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mercoledì 19 marzo 2025

Pompei, Mantegna o non Mantegna? Mistero sulla Deposizione di Cristo

Pompei, l'opera attribuita al Mantegna
(Foto: finestresullarte.info)

Sta destando scalpore una scoperta di cui ha dato notizia ufficiale la Prelatura di Pompei: è stata attribuita a Mantegna, pittore veneto, una Deposizione di Cristo conservata nel Pontificio Santuario della Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei.
L'attribuzione giunge a seguito di una collaborazione tra i Musei Vaticani e il Santuario: l'opera è stata sottoposta ad analisi tecniche e documentali e verrà esposta nella Sala XVII della Pinacoteca dei Musei Vaticani nella mostra "Il Mantegna di Pompei. Un capolavoro ritrovato".
La vicenda della Deposizione di Cristo di Andrea Mantegna è avvolta da un'aura di mistero. Documentata nel XVI secolo nella basilica di San Domenico Maggiore a Napoli, l'opera era scomparsa dalle fonti storiche, sollevando dubbi sulla sua reale esistenza e sulla possibile attribuzione a Mantegna. Non si sa come l'opera sia arrivata a Pompei, perché già nel Cinquecento non si hanno più tracce dell'opera: probabilmente giunse al santuario nell'Ottocento, tramite donazione.
Nel 2020 lo storico dell'arte Stefano De Mieri, studioso dell'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, ha trovato l'opera sul portale BeWeB (un database dei beni conservati nelle chiese italiane), pubblicata con un'immagine disponibile online, e ha pensato potesse trattarsi dell'originale. Il dipinto era stato inserito dal Santuario di Pompei nel sito che cataloga i beni culturali ecclesiastici: quella fotografia ha permesso al ricercatore di ricostruire la storia dell'opera e di proporre una sua collocazione all'interno della tradizione mantegnesca.
Secondo De Mieri l'opera si trovava in antico nella cappella absidale di San Domenico Maggiore. Lo studioso data il dipinto alla fine del Quattrocento e identifica un possibile committente nel re Federico I di Napoli, zio di Isabella d'Este. Tuttavia già nel XVI secolo del dipinto non si hanno più notizie: secondo De Mieri l'opera sarebbe stata danneggiata durante un incendio e avrebbe subito pesanti ridipinture, rimosse, poi, dal restauro appena condotto.
Dall'intuizione di De Mieri è partita un'indagine su larga scala, coordinata dai Musei Vaticani, che ha visto la partecipazione di esperti di diverse discipline. Alla ricerca e al restauro della tela hanno collaborato anche il Parco Archeologico di Pompei, con il direttore Gabriel Zuchtriegel, e Luigi Gallo, responsabile della Galleria Nazionale delle Marche e della Direzione Regionale Musei delle Marche.
L'opera si presentava in pessime condizioni di conservazione ed è stata sottoposta ad analisi diagnostiche preliminari, guidate dal Gabinetto di Ricerche Scientifiche dei Musei Vaticani sotto la direzione di Fabio Morresi. Mancano ancora i pareri degli studiosi di riferimento di Mantegna.

Fonte:
finestresullarte.info
 


sabato 30 novembre 2019

Restaurato il Frammento Vaticano di Giotto

Il Frammento Vaticano dopo il restauro dell'Opificio delle Pietre Dure
(Foto: Il Giornale dell'Arte)
Si è concluso il restauro del prezioso Frammento Vaticano di Giotto proveniente dall'antica Basilica di San Pietro. L'opera, di proprietà di collezionisti privati, è stata presa in cura tre anni fa dall'Opificio delle Pietre Dure, dopo essere stata esposta per la prima volta alla mostra su "Giotto e l'Italia", tenutasi in Palazzo Reale a Milano nell'ambito dell'Expo 2015. Il restauro è stato diretto da Cecilia Frosinini ed affidato ad Alberto Felici. Il frammento misura cm 41x46, con bordi irregolari ed è stato analizzato solo in una pubblicazione di Valentino Martinelli del 1971.
Dopo la distruzione dell'ala orientale della chiesa per i lavori di rinnovamento della Basilica, nel 1610 il frammento venne collocato all'interno di una cassetta, calato nel gesso per preservarlo. Sul retro della cassetta un'iscrizione latina riferisce che il frammento è un dono di Piero Strozzi, segretario di papa Paolo V Borghese, a Matteo Caccini, personaggio di famiglia romano-fiorentina, il quale "amò di onorarla" (da qui la sistemazione nella cassetta) per presentarla al culto dei fedeli "in hoc loco".
Il "loco" resta, però, misterioso, sebbene Serena Romano ipotizzi, interpretando le fonti e servendosi dell'acquerello di Jacopo Grimaldi che ritrae la Basilica, fosse la controfacciata. Vasari, infatti, scrive che alcune pitture furono "disfatte e trasportate fin sotto l'organo". Prima del restauro si pensava che il frammento fosse composto da frammenti separati di intonaco, mentre è stato appurato che si tratta di un unico pezzo. Tra intonaco e supporto, spiega Felici, furono anche trovate quattro lame, gli strumenti con cui fu assottigliato per procedere allo stacco.
Cecilia Frosinini sottolinea la scelta metodologica dell'Opificio di non limitarsi ad una semplice pulitura, prendendo atto della vita dell'opera nei secoli, poiché l'immagine era a tal punto "disordinata", con traccia di almeno tre restauri precedenti, da essere ritenuta quasi illeggibile. L'intervento non solo ha liberato le figure dal gesso dipinto in nero in cui era "incastonato", ma ha permesso di ritrovare pigmenti di rara bellezza e di apprezzare la luminosità dello strato pittorico, con una morbidezza di pennellata straordinaria.
Le teste misurano circa 12 centimetri, disposte vicine ma leggermente scalate con un gioco raffinato di spazi. Sono compatibili con figure intere di 70-80 centimetri che potevano appartenere ad una scena narrativa oppure ad un pannello con figure  di santi, ma non raffigurano Pietro e Paolo, come tradizionalmente si riteneva. Il santo sulla sinistra indossa una stola, mai presente nelle figure di apostoli (eccezion fatta per l'iconografia della stola immortalitatis nell'Ascensione, ma non è questo il caso), né si capisce quale sia il libro che tiene in mano; quanto all'ecclesiastico tonsurato sulla destra, con una veste turchese, svelata nella sua ricchezza decorativa dal restauro, potrebbe forse trattarsi di san Martino o san Nicola, nulla è certo.
Per la datazione la Romano propende per il 1320 circa, quando lo stile soffice e piumoso di certe pennellate nel definire le fisionomie si ritrova in alcuni allievi del maestro, quali Puccio Capanna, Giottino o Stefano. La riflettografia ad infrarossi ha rivelato forti consonanze con il "Santo Stefano" del Polittico Stefaneschi conservato al Museo Horne.

domenica 28 ottobre 2018

Il vero "padre" della Madonna di San Luca

Roma, la Madonna di San Luca (Foto: Adnkronos.com)
Cambia "padre" la Madonna di San Luca, l'icona di Santa Maria del Popolo di Roma, ritenuta dalla tradizione popolare sin dal tardo Medioevo opera di San Luca. Il restauro dell'icona raffigurante la Madonna con il Bambino, realizzato dai tecnici della Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma, infatti, ha permesso di cambiare l'attribuzione del capolavoro medioevale. L'opera, quindi, che la critica ha assegnato a un pittore ignoto, definito maestro di San Saba, sarebbe stata creata da Filippo Rusuti, uno dei più importanti mosaicisti e pittori romani attivo tra gli ultimi decenni del Duecento e i primi del Trecento, che firma l'opera verosimilmente entro il 1297.
Il restauro ha portato alla luce un'iscrizione occultata con una spessa vernice nera. Malgrado lo stato frammentario in cui si trova, l'iscrizione può essere riconosciuta come la firma proprio di Filippo Rusuti. L'opera restaurata sarà esposta fino al 18 novembre nel museo Nazionale di Castel Sant'Angelo di Roma, nella mostra "Filippo Rusuti e la Madonna di San Luca in Santa Maria del Popolo. Il restauro e la nuova attribuzione di un capolavoro medioevale romano".
A parlare di una scoperta "sensazionale" è stata la direttrice del Polo Museale del Lazio Edith Gabrielli che ha ricordato: "Le opere medioevali firmate sono pochissime. In questo caso, invece, troviamo la firma di uno dei grandi artisti che calcarono la scena di Roma a cavallo tra il Duecento e Trecento su un'opera famosissima". La novità, per Gabrielli, è il frutto del lavoro di tutela che "mette insieme tre parole che non possono essere disgiunte: ricerca, conservazione e valorizzazione".
A dirigere il restauro è stata Simonetta Antellini della Soprintendenza che ha anche curato la mostra insieme ad Alessandro Tomei, ordinario di storia dell'arte medioevale all'Università Gabriele D'Annunzio di Chieti.
"Conoscevamo Rusuti - ha spiegato Tomei - dal momento che ha lasciato la sua firma sul mosaico della facciata di Santa Maria Maggiore che fu parzialmente occultata da un portico del XVIII secolo progettato dall'architetto Ferdinando Fuga. La Madonna di San Luca fu riferita all'ignoto maestro di San Saba, autore degli affreschi della chiesa di San Saba all'Aventino. Penso che le due opere, la Madonna di San Luca e gli affreschi della chiesa di San Saba, siano da attribuire alla stessa mano, quella di Rusuti".
Tomei ha inoltre ricordato che Rusuti "è stato messo di lato rispetto ai due grandi artisti attivi a Roma alla fine del Duecento, Pietro Cavallini e Jacopo Torriti. Ma questa scoperta aumenta il debito di riconoscenza nei confronti di Rusuti e ci consente di fare una riflessione più ampia su tutta la storia della pittura a Roma nella seconda parte del Duecento". La città "è sempre stata un pò sottovalutata rispetto alla scuola fiorentina ed era considerata una sorta di provincia bizantina dell'Italia Centrale", aggiunge lo studioso. Un ruolo di punta, quello di Roma in quel periodo: "Credo che, anche nella formazione di Giotto, Roma sia stata molto più importante di quanto sia stato l'ambiente fiorentino", conclude Tomei.

Fonte:
adnkronos.com

giovedì 20 settembre 2018

Norcia, affreschi del '400 riemergono dalla basilica di S. Benedetto

Norcia, particolare degli affreschi emersi nella basilica di
S. Benedetto (Foto: umbria24.it)
Emergono importanti affreschi del '400 dalla Basilica di San Benedetto di Norcia. Sono riaffiorati sulla parete sinistra della chiesa, a seguito del crollo della muratura seicentesca, nei primi giorni di rimozione delle macerie all'interno dell'edificio religioso.
A darne notizia è Marica Mercalli, Soprintendente alle Belle arti dell'Umbria. "Si tratta - spiega - di una Madonna in trono con Bambino ed angeli di raffinata esecuzione e dunque attribuibile ad artista di elevata qualità, al momento non ancora identificato. Con l'intervento di restauratori specializzati, della ditta CobeC, già presenti in cantiere, e con la direzione scientifica dell'Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro, coinvolto dalla Soprintendenza dell'Umbria in questo delicato intervento nella Basilica si procederà ad una pulitura superficiale dell'affresco con parziali consolidamenti e velinatura della superficie pittorica".
Nella fase di ricostruzione della basilica l'intenzione è quella di "trovare il modo di lasciare questi affreschi visibili, ma al momento non sappiamo come", ha continuato la Soprintendente.

Fonti:
lanotiziaquotidiana.it
umbria24.it/cultura

domenica 2 luglio 2017

Musei Vaticani, Raffaello ritrovato

Restauratori all'opera nei Musei Vaticani (Foto: Ansa)
Dal restauro in corso della Sala di Costantino dei Musei Vaticani è arrivata la conferma tanto attesa: le figure femminili allegorie delle virtù dell'Amicizia e della Giustizia sono opera di Raffaello.
Grazie all'opera dei restauratori dei Musei Vaticani, coordinati da Maria Ludmilla Pustka, restauratore capo del laboratorio di restauro dipinti dei Musei Vaticani, lo storico dell'arte Arnold Nesselrath, delegato per l'area tecnico scientifica dei Musei Vaticani e direttore del Reparto per l'arte dei secoli XV e XVI, ha avuto conferma di quanto scritto sulle fonti dell'epoca.
Poco prima di morire improvvisamente per febbri malariche, quindi tra il 1519 e il 1520, il maestro Raffaello Sanzio, che ha progettato e disegnato la decorazione della sala destinata a banchetti, nomine di cardinali e ricevimenti di ambasciatori e autorità politiche, ha realizzato di sua mano, due delle figure della sala poi completata dagli allievi, tra i quali spiccano Giulio Romano e Giovan Francesco Penni.
Il restauratore Fabio Piacentini, all'opera dal marzo del 2015 nella Sala di Costantino, spiega ai microfoni di Vatican Magazine che "analizzando proprio il dipinto de visu ci siamo accorti che ormai è certo l'intervento del Maestro, del grande Raffaello. Ci troviamo davanti ad un dipinto eseguito ad olio su muro, che è una tecnica veramente particolare. Effettuate le prime prove di pulitura e togliendo tutte le sostanze sovrapposte nel corso dei secoli durante i restauri più antichi, emerge la preziosità del dipinto e il tratto pittorico del maestro. La tecnica adottata è quella che Raffaello aveva messo a punto per la decorazione dell'intera sala. Sul muro applica uno strato sufficientemente spesso di una resina naturale nota anche come pece greca, e su quello poi ha dipinto come se fosse un dipinto su tela, o ancor meglio su tavola".
Conferma il professor Arnold Nesselrath delegato per l'area tecnico-scientifica dei Musei Vaticani: "Si sapeva, dalle fonti cinquecentesche, che Raffaello aveva dipinto ancora due figure in questa sala. Sapevamo che prima di morire aveva ancora fatto due prove della tecnica ad olio in questa sala. Queste due figure sono in effetti dipinte ad olio, come dicono le fonti, e sono di una qualità molto superiore a quello che sta attorno. Raffaello era un grande avventuroso nella pittura, provava sempre qualcosa di diverso. Quando aveva capito come funzionava una cosa, provava la prossima sfida. E così, quando arriva nella sala più grande dell'appartamento pontificio, decide di dipingere questa sala ad olio. E' riuscito a dipingere solo due figure e gli allievi poi hanno continuato nel metodo tradizionale e hanno lasciato solo queste due figure autografe del maestro".

Fonte:
lastampa.it

domenica 27 novembre 2016

Pisa, si è concluso il lunghissimo restauro del Giudizio Universale

Parte del Giudizio Universale di Buonamico Buffalmacco
(Foto: percevalasnotizie.wordpress.com)
Concluso l'intervento di restauro del "Giudizio Universale" di Buffalmacco, parte del "Trionfo della Morte" del Camposanto di Pisa, gravemente danneggiato dal bombardamento del 1994. La ricollocazione dell'opera è prevista per il 2018.
Il "Trionfo della Morte" è un ciclo pittorico attribuito al pittore trecentesco Buonamico Buffalmacco. Gli interventi su parte del ciclo pittorico sono stati realizzati dalle maestranze dell'Opera della Primaziale Pisana, sotto il controllo del Professor Antonio Paolucci e con la supervisione dei capi restauratori Carlo Giantomassi e Gianluigi Colalucci.
Gli affreschi trecenteschi del Camposanto pisano furono gravemente danneggiati durante la Seconda Guerra Mondiale, quando una granata provocò un incendio e la fusione del tetto di piombo. Gli affreschi vennero immediatamente staccati dalle pareti per poter essere restaurati. Dall'eternit al moderno aerolam, i dipinti del Camposanto hanno subito, da allora, numerosi "trasporti", termine tecnico con cui si indica il passaggio da un supporto ad un altro mediante la delicata operazione dello strappo della pellicola pittorica.
Negli gli interventi sui preziosi affreschi sono stati numerosi e solo quest'ultimo restauro ha permesso un pieno recupero delle opere. L'imponente e spettacolare restauro degli affreschi che ha portato alla loro ricollocazione nel Camposanto Monumentale è stato possibile grazie a tecniche nuove e scoperte fondamentali. Tra queste, il lavoro dei batteri mangiatori, fondamentali per eliminare la caseina, usata nel dopoguerra per il fissaggio degli affreschi strappati, che provocava rigonfiamenti, crepe e perdite di strato pittorico sugli affreschi. Questo sistema innovativo è stato messo a punto dal microbiologo Giancarlo Ranalli, dell'Università del Molise.

Fonte:
percevalasnotizie.wordpress.com

mercoledì 26 ottobre 2016

Plovdiv, trovato un importante frammento paleocristiano

L'affresco ritrovato nella basilica di Plovdiv (Foto: sofiaglobe.com)
Gli archeologi che stanno lavorando al sito della grande basilica di Plovdiv, in Bulgaria, la più grande chiesa paleocristiana dei Balcani, hanno scoperto un affresco raffigurante San Pietro. Il frammento risalirebbe al XIII-XIV secolo.
Sono stati rinvenuti due strati pittorici, probabilmente attribuibili ad un maestro di Costantinopoli, un lavoro piuttosto preciso e magistrale. Il ritrovamento di questo frammento conferma l'importanza della chiesa nell'antichità e, soprattutto, nel medioevo.
Vicino l'affresco, gli archeologi hanno rinvenuto un'iscrizione con il nome del donatore, Avram. L'iscrizione è in greco bizantino. Si pensa che la chiesa servisse ad una necropoli del X-XI secolo. Nei pressi dell'ingresso della struttura religiosa sono state trovate una serie di raffigurazioni di uccelli tra cui un pavone multicolore.

Fonte:
sofiaglobe.com

domenica 21 agosto 2016

Riapre Villa La Quiete a Firenze

Dettaglio dell'Incoronazione della Vergine del Botticelli
(Foto: intoscana.it)
Grandi capolavori di Botticelli e Ghirlandaio rimasti nascosti al pubblico per anni tornano visibili a Villa La Quiete a Firenze, complesso monumentale sulla collina di Castello di proprietà della Regione Toscana, ma gestito in collaborazione con l'Università fiorentina. La mostra, che resterà aperta fino al 30 ottobre, è la prima parte di un percorso museale più ampio che sarà inaugurato nella primavera del 2017, con il riallestimento delle stanze dell'Elettrice Palatina: qui sarà collocata la porzione più consistente della quadreria presente nella villa.
Nel refettorio della Villa - già convento delle Montalve, ordine religioso dedicato a partire dal Seicento all'educazione delle giovani nobili - si possono così ammirare alcune grandi opere, come l'Incoronazione della Vergine e santi di Sandro Botticelli, lo Sposalizio mistico di Santa Caterina di Ridolfo del Ghirlandaio e un crocifisso di Baccio da Montelupo.
"Con la decisione di creare un percorso museale per valorizzare l'ingente patrimonio culturale presente nella Villa - ha commentato il rettore dell'ateneo fiorentino, Luigi Dei - abbiamo voluto riaffermare, di comune accordo con la Regione, il principio dell'indissolubilità e dell'integrità della risorsa pubblica, che deve essere patrimonio dell'intera collettività."
"L'apertura dell'esposizione temporanea - ha affermato la vicepresidente della Regione Toscana, Monica Barni - rappresenta il primo passo per la valorizzazione e la fruizione del complesso di Villa La Quiete, straordinario sia per i capolavori che in esso sono contenuti, sia perché rappresenta un unicum di documentazione sulla pedagogia messa in atto dall'ordine delle Montalve. I recenti interventi di restauro realizzati dalla Regione Toscana permetteranno il riallestimento delle stanze dell'Elettrice Palatina e la definitiva apertura al pubblico della collezione."

Fonte:
intoscana.it

lunedì 18 gennaio 2016

Vivarini, pittori veneti, in mostra a Conegliano

Alvise Vivarini, Madonna con Bambino
(Foto: Wikipedia)
(Fonte: Ansa.it) - E' la prima grande mostra incentrata sulla straordinaria produzione quattrocentesca dei Vivarini quella che si svolgerà a Conegliano (Treviso) dal 20 febbraio al 5 giugno negli spazi di Palazzo Sarcinelli. Esposte le opere più significative realizzate dalla famiglia di pittori muranesi che, nel panorama dell'arte veneziana del XV secolo, giunse a contendere il primato alla celeberrima bottega dei Bellini.
L'importante esposizione, che si intitola "I Vivarini. Lo splendore della pittura tra Gotico e Rinascimento", è stata promossa dal comune di Conegliano e da Civita Tre Venezie e costituisce il terzo appuntamento del ciclo progettato da Giandomenico Romanelli per Palazzo Sarcinelli dopo le rassegne rispettivamente dedicate al '500 inquieto e ai capolavori dei Carpaccio. Curata anche questa da Romanelli, la mostra vuole colmare una lacuna critica sulla famiglia di artisti attiva per circa 70 anni sulla laguna (ma anche in Istria, Dalmazia, Marche e giù fino alla Puglia), in grado di fondere lo splendore gotico con tocchi di incredibile modernità A partire dalle cromie mirabolanti, dal rosa al turchino dai violetti cangianti al verde squillante, che risaltano in tutta la loro forza accompagnandosi (ma poi liberandosene) ai preziosi fondi oro per misurarsi con la natura e le atmosfere dei paesaggi delicati e magnifici.
Antonio Vivarini, Trittico di Sant'Orsola, Museo Diocesano di Brescia
(Foto: Wikipedia)
Il percorso espositivo, messo a punto dopo approfonditi studi, presenterà dunque un prezioso nucleo di capolavori che testimoniano i contatti e gli influssi di Antonio, Bartolomeo e Alvise Vivarini con alcuni dei più importanti protagonisti della pittura del primo Rinascimento italiano, quali Mantegna, Filippo Lippi, Andrea del Castagno, Paolo Uccello oltre, naturalmente, ai pittori veneziani. Si potranno ammirare, per la prima volta riuniti, dipinti eccezionalmente trasferiti dalle loro sedi naturali, come il polittico di Antonio, capostipite della bottega, proveniente dalla basilica di Eufrasiana di Parenzo, o le tavole realizzate per committenti pugliesi, tra cui la pala di Bartolomeo realizzata per la basilica di San Nicola di Bari, uno dei primissimi e più originali esempi ispirati alla "sacra conversazione". Sempre di Antonio, ci saranno molte delle celebri tavolette con le storie di Santa Monica e Santa Apollonia, realizzate in collaborazione del cognato (l'ancora misterioso Giovanni d'Alemagna), fondamentali in quanto testimoniano la linea di transizione per le narrazione gotiche e sensibilità già rinascimentali, con gustose citazioni dall'antichità classica.
Antonio Vivarini, Adorazione dei Magi. Berlino.
(Foto: Wikimedia)
Di Alvise si potrà ammirare invece una pittura che risente delle vicine esperienze di Giovanni Bellini e Cima da Conegliano ma, soprattutto, della cruciale presenza a Venezia di Antonello da Messina. Così nella tavoletta francescana dall'Accademia Carrara di Bergamo si può cogliere uno dei vertici della poetica del più giovane dei Vivarini e nel "Ritratto di uomo con cappello" (dai Musei Civici di Padova) uno dei rari esempi di ritrattistica vivariniana. Riprendendo una proposta sperimentata nelle altre due mostre di questo ciclo, l'iniziati proporrà ai visitatori alcuni meravigliosi itinerari alla scoperta di capolavori sparsi sul territorio della Marca trevigiana. Ecco allora un percorso eccezionale tra le pale, gli affreschi, gli angeli e i santi lungo solchi d'arte che riconducono i Vivarini ai loro seguaci, ai loro piccoli e grandi contemporanei, da Lotto a Giorgione, da Andrea da Murano e Girolamo Strazzaroli, da Jacopo da Valenza a Cima da Conegliano. Per ammirare, ad esempio, ad Asolo la Vergine assunta di Lorenzo Lotto (nel duomo), a Castelfranco Veneto per l'insuperata Pala del Giorgione o, sempre a Conegliano, il capolavoro di Cima "La Madonna con Bambino", nel duomo della città.

sabato 9 gennaio 2016

Il Botticelli in Cile...

La Madonna con Bambino e sei angeli, di Botticelli (Foto: Adnkronos)
(Fonte: Adnkronos) - Trasferta per "la Madonna con bambino e sei angeli" di Botticelli. Il tondo, realizzato durante la fase tarda della produzione artistica del pittore, sarà infatti esposto per la prima volta, dal 14 gennaio al 15 marzo, al Centro Cultural La Moneda di Santiago del Cile. Dopo essere già stata in Russia e Giappone, l'opera lascerà l'Italia in occasione dell'anno dell'Italia in America Latina.
L'esposizione promossa dal Mibact, dall'Ambasciata d'Italia a Santiago, dall'Istituto italiano di cultura, dalla Galleria Corsini di Firenze e dal Consejo Nacional de la Cultura y las Artes, è un "regalo" per festeggiare i dieci anni di vita del Centro Cultural La Moneda, e la visione dell'opera sarà quindi gratuita.
"La Madonna con bambino e sei angeli" è stata realizzata durante la fase tarda della produzione artistica di Botticelli. Un periodo in cui la conversione del pittore matura nel clima turbato della Firenze di fine secolo e determina una svolta nel suo stile. La composizione è pensata per un formato circolare, ma si distingue da esempi precedenti per la costruzione piramidale, l'allungamento delle figure e soprattutto per la presenza degli strumenti della Passione, che rappresentano il fulcro del dipinto e sembrano evocare le prediche infiammate di Savonarola.
Il dipinto del Botticelli fa parte della Galleria Corsini dalla metà del 1600. L'opera venne acquistata dal Marchese Bartolomeo Corsini per seguire le disposizioni testamentarie del fratello, il marchese Filippo Corsini, che si raccomandava di investire in opere d'arte, le quali "aprono la mente ed il cuore". Bartolomeo iniziò così a studiare e ad informarsi per scegliere opere d'arte che potessero essere facilmente riconoscibili e di grande valore artistico. La sua scelta ricadde sul Botticelli.
Il Botticelli incarna nell'immaginario l'idea stessa del Rinascimento fiorentino e uno dei grandi maestri dell'arte italiana. Allievo di Filippo Lippi e poi attivo nella bottega del Verrocchio la diffusione della sua fama è confermata dalla chiamata nel 1480 a Roma, insieme agli artisti più celebri, per affrescare le pareti della Cappella Sistina.
Al ritorno diviene sempre più stretto il legame con i Medici, di cui è pittore di fiducia. Per la famiglia che detiene il potere a Firenze esegue, tra l'altro, famosissime favole mitologiche profane quale "La Primavera", "Pallade e il centauro", la "Nascita di Venere".

lunedì 6 aprile 2015

Padova, Giotto nascosto

Il dottorando Giacomo Guazzini (Foto: La Nazione)
(Fonte: La Nazione) - Dietro la grata di un grande tabernacolo, oscurati dalle ben più evidente statua della Vergine, in una cappella laterale (dedicata alla Madonna Mora) quasi inghiottita nel ben più ampio contesto dell'edificio sacro. Serbati in una delle basiliche più conosciute, studiate e frequentate d'Italia, ma al contempo "nascosti" agli occhi dei più, dietro una spessa coltre di tempo e deterioramento che li avevano relegati a affreschi di natura ignota e neppure troppo prestigiosi.
Poi, un giorno, ecco l'intuito di un giovane dottorando alla Normale di Pisa a cambiare l'ordine delle cose, a spalancare uno scrigno il cui contenuto potrebbe riscrivere i manuali d'arte sfogliati finora. Non ha dubbi il pistoiese Giacomo Guazzini, 30 anni: "Quegli affreschi custoditi nella basilica di Sant'Antonio a Padova presentano tipicamente e unicamente lo stile di Giotto al tempo della cappella degli Scrovegni, se non poco prima".
Molti sono gli aspetti stilistici e tecnici che anche agli occhi dei meno esperti coincidono con quelli tipici del maestro fiorentino. Confrontando stile, tecniche e ornati, Guazzini ha chiuso il suo cerchio perfetto, come illustra nel saggio per la rivista "Nuovi studi" in uscita nel prossimo autunno (Un nuovo Giotto al Santo di Padova: la cappella della Madonna Mora). Quasi dieci metri quadrati di affreschi mai considerati prima, una vera e propria nuova cappella decorata dallo stesso Giotto.
Studio, intuito e grande passione per l'arte, così Guazzini è arrivato a dare una risposta sorprendente e così presenterà alla comunità scientifica i risultati di un'indagine accuratissima che si promette più che convincente. Una lunga tradizione di devozione quella che si è registrata nei secoli per questa cappella (luogo dell'antica sepoltura di Sant'Antonio), testimoniata anche dalla ricchezza degli affreschi qui custoditi concentrati intorno alla grande edicola con la statua della Vergine.
Allievo di Andrea De Marchi, Guazzini è rimasto profondamente colpito dalla qualità dei dipinti e ha deciso per questo di buttarsi a capofitto nel loro studio. La certezza per Guazzini sarebbe arrivata osservando nel dettaglio la figura di Isaia: monumentale, classicamente dignitoso e dai caratteri fisionomici inconfondibilmente giotteschi. Ma ora, che succede? "Ora sarà necessario - spiega lui - che nel restauro siano coinvolti istituti di comprovata qualità ed esperienza, per evitare che questi affreschi vengano irrimediabilmente corrotti e perduti". Specializzato sulla situazione artistica pistoiese tra XII e XV secolo, Guazzini dal 2011 ha collaborato alle iniziative promosse dal Museo Civico di Pistoia sull'arte pistoiese.
Guazzini ha inoltre portato a conclusione un altro importante studio su Piero della Francesca, ricostruendo il contesto architettonico e decorativo originale del polittico pierfrancescano (ora disperso in vari musei internazionali) per la chiesa di Sant'Agostino a Sansepolcro, lavoro che gli ha permesso di partecipare nel 2013 alla prima mostra monografica americana dedicata al grande pittore rinascimentale, organizzata dalla Frick Collection di New York, e di partecipare nel giugno prossimo a una conferenza al Courtauld Institute - National Gallery di Londra. "Se rimarrò in Italia? - Conclude lui. - Temo che sarà più facile trovare un lavoro fuori: in Italia avremmo sì un enorme patrimonio ancora da studiare, ma le prospettive di lavoro e di ricerca sono decisamente sconsolanti. Purtroppo è consentito guardare assai poco lontano, dal momento che non esiste un vero sistema di supporto economico alla ricerca".

mercoledì 18 febbraio 2015

Mostra sul genio artistico di Piero della Francesca

Una delle pagine del trattato di Piero della
Francesca (Foto: Ansa)
(Fonte: Ansa) - Non solo genio assoluto della pittura quattrocentesca, ma anche grande matematico e architetto, Piero della Francesca sarà al centro della mostra che dal 14 marzo al 14 giugno porterà a Reggio Emilia, negli spazi di Palazzo Magnani, l'intero corpus grafico del maestro della prospettiva.
Riuniti per la prima volta, si potranno ammirare 11 codici, in latino e volgare, affiancati da dipinti, disegni (uno di Michelangelo), modelli dei suoi studi ortogonali di teste umane o capitelli.
"Una mostra dal grande livello di approfondimento", ha detto il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, intervenuto alla presentazione della stampa. Con il titolo "Piero della Francesca. Il disegno tra arte e scienza", l'importante esposizione prende infatti le mosse da un tesoro custodito nella Civica Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, vale a dire il "De Prospectiva Pingendi", uno dei trattati più importanti del pittore di Sansepolcro. Del resto, ha spiegato Iris Giglioli, presidente della Fondazione Magnani, una delle priorità della sede espositiva della Provincia è quella della valorizzazione del patrimonio custodito nei musei e nelle istituzioni. Senza contare che il codice di Piero, in questa copia impreziosita da appunti e note per mano del maestro, si inserisce in un ambito particolarmente caro alla Fondazione, quello della trasversalità tra saperi scientifico e umanistico.

domenica 6 luglio 2014

La grazia e la luce, il ritorno del Perugino

Torna, a Senigallia, la Pala del Perugino dopo nove mesi di restauro nel laboratorio di Urbino. Il dipinto è usualmente conservato nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a Senigallia. Ora la famosa pala sarà al centro della mostra "La grazia e la luce, armonia e discordanze nella pittura marchigiana di fine Quattrocento", che sarà aperta fino al 2 novembre.
La mostra è il primo evento culturale dopo l'alluvione che ha colpito, recentemente, Senigallia. A finanziare e sostenere il restauro della preziosa pala l'Accademia della Tacchinella, il Comune e la Diocesi di Senigallia unitamente alla Soprintendenza della Regione Marche.
Tra le opere che si potranno ammirare nella mostra che ospita la pala del Perugino, spicca l'"Annunciazione" di Giovanni Santi, padre di Raffaello, un olio su tela del 1490. Nella mostra è anche illustrato il laborioso restauro al quale è stata sottoposta la pala. Quest'ultima mostra la Madonna con il Bambino e i Santi Giovanni Battista, Ludovico, Francesco, Pietro, Paolo e Giacomo Maggiore.

sabato 4 maggio 2013

Nativi americani in un quadro del Pinturicchio

Particolare del quadro del Pinturicchio dove si vedono
uomini nudi ornati di piume danzare
Figurine strane, ignorate per più di cinque secoli, raffiguranti uomini nudi con copricapi piumati impegnati in una sorta di danza. Potrebbe essere la prima raffigurazione occidentale di nativi americani.
Questa sorprendente scoperta è stata fatta durante il restauro di un bellissimo affresco in Vaticano, raffigurante la Resurrezione di Cristo, del Pinturicchio, terminato nel 1494, appena due anni dopo la scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo. L'affresco ha abbellito le pareti degli appartamenti dei Borgia per 500 anni ma solo recentemente è stato sottoposto a restauro.
A scoprire questi insoliti uomini nudi che ballano con copricapi di piume, è stata la restauratrice Maria Pustka. Le raffigurazioni giacevano sotto secoli di sporcizia. Il professor Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani suggerisce che questi uomini dal capo piumato possono essere stati ispirati dalle descrizioni delle tribù native americane che Colombo riportò dai suoi viaggi.
La Resurrezione di Cristo del Pinturicchio
"Il papa Borgia era interessato al Nuovo Mondo, così come lo erano le grandi cancellerie europee. - Ha affermato il professor Paolucci. - E' difficile credere che la corte papale, specialmente sotto un papa spagnolo, sarebbe rimasta all'oscuro di quello che Colombo aveva incontrato.".
Colombo fece in tutto quattro viaggi nel Nuovo Mondo, sempre finanziati dal re Ferdinando e dalla regina Isabella di Spagna. Descrisse i suoi incontri con i nativi nelle lettere che indirizzò a Ferdinando ed Isabella.
I misteriosi nativi che danzano sono rimasti nell'ombra per così tanto tempo perché gli appartamenti dei Borgia sono stati praticamente abbandonati dopo la morte di Alessandro VI nel 1503, dal momento che i successori di papa Borgia non vollero in alcun modo essere associati con il loro famigerato predecessore. 

sabato 13 aprile 2013

Antichi affreschi e segreti

L'affresco del Campana con le
tracce di affresco romano

E' stato scoperto, con tecniche modernissime di analisi delle superfici pittoriche, il volto di un uomo dell'antica Roma nascosto sotto la superficie di un affresco custodito nel Museo del Louvre.
Si tratta di un affresco su intonaco, come ha spiegato la dottoressa J. Bianca Jackson della America Chemical Society. I primi affreschi che si conoscono risalgono al 1500 a.C. e sono stati ritrovati sull'isola di Creta. La scoperta apre la strada ad un più ampio utilizzo della tecnologia nel mondo dell'arte.
Lo stesso metodo che ha permesso di scoprire quest'affresco nascosto è stato applicato allo studio di un'icona russa ed alle pareti di una capanna di fango in uno dei primi insediamenti umani in Turchia. Si tratta della spettroscopia teraherz, che utilizza fasci di radiazioni elettromagnetiche che si trovano anche nei forni a microonde e nei raggi infrarossi presenti sui telecomandi televisivi.
Alcuni artisti, compresi alcuni maestri, a volte riutilizzavano tele già dipinte, cancellando l'immagine che vi era stata inizialmente impressa. In questo modo evitavano l'acquisto di una nuova, costosa, tela.
Gli scienziati si sono avvalsi della tecnologia della spettroscopia terahertz quando hanno avuto il sospetto che dietro un prezioso affresco del XIX secolo, Trois case Armes de lance, della collezione Campana del Louvre, si trovava un'immagine più antica. Giampietro Campana fu un collezionista del 1800, i cui tesori sono esposti, oggi, nei musei di tutto il mondo. Quando acquistava un'opera, era solito "restaurarla" rielaborando, a volte, l'originale. Gli storici dell'arte sostengono che Campana dipinse Trois case Armes de lance dopo che l'affresco originale era stato rimosso dal muro al quale apparteneva, che si trova in Italia, ed era entrato a far parte della sua collezione.
Sotto il dipinto del Campana, sulla tunica di un uomo, sono comparsi, agli occhi dei ricercatori e degli storici dell'arte, un occhio, un naso ed una bocca: i resti di un antico affresco romano. Non si sa chi fosse l'uomo rappresentato. Forse un senatore, forse un membro della corte imperiale o un patrizio.

giovedì 4 aprile 2013

I segreti del blu-Maya

Re Maya con in capo piume di colore blu, dipinto
sulla parete nord di una casa ritrovata nel
sito di Xultùn (Riproduzione di H. Hurst)
Gli antichi Maya utilizzavano un colore blu particolarmente resistente per coprire le mura dei loro palazzi, per decorare codici, ceramiche e, forse, anche per colorare gli organi estratti dalle vittime durante i sacrifici umani. Un gruppo di chimici ritiene di aver scoperto il "segreto" di questo blu-Maya.
Da tempo i ricercatori sanno che gli ingredienti principali di questo pigmento blu intenso sono l'indaco, un colorante vegetale, e un tipo di argilla, la palygorskite. Come i Maya abbiamo mescolato i componenti, vale a dire in quali dosi, è stato finora un mistero. I ricercatori spagnoli affermano di aver scoperto le tracce di un altro pigmento nel blu-Maya, che potrebbe dare indicazioni su come sia stato ottenuto questo particolare colore.
"Abbiamo rilevato un pigmento che pare essere stato ricavato dall'ossidazione dell'indaco dopo che è stato sottoposto al calore necessario per ottenere il blu-Maya", ha affermato Antonio Domenech, uno dei ricercatori dell'Università di Valencia. "E' possibile che i Maya sapessero come ottenere la tonalità di blu desiderata apportando delle variazioni alla temperatura di preparazione, per esempio riscaldando la miscela per un tempo più o meno lungo", ha aggiunto.
Ricercatori americani, invece, nel 2008, affermarono che la resina copale, utilizzata normalmente per ottenere l'incenso, potrebbe essere il terzo ingrediente segreto del blu-Maya. La loro ricerca si è basata sullo studio di una ciotola che recava tracce di pigmento e che fu utilizzata per bruciare incenso. I ricercatori spagnoli, però, non hanno preso in considerazione questi risultati, ma stanno indagando sui legami chimici che legano la componente organica della vernice indaco con la componente inorganica rappresentata dall'argilla.
Tra le scoperte più rilevanti effettuate dagli archeologi, c'è stato uno strato di fango blu di circa 4 metri sul fondo di una dolina naturale chiamata Cenote Sacro, presso il famoso sito precolombiano di Chichén Itzà, nella penisola dello Yucatan. Quanto questo Cenote è stato indagato, nel 1904, gli archeologi rimasero piuttosto perplessi proprio da questo straordinario ritrovamento. Ora gli scienziati ritengono che sia quanto rimane di sacrifici umani, nei quali aveva, evidentemente, una parte non secondaria il colore blu-Maya.

sabato 3 novembre 2012

Troppi turisti per la Cappella Sistina

Michelangelo, volta della Cappella Sistina
La Cappella Sistina e gli stupefacenti affreschi michelangioleschi sono minacciati dalle troppe persone che, ogni giorno, sostano ad ammirare questa straordinaria opera d'arte.
"La pressione antropica con la polvere, l'umidità dei corpi, l'anidride carbonica prodotta dalla sudorazione, a lungo andare può provocare danni ai dipinti", ha affermato il direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci. "Si potrebbe limitare l'accesso, mettendo un limite al numero dei visitatori. Lo faremo se la pressione dei turisti dovesse aumentare al di là di un livello ragionevole e se non dovessimo riuscire a risolvere il problema in un modo efficace", ha concluso.
I visitatori della Cappella Sistina sono circa 20.000 al giorno e questo ne fa la stanza più visitata di tutto il mondo. La Cappella, con le sue 12 finestre, prende nome da papa Sisto IV, che la commissionò tra il 1475 e il 1483, per dare al Vaticano un luogo dove potessero svolgersi solenni cerimonie. In realtà si trattò di ripristinare uno dei monumenti romani più devastati dalle lotte civili seguite alla cattività avignonese: la cappella palatina del Palazzo Apostolico.
Il progetto architettonico della Cappella Sistina risale a Braccio Pontelli (1473). Nel 1477 vennero definitivamente eliminati i fatiscenti resti della primitiva costruzione, lasciando, però, intatte le fondazioni che vennero sfruttate per edificare la stanza. La costruzione, avviata lo stesso anno, venne terminata nell'estate del 1481. Qui furono impegnati i più grandi artisti del tempo: Botticelli, il Ghirlandaio, il Perugino, il Pinturicchio, Luca Signorelli tra gli altri. Il soffitto era stato inizialmente dipinto di blu e vi erano state inserite delle stelle dorate a simulare un cielo notturno. Papa Giulio II, però, decise di cambiare decisamente soggetto, trovando il cielo notturno troppo monotono. Chiamò Michelangelo a compiere quello che, in seguito, verrà considerato come il suo capolavoro. Il papa ancorò la volta con delle catene, in modo da rendere l'ambiente agibile. Infatti si era aperta una profonda crepa in seguito a pericolosi cedimenti del terreno.
Michelangelo lavorò agli affreschi tra il 1508 e il 1512, dipingendo ben 300 figure che avevano il compito di raccontare la storia del libro della Genesi. Di queste figure rimangono dei disegni, un documento estremamente prezioso della genesi dell'opera del grande artista.

domenica 6 maggio 2012

Un capolavoro restituito, La Resurrezione di Lazzaro del Caravaggio

Caravaggio, La resurrezione di Lazzaro
La "Resurrezione di Lazzaro", dipinta dal Caravaggio nel 1609, è considerata una delle opere più importanti dell'ultimo periodo di vita del pittore. Dopo un restauro piuttosto impegnativo, l'opera è tornata a mostrarsi in tutta la sua bellezza.
L'opera - 3,80 per 2,85 metri - sarà esposta per la prima volta dopo il restauro a Roma dal 16 giugno al Museo di Palazzo Braschi. Il restauro ha restituito particolari prima invisibili, come il ritratto di Michelangelo Merisi e i colori originali. Il dipinto è rimasto sei mesi nelle mani dei restauratori che hanno utilizzato dapprima solventi specifici e leggeri che hanno consentito di riportare, appunto, alla luce particolari scomparsi (il profilo del Cristo, le braccia spalancate di Lazzaro, l'autoritratto di Caravaggio confuso tra la folla che assiste al miracolo).
L'opera conserva uno dei tratti salienti di tutta l'opera caravaggesca: il forte contrasto tra la luce e l'ombra. Caravaggio utilizzò, per ottenerla, una vasta campitura scura, vale a dire la preparazione bruna della tela, unitamente alla pennellata larga.
Il quadro, dopo l'esposizione a Roma, tornerà al Museo Regionale di Messina, al quale appartiene, dove, dal 22 luglio 2012, sarà ufficialmente parte di un percorso artistico.
Caravaggio, nel 1609, anno in cui fu dipinta la tela, si era trasferito a Messina dopo essere fuggito dalle prigioni maltesi. In Sicilia un ricco mercante genovese, Giovanni Battista de' Lazzari, gli commissionò l'esecuzione di una pala per la cappella della chiesa dei Padri Crociferi. Secondo Francesco Susinno, biografo settecentesco dei pittori messinesi, Caravaggio avrebbe preso a rasoiate la tela, offeso per le critiche con cui il pubblico l'aveva accolta, ma probabilmente si tratta solamente di una leggenda dello scrittore, perché non si è trovata traccia di queste presunte rasoiate.
Autoritratto del Caravaggio
nella Resurrezione di Lazzaro
Il quadro che, dopo la mostra romana e messinese, sarà restituito al Museo Regionale di Messina, originariamente era stato collocato sull'altare maggiore della chiesa messinese dei Padri Crociferi di Camillo de Lellis, un ordine fondato dallo stesso de Lellis oggi conosciuto come Ministri degli Infermi o Camilliani. La preziosa tela caravaggesca è scampata ad un terremoto che, nel 1783, danneggiò radicalmente la chiesa. In seguito alla soppressione ottocentesca degli ordini religiosi divenne, quindi, proprietà dello Stato.
Un restauro del 1950-1951 ha rivelato che la "Resurrezione di Lazzaro" è stata realizzata dal Caravaggio e dagli aiuti. Del Maestro sono sicuramente i volti dei presenti vicino al Cristo, il gruppo dei becchini, il volto di Marta e della Madonna. Il panneggio di Marta, la veste del Cristo, i piedi di Marta e del becchino sono attribuiti ai collaboratori del pittore.

mercoledì 30 novembre 2011

Alla ricerca della Battaglia di Anghiari

Il dipinto del Vasari
Alla ricerca della Battaglia di Anghiari. Così potrebbe intitolarsi il tentativo posto in essere dalla squadra dell'ingegner Maurizio Seracini per cercare un supposto dipinto nascosto da secoli della famosa battaglia. Un dipinto di Leonardo, per la precisione. Dopo diverse polemiche la squadra ha inserito una sonda endoscopica in due dei sei punti individuati nel dipinto - la Battaglia di Marciano - del Vasari. L'operazione è andata avanti tutta la notte tra martedì e mercoledì della scorsa settimana.
Gli studiosi ritengono che sotto il dipinto del Vasari se ne nasconda un altro, la Battaglia di Anghiari, considerato perduto ed attribuito a Leonardo da Vinci. L'ingegner Seracini aveva chiesto di bucare un affresco di Vasari in 14 punti per consentire alla sonda di passare per cercare tracce del dipinto di Leonardo dentro il muro. La soprintendente Cristina Acidini ne ha concessi solo sette.
Ora si attende, con il fiato sospeso, il risultato di questa invasiva ricerca. Riusciranno gli studiosi a ritrovare il Leonardo scomparso?

martedì 29 novembre 2011

L'affresco occultato

Il dipinto di Andrea Sacchi ritrovato a Roma
In un appartamento del centro storico è stato scoperto un affresco di Andrea Sacchi, uno dei pittori le cui composizioni religiose sono considerate tra le più nobili del Seicento romano. Opere di Andrea Sacchi sono presenti a Palazzo Barberini a Roma, al Prado di Madrid, alla National Gallery di Londra ed anche a Washington.
L'affresco ritrovato si trova nella loggia del cardinal Del Monte, a suo tempo un vero e proprio Mecenate, considerato lo scopritore di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Il dipinto si è rivelato nel corso di un lavoro di pulitura di alcuni affreschi in un appartamento della Passeggiata di Ripetta. Autrici della scoperta tre restauratrici: Triana Ariè, Laura Principato e Arianna Ariè. L'opera si distende su ben 35 mq di superficie e finora si pensava che fosse andata perduta.
La conferma circa l'appartenenza della loggia al cardinale Francesco Maria Bourbon Del Monte Santa Maria è stata data dal rinvenimento dell'acronimo ASR e della data 1620, incisi nella parte bassa di uno degli affreschi.
L'opera di Andrea Sacchi rappresenta scene mitologiche ispirate all'alchimia, una passione del cardinal Del Monte. Ci sono tre lunette: Venere e Marte; Proserpina e Naiade, Vulcano e Apollo. Nell'affresco compaiono anche le quattro stagioni: Bacco (autunno); un agricoltore (l'inverno); una donna con lo specchio (la primavera); Venere (estate).

Tunisia, Numluli: una città dalle molte vite

Tunisia, gli scavi di Numluli (Foto: Unione Sarda) Nel governatorato tunisino di Béja , gli archeologi stanno riportando alla luce una città...