venerdì 17 novembre 2017

In mostra le lamine d'oro di Tutankhamon

Una delle lamine d'oro di Tutankhamon (Foto: english.ahram.org.eg)
Il Ministro Egiziano delle Antichità, Khaled el-Enany, ha inaugurato la mostra dei tesori di Tutankhamon al Museo Egizio del Cairo, dove saranno esposti, per la prima volta, delle lamine auree di notevole importanza.
La mostra cade nel 115° anniversario dall'apertura del Museo e nel 60° anniversario della riapertura dell'Istituto Archeologico Tedesco de Il Cairo. Christian Eckmann, un restauratore tedesco che ha restaurato i cosiddetti fogli d'oro di Tutankhamon, ha dichiarato che per la prima volta queste lamine saranno esposte al pubblico.
Carter ed i suoi collaboratori, che scoprirono la tomba di Tutankhamon nel 1922, hanno documentato meticolosamente la posizione e l'aspetto di circa 5.400 oggetti, tra i quali mobili, armi, abbigliamento, stoviglie, resti di cibo, carri e oggetti cultuali. Alcune applicazioni di pelle, trovate sparse sul pavimento, sono state associate ad un carro e ai finimenti di un cavallo. Vi sono anche parti di faretre, paraocchi e rivestimenti del carro funebre.
A causa della condizione delicata e del loro precario stato di conservazione, questa collezione di lamine d'oro è stata custodita per anni nel Museo Egizio de Il Cairo.

Cani e uomini, un legame antichissimo

In basso gli antichi cani da caccia dell'Arabia
Saudita mentre in alto il cane della razza
di Canaan (Foto: Alexandra Buba)
Un cacciatore scolpito nell'arenaria sul bordo di un fiume nel deserto arabo è pronto ad uccidere la preda con il suo arco. L'uomo è accompagnato da ben 13 cani, due dei quali sembra abbiano una sorta di guinzaglio.
Le incisioni risalgono a più di 8000 anni fa, il che fa di loro le prime rappresentazioni di cani, secondo uno studio recente. Il fatto che alcuni dei cani abbiano il guinzaglio fa pensare che gli esseri umani abbiano imparato l'arte di addestrare e controllare i cani migliaia di anni prima di quanto si pensasse.
La scena di caccia proviene da Shuwaymis, una regione collinare dell'Arabia Saudita, dove piogge stagionali formavano, un tempo, fiumi e davano vita ad una fitta vegetazione. In questi ultimi tre anni, l'archeologa Maria Guagnin, del Max Planck Institute per la Scienza e la Storia Umana a Jena, in Germania, ha aggiunto più di 1400 pannelli rocciosi al "catalogo" di quasi 7000 animali ed esseri umani trovati incisi sulle rocce della regione di Shuwaymis e di Jubbah.
Circa 10000 anni fa, un gruppo di cacciatori-raccoglitori entrarono nella regione. Le immagini più antiche ricavate nella roccia risalgono, con tutta probabilità, a questo periodo e raffigurano donne formose. Intorno ai 7000-8000 anni fa, i cacciatori-raccoglitori divennero sedentari e si diedero alla pastorizia e all'allevamento del bestiame. Fu in questo periodo che comparvero le immagini di bovini, ovini e caprini sulle rocce. Comparvero anche i primi cani da caccia: 156 raffigurazioni da Shuwaymis e 193 da Jubbah. Tutti i cani sono di medie dimensioni, con le orecchie ritte e la coda arricciata. In alcune scene i cani stanno assalendo degli asini selvatici; in altre mordono il collo e il ventre di stambecchi e gazzelle. In molti petroglifi i cani sono tenuti al guinzaglio da un uomo armato di arco e frecce.
I cani raffigurati ricordano molto la razza di Canaan, cani prevalentemente selvatici che vagano nei deserti del Medio Oriente. Questo particolare potrebbe indicare che queste antiche popolazioni allevava cani per la caccia nel deserto.
Le incisioni, al momento, sono sottoposte ad un'attenta analisi: i ricercatori devono collegare le immagini ad un sito archeologico con datazione certa, una sfida, perché la documentazione archeologica relativa a questa regione non è del tutto precisa.
Resta il fatto che i cani sono stati, anche in passato, molto importanti per gli esseri umani, fondamentali per aiutare questi ultimi a sopravvivere in un ambiente difficile. Potevano aiutare gli uomini a cacciare animali troppo veloci per essere rincorsi dagli uomini. 

Foto:
sciencemag.org

martedì 14 novembre 2017

Georgia, tracce di antica vinificazione

Un vaso neolitico, un qvevri, utilizzato per la fermentazione
del vino, proveniente dal sito di Khramis Didi Gora
(Foto: SkarzynskaMieczyslaw Olszewski/PA)
Gli esseri umani vinificano centinaia di anni prima di quanto si è mai creduto, almeno stando a quanto si deduce dalle analisi di alcune terraglie che risalgono al 6000 a.C.
Alcuni scavi in Georgia hanno permesso di recuperare le prove del fatto che il processo di vinificazione risalga almeno al 6000 a.C.. Ci sono migliaia di cultivar di vino, nel mondo, ma quasi tutti derivano da una sola specie di uva, quella euroasiatica, l'unica addomesticata. Il ritrovamento è stato effettuato in due villaggi nella regione del Caucaso meridionale, a circa 50 chilometri a sud della capitale Tbilisi.
Nelle località in questione sono state riconosciute tracce di una cultura neolitica caratterizzata da case circolari in mattoni di fango, da strumenti in pietra ed osso e dall'allevamento di bovini, suini nonché dalla coltivazione di frumento e orzo. I ricercatori sono stati particolarmente incuriositi da alcuni recipienti in terracotta, alti fino a quasi un metro e larghi altrettanto, che potevano contenere fino a 300 litri, con una decorazione che richiama i grappoli d'uva.
I ricercatori si sono concentrati sulla raccolta e sull'analisi di frammenti di ceramica provenienti da due villaggi neolitici. La datazione al carbonio ha restituito una datazione che va dal 6000 al 5800 a.C.. In totale sono stati esaminati 30 frammenti in ceramica e 26 campioni di terreno. Molti di questi reperti sono stati raccolti in scavi recenti, mentre due sono stati trovati durante gli scavi del 1960. Si pensa che questi reperti possano recare tracce di vino.
Gli esami hanno rilevato che otto dei frammenti, tra i quali due rinvenuti nel 1960, recano tracce di acido tartarico, una sostanza che si trova in gran quantità nell'uva. Test sui terreni nei quali giacevano i reperti hanno mostrato livelli molto più bassi di acido. E' stata identificata anche la presenza di altri tre acidi legati all'uva e al vino.
Gli archeologi pensano che i vasi possano essere stati utilizzati per custodire uva, anche se la forma è più adatta a contenere un liquido piuttosto che l'uva, che si sarebbe degradata senza lasciare traccia.  Il sito del ritrovamento, dunque, sembra essere la più antica località in cui sia stata coltivata l'uva, precedendo un sito iraniano a 500 chilometri di distanza.
La base stretta dei vasi di terracotta non sono facilmente sollevabili, il che fa pensare che potessero essere sepolti in parte nel terreno durante il processo di vinificazione, una tradizione ancora presente in alcuni villaggi della Georgia.

Fonte:
theguardian.com

lunedì 13 novembre 2017

I cancelli di re Salomone...

Gli scavi in Israele meridionale, nel Parco Biblico di Tamar
(Foto: coolisrael.it)
Un importante ritrovamento che confermerebbe alcune notizie che si trovano nella Bibbia è stato fatto nel biblico parco di Tamar, nel sud di Israele. Si tratta dei famosi cancelli di Salomone, descritti nel I Libro dei Re. La scoperta, se confermata, evidenzierebbe il controllo del regno di Giudea nell'area di Tamar.
La Torah (Antico Testamento) narra che Salomone costruì una fortezza nel deserto. Gli archeologi hanno trovato i segni della presenza di questo insediamento, con tutte le caratteristiche di un avamposto fortificato. I ricercatori sono convinti di aver trovato i segni dei cancelli della fortezza di Salomone.
I cancelli vennero parzialmente individuati nel 1955 dal Dottor Rudolph Cohen e dal Dottor Yigal Israel che, non avendo potuto portare a termine gli scavi, ricoprirono questi ultimi con la sabbia per permettere, in futuro, di poter condurre ricerche più approfondite.
Il Parco Biblico di Tamar è uno dei siti archeologici più antichi nel sud di Israele, è l'unico, inoltre, che reca tracce della storia archeologica dell'epoca di Abramo. Si trova nei pressi della Via delle Spezie, punto di snodo dei commerci dell'epoca.

Fonte:
coolisrael.it

La splendida incisione su agata della "Tomba del Grifone"

L'incisione su agata del corredo funebre nella "Tomba del Grifone"
(Foto: Università di Cincinnati)
Una straordinaria incisione su agata ritrovata in un corredo funebre dell'Età del Bronzo mostra aspetti dell'arte greca che mai avremmo immaginato. Il piccolo manufatto è una pietra di 3,5 cm montata in modo da stare sul polso, facente forse parte di un bracciale. Questa meraviglia artistica è stata ritrovata nella cosiddetta "Tomba del Guerriero del Grifone" situata nel Peloponneso, vicino al palazzo attribuito al mitico re Nestore a Pylos, nella Grecia occidentale.
Il sepolcro prende il nome da una placca di avorio raffigurante il mitico animale che è stata ritrovata accanto allo scheletro di un guerriero. La sepoltura era già stata definita in precedenza come una delle scoperte archeologiche più importanti degli ultimi anni e il suo corredo dà motivo per crederci. Il team di archeologi che vi ha scavato nel 2015 è guidato dai coniugi Jack Davis e Sharon Stocker dell'Università di Cincinnati, i quali portano avanti le ricerche sul sito da ben 25 anni.
La scena che compare sul reperto mostra un guerriero che dopo aver ucciso un primo nemico, si avventa su un secondo trafiggendolo con la sua spada. L'intera composizione è più facile da apprezzare con una lente di ingrandimento dato che alcuni particolari sono grandi solo mezzo millimetro. E' difficile immaginare come sia stata possibile la realizzazione di un lavoro così minuzioso senza l'utilizzo di strumenti di ingrandimento e l'archeologa Stocker sottolinea che reperti del genere non sono ancora stati ritrovati per questo periodo. Ciò porta a pensare che l'abile artigiano che ha prodotto questo manufatto abbia fatto ricorso ad un utensile che potesse ampliare la sua percezione visiva.
Tutti gli elementi della scena rimandano alla tradizione dell'epica e all'iconografia dei poemi omerici, ma per mancanza di elementi i ricercatori sono riluttanti ad affermare con certezza che si possa trattare di una rappresentazione proveniente dal ciclo dell'Iliade e dell'Odissea. L'agata facente parte di un corredo funebre che consta di 1.400 manufatti e gioielli, tra i quali anelli in oro, collane e una spada di bronzo, testimonia il rango elevato del defunto: gli studiosi credono potesse trattarsi di un membro dell'élite cretese o di un miceneo che apprezzava la sofisticata cultura minoica.
La datazione della "Tomba del Grifone" risale al 1450 a.C., periodo storico in cui i Micenei conquistarono Creta e l'arte dell'isola influenzò gli invasori. Il corredo del guerriero rappresenta un elevato livello di scambio culturale, dato che i suoi manufatti furono prodotti a Creta e poi esportati. Alcuni studiosi fanno però notare che la scena che vi è incisa potesse far parte di storie familiari a entrambe le popolazioni. Per Fritz Blakolmer, esperto di arte dell'Egeo all'Università di Vienna, la pietra potrebbe essere una copia in miniatura di un dipinto murale di dimensioni molto più grandi, come quelli riscontrabili nel Palazzo di Cnosso a Creta.

Fonte:
mediterraneoantico.it

domenica 12 novembre 2017

Velia, novità archeologiche

Veduta di una parte del Parco Archeologico di Velia
(Foto: gazzettadisalerno.it)
Nel Parco Archeologico di Velia, sito gestito dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino, nel corso di indagini archeologiche preliminari al progetto di valorizzazione dell'area della cosiddetta Masseria Cobellis, sono emerse importanti novità su questo fondamentale settore della città antica, collocato in un punto di raccordo tra il Quartiere meridionale e il Quartiere orientale.
Nell'area immediatamente antistante la cosiddetta Masseria Cobellis, casa colonica ottocentesca restaurata, agli inizi del 2000 venne alla luce la parte settentrionale di un complesso archeologico costituito da un edificio a pianta rettangolare, articolato su due livelli di terrazzamento artificiali. L'edificio, sicuramente di carattere pubblico, fu costruito fra la fine del I e gli inizi del II secolo d.C.; a partire dal III secolo d.C. ebbe inizio invece il processo di spoliazione e abbandono che culminò con l'obliterazione nel VI secolo d.C.
Le indagini archeologiche in corso hanno consentito di individuare la fronte dell'edificio, di cui prima non si conosceva l'estensione complessiva, e di ricostruire, pertanto, un complesso monumentale di m. 39 x 65, che occupava un intero isolato di questo settore della Velia romana e si affacciava direttamente su una delle principali strade della città.

Fonte:
gazzettadisalerno.it

La meridiana di Interamna Lirenas

La meridiana trovata nei pressi di Monte Cassino
(Foto: University of Cambridge)
I ricercatori dell'Università di Cambridge hanno scoperto, durante gli scavi nella città romana di Interamna Lirenas, vicino Monte Cassino, una meridiana sulla quale è inscritto il nome di Marcus Novius Tubula, un tribuno della plebe conosciuto a Roma. Questo ritrovamento getta nuova luce sul rapporto tra Roma e le regioni dell'Impero.
Interamna Lirenas venne fondata nel 312 a.C. e abbandonata nel VI secolo d.C. e si trova a circa 130 chilometri da Roma. La meridiana appena trovata risalirebbe al I secolo a.C., quando ai cittadini di Interamna venne concessa la piena cittadinanza romana. Questa scoperta mostra il livello di coinvolgimento negli affari dell'Urbe di cittadini eminenti di Interamna e di altre comunità considerate secondarie.
La meridiana è stata ricavata da pietra calcarea e si trovava in un teatro coperto. Molto probabilmente, secondo gli studiosi, doveva servire a celebrare l'elezione di Marcus Novius Tubula alla carica di tribuno della plebe. La parte concava è incisa con undici linee rappresentanti le ore, che si intersecano con altre tre linee curve che rappresentavano la posizione delle stagioni rispetto al solstizio d'inverno, all'equinozio e al solstizio d'estate. L'ago che faceva da segnacolo è andato perduto in parte mentre un'altra parte è conservata sotto il suo fissaggio in piombo.

Fonte:
bbc.com

Consigli assiri sull'infertilità...

La tavoletta assira che contiene consigli sull'infertilità risalenti a 4000
anni fa (Foto: dailysabah.com)
La prima diagnosi di infertilità del mondo è stata effettuata ben 4000 anni fa, come registra una tavoletta assira in argilla scoperta da ricercatori turchi nella provincia di Kayseri. A guidare i ricercatori provenienti da diverse università, gli archeologi dell'Università di Harran, a Sanhurfa, che hanno preso in esame la tavoletta.
Questo importantissimo reperto contiene una sorta di accordo prematrimoniale nel quale si fa menzione, per la prima volta di una ipotesi di infertilità. Il testo è in cuneiforme e presenta una rappresentazione del problema e cerca di trovare ad esso una soluzione attraverso mezzi naturali. Diverse altre tavolette assire affrontano il tema della sterilità nelle famiglie assire.
La "soluzione" prospettata è solitamente quella di mettere "a disposizione" del marito, da parte della moglie sterile, una schiava che avrebbe svolto la funzione di "madre surrogata". Questo avveniva solitamente dopo due anni di matrimonio, quando la coppia aveva appurato di non poter avere figli. La schiava sarebbe stata liberata dopo aver dato alla luce il primo bimbo maschio che avrebbe garantito alla famiglia dei "committenti" una discendenza.

Fonte:
dailysabah.com

Il mitreo di Londra si mostra ai visitatori

Il mitreo di Londra, restituito all'ammirazione dei visitatori
(Foto: James Newton)
Un mitreo di epoca romana, restaurato a Londra, sta per riaprire al pubblico. I visitatori potranno scendere, grazie a ripide scale di pietra nera, nella nuova sede europea di Bloomberg, a sette metri sotto il piano di calpestio, là dove un tempo scorreva un fiume e dove, nel 240 d.C., i Romani costruirono un tempio destinato al culto del dio Mitra.
Mitra era una divinità orientale, adorata soprattutto dai soldati. La ricostruzione del tempio mitraico trovato a Londra include anche  l'utilizzo di effetti sonori quali i rumori di passi e le voci di canti in latino. Gli archeologi sanno, però, che nessun toro venne sacrificato in questo spazio sacro.
Il tempio è stato scoperto nel 1954, a pochi anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Chi lo ha visitato all'epoca ne ha ricavato una sensazione piuttosto deludente. Il sito è stato identificato come mitreo dopo la scoperta della testa del giovane dio. L'entusiasmo per la scoperta e l'intervento dell'allora primo ministro Winston Churchill costrinse la società Legal & General ad abbandonare l'idea di demolire tutto per far posto ad un nuovo edificio destinato a sede di uffici.
La scoperta del tempio di Mitra a Londra nel 1954
(Foto: Robert Hitchman/MOLA)
Nel 1962 le pareti del mitreo sono state parzialmente ricostruite sul terreno originario. Nuovi corsi in pietra hanno riempito i tratti andati perduti e il materiale che, nel corso dei decenni, è andato disperso. La testa di Mitra ed altri preziosi elementi decorativi sono ora custoditi nel Museo di Londra, mentre le panche di legno originali, destinate ad accogliere gli adepti del culto e considerate una rarità archeologica, sono state, purtroppo, gettate via.
La sede centrale europea di Bloomberg sorge su uno dei siti archeologici più ricchi di Londra. Molto, però, è andato distrutto durante gli scavi per le fondamenta di nuovi edifici. Là dove la stratigrafia è stata conservata sono emersi diversi reperti quali centinaia di tavolette in legno che sono la testimonianza della più antica documentazione trovata in Gran Bretagna a far tempo dall'invasione dell'isola da parte dei Romani.
Il mitreo restituito alle visite del pubblico incorpora anche una galleria d'arte al piano terra. Un'enorme teca di vetro permette di ammirare più di 600 dei 14.000 oggetti rinvenuti nel sito, tra i quali una porta di legno, un sandalo, un minuscolo elmo scolpito nell'ambra e una tavoletta di legno che riporta la più antica registrazione di un'operazione finanziaria della Gran Bretagna.
L'ingresso al mitreo londinese è gratuito, anche se è consigliato prenotare per tempo.

Fonte:
theguardian.com

sabato 11 novembre 2017

Puglia, trovato l'altare dell'Atena Iliaca

Il luogo del ritrovamento dell'altare del tempio di Minerva
(Foto: quotidianodipuglia.it)
Castro, in Puglia, si conferma uno scrigno di tesori. Un team di archeologi guidato da Francesco D'Andria ha, infatti, riportato alla luce l'altare del tempio di Minerva. E non si tratta di una scoperta come un'altra, ma dell'unico esemplare di altare monumentale in tutto e per tutto simile a quello dei templi greci rinvenuti in Puglia.
Basti pensare che per trovarne uno simile bisogna spostarsi a Metaponto, città lucana oggetto di campagne di scavo sistematiche, che hanno restituito i celebri templi greci e, davanti ad essi, i relativi altari. L'altare appena trovato si distingue dagli altari tipici messapici, che erano buche scavate nella terra dove si bruciavano e si offrivano le libagioni, perché è un altare costruito, del tipo di quelli che, in età romana, si sarebbero evoluti diventando molto più grandi: si pensi, per esempio, all'Ara Pacis e all'altare di Pergamo.
A Castro si è ripreso a scavare da qualche settimana, su concessione del Ministero, sotto l'egida della Soprintendenza e la direzione scientifica di D'Andria, ma il tempo è stato sufficiente per identificare l'altare - una struttura in blocchi squadrati ben lavorati lunga almeno 6 metri e larga due e mezzo, dove venivano fatti i sacrifici alla dea - e una serie impressionante di reperti legati al rituale: ossa degli animali immolati, oggetti offerti come ex voto, coppette per le libagioni. Insomma, una ricchezza di informazioni che testimoniano della vita quotidiana del santuario.
Sui bastioni del comune adriatico si susseguono campagne di scavo dal 2000 e grazie ad esse, oltre alle fortificazioni messapiche databili al IV secolo a.C., è stato individuato proprio il santuario di Minerva, al quale è dovuto il nome antico della città, Castrum Minervae. Si tratta - è ormai assodato - dello stesso tempio dedicato all'Atena Iliaca, l'Atena troiana, di cui fa menzione Virgilio nel III libro dell'Eneide quando parla dell'arrivo sulle coste dell'Italia di Enea e delle sue navi.
L'altare risale alla seconda metà del IV secolo a.C. ed è contemporaneo della statua di culto della dea, rinvenuta nel 2015, preceduta qualche anno prima da una piccola statuetta in bronzo. Entrambe raffigurano l'Atena di Troia, quella che indossa l'elmo frigio, a ulteriore riprova dei collegamenti con l'eroe in fuga sbarcato, secondo il mito, proprio a Castro. Questa collezione di reperti, conservata nel Museo inaugurato nel 2016 e ospitato all'interno del castello, ora si arricchisce di altri importanti elementi rinvenuti in questi giorni, fra cui spicca una bella maschera in bronzo, di stile tarentino, sempre del IV secolo a.C., che rappresenta forse una figura femminile, agghindata con una specie di nodo sulla testa. Probabilmente era un'offerta votiva fatta alla divinità e tali dovevano essere pure due teste di terracotta, una più piccola e l'altra più grande, appartenenti probabilmente a due divinità femminili, che sono state recuperate recentemente.
Dell'altare sono stati scavati solo un paio dei sei metri di lunghezza perché il resto si trova sotto il manto stradale e nel lotto di terreno adiacente, dove - D'Andria ne è sicuro - c'è il tempio vero e proprio, che, appunto, nel culto greco, si ergeva alle spalle del recinto dove venivano fatti i sacrifici. Ora, quindi, si apre un'altra importante partita, quella dell'esproprio o dell'acquisto di quegli ulteriori 300 mq, di proprietà privata, in modo da poter realizzare un'altra campagna di scavi per portare alla luce le fondazioni, il perimetro e ulteriori elementi del santuario.
Altro aspetto significativo da sottolineare è che l'attuale campagna di scavi è stata finanziata dal Comune di Castro, guidato dal sindaco Luigi Fersini, ma soprattutto da un privato, Francesco Lazzari, figlio del geologo Antonio al quale è intitolato il Museo Archeologico del castello, diventato in breve tempo meta di migliaia di turisti.

Fonte:
quotidianodipuglia.it

E se il cavallo di Troia fosse una nave?

L'archeologo Francesco Tiboni (Foto: lastampa.it)
Nei giorni scorsi si è tornati a parlare, sui quotidiani non solo italiani, di uno degli episodi più famosi della letteratura antica: la presa della città di Troia con il celebre stratagemma del cavallo di legno, il cavallo di Troia, appunto. Se ne è riparlato perché un archeologo italiano che si occupa spesso di relitti greci, Francesco Tiboni, ha proposto una teoria alternativa secondo la quale il cavallo di Troia non era un cavallo, ma una nave. L'equivoco, secondo Tiboni, sarebbe dovuto ad un errore di interpretazione degli scrittori successivi ad Omero, al quale viene attribuita la stesura dell'Odissea, il testo più antico in cui compare il famoso cavallo di Troia.
Ma Tiboni non è il primo ad ipotizzare che il cavallo di Troia potesse non essere un cavallo. In passato altri hanno proposto l'idea della catapulta o dell'ariete da guerra. Negli ultimi anni, però, Tiboni è stato l'unico a svilupparla compiutamente. Sul tema ha scritto anche due articoli usciti su riviste specializzate ed un libro: "La presa di Troia: un inganno venuto dal mare".
Un hippos fenicio dal rilievo di Kohrsabad (Foto: lastampa.it)
L'Iliade e l'Odissea, poemi attribuiti ad Omero, non vanno presi come romanzi o trattati storici. Vennero fissati in forma scritta intorno all'VIII secolo a.C. e furono tramandati e rielaborati oralmente per secoli, e quasi certamente facevano parte di un corpo molto più ampio di racconti. I testi, dunque, non furono composti da un unico autore. Cercare, dunque, un riscontro storico a quello che si legge nei poemi omerici è un'operazione delicata e scivolosa.
Sappiamo che è esistita davvero una città nel luogo dove è ambientata la vicenda, situata oggi in Turchia. Sappiamo che venne distrutta da un incendio tra il 1210 e il 1180 a.C. e che nel Mediterraneo erano già attivi gli antenati dei popoli che abitavano la Grecia di età classica, che avevano interessi commerciali nell'area dello stretto dei Dardanelli. E' difficile, però, spingersi oltre.
Lo stratagemma del cavallo di legno raffigurato in un vaso greco trovato
a Cerveteri e datato al 560 a.C. (Foto: ilpost.it)
Tiboni parte dalla considerazione che nei poemi omerici l'episodio del cavallo di legno è molto marginale. Sui 27.000 versi complessivi delle due opere, quelli che ne parlano sono appena qualche decina. L'Iliade non contiene alcun riferimento esplicito allo stratagemma. Alcuni studiosi hanno intravisto degli accenni nel penultimo libro, ma niente di significativo. L'episodio viene citato esplicitamente solo nell'ottavo libro dell'Odissea, per bocca di un cantore che racconta gli ultimi giorni della guerra di Troia. La vicenda, per come la si conosce, viene sviluppata invece nel secondo libro dell'Eneide, un libro scritto 800 anni più tardi, in un contesto completamente diverso, l'età imperiale romana.
Nella cultura greca classica sono diversi i casi in cui i cavalli vengono associati alla navigazione: Poseidone è contemporaneamente il dio dei mari e il protettore dei cavalli e nella letteratura le navi vengono a volte definite "cavalli del mare". Nell'Iliade e nell'Odissea, invece, questo legame è tutto da dimostrare. Nei poemi omerici il primo passaggio in cui le navi vengono esplicitamente paragonate ai cavalli si trova nel quarto libro dell'Odissea, ai versi 707-709, in una scena in cui Penelope si lamenta del fatto che suo figlio Telemaco sia partito alla ricerca del padre. Tiboni lo giudica un passaggio chiave per la costruzione della sua ipotesi:
"O cantore, perché mio figlio è partito?
Non c'era bisogno che si imbarcasse sulle navi veloci,
che per gli uomini sono come dei cavalli del mare"
Il cavallo di Troia posto dinnanzi alle rovine della
città, in Turchia (Foto: archeologiavocidalpassato)
Telemaco si era imbarcato su una nave di Tafi, un popolo non greco, noto per commerciare metalli. Tiboni spiega che questo passaggio potrebbe nascondere un popolo e un'attività realmente esistiti e che avevano a che fare con i cavalli. In alcuni bassorilievi assiri, realizzati tra il IX e il VII secolo a.C., sono raffigurate delle navi commerciali con la polena a forma di cavallo. Il più famoso di questi bassorilievi è la cosiddetta decorazione del palazzo di Sargon II a Khorsabad, conservato oggi al Louvre e risalente al 700 a.C. circa.
Il bassorilievo di Khorsabad mostra l'arrivo di un carico di legname dall'odierno Libano, una terra che, all'epoca, era abitata dai Fenici. Tiboni fa presente che navi simili a quelle disegnate su questo bassorilievo siano state trovate in aree del Mediterraneo di colonizzazione fenicia, come Spagna e nord Africa. Scrive Tiboni: "Dal punto di vista navale possiamo affermare che presso i Fenici, nel corso della prima metà del I millennio a.C., era in uso apporre polene zoomorfe a testa di equino [...] a decorazione della prua, e in alcuni casi anche della poppa di navi mercantili"; e questo tipo di imbarcazione era nota ai Greci dell'epoca, che commerciavano frequentemente con i Fenici.
Tiboni sostiene che quando nell'Odissea Omero racconta lo stratagemma che permette ai Greci di conquistare Troia, il famoso cavallo, appunto, non ha in mente un cavallo vero e proprio ma una nave come quella dei Fenici. Hippos, è l'ipotesi di Tiboni, potrebbe essere il termine con il quale i Greci chiamavano le navi mercantili non greche che circolavano ai tempi in cui furono composti i poemi omerici.
Particolare della collina di Hissarlik, dove un tempo sorgeva Troia
(Foto: magnoliabox)
Tiboni rafforza le prove archeologiche con altre di carattere letterario. Nell'unico passaggio dell'Odissea in cui si parla dell'inganno del cavallo, i versi che descrivono la struttura di legno sono molto generici e non citano nessuna parte anatomica dell'animale. Al contrario, molte delle espressioni usate da Omero in quei versi hanno molto più senso se riferite a una nave.
Nel verso 504, il cantore che sta narrando la caduta di Troia davanti a Odisseo racconta che i Troiani "trascinarono" il cavallo fino all'acropoli della città, come leggiamo nelle traduzioni in italiano. Il verbo greco "eruo" viene spesso utilizzato da Omero per descrivere l'azione di tirare in secco le navi. L'aggettivo "koilos", che vuol dire concavo, ricorre due volte nel giro di una ventina di versi per descrivere il cavallo. In molti autori greci successivi è, invece, associato alle navi. L'aggettivo "durateos", riferito al cavallo, significa "composto da placche di legno". Le "durata", nella successiva tradizione greca, sono le tavole con cui si costruiscono diversi mezzi di trasporto fra cui le navi (la radice delle due parole è la stessa che in inglese ha generato la parola "tree", albero).
I vari strati della città di Troia (Foto: Ancient-Wisdom)
Per questi motivi Tiboni sostiene che prove letterarie ed archeologiche dimostrino che nel descrivere il cavallo di Troia Omero abbia avuto in mente una nave e non un cavallo vero e proprio. Il fatto che molti abbiano credo a quest'ultima ipotesi, nel corso dei secoli, è dovuto a Virgilio che nell'Eneide traduce le parole greche "durateos hippos" come "equus ligneus", il cavallo di legno.
La parte che più convince dello studio di Tiboni è quella relativa all'esistenza di navi-hippos nel Mediterraneo nel periodo in cui si pensa si siano formati i poemi omerici. Ma ci sono, a detta degli esperti, anche delle forzature, nella teoria di Tiboni. Per esempio il riferimento del termine hippos ad un meccanismo navale non è molto chiaro nei versi omerici che, del resto, non fanno riferimento esplicito a navi non greche o fenicie chiamate hippos, malgrado Omero utilizzi un lessico marittimo molto ricco e indulga spesso nella dettagliata descrizione di imbarcazioni e materiali navali.
Anche dal punto di vista narrativo, inoltre, c'è qualche perplessità: perché i Greci avrebbero costruito proprio una nave nella speranza che venisse portata dentro alle mura? E perché avrebbero costruito un modello esotico qual'era un'imbarcazione fenicia? Un vaso rinvenuto sull'isola di Mykonos nel 1961 e datato al 670 a.C., poi, raffigura gli eroi greci nascosti nella pancia di un cavallo.
Nell'Iliade Omero fa cenno alle "cuciture" delle navi greche, oramai fradicie, che avrebbero costretto i prodi ad affrettare il ritorno in patria. I posteri e i traduttori hanno spiegato che con cuciture si intendevano le funi e le vele, il degradarsi di questi accessori, però, non sarebbe stato così grave da costringere gli Achei al rimpatrio. "In realtà - afferma Tiboni - molti traduttori di Omero ignoravano che il fasciame delle navi greche fosse veramente cucito con grossi punti a croce di fibre vegetali, cosa che noi oggi sappiamo grazie ai relitti antichi. La decomposizione di queste cuciture, pericolosissima per l'integrità di tutto lo scavo, avrebbe richiesto migliaia di ore di lavoro per ricostruire quasi dal nulla le imbarcazioni: per questo gli Achei non avevano altra alternativa che concludere la guerra".

Fonti:
ilpost.it
lastampa.it

In mostra le lamine d'oro di Tutankhamon

Una delle lamine d'oro di Tutankhamon (Foto: english.ahram.org.eg) Il Ministro Egiziano delle Antichità , Khaled el-Enany , ha inau...