lunedì 30 ottobre 2017

Roma, riapre la Tomba Barberini

La Tomba Barberini (Foto: quotidianoarte.it)
A partire dal mese di novembre e per la prima volta sarà visitabile il Sepolcro dei Corneli, conosciuta come Tomba Barberini, situata nel Parco della via Latina a Roma. Il monumento è stato restaurato in questi ultimi due anni, mettendo in sicurezza la costruzione e provvedendo a renderla accessibile.
Il sepolcro deve il suo nome alla famiglia Barberini, ultima proprietaria del terreno su cui insiste l'edificio. Una volta ultimato il restauro, la Tomba Barberini entrerà a buon diritto nelle offerte del Parco Archeologico dell'Appia Antica, per il quale sono allo studio ulteriori implementazioni quali, ad esempio, il recupero della basilica di Santo Stefano, unica chiesa cristiana in zona.
Prossimamente sarà visibile, nella sede di Capo di Bove, nel Parco Archeologico dell'Appia Antica, un interessante video che ricostruisce la storia degli scavi, dei lavori di riabilitazione nonché dello studio delle costruzioni tridimensionali dell'architettura e della decorazione.
Prenotazioni su www.coopculture.it.

Fonte:
quotidianoarte.it

Antico Egitto: eruzioni e disordini sociali

Busto di Tolomeo III Evergete custodito nel Museo
Archeologico Nazionale di Venezia
(Foto: Wikipedia)
Intorno al 245 a.C. Tolomeo III, sovrano d'Egitto, decise, con grande stupore degli storici moderni, di ritirarsi dalla conquista dell'impero dei Seleucidi, concentrato nell'attuale Siria. Questa decisione ha finito per cambiare la storia del Vicino Oriente.
Il Professor Joseph Manning, storico dell'Università di Yale, ha, con tutta probabilità, "identificato" il motivo che ha spinto Tolomeo a tornare in Egitto: le eruzioni vulcaniche. Un recente studio suggerisce che frequenti eruzioni vulcaniche hanno interrotto il normale corso del fiume Nilo, raffreddando, nel contempo, il clima dell'intero pianeta. Questa situazione ha condotto ad una scarsità del cibo disponibile e all'aumento delle tensioni sociali. Lo studio del Professor Manning collega le eruzioni archeologiche ad una serie di violente rivolte che sconvolsero l'Egitto tolemaico.
Il Nilo, in questa società, era un'arteria vitale per l'Egitto tolemaico, sorto nel 305 a.C., diverso tempo dopo la morte di Alessandro Magno, e caduto nel 30 a.C., con la morte di Cleopatra. Durante questo periodo gli agricoltori egizi continuavano a dipendere dalle inondazioni del Nilo che avvenivano a partire dal mese di luglio fino a settembre. Il Nilo irrigava i campi di grano ed alimentava dighe e canali.
Una carenza di grano e i conseguenti disordini spinsero Tolomeo III a tornare in Egitto. La scarsità delle piogge monsoniche cadute sull'Etiopia ha finito per influire sulle inondazioni estive del Nilo, traducendosi in una stagione critica per i raccolti. Il Professor Manning ed i suoi collaboratori hanno simulato al computer la portata delle inondazioni del Nilo nel 662 d.C., scoprendo che vi fu una crisi molto lunga che colpì l'agricoltura egizia più volte in concomitanza con grandi eruzioni vulcaniche avvenute nel globo terrestre.
I ricercatori hanno, poi, scavato per reperire prove delle loro tesi, soprattutto prove dell'impatto delle eruzioni vulcaniche sulla società egiziana di epoca tolemaica. Hanno rinvenuto una stele trilingue ed altri documenti scritti che hanno permesso di arrivare ad una vera e propria svolta: le eruzioni vulcaniche hanno preceduto il verificarsi di importanti eventi politici ed economici che colpirono l'Egitto. Questi eventi comprendono anche il ritiro di Tolomeo III dalla Siria e dall'Iraq, verificatosi dopo una grande eruzione nel 247 a.C. e la rivolta degli Egizi a Tebe contro i dominatori Greci.
Sicuramente le eruzioni vulcaniche non hanno provocato questi disordini sociali ma altrettanto sicuramente hanno gettato bnzina sulle tensioni economiche, politiche ed etniche che affliggevano il paese del Nilo.

Fonte:
pasthorizonspr.com

sabato 28 ottobre 2017

Kurdistan iracheno, trovate tavolette incise in cuneiforme

Alcune delle tavolette di argilla trovate a Bassetki, nel Kurdistan iracheno
(Foto: Peter Pfalzner, Università di Tubinga)
Sensazionali scoperte nel Kurdistan iracheno. Gli archeologi hanno rinvenuto un archivio di tavolette vergate con scrittura cuneiforme. Si tratta di 93 tavolette d'argilla risalenti al 1250 a.C., quando qui dominava l'impero assiro. Cosa contengano le tavolette è, al momento, un mistero. L'opera di decifrazione si preannunzia difficile e lunga.
La scoperta è opera degli archeologi dell'Università di Tubinga, guidati dal Professor Peter Pfalzner. Le tavolette sono state trovate nel sito in cui, nell'Età del Bronzo, sorgeva la città di Bassetki, scoperta nel 2013 dagli archeologi, che stanno scavando un insediamento risalente all'Età del Bronzo e al successivo periodo assiro. Il sito che ha restituito le tavolette cuneiformi, in particolare, era, un tempo, un centro urbano precoce della Mesopotamia settentrionale ed è stato continuativamente abitato dal 3000 al 600 a.C. circa.
Gli archeologi hanno portato da poco alla luce un centro dei Mitanni (1550-1300 a.C. circa), dal quale provengono due tavolette cuneiformi che attestano un intenso traffico commerciale già a partire dal II millennio a.C.. Il commercio era una delle attività principali della città di Bassetki, che sorgeva lungo le rotte che dalla Mesopotamia portavano in Anatolia e in Siria.
Bassetki fiorì durante l'età assira. Delle 93 tavolette cuneiformi, circa 60 erano state deposte in una sorta di scrigno in ceramica, scoperto in una stanza di un edificio risalente al periodo medio assiro, distrutto in modo violento. Si pensa che i contenitori in argilla nei quali sono state trovate le tavolette possano essere state nascoste per poter meglio giungere ai posteri dopo la distruzione dell'edificio. Non si è ancora sicuri del contenuto delle tavolette, se esse contengano testi di natura religiosa, giuridica o commerciale. Un frammento da poco decifrato fa menzione di un tempio dedicato alla dea Gula, alludendo ad un probabile contesto religioso.
Le tavolette sono piuttosto usurate e quindi leggerle sarà una sfida per i ricercatori che sperano di potervi trovare numerosi dettali sulla storia, la società e la cultura di questa parte della Mesopotamia, poco studiata e indagata.

Fonte:
sciencedaily.com

Un menhir svizzero...

Il monolite trovato in Svizzera (Foto: Yann Mamin, Servizio Archeologico
cantonale di Berna)
Nel cantone di Berna, in Svizzera, gli archeologi hanno scoperto quello che ha tutta l'aria di essere un menhir che, forse, faceva parte di un luogo di culto risalente all'Età del Bronzo. La pietra, di 2 metri di lunghezza per 1,3 di larghezza e del peso di 3 tonnellate, è stato rinvenuto durante gli scavi di un sito dell'Età del Bronzo a Breitenacher, vicino Kehrsatz, alla periferia di Berna.
La forma e le dimensioni della pietra hanno immediatamente fatto pensare al menhir, una pietra utilizzata per contrassegnare un luogo di culto o di ritrovo sociale. Le tracce rinvenute sul terreno suggeriscono che la pietra era, un tempo, posta in posizione verticale. La sua collocazione vicino a diverse case dell'Età del Bronzo, potrebbe aver avuto un ruolo fondamentale nella costruzione della città. Si pensa, anche, che sia stato utilizzato nel periodo Neolitico.
In Svizzera sono stati rinvenuti, fino ad oggi, ben 15 menhir.

Fonte:
thelocal.ch

Danimarca, scoperto un villaggio dell'Età del Ferro

Panoramica sull'area dell'antico villaggio di Jelling
(Foto: Esben Klinker Hansen, VejleMuseerne)
La città di Jelling, in Danimarca, è un vero e proprio tesoro archeologico, contenente monumenti come una chiesa, una pietra runica e due grandi tumuli. Ora gli archeologi hanno anche scavato un intero villaggio dell'Età del Ferro. Si tratta di 400 case su sei ettari di terreno.
L'intero villaggio copre un'area pari a nove campi da calcio ed è stato costruito in più momenti durante l'Età del Ferro. Tutte le case risalgono ad un periodo compreso tra il 300 e il 600 d.C.. L'archeologa Katrine Balsgaard Juul pensa che la zona comprendesse anche otto o dieci aziende agricole.
Le case erano prevalentemente costruite in legno ed erano abitate da contadini che lavoravano la terra. Gli oggetti rinvenuti suggeriscono che alcune abitazioni erano, in realtà, botteghe artigiane specializzate nella lavorazione del ferro e della ceramica. Gli archeologi sperano che il sito possa rivelare ulteriori informazioni sulla struttura e sullo sviluppo della società locale durante l'Età del Ferro danese. Sperano, anche, di poter ricostruire una delle fattorie che facevano parte del villaggio.

Fonte:
sciencenordic.com

mercoledì 25 ottobre 2017

Pietra tombale copta sul viale delle sfingi a Luxor

La lapide recentemente scoperta (Foto: english.ahram.org.eg)
A Luxor gli archeologi egiziani hanno trovato una pietra tombale copta, con una decorazione, seppellita sul lato orientale del viale delle sfingi, al di sotto del ponte Al-Mathan.
Si tratta di una pietra tombale scolpita con una croce e testi copti. Non è stata ancora accertata la data né l'identità del defunto. Il viale nel quale è stata trovata era il palcoscenico della processione di Opet al tempo degli antichi egizi.
Il viale è lungo 2.700 metri e ospitava 1.350 sfingi con teste umane e corpi di leone, molte delle quali sono state restaurate. Venne costruito durante il regno del faraone Nectanebo I in sostituzione di un altro costruito durante la XVIII Dinastia, come fatto registrare dalla regina Hatshepsut (1502-1482 a.C.) sulle pereti del suo tempio.

Fonte:
english.ahram.org.eg

Germania, trovai i resti della più antica battaglia d'Europa

I resti trovati nella valle del fiume Tollense (Foto: Stefan Sauer)
Sul campo di battaglia più antico d'Europa, nel nordest della Germania, gli archeologi hanno trovato nuovi indizi tra i resti scheletrici di chi ha partecipato al conflitto circa 3250 anni fa. Nella zona già dal 1980 erano stati rinvenuti antichi pugnali, coltelli ed altre armi nei pressi del fiume Tollense. Nel 1966 un archeologo dilettante scoprì un osso del braccio, trafitto da una freccia, che spuntava dalla terra.
Un'esplorazione sistematica del sito, però, è iniziata solo nel 2007. In questi ultimi dieci anni gli archeologi hanno scoperto un vero e proprio campo di battaglia risalente al 1250 a.C., campo che si stende lungo le rive del fiume Tollense, a circa 120 chilometri da Berlino. Ad oggi sono stati ritrovati gli scheletri di 140 individui, per lo più uomini, di età compresa tra i 20 ed i 40 anni, unitamente a resti di ossa di cavalli e di attrezzature varie.
Gli archeologi sono convinti che quello che è stato trovato rappresenta solo una parte di una grande carneficina. Si pensa che nella battaglia siano state coinvolte più di 2.000 persone. Per avere un quadro più chiaro sull'evento, gli archeologi hanno deciso di effettuare un'analisi chimica degli scheletri, ricercando elementi come lo stronzio, un minerale naturalmente presente negli alimenti che possono rimandare all'origine dei guerrieri defunti. I risultati, pubblicati nello scorso mese di agosto, hanno rivelato che protagonisti della battaglia furono soggetti provenienti da diverse parti. Molti venivano dal sud della Germania e dell'Europa centrale. Si trattava, pertanto, di un esercito multietnico.
Non si sa ancora perché la battaglia sia stata combattuta. Il fiume Tollense era molto importante per i commerci tra il nord del Paese e il sud. Nella valle sono stati trovati preziosi artefatti quali anelli d'oro e gioielli. L'età in cui vi fu questo scontro fu anche segnata da sconvolgimenti di varia natura nella cultura dell'Europa centrale, che subiva gli influssi delle culture più meridionali come quella dei "campi d'urne".

Fonte:
Live Science

domenica 22 ottobre 2017

La tempesta Ophelia fa scoprire un antico scheletro

I resti scoperti su una spiaggia irlandese (Foto: Jim Campbell)
Resti scheletrici che si ritiene risalgano all'Età del Ferro sono stati scoperti sulla costa orientale dell'Irlanda. I resti sono stati trovati a Forlorn, vicino a Kilmore Quay e sono stati datati a 1500 anni fa dal patologo.
La scoperta è stata fatta grazie alla tempesta Ophelia, che ha colpito l'Irlanda nei giorni scorsi. I resti sono stati trovati su una spiaggia e sono stati presi in custodia dal National Museum of Ireland.

Fonte:
irishpost.co.uk

Scoperto il teatro dell'antica Thouria

Il perimetro dell'orchestra del teatro di Thouria (Foto: greece.greekreporter.com)
Gli archeologi hanno portato alla luce parte dell'antico teatro di Thouria, vicino Kalamata, nel Peloponneso. I primi resti dell'antica città, risalente al IV secolo a.C., sono venuti alla luce durante gli scavi estivi nel 2016.
Nella campagna di scavi 2017, gli archeologi hanno portato alla luce il perimetro dell'orchestra del teatro e diverse file di sedili in pietra. Il perimetro dell'orchestra è lungo 16,3 metri e tre scanalature parallele che corrono attorno suggeriscono che il palco era mobile.
La località è stata individuata grazie a ritrovamenti epigrafici che ne citano il nome e grazie anche al contributo degli antichi geografi greci Pausania e Strabone. Il teatro di Thouria è orientato verso ovest e domina la vasta pianura della Messenia che, in antico, era conosciuta come Makaria (che vuol dire "beata"). In lontananza è possibile vedere il Golfo di Messenia che, un tempo, si chiamava Touriates.

Fonte:
greece.greekreporter.com

Antiche strutture sull'isola di Thirassia

Alcuni strutture in pietra presenti sull'isola di Thirassia
(Foto: newsweek.com)
Gli archeologi che stanno lavorando sull'isola greca di Thirassia, hanno scoperto quello che credono essere un antico e sconosciuto monumento che potrebbe meglio illuminare sulle prime culture della zona.
Nella zona sono emerse diverse strutture in pietra edificate su un terrazzamento. Queste strutture sono collegate, a quel che sembra, da una serie di piattaforme in pietra, a significare che l'isola era densamente abitata. Tra gli edifici vi è quello che pare essere un tempio dell'Età del Bronzo Cicladico. L'edificio, di pianta ovale, mostra decorazioni ornamentali ma non si conosce ancora a quale divinità fosse destinato.
La datazione della struttura è stata ricavata da alcuni manufatti recuperati sul sito, tra i quali ceramiche e strumenti in pietra lucida. Sono stati trovati anche attrezzi per la frantumazione dei semi e grandi vasi per il deposito degli alimenti, unitamente ad ossa, conchiglie, legno e altri elementi organici.
Thirassia è un'isola formatasi grazie a delle eruzioni vulcaniche avvenute decine di migliaia di anni fa. Un tempo era ricoperta da strati di cenere vulcanica e da lava che hanno occultato, per diversi secoli, il sito degli scavi che, tuttavia, era stato abbandonato ben prima di essere sommerso dalla cenere.

Fonte:
newsweek.com

domenica 15 ottobre 2017

Emergono altri frammenti del colosso di Psammetico I

Parte posteriore del pilastro del faraone Psammetico I
(Foto: Ministero delle antichità)
La missione archeologica egiziano-tedesca ha scoperto la maggior parte di un colosso appartenente al faraone Psammetico I (664-610 a.C.) della XXVI Dinastia, durante gli scavi presso il tempio di Heliopolis, nella zona di Suk Al-Khamis Matariya ad est del Cairo.
Il responsabile del Dipartimento delle antichità egizie e capo della missione di scavo egiziana, Aymen Ashmawy, ha affermato che la missione congiunta ha portato alla luce circa 1.920 blocchi di quarzite che si trova nella parte inferiore del colosso. I blocchi ritrovati rivelano la maggior parte del gonnellino del faraone, delle gambe e delle dita dei piedi. Gli studiosi ritengono che il colosso sepolto sia stato costruito in posizione eretta e non seduta.
Dita dei piedi del colosso di Psammetico I
(Foto: Ministero delle antichità)
Gli scavi si sono concentrati nel punto in cui giaceva la parte superiore del colosso di Psametico, trovato dalla missione nel marzo 2017. Si ritiene che la statua sia stata distrutta in un'epoca non ancora identificabile e che i suoi frammenti siano sparsi in un raggio di 20 metri. Gli archeologi hanno scoperto anche numerosi blocchi di granito che appartengono ad altre statue, tra le quali una del faraone Ramses II, una del dio Rahurakhti e di altri ancora non identificabili. Nella prossima stagione archeologica gli studiosi contano di scoprire ulteriori particolari riferibili alla parte inferiore del colosso.
Tra le parti emerse durante gli scavi dell'ultima campagna archeologica vi è un pilastro sulla cui parte posteriore è inciso il nome di Horus, divinità sacra a Psammetico I, un fatto che non fa che confermare che il colosso scoperto raffigura proprio questo faraone e non il faraone Ramses II, come suggerito da alcuni studiosi. Gli archeologi hanno trovato anche un gigantesco frammento dell'occhio di Horus, probabilmente parte di una grande statua del dio Rahurakhti, alta forse sei metri, il che, se fosse confermato, la renderebbe la più alta statua di questa divinità finora ritrovata in Egitto.
I reperti appartenenti al colosso di Psammetico I sono stati portati al Museo egiziano Grand (GEM) per la pulizia e il restauro. Una volta che lo studio sui reperti sarà terminata, sarà messo a punto un piano per ricostruire le parti del colosso al fine di esporlo all'interno dello stesso GEM.
La parte superiore del colosso, un torso e la gran parte della testa e della corona regale, è attualmente esposta nel giardino del Museo egizio di Tahrir. Fino alla loro scoperta, i resti giacevano in una zona nelle vicinanze di suk Al-Khamis, in un luogo affollato ed umido. Al-Matariya era, un tempo, la capitale dell'Egitto, nella quale vennero eretti, dai faraoni, diversi monumenti. A causa della vicinanza del sito all'insediamento umano, la zona è stata, nei millenni, oggetto di pesanti distruzioni, a partire dal tardo periodo romano al periodo mamelucco fino ad oggi. Blocchi di antichi templi presenti, un tempo, nella zona, sono stati riutilizzati per costruire diversi monumenti della vecchia cittadella de Il Cairo.

Fonte:
Ahram Online

Un'iscrizione può gettare luce sui Popoli del Mare?

L'iscrizione Luvia copiata dall'archeologo Georges Perrot e pervenuta
nelle mani di James Mellaart a Beykoy in Turchia. (Foto: J. Mellaart)
E' stata recentemente decifrata una lastra di pietra di 3200 anni fa, recante un'epigrafe che narra le gesta di un principe troiano e che potrebbe riferirsi ai misteriosi Popoli del Mare. L'iscrizione è lunga 29 metri e descrive l'ascesa di un regno potente chiamato Mira, che portò avanti una campagna militare condotta da un principe proveniente da Troia, di nome Muksus.
L'iscrizione è stata incisa utilizzando un'antica lingua chiamata Luvio, che può essere tradotta, attualmente, solo da pochi studiosi al mondo. Tra questi Fred Woudhuizen, studioso indipendente, che ha decifrato l'antica e misteriosa iscrizione.
Se l'inscrizione risultasse autentica, getterebbe luce su un periodo in cui una confederazione di popoli, che gli studiosi moderni chiamano Popoli del Mare, distrusse regni e città di tutto il Medio Oriente. Il regno di Mira era tra quelle genti, i Popoli del Mare, impegnati nella campagna militare nel Medio Oriente. L'iscrizione narra di come il sovrano Kupantakuruntas fondò e rafforzò il regno di Mira, situato nell'attuale Turchia occidentale. Mira era controllata da Troia, anch'essa situata in Turchia. Nell'iscrizione compare anche il principe troiano Muksus, che, secondo quanto vi è scritto, condusse una spedizione navale che riuscì a conquistare la città di Ashkelon, situata nell'attuale Israele.
L'iscrizione descrive i dettagli del percorso che portò al trono Kupantakuruntas al trono di Mira. Suo padre, Mashuittas, prese il controllo della città di Troia dopo un re troiano di nome Walmus. Poco dopo Mashuittas reintegrò Walmus sul trono della città in cambio della sua lealtà a Mira. Kupantakuruntas divenne re di Mira dopo la morte di suoi padre e riprese il controllo di Troia pur non essendone sovrano. Nell'iscrizione Kupantakuruntas descrive se stesso come una sorta di protettore di Troia, appellandosi ai futuri governanti di Troia affinché sorveglino Wilusa (nome antico di Troia) come ha fatto il grande sovrano di Mira.
L'iscrizione, purtroppo, non esiste più, poiché è stata distrutta nel XIX secolo, ma sono state trovate delle registrazioni della stessa nella tenuta di un famoso archeologo scomparso nel 2012, James Mellaart, il quale aveva scoperto diversi siti antichi, il più famoso dei quali è Catalhoyuk, insediamento risalente a 9500 anni fa in Turchia, forse la più antica città del mondo.
Mellaart lasciò istruzioni affinché l'iscrizione fosse tradotta da altri studiosi, nel caso in cui non fosse riuscito a farlo lui prima di morire. Alcuni ricercatori hanno sollevato obiezioni sull'autenticità dell'iscrizione, adombrando l'ipotesi che essa sia stata creata dallo stesso Mellaart. Secondo le note di quest'ultimo, l'iscrizione venne copiata nel 1878 da un archeologo, tale Georges Perrot, vicino al villaggio turco di Beykoy. Poco dopo gli abitanti del villaggio utilizzarono la pietra come materiale da costruzione di una moschea. Uno studioso di nome Bahadir Alkim, morto nel 1981, riscoprì il disegno di Perrot e ne fece una copia che, a sua volta, venne copiata da Mellaart e che ora è stata decifrata dal team svizzero-olandese.

Fonte:
livescience.com
Uno dei frammenti di tessuto in seta e filo d'argento scoperti
a Birka e Gamla Uppsala (Foto: bbc.com)
Ricercatori svedesi hanno trovato caratteri arabi intessuti sugli abiti di una sepoltura all'interno di una barca vichinga. La scoperta solleva nuovi interrogati sull'influenza dell'Islam in Scandinavia. Gli abiti erano in deposito da più di un secolo, catalogati come semplici corredi funerari di epoca vichinga.
Il nuovo esame sui capi di abbigliamento - risalenti al IX e al X secolo - ha portato a nuove ipotesi sui contatti tra il mondo vichingo e quello musulmano. Le parole ricamate con filo d'argento sui tessuti sono, in particolare, Allah e Alì. La scoperta è stata fatta dall'archeologa Annika Larsson dell'Università di Uppsala mentre stava riesaminando i resti di abiti contenuti in alcune sepolture sia maschili che femminili, scavate a Birka, in Svezia, nel XIX secolo. Altri frammenti, rinvenuti anch'essi nelle sepolture, rimandano a contatti con il mondo dell'Asia centrale, la Persia e la Cina.
L'anello vichingo con iscrizione kufica "per Allah", ritrovato in una sepoltura
femminile di IX secolo d.C. (Foto: G. Hildebrand, Museo di Storia Svedese)
L'archeologa ha finora trovato i due nomi, Allah ed Alì, su almeno dieci dei 100 pezzi che sta esaminando. Tra i dubbi che si stanno analizzando in merito alla presenza di lettere arabe in sepolture vichinghe, vi è quello che vi possano essere stati dei vichinghi di religione islamica. Del resto l'esame del Dna effettuato sui resti di alcuni defunti, ha individuato uomini e donne provenienti dalla Persia, dove l'Islam era la religione predominante.
I contatti tra il mondo vichingo e quello musulmano è attestato da numerosi resoconti storici e dalla scoperta di monete islamiche in tutto l'emisfero settentrionale. Due anni fa i ricercatori hanno riesaminato un anello d'argento rinvenuto in una sepoltura femminile e vi hanno trovato incisa la frase "per Allah", inciso sulla pietra ornamentale. Il testo era kufico, sviluppato nella città irachena di Kufah, nel VII secolo d.C., una delle prime scritture arabe in cui fu composto il Corano. Viceversa il nome di Alì non era mai stato rinvenuto finora.
Alì era ed è un nome piuttosto diffuso, nell'Islam, si rifaceva al nome del cugino e genero di Maometto, del quale aveva sposato la figlia Fatima. Gli Sciiti consideravano Alì come il vero erede spirituale del profeta. Alcuni ricercatori ritengono che le scritte siano, in realtà, un errore di copiatura, poiché il nome Alì non accompagnato dalla frase Allah waly, che vuol dire "amico di Allah", non ha valore.

Fonte:
bbc.com

domenica 8 ottobre 2017

Tell el-Amarna, trovata una scultura di Akhenaton

La testa di Akhenaton appena ritrovata
(Foto: english.ahram.org.eg)
Una missione archeologica anglo-egiziana, della Cambridge University, ha scoperto una testa in gesso pertinente, molto probabilmente, una statua del faraone Akhenaton durante i lavori di scavo a Tell el-Amarna, nel Governatorato di Minya, in Egitto.
La testa è alta 9 centimetri, lunga 13,5 e larga 8 ed è venuta alla luce durante i lavori di scavo nella prima sala del grande tempio di Aton a Tell el-Amarna. La scoperta può gettare nuova luce sulla città che fu capitale dell'Egitto durante il regno di Akhenaton, faraone della XVIII Dinastia, il cui regno fu uno dei più controversi nella storia dell'antico Egitto. La missione dell'Università di Cambridge è diretta dall'archeologo Barry Kemp, che aveva iniziato gli scavi a Tell el-Amarna nel 1977, in diversi siti della città quali il villaggio di Al-Ahgar, il palazzo settentrionale.
Tell el-Amarna si trova a circa 12 chilometri a sudovest della città di Minya e contiene le rovine della città fatta costruire da Akhenaton e da sua moglie Nefertiti. Qui sorgevano, un tempo, sepolture, palazzi e magnifici edifici templari.

Fonte:
english.ahram.org.eg

Antikythera, emerge un braccio di bronzo

Il braccio di bronzo scoperto nelle acque di Antikythera
(Foto: Brett Seymour/EUA/ARGO 2017)
Gli archeologi subacquei hanno recuperato un braccio in bronzo dall'antico e, oramai, famoso naufragio avvenuto nei pressi dell'isola greca di Antikythera. Sui fondali marini si trovano ancora almeno sette statue di inestimabile valore.
I ricercatori hanno trovato il braccio, incrostato e coperto da una patina verde, sotto mezzo metro di sedimenti nei pressi dei resti del naufragio della nave. Quest'ultima raggiungeva la ragguardevole lunghezza di circa 50 metri ed era diretta dall'Asia Minore a Roma. Il naufragio si verificò nel I secolo a.C.
Il reperto è stato scoperto grazie ad un rilevatore di metalli subacqueo, che ha individuato anche la presenza di altri grandi oggetti metallici nelle vicinanze del luogo del ritrovamento. L'archeologo greco Alexandros Sotiriou, subacqueo che fa parte del progetto di esplorazione subacquea promosso dall'Eforato greco per le antichità sommerse, ha affermato che sono almeno sette, se non addirittura nove, le statue ancora occultate dai sedimenti e dai massi che, molto probabilmente, sono piovuti in mare ed hanno contribuito ad occultare il relitto dopo il terremoto che ha scosso Antikythera e le isole circostanti nel IV secolo d.C.
Il braccio in bronzo, per l'esattezza si tratta di un braccio destro, appartiene con tutta probabilità alla statua di un uomo. Tra gli altri oggetti recuperati dai subacquei vi è una lastra in marmo rosso, un boccale d'argento, sezioni di legno che tenevano insieme il telaio della nave ed un osso umano. Lo scorso anno la stessa spedizione archeologica subacquea ha scoperto cranio, denti, costole ed altre ossa di un individuo morto nel naufragio. Sono stati fatti gli esami del Dna e si è potuto sapere che l'individuo era di sesso maschile. Una tazza, sepolta dai detriti accanto al corpo dell'uomo, reca inciso, assieme a scene erotiche, il nome di Pamphilos.
Il disco bronzeo recuperato dai fondali di Antikythera
(Foto: Brett Seymour/EUA/ARGO 2017
Nel 1900 emersero, dalle acque di Antikythera, i pezzi di un bellissimo bronzo ellenistico chiamato, in seguito, il giovane di Antikythera. La statua si trova, oggi, nel Museo Archeologico Nazionale di Atene, a fianco di un impressionante testa bronzea denominata il filosofo di Antikythera. Entrambi i reperti risalgono al IV secolo a.C. ed hanno sollevato il problema su come possano essere arrivati su una sfortunata nave 300 anni più tardi.
L'industria del riciclaggio del bronzo, in epoca classica ma anche in epoca medioevale, godeva di notevole fortuna. Molti dei migliori esemplari di statue bronzee che ora sopravvivono, infatti, sono state recuperate da naufragi. Le sculture in bronzo antiche sono molto rare, dal momento che in antichità era d'abitudine riciclare il metallo. Il recupero delle statue ancora sepolte nei fondali di Antikythera richiederà uno sforzo massiccio. E' necessario, anzitutto, rimuovere i massi che occultano i reperti, oppure forare la roccia e riempirla di malta, che fa in modo che la pietra si espanda. Un'altra opzione è di rompere i massi con piccole cariche, utilizzate per recuperare le persone intrappolate nelle grotte sottomarine.
Oltre alle statue, i fondali di Antikythera hanno restituito un disco bronzeo che sembra corrispondere, per dimensioni, alle ruote degli ingranaggi del meccanismo di Antikythera, del quale non sono stati ancora recuperati tutti i componenti. Indagini con i raggi x hanno rivelato l'immagine di un toro, il che farebbe pensare ad un elemento decorativo più che ad un ingranaggio.

Fonte:
theguardian.com

Saqqara: l'obelisco della regina

Il frammento di obelisco di Anknespepi II (Foto: english.ahram.org.eg)
Una missione archeologica franco-svizzera che sta lavorando nella necropoli di Saqqara sotto la direzione del Professor Philippe Colombert dell'Università di Ginevra, ha riportato alla luce la parte superiore di un obelisco dell'Antico Regno, appartenente alla regina Ankhnespepi II, madre del faraone Pepi II (VI Dinastia, 2350 a.C. circa).
La parte tornata alla luce è in granito rosso e misura circa 2,5 metri di lunghezza, si tratta del più grande frammento di obelisco dell'Antico Regno scoperto finora. Gli studiosi stimano a 5 metri l'altezza dell'obelisco quando era ancora intatto. Il manufatto è stato trovato nei pressi del lato orientale della piramide e del complesso funerario della regina Ankhnespepi II, il che conferma l'ipotesi che sia stato rimosso dalla sua posizione originale, che si trovava all'ingresso del tempio funerario.
"Le regine della VI Dinastia avevano solitamente due piccoli obelischi nei pressi dell'ingresso del loro tempio funerario, ma questo obelisco è stato trovato piuttosto distante dall'ingresso del complesso di Ankhnespepi II", ha affermato Mostafa Waziri, Segretario Generale del Consiglio Supremo delle antichità. Egli suggerisce che potrebbe essere stato spostato da scalpellini vissuti in epoca successiva. La maggior parte della necropoli, infatti, venne utilizzata come cava durante il Nuovo Regno ed anche nel periodo tardo.
L'obelisco reca un'iscrizione, su uno dei lati, che sembra essere la titolatura e il nome di Ankhnespepi II. Se così fosse, Ankhnespepi II sarebbe la prima regina il cui nome si trova iscritto in un elemento del suo tempio funeraria. Prima di questa regina le iscrizioni era incise solamente sulle piramidi dei faraoni.
Il Professor Colombert ha affermato che sulla parte superiore dell'obelisco c'è una piccola deviazione che sta ad indicare che la punta (pyramidion) era coperta con lastre di metallo, probabilmente lamine di rame o d'oro, che rendevano l'obelisco luccicante sotto i raggi del sole.
Ankhnespepi II aveva sposato Pepi I e, alla sua morte, sposò il figlio di questi, Merenre, dal quale ebbe il futuro faraone Pepi II. Merenre morì quando suo figlio aveva appena sei anni e Ankhnespepi II divenne reggente ed effettivo sovrano del Paese.

Fonte:english.ahram.org.eg

In mostra le lamine d'oro di Tutankhamon

Una delle lamine d'oro di Tutankhamon (Foto: english.ahram.org.eg) Il Ministro Egiziano delle Antichità , Khaled el-Enany , ha inau...