mercoledì 29 febbraio 2012

Helike o Atlantide?

Scavi di trincea dell'antica Helike
Gli archeologi torneranno ad esplorare un luogo che si pensa abbia ospitato l'antica città perduta di Helike (Elice), che per secoli attirò l'attenzione degli antichi scrittori e che è un imperdibile mistero.
I ricercatori sono guidati dalla dottoressa Dora Katsonopoulou ed hanno già scoperto un tesoro di manufatti e resti che vanno dall'Età del Bronzo fino al periodo romano e bizantino in un luogo prossimo alla costa sud-occidentale del Golfo di Corinto, nel Peloponneso. Già nel 2000 e nel 2001 gli archeologi avevano localizzato in quest'area i resti che si ritenevano essere quelli dell'antica Helike tra i fiumi Madione e Kerynites. A tre metri di profondità furono ritrovati i resti di edifici del periodo classico che un terremoto, molto probabilmente, aveva distrutti. Nelle vicinanze, inoltre, furono scoperte le tracce di un insediamento risalente all'Antico Elladico (2600-2300 a.C.). Il sito dista circa 1 chilometro dall'attuale linea di costa. Tra i ritrovamenti oggetti di lusso, ornamenti in oro e in argento, che non hanno fatto che confermare l'opulenza dell'antica città che precedette la misteriosa Helike. Questo primo insediamento potrebbe anch'esso essere stato distrutto da un terremoto, così come lo fu Helike nel 373-372 a.C.Il terremoto del IV secolo a.C. colpì la costa sud-occidentale del Golfo di Corinto e provocò l'inabissamento dell'antica Helike. Quest'ultima, secondo le fonti, era la principale città dell'Acaia, fondata da Ione, capostipite degli Ioni. In seguito Helike divenne la capitale delle dodici città dell'Acaia ed era considerata il luogo in cui si trovava il santuario di Poseidone, dio del mare e dei terremoti. Notizie di Helike si trovano in Strabone, Pausania, Diodoro, Eliano e Ovidio. Qualcuno pensa che Helike abbia ispirato i racconti dell'antica Atlantide.

Reperti neolitici in Liguria

Uno dei reperti rinvenuti in Liguria
In un'area residenziale della frazione di Coasco, in Liguria, sono stati ritrovati interessanti reperti archeologici da parte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Si tratta di resti di coccio dell'Età Neolitica e di alcune perle dell'Età del Bronzo. Questo dimostra che Coasco era già abitato milioni di anni fa.
I materiali ed i dati raccolti dagli esperti tracciano il profilo di un insediamento che è il primo del suo genere individuato nella zona retrostante Albenga e nell'intera Liguria

venerdì 24 febbraio 2012

Un piccolo grande museo nella Tuscia

Una forra nel Parco Regionale di Marturanum
Barbarano Romano è un piccolo centro nel cuore della Tuscia, uno dei borghi più suggestivi della zona. Qui, da alcuni anni, è operativa una struttura museale che supporta efficacemente le attività del parco regionale di Marturanum, esteso per oltre mille ettari e caratterizzato da una interessante varietà di ambienti.
I visitatori del parco possono entrare in contatto, oltre che con gli splendidi paesaggi naturalistici, anche con le testimonianze archeologiche dell'importante passato della zona: la necropoli etrusca di San Giuliano e la rocca medioevale. A tal proposito il museo di Marturanum è diventato proprio quest'anno il museo più innovativo dell'intera Tuscia rupestre. Il museo è dedicato a Francesco Spallone, un giovane biologo purtroppo recentemente scomparso, conosciuto per il suo amore per la natura. La struttura museale non riguarda esclusivamente il territorio del parco di Marturanum, ma prende in considerazione l'area morfologica vulcanica della Tuscia e le tracce umane che sono state qui individuate.
Il 3 e 4 marzo 2012 il museo di Marturanum aderirà alla "Festa dei Mezzi Musei", che vuole attirare l'attenzione del pubblico sulle difficoltà che i recenti tagli agli scarsi finanziamenti hanno portato alle istituzioni museali. Il 4 marzo, alle ore 10.30, ci si troverà di fronte al museo per una "mezza escursione" gratuita, alla metà delle risorse ambientali e culturali incontrare sul cammino.
Il museo è stato a lungo chiuso per mancanza di fondi, da poco riesce a riaprire solo grazie all'aiuto dei volontari. Dal momento che il settore culturale è - senza dubbio alcuno - il settore che può maggiormente supportare l'economia nazionale, oltre che rivalutare e rinverdire la memoria storica e sociale di ciascuno, sarebbe bello incentivare e sostenere sempre di più queste iniziative.
Museo Naturalistico Etnografico Marturanum
Viale IV Novembre snc. - Barbarano Romano (Viterbo)
Apertura: venerdì, sabato e domenica 10.00 - 13.00 e 14.00 - 18.00
Aperto per le scuole nei giorni infrasettimanali e su richiesta per gruppi organizzati.
Per prenotare escursioni, trekking e visite guidate rivolgersi alla direzione: infomuseo@marturanum.eu

giovedì 23 febbraio 2012

I segreti di Cividale

Mura romane a Cividale
Continua a svelarsi la Cividale del passato. Dall'interno del monastero di Santa Maria in Valle sono emersi i resti di una porzione di cinta muraria romana e le tracce di un edificio che è un unicum dal punto di vista nazionale: un grande ambiente edificato prima del tempietto longobardo ed utilizzato per molto tempo, come è provato dalla presenza di tre diversi piani di calpestio. Si tratterebbe di una gastaldaga, fulcro del potere longobardo, una realtà che non ha eguali in Italia.
Questi ritrovamenti coronano degnamente la campagna di scavo eseguita per restaurare l'ex convento di Santa Maria in Valle. Lo scavo ha preso in considerazione il braccio orientale del chiostro, dove oggi vi è un archivio ma che prima ospitava le classi della scuola delle Orsoline. Nelle vecchie aule è ritornato alla luce un ampio tratto della cinta muraria riomana, databile intorno alla fine del I secolo a.C.Nella parte settentrionale dell'oratorio del monastero è stata accertata l'esistenza di una struttura in origine lignea, tipica delle popolazioni nordiiche e datata al VI-VII secolo. Sopra si collocava la gastaldaga, dove è stato rinvenuto anche un focolare.

martedì 21 febbraio 2012

Quintus e Coelia, da Torino

La stele di Quintus e Coelia
Erano marito e moglie quasi duemila anni fa e si chiamavano Coelia e Quintus. Erano benestanti, non ancora cristiani, avevano buon gusto ed una certa cultura. Facevano parte della tribù Stellatina, nella quale erano registrati i cittadini romani residenti in Augusta Taurinorum.
Una delle famiglie che abitavano Augusta Taurinorum, all'epoca di Quintus e Coelia, ed erano anche tra le più influenti tra i coloni romani era quella dei Glizi, alla quale apparteneva il generale Quinto Glizio Agricola, conquistatore della Britannia.
Quintus fu il primo dei coniugi a morire e Coelia provvide alla sua tomba, così come è scritto su una ricca stele funebre, ritrovata da poco tempo in via Ancona durante i lavori per la posizionatura di condotte per cavi elettrici.
La stele dei due sposi "torinesi" era stata già intercettata un secolo fa, ma non era stata riconosciuta ed era stata capovolta ed abbandonata nel terreno ad una quota superficiale. Ad un metro e mezzo di profondità sono stati ritrovati anche le gambe e i piedi scheletrici di due persone. Forse Quintus e Coelia, è difficile dirlo, perchè le due sepolture sono risultate prive del corredo funebre che ne avrebbe permessa la datazione. I resti umani potrebbero essere anche meno antichi. Il ritrovamento della stele segue a quello di sepolture e frammenti di iscrizioni sepolcrali affiorati in zona a partire dal 1887. Nel 1928 venne scoperto addirittura un sarcofago in piombo, custodito in una tomba a camera, in mattoni, rivestita di lastroni di pietra. Tutti questi ritrovamenti parlano chiaramente di una necropoli che si estendeva nell'ansa della Dora, ad 800 metri dalle mura. Necropoli che, forse, era collegata alla città da una strada che usciva dalle Porte Palatine ed attraversava i quartieri artigiani a ridosso della Dora.

lunedì 20 febbraio 2012

In mostra il carnevale antico

Uno dei reperti vascolari in mostra ai Musei Capitolini
Sarà visibile, dall'11 marzo prossimo, presso i Musei Capitolini, la mostra "Feste, danze e furori: dal corteo dionisiaco al carnevale. Recuperi archeologici della Guardia di Finanza". La mostra è promossa da Roma Capitale, Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico-Sovraintendenza ai Beni Culturali e dal Comitato per il Carnevale Romano.
La mostra propone alcuni dei riti dell'antica Roma, tra i quali i Saturnalia e i Baccanalia che, nel corso dei secoli, hanno costituito il substrato dell'attuale Carnevale. Il percorso espositivo si dipana tra circa 20 reperti archeologici, frammenti di affreschi, kylix, anfore e vasi risalenti quasi tutti ad un periodo compreso tra il VI secolo a.C. e il I secolo d.C.Verrà esposto, inolte, per la prima volta al pubblico, un insieme di vasi e manufatti recuperati attraverso la lunga e fruttifera attività investigativa del Gruppo Tutela del Patrimonio Archeologico della Guardia di Finanza. Tutte le opere sono accomunate dal tema del rito dionisiaco, antesignano del moderno Carnevale. I reperti provengono nella quasi totalità da sequestri giudiziari ed originariamente ritrovati in necropoli arcaiche o in apparati sepolcrali gentilizi. Le opere vascolari possono ascriversi ad un periodo compreso tra il VII e il VI secolo a.C.

sabato 18 febbraio 2012

El Mirador, ciudad sacrada

L'archeologo Richard Hansen a El Mirador
Le comunità più floride dei Maya erano sicuramente poste in Messico e in Guatemala. Una delle città maya più affascinanti e misteriose è, sicuramente, El Mirador, la ciudad sagrada, la città sacra, come la chiamarono gli spagnoli, al confine tra Messico e Guatemala.
La zona è immersa in una foresta talmente fitta che si può camminare per giorni senza vedere la luce del sole. Gli Aztechi chiamarono questa terra, nel loro idioma, Cuauhtemalan, vale a dire "paese dei tanti alberi". A El Mirador arrivò, alla fine degli anni '70 del secolo scorso, l'archeologo Richard Hansen, dell'Università dell'Idaho, unitamente ad altri studiosi. Hansen finì per stabilirsi in via quasi definitiva nell'antica capitale maya, dove scoprì una vera e propria Pompei del Sud America, più grande ancora della città campana.
L'edificio più grande e rappresentativo di El Mirador è certamente una piramide alta 70 metri, poggiante su una piattaforma ampia come tre campi di calcio. Si chiama La Danta e si è calcolato che sono stati impiegati ben 15 milioni di giorno/uomo per costruirla. La Danta, che significa "il tapiro", animale sacro per i Maya, fu edificata tra il 300 e il 1000 d.C., ha una grande cuspide centrale e due laterali più piccole che ricordano la cintura di Orione, simbolo della creazione celeste. Essa rappresentava l'equilibrio del creato, dove ogni cosa aveva il suo posto e dove solo così la pace poteva essere garantita. La Danta era ornata di mascheroni, di fregi e di affreschi che rappresentavano le pratiche sacrificali in uso presso i Maya.
A El Mirador gli archeologi hanno anche ritrovata una stele istoriata con graffiti conficcata nel terreno. I graffiti ammoniscono gli "stranieri" all'entrata della città e appartiene alla dinastia Kan, mitici signori-serpenti di El Mirador.
Hansen sostiene che fu un monarca molto prestigioso colui che edificò i grandi edifici di El Mirador. Fu lui che, sicuramente, riunificò i centri urbani della cuenca, la grande area geografica che comprendeva ben 80 città, di cui El Mirador era la capitale. Per arrivare alla città sacra si percorrono le calzadas dei Maya, imponenti strade larghe fino a 36 metri, che un tempo attraversavano la foresta e venivano utilizzate da uomini e mercanzie. In antico le strade erano ricoperte di calce bianca che le rendeva brillanti anche di notte.
Proprio l'imponente sistema viario ha fatto sì che la civiltà maya si sviluppasse enormemente. Lungo le calzedas viaggiavano ininterrottamente alabastro, conchiglie, ossidiana, giada, mais, cacao e zucche. Sotto La Danta gli archeologi hanno ritrovato ceramiche, lame di ossidiana, fischietti e resti di tamburi, oggetti legati all'attività della grande piramide, alla base della quale stavano spettatori e musici mentre, sulla cima, dei sacerdoti officiavano riti che si concludevano con un sacrificio umano.
Sono molte le piramidi-animali di El Mirador: La Danta, El Tigre, La Pava, Los Monos, Cascabel (in onore, quest'ultima, di un serpente molto simile al crotalo). Là dove erano concentrati questi edifici, tranne La Danta, distante da questo complesso circa 3 chilometri, è stata ritrovata una struttura misteriosa, battezzata "Struttura 34", al di sotto della quale vi è un'altra grande piramide ornata da un mascherone dipinto che fungeva anche da monito per la popolazione. L'edificio, risalente al 500-400 a.C., è ruotato di circa 180 gradi rispetto alla piramide sovrastante, la "Struttura 34", costruita intorno al 200 a.C.. Secondo una teoria, la piramide più antica era orientata verso una certa stella che, nei secoli successivi, si sarebbe spostata nel cielo. La "nuova" piramide, dunque, doveva servire agli antichi abitanti a non perdere l'allineamento con questa stella.
El Mirador doveva essere densamente popolata. L'errore commesso dagli abitanti dell'epoca fu, certamente, quello di non aver gestito con oculatezza le risorse naturali. Pur avendo costruito piscine e canali per convogliare e raccogliere le acque, non si badò al proliferare di piramidi e edifici sacri. Per produrre un metro quadrato di stucco dalla pietra, gli artigiani bruciavano, nei forni, fino a 20 alberi a volta. Nell'arco di pochi decenni, pertanto, si ebbe una preoccupante deforestazione che andò ad aggiungersi ad una progressiva carenza d'acqua. Tutto questo portò a quello che è conosciuto come il primo collasso Maya, nel 150 d.C.. Gli archeologi, a El Mirador, stanno riportando alla luce l'apogeo della civiltà

La misteriosa fortezza dei Pitti

Palizzate pitte scavate a Rhynie, vicino Aberdeen
Una squadra di archeologi scozzesi sta cercando di risolvere un mistero di 1500 anni fa. Con l'utilizzo di sofisticate apparecchiature, gli studiosi, forse, riusciranno a comprendere come fu distrutto un palazzo nobiliare dei Pitti, popolazione preromana della Scozia settentrionale ed orientale.
Il palazzo ed una fortezza sono stati scoperti nell'estate 2011 nei pressi di un piccolo villaggio scozzese, Rhynie. Il C14 ha datato la distruzione di entrambi al VI secolo d.C., periodo contrassegnato da forti instabilità, nel continente britannico. Il legno bruciato è stato raccolto ed esaminato in laboratorio, restituendo la sensazione di un'estrema programmazione e sistematicità nella distruzione della fortezza. Dalle cronache di Beda il Vecchio si sa che gli eserciti assedianti utilizzavano mucchi di legname come miccia per procurare incendi alle fortificazioni nemiche.
Nel VI secolo d.C., nuove realtà stavano prepotentemente emergendo nella penisola britannica. Tra queste il piccolo regno pitto di Fortriu, che gravitava nell'area di Inverness, guidato dal re Bridei. Costui, probabilmente, attaccò il vicino regno di Ce, distruggendo e saccheggiando la fortezza di Rhynie. Quest'ultima costituiva un'opera davvero notevole: circa 190 metri di fortificazioni di legno che custodivano una superficie di 60 metri di diametro. Le palizzate più profonde erano infisse nel terreno per due metri di profondità e si innalzavano per sei metri di altezza.
La scoperta di anfore di vino provenienti dal Mediterraneo orientale e risalenti al VI secolo d.C., testimonia del benessere economico goduto dagli abitanti della fortezza. L'importanza di Rhynie dal punto di vista sociale, con la presenza di famiglie nobili pitte, è testimoniata anche da otto monoliti scolpiti che facevano parte di uno dei più grandi complessi monolitici scozzesi. Queste pietre erano la raffigurazione di guerrieri armati, bestie mitologiche e simboli astratti che indicavano i nomi o l'identità delle famiglie nobili locali.
La popolazione dei Pitti sono ancora un enigma, per gli studiosi. Ignota è la lingua che parlavano e piuttosto oscuri sono i simboli con i quali ricoprivano le pietre e la loro origine etnica. "Picti" (vale a dire "dipinti" o "tatuati") era il termine con il quale venivano definiti dai Romani. Il nome di Rhynie, poi, è di origine gaelica post-pitto e significa "sperone di terra".

mercoledì 15 febbraio 2012

Gli antichi segreti del Quirinale

L'archeologo Louis Godart e il Presidente Napolitano
Sotto un tombino all'interno dei Giardini del Quirinale, è emersa una statua acefala e senza gambe, di 60 centimetri di altezza. Una statua, forse pertinente ad un corteo dionisiaco, del II - III secolo d.C.. La statua fu utilizzata da Gian Lorenzo Bernini quando, nel 1659, durante l'ampliamento del Palazzo del Quirinale, ne fece una trave per le fondazioni. La statua è stata scoperta dai corazzieri che stavano perlustrando un cunicolo dismesso che passa nei giardini. Il reperto, quasi certamente proviene da un contesto sacro, è questo il parere dell'archeologo Louis Godart.
Il cunicolo in cui è stata scoperta la statua corre longitudinalmente al Palazzo del Quirinale. Da un lato va verso i giardini, dall'altro giunge alla muratura perimetrale. La statua era a 27 metri dal tombino nel quale si è calato l'archeologo Godart ed ha il corpo annerito da un antico incendio, presenta, inoltre, segni del panneggio di un mantello. Il professor Godart ha anche visto altri blocchi di travertino e un vasto locale che parte dal cunicolo.
La statua sembra risalire al periodo imperiale.

martedì 14 febbraio 2012

La necropoli di S. Ambrogio

L'ultima sepoltura ritrovata accanto a S. Ambrogio
Un cimitero del IV-V secolo d.C., uno scheletro ben conservato, il tutto oltre le mura di Milano. I resti sono sorprendentemente affioranti nel cantiere del parcheggio interrato accanto alla basilica di Sant'Ambrogio.
La necropoli giace ad una profondità compresa tra i 3,5 e i 4 metri da circa 1700 anni. Ambrogio, vescovo di Milano dal 374 d.C., ebbe la sua Basilica Martyrum proprio nell'area in cui erano state seppellite le vittime cristiane delle persecuzioni. Sono tombe senza corredo. Gli archeologi hanno asportato le ossa esistenti e le hanno immagazzinate.
Le prime ossa sono emerse tra il 2005 e il 2006, durante alcuni saggi archeologici preliminari all'apertura del cantiere. Le ultime sono emerse quest'anno.

In mostra l'arte del vetro nel mondo romano

Piatto di vetro con due pesci e un delfino
La Soprintendenza Speciale per i Beni archeologici di Roma presenta "Vetri a Roma", una mostra dedicata tutta all'arte del vetro e focalizzata in particolar modo sulla produzione di epoca romana. La mostra sarà visitabile dal 21 febbraio al 16 settembre 2012 presso la Curia Iulia, nel Foro Romano. Saranno visibili circa 300 pezzi, comprendenti vasellame prezioso, gioielli e mosaici attraverso i quali è possibile ripercorrere le tappe della lavorazione del vetro fino al culmine del suo fulgore.
Le guerre di conquista che Roma intraprese le consentirono di venire a contatto con favolosi tesori, per la maggior parte provenienti dalle corti dei sovrani orientali, ed incrementarono le rotte commerciali in tutto il bacino del Mediterraneo che portarono nell'Urbe artigiani altamente specializzati nelle raffinatissime tecniche di produzione di oggetti in vetro.
Le vittorie di Pompeo in Oriente, culminate con un trionfo nel 61 a.C., permisero a Roma di controllare il mondo ellenistico e tutto il suo sorprendente ed inesauribile patrimonio di competenze. In questo momento storico si sviluppò una florida produzione di suppellettili di vetro che rivaleggiano con quelli d'argento.
La mostra si apre con un gruppo di balsamari databili tra il V e il IV secolo a.C., provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo. Di seguito sarà possibile ammirare esemplari ellenistici, come il prezioso piatto in vetro mosaico millefiori con inserzioni a foglia d'oro, proveniente da Canosa di Puglia, oppure lo splendido piatto in vetro dorato, ritrovato in Calabria.
I reperti più consistenti sono di età imperiale, durante la quale si produssero beni di lusso destinati ai più abbienti, come uno splendido piatto blu intagliato e inciso proveniente da Albenga. Si passerà alla produzione di manufatti monocromi dagli sgargianti blu, verde, viola o nero.
Nel I secolo d.C., con l'invenzione della soffiatura, nasce l'industria del vetro che portò all'abbattimento dei prezzi e determinò l'acquisizione del vetro da parte di tutti gli strati sociali dell'impero. Si ammireranno, a questo proposito, servizi da mensa composti da bottiglie, brocche, piatti, bicchieri, coppe; contenitori per profumi e medicamenti; vassoi, attingitoi, alzate per frutta che si ammirano spesso nei dipinti pompeiani, vasi per conserve, anfore per il vino, olle di tutti i tipi, anche olle cinerarie.
Il vetro cominciò ad essere utilizzato anche come decorazione parietale e pavimentale, in sostituzione del marmo. Esemplari di rara bellezza per realismo della rappresentazione, sono l'opus sectile di lastre di vetro proveniente dalla villa di Lucio Vero sulla Cassia, o il tondo con il fondale marino e due pesci e un delfino proveniente dal triclinio della domus del Chirurgo di Rimini.
A chiudere in bellezza, le insegne imperiali di Massenzio, trovate lungo le pendici del Palatino. I globi in vetro fuso sulla sommità dello scettro erano i segni del potere universale di Roma.
Orari: dalle ore 8.30 a un'ora prima del tramonto, senza chiusura settimanale.
Biglietto: intero € 12,00 con il quale si può accedere anche al Colosseo e al Palatino
Info visite guidate: Pierreci/Codess tel. 06.39967700 - www.pierreci.it

Una misteriosa, antica città in Bulgaria

Una tempesta marina sulle coste del Mar Nero ha fatto comparire, lo scorso 8 febbraio, le mura di un'antica città, probabilmente di origine romana, vicino al centro ricreativo di Bourgas, a Saraforo, in Bulgaria.
La mareggiata ha scoperto le mura di un palazzo. Tra i reperti individuati vi sono i resti di una rete fognaria ed alcuni pezzi di ceramica. Il palazzo, molto probabilmente, fa parte di una città, non di un semplice villaggio, dal momento che sono evidenti i resti di tubature, strade, templi con colonne ed edifici. Questa antica e misteriosa città non era segnata nelle carte e nelle mappe.

Trenta tombe longobarde a Cividale

Fibule longobarde
A Cividale del Friuli sono emerse, durante dei lavori, una trentina di tombe con gli elementi tipi dei corredi funebri longobardi. Ad affermarlo è la Soprintendenza ai Beni archeologici del Friuli. Le tombe, maschili, femminili e infantili, sono in parte violate. Si tratta di guerrieri deposti con lance, spade e coltelli. Alcuni di loro hanno persino borse in materiale deperibile contenenti pettini, acciarini e qualche moneta. Le donne, invece, sono state sepolte con pettini e strumenti in ferro, ai piedi vasi di ceramica.
Tra tutte le sepolture spicca quella di una donna che conteneva, al suo interno, una croce in lamina d'oro decorata a sbalzo. Un tempo questa croce ornava il velo che copriva il volto della defunta. Il velo era fissato sui capelli con un ago crinale in bronzo.
Le trenta sepolture rinvenute costituiscono la necropoli della Ferrovia, una delle più grandi ritrovate all'interno delle mura romane di Cividale. Alcuni ritrovamenti datano ad un periodo compreso tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento ed avevano già svelato la presena di personaggi di rango dell'aristocrazia longobarda. Altre tombe erano state ritrovate, nella stessa zona, negli anni Sessanta.

sabato 11 febbraio 2012

Il fanciullo di Brodgar

La figurina ritrovata a Orkney
Dopo la Venere di Orkney, ecco il fanciullo di Brodgar, una piccola figura dell'Età della Pietra ritrovata in Scozia, negli scavi di Westray nell'estate del 2009. La statuina giaceva in una struttura più tarda nel cuore della Orkney neolitica.
La figurina è alta solo 30 millimetri e sembra avere, anche se appena abbozzati, un corpo e due occhi. Pur non raggiungendo la raffinatezza di altre figure in pietra coeve, il fanciullo di Brodgar sembra proprio essere una figurazione stilizzata di un essere umano. Tracce di rottura, ritrovate nella parte inferiore dell'oggetto, suggeriscono che l'effige facesse un tempo parte di un oggetto più grande che, in effetti, è stato ritrovato a pochissima distanza dal luogo del ritrovamento del fanciullo di Brodgar. L'utilizzo di quest'oggetto, finalmente ricomposto, è ancora un mistero. Qualche studioso ha suggerito che potrebbe trattarsi di un tappo per un'anfora o un recipiente per liquidi. Ma potrebbe trattarsi anche di un oggetto cerimoniale o, addirittura, di un giocattolo.

Ben nutriti...anche nell'aldilà

La mummia di ibis esaminata
Il National Geographic riporta la notizia della scoperta della più antica testimonianza di un uso particolare dell'Antico Egitto: quello di riempire il corpo mummificato degli ibis, uccelli sacri, con cibo, affinchè questi uccelli potessero affrontare il viaggio nell'aldilà.
Gli studiosi hanno preso in esame la mummia di un ibis, custodita presso la McGill University di Montreal, ed hanno scoperto, attraverso la TAC, che il corpo dell'uccello era stato riempito, dopo la sua morte, con cereali, affinchè fosse in grado di portare a compimento, anche nell'aldilà, la sua missione di messaggero presso gli dèi.

Il regno dimenticato di Tuwana

Immagini dal Regno di Tuwana, in Cappadocia
Recentissimi scavi in Anatolia stanno permettendo di conoscere e di riportare alla luce un antico e dimenticato regno, il Regno di Tuwana, al quale sarà presto dedicato un museo all'aperto. A segnalare questa importantissima notizia, un archeologo italiano, Lorenzo d'Alfonso, che guida una missione archeologica congiunta delle Università di Pavia e di New York. Il professor d'Alfonso ha tenuto anche una conferenza stampa ad Istanbul, tesa ad illustrare i risultati ottenuti nella recente campagna di scavi.
L'importante scoperta è stata fatta nella Cappadocia meridionale, a Kinik Hoyuk, in un sito con testimonianze risalenti soprattutto all'inizio del I millennio a.C.. Quest'area è inserita nel Regno di Tuwana, noto finora solo attraverso alcuni geroglifici e alcune fonti assire, ma mai studiato dal punto di vista archeologico. Un sito, pertanto, intatto.
Per dimensioni il sito di Kinik Hoyuk è il maggiore dell'Anatolia preclassica, con esclusione della capitale degli Ittiti. Finora si parla di una superficie che va dai 24 agli 81 ettari. Pur essendo stato "toccato" da alcune spedizioni archeologiche già due anni fa, l'importanza del sito è emersa solo recentemente. La Cappadocia meridionale controllava le Porte Cilicie, il passaggio tra Europa ed Asia, uno dei punti nevralgici più importanti del mondo antico. Al centro di questo snodo vitale si colloca il centro di Kinik Koyuk. Il Regno di Tuwana era un piccolo stato cuscinetto tra il Regno di Frigia e lo stato Assiro e questo lo rendeva non solo uno stato molto potente, ma anche piuttosto prospero e ricco. Gli archeologi hanno ritrovato, nelle vicinanze dell'antico sito, tre stele dell'Età del Ferro che sono in grado di attestare la potenza e la ricchezza del Regno di Tuwana.
Indagini archeologiche condotte nel 2010 avevano permesso di attestare l'eccellente stato di conservazione della cinta muraria dell'acropoli e degli edifici che vi si trovavano. Si tratta di mura monumentali, alte fino a sei metri. E' stato persino ritrovato l'intonaco originale che le ricopriva. Ora gli archeologi mirano al consolidamento della cinta muraria in vista di un successivo restauro.

L'amore al tempo della guerra in mostra a Ferrara

Clitennestra uccide Cassandra
Apre oggi i battenti, al Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, e sarà possibile visitarla fino al 22 aprile prossimo, una mostra dedicata all'amore al tempo della guerra. Sottotitolo della mostra è: "L'amore di Teti e Peleo, quello di Ettore e Andromaca, l'uccisione di Priamo e quella di Cassandra, la triste storia di Ifigenia. In mostra, gli infiniti volti dell'amore sullo sfondo della mitica guerra di Troia, così come raccontano le pitture vascolari esposte nel Museo Archeologico Nazionale di Ferrara".
La mostra è curata dagli archeologi Caterina Cornelio e Mario Cesarano e si articola su temi quali il fato e i suoi strumenti all'opera durante la guerra per eccellenza, quella di Troia, e sulle vicende amorose che ruotano attorno al famosissimo conflitto, così come sono raffigurati sui vasi recuperati nella necropoli di Spina.
Il racconto "vascolare" inizia con il rapporto tra Teti e Peleo, genitori di Achille, che sono gli epigoni veri e propri della guerra di Troia. Proprio durante il loro banchetto di nozze, infatti, la dea della discordia Eris, che non era stata invitata, lancia il famoso pomo che porterà al giudizio di Paride e al rapimento di Elena.
Altre figure umanissime e imperiture, anch'esse raffigurate sui vasi funebri, sono quelle di Ettore e di sua moglie Andromaca. La morte di Ettore, tra l'altro, segnerà fatalmente la fine di Troia ed alcuni vasi riportano l'Ilioupersis, l'ultima notte della città. Ma anche la principessa troiana Cassandra, sorella di Ettore, ha un suo ruolo tragico nella già tragica vicenda della città. Prigioniera di Agamennone, che la porta, come schiava, in patria, scatena la gelosia di Clitennestra che finirà per portare alla morte di entrambi, un "utile" sacrificio per purificare la morte della figlia Ifigenia, sacrificata da Agamennone per propiziare venti favorevogli agli Achei che stavano partendo per Troia.
Il 14 febbraio, l'archeologo Mario Cesarano illustrerà i contenuti e le curiosità legate alla mostra nel corso di una conferenza dal titolo "L'amore al tempo della guerra".

Una seconda Macchu Picchu

A Inkata, in Bolivia, non lontano da La Paz, una spedizione archeologica italiana ha scoperto una cittadella precolombiana. La scoperta è stata fatta nell'ambito del progetto "Valle del Takesi", diretto dalla professoressa Patrizia Di Cosimo, del Dipartimento di Storia e metodi per la conservazione dei Beni culturali dell'Università di Bologna. Nel progetto sono coinvolti anche diversi studenti dell'Universidad Mayor de San Andre's di La Paz e della Unidad Nacional de Arquelogia.

sabato 4 febbraio 2012

L'uomo nel pozzo, Montereggi scoperte nell'ultima campagna di scavi

Montereggi, la sepoltura nel pozzo
Nell'ottobre 2011 si è conclusa la settima campagna di scavo nell'abitato etrusco di Montereggi, in provincia di Firenze, condotta dal Museo Archeologico di Montelupo supportato dall'Università di Siena.
La prima campagna di scavo ha indagato un pozzo nel settore orientale del pianoro superiore dell'abitato. La struttura era stata già precedentemente scavata in parte. Gli archeologi avevano incontrato un riempimento in pietre e laterizi. Giunti alla profondità di nove metri e mezzo è emerso un piano di grandi tegole che conservava la parte superiore di un grande dolium, volutamente staccata. Rimossi i cocci più pesanti dell'orcio, i ricercatori hanno scoperto dei resti di un uomo, collocato - forse già morto - sul fondo del pozzo dopo essere stato inserito in un sacco-sudario. Sotto i resti dell'uomo vi erano vasi destinati al consumo di vino, con all'interno una certa quantità di resina che li rendeva impermeabili.
Lo scheletro è ora al Laboratorio di Antropologia umana della Soprintendenza Archeologica per la Toscana, dove sarà analizzato per ricavarne tutte le indicazioni utili per completare il quadro della morte.
Il fatto che lo scheletro fosse stato deposto in fondo ad un pozzo e ben celato da nove metri e mezzo di pietre, lascia intendere che il suo corpo doveva essere tenuto fermo. Il letto di ceramiche da vino sul quale è stato posizionato il corpo fa pensare ad un grande banchetto collettivo che precedette l'inumazione del defunto.
L'uomo avrebbe avuto trent'anni, al momento della morte, e sarebbe stato alto almeno 170 centimetri. Si sa con certezza che visse durante l'occupazione etrusca della città. Sempre l'anno scorso è stata ritrovata, sempre all'interno di un pozzo, una maschera femminile quasi intatta.

Riaperti gli scavi a Karkemish

Le rovine di Karkemish
La leggendaria capitale degli Ittiti, Karkemish, costruita su un guado nell'alto Eufrate, al confine con le attuali Siria e Turchia, menzionata nelle tavolette di Ebla del III millennio a.C., citata dalla Bibbia, distrutta dagli Assiri di Sargon II nel 717 a.C. è tornata ad essere oggetto di campagna di scavi.
A Karkemish Nabuccodonosor fermò, nel 605 a.C., l'avanzata egiziana. La città fu poi ricostruita dai Romani. Fu scavata per la prima volta dalla missione archeologica del British Museum tra il 1911 al 1920, alla quale partecipava anche Lawrence d'Arabia. Lo scavo fu, poi, abbandonato dopo l'indipendenza turca. Ora a scavare è una squadra archeologica italo-turca, che ha intenzione di creare, qui, un parco archeologico.
Le rovine di Karkemish sono imponenti: 90 ettari circondati da mura alte fino a venti metri. All'interno un'acropoli fortificata, palazzi, templi, strade processionarie, una ricchissima necropoli che ha già restituito interessanti reperti. E' stata già individuata la fase risalente alla distruzione assira del 717 a.C.: un metro di ceneri e resti combusti.
Uno dei ritorvamenti più importanti di questa prima campagna di scavi è un monolite di basalto di due metri di altezza, sul quale compaiono una miriade di geroglifici luvi, una scrittura ideografico-sillabica che cela una lingua di matrice indoeuropea, decifrata da David Hawkins della British Accademy. La stele reca una dedica al dio Sole alato, scolpito nella parte superiore e risalente al 980 a.C., al periodo che oggi è ancora sconosciuto della storia della città.

Trovato il "papà" di Stonehenge

Gli scavi del Ness di Brodgar
Un antico complesso templare ritrovato nelle isole Orcadi potrebbe esser servito da modello al più celebre complesso di Stonehenge. Gli archeologi stanno riportando alla luce un grande complesso dell'Età della Pietra più antico di Stonehenge.
Il sito è stato individuato, in realtà, nel 2002 ed è stato chiamato Ness of Brodgar (promontorio di Brodgar) e sorge sulle sponde dell'isola più grande delle Orcadi, un arcipelago della Scozia. Le analisi mostrano che il promontorio è stato occupato già a partire dal 3200 a.C.. Al suo interno erano ospitati almeno cento edifici. Stonehenge, invece, risalirebbe al 3000 a.C..
Molti studiosi ritengono che le Orcadi siano state la culla della civiltà preistorica Britannica, dal momento che la cultura del vasellame inciso, dominante la Gran Bretagna in epoca neolitica, ha avuto origine proprio qui.
Il Ness of Brodgar, però, non ebbe una lunga vita. La datazione delle ossa animali, ritrovate dagli archeologi attorno al complesso templare, fa pensare che nel 2300 a.C. il sito venne abbandonato, alla conclusione di un enorme banchetto rituale. Sono stati, finora, "assemblati" i resti di circa 600 animali.
L'edificio è lungo 25 metri, le sue mura sono spesse cinque e contiene una sorta di "sanctum" dove gli archeologi hanno trovato delle scaffalature di pietra, poste in corrispondenza, più o meno, dei punti cardinali. Forse si trattava di una sorta di altari. L'intero complesso è stato realizzato in arenaria gialla e rossa.
Gli scavi del 2010 e del 2011 hanno riportato alla luce delle misteriose incisioni geometriche che decoravano il complesso ed anche pitture con tracce di colore arancio, rosso e giallo. E' stata anche individuata una rarissima figurina umana realizzata in argilla, con una testa, due occhi e un corpo.
Il Ness era il punto di raccolta delle comunità agricole neolitiche delle Orcadi, dove venivano celebrate le cerimonie per le stagioni e la commemorazione dei defunti. Finora ne è stato riportato alla luce appena il 10 per cento.

I misteri di Bryn Celli Ddu, Galles

Bryn Celli Ddu, la tomba neolitica sull'isola di Anglesey (Foto: Alamy Stock) Gli archeologi hanno scoperto, sull' isola di Ang...