martedì 27 settembre 2016

In attesa del teatro di Agrigento

(Foto: Corriere.it)
La notizia non è ufficiale, ma ormai ci sarebbero pochi dubbi: il teatro antico, greco-romano, c'è e tra un mese sarà portato alla luce. Almeno questa è la speranza del direttore del Parco Archeologico di Agrigento Giuseppe Parello che fatica a tenere la bocca chiusa: "Ne riparliamo il 10 ottobre quanto tutta l'area sarà scavata". Al suo nome e a quello dell'assessore ai Beni Culturali Carlo Vermiglio potrebbe essere legata la scoperta archeologica più attesa, più inseguita, quella del teatro che si annuncia grande e in una posizione che più bella non si può.
E' curioso che il sospirato teatro si faccia scoprire a due passi dagli uffici della sovrintendenza e dal museo: era lì, ma non verso il nord, dove si ostinavano a cercarlo, ma verso sud. "La conca c'è, il primo gradone della cavea gira perfettamente... tutto sembra iscritto in un ordine urbanistico perfetto", ripete Parello. Sembra così avviarsi a conclusione una lunghissima caccia al tesoro che ha appassionato e contrapposto gli studiosi e indispettito gli agrigentini: era inaccettabile per loro che l'antica e gloriosa Akragas, definita da Pindaro "la più bella città dei mortali", non avesse avuto un suo teatro.
Contro questo beffardo contrappasso si sono invocate da parte dei cultori di storia patria le innumerevoli testimonianze letterarie che attestano direttamente o indirettamente la presenza di una cavea teatrale nell'antica città greco-romana. Si comincia con Tommaso Fazello che a metà del '500 scrive di notare i resti del grande teatro non lontano dalla chiesa di San Nicola. Agli anni Trenta del Novecento Pirro Marconi, finanziato dal capitano inglese in pensione Alexander Hardcastle, scava in una conca poco a nord di San Nicola, ma non trova nulla che somigli ad un teatro.
Da quel momento in poi negli ambienti accademici l'interesse per il ritrovamento del teatro diventa secondario, mentre in quelli semicolti assume i caratteri di una ossessione, di una sfida. A cavallo tra gli anni '80 e '90 si torna a parlare di teatro e incautamente se ne annuncia l'imminente ritrovamento. Ma gli scavi escludono in quell'area la cavea antica; in compenso scoprono una grande piazza porticata dentro la quale si trova un tempio di età ellenistico-romana.
Niente teatro, allora, ma una nuova visione di tutta la zona che sembra profilarsi sempre di più come la vera agorà. Nel frattempo la gestione del luogo passa nelle mani del Parco che dà incarichi di studio e di ricerca al Politecnico di Bari. Un'equipe di studiosi guidati da Monica Liviadotti del Politecnico di Bari e da Luigi Calio dell'Università di Catania con le archeologhe del parco Valentina Caminneci, Maria Concetta Parello e Maria Serena Rizzo cataloga tutte le immagini di questa zona prodotte negli ultimi decenni e le sottopone ad analisi raffinate.
"Durante queste analisi emergono delle anomalie in una particolare zona: anomalie nel gergo dei ricercatori significa che c'è qualcosa sepolta in questa porzione di campagna" racconta il direttore Parello. In particolare le anomalie segnalano la presenza di una struttura semicircolare in un punto molto vicino alla chiesa di San Nicola, direzione sudest. Si decide di fare un piccolo e veloce saggio di scavo per verificare l'affettiva presenza della struttura. Emerge subito quello che potrebbe essere il gradone semicircolare più alto del monumento. Si scava anche in corrispondenza dell'eventuale scena, anche qui si trovano strutture coerenti con la possibilità del teatro. L'età apparente delle strutture emerse risalirebbe al periodo ellenistico-romano. Ma non ci sono i soldi per continuare. Si chiude tutto in attesa di uno scavo totale e definitivo della zona. Si ricomincia il 10 ottobre.

Fonte:
Corriere.it

Misteriose rovine nell'antico Sannio

L'antico Sannio
Sotto la superficie del Molise, nella valle del Tappino, sarebbero nascoste delle rovine romane. In passato la conformazione del terreno non ha permesso di individuarle né attraverso l'esplorazione sul terreno, né con la fotografia area. Il problema è ora stato superato grazie ai droni.
Questa regione era conosciuta dai Romani come Samnium, poiché vi abitavano i Sanniti, protagonisti, insieme con i Romani, di una lunga e sanguinosa guerra per il predominio sulla penisola. L'autore dello studio sul territorio molisano, Tesse Stek, archeologo del Mediterraneo presso l'Università di Leiden, nei Paesi Bassi, ha sottolineato che: "Il modo in cui fosse organizzata questa società di montagna rimane un mistero".
In precedenza erano stati rinvenuti, in via del tutto accidentale, due antichi templi della zona ma "non c'era una buona conoscenza di altri siti, come ad essempio villaggi, fattorie, ville, cimiteri e così via, che potrebbero dirci di più sugli antichi abitanti della zona che visitavano i locali luoghi di culto. Sembravano essere cattedrali nel deserto, per così dire", ha detto Stek.Una delle teorie sulla presenza dei templi era che servissero come stazioni stradali, luoghi di commercio lungo un percorso viario che vedeva passare tanto animali quanto merci. Un'altra teoria suggerisce, invece, che gli edifici religiosi segnassero la frontiera di un grande stato quale poteva essere quello degli antichi Sanniti.
Alcuni reperti trovati, in precedenza, nella zona, suggeriscono che le rovine che dovrebbero emergere dal terreno a breve, grazie anche all'utilizzo dei droni, risalgono in realtà ad un periodo molto esteso che va dal periodo romano classico - V secolo a.C. - sino ai primi secoli del medioevo - VII secolo d.C. - confermando, quindi, che la zona fosse più densamente abitata di quello che ci si aspettava.

Fonte:
amantidellastoria.com

domenica 25 settembre 2016

Inghilterra, il sarcofago troppo corto...

Il sarcofago ed il suo contenuto, scoperti nel Dorset
(Foto: Hills Quarry)
In una cava nel Dorset, Inghilterra, è stato rinvenuto lo scheletro di un antico romano con i piedi piegati all'indietro per meglio adattarsi alla bara. La scoperta è stata fatta a Woodsford, nei pressi di Dorchester, dove gli scavi archeologici proseguono da diversi anni. Lo scheletro appartiene ad un giovane di età compresa tra i 20 ed i 30 anni, si stanno effettuando delle analisi per capire cosa ne ha causato la morte.
Il sarcofago in cui giaceva lo scheletro è in calcare, lungo 1,80 metri. Da un primo esame delle ossa del defunto non sono emerse prove di malattie o di altre circostanze insolite che possono averne causato la morte prematura. Il Dottor Steve Ford, che fa parte dei ricercatori, ha affermato che la sepoltura in sarcofago era un uso comune in Italia ma piuttosto insolito in Gran Bretagna, dove è difficile trovare anche bare in legno di epoca romana. Un sarcofago in pietra rappresentava, in Gran Bretagna, un segno di prestigio sociale. Ne sono stati scoperti circa un centinaio, in Gran Bretagna, undici dei quali nel Dorset. Il Dottor Ford ha aggiunto che il sarcofago appena rinvenuto doveva essere stato riutilizzato, dal momento che era di diversi centimetri più corto rispetto al corpo che vi è stato trovato sepolto.

Fonte:
bbc.com

Scoperte numerose fornaci nel Parco Archeologico di Selinunte

Alcune delle fornaci scoperte a Selinunte
(Foto: palermo.repubblica.it)
Si estende su un'area di 1.250 metri quadrati, nella valle del Cottone, ha una lunghezza di 80 metri ed è l'industria di produzione di terrecotte e ceramiche più grande del mondo antico mai ritrovata quella che il team dell'Istituto Archeologico Germanico di Roma e dell'Università di Bonn, guidati dal Professor Martin Bentz, ha studiato attraverso scavi all'interno del Parco Archeologico di Selinunte.
E' inutile dire che di testimonianze come quella di Selinunte è piena la Sicilia e, più in generale, l'intero Meridione, testimonianze di un passato dove non esisteva alcuna "questione meridionale", quando non si era una periferia, ma il cuore pulsante dell'intera civiltà occidentale.
Sono due le fornaci, risalenti al V secolo a.C., finora riportate alla luce dagli archeologi nella valle del Cottone, in prossimità del fiume, ma dalle prospezioni geofisiche effettuate in tre sezioni dell'area sono state individuate diverse strutture circolari che, secondo gli studiosi, lasciano presagire la presenza di un complesso articolato che, per dimensioni e caratteristiche, doveva essere gestito a livello industriale. Tra le ipotesi, le fornaci più grandi venivano utilizzate per la produzione di tegole in terracotta mentre in quelle più piccole venivano realizzati vasi e altri oggetti.

Fonti:
lecodelsud.it
palermo.repubblica.it

I misteriosi geoglifi di Quilcapampa

Uno dei geoglifi più complessi mappati a Quilcapampa, in Perù
(Foto: Justin Jennings)
Decine di geoglifi circolari, alcuni dei quali rappresentano diversi anelli intrecciati tra loro, sono stati individuati e mappati vicino l'antica città peruviana di Quilcapampa, rivelando che questi disegni sono stati creati nei pressi di antiche vie commerciali. I geoglifi appena scoperti possono avere un significato simbolico, probabilmente alludono al flusso di persone e di merci che, nel tempo, hanno percorso le antiche vie commerciali che costeggiano. La scoperta è stata fatta da Justin Jennings, curatore presso il Royal Ontario Museum di Toronto.
Jennings ed i suoi colleghi hanno mappato i geoglifi di Quilcapampa, nella valle di Sihuas, utilizzando una combinazione di immagini satellitari, droni e rilievi a terra. Molti geoglifi hanno disegni semplici, altri sono più complessi. Un geoglifo presenta almeno sei grandi cerchi progettati in modo irregolare, con cerchi piccoli incorporati in cerchi più grandi. Altri geoglifi contengono cumuli di roccia chiamati cairns all'interno o accanto ad essi.
La maggior parte dei geoglifi sono stati ottenuti rimuovendo le pietre dalla superficie ed esponendo il terreno sabbioso sottostante. I ricercatori hanno datato molti di questi geoglifi al tardo periodo intermedio (1050-1400 d.C.). I geoglifi non sono l'unica testimonianza di arte che hanno lasciato le popolazioni di Quilcapampa. Numerosi sono gli esempi di arte rupestre (petroglifi) incisi sulle pareti delle rocce accanto a Quilcapampa e documentati in precedenza.
Resta il mistero sul perché il popolo di Quilcapampa utilizzasse così frequentemente questi geoglifi a cerchio. All'epoca non esisteva, in Perù, nessun sistema di scrittura, pertanto non sono arrivate a noi notizie sull'origine di questi disegni. Jennings ha affermato che molti di questi geoglifi si trovano in corrispondenza delle vie utilizzate anticamente per il commercio. All'epoca in cui fiorì la cultura di Quilcapampa c'era un notevole scambio tra la costa e l'entroterra. La circolazione di persone e merci era vitale per le popolazioni del luogo.

Fonte:
livescience.com

Riapre la più antica biblioteca del mondo

L'interno della biblioteca di Al Qarawiyyin, in Marocco
(Foto: La Repubblica)
Le donne continuano a rivestire un ruolo fondamentale nella storia della biblioteca di Al Qarawiyyin, a Fez, in Marocco. Fondata nell'859 da Fatima El Fihriya, figlia di un ricco mercante, Al Qarawiyyin è stata affidata recentemente ai restauri dell'architetto Aziza Chaouni, nata tra i vicoli dell'antica città marocchina.
I lavori, avviati nel 2012 per volere del Ministero della Cultura, dovevano essere portati a termine entro l'estate 2016 ma si sono protratti di qualche mese: le autorità assicurano però che prima della fine dell'anno la biblioteca, nota per essere la più antica al mondo, potrà accogliere nuovamente tra le sue sale studiosi e visitatori.
Per accedere alla biblioteca di Al Qarawiyyin - che ospita anche una moschea e un'università - si deve oltrepassare un'enorme porta di ferro dotata fin dall'antichità di quattro grossi lucchetti, ognuno dei quali si apre con una chiave differente. Al suo interno sono custoditi preziosissimi manoscritti, la cui integrità era stata messa a rischio negli ultimi secoli da polvere e umidità: due vere piaghe per testi che vantano centinaia di anni. Aziza Chaouni ha provveduto a dotare la struttura di un nuovo sistema fognario e di un sistema di canali sotterraneo in grado di drenare l'umidità.
La biblioteca, inoltre, è ora dotata di un laboratorio all'avanguardia in grado di trattare, preservare e digitalizzare gli antichi testi. I manoscritti più vecchi sono custoditi all'interno di una stanza speciale dotata di sensori che assicurano uno stretto controllo sulla temperatura interna; tra questi scritti il più antico è una copia del Corano risalente al IX secolo d.C. scritto su pelle di cammello nell'antica grafia cufica.

Fonte:
La Repubblica

sabato 24 settembre 2016

Il tesoro dei Goti di Pietroasele

La patera facente parte del tesoro di Pietroasele (Foto: artearti.net)
Il tesoro di Pietroasele è il nome dato ad un tesoro di manufatti aurei scoperto nel XIX secolo. Questi oggetti si trovavano in una sepoltura rinvenuta nei pressi del villaggio di Pietroasele, nel distretto di Buzau, in Romania, e sono stati datati al periodo gotico, tra la fine del IV e la metà del V secolo d.C.. Quello che contribuisce a rendere questo tesoro così importante è che questi oggetti permettono di comprendere come era articolata, all'epoca, la società gota. Una collana facente parte del tesoro, detta la torque di Buzau, reca inscritte delle lettere runiche che possono dire molto sulle credenze religiose precristiane dei Goti.
Particolare di una delle fibule del tesoro
(Foto: CC BY-SA 3.0)
Nel 1837 due contadini del villaggio di Pietroasele stavano estraendo del calcare per la costruzione di un ponte e proprio durante il loro lavoro si sono imbattuti nei preziosi oggetti, di cui fanno parte, oltre alla torque, una patera (una ciotola poco profonda utilizzata per le libagioni), una grande fibula a testa d'aquila tempestata di pietre semipreziose e una tazza. I contadini trattennero gli oggetti per venderli, in seguito, ad un commerciante albanese. Intenzione di quest'ultimo era di frantumare alcuni dei preziosi reperti per poterli vendere liberamente senza insospettire le autorità.
Nel 1838 le autorità competenti sono venute a conoscenza del ritrovamento e dell'esistenza del tesoro ed hanno sequestrato tutti gli oggetti. Dei 22 pezzi iniziali di cui era composto il tesoro, tuttavia, ne furono recuperati solo 12. Fu, quindi, fatto un primo restauro e il tesoro raggiunse presto la notorietà con la pubblicazione del suo ritrovamento e degli oggetti che lo componevano. Dopo varie vicissitudini, tra le quali un furto che ha danneggiato alcuni pezzi e un incendio, il tesoro venne inviato a Berlino per essere ancora una volta restaurato. Oggi il tesoro di Pietroasele è custodito nel Museo Nazionale di storia rumena di Bucarest.
Nella composizione del tesoro di Pietroasa rientrano due grandi categorie di pezzi: vasellame (un grande vassoio o lanx, una oinochoe, due vasi poligonali e un piatto) e gioielli (una collana con pietre incastonate, due collane d'oro, una con iscrizione, e quattro fibule). I dieci pezzi andati perduti erano probabilmente tre collane - una delle quali con iscrizione e un'altra simile a quella con pietre icastonate - un'altra oinochoe, una patera non decorata, una fibula e due paia di bracciali incastonati con pietre. Secondo gli antichi testi il vasellame metallico era un accessorio indispensabile nei banchetti festivi, mentre i gioielli erano sicuramente indice di un alto status sociale.
Particolare della figurina al centro della
patera (Foto: mondointasca.org)
Alcuni studiosi ritengono che il tesoro sia legato alla disfatta dei Goti di fronte all'invasione degli Unni nel 370 d.C., ma oggi questa data è considerata non corretta ed è stato accertato che gli oggetti d'oro sono stati accumulati nel tardo IV secolo d.C. e poi sepolti intorno alla metà del V secolo d.C.. Alcun hanno suggerito che il tesoro appartenesse ad Atanarico, capo della tribù gota dei Tervingi, vissuto nel IV secolo d.C.
Gli oggetti hanno fornito agli studiosi uno spaccato della vita dei Goti. Sulla patera, il pezzo meglio conservato dell'intero tesoro, sono visibili alcune figure che sono state interpretate come divinità germaniche con gli abiti e gli attributi delle divinità greche. Queste figure sono disposte intorno ad una figura femminile che si crede rappresenti una dea della fertilità, per cui il corteo sarebbe riconducibile al culto della Grande Madre Cibele oppure, secondo alcuni studiosi, ai misteri orfici o dionisiaci. Una delle divinità maschili reca una cornucopia e ha molte somiglianze con Ercole. Un esame più approfondito questo dio appare seduto su un trono a forma di testa di cavallo che lo contraddistingue come Donar, una divinità maschile germanica. Altre figure sono piuttosto difficili da identificare.
Le iscrizioni runiche sulla torque di Pietroasele contiene dei simboli identificati come appartenenti all'alfabeto Futhark antico. Al momento non ci sono pareri concordi sulla traduzione dell'iscrizione, anche se è stato suggerito che le rune potrebbero aver rappresentato una protezione magica per chi indossava il collare. Una delle interpretazioni più probabili è quella che consacra la collana al Giove dei Goti, il che ne fa un oggetto sacro elaborato e destinato ad un ambito cultuale.
La maggior parte dei testi runici in alfabeto Futhark è stato rinvenuto inciso su superfici dure quali la roccia, il legno o il metallo. Si ritiene comunemente che questo tipo di alfabeto sia un'adattamento di quello greco o etrusco, anche se la più antica delle iscrizioni runiche non è antecedente al III secolo d.C.. Le iscrizioni Futhark erano incise sia da sinistra verso destra che da destra verso sinistra, una caratteristica comune ad alfabeti molto antichi adottati in Grecia e all'alfabeto etrusco antecedente al III secolo a.C.
Il tesoro di Pietroasele è anche noto come "la Gallina dai pulcini d'oro", poiché le fibule che lo compongono sono ispirate alla forma di uccello: la grande fibula sarebbe la "gallina" e le altre i "pulcini". La grande fibula era un accessorio probabilmente destinato ad un abito maschile da cerimonia. I quattro pendenti che la caratterizzano la avvicinano alle fibule imperiali.

Fonti:
ancientscripts.com/futhark.html
romanarcheo.blogspot.com
dacia.org/history
ancient-origins.net

venerdì 23 settembre 2016

Il sepolcreto delle monache al di sotto della chiesa di Santa Chiara a Trani
(Foto: santachiaratrani.it)
Fra i preziosi complessi storico-architettonici di Trani vi è, senza dubbio, la chiesa di Santa Chiara, una delle testimonianze architettoniche più significative del XVI secolo.
La storia della chiesa è strettamente connessa a quella del monastero attiguo, fondato dall'ordine delle Francescane intorno al XIII secolo. Durante i lavori di restauro, condotti nel 2004, asportando delle marmette in cemento risalenti agli anni '60 del secolo scorso, sono emersi importanti elementi di valore storico. Innanzitutto, nella zona absidale, sono emerse tracce delle mura trecentesche del convento, abbattute nel 1928-1930. In prossimità del transetto è stata rinvenuta la parte basamentale di un portico composto da una pavimentazione in pietra e basi di pilastri quadrati, che precedono l'ingresso laterale del convento. Una camera a base squadrata e con volta a cupola, posta all'interno del portico, fungeva da camera sepolcrale del convento.
La scoperta più interessante è stata quella di alcune cisterne a campana, ben tredici, il cui imbocco era posto sul terreno, ad un metro e mezzo di quota dal livello stradale. Le cisterne sono profonde fino a nove metri.
La storia della chiesa di Santa Chiara si dipana lungo un periodo che va dal '300 ai primi anni del '900 e che presenta corpi di fabbrica di stili diversi sovrapposti o giustapposti. Probabilmente il monastero venne edificato nel XIII secolo quale sede dell'Ordine Religioso Femminile Francescano, una delle testimonianze è data da una cessione testamentaria del 1421. Le religiose che facevano parte di questa comunità provenivano prevalentemente da vecchie famiglie nobili tranesi.
Nel XV secolo il monastero venne inglobato in un nuovo complesso monumentale di tre piani, visibile ancor oggi, ma è solo nel XVI secolo che il complesso conventuale assume un aspetto più simile a quello odierno. Il monastero venne inglobato nelle mura cittadine e, più tardi, la comunità delle suore francescane si fuse con quella del monastero di San Giovanni, ospitando la comunità delle benedettine di S. Agnese e delle cistercensi di S. Paolo. La chiesa, pertanto, assunte il nome dei Santi Agnese e Paolo. Nel XVII secolo fu ampliato il transetto della chiesa e vennero realizzati gli altari nelle cappelle della navata e l'altar maggiore. Nel XVIII secolo le vaste proprietà, le donazioni e i lasciti testamentari consentirono al monastero di acquistare un ruolo importantissimo nella vita socio-economia di Trani, ruolo favorito anche dalla vicinanza alla porta occidentale della città.

Fonti:
santachiaratrani.it

Mummie antiche, mali moderni

La mummia di una nobildonna egiziana studiata allo scopo di comprendere
le cause della sua morte e le malattie di cui soffriva in vita
(Foto: Michael Miyamoto)
Testimoni silenziose del passato, le antiche mummie egizie possono portare a nostra conoscenza molti particolari della società alla quale appartenevano. In uno studio condotto dall'Università di Macquarie, i ricercatori sono riusciti ad identificare le proteine presenti nei campioni di pelle di alcune mummie di 4200 anni fa, provando la presenza di infiammazioni che avevano attivato il sistema immunitario ed anche le probabili tracce di un cancro.
I ricercatori hanno effettuato un'analisi proteomica su quattro campioni di pelle ed un campione del tessuto di un muscolo prelevati da tre antiche mummie del Primo Periodo Intermedio. "Abbiamo identificato numerose proteine che forniscono la prova dell'attivazione del sistema immunitario in due delle mummie, uno dei quali conteneva anche proteine che indica un'infiammazione piuttosto seria del tessuto, forse indicativa di un'infezione che può essere stata causa della morte dell'individuo", ha affermato il Professor Paul Haynes, del Dipartimento di Chimica e Scienze biomolecolari.
La Dott.ssa Jana Jones del Dipartimento di Storia Antica descrive il Primo Periodo Intermedio come il medioevo egizio. "E' stato contrassegnato da disordini politici, mutate condizioni economiche una grandissima siccità ed un altrettanto grave carestia", ha detto la Dott.ssa Jones. "Il nostro studio scientifico sulle mummie fornisce un contesto storico in cui collocare le condizioni mediche che conosciamo come malattie cardiovascolari e cancro. Questa analisi proteomica è particolarmente significativa non solo perché è il primo tentativo di isolamento delle proteine da tessuti mummificati, ma anche perché è in grado di rilevare le infiammazioni e la presenza di tumori non rivelabili con altri metodi quali l'analisi del Dna".
Ovviamente è sempre presente il problema della contaminazione. I materiali antichi estratti dalle sepolture possono essere stati contaminati da persone coinvolte nel processo di scavo e di raccolta del campione. Non c'è modo per controllare questi processi di contaminazione, al momento. I ricercatori, nello studio attualmente in corso, hanno identificato definitivamente oltre 230 proteine presenti in un campione ristretto di tessuti estratti da pelle e muscoli di tre mummie del Primo Periodo Intermedio. I campioni si sono rilevati contenere grandi quantità di collagene.
L'analisi del tessuto della pelle della mummia conosciuta come Khepeshet, ha individuato una proteina indicativa di una risposta immunitaria severa ed un sottoinsieme di proteine fortemente indicative di un'infezione batterica ai polmoni. Quindi infezioni polmonari batteriche come la tubercolosi, erano, all'epoca, possibili cause di morte.
L'analisi dei campioni di pelle e muscolo della mummia conosciuta come Idi, ha permesso di identificare ugualmente proteine connesse con una grave infiammazione. Nel reperto riferito al tessuto muscolare sono state trovate due proteine indicative della presenza di cancro al pancreas.

Testimonianze sull'importanza delle donne nell'Anatolia di 4000 anni fa

Una delle tavolette d'argilla rinvenute a Kanes e datata
1950-1835 a.C. (Foto: Ankara Museum of Anatolian Civilisations)
Alcune tavolette d'argilla rinvenute durante gli scavi del tumulo di Kultepe Kanes/Karum, nella provincia turca di Kayseri, rivelano che le donne dell'Anatolia hanno giocato un ruolo attivo nell'amministrazione e del commercio di 4000 anni fa.
Scavi sistematici nella regione hanno cominciato ad effettuarsi nel 1948 e fino ad oggi sono emerse più di 23.500 tavolette in cuneiforme, entrate nella lista del patrimonio mondiale dell'umanità stilata dall'Unesco nel 2014. La caratteristica più importante di queste tavolette è il loro contenuto di natura commerciale ed economica. Ogni cosa di valore è stata registrata e gli archeologi dispongono, pertanto, di fonti formidabili di informazioni sulla vita quotidiana dell'epoca e sulle usanze sociali quali il matrimonio, il divorzio, le adozioni e le sentenze di natura giuridica.
Proprio queste tavolette d'argilla rivelano che le donne, all'epoca, erano parte attiva nel commercio. Una di loro viaggiò per oltre 1.000 chilometri dall'Assiria per ottenere il rispetto dei suoi diritti. Oltre ad essere molto attive economicamente e socialmente, le donne all'epoca avevano diversi diritti. Basti pensare che per approvare un trattato non era sufficiente il sigillo del re, doveva esserci anche il sigillo personale della regina. Il che significa che le regine dell'epoca erano poste sullo stesso piano del re, come Puduhepa, moglie del re ittita Hattusili III.