giovedì 20 luglio 2017

Sicilia, scoperto un tempio di Apollo

Gli scavi nella città greco-romana di Alesa (Foto: Unime.it)
Un tempio, attribuito da più fonti ad Apollo, è stato riportato alla luce nel corso di una redditizia campagna di scavi archeologici condotti dalle Università di Messina e di Oxford. I lavori sono stati effettuati presso il sito della città greco-romana di Alesa, nella zona di Tusa. La fase operativa degli scavi è durata circa un mese (compreso un periodo di quasi due settimane necessario alla bonifica dell'area, interessata da una fitta vegetazione). A dirigere le operazioni, giunte ormai agli sgoccioli, sono stati i Professori Lorenzo Campagna (professore associato al Dipartimento DiCAM) e Jonathan Prag (docente di Storia Antica dell'Ateneo inglese), coadiuvati dal Professor Alessio Toscano Raffa (Cnr-Ibam di Catania), in veste di coordinatore.
Le strutture del tempio di Apollo, solo parzialmente individuate negli anni Cinquanta del secolo scorso dall'archeologo Gianfilippo Carrettoni, sembrano non essere le uniche ad insistere sulla zona. Pare, infatti, che vi possano essere altri due templi di minori dimensioni. Per effetto di una concessione, della durata complessiva di tre anni, questi, come altri reperti, potranno rappresentare lo sviluppo futuro della collaborazione fra i due Atenei. La campagna archeologica, difatti, rientra in un progetto di ampliamento degli scavi in tutta la zona antica, per meglio definire lo sviluppo planimetrico e monumentale della più importante area sacra della città.
L'équipe complessiva degli scavi è stata composta, oltre che dai docenti e ricercatori, anche da 15 studenti (10 dell'Università di Oxford e 5 dell'Ateneo peloritano). Nel corso delle ricerche c'è stata anche la visita delle scuole locali.

Fonte:
Unime.it

martedì 18 luglio 2017

Bari, riemergono le strutture del porto aragonese

Le strutture del porto aragonese o borbonico
(Foto: bari.repubblica.it)
Bari, sotto l'ex mercato del pesce spuntano i resti di un antico porto. Il rinvenimento archeologico è avvenuto durante i lavori di restyling del palazzo di piazza Ferrarese che diventerà polo dell'arte contemporanea.
Di certo c'è che è precedente al 1837. La banchina del porto completa di bitte rimaste intatte, ritrovata sotto la pavimentazione del mercato del pesce di piazza Ferrarese a Bari vecchia, potrebbe risalire al periodo aragonese o a quello borbonico. La Sovrintendenza ha avviato ricerche archivistiche per accertare la datazione dello straordinario ritrovamento archeologico venuta a galla durante i lavori di riqualificazione dell'edificio destinato a ospitare il polo dell'arte contemporanea.
"Dopo lo svellimento della pavimentazione al piano terra del mercato del pesce - racconta il sovrintendente Luigi La Rocca - abbiamo verificato la presenza di strutture preesistenti. Abbiamo avviato approfondimenti stratigrafici ed è venuta fuori la struttura in calcare in blocchi squadrati su cui si è impostato il mercato che fu realizzato nel 1837. E' emersa la banchina del porto di Bari dove attraccavano le barche, vogliamo capire a quale fase cronologica appartiene". Sotto la pavimentazione scavata gli operai hanno trovato anche l'acqua di mare.

Fonte:
bari.repubblica.it

Friuli, riemerge la preistoria...

I resti scoperti a Palse di Porcia (Foto: ilfriuli.it)
Importanti resti di una capanna e resti di un focolare, entrambi risalenti al IX secolo a.C., quindi all'epoca protostorica, sono stati riportati alla luce nell'ambito di controlli effettuati dalla Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia, in un'area privata a destinazione edilizia, in via Vespucci, nella frazione di Palse di Porcia.
Gli scavi iniziali, che hanno permesso l'individuazione dei resti archeologici, sono stati condotti dall'archeologa Raffaella Bortolin su incarico del proprietario del lotto. Successivamente, vista l'emergenza di diversi resti antichi e l'urgenza di provvedere con rapidità allo scavo dell'intero contesto a causa dell'estrema labilità dei resti archeologici di epoca protostorica, è intervenuta direttamente la Soprintendenza che, sotto la Direzione lavori del Funzionario archeologo Serena di Tonto, ha svolto, tramite la Ditta Arcsat snc, un'indagine archeologica nell'intera area, con lo scopo di approfondire la ricerca e provvedere ad una corretta documentazione.
Lo scavo archeologico ha rivelato la presenza di tre cicli insediativi di cui il più recente è attribuibile al VI-V secolo a.C. e quello più antico al IX secolo a.C. avanzato. Le evidenze più interessanti sono risultate essere, appunto, i resti della capanna risalente al IX secolo a.C., situata lungo il limitare sud dell'area, di cui sopravvivono i piani pavimentali in limo, sui quali era stato ricavato un piccolo focolare sostenuto da ciottoli di pezzatura selezionata e situato nell'angolo nordovest. Il focolare è anche caratterizzato da una struttura pluristratificata, con preparazione di frammenti ceramici.
Non meraviglia la presenza di resti archeologici in quest'area in quanto collocata nell'ambito dell'antico Castelliere protostorico di Santa Ruffina di Palse. Al termine dell'indagine archeologica, i resti che si trovano nell'area del lotto che non verrà edificata saranno opportunamente ricoperti di geotessuto per una corretta conservazione.

Fonte:
ilfriuli.it

Lo splendore della villa di Traiano ad Arcinazzo Romano

Pavimento della villa di Traiano ad Arcinazzo Romano
(Foto: roma.corriere.it)
Non finisce più di stupire la maestosa villa di Traiano agli Altipiani di Arcinazzo, tra l'alta valle dell'Aniene e la Ciociaria. Scoperti e riportati alla luce nuovi tesori nel sito archeologico esteso su cinque ettari di superficie, alle pendici del monte Altuino, uno scenario ambientale davvero incantevole.
Gli ultimi scavi e restauri, finanziati da Arcus (Società per lo sviluppo di arte, cultura e spettacolo del Ministero dei Beni Culturali) e diretti dalla Soprintendenza archeologica del Lazio e dell'Etruria Meridionale, hanno permesso di salvare altri materiali di alto pregio storico e artistico, che confermano la straordinaria ricchezza del complesso residenziale dell'imperatore Traiano. I recenti interventi hanno portato a scoprire e conservare pavimenti con marmi policromi africani e greco-orientali, oggi completamente restaurati. Numerosi gli apparati decorativi, specie nelle sale di soggiorno del grande "triclinium" con fontana-ninfeo che si affaccia sul giardino. Nell'Antiquarium si trovano pregevoli arredi ed elementi architettonici che, secondo gli esperti, per stile e lavorazione possono essere confrontati con quelli dei monumenti traianei di Roma.
La platea inferiore, che aveva carattere di rappresentanza, è stata interamente riportata alla luce. Abili restauratori stanno procedendo al restauro delle pitture di un intero ambiente. Le ultime scoperte si aggiungono a quelle degli anni precedenti con il recupero di capitelli, pitture di assoluto rilievo, pavimenti, porfidi, decorazioni e altri straordinari reperti che ora costituiscono un patrimonio storico di enorme valore. Il progetto di valorizzazione della villa, dopo 15 anni di ricerche e lavori (perlopiù sotto la direzione dell'archeologo Zaccaria Mari) attuati con fondi del Mibac, permette adesso di restituire al pubblico un'ampia area dell'antica struttura, gestita dal comune di Arcinazzo Romano.
"La villa di Traiano - commenta il sindaco Giacomo Troja - rappresenta una delle principali attrazioni culturali e turistiche del nostro territorio. Vogliamo, perciò, rilanciarla in ogni suo aspetto".

Fonte:
roma.corriere.it

domenica 16 luglio 2017

Iklaina, un tempo potente e finora dimenticata

Gli scavi di Iklaina (Foto: Archaeological Institute of America)
La scoperta di enormi edifici in Grecia sta dimostrando che la città di Iklaina non era una zona isolata come si era precedentemente pensato, ma era, piuttosto, uno dei centri principali della civiltà micenea.
Tra le scoperte ad Iklaina vi è anche un santuario pagano all'aria aperta, il che conferma che la città non era affatto un centro arretrato. Iklaina viene citata nell'Iliade di Omero, ma si è sempre ritenuto che fosse poco più che uno stagno. Essa, invece, risale al periodo miceneo (1500-1100 a.C.).
Le nuove certezze sull'importanza di Iklaina si basano sulla scoperta di un palazzo monumentale e di altri edifici di mole ragguardevole, che servivano, forse, da centri amministrativi. Questi ritrovamenti, unitamente a quello del santuario all'aria aperta, dimostrano che gli antichi stati micenei presero forma già 3400 anni fa, prima ancora che forme di governo analoghe sorgessero in Mesopotamia. Iklaina sembra essere stata la capitale di uno stato indipendente per buona parte del periodo miceneo, in concorrenza con l'altro centro miceneo, il Palazzo di Nestore a Pilo.
Tavoletta in lineare B trovata ad Iklaina
(Foto: haaretz.com)
Iklaina venne distrutta nel momento stesso in cui il Palazzo di Nestore si espanse e gli archeologi ritengono che i due eventi fossero collegati. Gli scavi hanno portato alla luce mura massicce e diversi edifici amministrativi nonché un sistema di drenaggio delle acque sorprendentemente avanzato, con fogne in pietra ed un sistema di erogazione dell'acqua attraverso un elaborato percorso di tubi di argilla. E' stata anche rinvenuta, ad Iklaina, una tavoletta d'argilla che, secondo gli archeologi, porta indietro a 3500 anni fa l'avvento dell'alfabeto.
Il cosiddetto Palazzo di Nestore a Pilo dista circa 10 chilometri da Iklaina e non si è ancora certi se abbia o meno ospitato il leggendario e saggio re omerico, sicuramente, però, era un palazzo di epoca micenea. Da Pilo provengono oltre 1.000 tavolette scritte in lineare B, contenenti documenti governativi.
Particolare del Palazzo di Nestore a Pilo (Foto: haaretz.com)
In otto anni di scavi è stata portata alla luce, ad Iklaina una struttura che gli archeologi hanno battezzato terrazza ciclopica, che domina l'intero sito. La terrazza è composta da massi di calcare lavorato assemblati tra loro con l'aiuto di blocchi più piccoli. Coloro che scrissero alcune generazioni dopo l'edificazione di queste strutture, pensavano che esse fossero state costruite dai Ciclopi. La terrazza ciclopica sosteneva un edificio di circa due o tre piani andato, purtroppo, distrutto. Alcune stanze del complesso edilizio sono sopravvissute sull'altopiano a sud ed attraverso di esse si può avere un'idea della datazione e della funzione di questo complesso monumentale.
Si pensa che il complesso possa essere un tempio miceneo oppure una fortezza, anche se l'analisi dei reperti ha portato a concludere che fosse un potente palazzo oppure un centro amministrativo, dove il sovrano e la sua famiglia risiedevano. La datazione del complesso risale ad un periodo compreso tra il 1350 e il 1300 a.C.. Una costruzione così imponente ha sicuramente richiesto l'impiego di abbondanti risorse e di una notevole capacità di pianificare e organizzare la forza lavoro. Proprio queste considerazioni portano a credere che Iklaina sia stata la capitale di uno stato indipendente.
Il megaron di Iklaina (Foto: Iklaina Archaeological Project)
La tavoletta in lineare B trovata sul sito reca iscrizioni su entrambi i lati: da un verso vi è un elenco di nomi maschili accompagnati da numeri; sull'altro verso vi è un elenco di prodotti di cui si è conservata solo l'intestazione che recita "fabbricato" o "montato". Purtroppo la tavoletta e rotta e il resto dell'elenco è mancante. Comunque sia proprio questa tavoletta ha portato gli studiosi a rivedere l'ipotesi che la scrittura fosse limitata, all'epoca, all'élite e ai centri principali e che fosse arrivata in Grecia molto prima di quanto si fosse pensato finora.
Nella tarda Età del Bronzo (1600-1100 a.C.) la Grecia continentale era divisa in regni indipendenti, uniti in una sorta di libera associazione. Questi regni si strutturarono, più tardi, in stati complessi. Tutti condividevano elementi culturali comuni, tra i quali figurano anche l'architettura degli edifici, le ceramiche, le credenze religiose e la lingua, il lineare B, appunto. Iklaina sembra essere stato il primo esempio di questi complessi stati micenei.

Fonte:
haaretz.com

Vulci, scoperta una cisterna etrusca

La cisterna etrusca rinvenuta durante gli scavi
(Foto: etruriaoggi.it)
Il parco di Vulci continua a regalare grandi sorprese agli archeologi. In questi giorni, durante gli scavi nell'area antistante la Domus del Criptopotico, il gruppo di lavoro del Professor Maurizio Forte ha rinvenuto una cisterna di epoca etrusca al disotto di un piano pavimentale risalente al I secolo d.C.
Si tratta di un'ulteriore testimonianza della grande vitalità che contraddistinse l'antica città di Vulci per un lungo periodo della sua millenaria storia.
Gli scavi proseguiranno anche il prossimo anno con il supporto di altri istituti accademici della Svezia, della Francia e del Portogallo. I risultati delle ricerche effettuate quest'anno, saranno presentati con la Fondazione Vulci - che gestisce il parco per conto dei Comuni di Montalto di Castro e Canino - in una conferenza pubblica che si terrà giovedì 20 luglio, alle ore 18, presso il Complesso monumentale di San Sisto a Montalto di Castro. Venerdì 21 luglio, alle ore 9, il Professor Forte accompagnerà e illustrerà sul campo quanto svolto in questo periodo di ricerca.
Il sindaco Sergio Caci e l'assessore alla Cultura Silvia Nardi concordano con quanto dichiarato dalla Sovrintendente Alfonsina Russo Tagliente: "L'apporto di università straniere è di fondamentale importanza per la crescita delle conoscenze e per il dialogo scientifico internazionale, strategico per le attività della Soprintendenza e per la tutela e la valorizzazione del sito di Vulci".
"Con tecnologie avanzate - dichiara il Professor Forte - è stato possibile evidenziare la presenza di strutture che, esaminate con attenzione, lasciano trasparire una storia che il nostro gruppo di lavoro sta riportando alla luce".

Fonte:
etruriaoggi.it

sabato 15 luglio 2017

Il Mitra di Tor Cervara ritrova uno dei suoi pezzi...

Il rilievo di Mitra trovato a Tor Cervara (Foto: ilmessaggero.it)
Il grande rilievo raffigurante il dio Mitra torna ad essere completo. Anche l'ultimo pezzo mancante è stato recuperato. Si completa così il ciclopico puzzle millenario, protagonista di una delle vicende più complesse di un tesoro salvato dalle mire del mercato clandestino. Si tratta per l'esattezza del 59° tassello del grande rilievo in marmo lunense del Mitra tauroctonos (Mitra che uccide il toro) raffigurante la testa del toro e la mano sinistra del dio, opera databile al II-III secolo d.C., uno dei più significativi e preziosi tra quelli conservati nella sede delle Terme di Diocleziano del Museo Nazionale Romano. E' stato il generale Fabrizio Parrulli, Comandante Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC) a restituire i pezzi a Daniela Porro, direttore del Museo Nazionale Romano. Tutto è cominciato in Sardegna nel mese di febbraio di quest'anno, da un controllo ad un negozio di antiquariato del cagliaritano, durante il quale i carabinieri del locale Nucleo Tutela Patrimonio Culturale hanno notato esposti due frammenti in marmo di verosimile interesse archeologico, sono stati quindi sequestrati.
La Soprintendenza archeologica di Cagliari, dopo accurato esame, ha giudicato i beni autentici, di sicuro interesse archeologico e riconducibili a maestranze altamente qualificate del II-III secolo d.C. Da ricerche sul web e nella Banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti, gestita dal TPC, l'attenzione di un militare si è concentrata sull'immagine del grande rilievo esposto alle Terme di Diocleziano in cui appariva, in piena evidenza, l'assenza della parte raffigurante la testa del toro e la mano del dio. Una volta consegnati i reperti ai Laboratori di restauro del Museo Nazionale Romano, si è potuta compiere la cosiddetta "prova provata", ovverosia la verifica dell'effettiva pertinenza del frammento con testa di toro al grande rilievo con raffigurazione di Mitra. Mentre sono tuttora in corso le indagini finalizzate ad accertare la provenienza dei reperti, la posizione giudiziaria di una persona è al vaglio dell'Autorità Giudiziaria per il reato di ricettazione. Il reperto ricomposto ha un valore di mercato stimato in due milioni di euro.
La storia del grande rilievo di Mitra prende le mosse nel 1964, quando a Roma, in località Tor Cervara (sulla via Tiburtina), durante un'operazione di bonifica da residuati bellici, furono portati alla luce 57 frammenti di marmo lunense che andavano a comporre un grande rilievo. Una volta ricostruito, questo presentava la raffigurazione del dio Mitra che uccide il toro. Purtroppo risultavano mancanti le spalle e la testa del dio e altre parti fra cui il muso dell'animale.
Nel 1965 il rilievo fu acquisito nelle raccolte del Museo Nazionale Romano, dove fu collocato nelle "Grandi Aule" delle Terme di Diocleziano. Successivamente, accordi culturali tra la Direzione Generale per le Antichità e la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, nonché il Badisches Landesmuseum di Karlsruhe (Germania), hanno consentito di comprovare l'ipotesi - avanzata da uno studioso già alla fine degli anni '80 del secolo scorso - secondo cui un frammento lapideo con volto di Mitra, acquisito per donazione dal Museo di Karlsruhe, fosse pertinente al rilievo di Tor Cervara conservato nel Museo delle Terme di Diocleziano.

Fonte:
ilmessaggero.it

I denti da latte e i nascituri romani del II secolo d.C.

Una ricerca della Sapienza ha analizzato lo smalto dei denti decidui, rinvenuti nella necropoli di Velia, per ricostruire la vita prenatale ai tempi dell'impero romano. L'analisi della microstruttura istologica dello smalto dei denti decidui, su un campione di bambini dell'epoca romana, fornisce informazioni importanti sui tempi e sulle modalità di sviluppo fetale della popolazione di quel periodo.
Lo smalto prenatale, studiato in relazione con il successivo sviluppo postnatale costituisce il principale oggetto di ricerca del progetto condotto da un team della Sapienza in collaborazione con il Museo della Civiltà di Roma, l'Université di Toulouse III e l'University College London. La ricerca, realizzata per la Sapienza da Alessia Nava e coordinata da Alfredo Coppa nell'ambito del corso di dottorato in Biologia ambientale ed evoluzionistica, è pubblicata sulla prestigiosa rivista PLoS ONE.
I denti umani sono importanti archivi paleobiologici che raccontano la storia di un individuo; quelli decidui, la cui formazione comincia già dai primi mesi in utero, possono costituire l'unica finestra di conoscenza sullo sviluppo intrauterino, un momento cruciale nella vita, che ha inevitabili ricadute sulla salute anche in età adulta.
Ad oggi molti studi si sono focalizzati sulle porzioni di smalto dei denti decidui sviluppate dopo la nascita, ma è l'analisi delle porzioni prenatali che è cruciale nella conoscenza dello sviluppo intrauterino: permette infatti di identificare eventuali eventi stressanti e può rivelare informazioni utili circa lo stato di salute della madre durante la gravidanza.
I dati ottenuti da un campione di 18 denti decidui su una popolazione della necropoli di Elea-Velia (I-II secolo d.C., Salerno) dell'Impero Romano sono stati utilizzati per la realizzazione di un solido modello statistico che permette di calcolare in maniera semplificata i tassi medi di crescita dei denti da latte e di stimare la percentuale di bambini nati prematuri in popolazioni archeologiche. "Il modello statistico impiegato in questo studio - spiega Alessia Nava - conferisce una validità metodologica ai risultati ottenuti ed apre innumerevoli scenari di ricerca meritevoli di approfondimento".
In particolare il confronto tra i tassi di crescita media giornaliera in queste popolazioni e quelli osservabili in bambini di epoche moderne, cresciuti in un ambiente a stretto controllo medico, rivela sorprendentemente che lo sviluppo è più variabile e mediamente più alto nei bambini di epoca romana rispetto a quelli di oggi.

Fonte e foto:
Ufficio Stampa e Comunicazione Università La Sapienza di Roma

Abydos, Senworsret e i suoi "fratelli"...

Uno dei passaggi inclinati che porta all'accesso alla tomba di
Senworsret III (Foto: J. Wegner)
Le autorità egiziane sperano di aprire la tomba di Senwosret III, uno dei più famosi faraoni del Medio Regno, tra un anno o due. I visitatori potranno apprezzare, così, la maestria dei costruttori egiziani e degli architetti che hanno ideato e costruito la complessa sepoltura quasi 4000 anni fa.
La tomba di Senworsret III è stata datata al 1850 a.C. ed è la più grande di Abydos, una delle città più antiche dell'Egitto. Misura 200 metri in lunghezza e 45 metri in profondità. La sua architettura, a detta degli archeologi, è molto simile a quella delle piramidi e simbolicamente è la rappresentazione del viaggio dell'anima nell'aldilà.
Uno dei corridoi della tomba di Senworsret III
(Foto: J. Wegner)
L'ingresso della tomba è posto ad ovest, poiché il tramonto rappresenta la morte, e la struttura si srotola in complessi cunicoli sotterranei scavati al di sotto di una collina naturale anticamente conosciuta come la montagna di Anubis. Questa collina è volta ad oriente, dove il sole nasce e, pertanto, rappresenta simbolicamente la rinascita. La tomba ha diverse stanze con soffitti di sei metri di altezza e stretti corridoi con pietre di blocco. Per percorrere la struttura, gli archeologi, durante l'esplorazione, hanno dovuto scivolare letteralmente verso il basso. Alcune delle pietre che bloccavano il passaggio pesano dalle 40 alle 50 tonnellate, mentre l'aria all'interno era soffocante. I turisti, naturalmente, non dovranno strisciare come serpenti per visitare la sepoltura: sono state approntate scale con corrimano, luci ed un sistema di ventilazione adeguati. Sono stati anche rimossi i detriti che rendevano difficile il passaggio.
La sepoltura è stata scoperta ed esplorata da Arthur Weigall nel 1901, ma fu scavata sistematicamente solo nel 2005, anno in cui è stato anche operato il restauro della struttura. La tomba è priva di decorazioni alle pareti, al suo interno è stata rivestita di calcare di Tura e quarzite rossa di Aswan. La camera funeraria conteneva i resti del sarcofago in granito e dei vasi canopi del faraone ed era protetta da un complesso sistema di massicci blocchi di pietra e di particolari accorgimenti architettonici che servivano a celare il più possibile la sepoltura reale.
Ritratto di Senwosret III custodito al Metropolitan
Museum of Art (Foto: popular-archaeology.com)
La tomba di Senwosret III è sicuramente il primo esempio di una tomba reale nascosta, un cambiamento nel concetto tradizionale sviluppato nelle antiche piramidi reali. La montagna di Anubis, in pratica, "sostituiva" le piramidi di blocchi di pietra.
Senwosret III è conosciuto grazie a delle iscrizioni su stele di pietra. Egli ampliò i confini dell'Egitto verso sud, avviando campagne militari verso la Nubia, un'antica regione che attualmente corrisponde al Sudan settentrionale. Costruì templi, monumenti e fortezze, molte delle quali sono state definitivamente sommerse quando è stata costruita la diga di Aswan nel 1960.
Si pensa che Senwosret III sia vissuto tra il 1878 e il 1840 a.C. e che fosse figlio di Senwosret II, anche se non se ne ha la certezza assoluta. Ebbe molte mogli, ma non se ne conosce il numero esatto. Gli storici sanno qual è l'aspetto fisico di questo faraone perché di lui sono sopravvissute alcune sculture, due delle quali si trovano al Metropolitan Museum di New York. E' interessante notare come Senworset III fu il primo dei faraoni egizi ad essere raffigurato come un uomo anziano, senza il caratteristico sorriso sul volto. Anche questa è un'innovazione nella ritrattistica egizia. Il volto di Senworset, inoltre, presenta rughe sulla fronte e sopracciglia aggrottate. Le ragioni per questo cambiamento stilistico non sono ancora molto chiare. Gli studiosi azzardano l'ipotesi che all'epoca l'Egitto dovette affrontare un periodo piuttosto difficile e che gli scultori volevano rappresentare, attraverso l'aspetto "anziano" e le rughe, la saggezza del faraone.
I resti del faraone Senebkay (Foto: J. Wegner)
Senwosret aveva due sepolture: una piramide a Dashur, vicino al Cairo, dove fece costruire anche piramidi per sua madre, la sua moglie principale e altre dame reali e la tomba di Abydos, molto più a sud. Ma qual è realmente il luogo in cui venne sepolto? La mummia di Senwosret III non è stata mai trovata. Gli archeologi ritengono che non venne mai sepolto nella piramide costruita a Dashur, dal momento che in essa non sono state trovate ceramiche, detriti o le prove che ci fosse un sarcofago. Ad Abydos, invece, sono stati trovati frammenti di vasi in pietra che solitamente venivano deposti nelle sepolture reali, un indizio che, probabilmente, era quella la reale sepoltura del faraone. Ma malgrado questo la mummia di Senwosret non è stata trovata. Gli studiosi ritengono sia stata distrutta quando antichi tombaroli sono penetrati nella tomba in cerca di tesori.
Il mattone del parto trovato ad Abydos (Foto: J. Wegner)
Oltre alla tomba di Senwosret, la più grande di Abydos, i visitatori potranno avere presto accesso a tre altri antichi luoghi di sepoltura. Il primo è la piccola tomba del faraone Senebkay, nella quale ci sono anche i resti scheletrici del re, che morì intorno al 1650 a.C., circa due secoli dopo Senwosret. Di Senebkay le uniche notizie che si hanno provengono dalla sua sepoltura. Le ossa del re presentano lesioni, che furono la causa della sua morte. Queste lesioni da taglio sono chiaramente visibili sui piedi e sulle caviglie, a suggerire che il faraone venne attaccato dal basso, forse quando si trovava a cavallo, ed anche sul cranio. Probabilmente venne ucciso a colpi d'ascia una volta che cadde a terra da cavallo. Si tratta dei primi resti fisici di un faraone morto in combattimento. A differenza della tomba di Senwosret, quella di Senebkay presenta dei geroglifici alle pareti.
La tomba del faraone Senebkay (Foto: J. Wegner)
Oltre alla sepoltura di Senebkay, saranno presto visitabili due tombe, quella di Neferhotep I e di Sobekhotep IV. Anticamente queste due tombe erano probabilmente delle piccole piramidi, ma della struttura piramidale oramai non sopravvive più nulla.
In tutto la necropoli reale di Abydos contiene le tombe di almeno dodici faraoni, un'intera dinastia perduta, in pratica. Le tombe di Abydos sono più recenti rispetto alla grande piramide di Giza, che risale al 2500 a.C., ma sono più antiche delle tombe della Valle dei Re, che coprono il periodo che va dal 1500 al 1000 a.C.
Quanto è stato trovato nelle tombe di Abydos non sarà mostrato ai visitatori che, come detto, potranno visitare solamente le tre sepolture. Molti oggetti sono attualmente custoditi in un deposito. Uno dei reperti più interessanti è un mattone del parto, il primo del genere mai trovato. E' stato scoperto durante gli scavi di una casa dell'antica città che sorgeva vicino alle tombe. Il mattone presenta la raffigurazione di una donna che tiene in mano un bambino dopo il parto. Nell'antico Egitto le donne, appena entravano in travaglio, si sedevano su questo tipo di mattoni. Testi antichi descrivono, in occasione delle nascite, questi "misteriosi" oggetti ma finora non ne era mai stato trovato uno. Il mattone del parto scoperto ad Abydos risale ad un periodo compreso tra il 1750 e il 1800 a.C. ed è stato rinvenuto 15 anni fa ma non è mai stato esposto al pubblico.
Gli archeologi dell'Università della Pennsylvania continuano a scavare ad Abydos servendosi anche di magnetometri per creare una mappa magnetica della zona: pezzi di vasellame e ceramiche, infatti, hanno una buona conduzione magnetica e possono essere segno di altri oggetti interrati. Il magnetometro è in grado di rilevare anche strutture di mattoni di fango poiché il fango contiene del ferro e la sabbia è costituita principalmente di silice.

Fonte:
popular-arcaheology.com

venerdì 14 luglio 2017

Alessandria d'Egitto, riemerge un mosaico romano

Il pavimento in opus spicatum scoperto ad Alessandria d'Egitto (Foto: english.ahram.org.eg)
Una missione archeologica egiziana del Ministero delle Antichità, ha scoperto un pavimento musivo di epoca romana durante gli scavi nel distretto di Moharam Bek ad Alessandria d'Egitto. Aymen Ashmawi, responsabile della sezione Antichità Egizie, ha spiegato che il pavimento musivo è unico in tutto l'Egitto e che pavimenti simili sono stati trovati solo in alcune zone di Roma, tra le quali le Terme di Traiano e Villa Adriana. Il pavimento è in buone condizioni di conservazione.
Gli archeologi stanno continuando per rivelare ulteriori porzioni del mosaico e per permettere uno studio completo sullo stesso. E' stato portato alla luce anche un pavimento in opus spicatum, una tecnica solitamente impiegata per gli ambienti deputati al balneum e nelle fortezze.

Fonte:
english.ahram.org.eg/NewsContent

Giordania, tombe nel deserto

Questo recinto di Jebel Qurma, in Giordania venne costruito circa 8000
anni fa e fu più volte riutilizzato fino al 400 d.C.
(Foto: Jebel Qurma Archaeological Landscape Project)
Centinaia di antiche sepolture di pietra, alcune realizzate a forma di torre, appiattite, sono state scoperte nel Jebel Qurma, una regione desertica della Giordania il cui clima è inospitale, fatta eccezione per un breve periodo in primavera.
Molte sepolture sono coperte da tumuli di pietra detti cairns, mentre altre sono più complesse e vengono definite "tombe-torri". Molte tombe sono state saccheggiate ma gli archeologi sono riusciti comunque a recuperare informazioni preziose che possono arricchire la conoscenza degli usi e della vita nella regione nel corso dei millenni.
I ricercatori hanno accertato che tra la fine del III millennio a.C. e l'inizio del I millennio a.C. poche persone vivevano nel Jebel Qurma. Una necropoli da poco scoperta, infatti, conteneva appena 50 cairns risalenti a 4000 anni fa. La regione tornò ad essere abitata all'inizio del I millennio a.C., da una cultura che non utilizzava la ceramica. L'esistenza umana in questa arida regione durò, comunque, ben poco.
Modello in 3D di una tomba-torre (Foto: Jebel Qurma Archaeological
Landscape Project)
Una delle ragioni che causarono lo spopolamento fu, forse, il mutamento climatico, anche se al momento i ricercatori non dispongono di dati sufficienti a supportare quest'affermazione. Nel tardo I millennio a.C. le persone che vivevano nel deserto di Jebel Qurma iniziarono a costruire tombe più grandi ed elaborate. Per alcune di queste vennero utilizzate pietre di 300 kg. Le tombe-torri hanno un diametro fino a 5 metri e sono alte 1,5 metri; si differenziano dagli altri cairns per la loro caratteristica forma a torre e per la facciata costituita da grandi lastre di basalto. Queste tombe-torri non sono eventi eccezionali ma, piuttosto, abbastanza comuni nella regione di Jebel Qurma. Gli archeologi stanno cercando di capire perché gli antichi abitanti abbiano, ad un certo momento, preferito questa forma di sepoltura.

Fonte:
livescience.com

Sicilia, scoperto un tempio di Apollo

Gli scavi nella città greco-romana di Alesa (Foto: Unime.it) Un tempio , attribuito da più fonti ad Apollo , è stato riportato alla luc...