domenica 30 settembre 2012

Una voce dall'antica Heliopolis

La stele ritrovata a Mariya, Il Cairo
Una stele della XVIII Dinastia, contenente un testo religioso, è stata ritrovata tra le macerie di alcuni lavori di costruzione condotti dal Ministero per le Dotazioni nella zona nord del Cairo, dove è presente un popolare mercato.
Una vasta zona del souq è stata scavata fino alla profondità di 4 metri, per costruire un muro di pietra, e le macerie sono state lasciate su un vicino appezzamento di terreno. Tra le macerie è emersa la stele. Matariya, la località dove è stata fatta la scoperta, era un rinomato centro religioso sia durante l'epoca dei faraoni che durante il periodo romano-copto, quando era conosciuta come Heliopolis. La stele è attualmente in fase di studio da parte di esperti del laboratorio archeologico di Matariya.

sabato 29 settembre 2012

Una statua...piovuta dal cielo

La statua di Vaisravana, ricavata
da una pietra meteorica e
trafugata dai tedeschi
Nel 1938 una spedizione di scienziati tedeschi riportò in patria una statua rappresentante un uomo. La particolarità della statua, vista l'epoca, era che sul vestito dell'uomo campeggiava una svastica.
Una volta arrivata a Monaco di Baviera, la statua venne inserita in una collezione privata e di lei non si seppe più nulla fino al 2009, quando fu messa all'asta e fu possibile analizzarla. Un gruppo di ricercatori, guidato dal Elmar Buchner, docente dell'Istituto di Planetologia dell'Università di Stoccarda, ha pertanto potuto scoprire che la statua è stata scolpita in un grande pezzo di atassite. Quest'ultima è un tipo di meteorite ferrosa, piuttosto rara, caratterizzata dalla notevole presenza di nichel.
La statua pesa 10,6 chilogrammi e rappresenta, con molta probabilità, Vaisravana, il più importante dei Quattro Re Celesti del buddhismo. Forse è stata forgiata nell'XI secolo dalla cultura Bon. Il meteorite da cui stata ricavata cadde sulla terra nell'area compresa tra la Mongolia e la Siberia circa 15.000 anni fa. I suoi primi frammenti sono stati scoperti nel 1913.
La caduta di meteoriti è sempre stata interpretata, dalle antiche popolazioni, come un messaggio divino. I loro frammenti venivano impiegati nella confezione di oggetti preziosi. Ancora oggi uno dei luoghi più venerati al mondo, La Mecca, reca al centro la cosiddetta Pietra Nera, che molti studiosi ritengono essere un meteorite.
Tranne la statua appena "ritrovata", non si conoscono sculture ricavate da pietre meteoriche e questo rende ancora più difficile attribuire un valore alla statua. Solo la datazione del materiale da cui è stata tratta, però, la rende un oggetto inestimabile.

Alessandro il Molosso è sepolto a Matera

Monete di Alessandro il Molosso con testa di Athena
(360-340 a.C.)
Alessandro il Molosso sarebbe stato seppellito vicino Matera. E' questa la clamorosa scoperta rivelata dallo studio della tomba n. 33 ritrovata sulla collina di San Salvatore di Timmari. Alessandro il Molosso era conosciuto per le sue gigantesche proporzioni e venne in Italia nel 335 a.C. in soccorso delle città magnogreche contro i Lucani, i Bruzi, gli Iapigi ed i Sanniti.
Il prossimo 2 ottobre, a Matera, vi sarà un incontro promosso dalla Fondazione Zetema, dal quale si sperano di avere ulteriori particolari in merito alla tomba principesca di Timmari, la n. 33 appunto, scoperta nel 1982.
La tomba è una grande semicamera affossata, con una costruzione che, secondo alcuni studiosi, ricorda la pira monumentalizzata descritta da Omero per la celebrazione dei funerali in onore dei guerrieri defunti. Il corredo, interamente ritrovato, consta di 150 oggetti (tra cui 103 vasi figurati, in maggioranza di prima qualità e di grandi dimensioni), armi e strumenti rituali, datato al decennio antecedente la chiusura della tomba (331-330 a.C.), epoca della spedizione di Alessandro il Molosso in Magna Grecia.
Ulteriori conferme sull'identità del proprietario vengono dai reperti che collegano alle scene riprodotte dal pittore di Dario sul vasellame, ai diversi aspetti di sepoltura, nonché al rituale del banchetto aristocratico e alla figura di un militare armato di corazza e spada secondo l'uso macedone ed epirota.
Alessandro I d'Epiro, detto il Molosso, era fratello della principessa molossa Olimpia (o Olimpiade), madre di Alessandro Magno. Venne ucciso in battaglia, a tradimento, per mano di un lucano a Pandosia di Lucania, secondo alcune fonti, o a Pandosia di Bruzio secondo altre. Il suo corpo venne lacerato.

"Lino" dell'Età del Bronzo in Danimarca

I resti del sudario ritrovato in Danimarca
Sono stati ritrovati, in una tomba in Danimarca, i resti di un antico tessuto in lino ricavato dalla lavorazione delle ortiche.
La scoperta getta nuova luce sul commercio di tessuti in Europa durante l'Età del Bronzo. Il tessuto in questione doveva essere molto morbido e lucido ed è stato datato ad un periodo compreso tra il 940 e il 750 a.C.. E' stato scoperto nel Voldtofte, in Danimarca, in una ricca necropoli dell'Età del Bronzo (3200-600 a.C.). Il tessuto era stato avvolto intorno ad un'urna contenente le ceneri del defunto.
In precedenza si pensava che questo antico tessuto fosse stato ottenuto dal lino, una pianta che è ampiamente coltivata nella regione, ma ora si è scoperto, con metodi piuttosto innovativi, che il tessuto è, in realtà, il risultato di una "tessitura" di fibre di ortica. Analizzando a fondo queste fibre, i ricercatori hanno scoperto che la pianta da cui è stata ricavata non era una coltivazione locale, ma proveniva da altre terre. L'elemento determinante per questa scoperta è stato lo stronzio. Si pensa che l'ortica utilizzata per il sudario appena scoperto provenisse dal sudovest dell'Austria, del resto anche l'urna attorno alla quale era avvolto il tessuto era di provenienza austriaca. I resti del defunto, analizzati, hanno rivelato che era danese. Due rasoi che sono stati parimenti trovati nella sepoltura, inoltre, erano scandinavi.

I segreti della Vistola

Sul fondo fangoso del fiume Vistola, in Polonia, che questa estate ha raggiunto il suo livello più basso, giacevano resti di fontane scolpite, colonne e marmi, qui riversati a partire dal 1700. Sono oggetti che, un tempo, decoravano il Castello Reale di Varsavia ed altre dimore della nobiltà polacca e che sono stati perduti prima in un conflitto e poi in un naufragio.
Finora sono state ritrovate più di 12 tonnellate di marmi originali del XVII secolo, che sono in ottimo stato di conservazione, se si considera che sono rimasti più di 300 anni sott'acqua.

venerdì 28 settembre 2012

Un'ancora greca a Vibo Valentia

I sommozzatori della Guardia di Finanza di Vibo Valentia hanno recuperato, in località Formicoli di Ricadi, un ceppo di ancora in piombo risalente all'età greca in ottimo stato di conservazione.
I sommozzatori della Stazione Navale della Guardia di Finanza di Vibo Valentia Marina hanno recuperato il reperto, sommerso a circa 20 metri di profondità e parzialmente ricoperto da sabbia e sedimenti. In passato, nella stessa area, sono stati recuperati diversi reperti di navi.

I segreti della piramide di Kufu

Il robot utilizzato per esplorare la stanza nascosta
Pare sia stata scoperta una camera segreta dietro la porta n. 2 sigillata all'interno del vano sud nella camera della Regina. Si parla della piramide di Kufu (Cheope). Nello stanzino sembrerebbero esserci dei manufatti.
Le investigazioni sono iniziate nel 1993, lungo alcuni canali di areazione che conducono alla camera della Regina, ma l'esplorazione per mezzo di droni è stata fatta nel 2002. Il locale individuato è approssimativamente grande 6 metri per 9 e si trova direttamente alle spalle di due porte sigillate. Sono state avvistate diverse piccole statue dalla videocamera, ma non è trapelato alcun dettaglio su cosa rappresentino. In un angolo della camera è stata vista una catena d'oro o di rame. Nel centro della camera si trova una scatola d'oro o di rame, chiusa. Nessun geroglifico è presente nella stanza.

giovedì 27 settembre 2012

Un cimitero vichingo in Polonia

Le sepolture del guerriero e della donna a Bodzia
Gli archeologi sono piuttosto perplessi dal ritrovamento di un cimitero vichingo di mille anni fa scoperto nei pressi del villaggio di Bodzia, nella Polonia centrale.
Gli scavi nella località si sono svolti dal 2007 al 2009 ed hanno restituito 57 tombe. I riti funebri riscontrati nelle sepolture erano piuttosto mescolati: riti scandinavi, slavi, propri delle tradizioni morave e bizantine.
Ad attirare l'attenzione degli archeologi, in particolare, è stata la tomba di un giovane guerriero di circa 25 anni, sepolto in posizione fetale, con una spada d'argento che rievoca le tradizioni vichinghe. Gli oggetti ritrovati nella tomba suggeriscono l'origine dell'uomo dalla Rus' di Kiev, uno stato che finì per disintegrarsi nel XIII secolo. Probabilmente l'uomo seppellito con la sua spada era stato reclutato da uno dei capi della Rus' di Kiev.
Accanto al giovane guerriero sono stati trovati i resti di una giovane donna, che tradiscono la sua morte violenta, forse in occasione di un sacrificio rituale. Anche le bare hanno attratto l'attenzione degli studiosi. Un terzo delle bare sono in legno.
Nel cimitero è chiaramente stata sepolta l'élite locale.

Antiche testimonianze cristiane in Bulgaria

Uno dei fonti battesimali
Un gruppo di archeologi che lavorano in un sito di un'antica fortezza nei pressi di Capo San Atanas, sulla costa bulgara del mar Nero, ha trovato i resti di un antico fonte battesimale che è stato datato ad un periodo compreso tra il V e il VI secolo d.C.. Con il fonte battesimale sono emerse le fondamenta di una basilica.
Accanto ai resti della basilica sono stati riconosciuti i resti di una sorta di alloggio, forse la sede del vescovo locale. Sono emersi anche una mola, utilizzata come contenitore dell'acqua santa, una cantina, un bagno e un forno per la ceramica.
In tutto sono stati trovati tre fonti battesimali, uno era nella basilica e gli altri due a pochi metri da essa, uno sopra l'altro. Due dei fonti battesimali sono a forma di croce.

Scoperto il campo di Cesare in Germania

Il campo di Cesare in Germania
Una manciata di chiodi ha fatto la fortuna di un sito archeologico. Si tratta di chiodi speciali, perché sono i resti dei calzari di antichi legionari romani. Proprio questi chiodi hanno determinato l'identificazione del più antico campo militare romano, quello posto nelle vicinanze della cittadina tedesca di Hermeskeil. Il campo risale alla conquista della Gallia da parte di Giulio Cesare, nel 50 a.C.
Il sito si estende su una superficie di 260.000 metri quadrati ed era già conosciuto nel XIX secolo. Gli archeologi sospettavano da tempo che si trattasse di un campo militare romano. I nuovi scavi sono iniziati nel 2010, ma è dal 2011 che sono cominciati ad arrivare i primi risultati, quando sono tornati alla luce un percorso pavimentato in pietra e, al suo interno, una serie di chiodi con un diametro di due centimetri e mezzo. Questa sorta di tacchetti erano utilizzati per rafforzare e proteggere le suole delle calzature dei soldati e, probabilmente, si sono staccati dalle calzature dei militi mentre attraversavano il sentiero per uscire dal campo.
A suggerire che il campo risalisse all'epoca della conquista della Gallia è stata sia la dimensione che la forma dei tacchetti. Una teoria confermata da frammenti di terracotta che hanno seguito l'importante scoperta.

mercoledì 26 settembre 2012

La seconda sinagoga di Limyra

Gli scavi della sinagoga a Limyra
Gli archeologi che stanno lavorando nella città di Limyra, nella provincia mediterranea di Antalya, hanno annunciato di aver scoperto la seconda sinagoga della città. Inizialmente si era pensato che l'edificio fosse una fornace per la lavorazione del vetro, poi, nel corso degli scavi, sono emersi un bagno e una menorah.
La sinagoga appena individuata si estendeva su una superficie piuttosto vasta. Gli scavi continueranno anche nel prossimo anno.

I tesori di Babilonia

Alcuni dei reperti ritrovati a Nassirya, in Iraq
Un gruppo di archeologi iracheni hanno recentemente riportato alla luce manufatti e strutture di un tempio babilonese risalente ad un periodo compreso tra il 1532 ed il 1000 a.C., nella provincia irachena di Nassiriya.
Il sito fa parte di un progetto denominato "Giardini dell'Eden", che il governo iracheno ha intenzione di lanciare ulteriormente nei prossimi anni, al fine di promuovere il turismo nella regione. 
Qui sono stati riportati alla luce due edifici e il tempio babilonese, nonché diversi manufatti: tavolette in argilla e cilindri utilizzati come sigilli.

Un'antica bottega di avorio in Germania

Gli scavi a Breitenbach
Alcuni scavi in Germania hanno permesso di ritrovare una bottega per la lavorazione dell'avorio risalente a 35.000 anni fa nel sito di Breitenbach, vicino a Zeitz, in Sassonia-Anhalt.
La bottega è stata individuata grazie alla presenza in zona di diversi pezzi di avorio, alcuni dei quali degli scarti di produzione. Sono state ritrovate anche delle perle d'avorio e degli oggetti semilavorati nello stesso materiale. A produrre questi oggetti sono stati i primi uomini moderni, che hanno lavorato l'avorio di mammut.
L'insediamento di Breitenbach si estende su una superficie tra i 6.000 ed i 20.000 metri quadri ed è uno dei più grandi siti del Paleolitico Superiore conosciuti finora. I primi scavi sono stati fatti nel 1920 e solo in quest'anno sono stati recuperati più di 3.000 reperti.

Antico calendario lunare vietnamita

Gli archeologi hanno trovato uno strumento in pietra che si pensa sia una sorta di calendario  lunare risalente a 4000 anni fa. L'oggetto è stato rinvenuto in una grotta nella provincia settentrionale di Tuyen Quang, nel Vietnam.
Uno strumento analogo è stato ritrovato nel 1985 nella provincia settentrionale di Phu Luong Thai Nguyen ed in altre aree del mondo, tra le quali Cina, Israele e Regno Unito e questo sembra suggerire che gli umani di 5000 anni fa avevano le conoscenze per poter calcolare i movimenti lunari ed inciderli sulla pietra.
Il calendario ritrovato recentemente era custodito in una tomba contrassegnata da 14 grandi pietre. Sotto queste pietre sono state rinvenute delle ossa prive di cranio. Con lo scheletro erano stati seppelliti alcuni strumenti di pietra (circa 400). Vi erano, anche, molti denti di animali e diverse conchiglie, che potrebbero essere indice della consumazione di cibo nei pressi del luogo di sepoltura.
La grotta è stata scoperta nel 2011. Precedenti scavi nella stessa provincia hanno trovato tracce di popolazioni umane di 7000-8000 anni fa

Ancora sugli scheletri di Cladh Hallan

Gli scheletri di Cladh Hallan
Uno dei ritrovamenti archeologici più interessanti effettuati in Gran Bretagna è quello di due scheletri, quasi perfettamente conservati, risalenti a 3000 anni fa su una remota isola scozzese.
Quello che appare come lo scheletro di un uomo è stato assemblato con le ossa di una serie di individui diversi. I ricercatori pensano che le famiglie allargate che un tempo abitavano l'isola, possono aver condiviso le case con i resti mummificati dei loro antenati ed hanno tentato di mettere insieme i resti di costoro in modo deliberato, nel tentativo, forse di rafforzare e dimostrare l'unione all'interno di uno stesso clan familiare.
L'archeologo Mike Parker Pearson, dello University College di Londra, che ha guidato la ricerca, ha affermato che il vero e proprio "puzzle" antropologico potrebbe essere stato un caso fortuito, oltre ad essere, ovviamente, un fatto voluto.
Gli scheletri sono stati ritrovati nel 2001, durante l'esame di alcuni resti di edifici in un sito chiamato Cladh Hallan, che era stato un insediamento dell'Età del Bronzo, abitato per oltre 1000 anni. Proprio mentre scavavano le fondamenta di una delle case, gli archeologi hanno trovato gli scheletri di un uomo adulto e di una donna dell'età di circa 40 anni. Entrambi gli scheletri erano stati seppelliti in posizione rannicchiata su un fianco.

Importanti inaugurazioni a Saqqara

Uno dei sarcofagi del bue Api a Saqqara
C'erano decine di giornalisti, fotografi, alti funzionari ed archeologi alla necropoli di Saqqara per l'inaugurazione ufficiale del Serapeo. Dopo quasi tre decenni di dibattiti tra ingegneri, archeologi e restauratori, le tombe dei buoi Api nella necropoli di Saqqara, meglio conosciuta come Serapeum, sono finalmente state restaurate. Inaugurate dopo il restauro anche le sepolture di Ptahhotep e Mereruka, due nobili vissuti durante l'Antico Regno.
Il Serapeo è una delle principali attrazioni di Saqqara. Fu scoperto dall'archeologo Auguste Mariette in tre fasi tra il 1851 e il 1854, durante il suo viaggio di lavoro in Egitto alla ricerca di manoscritti copti. Il Ministro di Stato per le Antichità, Mohamed Ibrahim ha raccontato che Mariette aveva fatto un viaggio esplorativo in Egitto alla ricerca di monumenti e siti archeologici, trovando numerose incisioni che recavano i nomi Osiride e Api. Api era considerato il dio di Saqqara.
Il Serapeo è stato restaurato ed è composto da un lungo corridoio con 24 sepolture di buoi Api. Il ministro Ibrahim ha affermato che l'inaugurazione dell'importante monumento è il punto di partenza per una serie di altre inaugurazioni nei siti archeologici egiziani, quali le tombe nobiliari della piana di Giza e il tempio di Ibis.
Il lavoro di restauro vero e proprio è iniziato nel 2001 e terminato nel 2011. Si sono consolidati pareti e soffitti, piuttosto deteriorati. Sono stati installati ponteggi in acciaio per sorreggere i soffitti a volta del Serapeo, che erano a rischio di crollo.
Le pareti del Serapeo di Saqqara
La tomba di Mereruka, visir del faraone Teti I, si trova sul lato nord della piramide di quest'ultimo. E' la più grande tomba nobile di Saqqara e ben rappresenta la posizione sociale raggiunta dal suo possessore durante la VI Dinastia. La tomba fu scoperta nel 1893 dall'egittologo francese Jacques de Morgan e reca eccelleti rilievi che mostrano i diversi aspetti della vita e dei costumi dell'Antico Regno. Nella tomba furono sepolti Mereruka, sua moglie Seshseshet e il figlio di entrambi Meriteti. Mereruka è raffigurato in diversi affreschi di raffinata fattura, che lo vedono assieme agli dei ed a sua moglie, durante le battute di caccia e quelle di pesca. Uno dei rilievi più belli raffigura una battuta di caccia all'ippopotamo.
La tomba di Ptahhotep, amministratore di Saqqara e visir del faraone della V Dinastia Dkedkare Isesi, è la terza tomba ad essere stata aperta nella necropoli di Saqqara, da quando fu scoperta, nel 1850, da Mariette.  Qui sono sepolti Ptahhotep e suo padre Akhethotep, tra rilievi che li raffigurano entrambi nell'incarico di visir, con i familiari e con le divinità. La tomba è composta da un ingresso con un porticato a due pilastri che introduce in un corridoio decorato con scene agricole presiedute da Akhethotep e da suo figlio Ptahhotep.

lunedì 24 settembre 2012

Il Neolitico in Israele

La ciotola con le perline ritrovata a Ein Zippori National Park
Circa 200 perle colorate sono state ritrovate in una ciotola a Ein Zippori National Park, nella bassa Galilea. Oltre a queste sono state riconosciute immagini di struzzo scolpite su una lastra di pietra. Estesi scavi archeologici sono stati condotti, in questa località, dall'Autorità per le Antichità.
Gli oggetti ritrovati nell'insediamento preistorico vanno dal periodo Neolitico (circa 10.000 anni fa) fino all'Età del Bronzo Antico (5000 anni fa circa). Qui viveva la cultura di Wadi Rabah, che prende il nome dal luogo in cui è stata individuata per la prima volta. Questa cultura è comune in Israele dalla fine del VI millennio fino all'inizio del V millennio a.C.. Tra gli oggetti ritrovati vi sono ceramiche, strumenti in selce, vasi di basalto ed oggetti artistici. Le ceramiche recano decorazioni dipinte e incise ed i vasi sono decorati con colore rosso e nero. Tra gli strumenti in selce sono state ritrovate delle pale a falce, utilizzate per mietere il grano.
Molti degli oggetti ritrovati sono frutto degli scambi commerciali che si estendevano in tutta la regione. Sottili lame affilate in ossidiana, per esempio, non sono proprie del territorio israeliano e provengono quasi sicuramente dalla Turchia.
Tra i reperti "speciali" vi è un gruppo di ciotole in pietra di piccole dimensioni, forgiate con sorprendente delicatezza. Una di queste ciotole conteneva più di 200 perle in pietra nera, bianca e rossa. Sono state rinvenute, anche, figurine in argilla di animali ed amuleti recanti motivi geometrici, nonché oggetti in osso decorati.

Sesso e festini all'epoca dei faraoni

Il papiro che narra delle sfrenate feste di Mut
Un papiro egizio, recentemente decifrato, risalente a 1900 anni fa, racconta una storia di fantasia sui rituali che si svolgevano in onore della dea Mut, rituali che avevano alla base il sesso, il bere e la musica. I ricercatori ritengono che negli intenti dell'autore della novella ci sia stato quello di portare all'attenzione dei lettori i controversi riti a sfondo sessuale che si svolgevano in onore della dea egizia. Si tratta, probabilmente, di un nuovo e sconosciuto genere di letteratura dell'Antico Egitto, che si proponeva di discutere dei temi più scabrosi riguardanti il culto divino.
Il papiro è scritto in demotico ed è stato composto, con tutta probabilità, nel villaggio di Fayum Tebtunis, all'epoca in cui i Romani controllavano il Paese. Oggi il prezioso documento si trova a Firenze, all'Istituto Papirologico G. Vitelli. Ricostruire la storia completa narrata nel testo frammentario è piuttosto difficile. Si pensa che per alcuni Egizi l'idea di mescolare sesso e religione era un problema che riguardava molti sacerdoti e poteva essere affrontato solo dietro il paravento della storia di fantasia.

Continue sorprese a Monasterace

Il mosaico con il drago di Monasterace
Il mosaico di Kaulon sta svelando le sue meraviglie. Il mosaico raffigura, in 25 metri quadrati, un drago, inserito in un contesto naturalistico di rara bellezza: un edificio di età ellenistica della fine del IV secolo, trasformato in un centro termale.
"Io e i miei studenti - ha raccontato l'archeologo Francesco Cuteri, che ha fatto la strabiliante scoperta. - ci aspettavamo di trovare un pavimento consono all'uso termale dell'edificio dove abbiamo lavorato. Ma togliendo il materiale derivante dal crollo monumentale, dovuto ad un cedimento strutturale, probabilmente un sisma, abbiamo scoperto con stupore e meraviglia un pavimento a mosaico fatto da grosse tessere". Il professore ha ripulito ulteriormente il mosaico ed è comparso un tappeto circolare, seguito da oltre 20 metri quadrati di mosaico creato con pannelli rettangolari, raffigurante un drago dalle incredibili sfumature cromatiche. Il mosaico era ricoperto di una patina calcarea molto spessa, dovrà essere attentamente studiato.
Gli scavi di Monasterace
"Dal tappeto circolare - Ha spiegato il dottor Cuteri. - partono nove riquadri quadrati più tre rettangolari con decori floreali. E' straordinario l'uso del cromatismo, i materiali, le ceramiche, le pietre colorate." Il mosaico del IV secolo a.C. è il più imponente del suo genere di tuttala Magna Grecia. Il drago sembra essere il gemello di quello, più famoso, trovato a poca distanza e noto come il drago di Kaulonia, solo che è più piccolo e dominato da sfumature del blu.
"Il drago ha un valore apotropaico - Ha detto il dottor Cuteri. - perché scaccia il male. Dovremo analizzare bene i vari significati filosofici, anche perché è stato trovato alle terme e nessun luogo termale nasceva unicamente come posto di benessere: aveva sempre una valenza di luogo dove confrontarsi, dove discutere". Nell'edificio, infatti, prima del mosaico erano stati trovati, nel corso degli scavi, una lunga piscina per acqua riscaldata e una lunga panca intorno ai muri. Il dottor Scuteri avanza l'ipotesi che vi sia un collegamento siciliano con Kaulonia, all'epoca sotto il controllo di Siracusa.

sabato 22 settembre 2012

La sepoltura di...un fulmine

La sepoltura del fulmine di Todi
Nel 2010, durante i lavori per la realizzazione del Parco di Porta Amerina (nota come Porta Fratta) a Todi, è stato scoperto un recinto sacro di epoca romana.
Lo scavo ha evidenziato un pozzo piuttosto particolare, un fulgur conditum, la "sepoltura del fulmine", un luogo in cui veniva compiuto un caratteristico rituale italico, quello collegato alla liturgia etrusca dei libri fulgurales, del corso del quale i sacerdoti addetti al rito recitavano particolari formule di espiazione.
Il luogo che veniva colpito dal fulmine veniva ripulito, le sue tracce eliminate mediante lo scavo di una fossa dove venivano sotterrati tutti i materiali che erano stati colpiti dal fulmine ed erano stati da questo frantumati (condere fulmen). La fossa veniva poi sigillata dopo aver eseguito specifici sacrifici e riti, quindi veniva recintata e consacrata.
Anche i Romani consideravano queste fosse dei locos religiosus, in quanto credevano che Iuppiter Fulgur li avesse scelti per manifestare la sua potenza consacrandoli a se stesso. Sul pozzo della sepoltura del fulmine di Todi, però, è stato trovato un blocco di pietra che reca, sul bordo, l'iscrizione "fvlgvr conditvm", di epoca imperiale.
Il pozzo è orientato nordest/sudovest, in senso ctonio ed era stato riempito di elementi di rivestimento in marmo che dovevano provenire, con tutta probabilità, da un monumento funerario. Era formato da lastre di travertino disposte di taglio e legate tra loro con grappe di ferro e piombo. Sono rari gli esempi di ritrovamento di queste particolari "sepolture". Il rituale fu praticato per tutta l'Età del Ferro e in Umbria se ne sono rinvenute altre testimonianze a Terni (Interamna) e Bevagna (Mevania), altri pozzi sono stati trovati a Pompei (Casa dei Quattro Stili), a Minturno (accanto ai resti del Capitolium), Vulci (accanto ad un edificio sacro), a Roma (nella Domus Valerii) e a Pietrabbondante (nei pressi del Tempio A).

I Vettii di Toscana

Il mosaico con la caccia al cinghiale
Altre novità dalla Casa dei Vettii, che viene scavata dagli archeologi e dagli studenti dell'Università di Pisa e dalla Soprintendenza Archeologica della Toscana.
La villa è stata ampliata nel V secolo d.C., quando furono realizzati un grande muro di recinzione, due nuovi ambienti e una vasca semicircolare che si affacciava, con tutta probabilità, su uno spazio aperto. Sul fondo di questa vasca è stata ritrovata, come reimpiego, un'iscrizione mutila che ricorda Vettio Pretestato, identificabile, forse, con il praefectus urbi del 384 d.C. e il corrector Tusciae et Umbriae.
L'ipotesi avrebbe un certo fondamento se si leggono le lettere dell'amico di Vettio Pretestato, Simmaco, che ne ricorda i frequenti soggiorni in Etruria. Proprio quest'iscrizione porta a pensare che, nel IV secolo, la villa doveva essere di proprietà dei Vettii. Successivamente l'edificio dovette cambiare proprietario ed in seguito fu abbandonato del tutto fino a che fu distrutto da un incendio, del quale sono state ritrovate le tracce.
L'unico pavimento rimasto in situ è quello a mosaico dell'aula absidata, che è stata messa in luce per l'intera larghezza di 5 metri e solo parzialmente per la lunghezza. Il mosaico è decorato con un motivo figurato circondato da figure geometriche racchiuse da una doppia cornice in bianco e nero. Il quadrato centrale, racchiuso in foglie di alloro, contiene una figura maschile a cavallo che, con la lancia nella destra, ha colpito un cinghiale. Si tratta della raffigurazione di un tema legato alla venatio apri (la caccia al cinghiale), molto comune nelle raffigurazioni musive a partire dall'età severiana.
L'ambiente in cui è stato ritrovato il mosaico aveva pareti intonacate ed affrescate, con uno zoccolo di colore rosso e bande azzurre. Doveva essere dotato anche di ampie finestre, delle quali sono stati trovati i frammenti in terra. Non si conosce ancora la destinazione d'uso di questo ambiente.

Antichissimo mosaico scoperto in Calabria

Parte del mosaico ritrovato a Monasterace
Un mosaico del IV secolo a.C. è stato ritrovato a Monasterace, in Calabria, durante la quattordicesima campagna di scavi archeologici della Soprintendenza dei Beni Archeologici della Calabria.
Si tratta di uno tra i più grandi mosaici finora scoperti nell'Italia meridionale. La campagna archeologica è diretta dal professor Francesco Cuteri, con la supervisione della direttrice del Museo Archeologico di Monasterace, Maria Teresa Iannelli.
Il mosaico di Monasterace (antica Kaulion) è di tipo policromo, grande 25 metri quadrati ed occupa l'intero pavimento di una stanza di un edificio termale ben conservato.
Oltre al mosaico è emersa una piscina di epoca ellenistica, probabilmente di fine IV o III secolo a.C.. Monasterace era un'antica colonia achea fondata alla fine dell'VIII secolo a.C. dall'ecista Tifone di Aegion, oppure dai crotoniati nel VII secolo a.C.. Il nome attuale si pensa derivi da Monasteraki, che in greco vuol dire piccolo monastero. Si conosce, infatti, l'esistenza in loco di un piccolo monastero bizantino già nel VI secolo d.C., i cui ruderi sono tuttora visibili.

Qui morì un imperatore

Gli scavi alla Villa di Augusto a Somma Vesuviana
Durante la trascorsa estate gli archeologi dell'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, guidati dal professor Antonio De Simone, gli archeologi di Tokio, guidati dal professor Masanori Aoyagi, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica di Napoli e Pompei e con una squadra di esperti francesi e inglesi, hanno scavato a Somma Vesuviana, in una località chiamata La Starza della Regina.
Tacito afferma che Augusto morì "apud Nolam". Il luogo in cui morì venne identificato in una casa scavata negli anni Trenta del Novecento a Somma Vesuviana, da Matteo Della Corte sotto la supervisione di Amedeo Maiuri. L'edificio si era conservato sino all'altezza di 9 metri. Il primo impianto della domus sarebbe di I secolo a.C.. L'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. non provocò molti danni a questa villa, che poté essere abitata fino all'eruzione di Pollena del 472 d.C., la quale arrecò gravi danni alle strutture e interessò l'area a nord del Vesuvio.
La statua di Dioniso
ritrova nella villa
La villa, dunque, è stata abitata per circa cinque secoli e si è conservata intatta nel suo arredo scultoreo poiché, è questa l'opinione degli studiosi, dopo la morte dell'imperatore divenne un luogo sacro, tanto sacro che dette il nome alla città attuale: Somma Vesuviana deriva da Villa Summa. Negli ultimi anni di vita, la villa divenne una residenza rustica, con l'installazione di un forno nell'area un tempo occupata da un ampio salone con decorazioni parietali piuttosto articolate e pavimentazione in opus sectile, e di alcune vasche.
Degna di attenzione, nel complesso dello scavo, è la Sala delle Nereidi, che presenta una parete semicircolare dove compaiono immagini affrescate legate al mito dei Tritoni e delle Nereidi. Gli affreschi sono stati datati al III secolo d.C.. Non si sa ancora quale fosse la destinazione d'uso di questa sala dove, peraltro, si trova un corridoio di collegamento che probabilmente porta ad un impianto termale.
Un altro edificio importante è il cosiddetto santuario con timpano sulla porta d'ingresso e due nicchie laterali. Nel centro il timpano reca una corona di alloro, simbolo della sacralità del luogo. E' stata anche ritrovata una grossa cella vinaria. I ventuno dolia che vi erano conservati sono stati utilizzati prima dell'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e sono stati utilizzati anche dopo, per circa tre secoli. L'impianto di stoccaggio del vino, con dolia sigillati da frammenti di anfore, risalirebbe al III-IV secolo d.C., periodo in cui la struttura era diventata un'azienda capace di dare sostentamento a quanti vi lavoravano.
Gli scavi hanno riportato in luce anche un pavimento musivo di stupefacente fattura, attrezzi agricoli e una cesta di vimini, una statua di peplophora con diadema, una di Dioniso con cucciolo di pantera sul braccio, due pozzi-cisterne al cui interno sono stati recuperati anelli di bronzo, pinzette per la cura delle sopracciglia, frammenti di un pilastro decorato a rilievo, parti di una statua di marmo e quanto resta del piede destro di un rilievo marmoreo di bambino. La Peplophora fu ritrovata nel 2003, all'interno di una nicchia. La statua era stata sepolta in momenti differenti. I materiali piroclastici derivati dall'eruzione del 472 d.C. la coprirono fino al bacino. Il successivo crollo delle strutture e un'altra eruzione, nel 512 d.C., segnarono la definitiva sepoltura del reperto. La statua è realizzata in marmo di Paros in un unico blocco e la posizione delle braccia fa pensare ad un attributo purtroppo andato perduto, ancorato al corpo all'altezza del bacino. Fori all'altezza della testa per l'inserimento, probabilmente, di una corona, fanno pensare ad una divinità o ad un'offerente collegata alla statua di Dioniso.
Anche la statua di Dioniso fu recuperata nel 2003. I frammenti, pazientemente ricomposti, giacevano sul pavimento ed erano in asse con una nicchia, da dove, con tutta probabilità, la statua era caduta in seguito alle scosse telluriche che funestarono la zona nel 472 d.C., prima dell'eruzione del Vesuvio. Anche questa statua è in marmo di Paros e trova riscontri iconografici in un kyathos attico a figure rosse degli inizi del V secolo a.C., conservato a Berlino ed attribuito al Pittore di Oinophile.
La Peplophora
Dai lontani anni '30, gli scavi sono ripresi nel 2002, grazie all'intervento dell'Università di Tokio, e sono stati subito fruttiferi, riportando alla luce un portico a due livelli con colonne di marmo e pietra lavica e travatura in travertino. Dal 2005 l'area di scavo è stata ampliata a nordest, settore che presenta delle gradinate e due cisterne/silos. In una di queste cisterne, nel 2008, è stato trovato il torso di un satiro in marmo e, negli scavi recenti, resti di mammiferi di piccola e media taglia e di uccelli. Vi sono anche ossa di cucciolo di cane e di piccoli roditori.
Nelle stanze che dovevano essere destinate a cucina, sono state recuperate 4 pentole e altrettanti coperchi e un piatto africano con decorazione cristiana (il monogramma "chi-ro" con tre colombe intorno) e due croci per il servizio da tavola. Altre tre pentole sono emerse negli ultimi scavi, sotto la cenere. Nell'area circostante la villa vi era un bosco misto con quercia, carpino, olmo, orniello e castagno, il quale ultimo forniva eccellente legna da ardere e per le strutture architettoniche. Alcuni frammenti sono stati datati al I secolo d.C.. Tra gli ultimi reperti rinvenuti vi è una moneta di bronzo, grande poco più di due centesimi di euro e non ben conservata. Si pensa che possa essere databile agli inizi del II secolo d.C.
Nell'area sono state anche ritrovate una ventina di fosse circolari vuote, ciascuna di un metro di diametro ed altrettanto profonde. Non si capisce ancora a cosa potessero servire e cosa potessero contenere. Sicuramente fanno parte del momento di passaggio dell'edificio da villa imperiale a residenza rustica e fattoria. In tutto sono stati indagati, finora, 2000 metri quadrati e, secondo gli archeologi, si tratta solo di una parte dell'intero complesso residenziale. L'impianto era articolato anche su terrazze.
Gli studiosi hanno stimato che, probabilmente, saranno necessari dieci anni per delimitare e descrivere tutta l'area sulla quale si estendeva la villa.

Disponibile il dizionario di demotico

Brian Muhs e Janet Johnson, ricercatori
dell'Università di Chicago
Dopo 37 anni dal suo inizio, il progetto di completare un dizionario di demotico, antica lingua parlata in Egitto, sembra essere giunto a compimento. Il dizionario Chicago demotico, così chiamato perché realizzato dai ricercatori dell'Università di Chicago, traduce l'egiziano demotico, la lingua comune utilizzata dagli antichi Egizi tra il 500 a.C. e il 500 d.C..
Il demotico era una lingua che veniva utilizzata tutti i giorni, anche nella stesura di documenti ufficiali e nelle lettere. Gli studiosi si sono serviti, per il loro lavoro, anche di incisioni rupestri, papiri e frammenti di ceramica. Tra i documenti esaminati vi sono lettere, ricevute fiscali, contabilità, testi legali, testi letterari, scientifici e religiosi tutti scritti in questa lingua.
Con i geroglifici e il greco, il demotico è una delle tre lingue in cui fu compilata la Stele di Rosetta, ed una delle lingue più importanti durante l'occupazione greca e romana del paese. Il dizionario Chicago demotico è disponibile online ed è utilizzabile per tradurre e pubblicare testi inediti scritti in quest'antico idioma. Per quanto gli Egiziani abbiano abbandonato questa lingua per passare al copto circa 1500 anni fa, lo studio del demotico ha rivelato molte sorprese agli studiosi, che vi hanno trovato diverse coincidenze con la lingua parlata attualmente in Egitto.

Messico delle meraviglie

La tomba ritrovata in Messico
Nella zona di Tingambato Michoacan, in Messico, è stata scoperta una camera funeraria antica di 1000 anni, che doveva ospitare un personaggio di una certa importanza, ancora non ben identificato, accompagnato da ben 19.000 perline di pietra verde e conchiglie lavorate. La scoperta è frutto dell'attività degli archeologi dell'Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (INAH).
La complessità dell'architettura di questa tomba e la ricchezza degli oggetti che accompagnavano il defunto indicano l'importanza sociale di quest'ultimo, forse un nobile che viveva nell'antica metropoli di Tingambato. L'archeologo Melchor Cruz, coordinatore dei lavori di indagine e conservazione di Tingambato, ha riferito che l'architettura e il corredo funerario della sepoltura stanno ad indicare la grande importanza che il centro di Tingambato aveva raggiunto nella cultura pre-ispanica che aveva il controllo di questa regione.
Lo spazio funerario è formato da un soffitto in arenaria, con pietre accuratamente lavorate a forma di mattoni stretti e lunghi, posti uno sull'altro e saldati con il fango. Le pareti sono coperte di stucco ottenuto da fibre vegetali. Questa tomba va ad aggiungersi a quella ritrovata, nel 1979, dall'archeologo Roman Pina Chan. Melchor Cruz ha affermato che le conchiglie ritrovate nella tomba potrebbero costituire un elemento di collegamento tra gli abitanti di Tingambato e le altre comunità che vivevano sulla costa e che la città doveva essere un possibile punto strategico sulla rotta commerciale per Cuenca de Patzcuaro.
Le perle rinvenute nella sepoltura sono state lavorate in forme rettangolari e quadrate, alcuni dei materiali ritrovati nella tomba sono stati utilizzati come collane per coprire il corpo del defunto fino al torace e comprese le braccia. Sotto i resti dell'uomo è stato trovato uno strato di arenaria.
Melchor Cruz sostiene che questo ritrovamento è diverso da quello effettuato, nello stesso luogo, nel 1979, in quanto la struttura della sepoltura appena scavata è più complessa.

venerdì 21 settembre 2012

Piramidi...etrusche

Gli scavi sotto la città di Orvieto
Le prime piramidi etrusche sono state localizzate sotto una cantina nella città di Orvieto. Le strutture sotterranee sono scolpite nella roccia dell'altopiano di tufo su cui sorge la città, erano completamente piene ed erano visibili solo nell'estremità apicale.
Le piramidi sono state individuate grazie ad una serie di antiche scale scavate nella parete, chiaramente di costruzione etrusca. Lo scavo sta attualmente impegnando il dottor David B. George del Dipartimento di Studi Classici alla Saint Anselm University e il dottor Claudio Bizzarri del Parco Archeologico Orvietano. Gli archeologi hanno osservato che le pareti della grotta erano state rastremate fino a far assumere loro un'inclinazione piramidale. Una serie di gallerie, sempre di costruzione etrusca, inoltre, scorre sotto la cantina e ha fatto pensare alla possibilità di altre scoperte.
Gli archeologi hanno raggiunto il livello di un pavimento medioevale sotto il quale hanno trovato uno strato di riempimento che conteneva vari manufatti in ceramica attica a figure rosse, risalenti al VI-V secolo a.C., nonché ceramica etrusca con iscrizioni e vari altri oggetti che risalivano al 1000 a.C.. Le scale scolpite nella pietra proseguono oltre questo livello (10 metri di profondità). Qui è stata ritrovato un tunnel ed un'altra struttura piramidale risalente al V secolo a.C. che non fa altro che aggiungere mistero a mistero.
Il dottor Bizzarri sostiene che ci siano almeno cinque piramidi etrusche nascoste nel sottosuolo orvietano, tre delle quali devono ancora essere scavate. Per quanto riguarda la loro funzione, gli studiosi ritengono che queste strutture fossero legate ad una qualche funzione religiosa oppure ad una qualche forma di sepoltura. La soluzione, forse, è nascosta nel fondo dello scavo.

Propaganda negativa...

Un cimitero cartaginese o Tofet
Un recente studio su un antico sito ritrovato in Nord Africa ha rivelato che alcune ossa di bambini, qui ritrovate, erano state sepolte in una sorta di cimitero e non erano il frutto di sacrifici umani fatti in questo luogo.
Cartagine, fondata nel IX secolo a.C., sorgeva là dove oggi si trova l'attuale Tunisia. Quando gli archeologi hanno iniziato i primi scavi nella località dove sorgeva Cartagine, hanno trovato urne con le ceneri di migliaia di bambini, capretti e agnelli in un cimitero utilizzato dal 700 al 300 a.C.. Questo cimitero era chiamato Tofet e non era più grande di un campo di calcio, pur possedendo nove livelli di sepolture.
Sulla base di resoconti storici, gli scienziati hanno sempre ritenuto che i bambini cartaginesi fossero sacrificati nel Tofet, prima di essere sepolti nello stesso luogo. Scrittori greci e latini ed alcuni passi della Bibbia sembrano confermare questa orribile usanza. Ma, come hanno appurato studi più moderni, molte di queste notizie possono essere state frutto di propaganda negativa.
Nel 2010 il professor Schwartz ed i suoi colleghi hanno utilizzato i resti dentali di 540 persone per avvalorare la tesi che i bambini sepolti nel Tofet non erano stati sacrificati a qualche divinità sanguinaria. Si è appurato, attraverso l'analisi dei denti, che qualora ci fossero stati dei sacrifici, questi sarebbero stati compiuti su corpi già morti
Ma molti studiosi non sono d'accordo con le tesi alle quali sono approdati il professor Schwarz ed i componenti della sua squadra.

Le statue di Afrodisia, particolari

La statua del togato di Afrodisia
Alcune informazioni arricchiscono la scoperta di due statue acefale in Turchia. L'abbigliamento delle due statue suggerisce che uno dei due personaggi rappresentati fosse un notabile locale, mentre l'altro era, forse, un ufficiale imperiale. Una delle due statue risale al 200 d.C., mentre l'altra è del 450 d.C. circa.
Lo studio della ceramica ritrovata assieme alle statue suggerisce che le due statue furono utilizzate come sostegni di una piattaforma già intorno al VII secolo d.C.. Afrodisia sorgeva nei pressi di una cava di marmo e la sua statuaria fiorì tra il 30 a.C. e il 600 d.C.. Dal 2008 gli archeologi americani stanno scavando nella strada del Tetrapylon, un viale che va dal santuario della dea Afrodite sino ad un tempio importantissimo chiamato Sebasteion.
Lo scavo ha finora evidenziato i segni di una sorta di conflagrazione, colonne crollate, vetri rotti, mosaici frammentati e legno bruciato. Proprio nel mese di agosto gli archeologi, scavando al di sopra di questo strato di distruzione hanno ritrovato una piattaforma con le due statue senza testa, posizionate ad angolo retto a mò di base.
Malgrado l'utilizzo completamente diverso da quello per cui erano state originariamente concepite, le due statue possono ancora raccontare una storia. La statua scolpita nel 200 d.C., per esempio, indossa un mantello ed una tunica, manifestazione della sua importante carica di cittadino. E' stato scolpito in posizione da retore, la mano destra sospesa in un gesto come se fosse a metà discorso, la sinistra che stringe un rotolo reso in modo estremamente realistico. Questi particolari parlano di un importante membro della locale élite. La seconda statua, più recente rispetto alla prima, indossa una toga e stivali stringati, simbolo di un alto ufficiale imperiale, probabilmente un governatore di provincia

Gli splendidi segreti di Antiochia ad Cragum

Parte del mosaico scoperto
E' stato scoperto, in Turchia, un grande mosaico romano. Il mosaico si trova, esattamente, ad Antiochia ad Cragum ed è stato scoperto dagli archeologi dell'Università di Lincoln, in Nebraska. Si tratta di 148 metri quadrati di raffinato mosaico che costituisce il più grande reperto del genere finora scoperto nella regione.
L'opera manifesta la notevole influenza dell'impero romano nell'area durante il III e il IV secolo d.C.. La scoperta ha sorpreso gli stessi archeologi che ora dovranno rivedere le idee in merito a quella che era la storia della regione nell'epoca in cui il mosaico è stato posto in opera. Probabilmente l'influenza romana era molto più forte in queste zone lontane dal potere centrale.
Il mosaico riporta decorazioni e disegni geometrici in diversi colori e si pensa sia il pavimento di un balneum. Esso confina con una piscina di 7 metri di lunghezza, probabilmente collocata, un tempo, all'aperto e dotata di portici. Gli archeologi stanno scavando nella zona dal 2005 ed hanno finora trovato un tempio del III secolo d.C. ed una strada sulla quale si affacciavano delle botteghe. Si spera che, una volta riportato completamente alla luce, il mosaico possa essere lasciato in situ per consentirne la visita da parte dei turisti e degli appassionati. Già nel 2002 erano rinvenuti alla luce, vicino all'antica città di Antiochia ad Cragum, dei frammenti di mosaico. Lo scavo, allora, non fu approfondito, in quanto non vi erano i fondi necessari.
Parte del bagno romano scoperto durante quest'estate
Finora gli archeologi hanno riportato alla luce il 40 per cento del mosaico, che appare essere in ottimo stato di conservazione. Si pensa di poter riportare alla luce la quasi totalità del mosaico entro l'estate del prossimo anno.
Antiochia ad Cragum era una città modesta per gli standard romani. La città prosperò durante l'impero grazie ad un'economia incentrata sui prodotti agricoli, sul commercio del vino e del legname. Possedeva templi, impianti termali, mercati e portici lungo le sue strade. Era nota anche come Antiochetta o Antiochia Parva e si trovava nella regione della Cilicia Trachea. Alcuni studiosi la identificano con la città di Cragus (Kragos). Fu fondata da Antioco IV Epifane nel 170 a.C. circa. Le ultime monete coniate in città furono quelle dell'imperatore romano Valeriano. Durante l'epoca bizantina fu sede di un vescovo e nel XII secolo entrò a far parte del regno dell'Armenia Minore.

Filistei di Sardegna

L'anforetta con iscrizioni filistee
Alle falde del Gennargentu, in Sardegna, nel grande santuario nuragico di S'arcu 'e is Forros, nel comune di Villagrande Strisaili, in provincia di Nuoro, è venuto alla luce un vero e proprio centro cerimoniale, attrezzato per affrontare le folle dei pellegrini che arrivavano da ogni parte della Sardegna e sottoposto ad una efficiente gerarchia di principi-sacerdoti.
In questa località sono state scoperte le tracce di officine metallurgiche che producevano ex voto da lasciare alla divinità. Il bronzo, poi, utilizzato per questi ex voto, veniva riciclato per confezionare altri bronzetti votivi da mettere in vendita. E' stata ritrovata, nei retrobottega di queste officine, una notevole quantità di oggetti in bronzo pronti per essere nuovamente fusi e modellati.
All'interno di una delle capanne in pietra che facevano parte di questa sorta di villaggio sacro, gli archeologi guidati dalla dottoressa Maria Ausilia Fadda hanno sorprendentemente ritrovato un'anfora cananea dell'VIII secolo, con tanto di iscrizione in caratteri filistei. Questa scrittura non è stata attualmente ancora decifrata ed è stata attestata, finora, solo da pochi reperti e tutti provenienti dal Levante. Era utilizzata dai Filistei, una popolazione di origine cretese stanziatasi sulle coste della Palestina, che la utilizzarono fino all'adozione dell'alfabeto dei vicini Fenici.
"E' una scoperta eccezionale. - Ha spiegato, alla rivista "Archeologia Viva" la dottoressa Fadda. - Questo reperto è la prova di una presenza orientale continuativa anche nella Sardegna interna. Dobbiamo dedurre che i coloni Fenici che si insediarono sulle coste dell'isola fondando empori erano stati preceduti da altri Fenici che, insieme ai Filistei, vivevano nei villaggi nuragici come quello di S'arcu 'e is Forros, gomito a gomito con la popolazione locale".

Alcimedonte di...Mozia

La statua di Alcimedonte
Il giovinetto raffigurato nella statua di marmo esposta al museo Whitaker di Mozia altri non sarebbe che Alcimedonte, capo mirmidone greco, figlio di Laerce, ricordato da Omero nei libri XVI e XVII dell'Iliade, descritto come un ottimo auriga, al punto da guidare personalmente il carro di Achille nello scontro accesosi alla morte di Patroclo.
A fornire l'identificazione della splendida statua è stato Lorenzo Nigro, docente associato di Archeologia e Storia dell'Arte all'Università La Sapienza di Roma. La statua è stata esposta al British Museum in occasione delle Olimpiadi di Londra e sarà "in viaggio" per molto altro tempo ancora, soprattutto negli Stati Uniti, dove si fermerà più a lungo, nel Paul Getty Museum di Malibù.
Il professor Nigro conduce scavi nell'isola di Mozia da ben undici anni. Ha spiegato che si è potuti risalire all'identità del giovane auriga grazie all'iscrizione Alkimedon ritrovata su un vaso di ceramica attico, relativa ad una figura in tutto simile all'auriga in pietra, scoperto a Mozia nella zona dove sono state trovate le fondamenta del tempio (temenos) attorno al Kothon, vasca per le abluzioni di natura religiosa.
Tracce di un tempio fenicio-punico non erano state finora trovate nemmeno a Cartagine. Il vaso, detto cratere di Alcimedonte, sarebbe stato commissionato in Attica dai moziesi e raffigura una scena di simposio. Le leggende narrano che Alcimedonte venne trafitto mortalmente da Enea durante una delle battaglie sotto le mura di Troia.
La statua del giovane auriga, detta "Giovinetto in tunica", è stata esposta in passato due volte a Venezia e a Berlino ed è stata ritrovata il 26 ottobre 1979 nel corso degli scavi nel settore nordorientale, tra il santuario di Cappiddazu e la cinta muraria. Probabilmente, pensano gli studiosi, è stata scolpita da allievi di Fidia. Fu trovata sotto terra, nascosta, forse, durante la guerra con Siracusa del 397 a.C. per evitare che cadesse nelle mani del nemico.
La statua è in marmo jonico della Tessaglia ed è alta poco meno di 190 centimetri. Risale alla seconda metà del V secolo a.C. e forse faceva bella mostra di sé nell'agorà di Mozia, all'aperto.
Finora nelle fattezze di questa splendida statua è stato riconosciuto il dio Apollo. Lo stile in cui è stata scolpita è in arcaico ionico. La statua è caratterizzata dallo stile "panneggio bagnato". Quattro chiodi di bronzo, presenti nella testa, hanno fatto pensare che il capo fosse cinto da una corona, simbolo di vittoria.
La statua del giovane auriga appartiene al museo Whitaker di Mozia che ospita, oltre alla celebre statua, i corredi funebri provenienti dalla necropoli arcaica dell'isola, le anfore commerciali greche, fenicie ed etrusche ed una ricca collezione di vasi a vernice nera e figure rosse, oltre a materiali provenienti dal tofet, dall'abitato di Mozia e dalla Casa dei Mosaici. Tra gli oggetti esposti vi sono gioielli ed armi, amuleti e scarabei e oggetti con incise didascalie originali, strumenti per la cosmesi o per la chirurgia. I gioielli sono prevalentemente in argento e bronzo, oltre che in oro, di discreta fattura, compresi tra il VII e il IV secolo a.C.. 

Gesù disse loro: mia moglie...

Il frammento di papiro analizzato dalla
professoressa King
Nel corso di un Congresso internazionale di studi copti, che si è svolto a Roma, una storica della cristianità antica alla Harvard Divinity School, ha presentato un frammento di papiro in copto, risalente al IV secolo d.C., ne quale vi sarebbe una frase mai riportata nel Nuovo Testamento: "Gesù disse loro: mia moglie".
Il frammento ha la grandezza di un biglietto da visita e contiene otto righe di scrittura che possono essere lette solo ricorrendo ad una lente di ingrandimento. "Lei sarà in grado di essere mia discepola", è un'altra frase contenuta nel testo. A dare lo sbalorditivo annuncio è stata la professoressa Karen King, la prima donna ad occupare la cattedra più antica degli Stati Uniti.
Non si sa da dove venga il papiro e anche il suo proprietario ha chiesto di rimanere anonimo. Il testo sarebbe stato scritto secoli dopo la morte di Gesù. La professoressa King sostiene che il frammento conferma tradizioni antiche che descrivono un Gesù sposato. Aggiunge, inoltre, che vi furono accese discussioni, nei primi secoli della cristianità, proprio su quest'argomento.
Il testo presente sul frammento è scritto in copto sahidico, un dialetto dell'Egitto meridionale. Le sue dimensioni sono davvero estremamente ridotte: 4 x 8 centimetri e solo otto frasi sono intellegibili su uno dei due lati, mentre solo poche parole sono state riconosciute sull'altro lato. Il testo appare essere un dialogo tra Gesù ed i discepoli e sembrerebbe appartenere a quello che la professoressa King ha definito "Il Vangelo della moglie di Gesù". Somiglia molto ad altri testi come il Vangelo di Tommaso e il Vangelo di Filippo.
Per confermare l'autenticità del frammento, la professoressa King ha chiamato due esperti, Roger Bagnall, papirologo e direttore dell'Institute for the Study of Ancient World della New York University e AnneMarie Luijendijk, docente di un corso sul Nuovo Testamento e il primo cristianesimo alla Princeton University, i quali hanno esaminato il frammento con estrema attenzione confermandone l'autenticità. Ulteriore conferma è arrivata da Ariel Shisha-Halevy, docente di linguistica ed esperto di lingua copta alla Hebrew University di Gerusalemme, che ha dichiarato: "Sono convinto, sulla base dello studio del linguaggio e della grammatica adoperati, che il testo sia autentico".

venerdì 14 settembre 2012

Sorprese dallo scavo delle mura di Saepinum

Scavo delle mura di Saepinum
Interessanti novità emergono dalla campagna di scavo 2010/2011 che la Soprintendenza Archeologica ha condotto nel municipium romano di Saepinum, in Molise. La campagna di scavo ha interessato un tratto di cortina della cinta muraria.
Le mura di Saepinum hanno una lunghezza di circa 1270 metri e racchiudono un'area di 12 ettari. Sono state realizzate in opus reticulatum e quasi reticulatum, utilizzando calcare del matese. Nelle mura si aprono quattro accessi monumentali, che sono, anche, lo sbocco delle arterie principali della città, il decumano maximo e il cardo maximo. Le porte sono, in realtà, una sorta di archi trionfali ad unico fornice, con controporta a doppio battente e sono affiancate da due torri circolari. Sempre nelle mura vi è un accesso secondario direttamente collegato al teatro ed una postierla nel tratto rettilineo meridionale.
A Saepinum si sta scavando dal 2000, grazie anche agli introiti provenienti dal gioco del lotto. Oltre allo scavo, si sta procedendo al restauro e questo ha permesso di riportare in luce la cinta muraria cittadina quasi nella sua totalità, tranne che in un breve tratto a sud est, tra lo spigolo orientale e Porta Benevento, che è ancora da scavare. Lo scavo ha anche permesso di stabilire che le torri sono state disposte a distanza regolare - compresa tra gli 80 e i 120 piedi - l'una dall'altra per cui si è calcolato che ve ne dovessero essere 35, di cui 33 a pianta circolare e due a pianta ottagonale.
Unguentari all'interno dell'olla
La campagna 2010/2011 si è particolarmente concentrata tra le torri 30 e 31, quest'ultima con un tratto dello spiccato di oltre due metri di lunghezza definito da alcune lastre calcaree con una fila di blocchetti disposti orizzontalmente e unafila di cubilia spezzati. All'interno la medesima torre presenta l'impiego di 5 lastrine litiche su cui poggia il primo filare dello spiccato (blocchetti con base triangolare).
Un approfondimento dello scavo nell'area della torre 30 ha permesso di ritrovare una piccola olla in ceramica comune, con relativo coperchio. Pur essendo completamente frammentata, l'olla ha potuto essere ricostruita. All'interno conteneva otto unguentari. Le archeologhe Valeria Ceglia e Patrizia Curci ritengono che l'olla e gli unguentari possano riguardare un rito connesso alla costruzione della cinta muraria.

I segreti del Danubio

Il vaso medioevale ritrovato accanto al vascello
Gli archeologi ungheresi hanno ritrovato quello che appare essere un relitto naufragato, in epoca medioevale, nel Danubio. I resti dell'imbarcazione sono parzialmente sepolti nel fango e nella ghiaia nei pressi della riva del fiume a Tahitòtfalu, a 18 chilometri a nord di Budapest.
Una prima indagine, condotta dal gruppo di ricerca "Argonauti" in collaborazione con il museo della contea di Szentendre, ha accertato che il relitto è lungo circa 40 metri e largo 10, costruito in quel che sembra essere rovere. La nave è affondata, con tutta probabilità, in seguito ad un incidente, dal momento che la navigazione fluviale, all'epoca, era piuttosto difficoltosa.
Il Danubio collegava, nel Medioevo, l'Ungheria con l'impero tedesco e quello bizantino ed era una via di traffico molto battuta anche per quel che riguarda le campagne militari. Gli archeologi sperano di poter iniziare lo scavo subacqueo della nave l'anno prossimo. Accanto al vascello è stato ritrovato, intatto, un vaso medioevale.
Già nel dicembre 2011 era stato riportato alla luce un relitto nei pressi  di Ràckeve, a circa 30 chilometri a sud di Budapest. La nave appena scoperta sembra essere molto simile a questo relitto.

Micenei di Calabria

Uno dei frammenti di ceramica ritrovati
nell'insediamento miceneo di Zambrone
Un gruppo di archeologi guidati da Reinhard Jungh, dell'Università di Salisburgo e da Marco Pacciarelli, dell'Università di Napoli, hanno riportato alla luce un insediamento di epoca micenea nei pressi di Zambrone, in Calabria.
Questo ritrovamento è estremamente importante perché si tratta della prima testimonianza in assoluto della presenza micenea in Calabria, presenza che, fino a questo momento, era stata solo ipotizzata. Ora gli archeologi stanno pensando ai prossimi scavi alla ricerca di un porto, infrastruttura necessaria al diretto contatto con le città della Grecia antica.
Il sito miceneo è stato scoperto nei pressi della stazione ferroviaria di Zambrone. "Fino ad oggi si è sempre pensato che il mar Ionio fosse il luogo di contatto privilegiato dai Greci. - Ha affermato il professor Jung. - Questa scoperta smentisce in maniera inequivocabile tale assunto." Il responsabile degli scavi a Zambrone ha anche aggiunto che sono stati riconosciuti i resti di una fortificazione, oltre ad essere stati ritrovati frammenti di ceramica piuttosto significativa.

martedì 11 settembre 2012

Baelo Claudia, una città tra due mondi

Gli scavi di Baelo Claudia
Gli archeologi stanno scavando la necropoli di Baelo Claudia, una delle città meglio conservate della Spagna romana. Giungono voci di ritrovamenti di diverse tombe intatte, datate a più di 2000 anni fa.
Baelo Claudia fu fondata alla fine del II secolo a.C., vicino all'odierna città di Tarifa, sulla punta meridionale della Spagna, separata dal Marocco dallo Stretto di Gibilterra. E' dal 2009 che gli archeologi dell'Università di Alicante stanno conducendo studi e scavi sul sito, che è considerato tra quelli meglio conservati della penisola iberica. Quest'estate gli studiosi hanno rivolto la loro attenzione alla necropoli dell'antica città.
Sono stati ritrovati monumenti funerari, tombe a cremazione e tombe intatte complete dei loro corredi. Gli archeologi sperano, con il tempo, di saperne di più sui rituali funebri dell'antichità continuando gli scavi nell'antica città.
Originariamente Baelo Claudia era un villaggio di pescatori. Raggiunse la prosperità sotto l'imperatore Claudio, grazie alla posizione geografica, ponte tra la penisola iberica e l'Africa settentrionale. Alcuni terremoti ne accentuarono il declino e la città fu definitivamente abbandonata nel VI secolo d.C.
Gli scavi hanno permesso di rimettere in luce la basilica, il teatro, il mercato e il tempio di Iside, nello spettacolare scenario del Parco Nazionale dello Stretto di Gibilterra, che permette, a chi visita gli scavi, di vedere anche la costa del Marocco.

lunedì 10 settembre 2012

Antico "pub" romano ritrovato in Scozia

Vallo della fortezza romana di Inchtuthill
Gli archeologi hanno ritrovato, nel forte romano costruito più a nord dell'impero, un pub antico. La scoperta è stata fatta fuori le mura del forte di Stracathro, nei pressi di Brechin e suggerisce un rapporto piuttosto complesso tra le tribù Caledoniane e gli invasori Romani.
La fortezza di Stracathro si trova alla fine del Gask Ridge, una linea di fortezze e torri di avvistamento vicino Stirling. Il sistema fortificato venne costruito nel 70 d.C. circa, 50 anni prima del Vallo di Adriano. La fortezza di Stracathro è stata individuata grazie a fotografie aeree scattate nel 1957, che hanno evidenziato torri difensive e fossati di protezione. Sono stati ritrovati anche una moneta di bronzo e un frammento di ceramica.
Ora gli archeologi hanno trovato, fuori dal forte, una sorta di antico pub, una locanda romana con grande sala quadrata, preceduta da un'area pavimentata simile al giardino di una moderna birreria. Gli archeologi hanno ritrovato, anche, il beccuccio di una brocca di vino in ceramica lucida nera, importata dalla Renania.
Stracathro ospitava, molto probabilmente, un paio di unità ausiliarie o forse due coorti di legionari. Il campo fu abbandonato dopo l'interruzione della costruzione della fortezza di Inchtuthill, nel 90 d.C. circa.

La Giudea ai tempi di Davide, usi e riti

Resti di Khirbet Qeiyafa
L'Università di Gerusalemme ha dato l'annuncio della scoperta di oggetti che possono gettare nuova luce sull'organizzazione del rito religioso in Giudea ai tempi di Davide, durante la prima metà del X secolo a.C.. Gli oggetti sono tornati alla luce durante i recenti scavi a Khirbet Qeiyafa, città fortificata della Giudea vicino la valle di Elah. Sono stati riportati alla luce utensili in pietra e metallo, ceramiche e diversi oggetti, molti dei quali destinati al culto.
Nell'ambito degli scavi sono stati trovati anche tre vani che avevano la funzione di santuari. Lo si è dedotto sia dalla loro architettura che dagli oggetti che vi sono stati ritrovati. E' la prima volta che vengono ritrovati santuari dell'epoca dei re biblici. Questi edifici precedono di circa 30-40 anni la costruzione del Tempio di Salomone e per questo possono fornire le prove più concrete di come si svolgesse il rito al tempo di Davide.
La tradizione biblica afferma che il popolo d'Israele usava celebrare i suoi riti in modo differente rispetto alle altre popolazioni del Medio e Vicino Oriente Antico. Non è però ancora chiaro quando queste pratiche siano state in qualche modo codificate. L'assenza di immagini di culto rappresentanti esseri umani o animali nei tre santuari appena ritrovati, è la prova che gli abitanti del luogo praticavano un culto differente da Cananei e Filistei.
Inoltre i ritrovamenti di Khirbet Qeiyafa indicano anche l'esistenza di una città-fortezza giudea dell'epoca di Davide. Nel corso degli anni sono state ritrovate, in questo luogo, migliaia di ossa di animali, ovini, caprini e bovini, ma non maiali. Anche quest'ultimo particolare indicherebbe che il culto praticato nei tre santuari era un culto differente da tutti i culti della regione.

domenica 9 settembre 2012

L'ossidiana che veniva da lontano...

Gli scavi di Tell Mozan, in Siria
Un archeologo dell'Università di Sheffield ha rivelato l'origine e le rotte degli strumenti di ossidiana che si sono trovati in Siria e che risalgono a 4200 anni fa.
L'ossidiana è chiamata anche vetro vulcanico ed è una pietra liscia, dura e molto più affilata del bisturi chirurgico. Era, in antico, un materiale molto ambito e strumenti di ossidiana continuarono ad essere utilizzati in tutto il Medio Oriente antico per millenni, anche dopo l'introduzione dei metalli. Lame di ossidiana sono ancora oggi utilizzate come bisturi nelle procedure mediche specialistiche.
In una collaborazione interdisciplinare di studiosi di scienze sociali e della terra, si sono studiati gli strumenti in ossidiana ritrovati in Siria, vicino al confine con la Turchia e l'Iraq. Gli studiosi hanno scoperto le origini di questi strumenti e il percorso fatto durante l'Età del Bronzo. La maggior parte dell'ossidiana di Tell Mozan e dei vicini sgiti archeoloici, origina da vulcani situati a 200 chilometri di distanza, nell'attuale Turchia orientale. Gli studiosi hanno scoperto, però, anche una serie di manufatti in ossidiana che proveniva da un vulcano della Turchia centrale. I reperti sono stati ritrovati nel cortile di un palazzo reale, lasciati qui durante il dominio dell'impero Accadico, che invase la Siria durante l'Età del Bronzo.
L'origine dell'ossidiana è come una sorta di impronta digitale per ricostruire le rotte, che in passato, attraversavano il Medio e Vicino Oriente e il Mediterraneo.

I segreti dei Nabatei

Uno dei canali scoperti a Petra
Gli archeologi dell'Università di Leiden hanno scoperto un'impressionante rete di canali appartenente ad un antico sistema di gestione delle acque nei pressi della città di Petra, in Giordania. I canali si stima abbiano 2000 anni di età e permettevano ai residenti di conservare l'acqua ed irrigare, in questo modo, i loro campi.
La scoperta porta a pensare che quello che attualmente è un deserto, doveva anticamente presentarsi come un'oasi rigogliosa. I canali sono stati scavati nella roccia calcarea e vanno ad aggiungersi agli acquedotti esistenti ed ai serbatoi d'acqua, che hanno reso questa regione fertile e coltivabile.
Il sistema risale, secondo gli studiosi, al VI secolo d.C. e poteva essere già in opera dal I secolo d.C.. Il progetto che interessa l'area di Petra risale al 2011 e si è incentrato principalmente attorno alla fortezza romana di Udhruh, 15 chilometri a sud di Petra. L'esplorazione del sito romano ha dimostrato che si tratta, con tutta probabilità, del forte meglio conservato di tutto l'Impero Romano. In diversi punti le pareti esterne e le torri sono ancora in piedi per un'altezza considerevole, mentre gli edifici interni si trovano sepolti da uno strato di detriti di 2,5 metri di spessore.

Un pozzo, dei volontari e la storia di Ravenna

Ravenna, un'immagine dagli scavi del pozzo romano
Il Gruppo Ravennate archeologico continua a scoprire, nel sottosuolo della città, reperti antichi. In questi mesi stanno operando in via Farini, allo scavo di un pozzo ritrovato chiuso ed ostruito da terra, costituito da mattoni puteali di probabile origine romana.
La forma del pozzo potrebbe essere successiva all'epoca romana, malgrado l'antichità dei mattoni. Recentemente sono stati recuperati, dal pozzo, un pettine d'osso, probabilmente di origine romana o bizantina, una moneta spagnola risalente al 1500 e numerosi frammenti di ceramica dello stesso periodo. Sono stati ritrovati anche dei distanziatori del '500 chiamati, in gergo, "zampe di gallo", che venivano utilizzati per tenere separati, durante la cottura, i pezzi di ceramica. Questo ritrovamento potrebbe essere indicativo della presenza di una piccola fornace nei dintorni del pozzo.
Gli archeologi dilettanti hanno scavato fino alla profondità di 4 metri, recuperando oggetti di epoca romana, tra i quali una ciotola ed un manico di mortaio e frammenti in marmo di provenienza pavimentale.

Trovato il palazzo di Dario a Pasargade

La sala delle udienze a Pasargade (Foto: Proprio in questi giorni gli archeologi iraniani stanno riportando alla luce una nuova meravi...