sabato 29 luglio 2017

Bulgaria, rinvenuto un fonte battesimale del V secolo d.C.

Il fonte battesimale trovato a Plovdiv (Foto: sofiaglobe.com)
Alla fine di un progetto durato dieci mesi, un team di archeologi ha trovato, presso la Basilica episcopale di Plovdiv, un fonte battesimale risalente al V secolo d.C..
Il sito di scavo è ampio 2500 metri quadrati, vi sono stati rinvenuti mosaici pavimentali, molti dei quali in buone condizioni, ed altri elementi architettonici di valore artistico, tra cui architravi e fregi. La Basilica è la più grande trovata finora in Bulgaria. Sul fonte battesimale appena rinvenuto c'è il nome di un vescovo: Makedonii.
Gli archeologi ancora non sanno se questo vescovo sia originario di Filippopoli (il nome antico di Plovdiv) o di qualche altra regione. Si conosce un Makedonii patriarca di Costantinopoli, deportato sul Mar Nero. Unitamente al fonte battesimale è stata ritrovata anche un'ampia sezione di strada che partiva dalla residenza del vescovo ed alcuni pozzi.
Al di sotto della Basilica si trovano i resti di un edificio rettangolare piuttosto ampio, probabilmente un edificio pubblico, che i ricercatori sperano di indagare quanto prima.

Fonte:
sofiaglobe.com

Arezzo, scoperto il luogo del Duomo vecchio

La sepoltura dei gemellini appena scavata (Foto: arezzonotizie.it)
Quattro settimane di scavi e le prime entusiasmanti scoperte sono venute alla luce: una tomba infantile con due neonati, probabilmente due gemellini, sepolti insieme, e le mura di quello che, con ogni probabilità, sembra essere il Duomo vecchio. Procede la campagna archeologica a Colle del Pionta. Fortemente voluta dall'associazione Academo e dal suo presidente Mauro Mariottini e coordinata dalla Professoressa Alessandra Molinari dell'Università di Tor Vergata, che coordina un team di 10 archeologi, sta dando frutti di particolare interesse che a breve potranno scrivere nuove pagine nella storia di Arezzo.
L'area di scavo è proprio dietro all'oratorio di Santo Stefano, laddove gli studiosi presumono potesse trovarsi la tomba di San Donato. "Abbiamo trovato alcuni grandi muri che hanno una forma che riporta ad un edificio poligonale - spiega Molinari - Tutta la struttura sembra girare intorno alla cripta all'interno dell'oratorio di Santo Stefano. Sembra proprio che ci stiamo trovando di fronte al grande duomo di Maginardo".
Il Colle del Pionta (Foto: arezzoperlastoria.it)
Dunque sarebbe stato trovato il duomo vecchio, mancano solo le ultime conferme che potrebbero arrivare nei prossimi mesi, ma i dubbi ormai sembrano essersi dissolti. "Questa è una zona ad alto interesse - spiega Molinari - tanto è vero che anche in passato sono stati fatti grandi scavi, tra i quali quelli di Mario Salmi che per molto tempo ha cercato i resti del duomo vecchio. Per capire l'importanza di questa zona dobbiamo cercare di tornare indietro nel tempo con l'immaginazione: pensare ad un'area con antiche cave e ipogei dove furono sepolti in molti. Forse anche proprio San Donato".
E proprio una tomba infantile è stata ritrovata vicinissima a quello che gli archeologi ipotizzano fosse il sepolcro principale. I resti di due neonati sono stati trovati nella tomba, uno accanto all'altro: "Pensiamo che nella cripta dell'oratorio ci fosse la tomba di San Donato. E forse la tomba infantile ritrovata, risalente a prima dell'anno Mille, era lì affinché i defunti si riposassero vicino al santo. Nel passato forse era gradito farsi tumulare qui proprio per la vicinanza con la sepoltura di San Donato".
Duomo vecchio di S. Stefano e Santa Maria al Colle del
Pionta, VIII sec. (Foto: arezzoperlastoria.it)
Il Colle del Pionta vanta origini antichissime, come attesta la presenza di fonti sacre e culti delle acque salutari riconducibili ai culti suburbani di origine preistorica. In seguito allo sviluppo della città, il colle divenne un sepolcreto utilizzato dalle famiglie aristocratiche aretine, funzione evidenziata dai reperti che vi sono stati rinvenuti. Ma è soltanto con il martirio del secondo vescovo di Arezzo, San Donato, nel 304, e con l'inizio del culto di quest'ultimo che il sito conosce la sua vera fioritura. Sul Colle del Pionta, dopo la pace costantiniana del 313, viene eretta una cappella oratorio ad opera del successore di Donato, Gelasio, attorno alla quale si sviluppa un importante centro culturale paragonabile ai principali centri spirituali dell'intero occidente dell'epoca. Molti sono i personaggi di spicco che visitano il Colle del Pionta: Pipino il breve (756), suo figlio Carlo Magno (800), Lotario I (836), Ottone I (970), Ottone II (981), Ottone III (996).
Alla primitiva chiesa paleocristiana del IV secolo, si affianca, nel 650-840, la cattedrale di Santa Maria e Santo Stefano che, come hanno dimostrato le esplorazioni effettuate, rivela la presenza in loco di Longobardi e poi Franchi, la canonica voluta da papa Pietro I (840), la sede vescovile e, infine, il grandioso complesso del tempio di San Donato, realizzato da Maginardo ad immagine di San Vitale in Ravenna, consacrato nel 1032. Questo complesso venne a costituire una vera e propria cittadella vescovile.
Le prime devastazioni furono opera degli stessi aretini nel 1110 e nel 1129, nel contesto degli scontri tra guelfi e ghibellini. Nel 1203 Innocenzo III, poi, fece trasferire, con bolla papale, la cattedrale, l'episcopato e la canonica dentro le mura della città, presso la chiesa di San Pier Maggiore, appartenete ai monaci benedettini dell'abbazia di Santa Flora e Lucilla.
Il termine Pionta deriva dal longobardo "biunda", che significa "recinto", in riferimento a terreni coltivati e allevamenti che includeva anche una vasta zona pianeggiante limitrofa al castrum vescovile. Successivamente il castrum prese il nome di Domus. Rimase il termine Pionta, ad indicare solo le zone marginali pianeggianti. 

Fonti:
arezzonotizie.it/attualità
arezzoperlastoria.it

Tunisia, trovata una cittadina industriale romana

(Foto: ansa.it/sardegna/notizie)
Una città romana sommersa con il suo reticolo di cardi e decumani che si estende per una ventina di ettari sotto il mare del Golfo di Hammamet in Tunisia. Si chiama Neapolis e l'hanno scoperta gli archeologi sardi, tunisini e algerini che hanno partecipato, dal 2 al 15 luglio, ad una missione archeologica, la nona di una serie cominciata nel 2010, finanziata dal Consorzio Uno per gli Studi universitari di Oristano.
Più che una città, come hanno spiegato ad Oristano gli archeologi Raimondo Zucca e Pier Giorgio Spanu del Dipartimento di Storia, Scienze dell'Uomo e della Formazione dell'Università di Sassari e il Professor Mounir Fantar, dell'Institut National du patrimoine di Tunisi, quella individuata già nelle precedenti missioni e ora ampiamente documentata è una sorta di zona industriale della già ben nota Colonia Iulia Neapolis, ed è caratterizzata dalla presenza di un gran numero di vasche dove si procedeva alla salagione di grandi quantità di pesce (in particolare sardine ma anche piccoli tonni) che poi venivano sistemate all'interno di anfore di terracotta, caricate sulle navi ed esportate in vari paesi del Mediterraneo.
L'avventura era cominciata nel 2009 sulla base di una proposta del Professor Zucca, che dopo aver studiato la Neapolis sarda, di fronte al Golfo di Oristano, mirava a studiare anche la gemella ed omonima città africana. I rilievi anche subacquei ed aerei eseguiti nel corso della missione appena conclusa hanno permesso di completare la planimetria della città sommersa, che rappresenta circa un terzo dell'intera Colonia Iulia Neapolis.
Grazie alla scoperta di un grosso frammento di lastra calcarea utilizzata per un'iscrizione plateale, la missione ha anche permesso di individuare tra le rovine della città di terraferma quella che potrebbe essere la ventisettesima piazza forense romana (la quarta in territorio africano) con il suo tempio dedicato a Giove Capitolino, la sua Curia e la sua Basilica giudiziaria. Secondo gli archeologi che hanno partecipato alla missione, quel pezzo della città di Neapolis sarebbe stato sommerso dall'acqua a causa di un rovinoso terremoto che sarebbe avvenuto più o meno a metà del IV secolo d.C.. La decima missione, già programmata per la seconda metà di agosto, approfondirà proprio questi aspetti anche con la partecipazione di archeosismologi e geomorfologi subacquei.

Fonte:
ansa.it/sardegna/notizie

Saepinum, scavato un tempio vicino il Foro

Gli ultimi ritrovamenti di Saepinum (Foto: ansa.it/molise)
Nuova scoperta nell'area archeologica Altilia-Sepino, in provincia di Campobasso. Riportato alla luce un nuovo importante monumento pubblico: si tratta di un tempio su podio, databile alla seconda metà del I secolo a.C., localizzato in un'area della città antica mai indagata in precedenza, tra il Foro e le mura di fortificazione meridionali.
I tecnici della Soprintendenza archeologica, diretta da Teresa Cinquantaquattro, con le esplorazioni attuali si prefiggono di riportare alla luce la parte dell'antica Saepinum che ancora giace, interrata, all'interno della cinta muraria. Lo scavo, che si è concluso in questi giorni, ha liberato una parte del tempio dei crolli che colmavano l'interno del podio, recuperando interessanti elementi della decorazione del tetto e degli alzati, che serviranno a ricostruirne l'aspetto originario. "Futuri finanziamenti - spiegano dalla soprintendenza - dovranno garantire la prosecuzione dello scavo e il restauro del monumento".

Fonte:
ansa.it/molise/notizie

mercoledì 26 luglio 2017

Un antico torchio per l'uva nel deserto del Negev

Il torchio di Ramat Negev (Foto: D. Dagan, Israel Antiquities Authority)
Nella regione del Negev, in Israele, è stato scoperto un grande torchio di epoca bizantina. Si tratta della seconda scoperta del genere.
La scoperta è stata fatta dagli archeologi della Israel Antiquities Authority all'interno di una grande struttura di epoca bizantina, risalente al IV secolo d.C.. La regione del Negev meridionale era situata sulla via commerciale dell'incenso. Si tratta di una regione desertica, scarsamente popolata, che un tempo era conosciuta come una zona agricola, in cui veniva coltivata l'uva per ottenerne il vino da esportare ai confini dell'impero bizantino. Oggi la tradizione di vinificazione del deserto è stata ripresa attraverso degli studi condotti presso il Centro AgroResearch di Ramat Negev.
L'imponente costruzione bizantina, circa 40 metri 40, è in pietra e poteva far parte di un complesso al servizio dell'esercito stanziato in questa regione. La fossa per la raccolta del succo d'uva ha un diametro di 2,5 metri per una profondità di 2 metri e questo ha permesso di stimare la produzione vinicola a 6.500 litri. Secondo l'archeologo Yoram Chaimi la scoperta è stata una vera e propria sorpresa: "In tutta la regione del Negev meridionale c'è solo un altro torchio situato all'interno di una struttura chiusa, si trova nella città nabatea di Avdat", anche questa città si trova lungo il percorso della via dell'incenso.
I ricercatori pensano che il torchio abbia smesso di funzionare intorno al VI secolo d.C., quando vi fu una terribile ondata di peste. Alla fine del periodo bizantino l'area era completamente abbandonata.

Fonte:
timesofisrael.com

Antiche pergamene riciclate

Il testo medioevale analizzato con le ultime tecnologie dalla
Cornell High Energy Synchrotron Source (Foto: Emeline Pouyet)
Un gruppo di diversi ricercatori della Northwestern University ha sviluppato una nuova tecnologia che consente l'accesso a testi medioevali nascosti in pergamene riutilizzate per antichi libri. La nuova tecnologia è certamente interessante ed innovativa, poiché permette di decifrare un testo al di sotto della superficie di altri materiali legatori.
Il testo che ha determinato la nascita, se così si può dire, di questa nuova tecnica è una copia del libro di Esiodo "Le opere e i giorni", copia risalente al 1537 acquistata nel 1870 dalla Northwestern University. La copia è l'unica ad avere, ben conservata, la originale rilegatura in pergamena. Analizzando il testo, i ricercatori hanno notato che l'autore del manoscritto aveva cercato di rimuovere, attraverso forse il lavaggio o il raschiamento, la scrittura presente sul bordo del libro. Malgrado i tentativi fatti, sono state notate due colonne "fantasma" di scrittura circondate da commenti a margine, ancora visibili attraverso la pergamena sulla copertina anteriore e posteriore del libro. L'inchiostro al di sotto aveva parzialmente degradato la pergamena riuscendo ad evidenziare il testo che vi era scritto.
Dopo diversi, inutili, tentativi, i ricercatori hanno inviato il testo alla Cornell High Energy Synchrotron Source di Ithaca, New York, dove è stata sviluppata un'avanzata tecnica di analisi mediante raggi X. Dopo un lungo e faticoso lavoro, finalmente i ricercatori hanno potuto identificare un codice legislativo romano del VI secolo d.C. con note che facevano riferimento alla legge canonica della chiesa.
I documenti rilegati confezionati tra il XV e il XVIII secolo spesso contengono frammenti di manoscritti più antichi nascosti. Gli esperimenti in questione hanno trovato un frammento di manoscritto risalente al XII secolo con estratti di un'opera di Beda, monaco e studioso dell'VIII secolo d.C.. I ricercatori sono stati anche in grado di separare alcune pagine che erano state incollate le une alle altre, riuscendo anche a leggere quanto vi era stato scritto.
La pergamena con il testo legislativo romano, sostengono gli studiosi, era molto probabilmente utilizzata in una scuola di diritto, dove gli studenti venivano edotti sulla legge romana quale base per la comprensione del diritto canonico, pratica questa abbastanza comune in Europa durante il Medioevo.

Fonte:
ancient-origins.net

Pompei, scoperta una tomba monumentale

Il monumento funebre rinvenuto di recente a Pompei
(Foto: Ansa)
Dalle attività di scavo connesse alla ristrutturazione degli edifici demaniali previsti dal Grande progetto Pompei, nell'area di San Paolino (nei pressi di Porta Stabia, uno degli accessi all'antica città), è stata scoperta una tomba monumentale in marmo con la più lunga epigrafe funeraria finora ritrovata. Ne dà notizia il Parco Archeologico di Pompei in una nota.
L'iscrizione, lunga più di 4 metri con ben sette registri narrativi, pur non recando il nome del defunto, morto un anno prima dell'esplosione del vulcano, ne riporta in maniera dettagliata le tappe fondamentali della vita (acquisizione della toga virile, nozze) e la descrizione delle attività munifiche che accompagnarono tali eventi (banchetti pubblici, elargizioni liberali, organizzazione di giochi gladiatori e combattimenti con belve feroci); l'iscrizione offre, inoltre, molti dettagli importati sugli ultimi dieci anni di Pompei, prima della distruzione dovuta all'eruzione del Vesuvio.
Gli archeologi esaminano il monumento funebre appena rinvenuto
(Foto: exibart.com)
La tipologia del monumento e il contenuto dell'epigrafe avvalorano l'ipotesi che il monumento potesse essere completato dal famoso bassorilievo marmoreo con scene di processione, combattimenti gladiatori e venationes, attualmente conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e di cui, finora, non se ne era individuato il contesto di provenienza. Si fa l'ipotesi che il monumento possa appartenere a Gneo Alleo Nigido Maio, che il popolo soprannominò "principe" della colonia, come gratitudine per i favolosi spettacoli che organizzava nella città. Manifestazioni pari a quelle romane.
Ritrovate nell'area anche le tracce ben leggibili del passaggio di una carovana al di sopra dello strato di oltre due metri di lapillo che copriva questa porzione della città antica, da porsi in relazione con il rinvenimento avvenuto precedentemente e poco lontano, di alcuni scheletri a una quota più alta rispetto ai piani di frequentazione romani.

Fonti:
napoli.repubblica.it
ilsole24ore.com

domenica 23 luglio 2017

Russia, mummia medioevale e lastre di rame

La sepoltura dell'uomo di Zeleny Yar (Foto: Alexander Gusev)
Una mummia perfettamente conservata di un adulto, ricoperto di lastre di rame dalla testa ai piedi, è stata scavata nel nord della Russia. A fianco di quella dell'adulto giaceva la mummia di un bambino. Potrebbe trattarsi di sepolture medioevali. I resti sono stati trovati vicino Zeleny Yar, sito archeologico della regione autonoma di Yamalo-Nenets.
Nel sito, quest'anno, sono state già scavate dieci sepolture, cinque delle quali integre. Le mummie appena ritrovate erano avvolte in corteccia di betulla e tessuto spesso. L'adulto era alto circa 170 centimetri ed erano state disposte, sul suo corpo, lastre di rame dalla testa ai piedi. Il bambino aveva meno di un anno, al momento della morte e sembra essere stato ricoperto dai frammenti di un calderone di rame.
Le mummie sono state inviate ad un laboratorio perché possa analizzarle con maggiore cura senza rovinare i tessuti dai quali sono ricoperti. I ricercatori pensano di sottoporre entrambe le mummie a Tac per verificarne la condizione fisica e per capire se, all'interno del tessuto che le fascia, si nascondano dei manufatti.
Le mummie di Zeleny Yar, vicine al circolo polare artico, sono state sepolte tra il VI e il XIII secolo d.C.. Già nel 2013-2017 gli archeologi russi hanno individuato e scavato 47 sepolture. Nel 2015 è stata riportata alla luce la mummia di un ragazzino di appena sette anni, sepolto nel XIII secolo avvolto in un sudario di pelliccia e corteccia di betulla, con una piccola ascia di bronzo.

Despotiko, continuano gli scavi e i ritrovamenti

Gli scavi sull'isola di Despotiko (Foto: Ministero della Cultura)
Nuovi edifici sono venuti alla luce durante i lavori di scavo e di restauro condotti dal 30 maggio al 7 luglio 2017 presso il Santuario di Apollo sulla disabitata isola greca di Despotiko, ad ovest di Antiparos.
I risultati di questa stagione di scavo sono considerati estremamente importanti per la topografia del Santuario. Tra i risultati conseguiti in quest'anno, il recupero di un frammento di marmo di una statuina raffigurante Kore, risalente al periodo arcaico; parte del piedistallo con piede di un kouros arcaico e un frammento della gamba di quest'ultimo.
Frammento di statua di Kore
(Foto: Ministero della cultura)
Gli scavi sistematici a Despotiko sono iniziati nel 1997 ed hanno portato alla scoperta di uno dei più significativi siti archeologici delle Cicladi. Gli scavi sono diretti dall'archeologo Yannis Kouragios, dell'Eforato delle Antichità delle Cicladi e si sono focalizzate sul complesso edilizio parzialmente esplorato nel 2016 (a sud del Santuario arcaico). Quest'anno sono emerse otto nuovi ambienti sui lati sud ed ovest del complesso, ma non sono stati ancora individuati i confini dell'edificio.
Il complesso monumentale è composto da 12 camere disposte su 180 metri quadrati. Le dimensioni delle stanze sono molto variabili ma tutte sono orientate con ingresso a sud. Probabilmente alcune non erano nemmeno stanze ma spazi aperti quali cortili o vestiboli.
Sulla base dei risultati (abbondante ceramica di età arcaica e classica) e alcuni elementi architettonici, si ritiene che il complesso abbia avuto le funzioni di archivio, oltre che quelle di santuario. Quest'ultimo, vista l'affluenza crescente di pellegrini, venne continuamente ampliato fino al IV secolo a.C.. Gli scavi hanno interessato anche edifici non appartenenti al Santuario. E' stata anche completata l'indagine dell'edificio cosiddetto B, già scavato dal 2007 al 2013. Le fasi di utilizzo dello stesso risalgono ad un periodo compreso tra il VII secolo a.C. ed il tardo VI secolo a.C.
All'estremità nordorientale dell'isola, vicino alla riva, è stato individuato un altro edificio di 4,40 x 4,30 metri. Di esso si conservano solo le fondamenta, la sua posizione e la sua pianta suggeriscono che fungeva da osservatorio o torre. Sono state ritrovate qui lampade e 30 frammenti di ceramica, cocci di anfore e kylikes, frammenti di crateri a figure rosse con raffigurazioni di uomini giovani nudi, lekanes, brocche, contenitori per il sale e molti oggetti metallici (chiodi, bulloni, ganci).

Fonte:
Archaiologia Online

Taranto, tracce antiche da acquedotti moderni

Uno dei reperti rinvenuti negli scavi di Taranto
(Foto: mediterraneoantico.it)
Durante i lavori effettuati dall'Acquedotto Pugliese per il risanamento e la manutenzione delle reti idriche nel centro di Taranto, tra il 2016 e il 2017, per sostituire vecchie tubazioni con nuove di maggior diametro, per una lunghezza complessiva di 3,7 chilometri, sono emersi importanti reperti di interesse archeologico.
Questo non dovrebbe stupire vista la straordinarietà storico-archeologica della città, ma i resti rinvenuti sono assolutamente da considerare di notevole pregio. I materiali sono relativi soprattutto alla necropoli greca e romana, con sepolture di tipologia varia che si datano tra il VI e il I secolo a.C.. Sono emerse, infatti, sepolture a semicamera, a sarcofago, a fossa, con i relativi corredi funerari. Ulteriori ritrovamenti sono riconducibili anche ad attività artigianali nell'area grazie alla scoperta di fornaci per la cottura dell'argilla databili al II secolo a.C., poi pozzi obliterati in periodi diversi (dall'età arcaica a quella ellenistica) e antichi tracciati viari in cocciopesto. Gli esperti sono già al lavoro per il restauro e la catalogazione dei reperti che si spera presto verranno mostrati anche alla cittadinanza e, chissà, magari anche esposti nel prestigioso Museo Archeologico di Taranto.

Fonte:
mediterraneoantico.it

sabato 22 luglio 2017

Auch, Francia: rivelata una straordinaria villa romana

Scavi alla domus romana di Auch (Foto: Jean Louis Bellurget, INRAP)
Un gruppo di archeologi ha recentemente scoperto le rovine di una ricca villa romana del V secolo d.C. ad Auch, un comune della Francia sudoccidentale. Sicuramente questa dimora di prestigio venne abbandonata 1600 anni fa e si trovava, un tempo, al centro dell'antica città romana di Augusta Auscorum, capitale della provincia di Novempopulanie, attuale città di Auch. La scoperta è stata inizialmente fatta dal proprietario della terra che stava intraprendendo uno scavo per gettare le fondazioni di una nuova casa. A soli 50 centimetri dalla superficie sono emerse le rovine del dimora aristocratica, che era dotata di bagni privati e pavimenti musivi.
Particolare di uno dei mosaici della villa romana di Auch(Foto: Jean Louis Bellurget, INRAP)
All'indomani della notifica alle autorità archeologiche locali, l'Institut National de Recherches Archéologiques Preéventives (INRAP) ha cercato di indagare il più possibile la storia e l'ampiezza della grande domus aristocratica. Il team archeologico non ha molto tempo a sua disposizione, poiché il terreno deve essere restituita al suo proprietario entro il mese di settembre. I ricercatori pensano che le rovine risalgono al I e al V secolo d.C., poiché l'edificio è stato ricostruito più volte.
L'edificio attuale, così come appare, è stato edificato nel III secolo d.C. che venne sottoposto per ben due volte a ristrutturazione. Gli archeologi sono rimasti particolarmente impressionati dai grandi e colorati mosaici, che dovrebbero essere rimossi entro questo mese. I mosaici hanno motivi geometrici e floreali, con foglie di edera, alloro e acanto, ma anche fregi con onde e motivi a forma di uovo. Si tratta di vere e proprie opere d'arte molto raffinate.
La datazione del palazzo è stata piuttosto difficoltosa, ma la scoperta di una moneta dell'imperatore Costantino I (272-337 d.C.) ha aiutato a concludere che la domus risalirebbe al 330 d.C. circa. La domus disponeva anche di due sistemi di riscaldamento a pavimento, una tecnica utilizzata, per la prima volta dai Minoici e perfezionata, in seguito, dai Romani. Sono stati trovati anche altri mosaici risalenti ad una fase precedente della casa. Ad un livello ancora più profondo è apparso un terzo mosaico adorno di quattro tessere nere a forma di croce.

giovedì 20 luglio 2017

Sicilia, scoperto un tempio di Apollo

Gli scavi nella città greco-romana di Alesa (Foto: Unime.it)
Un tempio, attribuito da più fonti ad Apollo, è stato riportato alla luce nel corso di una redditizia campagna di scavi archeologici condotti dalle Università di Messina e di Oxford. I lavori sono stati effettuati presso il sito della città greco-romana di Alesa, nella zona di Tusa. La fase operativa degli scavi è durata circa un mese (compreso un periodo di quasi due settimane necessario alla bonifica dell'area, interessata da una fitta vegetazione). A dirigere le operazioni, giunte ormai agli sgoccioli, sono stati i Professori Lorenzo Campagna (professore associato al Dipartimento DiCAM) e Jonathan Prag (docente di Storia Antica dell'Ateneo inglese), coadiuvati dal Professor Alessio Toscano Raffa (Cnr-Ibam di Catania), in veste di coordinatore.
Le strutture del tempio di Apollo, solo parzialmente individuate negli anni Cinquanta del secolo scorso dall'archeologo Gianfilippo Carrettoni, sembrano non essere le uniche ad insistere sulla zona. Pare, infatti, che vi possano essere altri due templi di minori dimensioni. Per effetto di una concessione, della durata complessiva di tre anni, questi, come altri reperti, potranno rappresentare lo sviluppo futuro della collaborazione fra i due Atenei. La campagna archeologica, difatti, rientra in un progetto di ampliamento degli scavi in tutta la zona antica, per meglio definire lo sviluppo planimetrico e monumentale della più importante area sacra della città.
L'équipe complessiva degli scavi è stata composta, oltre che dai docenti e ricercatori, anche da 15 studenti (10 dell'Università di Oxford e 5 dell'Ateneo peloritano). Nel corso delle ricerche c'è stata anche la visita delle scuole locali.

Fonte:
Unime.it

martedì 18 luglio 2017

Bari, riemergono le strutture del porto aragonese

Le strutture del porto aragonese o borbonico
(Foto: bari.repubblica.it)
Bari, sotto l'ex mercato del pesce spuntano i resti di un antico porto. Il rinvenimento archeologico è avvenuto durante i lavori di restyling del palazzo di piazza Ferrarese che diventerà polo dell'arte contemporanea.
Di certo c'è che è precedente al 1837. La banchina del porto completa di bitte rimaste intatte, ritrovata sotto la pavimentazione del mercato del pesce di piazza Ferrarese a Bari vecchia, potrebbe risalire al periodo aragonese o a quello borbonico. La Sovrintendenza ha avviato ricerche archivistiche per accertare la datazione dello straordinario ritrovamento archeologico venuta a galla durante i lavori di riqualificazione dell'edificio destinato a ospitare il polo dell'arte contemporanea.
"Dopo lo svellimento della pavimentazione al piano terra del mercato del pesce - racconta il sovrintendente Luigi La Rocca - abbiamo verificato la presenza di strutture preesistenti. Abbiamo avviato approfondimenti stratigrafici ed è venuta fuori la struttura in calcare in blocchi squadrati su cui si è impostato il mercato che fu realizzato nel 1837. E' emersa la banchina del porto di Bari dove attraccavano le barche, vogliamo capire a quale fase cronologica appartiene". Sotto la pavimentazione scavata gli operai hanno trovato anche l'acqua di mare.

Fonte:
bari.repubblica.it

Friuli, riemerge la preistoria...

I resti scoperti a Palse di Porcia (Foto: ilfriuli.it)
Importanti resti di una capanna e resti di un focolare, entrambi risalenti al IX secolo a.C., quindi all'epoca protostorica, sono stati riportati alla luce nell'ambito di controlli effettuati dalla Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia, in un'area privata a destinazione edilizia, in via Vespucci, nella frazione di Palse di Porcia.
Gli scavi iniziali, che hanno permesso l'individuazione dei resti archeologici, sono stati condotti dall'archeologa Raffaella Bortolin su incarico del proprietario del lotto. Successivamente, vista l'emergenza di diversi resti antichi e l'urgenza di provvedere con rapidità allo scavo dell'intero contesto a causa dell'estrema labilità dei resti archeologici di epoca protostorica, è intervenuta direttamente la Soprintendenza che, sotto la Direzione lavori del Funzionario archeologo Serena di Tonto, ha svolto, tramite la Ditta Arcsat snc, un'indagine archeologica nell'intera area, con lo scopo di approfondire la ricerca e provvedere ad una corretta documentazione.
Lo scavo archeologico ha rivelato la presenza di tre cicli insediativi di cui il più recente è attribuibile al VI-V secolo a.C. e quello più antico al IX secolo a.C. avanzato. Le evidenze più interessanti sono risultate essere, appunto, i resti della capanna risalente al IX secolo a.C., situata lungo il limitare sud dell'area, di cui sopravvivono i piani pavimentali in limo, sui quali era stato ricavato un piccolo focolare sostenuto da ciottoli di pezzatura selezionata e situato nell'angolo nordovest. Il focolare è anche caratterizzato da una struttura pluristratificata, con preparazione di frammenti ceramici.
Non meraviglia la presenza di resti archeologici in quest'area in quanto collocata nell'ambito dell'antico Castelliere protostorico di Santa Ruffina di Palse. Al termine dell'indagine archeologica, i resti che si trovano nell'area del lotto che non verrà edificata saranno opportunamente ricoperti di geotessuto per una corretta conservazione.

Fonte:
ilfriuli.it

Lo splendore della villa di Traiano ad Arcinazzo Romano

Pavimento della villa di Traiano ad Arcinazzo Romano
(Foto: roma.corriere.it)
Non finisce più di stupire la maestosa villa di Traiano agli Altipiani di Arcinazzo, tra l'alta valle dell'Aniene e la Ciociaria. Scoperti e riportati alla luce nuovi tesori nel sito archeologico esteso su cinque ettari di superficie, alle pendici del monte Altuino, uno scenario ambientale davvero incantevole.
Gli ultimi scavi e restauri, finanziati da Arcus (Società per lo sviluppo di arte, cultura e spettacolo del Ministero dei Beni Culturali) e diretti dalla Soprintendenza archeologica del Lazio e dell'Etruria Meridionale, hanno permesso di salvare altri materiali di alto pregio storico e artistico, che confermano la straordinaria ricchezza del complesso residenziale dell'imperatore Traiano. I recenti interventi hanno portato a scoprire e conservare pavimenti con marmi policromi africani e greco-orientali, oggi completamente restaurati. Numerosi gli apparati decorativi, specie nelle sale di soggiorno del grande "triclinium" con fontana-ninfeo che si affaccia sul giardino. Nell'Antiquarium si trovano pregevoli arredi ed elementi architettonici che, secondo gli esperti, per stile e lavorazione possono essere confrontati con quelli dei monumenti traianei di Roma.
La platea inferiore, che aveva carattere di rappresentanza, è stata interamente riportata alla luce. Abili restauratori stanno procedendo al restauro delle pitture di un intero ambiente. Le ultime scoperte si aggiungono a quelle degli anni precedenti con il recupero di capitelli, pitture di assoluto rilievo, pavimenti, porfidi, decorazioni e altri straordinari reperti che ora costituiscono un patrimonio storico di enorme valore. Il progetto di valorizzazione della villa, dopo 15 anni di ricerche e lavori (perlopiù sotto la direzione dell'archeologo Zaccaria Mari) attuati con fondi del Mibac, permette adesso di restituire al pubblico un'ampia area dell'antica struttura, gestita dal comune di Arcinazzo Romano.
"La villa di Traiano - commenta il sindaco Giacomo Troja - rappresenta una delle principali attrazioni culturali e turistiche del nostro territorio. Vogliamo, perciò, rilanciarla in ogni suo aspetto".

Fonte:
roma.corriere.it

domenica 16 luglio 2017

Iklaina, un tempo potente e finora dimenticata

Gli scavi di Iklaina (Foto: Archaeological Institute of America)
La scoperta di enormi edifici in Grecia sta dimostrando che la città di Iklaina non era una zona isolata come si era precedentemente pensato, ma era, piuttosto, uno dei centri principali della civiltà micenea.
Tra le scoperte ad Iklaina vi è anche un santuario pagano all'aria aperta, il che conferma che la città non era affatto un centro arretrato. Iklaina viene citata nell'Iliade di Omero, ma si è sempre ritenuto che fosse poco più che uno stagno. Essa, invece, risale al periodo miceneo (1500-1100 a.C.).
Le nuove certezze sull'importanza di Iklaina si basano sulla scoperta di un palazzo monumentale e di altri edifici di mole ragguardevole, che servivano, forse, da centri amministrativi. Questi ritrovamenti, unitamente a quello del santuario all'aria aperta, dimostrano che gli antichi stati micenei presero forma già 3400 anni fa, prima ancora che forme di governo analoghe sorgessero in Mesopotamia. Iklaina sembra essere stata la capitale di uno stato indipendente per buona parte del periodo miceneo, in concorrenza con l'altro centro miceneo, il Palazzo di Nestore a Pilo.
Tavoletta in lineare B trovata ad Iklaina
(Foto: haaretz.com)
Iklaina venne distrutta nel momento stesso in cui il Palazzo di Nestore si espanse e gli archeologi ritengono che i due eventi fossero collegati. Gli scavi hanno portato alla luce mura massicce e diversi edifici amministrativi nonché un sistema di drenaggio delle acque sorprendentemente avanzato, con fogne in pietra ed un sistema di erogazione dell'acqua attraverso un elaborato percorso di tubi di argilla. E' stata anche rinvenuta, ad Iklaina, una tavoletta d'argilla che, secondo gli archeologi, porta indietro a 3500 anni fa l'avvento dell'alfabeto.
Il cosiddetto Palazzo di Nestore a Pilo dista circa 10 chilometri da Iklaina e non si è ancora certi se abbia o meno ospitato il leggendario e saggio re omerico, sicuramente, però, era un palazzo di epoca micenea. Da Pilo provengono oltre 1.000 tavolette scritte in lineare B, contenenti documenti governativi.
Particolare del Palazzo di Nestore a Pilo (Foto: haaretz.com)
In otto anni di scavi è stata portata alla luce, ad Iklaina una struttura che gli archeologi hanno battezzato terrazza ciclopica, che domina l'intero sito. La terrazza è composta da massi di calcare lavorato assemblati tra loro con l'aiuto di blocchi più piccoli. Coloro che scrissero alcune generazioni dopo l'edificazione di queste strutture, pensavano che esse fossero state costruite dai Ciclopi. La terrazza ciclopica sosteneva un edificio di circa due o tre piani andato, purtroppo, distrutto. Alcune stanze del complesso edilizio sono sopravvissute sull'altopiano a sud ed attraverso di esse si può avere un'idea della datazione e della funzione di questo complesso monumentale.
Si pensa che il complesso possa essere un tempio miceneo oppure una fortezza, anche se l'analisi dei reperti ha portato a concludere che fosse un potente palazzo oppure un centro amministrativo, dove il sovrano e la sua famiglia risiedevano. La datazione del complesso risale ad un periodo compreso tra il 1350 e il 1300 a.C.. Una costruzione così imponente ha sicuramente richiesto l'impiego di abbondanti risorse e di una notevole capacità di pianificare e organizzare la forza lavoro. Proprio queste considerazioni portano a credere che Iklaina sia stata la capitale di uno stato indipendente.
Il megaron di Iklaina (Foto: Iklaina Archaeological Project)
La tavoletta in lineare B trovata sul sito reca iscrizioni su entrambi i lati: da un verso vi è un elenco di nomi maschili accompagnati da numeri; sull'altro verso vi è un elenco di prodotti di cui si è conservata solo l'intestazione che recita "fabbricato" o "montato". Purtroppo la tavoletta e rotta e il resto dell'elenco è mancante. Comunque sia proprio questa tavoletta ha portato gli studiosi a rivedere l'ipotesi che la scrittura fosse limitata, all'epoca, all'élite e ai centri principali e che fosse arrivata in Grecia molto prima di quanto si fosse pensato finora.
Nella tarda Età del Bronzo (1600-1100 a.C.) la Grecia continentale era divisa in regni indipendenti, uniti in una sorta di libera associazione. Questi regni si strutturarono, più tardi, in stati complessi. Tutti condividevano elementi culturali comuni, tra i quali figurano anche l'architettura degli edifici, le ceramiche, le credenze religiose e la lingua, il lineare B, appunto. Iklaina sembra essere stato il primo esempio di questi complessi stati micenei.

Fonte:
haaretz.com

Vulci, scoperta una cisterna etrusca

La cisterna etrusca rinvenuta durante gli scavi
(Foto: etruriaoggi.it)
Il parco di Vulci continua a regalare grandi sorprese agli archeologi. In questi giorni, durante gli scavi nell'area antistante la Domus del Criptopotico, il gruppo di lavoro del Professor Maurizio Forte ha rinvenuto una cisterna di epoca etrusca al disotto di un piano pavimentale risalente al I secolo d.C.
Si tratta di un'ulteriore testimonianza della grande vitalità che contraddistinse l'antica città di Vulci per un lungo periodo della sua millenaria storia.
Gli scavi proseguiranno anche il prossimo anno con il supporto di altri istituti accademici della Svezia, della Francia e del Portogallo. I risultati delle ricerche effettuate quest'anno, saranno presentati con la Fondazione Vulci - che gestisce il parco per conto dei Comuni di Montalto di Castro e Canino - in una conferenza pubblica che si terrà giovedì 20 luglio, alle ore 18, presso il Complesso monumentale di San Sisto a Montalto di Castro. Venerdì 21 luglio, alle ore 9, il Professor Forte accompagnerà e illustrerà sul campo quanto svolto in questo periodo di ricerca.
Il sindaco Sergio Caci e l'assessore alla Cultura Silvia Nardi concordano con quanto dichiarato dalla Sovrintendente Alfonsina Russo Tagliente: "L'apporto di università straniere è di fondamentale importanza per la crescita delle conoscenze e per il dialogo scientifico internazionale, strategico per le attività della Soprintendenza e per la tutela e la valorizzazione del sito di Vulci".
"Con tecnologie avanzate - dichiara il Professor Forte - è stato possibile evidenziare la presenza di strutture che, esaminate con attenzione, lasciano trasparire una storia che il nostro gruppo di lavoro sta riportando alla luce".

Fonte:
etruriaoggi.it

sabato 15 luglio 2017

Il Mitra di Tor Cervara ritrova uno dei suoi pezzi...

Il rilievo di Mitra trovato a Tor Cervara (Foto: ilmessaggero.it)
Il grande rilievo raffigurante il dio Mitra torna ad essere completo. Anche l'ultimo pezzo mancante è stato recuperato. Si completa così il ciclopico puzzle millenario, protagonista di una delle vicende più complesse di un tesoro salvato dalle mire del mercato clandestino. Si tratta per l'esattezza del 59° tassello del grande rilievo in marmo lunense del Mitra tauroctonos (Mitra che uccide il toro) raffigurante la testa del toro e la mano sinistra del dio, opera databile al II-III secolo d.C., uno dei più significativi e preziosi tra quelli conservati nella sede delle Terme di Diocleziano del Museo Nazionale Romano. E' stato il generale Fabrizio Parrulli, Comandante Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC) a restituire i pezzi a Daniela Porro, direttore del Museo Nazionale Romano. Tutto è cominciato in Sardegna nel mese di febbraio di quest'anno, da un controllo ad un negozio di antiquariato del cagliaritano, durante il quale i carabinieri del locale Nucleo Tutela Patrimonio Culturale hanno notato esposti due frammenti in marmo di verosimile interesse archeologico, sono stati quindi sequestrati.
La Soprintendenza archeologica di Cagliari, dopo accurato esame, ha giudicato i beni autentici, di sicuro interesse archeologico e riconducibili a maestranze altamente qualificate del II-III secolo d.C. Da ricerche sul web e nella Banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti, gestita dal TPC, l'attenzione di un militare si è concentrata sull'immagine del grande rilievo esposto alle Terme di Diocleziano in cui appariva, in piena evidenza, l'assenza della parte raffigurante la testa del toro e la mano del dio. Una volta consegnati i reperti ai Laboratori di restauro del Museo Nazionale Romano, si è potuta compiere la cosiddetta "prova provata", ovverosia la verifica dell'effettiva pertinenza del frammento con testa di toro al grande rilievo con raffigurazione di Mitra. Mentre sono tuttora in corso le indagini finalizzate ad accertare la provenienza dei reperti, la posizione giudiziaria di una persona è al vaglio dell'Autorità Giudiziaria per il reato di ricettazione. Il reperto ricomposto ha un valore di mercato stimato in due milioni di euro.
La storia del grande rilievo di Mitra prende le mosse nel 1964, quando a Roma, in località Tor Cervara (sulla via Tiburtina), durante un'operazione di bonifica da residuati bellici, furono portati alla luce 57 frammenti di marmo lunense che andavano a comporre un grande rilievo. Una volta ricostruito, questo presentava la raffigurazione del dio Mitra che uccide il toro. Purtroppo risultavano mancanti le spalle e la testa del dio e altre parti fra cui il muso dell'animale.
Nel 1965 il rilievo fu acquisito nelle raccolte del Museo Nazionale Romano, dove fu collocato nelle "Grandi Aule" delle Terme di Diocleziano. Successivamente, accordi culturali tra la Direzione Generale per le Antichità e la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, nonché il Badisches Landesmuseum di Karlsruhe (Germania), hanno consentito di comprovare l'ipotesi - avanzata da uno studioso già alla fine degli anni '80 del secolo scorso - secondo cui un frammento lapideo con volto di Mitra, acquisito per donazione dal Museo di Karlsruhe, fosse pertinente al rilievo di Tor Cervara conservato nel Museo delle Terme di Diocleziano.

Fonte:
ilmessaggero.it

I denti da latte e i nascituri romani del II secolo d.C.

Una ricerca della Sapienza ha analizzato lo smalto dei denti decidui, rinvenuti nella necropoli di Velia, per ricostruire la vita prenatale ai tempi dell'impero romano. L'analisi della microstruttura istologica dello smalto dei denti decidui, su un campione di bambini dell'epoca romana, fornisce informazioni importanti sui tempi e sulle modalità di sviluppo fetale della popolazione di quel periodo.
Lo smalto prenatale, studiato in relazione con il successivo sviluppo postnatale costituisce il principale oggetto di ricerca del progetto condotto da un team della Sapienza in collaborazione con il Museo della Civiltà di Roma, l'Université di Toulouse III e l'University College London. La ricerca, realizzata per la Sapienza da Alessia Nava e coordinata da Alfredo Coppa nell'ambito del corso di dottorato in Biologia ambientale ed evoluzionistica, è pubblicata sulla prestigiosa rivista PLoS ONE.
I denti umani sono importanti archivi paleobiologici che raccontano la storia di un individuo; quelli decidui, la cui formazione comincia già dai primi mesi in utero, possono costituire l'unica finestra di conoscenza sullo sviluppo intrauterino, un momento cruciale nella vita, che ha inevitabili ricadute sulla salute anche in età adulta.
Ad oggi molti studi si sono focalizzati sulle porzioni di smalto dei denti decidui sviluppate dopo la nascita, ma è l'analisi delle porzioni prenatali che è cruciale nella conoscenza dello sviluppo intrauterino: permette infatti di identificare eventuali eventi stressanti e può rivelare informazioni utili circa lo stato di salute della madre durante la gravidanza.
I dati ottenuti da un campione di 18 denti decidui su una popolazione della necropoli di Elea-Velia (I-II secolo d.C., Salerno) dell'Impero Romano sono stati utilizzati per la realizzazione di un solido modello statistico che permette di calcolare in maniera semplificata i tassi medi di crescita dei denti da latte e di stimare la percentuale di bambini nati prematuri in popolazioni archeologiche. "Il modello statistico impiegato in questo studio - spiega Alessia Nava - conferisce una validità metodologica ai risultati ottenuti ed apre innumerevoli scenari di ricerca meritevoli di approfondimento".
In particolare il confronto tra i tassi di crescita media giornaliera in queste popolazioni e quelli osservabili in bambini di epoche moderne, cresciuti in un ambiente a stretto controllo medico, rivela sorprendentemente che lo sviluppo è più variabile e mediamente più alto nei bambini di epoca romana rispetto a quelli di oggi.

Fonte e foto:
Ufficio Stampa e Comunicazione Università La Sapienza di Roma

Abydos, Senworsret e i suoi "fratelli"...

Uno dei passaggi inclinati che porta all'accesso alla tomba di
Senworsret III (Foto: J. Wegner)
Le autorità egiziane sperano di aprire la tomba di Senwosret III, uno dei più famosi faraoni del Medio Regno, tra un anno o due. I visitatori potranno apprezzare, così, la maestria dei costruttori egiziani e degli architetti che hanno ideato e costruito la complessa sepoltura quasi 4000 anni fa.
La tomba di Senworsret III è stata datata al 1850 a.C. ed è la più grande di Abydos, una delle città più antiche dell'Egitto. Misura 200 metri in lunghezza e 45 metri in profondità. La sua architettura, a detta degli archeologi, è molto simile a quella delle piramidi e simbolicamente è la rappresentazione del viaggio dell'anima nell'aldilà.
Uno dei corridoi della tomba di Senworsret III
(Foto: J. Wegner)
L'ingresso della tomba è posto ad ovest, poiché il tramonto rappresenta la morte, e la struttura si srotola in complessi cunicoli sotterranei scavati al di sotto di una collina naturale anticamente conosciuta come la montagna di Anubis. Questa collina è volta ad oriente, dove il sole nasce e, pertanto, rappresenta simbolicamente la rinascita. La tomba ha diverse stanze con soffitti di sei metri di altezza e stretti corridoi con pietre di blocco. Per percorrere la struttura, gli archeologi, durante l'esplorazione, hanno dovuto scivolare letteralmente verso il basso. Alcune delle pietre che bloccavano il passaggio pesano dalle 40 alle 50 tonnellate, mentre l'aria all'interno era soffocante. I turisti, naturalmente, non dovranno strisciare come serpenti per visitare la sepoltura: sono state approntate scale con corrimano, luci ed un sistema di ventilazione adeguati. Sono stati anche rimossi i detriti che rendevano difficile il passaggio.
La sepoltura è stata scoperta ed esplorata da Arthur Weigall nel 1901, ma fu scavata sistematicamente solo nel 2005, anno in cui è stato anche operato il restauro della struttura. La tomba è priva di decorazioni alle pareti, al suo interno è stata rivestita di calcare di Tura e quarzite rossa di Aswan. La camera funeraria conteneva i resti del sarcofago in granito e dei vasi canopi del faraone ed era protetta da un complesso sistema di massicci blocchi di pietra e di particolari accorgimenti architettonici che servivano a celare il più possibile la sepoltura reale.
Ritratto di Senwosret III custodito al Metropolitan
Museum of Art (Foto: popular-archaeology.com)
La tomba di Senwosret III è sicuramente il primo esempio di una tomba reale nascosta, un cambiamento nel concetto tradizionale sviluppato nelle antiche piramidi reali. La montagna di Anubis, in pratica, "sostituiva" le piramidi di blocchi di pietra.
Senwosret III è conosciuto grazie a delle iscrizioni su stele di pietra. Egli ampliò i confini dell'Egitto verso sud, avviando campagne militari verso la Nubia, un'antica regione che attualmente corrisponde al Sudan settentrionale. Costruì templi, monumenti e fortezze, molte delle quali sono state definitivamente sommerse quando è stata costruita la diga di Aswan nel 1960.
Si pensa che Senwosret III sia vissuto tra il 1878 e il 1840 a.C. e che fosse figlio di Senwosret II, anche se non se ne ha la certezza assoluta. Ebbe molte mogli, ma non se ne conosce il numero esatto. Gli storici sanno qual è l'aspetto fisico di questo faraone perché di lui sono sopravvissute alcune sculture, due delle quali si trovano al Metropolitan Museum di New York. E' interessante notare come Senworset III fu il primo dei faraoni egizi ad essere raffigurato come un uomo anziano, senza il caratteristico sorriso sul volto. Anche questa è un'innovazione nella ritrattistica egizia. Il volto di Senworset, inoltre, presenta rughe sulla fronte e sopracciglia aggrottate. Le ragioni per questo cambiamento stilistico non sono ancora molto chiare. Gli studiosi azzardano l'ipotesi che all'epoca l'Egitto dovette affrontare un periodo piuttosto difficile e che gli scultori volevano rappresentare, attraverso l'aspetto "anziano" e le rughe, la saggezza del faraone.
I resti del faraone Senebkay (Foto: J. Wegner)
Senwosret aveva due sepolture: una piramide a Dashur, vicino al Cairo, dove fece costruire anche piramidi per sua madre, la sua moglie principale e altre dame reali e la tomba di Abydos, molto più a sud. Ma qual è realmente il luogo in cui venne sepolto? La mummia di Senwosret III non è stata mai trovata. Gli archeologi ritengono che non venne mai sepolto nella piramide costruita a Dashur, dal momento che in essa non sono state trovate ceramiche, detriti o le prove che ci fosse un sarcofago. Ad Abydos, invece, sono stati trovati frammenti di vasi in pietra che solitamente venivano deposti nelle sepolture reali, un indizio che, probabilmente, era quella la reale sepoltura del faraone. Ma malgrado questo la mummia di Senwosret non è stata trovata. Gli studiosi ritengono sia stata distrutta quando antichi tombaroli sono penetrati nella tomba in cerca di tesori.
Il mattone del parto trovato ad Abydos (Foto: J. Wegner)
Oltre alla tomba di Senwosret, la più grande di Abydos, i visitatori potranno avere presto accesso a tre altri antichi luoghi di sepoltura. Il primo è la piccola tomba del faraone Senebkay, nella quale ci sono anche i resti scheletrici del re, che morì intorno al 1650 a.C., circa due secoli dopo Senwosret. Di Senebkay le uniche notizie che si hanno provengono dalla sua sepoltura. Le ossa del re presentano lesioni, che furono la causa della sua morte. Queste lesioni da taglio sono chiaramente visibili sui piedi e sulle caviglie, a suggerire che il faraone venne attaccato dal basso, forse quando si trovava a cavallo, ed anche sul cranio. Probabilmente venne ucciso a colpi d'ascia una volta che cadde a terra da cavallo. Si tratta dei primi resti fisici di un faraone morto in combattimento. A differenza della tomba di Senwosret, quella di Senebkay presenta dei geroglifici alle pareti.
La tomba del faraone Senebkay (Foto: J. Wegner)
Oltre alla sepoltura di Senebkay, saranno presto visitabili due tombe, quella di Neferhotep I e di Sobekhotep IV. Anticamente queste due tombe erano probabilmente delle piccole piramidi, ma della struttura piramidale oramai non sopravvive più nulla.
In tutto la necropoli reale di Abydos contiene le tombe di almeno dodici faraoni, un'intera dinastia perduta, in pratica. Le tombe di Abydos sono più recenti rispetto alla grande piramide di Giza, che risale al 2500 a.C., ma sono più antiche delle tombe della Valle dei Re, che coprono il periodo che va dal 1500 al 1000 a.C.
Quanto è stato trovato nelle tombe di Abydos non sarà mostrato ai visitatori che, come detto, potranno visitare solamente le tre sepolture. Molti oggetti sono attualmente custoditi in un deposito. Uno dei reperti più interessanti è un mattone del parto, il primo del genere mai trovato. E' stato scoperto durante gli scavi di una casa dell'antica città che sorgeva vicino alle tombe. Il mattone presenta la raffigurazione di una donna che tiene in mano un bambino dopo il parto. Nell'antico Egitto le donne, appena entravano in travaglio, si sedevano su questo tipo di mattoni. Testi antichi descrivono, in occasione delle nascite, questi "misteriosi" oggetti ma finora non ne era mai stato trovato uno. Il mattone del parto scoperto ad Abydos risale ad un periodo compreso tra il 1750 e il 1800 a.C. ed è stato rinvenuto 15 anni fa ma non è mai stato esposto al pubblico.
Gli archeologi dell'Università della Pennsylvania continuano a scavare ad Abydos servendosi anche di magnetometri per creare una mappa magnetica della zona: pezzi di vasellame e ceramiche, infatti, hanno una buona conduzione magnetica e possono essere segno di altri oggetti interrati. Il magnetometro è in grado di rilevare anche strutture di mattoni di fango poiché il fango contiene del ferro e la sabbia è costituita principalmente di silice.

Fonte:
popular-arcaheology.com

venerdì 14 luglio 2017

Alessandria d'Egitto, riemerge un mosaico romano

Il pavimento in opus spicatum scoperto ad Alessandria d'Egitto (Foto: english.ahram.org.eg)
Una missione archeologica egiziana del Ministero delle Antichità, ha scoperto un pavimento musivo di epoca romana durante gli scavi nel distretto di Moharam Bek ad Alessandria d'Egitto. Aymen Ashmawi, responsabile della sezione Antichità Egizie, ha spiegato che il pavimento musivo è unico in tutto l'Egitto e che pavimenti simili sono stati trovati solo in alcune zone di Roma, tra le quali le Terme di Traiano e Villa Adriana. Il pavimento è in buone condizioni di conservazione.
Gli archeologi stanno continuando per rivelare ulteriori porzioni del mosaico e per permettere uno studio completo sullo stesso. E' stato portato alla luce anche un pavimento in opus spicatum, una tecnica solitamente impiegata per gli ambienti deputati al balneum e nelle fortezze.

Fonte:
english.ahram.org.eg/NewsContent

Giordania, tombe nel deserto

Questo recinto di Jebel Qurma, in Giordania venne costruito circa 8000
anni fa e fu più volte riutilizzato fino al 400 d.C.
(Foto: Jebel Qurma Archaeological Landscape Project)
Centinaia di antiche sepolture di pietra, alcune realizzate a forma di torre, appiattite, sono state scoperte nel Jebel Qurma, una regione desertica della Giordania il cui clima è inospitale, fatta eccezione per un breve periodo in primavera.
Molte sepolture sono coperte da tumuli di pietra detti cairns, mentre altre sono più complesse e vengono definite "tombe-torri". Molte tombe sono state saccheggiate ma gli archeologi sono riusciti comunque a recuperare informazioni preziose che possono arricchire la conoscenza degli usi e della vita nella regione nel corso dei millenni.
I ricercatori hanno accertato che tra la fine del III millennio a.C. e l'inizio del I millennio a.C. poche persone vivevano nel Jebel Qurma. Una necropoli da poco scoperta, infatti, conteneva appena 50 cairns risalenti a 4000 anni fa. La regione tornò ad essere abitata all'inizio del I millennio a.C., da una cultura che non utilizzava la ceramica. L'esistenza umana in questa arida regione durò, comunque, ben poco.
Modello in 3D di una tomba-torre (Foto: Jebel Qurma Archaeological
Landscape Project)
Una delle ragioni che causarono lo spopolamento fu, forse, il mutamento climatico, anche se al momento i ricercatori non dispongono di dati sufficienti a supportare quest'affermazione. Nel tardo I millennio a.C. le persone che vivevano nel deserto di Jebel Qurma iniziarono a costruire tombe più grandi ed elaborate. Per alcune di queste vennero utilizzate pietre di 300 kg. Le tombe-torri hanno un diametro fino a 5 metri e sono alte 1,5 metri; si differenziano dagli altri cairns per la loro caratteristica forma a torre e per la facciata costituita da grandi lastre di basalto. Queste tombe-torri non sono eventi eccezionali ma, piuttosto, abbastanza comuni nella regione di Jebel Qurma. Gli archeologi stanno cercando di capire perché gli antichi abitanti abbiano, ad un certo momento, preferito questa forma di sepoltura.

Fonte:
livescience.com

Scoperto un tumulo sepolcrale nei pressi di Stonehenge

Il tumulo identificato attraverso delle fotografie aeree (Foto: bbc.com)
Un tumulo funerario risalente al Neolitico e scoperto vicino Stonehenge potrebbe contenere, secondo i ricercatori, resti umani risalenti a 5000 anni fa. Il monumento funebre si trova a Pewsey Vale, a metà strada tra Avebury e Stonehenge, nel Wiltshire, ed è stato identificato attraverso delle fotografie aeree.
Gli archeologi e gli studenti dell'Università di Reading stanno scavando, ora, il sito che si compone di due fossati e, apparentemente, di un edificio centrale, coperto dal tumulo e schiacciato da secoli di aratura. Si pensa che il sito contenga resti umani risalenti al 3600 a.C., probabilmente si tratta degli antenati di coloro che costruirono Stonehenge. Il sito è visibile anche al pubblico durante gli "open day" del fine settimana.

Fonte:
bbc.com/news

martedì 11 luglio 2017

Voci lontane da Vindolanda

Le tavolette di Vindolanda (Foto: Chesterholm Museum)
"I miei soldati non hanno più birra, si prega di inviarne ancora". Firmato Masclus, soldato di migliaia di anni fa. Questo è uno dei tanti messaggi in grado di raccontarci la vita degli antichi romani, contenuto in una nuova straordinaria scoperta fatta nel forte romano di Northumberland, la zona chiamata Vindolanda, in Inghilterra, al confine con la Scozia, nell'area del Vallo di Adriano.
Quando nel 1992 Robin Birley, archeologo e direttore dei lavori, scoprì a Vindolanda numerosi ed importanti lettere dell'epoca romana (oggi custodite al British Museum insieme a quelle ritrovate dal 1973 ad ora) suo figlio Andrew aveva 17 anni e sognava di diventare come il padre. "Ho sempre sperato che lì sotto ci fosse ancora qualcosa. E questa è una scoperta straordinaria".
A fine giugno, infatti, quel sogno è diventato realtà: dagli scavi, che ora dirige lui stesso, Birley junior ha recuperato 25 tavolette, lettere scritte su pezzi di quercia o betulla, conservati in buono stato e ora pronte per essere decifrate, che si crede siano databili intorno al I secolo d.C.. Un ritrovamento "che aspettavo da una vita", dice Birley dopo aver brindato con i suoi collaboratori.
Sono messaggi dal passato, per lo più legati alla vita militare del forte, in grado, secondo gli studiosi, di dirci "molto su come vivevano e su ciò che è successo". I pezzi di legno, sottilissimi e sui quali erano incisi alcuni testi con inchiostro, erano disposti in un tratto di quattro metri e posizionati in profondità, come "se qualcuno li avesse nascosti lì per noi".
Grazie alle condizioni del terreno e all'umidità di quest'area della Gran Bretagna, le tavolette si sono conservate in modo unico. L'esame iniziale, in attesa di quelli a infrarossi e l'analisi del testo che richiederanno diverso tempo e il coinvolgimento di più equipe, ha già dimostrato come alcune delle missive fossero state firmate da un soldato noto come Masclus che dava indicazioni sul rifornimento del forte del muro di Adriano e chiedeva aiuto ai suoi superiori. Rispetto alla classica betulla molti testi si trovano su quercia "e questo ci permette una migliore lettura e maggiore conservazione. Altri testi crediamo siano messaggi personali" continua Birkley.
L'intera famiglia dei Birkley, il figlio Andrew, la madre Patricia e il padre Robin, seguono i lavori di Vindolanda da decine di anni. Nel 2003 gli esperti del British Museum definirono le tavole trovate qui (in particolare quelle del 1992) come il tesoro archeologico più importante proveniente dalla Gran Bretagna. Per certi versi ancora più preziose delle tavolette di Bloomberg, trovate a Londra, perché quelle di Vindolanda "raccontano passaggi della vita molto personali. Non c'è niente di più eccitante di leggere questi messaggi dal passato lontano".
Secondo gli esperti i nuovi frammenti "ci aiuteranno a capire la vita dell'Impero e forse emergeranno nuovi nomi a cui dovremmo dare un posto nella storia della Gran Bretagna romana. Per tutti noi, dagli studiosi ai volontari che scavano, il giorno in cui abbiamo alzato al cielo le prime tavolette ritrovate sarà un momento che ricorderemo per sempre".

Fonte:
repubblica.it/scienze

domenica 9 luglio 2017

Antica geologia dei sette colli

(Foto: Ansa.it)
Il mare e i vulcani, insieme al Tevere e ai suoi affluenti, hanno modellato i sette colli di Roma. A ricostruire la storia geologica della città è la ricerca pubblicata sulla rivista Quaternary International e condotta dall'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) e dall'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) grazie alla collaborazione di geocronologi, paleontologi, archeologi, vulcanologi e sismologi.
Dalla ricerca, condotta da Gian Marco Luberti, Fabrizio Marra e Fabio Florindo, emerge che a disegnare il paesaggio romano sono state le oscillazioni del livello del mare legate alle diverse epoche glaciali, insieme ai vulcani dei Monti Sabatini a nordovest e dei Colli Albani a sudest, alla tettonica e ai fiumi che, alternativamente, hanno esercitato un'azione di deposizione di sedimenti e di erosione. "La presenza di un grande corso d'acqua e la prossimità della costa - rileva Marra - hanno fatto sì che i fenomeni deposizionali, nell'ultimo milione di anni, siano stati regolati e scanditi dalle oscillazioni del mare, indotte dall'alternarsi dei periodi glaciali e interglaciali".
A rendere più dettagliata la ricostruzione, i depositi vulcanici ricchi di argon hanno permesso di fare "datazioni molto precise", osserva Marra. Proprio queste tecniche di datazione, messe a punto alla fine degli anni '90 da Ingv, Università di Berkeley e Berkeley Geochronology Center, hanno permesso di ricostruire la relazione diretta tra la deposizione dei sedimenti del Tevere e le risalite del livello del mare alla fine delle ere glaciali. In questo modo è stata rideterminata, per esempio, l'età del deposito sedimentario nel quale sono stati scoperti i crani di Homo neanderthalensis di Saccopastore e di dimostrare che i resti rinvenuti nella località della Valle dell'Aniene costituivano la più antica evidenza della presenza di questo ominide in Italia. Le nuove conoscenze dei materiali vulcanici, infine, hanno anche permesso di capire meglio l'edilizia dell'antica Roma.

Fonte:
Ansa.it

Nani sulle spalle di giganti: il cemento dei romani

Una fase dei carotaggi delle strutture in calcestruzzo di Portus Cosanus,
antico porto romano in provincia di Grosseto (Foto: J.P. Oleson)
Ogni giorno più forte e meno inquinante. C'è un segreto, con più di duemila anni di storia, che da tempo attanaglia gli scienziati: come fanno le costruzioni romane, realizzate con le prime forme di calcestruzzo, a rimanere così solide nel tempo? Del resto, nel 79 d.C., lo aveva notato anche Plinio il Vecchio che nella sua Naturalis Historia, a proposito delle strutture realizzate nei porti e bagnate dal mare, scriveva: "Diventano una massa unica in pietra, inespugnabile alle onde e ogni giorno più forte".
In diversi anni di studi sui templi e le rovine italiane, la geologa e geofisica statunitense Marie Jackson, analizzando per esempio i Mercati di Traiano o il porto romano della baia di Pozzuoli a Napoli, ha cercato di ricostruire la ricetta andata perduta con cui i nostri predecessori realizzavano le loro costruzioni: a più riprese è arrivata alla conclusione che il segreto fosse da ricercare nel mix tra cenere vulcanica, malta, tufo ed acqua con cui venivano realizzate le opere.
I Mercati di Traiano, oggetto dell'indagine già nel 2014
(Foto: repubblica.it)
Oggi, secondo un nuovo studio dell'Università dello Utah da lei diretto, pubblicato sulla rivista Mineralogist, gli scienziati sostengono che l'ingrediente fondamentale del processo chimico che rende così indistruttibili i porti romani sia proprio l'acqua di mare, capace di dar vita a cristalli con nuove forme e davvero rari. Per mesi, in collaborazione con le autorità italiane, i geologi hanno studiato l'antico molo romano Portus Cosanus ad Orbetello analizzandolo con i raggi X: secondo le osservazioni i minerali all'interno della struttura erano cresciuti nelle crepe causate dall'erosione delle onde, fatto che dimostra come la reazione con l'acqua salata continua anche dopo che il calcestruzzo ha fatto presa.
Il Tempio di Apollo a Pompei, realizzato anch'esso in calcestruzzo
(Foto: repubblica.it)
Se si pensa che nel mondo sotto scacco dal riscaldamento globale la produzione di calcestruzzo moderno contribuisce a produrre almeno il 7% di anidride carbonica, l'idea di poter realizzare nuove opere attraverso la formula dei romani "a basso impatto ambientale" diventa dunque prioritaria anche per salvare il pianeta. Inoltre il cemento dei romani, combinazione di cenere, acqua, calce viva (la reazione pozzolanica) dura da oltre duemila anni. "A differenza del cemento di Portland (utilizzato per costruire dighe e impianti), in quello romano non si verificano crepe", spiega la Jackson, affascinata dal fatto che i minerali romani crescano a basse temperature.
Dopo gli esami di Orbetello il team ha concluso che quando l'acqua di mare spinta dalle onde filtra attraverso il cemento di frangiflutti e pontili ed entra in contatto con la cenere vulcanica, permette ai minerali di crescere, dando vita a composizioni cariche di silice, simile ai cristalli delle rocce vulcaniche. Questi cristalli fortificano la cementazione e aumentano così la resistenza al calcestruzzo. "In realtà - continua la Jackson - normalmente questo processo di corrosione sarebbe negativo per i moderni materiali. Invece in quelli di allora funziona e prospera. Non è detto che si possa applicare la formula in tutti gli impianti futuri, ma vogliamo provarci".
Le più grandi terme dell'antichità, le Terme di Diocleziano, realizzate in
calcestruzzo (Foto: repubblica.it)
Ora i ricercatori, insieme all'ingegnere biologico Tom Adams, vogliono provare a sviluppare la ricetta romana ed applicarla a future costruzioni marittime. Un'idea che potrebbe essere applicata, ad esempio, alla laguna di Swansea in Gran Bretagna, dove si pensa di sfruttare l'energia delle maree.
La ricerca era partita già nel 2014. All'epoca, per scoprire il segreto del calcestruzzo romano, i ricercatori hanno riprodotto l'esatta mistura utilizzata nelle costruzioni romane e l'hanno lasciata indurire per 180 giorni, osservando i cambiamenti mineralogici che avvenivano al suo interno e confrontando i risultati con i campioni prelevati dai muri dei Mercati di Traiano. In questo modo hanno scoperto che quando la malta romana si indurisce, i materiali presenti al suo interno reagiscono tra loro, creando dei cristalli di un minerale estremamente resistente noto come stratlingite. Quando la malta è completamente secca questi cristalli formano, al suo interno, un'impalcatura che impedisce alle crepe di propagarsi, rendendo il materiale estremamente duraturo e resistente alle sollecitazioni meccaniche e sismiche, anche per gli standard attuali. 

Fonte:
repubblica.it/scienze

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