sabato 18 marzo 2017

Pesca "miracolosa" al largo di Ostia

Le anfore "pescate" al largo di Ostia (Foto: romatoday.it)
Battuta di pesca con sorpresa al largo del mare di Ostia dove, nella mattinata di venerdì, il "Nonna Maria", peschereccio a strascico di Fiumicino, ha rinvenuto nelle reti appena salpate tre anfore antiche di circa 80 centimetri di altezza e 40 centimetri di circonferenza. Il comandante del peschereccio ha subito allertato la sala operativa della Capitaneria di Porto di Roma che ha immediatamente inviato un proprio battello a verificare il ritrovamento.
Contestualmente è stata informata la Soprintendenza Archeologica del Lazio e dell'Etruria, nella persona di una collaboratrice della Dottoressa D'Atri che, impossibilitata ad intervenire, ha autorizzato il personale della Guardia Costiera di Roma a prendere in consegna le tre anfore.
L'unità stava pescando al largo di Ostia su un alto fondale. Per evitare il rischio di danneggiare le anfore durante la navigazione, non è stato possibile per il personale inviato sul posto prendere subito in custodia gli antichi reperti, facenti parte, probabilmente, di una nave oneraria romana. Le anfore sono state consegnate solamente dopo lo sbarco del pescato del peschereccio "Nonna Maria" nel porto canale di Fiumicino e sono attualmente conservate nei locali della Capitaneria di Porto di Roma in attesa di poterli affidare alla Soprintendenza Archeologica del Lazio e dell'Etruria Meridionale.
L'attività svolta dal personale della Guardia Costiera di Roma, sotto il più ampio coordinamento della Direzione Marittima del Lazio, è l'esempio dell'impegno continuo a favore della tutela e della conservazione del patrimonio archeologico marino che rappresenta uno dei compiti istituzionali su cui i comandi del corpo delle Capitanerie di Porto prestano massima attenzione al fine di censire e preservare l'immenso patrimonio di tesori che il mare ancora custodisce e che rappresentano testimonianza di civiltà e popoli che nei millenni hanno solcato le nostre acque.

venerdì 17 marzo 2017

Marche, spuntano antichità romane nei cantieri autostradali

Il cantiere di una strada e rotatoria a Sant'Orso in cui sono affiorati i
reperti (Foto: ilrestodelcarlino.it)
Fano, Marche, spuntano antichità romane nel cantiere, appena avviato, delle opere accessorie dell'A14. Le fondamenta di una villa rustica romana sono emerse, a Sant'Orso, durante gli scavi per la realizzazione di una delle 14 rotatorie che, insieme ai 7 chilometri di nuove strade, fanno parte del pacchetto di opere compensative che sta realizzando società autostrade.
Non solo: "A Sant'Orso, oltre ai resti di una villa rustica romana - spiega l'archeologa della Soprintendenza Maria Gloria Cerquetti - è affiorata anche una necropoli a ridosso della Flaminia". La Soprintendenza non ha ancora molti elementi in mano perché gli scavi sono appena iniziati e ciò che rimane della villa, a causa delle continue arature, sono solo le fondamenta. "Abbiamo raccolto - chiarisce però Cerquetti - il materiale emerso e individuato una grossa fornace per la cottura dei laterizi".
Per ora si va avanti a supposizioni: la villa si trova su un terreno ghiaioso, forse un tempo era vicina a un corso d'acqua. Dalla terra è anche emersa una vasca che si è salvata perché sotto il livello delle arature, ma per una ricostruzione storica ci vorrà tempo.
A complicare il già difficile lavoro degli archeologi, il fatto che "gli scavi non procedono in maniera sistematica, ma frammentaria" vista la presenza del cantiere. "Di ville rustiche - fa notare lo storico Luciano De Sanctis - il nostro territorio è pieno, ne hanno trovate sia a Carrara sia a Calcinelli. Alcune erano ville di tutto rispetto e molto accoglienti. Peccato che nella maggior parte dei casi non resti molto, se va bene la pavimentazione e qualche muro perimetrale".
Anche la presenza di fornaci molto vicino alle ville romane non è inusuale. Spiega De Sanctis: "Nei periodi morti per l'agricoltura la manodopera schiavista era utilizzata nelle fornaci per la produzione di mattoni". Una volta definito il contesto della villa romana, la Soprintendenza darà il via libera alla copertura. Ancora da verificare il valore della necropoli emersa ai confini con la via Flaminia: si procederà con gli scavi solo nel caso in cui si dovesse accertare che si tratta di tombe ellenistiche, ma i lavori devono ancora iniziare e saranno avviati non appena conclusi quelli a Sant'Orso.

Fonte:
ilrestodelcarlino.it

E' Psammetico e non Ramses il colosso di Matariya

Parte della titolatura reale
(Foto: EMC)
E' Wahibra Psammetico (Psammetico I) il faraone rappresentato dal colosso scoperto i giorni scorsi a Matariya, il sobborgo de Il Cairo dove anticamente sorgeva Heliopolis. Queste le parole del Ministro delle Antichità nel comunicato stampa tanto atteso eri sera, lasciato dopo che i frammenti emersi dalla falda acquifera sono stati difficilmente recuperati e trasferiti in tutta sicurezza dal sito di Iuno al giardino del Museo Egizio de Il Cairo. Ad attendere il sovrano era già pronto un team di restauratori composto dal personale altamente qualificato del centro di conservazione del Gran Egyptian Museum, del Museo Egizio di piazza Tahrir e dell'Ispettorato delle Antichità di Matariya. Qui il colosso rimarrà in mostra fino alla sua definitiva collocazione nel GEM di Giza, che sarà parzialmente inaugurato nei primi mesi del prossimo anno.
E' quindi con grande sorpresa che si è appresa la notizia che il colosso non appartiene a Ramses II, come invece suggeriva la sua collocazione all'ingresso del tempio del grande sovrano della XIX dinastia. I pochi segni geroglifici presenti e gli studi preliminari condotti sui frammenti del colosso rivelano che la statua dovrebbe appartenere a Psammetico I, il sovrano della XXVI dinastia che regnò sulla terra d'Egitto dal 664 al 610 a.C.
Il pilastro dorsale conserva parte di uno dei cinque nomi della titolatura reale, così da far supporre l'appartenenza del colosso al faraone del Periodo Tardo. Se davvero dovesse appartenere a lui, si tratterebbe della più grande statua di epoca tarda mai scoperta in Egitto, con i suoi otto metri di altezza. Ora resta da capire se la colossale statua in quarzite sia stata originariamente scolpita per questo faraone o se la sua titolatura venne sostituita ad una preesistente e che quindi il colosso sia stato commissionato da un faraone di un periodo precedente.

Fonte:
mediterraneoantico.it

martedì 14 marzo 2017

Dinosauri d'Abruzzo...

Il lancio del drone che ha permesso lo studio delle orme di dinosauro
(Foto: Ingv)
Scoperte per la prima volta in Abruzzo impronte di dinosauro databili tra i 125 e i 113 milioni di anni. La maggior parte di queste impronte fu impressa da uno o più teropodi, dinosauri bipedi prevalentemente carnivori, che, camminando, affondavano nel fango, molto probabilmente per la debole consistenza del terreno. Altre orme, invece, conservate al centro della superficie calcarea, sono state lasciate da un teropode accucciato. E per studiare il ritrovamento gli scienziati hanno usato i droni ed una tecnica usata per la prima volta sul set del film "Jurassik Park" del 1993.
La scoperta è stata realizzata da un gruppo di ricercatori dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e le impronte sono state studiate dai ricercatori dell'Ingv assieme ad un team di icnologi dell'Università La Sapienza di Roma. La scoperta arricchisce il panorama delle impronte di dinosauro presenti nel nostro paese, fornendo informazioni sugli animali che passeggiarono sulle spiagge italiane del Cretaceo e sui loro comportamenti.
Dinosauro teropode (Foto: Museo Paleontologico dei Dinosauri)
"Le impronte - spiega il ricercatore dell'Ingv Fabio Speranza - sono osservabili su una superficie calcarea, quasi verticale, situata ad oltre 1.900 metri di quota sul Monte Cagno. La superficie a orme è raggiungibile, solo in assenza di neve e, quindi, essenzialmente nei mesi estivi e autunnali, dopo un'escursione di circa due ore, partendo dal paese di Rocca di Cambio in provincia de L'Aquila. Tra queste è stata rinvenuta anche una traccia di ben 135 cm di lunghezza che costituisce la testimonianza del più grande dinosauro bipede che sia mai stato documentato in Italia fino ad oggi. Le impronte, scoperte casualmente nell'estate del 2006 - prosegue Speranza - si trovavano su una superficie calcarea di età Cretaceo inferiore e facevano pensare a impronte di dinosauri. Ma solo nell'estate del 2015, grazie agli sviluppi tecnologici e alla collaborazione con esperti di impronte dell'Università La Sapienza, è stato possibile dare un nuovo impulso alle ricerche. Un drone, in grado di trasportare una macchina fotografica digitale e l'uso dell'innovativa tecnica della fotogrammetria digitale, hanno consentito di ricostruire un modello tridimensionale accurato a partire da semplici immagini fotografiche".
Grazie a questa tecnica, che ha avuto origine in ambiente cinematografico per il film "Jurassik Park" del 1993, è stato possibile lo studio in dettaglio delle impronte della parete subverticale, riportandole in ambiente virtuale facilmente analizzabile al computer. Per una datazione più precisa, sono stati prelevati campioni delle impronte e degli strati immediatamente soprastanti e sottostanti.
"Contrariamente a quanto ritenuto in passato - evidenzia Paolo Citton dell'Università La Sapienza di Roma - le orme testimoniano scenari di ripetute migrazioni di dinosauri dal continente Gondwana, che riuniva Africa, Sud America, Antartide, India e Australia, alle piattaforme carbonatiche dell'area mediterranea, un ambiente simile alle Bahamas di oggi. Questi passaggi erano resi possibili da variazioni del livello marino, processi a scala globale che hanno luogo in tempi molto lunghi sul nostro pianeta", aggiunge Citton.

Fonte:
Adnkronos.com

lunedì 13 marzo 2017

Francia, l'uomo delle conchiglie e dei denti di cervo

Lo scheletro di Avignone
(Foto: Aurélie Zemour)
Lo studio su uno scheletro trovato in Francia, ad Avignone, ha permesso di individuare le decorazioni dell'indumento che indossava al momento del seppellimento. Si tratta di conchiglie marine, denti di cervo ed ocra rossa. Lo scheletro risalirebbe a ben 7000 anni fa.
Si tratta dei resti di un uomo di età compresa tra i 20 e i 50 anni alto 1,65 metri e la sua sepoltura, isolata, è emersa negli anni '70 del secolo scorso sulla sponda sinistra del Rodano. Sullo scheletro i ricercatori hanno contato 158 conchiglie marine e 16 denti di cervo, decorazioni che adornavano quella che, forse, era una tunica indossata dal defunto. Sia le conchiglie che i denti di cervo erano ricoperti di pigmenti di ocra rossa e sono stati rinvenuti nel loro allineamento originario.
La scoperta si deve agli studiosi della Bordeaux Montaigne University. Lo scheletro giaceva in una sepoltura trovata tra i resti di un edificio tardo romano o medioevali. Si era staccata con il sedimento originario derivante da alluvioni del Rodano dell'VIII millennio a.C.. Per anni è stata visibile presso il Calvet Museum di Avignone, poi nel 2009 sono state avviate nuove indagini con tecnologie laser 3D, che hanno permesso un'osservazione più approfondita del reperto.
Purtroppo non è stato possibile ricomporre integralmente lo scheletro poiché molte delle sue parti, infatti, sono andate perdute: le mani, il cranio (rivolto, forse, ad est, verso il sorgere del sole) e le ossa degli arti inferiori. I ricercatori ritengono che sia avvenuto a causa di una fossa scavata durante il medioevo e di un muro costruito in epoca successiva.
"Sepolture di questo tipo non sono affatto comuni - ha dichiarato Aurélie Zemour, studiosa della Bordeaux Montaigne University, responsabile della squadra degli scienziati che si occupano dell'indagine sui reperti - e sono da inquadrarsi in un periodo in cui c'è una certa diversità di pratiche funerarie, peraltro al momento poco comprese". Sono note, infatti, 10-12 tombe, in Francia, risalenti al Neolitico Antico.

Fonte:
liberamente tratto da famedisud.it

Antichi resti emersi al centro di Algeri

Alcuni dei resti rinvenuti a Piazza dei Martiri, ad Algeri
(Foto: AFP/STRINGER)
Un tesoro archeologico è tornato alla luce nel luogo dove è stata prevista la costruzione della metropolitana di Algeri, una vera e propria finestra su duemila anni di storia. Il sito, che si trova nei pressi di una casbah dichiarata patrimonio dell'Umanità dall'Unesco, ha restituito resti di epoca romana, bizantina, ottomana e francese. "E' spettacolare. - Ha commentato l'archeologo Kamel Stiti, co-direttore degli scavi. - In un solo colpo d'occhio si possono abbracciare due millenni di storia di Algeri".
Il sito del ritrovamento si trova dove un tempo sorgeva l'antico porto romano di Icosium ed i ritrovamenti archeologici sono emersi nel 2009, quando il Ministero della Cultura ha ordinato dei sondaggi lungo quello che doveva essere il previsto percorso della metropolitana. Gli archeologi hanno portato alla luce monete, armi, un edificio con pavimento musivo risalente al V secolo d.C. ed una necropoli bizantina del VII secolo d.C. contenente diverse decine di sepolture.
Gli archeologi hanno trovato anche parti della moschea di Es Sayida, di epoca ottomana, che i Francesi fecero radere al suolo nel 1831, all'indomani della conquista del paese nordafricano. Il sito di 3.000 metri quadrati è stato ritenuto di così grande importanza che il comune di Algeri ha dovuto rivedere i suoi piani per la metropolitana. Sul luogo del ritrovamento dei reperti sorgerà presto un museo che sarà incorporato alla stazione.

Fonte:
thepeninsulaqatar.com

Scoperte tombe medioevali ad Arezzo

Gli scavi ad Arezzo (Foto: arezzo.cq24.it
Durante alcuni lavori di movimento terra dentro e attorno alla chiesa di San Donato in Cremona, ad Arezzo, gli archeologi hanno rinvenuto tombe a cassone di cui non sospettavano l'esistenza.
Silvia Vilucchi, funzionario della Soprintendenza archeologica della Toscana spiega: "Da qualche giorno abbiamo ripreso i lavori di movimento terra dentro e attorno alla chiesa di San Donato in Cremona. Abbassando il livello di calpestio, è venuta fuori una serie di tombe a cassone, particolare perché a coppie, costruite con lastre di pietra in chiusura, qualcuna sfondata, qualcuna integra. Sono tombe di età post antica, legate alla vita della chiesa. Non abbiamo indizi se appartengano a religiosi, militari o personaggi vari; certo è un luogo di sepoltura privilegiato".
Si chiamano sepolture di "rango" perché realizzate per personaggi di rango privilegiato. Questa è un'ulteriore testimonianza dell'importanza della zona, che sembra essere stata anticamente molto frequentata dagli aretini. L'ultimo ritrovamento, infatti, sostiene ancora di più, una volta terminati i lavori, di iniziare i lavori anche all'interno della chiesa per vedere se scavando in profondità, si rintracciassero testimonianze ancora più antiche.
Il funzionario della Soprintendenza, infine, conclude dicendo: "Sarebbe bello trovare elementi come monete o vestiario non deperibile, che ci diano indicazioni sull'epoca delle tombe e i personaggi sepolti. Ma stiamo parlando di un'epoca in cui non esisteva più il corredo funerario".
 
Fonte:
arezzo.cq24.it


sabato 11 marzo 2017

Trovati resti della presenta dell'Ordine Teutonico ad Acri

La cittadella fortificata di San Giovanni d'Acri (Foto: JuzaPhoto)
Il relitto di una nave crociata e del suo carico, risalenti entrambi al XIII secolo, considerati un tempo perduti, sono stati trovati nella baia della città roccaforte, un tempo, dei crociati: Acri, nel nord di Israele. Il carico della nave è composto da monete d'oro risalenti al 1291, quando Acri venne distrutta dal sultano mamelucco d'Egitto, trovate sparse sul fondale marino.
Sulla terraferma è in corso uno scavo guidato dal Professor Adrian Boas dell'Università di Haifa, che ha prodotto, tra i suoi risultati, il ritrovamento della sede dell'Ordine Teutonico, sul lato orientale della città, fuori dalle mura ottomane.
A partire dalla prima crociata nel 1096 e per i successivi due secoli, gli eserciti cristiani attraversarono nelle due direzioni l'Europa e il Medio Oriente, in contrapposizione con le forze musulmane, poiché il controllo della città di Gerusalemme era considerato fondamentale. Acri era un punto di approdo fondamentale per migliaia di cavalieri cristiani, i quali conquistarono Gerusalemme nel 1099.
Acri (Foto: Wikipedia)
Ma il conflitto per il possesso della Città Santa non cessò e Gerusalemme cadde nuovamente, stavolta in mano all'esercito di Saladino, il 2 ottobre 1187. In seguito a questa disfatta, Acri finì per sostituire Gerusalemme nella funzione di capitale del Regno crociato. La città si è presentata quasi intatta agli archeologi che, nel 2011, hanno iniziato a scavarla: giaceva al di sotto dei resti della città ottomana. L'ultimo utilizzo degli edifici crociati risale al 1291, anno nel quale i musulmani occuparono la città.
Il porto di Acri deve il suo nome a San Giovanni d'Acri ed è situato sulla punta settentrionale del promontorio che si protende nella baia di Haifa. A partire dal XIII secolo, San Giovanni d'Acri era diventata un importante centro per il commercio internazionale, l'esportazione di zucchero, spezie, vetro, tessuti e altro ancora in Europa. Armi, metallo, legno, armature e cavalli vennero esportati in Terra Santa.
Acri, il palazzo dei Cavalieri Ospitalieri
(Foto: quellidellacomit.altervista.org)
Nella baia di Haifa, gli archeologi hanno trovato la sezione dello scafo in legno di una nave crociata, unitamente alla chiglia e ad alcune assi in legno la cui datazione al C14 ha dato come risultato un periodo compreso tra il 1062 ed il 1250, epoca in cui i crociati erano attivamente presenti in Terra Santa. Accanto allo scavo sono state raccolte brocche di ceramica e ciotole importate da Cipro, dalla Siria e dall'Italia meridionale. Sono emersi anche oggetti in ferro quali chiodi e tasselli, ma il pezzo forte è sicuramente costituito dalle monete d'oro, cadute in mare quando la nave abbandonò la città assediata.
All'imboccatura del porto i subacquei hanno trovato circa 30 monete d'oro, identificate da Robert Kool, un esperto della Israel Antiquities Authority, come fiorini coniati dalla Repubblica di Firenze a partire dal 1252. Le monete costituiscono un ritrovamento piuttosto interessante. Un testimone dell'epoca, chiamato il Templare di Tiro, narra che alcune nobili signore e diversi ricchi mercanti fuggirono da Acri, al momento dell'assalto delle truppe musulmane, corrompendo i proprietari di piccole imbarcazioni con gioielli ed oro perché li portassero fino alle navi veneziane dirette a Cipro. Molti, tuttavia, annegarono con i loro beni preziosi alcuni dei quali sono quelli trovati oggi dagli archeologi.
Ciotola crociata smaltata e ferro di cavallo rinvenuti dello scavo
subacqueo di Acri (Foto: Michal Artzy)
In seguito alla presa di Acri, i mamelucchi smantellarono il porto, le mura cittadine, il castello del porto ed altri edifici. Il porto di Acri divenne un mucchio di rovine e venne per anni abbandonato. Nel XVIII secolo gli Ottomani ripresero il porto e ricostruirono la città circondandola con nuove mura.
Ottocento anni dopo, l'Ordine Teutonico si stabilì in Terra Santa per svolgere un lavoro sociale. I fondatori dell'Ordine Teutonico erano cavalieri tedeschi provenienti da Lubecca e Brema, che si erano uniti all'esercito crociato di Federico Barbarossa. Addolorati per la morte di quest'ultimo, avvenuto per annegamento nell'attuale Turchia, la maggior parte dei soldati finì per disperdersi, ma due contingenti di cavalieri si unirono alle forze di re Riccardo Cuor di Leone e di Filippo II di Francia nell'assedio di Acri del 1190-1191.
Ciotola crociata smaltata con decorazione di pesci, trovata nello scavo
marino di Acri e importata da Paphos, Cipro (Foto: Michal Artzy)
Qui installarono un ospedale da campo, utilizzando le vele delle navi per erigere tende. Quando Acri venne conquistata, Riccardo Cuor di Leone ricompensò i cavalieri teutonici con un terreno situato ad est di Acri, non lontano da dove sorgeva l'ospedale permanente dei cavalieri stessi. Qui i militi edificarono un nuovo ospedale, una chiesa, una cappella, un cimitero ed altri edifici e si organizzarono in un ordine ospitaliero che accoglieva e proteggeva poveri e pellegrini.
Nel 1198 i Cavalieri Teutonici divennero ufficialmente un ordine militare che seguiva la regola monastica dei Templari e degli Ospitalieri e che cominciò ad usufruire di donazioni in denaro da parte del papato. L'ospedale di Acri divenne il loro quartier generale.
Manufatto in ferro di epoca crociata trovato ad Acri
(Foto: Zinman Institute of the University of Haifa and the Deutsche Orden)
La conquista ottomana di Acri nel XVIII secolo condannò all'oblio l'ospedale dell'Ordine Teutonico, mentre la moderna città di Acri finì per coprire le rovine dell'antica città crociata, compresi quelli della "mansio" teutonica, nel lato orientale della città. Il luogo dove sorgeva era sostanzialmente sconosciuto agli archeologi che hanno studiato le mappe del XVII secolo della città ed hanno deciso di cercare gli edifici templari nella parte sudorientale di Acri. I primi risultati dello scavo furono strati di cenere risalenti al crollo degli edifici crociati avvenuti durante l'assedio musulmano del 1291.
Gli archeologi hanno anche rinvenuto una grande quantità di monete risalenti a tutti i periodi di occupazione di Acri. Tra queste monete le più importanti sono quelle di Giovanni III, imperatore di Nicea. Alle monete si sono aggiunti recipienti in ceramica, ciotole smaltate e alcuni attrezzi per la fabbricazione di zucchero, utilizzato per i farmaci dell'epoca. Questi ritrovamenti hanno convinto i ricercatori di trovarsi in presenza proprio della sede dell'Ordine Teutonico.

L'aspirina dei neanderthaliani...

Mandibola superiore di un neanderthaliano vissuto nelle grotte di
El Sidròn, in Spagna (Foto: Paleoanthropology Group MNCN-CSIC)
Dell'antico Dna trovato nella placca dentale di un neanderthaliano, il parente più vicino all'Homo Sapiens, ha fornito nuove notizie sul comportamento, la dieta e la storia evolutiva di questa specie. Tra le altre cose sono stati individuati gli usi terapeutici che questa specie umana faceva di alcune piante in grado di curare alcune malattie.
Un team internazionale, guidato dall'Università di Adelaide e comprendente anche ricercatori dell'Università di Liverpool, ha rivelato la complessità del comportamento dell'uomo di Neanderthal. La placca dentale intrappola, al suo interno, i microrganismi che hanno vissuto nella bocca del soggetto e gli agenti patogeni presenti nel tratto gastrointestinale e respiratorio, come pure pezzetti di cibo rimasti incastrati nei denti. Questa placca può preservare il Dna per diverse migliaia di anni. Il rinvenimento di placca dentale in alcuni soggetti neanderthaliani ha permesso ai ricercatori di studiare la vita, la salute, le abitudini di questa specie umana, valutando anche in che modo l'ambiente ne ha influenzato il comportamento.
I ricercatori hanno analizzato e confrontato campioni di placca dentale prelevati da quattro individui neanderthaliani trovati nei pressi delle grotte di Spy, in Belgio, e di El Sidròn, in Spagna. I campioni hanno una datazione compresa tra i 50.000 ed i 40.000 anni fa: si tratta della più antica placca dentale mai analizzata dal punto di vista genetico.
Grotte di El Sidròn, paleoantropologi al lavoro
(Foto: Antonio Rosas, Paleoanthropology Group MNCN-CSIC)
"Abbiamo scoperto che i Neanderthaliani che vivevano nelle grotte di Spy consumavano abitualmente rinoceronti lanosi e pecore selvatiche europee unitamente a funghi selvatici. - Ha affermato il Professor Alan Cooper. - Quelli di El Sidròn, invece, non hanno mostrato prove di consumo di carne, piuttosto sembra abbiano osservato una dieta in gran parte vegetariana, composta da pinoli, muschio, funghi e corteccia d'albero. Uno dei reperti più interessanti è quello di un neanderthaliano vissuto ad El Sidròn, che soffriva di un ascesso dentale ben visibile sulla mandibola. L'analisi della placca dentale ha dimostrato che aveva un parassita intestinale che provoca una forma acuta di diarrea. - Ha continuato il Professor Cooper. - Per curare questa malattia, l'uomo masticava corteccia di pioppo, contenente acido salicilico, il principio attivo dell'aspirina, che doveva alleviargli notevolmente il dolore. E' stato possibile rilevare, inoltre, la presenza di una muffa antibiotica naturale (Penicillium) mai ritrovata prima in altri esemplari".
Sembra che i neanderthaliani possedessero una buona conoscenza delle piante medicinali e delle loro proprietà antinfiammatorie e antidolorifiche e che le utilizzassero comunemente. Un risultato indubbiamente sorprendente. Come sorprendente sarebbe confermare l'utilizzo di una sorta di antibiotico come la pennicillina, migliaia di anni prima della sua scoperta.
Lo studio della placca dentale di questi neanderthaliani ha permesso la ricostruzione del genoma microbico più antico mai sequenziato, il Methanobrevibacter oralis, associato con le malattie gengivali. Questo sembra suggerire che i neanderthaliani e gli altri gruppi umani condividevano diversi gruppi patogenti molto tempo dopo che le specie si erano diversificate.
La composizione batterica dei neandertaliani era molto simile a quella dei gruppi umani moderni, strettamente correlata con la quantità di carne presente nella dieta. I neanderthaliani della grotta di El Sidròn avevano una dieta molto simile a quella degli scimpanzé e degli agricoltori africani.

Fonte:
University of Adelaide

Giappone, rinvenuto un antico viale alberato

Il viale alberato scoperto presso le rovine della città giapponese di
Aoyayokogi (Foto: Tottori Prefectural Archaeological Center)
Gli archeologi hanno trovato, in Giappone, la prima prova di alberi che fiancheggiavano un'antica strada, a dimostrazione dell'ostentazione del potere statale. Nel 2015 sono state rinvenute ben 18 radici di salice risalenti al X secolo d.C. presso le rovine di Aoyayokogi. I salici erano posti ad una distanza, l'uno dall'altro, che andava da 0,5 a 2 metri lungo un tratto di 60 metri di viale.
Si pensa che il viale alberato faccia parte di Sanindo, una delle strade nazionali gestite dallo Stato, costruita tra il tardo periodo Asuka (592-710 d.C.) e il primo periodo Nara (710-784 d.C.). Si pensava, fino al ritrovamento di questo viale alberato, situato in un'area rurale del Paese, che i salici fossero utilizzati solo nell'antica capitale del Giappone. Si può affermare che l'antico potere statale puntasse su effetti visivi di forte impatto per manifestare la sua autorità, quali, appunto i viali alberati.
Sono stati scoperti, inoltre, 40 pali forgiati in legno di castagno. Si tratta, con tutta probabilità di supporti per gli alberi di salice. Secondo la datazione al radiocarbonio, le radici degli alberi ed i pali di castagno posti ai margini del viale, risalgono al tardo IX secolo e all'inizio del X secolo d.C.. E' stata trovata anche una targhetta in legno con la scritta Tengyo junen (decimo anno di Tengyo - circa 947 d.C.).
I viali alberati sono presenti nella letteratura giapponese. La più antica citazione risale ad un'antologia poetica del VII-VIII secolo d.C.

Fonte:
asahi.com