domenica 15 ottobre 2017

Emergono altri frammenti del colosso di Psammetico I

Parte posteriore del pilastro del faraone Psammetico I
(Foto: Ministero delle antichità)
La missione archeologica egiziano-tedesca ha scoperto la maggior parte di un colosso appartenente al faraone Psammetico I (664-610 a.C.) della XXVI Dinastia, durante gli scavi presso il tempio di Heliopolis, nella zona di Suk Al-Khamis Matariya ad est del Cairo.
Il responsabile del Dipartimento delle antichità egizie e capo della missione di scavo egiziana, Aymen Ashmawy, ha affermato che la missione congiunta ha portato alla luce circa 1.920 blocchi di quarzite che si trova nella parte inferiore del colosso. I blocchi ritrovati rivelano la maggior parte del gonnellino del faraone, delle gambe e delle dita dei piedi. Gli studiosi ritengono che il colosso sepolto sia stato costruito in posizione eretta e non seduta.
Dita dei piedi del colosso di Psammetico I
(Foto: Ministero delle antichità)
Gli scavi si sono concentrati nel punto in cui giaceva la parte superiore del colosso di Psametico, trovato dalla missione nel marzo 2017. Si ritiene che la statua sia stata distrutta in un'epoca non ancora identificabile e che i suoi frammenti siano sparsi in un raggio di 20 metri. Gli archeologi hanno scoperto anche numerosi blocchi di granito che appartengono ad altre statue, tra le quali una del faraone Ramses II, una del dio Rahurakhti e di altri ancora non identificabili. Nella prossima stagione archeologica gli studiosi contano di scoprire ulteriori particolari riferibili alla parte inferiore del colosso.
Tra le parti emerse durante gli scavi dell'ultima campagna archeologica vi è un pilastro sulla cui parte posteriore è inciso il nome di Horus, divinità sacra a Psammetico I, un fatto che non fa che confermare che il colosso scoperto raffigura proprio questo faraone e non il faraone Ramses II, come suggerito da alcuni studiosi. Gli archeologi hanno trovato anche un gigantesco frammento dell'occhio di Horus, probabilmente parte di una grande statua del dio Rahurakhti, alta forse sei metri, il che, se fosse confermato, la renderebbe la più alta statua di questa divinità finora ritrovata in Egitto.
I reperti appartenenti al colosso di Psammetico I sono stati portati al Museo egiziano Grand (GEM) per la pulizia e il restauro. Una volta che lo studio sui reperti sarà terminata, sarà messo a punto un piano per ricostruire le parti del colosso al fine di esporlo all'interno dello stesso GEM.
La parte superiore del colosso, un torso e la gran parte della testa e della corona regale, è attualmente esposta nel giardino del Museo egizio di Tahrir. Fino alla loro scoperta, i resti giacevano in una zona nelle vicinanze di suk Al-Khamis, in un luogo affollato ed umido. Al-Matariya era, un tempo, la capitale dell'Egitto, nella quale vennero eretti, dai faraoni, diversi monumenti. A causa della vicinanza del sito all'insediamento umano, la zona è stata, nei millenni, oggetto di pesanti distruzioni, a partire dal tardo periodo romano al periodo mamelucco fino ad oggi. Blocchi di antichi templi presenti, un tempo, nella zona, sono stati riutilizzati per costruire diversi monumenti della vecchia cittadella de Il Cairo.

Fonte:
Ahram Online

Un'iscrizione può gettare luce sui Popoli del Mare?

L'iscrizione Luvia copiata dall'archeologo Georges Perrot e pervenuta
nelle mani di James Mellaart a Beykoy in Turchia. (Foto: J. Mellaart)
E' stata recentemente decifrata una lastra di pietra di 3200 anni fa, recante un'epigrafe che narra le gesta di un principe troiano e che potrebbe riferirsi ai misteriosi Popoli del Mare. L'iscrizione è lunga 29 metri e descrive l'ascesa di un regno potente chiamato Mira, che portò avanti una campagna militare condotta da un principe proveniente da Troia, di nome Muksus.
L'iscrizione è stata incisa utilizzando un'antica lingua chiamata Luvio, che può essere tradotta, attualmente, solo da pochi studiosi al mondo. Tra questi Fred Woudhuizen, studioso indipendente, che ha decifrato l'antica e misteriosa iscrizione.
Se l'inscrizione risultasse autentica, getterebbe luce su un periodo in cui una confederazione di popoli, che gli studiosi moderni chiamano Popoli del Mare, distrusse regni e città di tutto il Medio Oriente. Il regno di Mira era tra quelle genti, i Popoli del Mare, impegnati nella campagna militare nel Medio Oriente. L'iscrizione narra di come il sovrano Kupantakuruntas fondò e rafforzò il regno di Mira, situato nell'attuale Turchia occidentale. Mira era controllata da Troia, anch'essa situata in Turchia. Nell'iscrizione compare anche il principe troiano Muksus, che, secondo quanto vi è scritto, condusse una spedizione navale che riuscì a conquistare la città di Ashkelon, situata nell'attuale Israele.
L'iscrizione descrive i dettagli del percorso che portò al trono Kupantakuruntas al trono di Mira. Suo padre, Mashuittas, prese il controllo della città di Troia dopo un re troiano di nome Walmus. Poco dopo Mashuittas reintegrò Walmus sul trono della città in cambio della sua lealtà a Mira. Kupantakuruntas divenne re di Mira dopo la morte di suoi padre e riprese il controllo di Troia pur non essendone sovrano. Nell'iscrizione Kupantakuruntas descrive se stesso come una sorta di protettore di Troia, appellandosi ai futuri governanti di Troia affinché sorveglino Wilusa (nome antico di Troia) come ha fatto il grande sovrano di Mira.
L'iscrizione, purtroppo, non esiste più, poiché è stata distrutta nel XIX secolo, ma sono state trovate delle registrazioni della stessa nella tenuta di un famoso archeologo scomparso nel 2012, James Mellaart, il quale aveva scoperto diversi siti antichi, il più famoso dei quali è Catalhoyuk, insediamento risalente a 9500 anni fa in Turchia, forse la più antica città del mondo.
Mellaart lasciò istruzioni affinché l'iscrizione fosse tradotta da altri studiosi, nel caso in cui non fosse riuscito a farlo lui prima di morire. Alcuni ricercatori hanno sollevato obiezioni sull'autenticità dell'iscrizione, adombrando l'ipotesi che essa sia stata creata dallo stesso Mellaart. Secondo le note di quest'ultimo, l'iscrizione venne copiata nel 1878 da un archeologo, tale Georges Perrot, vicino al villaggio turco di Beykoy. Poco dopo gli abitanti del villaggio utilizzarono la pietra come materiale da costruzione di una moschea. Uno studioso di nome Bahadir Alkim, morto nel 1981, riscoprì il disegno di Perrot e ne fece una copia che, a sua volta, venne copiata da Mellaart e che ora è stata decifrata dal team svizzero-olandese.

Fonte:
livescience.com
Uno dei frammenti di tessuto in seta e filo d'argento scoperti
a Birka e Gamla Uppsala (Foto: bbc.com)
Ricercatori svedesi hanno trovato caratteri arabi intessuti sugli abiti di una sepoltura all'interno di una barca vichinga. La scoperta solleva nuovi interrogati sull'influenza dell'Islam in Scandinavia. Gli abiti erano in deposito da più di un secolo, catalogati come semplici corredi funerari di epoca vichinga.
Il nuovo esame sui capi di abbigliamento - risalenti al IX e al X secolo - ha portato a nuove ipotesi sui contatti tra il mondo vichingo e quello musulmano. Le parole ricamate con filo d'argento sui tessuti sono, in particolare, Allah e Alì. La scoperta è stata fatta dall'archeologa Annika Larsson dell'Università di Uppsala mentre stava riesaminando i resti di abiti contenuti in alcune sepolture sia maschili che femminili, scavate a Birka, in Svezia, nel XIX secolo. Altri frammenti, rinvenuti anch'essi nelle sepolture, rimandano a contatti con il mondo dell'Asia centrale, la Persia e la Cina.
L'anello vichingo con iscrizione kufica "per Allah", ritrovato in una sepoltura
femminile di IX secolo d.C. (Foto: G. Hildebrand, Museo di Storia Svedese)
L'archeologa ha finora trovato i due nomi, Allah ed Alì, su almeno dieci dei 100 pezzi che sta esaminando. Tra i dubbi che si stanno analizzando in merito alla presenza di lettere arabe in sepolture vichinghe, vi è quello che vi possano essere stati dei vichinghi di religione islamica. Del resto l'esame del Dna effettuato sui resti di alcuni defunti, ha individuato uomini e donne provenienti dalla Persia, dove l'Islam era la religione predominante.
I contatti tra il mondo vichingo e quello musulmano è attestato da numerosi resoconti storici e dalla scoperta di monete islamiche in tutto l'emisfero settentrionale. Due anni fa i ricercatori hanno riesaminato un anello d'argento rinvenuto in una sepoltura femminile e vi hanno trovato incisa la frase "per Allah", inciso sulla pietra ornamentale. Il testo era kufico, sviluppato nella città irachena di Kufah, nel VII secolo d.C., una delle prime scritture arabe in cui fu composto il Corano. Viceversa il nome di Alì non era mai stato rinvenuto finora.
Alì era ed è un nome piuttosto diffuso, nell'Islam, si rifaceva al nome del cugino e genero di Maometto, del quale aveva sposato la figlia Fatima. Gli Sciiti consideravano Alì come il vero erede spirituale del profeta. Alcuni ricercatori ritengono che le scritte siano, in realtà, un errore di copiatura, poiché il nome Alì non accompagnato dalla frase Allah waly, che vuol dire "amico di Allah", non ha valore.

Fonte:
bbc.com

domenica 8 ottobre 2017

Tell el-Amarna, trovata una scultura di Akhenaton

La testa di Akhenaton appena ritrovata
(Foto: english.ahram.org.eg)
Una missione archeologica anglo-egiziana, della Cambridge University, ha scoperto una testa in gesso pertinente, molto probabilmente, una statua del faraone Akhenaton durante i lavori di scavo a Tell el-Amarna, nel Governatorato di Minya, in Egitto.
La testa è alta 9 centimetri, lunga 13,5 e larga 8 ed è venuta alla luce durante i lavori di scavo nella prima sala del grande tempio di Aton a Tell el-Amarna. La scoperta può gettare nuova luce sulla città che fu capitale dell'Egitto durante il regno di Akhenaton, faraone della XVIII Dinastia, il cui regno fu uno dei più controversi nella storia dell'antico Egitto. La missione dell'Università di Cambridge è diretta dall'archeologo Barry Kemp, che aveva iniziato gli scavi a Tell el-Amarna nel 1977, in diversi siti della città quali il villaggio di Al-Ahgar, il palazzo settentrionale.
Tell el-Amarna si trova a circa 12 chilometri a sudovest della città di Minya e contiene le rovine della città fatta costruire da Akhenaton e da sua moglie Nefertiti. Qui sorgevano, un tempo, sepolture, palazzi e magnifici edifici templari.

Fonte:
english.ahram.org.eg

Antikythera, emerge un braccio di bronzo

Il braccio di bronzo scoperto nelle acque di Antikythera
(Foto: Brett Seymour/EUA/ARGO 2017)
Gli archeologi subacquei hanno recuperato un braccio in bronzo dall'antico e, oramai, famoso naufragio avvenuto nei pressi dell'isola greca di Antikythera. Sui fondali marini si trovano ancora almeno sette statue di inestimabile valore.
I ricercatori hanno trovato il braccio, incrostato e coperto da una patina verde, sotto mezzo metro di sedimenti nei pressi dei resti del naufragio della nave. Quest'ultima raggiungeva la ragguardevole lunghezza di circa 50 metri ed era diretta dall'Asia Minore a Roma. Il naufragio si verificò nel I secolo a.C.
Il reperto è stato scoperto grazie ad un rilevatore di metalli subacqueo, che ha individuato anche la presenza di altri grandi oggetti metallici nelle vicinanze del luogo del ritrovamento. L'archeologo greco Alexandros Sotiriou, subacqueo che fa parte del progetto di esplorazione subacquea promosso dall'Eforato greco per le antichità sommerse, ha affermato che sono almeno sette, se non addirittura nove, le statue ancora occultate dai sedimenti e dai massi che, molto probabilmente, sono piovuti in mare ed hanno contribuito ad occultare il relitto dopo il terremoto che ha scosso Antikythera e le isole circostanti nel IV secolo d.C.
Il braccio in bronzo, per l'esattezza si tratta di un braccio destro, appartiene con tutta probabilità alla statua di un uomo. Tra gli altri oggetti recuperati dai subacquei vi è una lastra in marmo rosso, un boccale d'argento, sezioni di legno che tenevano insieme il telaio della nave ed un osso umano. Lo scorso anno la stessa spedizione archeologica subacquea ha scoperto cranio, denti, costole ed altre ossa di un individuo morto nel naufragio. Sono stati fatti gli esami del Dna e si è potuto sapere che l'individuo era di sesso maschile. Una tazza, sepolta dai detriti accanto al corpo dell'uomo, reca inciso, assieme a scene erotiche, il nome di Pamphilos.
Il disco bronzeo recuperato dai fondali di Antikythera
(Foto: Brett Seymour/EUA/ARGO 2017
Nel 1900 emersero, dalle acque di Antikythera, i pezzi di un bellissimo bronzo ellenistico chiamato, in seguito, il giovane di Antikythera. La statua si trova, oggi, nel Museo Archeologico Nazionale di Atene, a fianco di un impressionante testa bronzea denominata il filosofo di Antikythera. Entrambi i reperti risalgono al IV secolo a.C. ed hanno sollevato il problema su come possano essere arrivati su una sfortunata nave 300 anni più tardi.
L'industria del riciclaggio del bronzo, in epoca classica ma anche in epoca medioevale, godeva di notevole fortuna. Molti dei migliori esemplari di statue bronzee che ora sopravvivono, infatti, sono state recuperate da naufragi. Le sculture in bronzo antiche sono molto rare, dal momento che in antichità era d'abitudine riciclare il metallo. Il recupero delle statue ancora sepolte nei fondali di Antikythera richiederà uno sforzo massiccio. E' necessario, anzitutto, rimuovere i massi che occultano i reperti, oppure forare la roccia e riempirla di malta, che fa in modo che la pietra si espanda. Un'altra opzione è di rompere i massi con piccole cariche, utilizzate per recuperare le persone intrappolate nelle grotte sottomarine.
Oltre alle statue, i fondali di Antikythera hanno restituito un disco bronzeo che sembra corrispondere, per dimensioni, alle ruote degli ingranaggi del meccanismo di Antikythera, del quale non sono stati ancora recuperati tutti i componenti. Indagini con i raggi x hanno rivelato l'immagine di un toro, il che farebbe pensare ad un elemento decorativo più che ad un ingranaggio.

Fonte:
theguardian.com

Saqqara: l'obelisco della regina

Il frammento di obelisco di Anknespepi II (Foto: english.ahram.org.eg)
Una missione archeologica franco-svizzera che sta lavorando nella necropoli di Saqqara sotto la direzione del Professor Philippe Colombert dell'Università di Ginevra, ha riportato alla luce la parte superiore di un obelisco dell'Antico Regno, appartenente alla regina Ankhnespepi II, madre del faraone Pepi II (VI Dinastia, 2350 a.C. circa).
La parte tornata alla luce è in granito rosso e misura circa 2,5 metri di lunghezza, si tratta del più grande frammento di obelisco dell'Antico Regno scoperto finora. Gli studiosi stimano a 5 metri l'altezza dell'obelisco quando era ancora intatto. Il manufatto è stato trovato nei pressi del lato orientale della piramide e del complesso funerario della regina Ankhnespepi II, il che conferma l'ipotesi che sia stato rimosso dalla sua posizione originale, che si trovava all'ingresso del tempio funerario.
"Le regine della VI Dinastia avevano solitamente due piccoli obelischi nei pressi dell'ingresso del loro tempio funerario, ma questo obelisco è stato trovato piuttosto distante dall'ingresso del complesso di Ankhnespepi II", ha affermato Mostafa Waziri, Segretario Generale del Consiglio Supremo delle antichità. Egli suggerisce che potrebbe essere stato spostato da scalpellini vissuti in epoca successiva. La maggior parte della necropoli, infatti, venne utilizzata come cava durante il Nuovo Regno ed anche nel periodo tardo.
L'obelisco reca un'iscrizione, su uno dei lati, che sembra essere la titolatura e il nome di Ankhnespepi II. Se così fosse, Ankhnespepi II sarebbe la prima regina il cui nome si trova iscritto in un elemento del suo tempio funeraria. Prima di questa regina le iscrizioni era incise solamente sulle piramidi dei faraoni.
Il Professor Colombert ha affermato che sulla parte superiore dell'obelisco c'è una piccola deviazione che sta ad indicare che la punta (pyramidion) era coperta con lastre di metallo, probabilmente lamine di rame o d'oro, che rendevano l'obelisco luccicante sotto i raggi del sole.
Ankhnespepi II aveva sposato Pepi I e, alla sua morte, sposò il figlio di questi, Merenre, dal quale ebbe il futuro faraone Pepi II. Merenre morì quando suo figlio aveva appena sei anni e Ankhnespepi II divenne reggente ed effettivo sovrano del Paese.

Fonte:english.ahram.org.eg

sabato 30 settembre 2017

Turchia, la "necropoli dei bambini" restituisce altri reperti

Alcune delle offerte trovate nelle sepolture infantili in Turchia
(Foto: AA)
Giocattoli del periodo ellenistico sono stati scoperti all'interno di sepolture, appartenenti a bambini, nella città portuale di Parion, situata nella parte nordoccidentale della provincia di Canakkale, in Turchia. I giocattoli, unitamente ad altri oggetti, sono stati rinvenuti durante gli scavi dell'antico sito, scavi diretti dal Professor Hasan Kasaoglu, dell'Università Ataturk. I giocattoli erano offerte per i morti.
Il Professor Kasaoglu ha evidenziato che figurine femminili sono state trovate in tombe femminili e figurine maschili in quelle di ragazzi. Duemila anni fa le bambine giocavano, proprio come oggi, con bambole di terracotta molto simili alle moderne Barbie, insomma. Nelle sepolture sono state trovate anche figurine mitologiche e di animali. All'interno della stessa necropoli, inoltre, proprio quest'anno, è stato scoperto un antico biberon.
Parion, chiamata anche Parium, era un'antica città greca fondata nel 709 a.C.. Aveva due porti principali durante l'epoca romana ed era la principale stazione doganale per merci associata al porto di Istanbul.

Fonte:
dailysabah.com

Belize: un'antica città e il gioco della palla...

Una delle lastre di pietra trovate a Tipan Chen Uitz, in Belize
(Foto: Christophe Helmke)
Le perdute rovine maya di Tipan Chen Uitz, in Belize, stanno cominciando a rivelare i loro segreti. Ultimamente gli archeologi hanno scoperto due lastre di pietra raffiguranti due giocatori di palla, lastre che dovevano essere collocate, probabilmente, nei pressi di un palazzo. Questa scoperta rafforza l'idea che i Maya ritenevano molto importanti le partite di palla che, del resto, li portavano in qualche modo in contatto con le altre comunità della loro vasta rete.
A Tipan Chen Uitz vivevano, un tempo, migliaia di Maya. Tra le rovine vi sono i resti di un campo per il gioco della palla e di un complesso palaziale molto impressionante. Secondo gli archeologi i due ambienti erano correlati. Le due raffigurazioni di giocatori di palla sono state scoperte nel 2015 e sono state le prime del genere scoperte in Belize. Entrambe le lastre recano didascalie geroglifiche e si pensa risalgano ad un periodo compreso tra il 600 e l'800 d.C.
La lastra con il giocatore pronto a lanciare una palla
(Foto e disegno: Christophe Helmke)
Queste lastre potrebbero raffigurare una partita giocata all'interno del campo pertinente il palazzo. I geroglifici posti sotto le figure dei giocatori non sono ancora molto chiari, non si capisce se si riferiscano alla lunghezza della striscia in lattice utilizzata per fare la palla o alla circonferenza di quest'ultima. C'è anche una data che è stata riconosciuta come il 18 maggio del 716 d.C. e glifi che si rifanno al verbo "afferrare" e il nome del giocatore.
La seconda lastra giaceva a faccia in su ma è mancante di un terzo. Vi è rappresentato un uomo che indossa una cintura tipica del gioco della palla, che, inginocchiato e con la mano sinistra a terra, sta tentando di colpire una palla. Il nome di questo giocatore è stato già trovato su una lastra nel sito maya di Naranjo, in Guatemala. Probabilmente si tratta dello stesso individuo e questo confermerebbe le ipotesi di contatti tra i due centri maya.
La città di Tipan Chen Uitz fu sede di una corte reale piuttosto influente, che poteva pagare abili artisti che scolpissero ed iscrivessero i nomi dei partecipanti al gioco della palla. Forse Tipan Chen Uitz era legata, con vincoli di vassallaggio, a Naranjo, il cui re era fedele ai signori di Calakmul, un sito molto grande situato in Messico.

Fonte:
livescience.com

Nuovi scavi e nuove scoperte ad Ischia

Gli archeologi alle prese con il nuovo scavo ad Ischia
(Foto: N. Burkhardt e S. Faust)
Muri di blocchi di pietra levigati e sistemati con sapienza. E poi altri muri di pietre messe assieme alla rinfusa, ma comunque compatte. E tanti frammenti di ceramica fine, belli e decorati che non lasciano dubbi sulla datazione: a Ischia, proprio a fianco di Villa Arbusto dove ha sede il Museo Archeologico dell'isola, stanno venendo alla luce tracce di chi vi abitò dall'VIII secolo a.C. fino alla fine del VI secolo a.C.
Tracce che potrebbero portare ulteriori conferme a quanto intuito già dagli anni '50 del secolo scorso da Giorgio Buchner, il paladino delle ricerche archeologiche sull'isola, e cioè che Pithecusae, l'insediamento fondato dai Greci d'Eubea sull'isola, fu davvero la prima colonia greca d'Occidente, come aveva scritto già lo storico romano Tito Livio. Che Pithecusae fu grande e importante, e non un semplice scalo commerciale come da varie parti si sospetta ancora.
A suo tempo Buchner trovò una delle necropoli di Pithecusae nella baia di San Montano, trovò l'acropoli sul soprastante Monte di Vico, e di là della valle rispetto al monte, sulla collina di Mezzavia, trovò un'officina per la lavorazione dei metalli. Ma era forte la sua convinzione che proprio su quella collina vi fosse tutta la parte abitata di Pithecusae.
Il team tedesco che sta lavorando agli scavi di Ischia
(Foto: N. Burkhardt e S. Faust)
E infatti negli anni '90, mentre stava lavorando all'allestimento del Museo che occupa il cuore della collina, andò a dare un'occhiata all'area a fianco della villa, dove il Comune di Lacco Ameno progettava di costruire un centro congressi. Vide subito dei frammenti di ceramica dentro una fossa per conigli, una di quelle fosse dove gli ischitani allevano i conigli per fare robuste le loro carni. E bloccò subito il centro congressi.
Da allora, però, nessuno ha più indagato l'area, lasciata nel più completo abbandono. Anzi, con tempo è diventata una sorta di discarica che non fa certamente bella mostra di sé accanto alla Villa-Museo. Ma ora finalmente il Comune l'ha in parte ripulita, per consentire un nuovo scavo. Ora, infatti, sono giunti a Ischia gli archeologi tedeschi Nadin Burkhardt dall'Università Cattolica di Eichstaett e Stephan Faust dall'Università di Oxford che, con un'équipe nutrita di specialisti e studenti, e grazie al finanziamento della Fritz Thyssen Stiftung, hanno deciso di indagare proprio lì.
Da due anni, nel mese di settembre, Burkhardt e Faust scavano coi rifiuti accanto, caparbi come i tedeschi sanno essere. Ma anche perché sanno che quanto stanno portando alla luce è eccezionale. Non è ancora chiaro a cosa appartenessero i muri, se a terrazzamenti o edifici. Diversi indizi parrebbero indicare che lì vi era un'area sacra: Burkhardt elenca i molti frammenti di tegole dipinte, quelli di louteria (bacini usati per contenere acqua durante i rituali), di scodelle per i pasti rituali, o lo scarabeo egizio. Ma parla anche di frammenti di pesi da telaio e di grandi contenitori per cibo in ceramica, che potrebbero rivelare la presenza di abitazioni importanti.
Solo la prosecuzione delle indagini potrà farci capire cosa esattamente sta venendo alla luce, ma già ora l'entusiasmo è palpabile tra l'équipe di ricerca e inquieta pensare all'indifferenza che ha regnato finora in quel luogo.

Fonte:
archeostorie.it

mercoledì 27 settembre 2017

Iraq, ritrovata una città perduta

Il mosaico di Alessandro che sconfigge Dario III a Gaugamela
(Foto: Wikimedia Commons)
Affacciata alle rive di un lago, nel nord dell'odierno Iraq, aveva fortificazioni, templi e vigneti: questi ultimi particolarmente importanti, perché la sua reputazione di centro vinicolo era piuttosto nota al tempo di Alessandro Magno. Ma Qalatga Darband, un avamposto greco fondato nel 331 a.C., era una "città perduta", di cui si erano perse completamente le tracce.
Adesso sono state ritrovate, quelle tracce, da una squadra di archeologi del British Museum. Grazie a due fattori, essenzialmente: una relativa pace per la prima volta da un quarto di secolo nella regione in cui si trova e l'uso di fotografie scattate da droni, con tecniche che permetto di "leggere" cosa c'è sotto terra.
Gli studiosi inglesi avevano individuato i contorni di una città scomparsa già nel 1996, analizzando immagini riprese da satelliti spia americani per scopi militari negli anni '60. All'epoca, tuttavia, era impossibile aprire scavi archeologici sul posto: quella parte dell'antica Mesopotamia era sotto il controllo di Saddam Hussein. Recentemente la situazione nell'area è migliorata e gli Indiana Jones londinesi, approfittando di un finanziamento da tre milioni di sterline per aiutare l'Iraq a recuperare antichi tesori minacciati dalla guerra, hanno potuto finalmente visitarla e iniziare a scavare.
Le foto dei droni hanno aiutato gli archeologi ad identificare il perimetro della città sepolta sotto secoli di detriti. "E' una tecnica nuova, fondata sull'analisi dei segni dei raccolti agricoli, che non era ancora stata utilizzata in archeologia", spiega il Professor John McGinnis, direttore dell'Iraq Emergency Heritage Programme, al Times di Londra. "Nei punti in cui ci sono mura sotterranee, il grano non cresce bene come altrove, per cui si notano diversità di colori nelle coltivazioni". Il primo ad emergere è stato un ampio edificio rettangolare. L'indizio da cui i ricercatori sono risaliti all'identificazione di Qalatga Darband.
Avviati gli scavi, gli archeologi hanno portato alla luce almeno due statue, una di una figura femminile che potrebbe essere Persefone, dea dell'agricoltura e moglie di Ade, l'altra di un nudo maschile che potrebbe essere Adone, simbolo divino della fertilità. Altri reperti hanno consentito di disegnare una mappa della città, seguendo il percorso del muro che la cingeva e di case, monumenti, empori, incluse pietre che servivano alla lavorazione del vino.
"Pensiamo che fosse una cittadina con una vigorosa attività economica sulla strada fra Iraq e Iran", dice il Professor McGinnis. "Su quella strada passò l'esercito di Alessandro Mgano, dopo aver sconfitto Dario III di Persia nella battaglia di Gaugamela. E si possono immaginare i suoi successori che ci si fermavano a rifocillarsi e a bere".

Fonte:
repubblica.it

Torino, trovati i resti di un edificio termale romano

Il pavimento musivo con l'effige di Atteone (Foto: La Stampa)
Nel corso dei lavori di restauro del convento di Sant'Agostino tra via delle Orfane e via Santa Chiara, nel cuore della città romana di Augusta Taurinorum, sono emersi ritrovamenti archeologici di eccezionale consistenza. Si tratta di un vasto piano di epoca romana imperiale, risalente ad un periodo compreso tra il I e il III secolo d.C., verosimilmente utilizzato come locali commerciali o pubblici, con decorazioni a mosaico rappresentanti la figura mitologica del cacciatore Atteone, sbranato dai suoi cani.
Il sito del ritrovamento è il cantiere di restauro del convento per la sua trasformazione in condominio contemporaneo. La scoperta è di grande rilevanza per la città e segue i recenti ritrovamenti sempre di epoca romana del team dell'architetto Cino Zucchi, in corrispondenza di Corso Brescia e via Bologna, nell'area del nuovo centro direzionale Lavazza.
Gli ambienti romani, particolarmente ben conservati, sono posizionati nel settore sudorientale dell'area: l'ipotesi è che si tratti di stanze e pavimentazione di interni ed esterni di un'area termale. Nello specifico sono quattro vani rettangolari e affiancati, che si affacciano su un cortile porticato, testimoniato dai resti di una colonna in laterizi rivestita da stucco scanalato, con ampie soglie in pietra nelle quali sono visibili impronte che potrebbero corrispondere a cancelli lignei di chiusura.
La completa apertura dei tre vani meridionali sul lato orientale sembra escludere che si tratti di una domus di abitazione, ipotizzando piuttosto l'utilizzo pubblico e commerciale. Gli ambienti conservano decorazioni a mosaico di cui la più apprezzabile risulta quella del settore ovest del grande vano meridionale, circa metri 10 x 6, raffigurante un emblema con tessere di mosaico bianche e nere, nel quale è probabilmente rappresentata la figura mitologica di Atteone.
Il progetto Quadrato del Gruppo Building, recupero del convento di Sant'Agostino, è ubicato in una posizione strategica, si articola su cinque piani fuori terra, un piano sottotetto ed un piano interrato; comprende un ampio cortile interno e fa parte del più vasto complesso conventuale degli Agostiniani realizzato a metà del XVI secolo. I locali sono stati occupati dall'ex conservatorio e successivamente dal tribunale, sezione civile. 

Fonte
lastampa.it

Emergono altri frammenti del colosso di Psammetico I

Parte posteriore del pilastro del faraone Psammetico I (Foto: Ministero delle antichità) La missione archeologica egiziano-tedesca ha ...