della personalità romana proprietaria di una villa così importante e ricca. Altro obiettivo è quello di ricostruire le fasi posteriori al periodo romano, quando il caseggiato fu trasformato in altro".

Fonti:
ibtimes.com
sicilypresent.it/luoghi-e-storie/

Giordania, scoperto un tempio di età ellenistica

Gli archeologi della Yarmouk University al lavoro ad Umm Qais
(Foto: Atef Sheyyab)
Un tempio ellenistico, il primo del suo genere nella regione del Levante, è stato scoperto a Umm Qais, in Giordania. Una squadra di archeologi della Yarmouk University ha portato alla luce sia il tempio che l'acquedotto che serviva la città.
Il tempio risale ad un periodo compreso tra il 332 e il 63 a.C. e venne riutilizzato anche in epoca romana, bizantina ed islamica. L'architettura della costruzione era tipica del mondo greco, si tratta di un tempio distilo in antis, con un pronao (area interna del portico), un podio e il naos, la parte centrale e più sacra del tempio. Sono state rinvenute anche le colonne ioniche che un tempo ornavano l'edificio.
Gli archeologi hanno raccolto anche campioni di ceramica trovata nei pressi del tempio al fine di datare con certezza quest'ultimo. E' stato anche scoperto l'acquedotto della città antica, costituita, oltre che da condotti, anche da una serie di pozzi di età ellenistica e romana. Le gallerie entro cui scorre l'acquedotto portano anche ad un termopolium al centro della città.
Jerash, Gadara (ora Umm Qais) e Pella (Tabaqit Fahl) appartenevano, un tempo, alla Decapoli, una lega di dieci città greche situate nella Palestina orientale, formatasi all'indomani della conquista romana della Palestina (63 a.C.). La Decapoli comprendeva anche Philadelphia (l'odierna Amman) e Damasco. Umm Qais dista circa 125 chilometri in direzione nord da Amman e vanta imponenti resti di archi e un teatro edificato in pietra basaltica nera, una basilica e un cortile adiacente occupato da sarcofagi neri finemente intagliati.

Fonte:
jordantimes.com

Trovato il mikveh dell'antica sinagoga di Vilnius

Il mikveh di Siracusa (Foto: haaretz.com)
Un team internazionale di archeologi ha riportato alla luce i resti di bagni rituali presso la grande sinagoga di Vilnius, in Lituania. Questi bagni erano stati bruciati e saccheggiati durante l'occupazione nazista e vennero definitivamente occultati nel 1965 dai Russi.
Di preciso non si sa quando gli ebrei arrivarono in Lituania. Le prime tracce della loro presenza nel Paese risalgono all'VIII secolo d.C., ma può darsi che siano giunti qui molto prima, a seguito della diaspora seguita alla rivolta di Bar Kokhba in Israele. Comunque sia i rapporti tra la Lituania e la comunità ebraica sono stati caratterizzati sempre da una notevole alternanza. Gli ebrei sono stati spesso accolti e altrettanto spesso espulsi, come nel 1495.
La grande sinagoga di Vilnius venne completata nel 1633, oltre un secolo dopo che gli Ebrei erano stati richiamati in Lituania. L'edificio venne costruito sul sito di una delle sinagoghe più vecchie della città, a sua volta edificata sui resti di una casa di preghiera ebraica ancora più antica. Dal momento che, all'epoca della costruzione della sinagoga, una legge vietava che i luoghi di culto ebraici superassero in altezza le chiese cristiane della città, l'edificio venne costruito in parte sotto terra.
Il mikveh di Boskovie, nella Repubblica Ceca
(Foto: Wikipedia)
Dall'esterno la sinagoga sembrava avere tre piani, in realtà si estendeva per l'altezza di cinque, cosa chiaramente visibile dall'interno. Tutti i piani erano decorati fastosamente. Il 22 giugno 1941 la Germania nazista occupò la Lituania. Durante la devastazione del ghetto cittadino (ottobre 1941) la grande sinagoga venne saccheggiata e data alle fiamme. Alla fine della seconda guerra mondiale ne rimaneva visibile solo una piccola porzione, spoglia degli arredi trafugati.
Nel 1950 il governo lituano-sovietico decise di abbattere definitivamente quanto rimaneva del luogo di culto ebraico e di tutta la zona che lo circondava, vale a dire scuole, una biblioteca, ambienti per la vendita di carne kosher e il mikveh.
L'attuale scavo si è basato su alcune piantine del tardo XIX secolo trovate nell'archivio comunale di Vilnius e mira a ripristinare l'antico mikveh, che era a due piani, aveva delle stanze ed un'ala di servizio. Al momento gli archeologi hanno trovato solo un mikveh e non sono sicuri che ce ne fossero altri. Quello appena ritrovato aveva le pareti ricoperte di muffa ed era infestato dalle cavallette.
Durante la seconda guerra mondiale gli Ebrei di Vilnius vennero sterminati quasi completamente. Delle 130 sinagoghe solo una è rimasta in piedi all'indomani della fine della guerra e la successiva linea politica russa ha sempre teso a cancellare ogni memoria del popolo ebraico, arrivando anche alla distruzione dei cimiteri ed al recupero delle pietre tombali come materiali da costruzione.

Fonte:
haaretz.com

Antimonio e piombo nell'acqua dell'antica Pompei

Il frammento di tubatura di piombo trovata a Pompei ed analizzata dai
ricercatori danesi (Foto: Et al. Charlier)
Molto probabilmente la vita degli antichi abitanti di Pompei era funestata spesso da vomito, dissenteria e da danni al fegato. In una frammento di fistula aquaria, sepolto sotto la cenere dell'eruzione del 79 d.C., sono stati rintracciati livelli tossici di antimonio. La presenza di questa sostanza può aver contribuito alla precaria salute della popolazione, è quando risulta da uno studio pubblicato sulla rivista Toxicology Letters.
Oltretutto, in aggiunta alla presenza di antimonio, le fistule aquarie erano in piombo, un metallo fortemente tossico. Diversi studiosi sono dell'idea che il diffuso utilizzo di questo metallo in tutto l'impero romano abbia contribuito, in qualche modo, alla fine stessa dell'impero. "I Greci sapevano che il piombo è velenoso, ma, non si sa ancora come, questa conoscenza è andata perduta durante l'impero romano. I Romani utilizzarono frequentemente il piombo, come se non fosse un metallo tossico", ha dichiarato un autore dello studio in questione, Kaare Lund, della University of Southern Denmark.
Lund ed i suoi colleghi stanno ora lavorando ad una teoria alternativa all'avvelenamento di piombo, una teoria che potrebbe spiegare la caduta dell'impero romano. Per molto tempo le tubature in piombo sarebbero state calcificate (coperte di calcare), il che ha rallentato notevolmente il rilascio del piombo nell'acqua. L'antimonio, però, è molto più tossico del piombo, anche in piccole quantità e questo potrebbe aver provocato gravi problemi di salute nella popolazione. L'antimonio, infatti, determina irritazioni nell'apparato digerente che conducono a vomito frequente e dissenteria. Inoltre danneggia fegato e reni e a dosi elevate può causare anche arresto cardiaco. L'antimonio si trova nelle acque vulcaniche che scorrono nel sottosuolo e forse proprio quest'acqua viaggiava nei tubi di Pompei, determinando l'accumulo di questo elemento.
Le analisi condotte dal team di ricercatori danesi su un frammento di tubatura per l'acqua di Pompei, ha rintracciato livelli tossici di antimonio, molto probabilmente perché questo elemento era legato all'estrazione del piombo utilizzato nelle tubature. Ora si cercherà di capire quanto era diffuso l'utilizzo del piombo e dell'antimonio in epoca romana. Per questo i ricercatori dovranno analizzare altri campioni di fistule provenienti da altri luoghi. Non sarà certamente un compito facile.

Fonte:
ibtimes.co.uk

Egitto, trovati i resti di un monastero del V secolo d.C.

Resti dell'area residenziale di Al-Bahnasa (Foto: english.ahram.org.eg)
Lavori di scavo a Minya, in Egitto, hanno permesso di ritrovare un antico insediamento che potrebbe essere stato un complesso monastico. Ayman Ashmawi, responsabile del Dipartimento di antichità egiziane presso il ministero, ha affermato che l'insediamento nella zona comprende, oltre alla necropoli di Al-Nassara, riferibile alla città di Al-Bahnasa, anche diverse sepolture scavate nella roccia ed una zona residenziale risalente al V secolo d.C.
Gamal El-Semestawi, Direttore generale delle antichità del Medio Egitto, spiega che le tombe scavate nella roccia sono composte da una serie di camere sepolcrali, mentre la zona residenziale, ampia 100 x 130 metri, comprende resti di abitazioni tra cui una dimora in mattoni di fango appartenuta ad un monaco. "Questo porta a pensare che il sito archeologico accanto alla necropoli di Al-Nassara sia un monastero", ha concluso El-Semestawi.
Frammento di pietra tombale di un monaco
(Foto: english.ahram.org.eg.)
La missione archeologica del Ministero ha rinvenuto, anche, una serie di antiche celle riservate ai monaci nonché un pozzo per l'acqua. Gli scavi sono iniziati nel 2008 ed hanno portato all'immediata scoperta di una chiesa del V secolo d.C. costruita con mattoni di fango. Oltre alla chiesa sono stati trovati una sorta di santuario, una sala di preghiera e delle stanze con pareti intonacate e decorate con motivi colorati ed iscrizioni in lingua copta. Purtroppo questi resti sono stati distrutti all'indomani della rivoluzione che ha sconvolto il Paese nel 2011, poiché non erano adeguatamente protetti e sorvegliati.
Mohamed Gamal, Direttore delle antichità di Maghagha, ha ripreso gli scavi nel 2013 ed ha scoperto i resti della cella di un monaco, un ambiente che probabilmente era la cucina del monastero ed un magazzino le cui pareti erano decorate da croci rosse. Sono emerse, dagli scavi, anche delle monete in metallo e dei vasi d'argilla, attualmente in fase di restauro e di studio.
La città di Al-Bahnasa si trova sulla riva occidentale del Nilo, vicino a Beni Mazzar. Durante l'epoca ellenistica Al-Bahnasa era chiamata Oxirenkhos. Cambiò nome durante l'occupazione islamica, in onore ad una figlia del sovrano dell'epoca che risiedeva in città.

Fonte:
english.ahram.org.eg

lunedì 14 agosto 2017

Trovato il palazzo di Dario a Pasargade

La sala delle udienze a Pasargade (Foto:
Proprio in questi giorni gli archeologi iraniani stanno riportando alla luce una nuova meraviglia: un palazzo che non è più del periodo di Ciro, ma di Dario e quindi del secondo periodo Achemenide. Il direttore degli scavi, l'archeologo Hamed Molai ha spiegato all'agenzia di stampa AGI, che seguendo delle ipotesi fatte tra il 1961 ed il 1963 dallo studioso David Stronach, il suo team, composto solo da iraniani, ha iniziato a lavorare su Tal Takht, il "Trono sulla collina", torre di avvistamento sulla quale, finora, si pensava che non ci fosse nulla.
Scavando sulla collina sulla quale erano rimasti ruderi della torre, dell'età dei Medi, gli archeologi hanno portato alla luce un palazzo colonnato del periodo di Dario. La scoperta è a dir poco emozionante perché l'arte persiana, nel periodo di Dario, raggiunge l'apogeo della sua bellezza, ben visibile oggi nel vicino sito di Persepoli, ed allora, pure a Pasargade, gli archeologi sperano di trovare bellezze e meraviglie dello stesso calibro.
Molai spiega che per ora gli scavi stanno delimitando il perimetro del palazzo antico che oltre alla sala centrale con le colonne comprendeva anche una stanza di 5 metri per 5, di cui non si comprende ancora la funzione. Le mura del palazzo sono alte e sotto il sole si continua a scavare.

Fonte:
rainews.it

Betsaida non è...Besaida, forse

Veduta aerea degli scavi di El-Araj, forse l'antica città di Betsaida-Julia
(Foto: Zachary Wong)
E' fondata la notizia di qualche giorno fa sul ritrovamento del "villaggio degli apostoli" di Gesù? No, secondo un docente di geografia storica che ha lavorato agli scavi nella località di El-Araj, presso la riva settentrionale del lago di Tiberiade, sul delta del fiume Giordano.
"Non siamo stati noi a dare la notizia sui giornali", spiega al National Geographic Steven Notley, professore autorevole di Nuovo Testamento e Origini del Cristianesimo al Nyack College di New York e direttore accademico degli scavi di El-Araj. Piuttosto i ricercatori che lavorano agli scavi nel sito dal 2016 sono alla ricerca delle tracce di Betsaida, città dove, secondo quanto affermato nel Nuovo Testamento, ebbero i natali gli apostoli Pietro, Andrea e Filippo.
Secondo i Vangeli, Betsaida era il villaggio dei primi apostoli e il luogo in cui Gesù compì il miracolo della guarigione di un cieco. Se Cafarnao - un altro villaggio di pescatori situato in Galilea, spesso citato nei Vangeli - è stato scoperto agli inizi del XX secolo, Betsaida è a lungo rimasta oggetto di dibattito. Dunque, cos'è stato effettivamente scoperto di così importante?
Gli archeologi hanno dichiarato di aver scoperto a El-Araj un bagno pubblico di epoca romana (risalente al periodo compreso tra il I e il III secolo d.C.), che potrebbe costituire la testimonianza di un significativo insediamento urbano, molto probabilmente dell'antica Betsaida. Alla fine del I secolo d.C. lo storico romano di origine ebraica Flavio Giuseppe spiegava nei suoi scritti come il piccolo villaggio di Betsaida, nel 30 d.C., durante il regno di Filippo, fosse diventata una polis greco-romana. Filippo, figlio di Erode il Grande, la rinominò Julia in onore della madre dell'imperatore Tiberio (Livia Drusilla Claudia, conosciuta anche come Giulia Augusta) e si fece seppellire lì dopo la sua morte.
"Il bagno pubblico dimostra l'esistenza di una cultura urbana", dichiara al quotidiano israeliano Haaretz Mordechai Aviam, del Kinneret Institute for Galilean Archaeology, direttore degli scavi. Ma non esiste già un sito chiamato Betsaida nella zona? Si. Dal 1839, il sito vicino di E-Tell è stato individuato come possibile luogo in cui era situata l'antica Betsaida-Julia. Gli scavi a E-Tell, ad opera del Betsaida Excavations Project, che vanno avanti dal 1987, hanno portato alla luce importanti fortificazioni risalenti all'Età del Ferro (IX secolo a.C.), oltre ad abitazioni del periodo greco (II secolo a.C.) e romano contenenti attrezzi da pesca - come ancore di ferro e ami - e ai resti di quello che potrebbe essere un tempio romano.
Tuttavia, molti archeologi hanno messo in discussione la corrispondenza tra E-Tell e la città e la città di Betsaida menzionata nel Nuovo Testamento, sostenendo che il sito sia troppo lontano (circa 2,41 chilometri) dalla costa per essere stato un centro dedito alla pesca. Inoltre alcuni ritengono che i resti romani rinvenuti lì nel corso degli scavi durati trent'anni sono di modesta entità per appartenere ad una città grande e importante del tempo. "Se i resti dell'Età del Ferro a Betsaida sono imponenti e notevoli, quelli di epoca romana sono esigui, e dunque il sito non sembra essere un centro urbano", afferma Jodi Magness, archeologo e beneficiario di una borsa di studio del National Geographic.
Contestualmente, Rami Arav, direttore del Betsaida Excavations Project a E-Tell, spiega al National Geographic che non ci sono prove sufficienti per associare El-Araj all'antica città e neanche per documentare l'esistenza di un precedente villaggio di pescatori.
Allora perché i giornali parlano di "villaggio degli apostoli"? Oltre ai resti del bagno pubblico di epoca romana - tra cui un pavimento a mosaico, tegole e condutture - a El-Araj gli archeologi hanno scoperto testimonianze di muri e mosaici in vetro dorato del V secolo d.C., che suggeriscono l'esistenza di una chiesa di grande interesse situata lì nel periodo tardo bizantino. Tali mosaici compariranno solo in "chiese importanti e riccamente elaborate", osserva Notley.
Lo studioso sostiene si possa trattare della chiesa descritta in un racconto di Villibaldo di Eichstatt, vescovo bavarese che viaggiò nella regione introno al 725, riferendo che a Betsaida era stata costruita una chiesa sulla casa dell'apostolo Pietro e del fratello Andrea. Gli archeologi al lavoro a El-Araj si chiedono se si trovino di fronte ad un caso simile a quello della vicina Cafarnao, dove fu costruita una chiesa bizantina su un sito tradizionalmente associato all'apostolo Pietro. Nel 1968, gli archeologi hanno scoperto evidenze di una casa di epoca romana sotto la chiesa bizantina, che alla fine del I secolo si era nel frattempo trasformata in un centro condiviso di venerazione.
Notley avverte che finora sono stati compiuti scavi solo in una piccola area di El-Araj e che le future campagne di scavo riveleranno maggiori dettagli sulla storia del sito e della sua possibile corrispondenza con l'antica Betsaida, villaggio biblico degli apostoli. Il team di ricerca ha, in ogni caso, concluso positivamente la stagione di scavo di quest'anno.
"Il racconto di Villibaldo di Eichstatt ci dice che nell'epoca bizantina vi era memoria del sito di Betsaida, che egli identifica con la tradizione del Vangelo", spiega Notley. "Solo il tempo ci dirà se nel sito oggetto di studio sia presente una chiesa bizantina e se il sito corrisponde effettivamente alla città di Betsaida risalente al I secolo. Al momento ritengo che sia molto probabile che entrambe le risposte siano affermative", conclude.

Fonte:
nationalgeographic.it

domenica 13 agosto 2017

Trovata la culla dei Sumeri?

Gli scavi nel sito di Kahramanmars, in Turchia (Foto: AA)
Tracce dell'antica civiltà mesopotamica dei Sumeri sono state trovate in una località archeologica nella provincia di Kahramanmars, a sudest della Turchia. Il professor Halil Tekin dell'Università di Hacettepe, responsabile dello scavo, è convinto di aver trovato qui il centro dell'antica civiltà.
Tekin ha affermato che quello appena scoperto è l'insediamento più grande del Medio Oriente per quanto riguarda il tardo Neolitico. Si pensa che quest'area sia stata occupata tra il 6200 e il 5450 a.C.. All'epoca le popolazioni non avevano insediamenti permanenti, dal momento che non c'era terra sufficiente da coltivare. Le principali fonti di cibo erano capre, pecore e cinghiali.
Fuori dall'insediamento sono state trovate le tracce di una struttura circolare in argilla di sei metri di diametro, forse appartiene ad una struttura mobile da smontare al bisogno. Dall'esame delle ceramiche rinvenute in situ, si sa che la popolazione che viveva qui provenivano dall'Asia, al pari dei Sumeri. Per 2000 anni la popolazione visse qui tranquillamente, fino a che fu costretta ad emigrare dai cambiamenti climatici e da altri fattori naturali.

sabato 12 agosto 2017

Israele, scoperta una "bottega" di vasellame in pietra

Reperti in pietra trovati nello scavo di Reina
(Foto: Istrael Antiquities Authority)
Un raro centro per la produzione di vasellame in pietra, datato al periodo romano, è attualmente in corso di scavo presso Reina, nella bassa Galilea. Gli scavi hanno permesso di rintracciare una piccola grotta nella quale gli archeologi hanno trovato diversi scarti di produzione tra i quali frammenti in pietra di tazze e ciotole nelle varie fasi della loro produzione. Il sito è emerso durante i lavori di costruzione di un centro sportivo comunale. Si tratta del quarto centro di produzione scoperto in Israele. Un altro è attualmente in corso di scavo ad un chilometro di distanza da quello appena scoperto, gli altri due sono stati individuati decenni fa molto più a sud, verso Gerusalemme.
"Nei tempi antichi la maggior parte delle stoviglie, pentole e vasi per lo stoccaggio degli alimenti erano fatti in ceramica. Nel I secolo d.C., però, gli Ebrei della Giudea e della Galilea utilizzavano anche vasellame e stoviglie ricavate dalla morbida pietra calcarea locale", ha detto il Dottor Yonatan Adler, Direttore degli scavi per conto della Israel Antiquities Authority. Furono motivi religiosi, secondo Adler, a indurre gli Ebrei a servirsi di questo materiale.
Lo scavo nella grotta artificiale di Reina
(Foto: Israel Antiquities Authority)
"Secondo l'antica legge rituale ebraica, i vasi in ceramica sono impuri dopo il loro uso e devono essere frantumati", ha spiegato Adler. "Del resto la pietra è un materiale che non è soggetto facilmente ad impurità, pertanto gli antichi Ebrei hanno cominciato a produrre alcuni oggetti di vita quotidiana servendosi proprio della pietra".
Gli scavi hanno rivelato una grotta artificiale scavata dagli antichi operai che estraevano la pietra per ricavarne vasellame. Sono visibili i segni dello scalpello sulle pareti della grotta, sul soffitto e sul pavimento. All'interno della grotta e nelle vicinanze sono sparsi migliaia di scarti di produzione, antichi rifiuti industriali di tazze in pietra e ciotole. Sono stati trovati anche centinaia di vasi in pietra incompiuti perché danneggiati durante il processo di produzione e scartati in loco.
"Gli scarti di produzione indicato che questo antico laboratorio si è specializzato nella produzione di tazze e ciotole di varie dimensioni", ha detto Adler. "I prodotti finiti, poi, sono stati commercializzati in tutta la Galilea. Quanto abbiamo trovato ci fornisce la prova che gli Ebrei erano estremamente scrupolosi per quel che riguarda le leggi sulla purezza. Queste leggi erano diffuse non solo a Gerusalemme ma in tutta la Giudea e la Galilea, almeno fino alla fine della rivolta di Bar Kokhba nel 135 d.C.".
"Nel corso degli anni abbiamo scoperto frammenti del genere a fianco alla ceramica durante gli scavi di case in siti ebraici sia rurali che urbani di epoca romana, come Kafr Kanna, Sefforis e Nazareth. Ora, per la prima volta, abbiamo l'opportunità senza precedenti di studiare il luogo in cui questo vasellame era effettivamente prodotto in Galilea", ha affermato l'archeologo della Israel Antiquities Authority nonché esperto dell'Età Romana Yardenna Alexandre.

Fonte
israelnationalnews.com

Cannibalismo rituale nell'antica Inghilterra

Osso di un braccio umano con incisioni a zig zag proveniente da Gough
Cave (Foto: Museo di Storia Naturale, Londra)
Nel sito archeologico di Gough Cave, nel Somerset, nell'Inghilterra sudoccidentale, delle ossa umane risalenti a 15000 anni fa recano segni inconfondibili di cannibalismo quali le tracce di denti umani, che portano a pensare che le estremità delle ossa e le costole siano state rosicchiate per trarne grasso e midollo. Le ossa sembrano essere state utilizzate anche in sconosciuti rituali cultuali. Su alcune di esse, ossa delle braccia per la precisione, compaiono incisioni a zig zag fatte di proposito ed indicanti proprio un preciso anche se ancora sconosciuto atto rituale.
Precedentemente i ricercatori avevano individuato, nella stessa località delle tazze potorie che sembravano essere state ricavate da teschi umani. Queste tazze, unitamente alle ossa chiaramente e volutamente incise ritrovate nel sito, "parlano" inequivocabilmente di cannibalismo rituale. E' questa l'opinione di James Cole, docente di archeologia presso l'Università di Brighton, in Gran Bretagna.
L'analisi delle ossa animali trovati a Gough Cove ha indotto i ricercatori a pensare che chi viveva in quel luogo non doveva soffrire la fame, sulle ossa umane non c'erano tracce di lesioni che potessero indicare una loro uccisione. Quegli esseri umani erano morti di morte naturale e poi erano stati mangiati. Probabilmente si trattava di un modo di onorare o di "smaltire" i defunti, anche se al momento si tratta solo di speculazioni.

Fonte:
nytimes.com 

La signora di Tayinat

La statua rinvenuta a Tayinat
(Foto: Progetto Archeologico Tayinat)
Una gigantesca statua dell'Età del Ferro, raffigurante una donna, è stata scoperta nel sito archeologico di Tayinat, in Turchia, al confine con la Siria. La statua, di cui rimangono solo la testa e le spalle, si stima sia stata alta tra i 4 e i 5 metri. La donna ha i capelli arricciati che emergono da uno scialle.
Il manufatto è stato datato al IX secolo a.C. e si trovava accanto al cancello che immette all'acropoli di Kunulua, più tardi conosciuta come Tayinat, capitale del regno neo-ittita di Patina. Non si sa ancora chi sia la donna raffigurata nella statua, probabilmente - ipotizzano gli archeologi - si tratta di Kubaba, la divina madre degli dèi dell'antica Anatolia. "Malgrado queste ipotesi, ci sono indizi stilistici ed iconografici che portano a pensare che si tratti della rappresentazione di una figura umana, forse la moglie del re Suppiluliuma oppure una donna di nome Kupapiyas, moglie o madre di Taita, fondatore della dinastia più antica di Tayinat", ha affermato l'archeologo Timothy Harrison, direttore, per conto dell'Università di Toronto, del progetto archeologico di Tayinat.
Kupapiyas è stata l'unica donna del I millennio a.C. di cui sia giunto il nome fino a noi. Si dice che sia vissuta più di cento anni e che fosse una figura piuttosto importante nella società ma anche nella vita politica di Tayinat.
La statua, purtroppo, non era ben conservata quando è stata trovata. Il viso e il petto erano stati distrutti, probabilmente si è trattato di una distruzione rituale avvenuta migliaia di anni fa. Nonostante questo, sono ancora visibili parte del naso e degli occhi. Gli archeologi pensano che la distruzione del reperto, unitamente a molti altri simili, sia avvenuta intorno al 738 a.C., quando gli Assiri conquistarono la zona.
"Gli studiosi hanno a lungo speculato sul riferimento a Calneh nell'oracolo di Isaia contro l'Assiria, pensando che esso alludesse alla devastazione di Kunulua", ha detto Harrison. "La distruzione dei monumenti Luvi e la trasformazione dell'area in un complesso religioso assiro può rappresentare la manifestazione fisica di questo evento storico, successivamente immortalato nell'oracolo di Isaia".
Gli archeologi confidano di ricostruire il volto della donna rappresentata nella statua in modo da far luce sulla sua identità. "Il recupero di questi minuscoli frammenti renderà possibile ripristinare molto se non tutto il viso e la parte del corpo della figura originale", ha detto Harrison.

Fonte:
ibtimes.co.uk

Sicilia, nuove scoperte nella villa di Realmonte

Gli archeologi sul sito dell'antica villa di Realmonte, in Sicilia (Foto: USF) Gli archeologi hanno scoperto nuovi reperti di un...