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mercoledì 7 ottobre 2026

Agrigento, interessantissime sorprese dagli scavi del 2026

Agrigento, parte di un volto maschile dallo scavo del 2026
(Foto: Scuola Normale Superiore di Pisa)

Nella Valle dei Templi stanno emergendo nuove tracce dell'Agrigento Romana. Durante gli scavi condotti dalla Scuola Normale Superiore di Pisa all'interno del Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento, sono stati rinvenuti resti di affreschi, elementi architettonici e stucchi risalenti al I secolo a.C., che testimoniano l'esistenza di un edificio costruito quando la Sicilia era ormai pienamente inserita nella sfera del dominio di Roma. I reperti provengono da ciò che resta di un antico edificio situato poco a sud dell'ekklesiasterion, la cavea destinata alle assemblee dei cittadini liberi dell'antica Akaragas. Gli elementi decorativi potrebbero appartenere al peristilio di una domus oppure a un portico monumentale realizzato in età romana.
Gli archeologi della Scuola Superiore di Pisa hanno rinvenuto diversi frammenti di intonaci policromi che hanno classificato al secondo e terzo stile della pittura parietale romana. Resta da decifrare se l'edificio a cui appartenevano i fregi avesse un utilizzo privato, come domus di dimensioni imponenti, o forse pubblico, come terrazza porticata in connessione con il tempio romano, data la dismissione delle funzioni pubbliche dell'attiguo ekklesiasterion. Inoltre quest'area fu a lungo frequentata come testimoniano i resti di un'abside di una piccola basilica paleocristiana.

Fonte:
finestresullarte.info


venerdì 18 settembre 2026

Pontecagnano, emerge una rara tomba a cubo del VI secolo a.C.

Pontecagnano Faiano, la tomba a cubo appena scoperta
(Foto: archeomedia.net)

Durante le indagini di archeologia preventiva condotte in vista della realizzazione di un complesso edilizio privato, è emersa una rara tomba a cubo del VI secolo a.C. nel cuore della moderna Pontecagnano Faiano, in provincia di Salerno. La tomba restituisce un importante tassello della necropoli occidentale dell'antico insediamento etrusco.
Nel settore meridionale dell'area sono state individuate quattro sepolture, databili alla prima metà del VI secolo a.C. Alcune sono parzialmente compromesse dalla presenza di un moderno impianto fognario. Si distingue, tra le altre, la tomba 10188, sia per tipologia che per corredo.
La sepoltura era costituita da una struttura parallelepipeda in travertino, chiusa da una lastra di copertura. Al suo interno è stato rinvenuto un cratere figurato prodotto a Corinto, utilizzato come cinerario per le ossa combuste del defunto. Si tratta di una cosiddetta tomba "a cubo", tipologia diffusa soprattutto nella Campania settentrionale, ma molto rara a Pontecagnano. Prima di questa scoperta erano note soltanto altre due tombe, la 1840 e la 9954, entrambe conservate ed esposte al Museo Archeologico Nazionale "Gli Etruschi di frontiera", nella stessa Pontecagnano Fagnano.
Secondo gli archeologi, diversi elementi suggerirebbero che la sepoltura appartenesse ad un personaggio di rango elevato. Ad indicarlo sono sia la particolare struttura della tomba, sia il rituale dell'incinerazione con l'impiego, come urna, di un cratere ma soprattutto la raffinata decorazione del recipiente, importato direttamente dalla Grecia.

Fonte:
archeomedia.net


venerdì 21 agosto 2026

Gortina, i topi...di Apollo

Creta, il santuario di Apollo (Foto:

Nel santuario di Apollo a Gortina, sull'isola di Creta, gli archeologi della Scuola Archeologica Italiana di Atene e dell'Università di Padova stanno studiando un eccezionale deposito votivo con i resti di oltre 450 topi. Il ritrovamento potrebbe documentare sull'isola il culto di Apollo Smintheus, il dio associato ai roditori ed alle pestilenze già evocato nell'Iliade.
Gli scavi del 2026, intanto, stanno ridefinendo uno dei più antichi complessi sacri della nascente polis cretese.
Il deposito votivo, individuato nel 2025, si trova nel recinto sacro dedicato ad Apollo. Il numero dei roditori è eccezionale: oltre 450 individui deposti insieme ad altre offerte. Ed è proprio questa concentrazione ad avere suggerito agli archeologi una possibile interpretazione. I topi potrebbero essere collegati ad Apollo Smintheus, letteralmente l'Apollo dei topi, una particolare manifestazione del dio legata alla capacità di provocare e al tempo stesso allontanare pestilenze ed epidemie. Il riferimento porta direttamente ad Omero che, nel primo libro dell'Iliade, ci presenta il sacerdote Crise che invoca Apollo perché punisca con una pestilenza l'esercito acheo che assedia Troia.
Il principale centro conosciuto del culto di Apollo Smintheus si trovava, infatti, nella Troade, nell'Anatolia nordoccidentale, presso l'odierna Gulpinar. Secondo la tradizione antica, nel santuario venivano mantenuti topi vivi sotto l'altare e la statua cultuale attribuita allo scultore Skopas. La statua avrebbe rappresentato Apollo con un piede poggiato sopra un roditore.
Strabone ricordava, inoltre, diverse località dell'Asia Minore legate al nome Sminthe, indizio di una diffusione del culto più ampia rispetto al singolo santuario anatolico. E' precisamente questo quadro a rendere interessante Gortina. Se l'interpretazione del deposito verrà confermata, i 450 roditori potrebbero documentare una declinazione cretese del culto di Apollo Smintheus e ampliare sensibilmente la geografia religiosa finora conosciuta.
Il topo, nel mondo antico, possedeva un'ambivalenza che aiuta a comprendere il culto. Era un animale capace di distruggere raccolti e riserve alimentari e poteva essere associato alla diffusione delle malattie. Apollo, analogamente, possiede, nella religione greca, una natura duplice: può scagliare la pestilenza e può farla cessare. Il deposito di Gortina potrebbe, quindi, appartenere ad una pratica religiosa costruita precisamente attorno a questo rapporto fra contagio, protezione e divinità. Ovviamente è necessario uno studio archeozoologico dei materiali, della modalità di deposizione e delle offerte associate.
E' anche la cronologia del santuario a rendere importante la scoperta. Il recinto sacro venne costruito intorno alla metà del VII secol a.C., in una fase cruciale per la formazione delle città-stato cretesi. Le tre nuove trincee aperte durante la campagna 2026 hanno confermato la datazione e fornito ulteriori informazioni sulle tecniche costruttive dell'edificio.
Ci troviamo, quindi, davanti ad uno dei complessi religiosi più antichi collegati alla nascita della polis cretese. In una fase storica scarsamente documentata dalle fonti scritte, l'archeologia permette di osservare come culto, organizzazione dello spazio e costruzione della comunità politica procedessero insieme.
Nei secoli successivi il santuario avrebbe conosciuta una lunga trasformazione. In epoca ellenistica era associato ad Apollo Pizio, mentre sotto il dominio romano divenne uno dei principali complessi religiosi della città.
Gli archeologi stanno contemporaneamente lavorando sul vicino Teatro del Pizio, costruito nel II secolo d.C. e considerato il teatro romano meglio conservato di Creta. La cavea semicircolare poteva accogliere circa duemila spettatori ed era preceduta da un grande portico colonnato. Gli scavi del 2026 hanno riportato alla luce nuove porzioni della scaenae frons, la monumentale facciata architettonica che costituiva il fondale del palcoscenico. Lunga originariamente circa 50 metri, doveva presentarsi come una composizione articolata di portali, colonne doriche bianche e nere e rivestimenti marmorei. Dal materiale di crollo stanno, inoltre, emergendo elementi architettonici e frammenti scolpiti che potranno contribuire alla ricostruzione dell'aspetto originario dell'edificio.
Santuario e teatro formavano, così, un sistema monumentale nel quale religione, spettacolo e vita pubblica finivano per occupare spazi strettamente connessi.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


mercoledì 19 agosto 2026

Roma, rinvenuto un edificio sotto Villa Celimontana

Roma, le scoperte sotto villa Celimontana
(Foto: Fabio Caricchia, Ministero della Cultura)

Otto ambienti decorati con mosaici ed affreschi di grande pregio, un edificio di età imperiale rimasto nascosto per secoli e un ritrovamento che potrebbe ridefinire la conoscenza di uno dei settori più importanti del Celio antico. E' questo il risultato degli scavi condotti dalla Soprintendenza Speciale di Roma del Ministero della Cultura durante i lavori di consolidamento del muraglione storico di Villa Celimontana
Le indagini hanno portato alla luce cinque ambienti completamente scavati ed altri tre parzialmente conservati, appartenenti ad un edificio costruito nel II secolo d.C. e riorganizzato nel III secolo. Tra i ritrovamenti più significativi figurano un grande  mosaico con un emblema marino raffigurante un delfino, un pesce, un'aragosta ed un granchio intorno ad un cratere, frammenti di un precedente pavimento musivo di età antonina, ampie porzioni del soffitto affrescato e numerosi rivestimenti in opus sectile, testimonianza dell'elevato livello decorativo del complesso.
La natura dell'edificio resta al momento oggetto di studio. I raffinati mosaici e gli affreschi sembrano raccontare la storia di una residenza aristocratica, mentre la collocazione dell'edificio e alcuni elementi emersi durante lo scavo potrebbero indicare che facesse parte della caserma della V coorte dei Vigiles. Se questa seconda ipotesi venisse confermata, il ritrovamento contribuirebbe a ridefinire l'estensione di uno dei più importanti complessi militari della Roma imperiale.

Fonte:
Ufficio Stampa e Comunicazione MiC


Sicilia, interessanti scoperte sull'Akragas (Agrigento) cristiana

Agrigento, il pavimento musivo rinvenuto tra le rovine
dell'antica città (foto: finestresullarte.info)

Ad Agrigento si è conclusa l'undicesima campagna di scavi nel quartiere ellenistico-romano dell'antica città. Le indagini hanno restituito elementi utili a ricostruire l'evoluzione dell'antica Akragas, l'Agrigentum romana, tra l'Età tardo-antica e l'Alto Medioevo.
Le ricerche si sono concentrate nel quarto isolato dell'area archeologica del Parco della Valle dei Templi, nelle vicinanze di un vasto complesso termale, dove è tornato alla luce un edificio rimasto in uso per circa otto secoli, dal III secolo a.C. fino almeno al V secolo d.C., testimoniando la lunga continuità di vita del quartiere. L'analisi delle diverse pavimentazioni sovrapposte ha permesso di ricostruire le principali fasi di trasformazione dell'edificio.
Al più antico piano in calcarenite gialla è succeduto un pavimento in cocciopesto di età repubblicana, con tracce di colore rosso, mentre l'ultima fase è rappresentata da un raffinato mosaico geometrico policromo risalente all'età tardoantica.
La scoperta più significativa riguarda alcuni elementi che sembrano documentare la diffusione del cristianesimo in Sicilia tra il III ed il IV secolo d.C. All'interno di una vasca quadrangolare sono stati, infatti, rinvenuti monete, resti di piccoli animali riconducibili a probabili banchetti rituali e alcuni tappi di anfore. Su uno di questi è inciso il monogramma cristiano, dettaglio che suggerisce un possibile collegamento con il vicino luogo di culto ricavato, in epoca precedente, all'interno di una cisterna delle terme.
"Le ricerche degli ultimi anni stanno mettendo il luce una vera e propria città cristiana, con le sue articolazioni intorno agli edifici di culto, le sue necropoli e i suoi spazi rituali. - Ha affermato Maria Serena Rizzo, funzionaria archeologa del parco di Agrigento. - Più difficile riconoscere le tracce della nuova religione all'interno degli spazi abitativi".

Fonti:
finestresullarte.info
magazine.unibo.it


domenica 16 agosto 2026

Roma, il Tevere rivela i resti del Ponte Neroniano

Roma, i resti del ponte neroniano emerso grazie alla secca
del Tevere (Foto: archeomedia.net)

Il livello straordinariamente basso del fiume Tevere, nel cuore di Roma, ha rivelato, in questi giorni, nei pressi del Vaticano, i resti dell'antico ponte romano databile probabilmente al regno dell'imperatore Nerone (54-68 d.C.).
La costruzione, posta nei pressi di Castel Sant'Angelo, consentiva alla Via Triumphalis (l'antica strada consolare che collegava Roma a Veio) di attraversare il fiume, collegando Roma all'area del Vaticano.
Il ponte, realizzato nel I secolo d.C., collegava il Campo Marzio con l'Ager Vaticanus, dove si trovavano le proprietà dell'imperatore Nerone, compresa la villa della madre Agrippina, il circo di Caligola e la via Cornelia, che passava davanti a Castel Sant'Angelo.
Alla metà del Settecento i resti dei piloni, che emergevano dall'acqua, erano più evidenti e venivano impiegati per ormeggiare i mulini natanti che azionavano le loro macine sfruttando la corrente del Tevere incanalata dai piloni. Alla fine del XIX secolo i piloni furono demoliti per rendere più navigale il fiume e negli scavi dei primi del Novecento, intrapresi per realizzare il ponte Vittorio Emanuele II, vennero trovate le puntazze in ferro e le travi in legno conficcate ancora nel letto del fiume.
Non si conosce l'epoca della distruzione e, forse, andò in disuso in occasione della costruzione delle mura aureliane, nelle quali sembra mancare una porta in corrispondenza del ponte, anche a causa della vicinanza del ponte Elio. Non doveva più essere utilizzabile nel VI secolo d.C., all'epoca della guerra gotica. Il Ponte Neroniano avrebbe dovuto essere ricostruito per Giulio II della Rovere con il nome di ponte Giuliano per collegare via della Lungara con la via Giulia, sulla riva opposta, ma il progetto rimase irrealizzato. 

Fonti:
archeomedia.net
Wikipedia


Pineto, portato alla luce un interessante complesso romano

Pineto, il complesso produttivo riportato alla luce
(Foto: notiziedabruzzo.it)

Un complesso produttivo romano databile tra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C. è stato individuato a Pineto, in provincia di Teramo, durante i lavori per la realizzazione del metanodotto Cellino Attanasio-Pineto.
Le indagini, condotte sotto la direzione scientifica della Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio per le province dell'Aquila e Teramo e coordinale dalla funzionaria archeologa Gilda Assenti, hanno riportato alla luce strutture murarie, ambienti destinati allo stoccaggio e una fornace.
Tra i reperti rinvenuti figurano frammenti di anfore, tappi, laterizi, una moneta ed un amo da pesca in bronzo.
Gli elementi raccolti fanno ipotizzare la presenza di un centro specializzato nella produzione e nello stoccaggio di contenitori destinati al trasporto di olio, garum e vino atriano, collegato all'antica Hatria (l'attuale Atri) e ai traffici commerciali lungo l'Adriatico. L'area è stata temporaneamente reinterrata per garantirne la tutela.
L'area era situata in una posizione strategica tra la viabilità antica e il litorale.

Fonte:
notiziedabruzzo.it

sabato 11 luglio 2026

Ercolano, torna visitabile la Casa del Mobilio Bruciato

Ercolano, la casa del mobilio carbonizzato
(Foto: archeomedia.net)

E' tornata visitabile una delle domus più suggestive del Parco Archeologico di Pompei, restituita alla città grazie ad un complesso progetto di restauro.
Per quasi trent'anni la domus è stata chiusa ai visitatori, si tratta della Casa del Mobilio Carbonizzato, che ha restituito ad Ercolano uno dei suoi ambienti più intimi e toccanti.
Il nome di questa domus è dovuto al ritrovamento di un tavolino e di un letto con alta spalliera, che conservano ancora tracce di tessuto ed i resti della rete di corda a cui erano agganciate le doghe di legno. Si tratta di oggetti di vita quotidiana, sorpresi dall'eruzione e custoditi dal tempo, riportati alla luce tra il 1932 ed il 1933, durante la grande stagione di scavi condotta da Amedeo Maiuri, il grande archeologo che più di ogni altro ha restituito al mondo il volto dell'antica Ercolano.
La casa si affaccia sul cardo IV ed ha una superficie di 215 metri quadrati. L'atrio è senza impluvium, decorato con pitture in terzo stile, delle quali rimangono scarse tracce, mentre sono più visibili le decorazioni in gesso ed una serie di colonne poste lungo il perimetro superiore, che avevano la funzione di arieggiare ed illuminare l'ambiente.
L'impianto domestico di questa domus si è straordinariamente conservato: gli ambienti si dispongono intorno all'atrio ed al giardino sul fondo, dove un piccolo larario a forma di tempietto accoglieva le devozioni della famiglia. Al piano superiore, un loggiato con colonne che si affacciava sull'atrio già dalla prima fase costruttiva della casa.
Tra gli ambienti più preziosi, il triclinio, a destra dell'ingresso, conserva un pavimento a mosaico con un raffinato emblema marmoreo e decorazioni con nature morte. Il tablinio custodisce, a sua volta, un mosaico con inserto marmoreo e tracce dell'antico soffitto affrescato. E proprio sul fondo della casa, nel cosiddetto oecus Cyzicenus, aperto da una grande finestra sul giardino, vennero ritrovati gli arredi carbonizzati che hanno dato il nome a questa domus: un tavolino ed un letto.
La riapertura della Casa del Mobilio Carbonizzato è il frutto di un percorso di restauro avviato più di dieci anni fa, quando furono eseguite le prime opere urgenti di ricostruzione delle coperture e di messa in sicurezza delle superfici decorate. Gli interventi più recenti hanno dato priorità ad alcune criticità rimaste irisolte, come la ricostruzione di alcuni solai lignei, la sostituzione di architravi compromessi, il consolidamento ed il restauro completo delle colonne che affacciano nell'atrio collocate al primo piano, sopra la copertura del tablinio.

Fonte:
Parco Archeologico di Ercolano
Wikipedia

venerdì 26 giugno 2026

Oderzo, riemerge un'importante basilica paleocristiana

Oderzo, particolare del pavimento musivo della navata
laterale meridionale della  basilica paleocristiana
(Foto: archeomedia.net)

A poca distanza dal Duomo di Oderzo, nell'area della ex Pescheria, sotto il livello della strada sono emersi i resti di una basilica paleocristiana, con una grande aula a tre navate, muri possenti, tombe addossate all'edificio e mosaici policromi dal disegno elaborato.
La parte meglio conservata è la navata laterale meridionale: il muro perimetrale, rinforzato da contrafforti regolari, corre accanto ad un tappeto musivo dai ricchi e coloratissimi stilemi decorativi geometrici e floreali.
La chiesa sorgeva nel primo suburbio sudorientale dell'antica Opitergium, in una zona che conferma quanto la storia urbana di Oderzo non si sia semplicemente interrotta con la fine della città romana classica. L'insediamento era già attivo nel X secolo a.C., si sviluppò nell'Età del Ferro e divenne municipium dalla seconda metà del I secolo a.C.
Si pensa che la chiesa di cui sono stati rinvenuti i resti fosse una basilica costruita alla fine del IV - inizio V secolo d.C. Questa interpretazione è supportata dalla planimetria, dalle sepolture, da alcuni elementi che sembrano riferibili ad un presbiterio e soprattutto dal livello dei mosaici. I confronti inducono gli studiosi a raffronti con Concordia Sagittaria e con Aquileia.
Le prime ad emergere dallo scavo sono state solo alcune tessere bianche e nere. Poi, ampliando l'area di indagine, i mosaici hanno cominciato ad comparire in diverse zone. Sotto l'attuale piano stradale sono emerse murature conservate fino a circa 3 metri di profondità. Alcuni muri arrivato ad 1,20 metri di larghezza in fondazione e mantengono fino a 14 corsi di elevano.
Lesene, contrafforti e articolazione delle murature fanno pensare ad un complesso monumentale molto importante. Assai interessante è anche il modo in cui fu costruita. Nel terreno alluvionale furono infissi pali lignei, sopra i quali vennero impostati muri in laterizio e malta.
Nella navata centrale sono già emersi ampi tratti di pavimento musivo, con ottagoni intrecciati, nodi doppi alternati in rosso e azzurro, motivi a edera, cerchi concentrici e decorazioni dette "a pale di mulino". La navata laterale meridionale è però quella più interessante. Qui emerge un grande ottagono con un motivo a velario al centro ed un nodo di Salomone. Attorno una trama continua di figure geometriche organizza il pavimento in modo tutt'altro che casuale.
La qualità complessiva del mosaico è confermata anche dal ritrovamento di tessere in pasta vitrea, materiali che rimandano ad un apparato decorativo più ricco di quanto una prima occhiata potrebbe suggerire. Tra le strutture emerse figurano alcune basi di pilastrini che potrebbero appartenere alle transenne presbiteriali, cioè agli elementi che separavano lo spazio riservato al clero dall'area dei fedeli.
Accanto alla chiesa sono emersi anche ambienti e depositi legati, con tutta probabilità, alla costruzione o alla decorazione dell'edificio sacro. Sono stati recuperati tessere musive, frammenti di marmo, laterizi, vetri, anfore, metalli ed una piccola fornace.
All'esterno dell'edificio sono state individuate quattro sepolture collocate tra le lesene della struttura. Le condizioni di conservazione delle ossa non sono ideali, saranno le analisi antropologiche, isotopiche e del Dna a chiarire età, sesso, provenienza e caratteristiche biologiche degli individui deposti.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


mercoledì 24 giugno 2026

Antica Saepinum, una città...imperiale

Sepino, la villa romana riportata alla luce
(Foto: archeomedia.net)

La recente scoperta di una domus di età imperiale cambia la storia di Saepinum , lo sostiene Enrico Rinaldi, direttore del Parco Archeologico di Sepino e della Direzione regionale Musei nazionali Molise.
"Prima non avevamo testimonianze abitative che documentassero in età imperiale la presenza stabile in città di élite che avevano rapporti privilegiati con il potere centrale. - Ha dichiarato il Dottor Rinaldi. - Le indagini stratigrafiche insieme allo studio dei materiali e dei contesti, consentono di identificare Saepinum come centro non isolato, bensì pienamente integrato nelle reti amministrative ed economiche dell'Italia romana".
Nel sottosuolo sono state individuate anomalie riconducibili a potenziali strutture murarie ed infrastrutture ancora sepolte. Queste informazioni, ha detto il Dottor Rinaldi, aiutano a ricostruire la topografia di Saepinum. Stanno emergendo tracce di un insediamento sannitico precedente, non solo luogo di scambio e commercio, ma insediamento specializzato in attività legate alla transumanza, in particolare alla filiera della lana con la messa in luce di vasche probabilmente destinate al lavaggio della stessa.
Le nuove ricerche hanno permesso di riportare alla luce una domus di eccezionale rilievo, caratterizzata da un ingresso monumentale affacciato sul decumano e interessata da numerose trasformazioni nel corso del tempo. L'edificio restituisce un articolato palinsesto architettonico che documenta una lunga continuità di vita, dalla prima età imperiale fino al VI secolo d.C.
Le fasi più antiche del complesso sono documentate da antefisse architettoniche e ceramiche di età augustea e tiberiana, che indicano l'alto livello della residenza nel I secolo d.C. Nella piena età imperiale e fino al III secolo d.C. prevalgono, invece, ceramiche comuni e sigillate africane d'importazione, a conferma dell'inserimento di Saepinum nei circuiti commerciali del Mediterraneo. Nella tarda antichità, tra il IV ed il VI secolo d.C., i materiali segnalano un cambiamento nell'uso degli ambienti, destinati ora ad attività produttive e di stoccaggio.
Accanto alle monete, il repertorio dei piccoli oggetti restituisce uno spaccato concreto della vita quotidiana: lucerne in terracotta, un raro bruciaprofumi anch'esso in terracotta, piccoli contenitori ceramici ed oggetti personali in bronzo, tra i quali anelli ed una piccola chiave di scrigno.
Di particolare rilievo è il recupero di un grande contenitore in piombo appartenente ad un sofisticato sistema domestico per il riscaldamento dell'acqua. Il recipiente, di forma cilindrica, è decorato in rilievo con motivi solari stilizzati e teste di Gorgone. La scoperta, insieme ai frammenti di tubature e valvole rinvenuti nello scavo, offre una rara testimonianza delle tecnologie idrauliche utilizzate nelle residente di alto livello nel mondo romano.
Nel 2025, inoltre, sono stati recuperati frammenti architettonici in marmo ed un'importante iscrizione onoraria risalente al 139 d.C., durante il regno dell'imperatore Antonino Pio. L'epigrafe testimonia un intervento della casa imperiale in città, confermando il legame privilegiato tra Saepinum e l'amministrazione centrale dell'Impero.

Fonti:
archeomedia.net
cultura.gov.it


Torre del Greco, presentate le meraviglie appena scoperte a Villa Sora

Torre del Greco, i resti di Villa Sora (Foto: archeomedia.net)

A Torre del Greco sono stati presentati i risultati delle indagini 2025-2026 a Villa Sora, vale a dire affreschi con ittiocentauro alato, capitelli, cistae plumbee ed un cantiere che era in piena attività al momento dell'eruzione del 79 d.C.
Villa Sora era un complesso di età tardorepubblicana e primo imperiale, affacciato sul Golfo di Napoli, a Torre del Greco. Si tratta di una tra le più sontuose ville di otium di rango senatorio ed imperiale sorte lungo la costa campana.
Venne edificata intorno alla metà del I secolo a.C. e fu oggetto di successivirifacimenti. Si sviluppava lungo la linea di costa con un impianto scenografico articolato su terrazze digradanti verso il mare, per un'estensione stimata di circa 150 metri lungo il litorale.
Le indagini condotte tra il 2025 ed il 2026 sono le prime indagini sistematiche condotte sul sito dopo oltre trent'anni ed hanno preso avvio dalla necessità di messa in sicurezza del fronte nord-est del settore già scavato a cielo aperto tra gli anni '80 e '90, cogliendo nel contempo l'opportunità di ampliare le conoscenze del complesso.
L'intervento si è concentrato sull'ambiente 22, di circa 10 mq ma di eccezionale qualità decorativa, già parzialmente visibile attraverso un cunicolo. I numerosi frammenti di intonaco affrescato di pareti e soffitto attestano un programma decorativo di grande raffinatezza ricondotto al 50 d.C. Le pareti su fondo nero, scandite da fasce in cinabro, presentano il motivo del candelabro metallico in oro animato da aironi. Il soffitto a fondo chiaro era ornato da ghirlande, fregi e figure mitologiche, tra le quali grifi inseriti in un ricco repertorio ornamentale.
Tra i ritrovamenti più eccezionali, i frammenti del soffitto ricompongono la figura di un ittiocentauro alato, una raffigurazione di eccezionale unicità iconografica, trattata non come ornamento accessorio ma come figura protagonisca, ricca di chiaroscuri e lumeggiature, in una posa dinamica e plastica di significativo impatto scenico.
All'interno l'ambiente ospitava tre cistae plumbee finemente decorate, insieme ad elementi architettonici in marmo bianco di elevata qualità. Tra questi ultimi spicca il capitello corinzieggiante con motivo liriforme, rinvenuto in stato di conservazione sorprendente, eseguito interamente a scalpello. La presenza di ulteriori frammenti marmorei e la qualità della lavoraione indicano uno stoccaggio intenzionale di elementi destinati a lavori edilizi in corso: la villa era in pieno cantiere al momento dell'eruzione del 79 d.C.

Fonte:
archeomedia.net


lunedì 25 maggio 2026

Pompei, l'ultimo respiro di un medico

Pompei, alcuni dei calchi delle vittime
(Foto: archeomedia.net)

A Pompei, a distanza di sessant'ani dallo scavo dell'Orto dei Fuggiaschi, una nuova scoperta consente di dare un'identità professionale ad una delle vittime dell'eruzione del Vesuvio del 79 d.C.: era probabilmente un medico, colto dalla tragedia mentre tentava la fuga portando con sé alcuni strumenti del mestiere.
La svolta è arrivata dallo studio di un piccolo astuccio rimasto nascosto all'interno del gesso di un calco umano, rinvenuto durante le indagini dirette da Amedeo Maiuri nel 1961. In quell'area, allora occupata da un vigneto, furono individuati i calchi di quattordici persone sorprese dalla nube piroclastica nel disperato tentativo di mettersi in salvo.
Le recenti analisi sui materiali conservati nei depositi del Parco Archeologico di Pompei hanno riportato alla luce un corredo personale di eccezionale interesse: una piccola cassettina in materiale organico con elementi metallici, una borsa in tessuto con monete in bronzo ed argento ed una serie di strumenti compatibili con un set medico. Le indagini diagnostiche, condotte tramite radiografie e tomografie presso la Casa di Cura Maria Rosaria di Pompei, hanno rivelato all'interno dell'astuccio una lastrina in ardesia - utilizzata per la preparazione di sostanze medicali o cosmetiche - e piccoli strumenti metallici interpretabili come utensili chirurgici. Questi elementi consento di avanzare l'ipotesi che la vittima fosse un medicus, fornendo un raro e prezioso indizio sulla professione esercitata.

Fonte:
Parco Archeologico di Pompei


Gela, rinvenuto un interessante tesoretto di 71 monete

Gela sullo sfondo del tesoretto rinvenuto
(Foto: stilearte.it)

A Gela, in Sicilia, sono state rinvenute 71 monete in ottimo stato di conservazione, risalenti al V secolo a.C.
Il ritrovamento è avvenuto nel sito di Orto Fontanelle, nell'ambito delle attività di archeologia preventiva condotte dalla Soprintendenza ai Beni Culturali di Caltanissetta all'interno del cantiere PNRR per la realizzazione del futuro Palazzodella Cultura.
All'interno di un ambiente annesso ad un sacello è stato individuato un piccolo vasetto contenente un tesoretto monetale di carattere votivo, composto da 71 emissioni: 67 in argento e 4 in bronzo. Le monete risultano attribuibili a tre diverse zecche dell'antica Sicilia: Agrigento, Siracusa e la stessa Gela. Il contesto chiuso ed integro del deposito ne accresce il valore scientifico, offrendo agli studiosi un quadro particolarmente affidabile per l'analisi storica ed economica dell'area in età greca.
L'area di Orto Fontanelle non è nuova a rinvenimenti significativi. Si colloca in una porzione urbana di straordinaria sensibilità archeologica, in una città che, letteralmente, poggia sopra secoli di stratificazioni. Gela era un punto strategico nei traffici marittimi del Canale di Sicilia e nei rapporti con l'entroterra.
Fondata nel 688 a.C. da coloni provenienti da Rodi e Creta, Gela divenne rapidamente una delle più potenti città greche dell'Occidente. Non fu una polis marginale, ma un attore geopolitico di primo piano. Da qui partirono i fondatori di Agrigento (Akragas), una delle città più ricche della Magna Grecia siceliota. Gela sviluppò una propria identità politica, militare e culturale molto forte, segnata dalla presenza di tiranni come Cleandro, Ippocrate e soprattutto Gelone, figura decisiva che trasferì poi il proprio potere a Siracusa, trasformandola in grande capitale del Mediterraneo occidentale.
Nel V secolo a.C., proprio il periodo cui sembrano appartenere le monete appena rinvenute, Gela attraversava una stagione complessa, segnata da equilibri mutevoli, conflitti interni, rapporti competitivi con altre città greche e pressioni provenienti dal mondo cartaginese. La moneta, in questo quadro, non rappresentava soltanto un strumento economico, ma era anche un mezzo di propaganda politica, un marcatore identitario, un oggetto simbolico.
Riguardo alle monete, l'ipotesi avanzata in prima battuta è quella di un deposito votivo, un'offerta collegata a pratiche religiose. L'eccezionale conservazione delle monete lascia supporre una deposizione protetta e stabile. La leggibilità quasi completa degli esemplari potrebbe consentire identificazioni numismatiche precise.
Le tre zecche coinvolte non sono casuali. Gela coniava moneta con una propria iconografia distintiva, spesso legata al cavallo o a simboli identitari urbani. Agrigento, tra le città più opulente del mondo greco occidentale, produceva emissioni di altissima qualità artistica, celebri soprattutto per il granchio, segno distintivo della polis. Siracusa, potenza dominante della Sicilia greca, rappresentava uno dei massimi centri monetari del Mediterraneo, con emissioni oggi considerate capolavori assoluti dell'arte incisoria antica.

Fonti:
ragusah24.it
stilearte.it


sabato 4 aprile 2026

Basilicata, individuato il luogo dove sorgeva il teatro di Herakleia

Basilicata, il teatro di Herakleia (Foto: Musei Nazionali
di Matera/Direzione Regionale Musei nazionali della
Basilicata)

Una nuova scoperta arricchisce la conoscenza della Magna Grecia in Basilicata. A Policoro, nel cuore dell'antica città greca di Herakleia, gli archeologi hanno individuato i resti dell'antico teatro della polis, uno degli edifici più significativi dell'urbanistica delle città greche.
Herakleia fu fondata da Taranto nel 433 a.C. sulla costa ionica lucana e nel giro di pochi decenni divenne uno dei centri più prosperi e influenti della Magna Grecia.
Nel corso del tempo le campagne di scavo condotte nell'area hanno restituito una grande quantità di dati archeologici, contribuendo a delineare l'immagine di una città articolata e ricca di strutture pubbliche e private. Gli scavi hanno portato alla luce quartieri residenziali, strade, santuari e numerosi spazi pubblici che testimoniano la complessità dell'organizzazione urbana e il ruolo centrale svolto da Herakleia nei rapporti commerciali e culturali del Mediterraneo antico. Nonostante decenni di ricerche, tuttavia, nella carta archeologica della città mancava ancora uno degli edifici simbolo della polis greca: il teatro.
Grazie alle nuove ricerche è stato possibile individuare con certezza l'area occupata dall'antico teatro della città. La scoperta rappresenta un tassello fondamentale per la comprensione dell'assetto urbanistico della polis ed apre nuove prospettive di studio sulla vita culturale e sociale della comunità di Herakleia.

Fonte:
finestresullarte.info 


Saepinum, riemergono le evidenze di una domus imperiale

Il parco archeologico di Sepino (Foto: Ministero della
Cultura)

Una nuova fase di indagini archeologiche nel sito di Saepinum, nell'area di Altilia, in provincia di Campobasso, restituisce un quadro più articolato dell'evoluzione urbana della città antica. Le ricerche, condotte tra il 2023 ed il 2025 grazie anche ai finanziamenti del Ministero della Cultura, hanno portato alla luce strutture e materiali che contribuiscono a ridefinire la storia del centro molisano.
Uno dei risultati più importanti riguarda il settore urbano di Porta Bojano, già oggetto di indagini sistematiche negli anni Cinquanta sotto la direzione del soprintendente Valerio Cianfarani. Le nuove campagne di scavo hanno consentito di riaprire lo studio dell'area, riportando alla luce una domus di notevole rilievo, caratterizzata da un ingresso monumentale affacciato sul decumano, una delle principali arterie della città romana, orientata in senso est-ovest.
L'edificio presenta un articolato palinsesto architettonico che documenta una lunga continuità di frequentazione, dalla prima età imperiale fino al VI secolo d.C. La complessità delle strutture e l'estensione della domus, che supera i limiti dell'area attualmente indagata, confermano le dimensioni monumentali già ipotizzate attraverso precedenti indagini geofisiche.
Le evidenze materiali permettono di ricostruire le diverse fasi di vita del complesso. Le testimonianze più antiche, riconducibili all'età augustea e tiberiana, comprendono antefisse architettoniche e ceramiche che indicano un elevato livello qualitativo della residenza già nel I secolo d.C. Nei secoli successivi, fino al III secolo d.C., la presenza di ceramiche comuni e sigillate africane d'importazione segnala l'inserimento di Saepinum nei circuiti commerciali del Mediterraneo. Nella tarda antichità, tra il IV ed il VI secolo d.C., si registra, invece, una trasformazione funzionale degli ambienti, destinati ad attività produttive o di stoccaggio.
Tra i rinvenimenti si annoverano lucerne in terracotta, un raro bruciaprofumi, contenitori ceramici di piccole dimensioni ed oggetti personali in bronzo, tra i quali anelli ed una chiave di scrigno. A questi si affianca il recupero di un grande contenitore in piombo appartenente ad un sistema domestico per il riscaldamento dell'acqua. Il recipiente, di forma cilindrica, è decorato in rilievo con motivi solari stilizzati e teste di Gorgone, e costituisce una testimonianza delle tecnologie idrauliche adottate nelle residenze di alto livello del mondo romano, anche alla luce dei frammenti di tubature e valvole rinvenuti nello stesso contesto.
La campagna del 2025 ha arricchito il quadro con il recupero di frammenti architettonici in marmo e di un'iscrizione onoraria datata al 139 d.C., durante il regno dell'imperatore Antonino Pio. L'epigrafe documenta un intervento diretto della casa imperiale nella città confermando il rapporto privilegiato tra Saepinum e l'amministrazione centrale dell'Impero.
Il cardo, asse viario principale orientato in senso nord-sud, è stato oggetto di un'analisi stratigrafica che ha consentito di documentarne la continuità d'uso anche nelle fasi successive alla fine dell'età antica. Tra i rinvenimenti più notevoli figura un tesoretto di monete databile al V secolo d.C., individuato in un livello riferibile alla fase di occupazione bizantina della città.

Fonte:
finestresullarte.info 


Roma, eccezionale scoperta nei pressi della Necropoli Ostiense

Roma, uno degli affreschi della necropoli ostiense
(Foto: Ufficio Stampa e Comunicazione MiC)

Nel corso delle indagini di archeologia preventiva condotte dal Ministero della Cultura - Soprintendenza Speciale di Roma, per la realizzazione di uno studentato sulla via Ostiense, in zona San Paolo Fuori le Mura, è stata scoperta una vasta area funeraria, con tombe in muratura decorate e sepolture a fossa, eccezionalmente ben conservata.
Si tratta di una delle necropoli più estese dell'antica Roma. Dallo scavo, diretto da Diletta Menghinello, archeologa della Soprintendenza Speciale di Roma, è emerso, a circa un metro di profondità, un nucleo di cinque edifici funerari di età imperiale a pianta quadrangolare con copertura a volta, allineati da nordest a sudovest e preceduti da due strutture minori. Un sesto edificio, analogo agli altri ma ad essi perpendicolare, suggerisce, insieme ai resti di ulteriori ambienti, l'organizzazione del complesso attorno ad un cortile interno.
I sepolcri, secondo l'archeologa Menghinello, sono da identificarsi con tutta probabilità con dei colombari dotati di nicchie destinate ad ospitare le urne cinerarie. Lo scavo è ancora in una fase preliminare ma è già possibile riconoscere, negli ambienti venuti alla luce, un elaborato apparato decorativo, costituito da intonaci affrescati a fasce e a motivi vegetali, stucchi, edicole ornate da figure della simbologia funeraria romana (Oranti o Vittorie Alate).
Nell'area prossima alla strada, a profondità via via maggiori, sono stati inoltre rimessi in luce un'aula absidata ed un altro grande ambiente con resti di pavimentazione a mosaico, entrambi in laterizi, la cui funzione è ancora da determinarsi, forse il luogo dove si svolgevano i banchetti funerari.
In età tardo-antica, una necropoli molto più modesta si è impiantata alle spalle del settore monumentale occupato dalle tombe di età imperiale, dal quale è separata da un lungo muro in blocchetti di tufo. Scarsi oggetti di corredo accompagnano semplici sepolture a fossa, sovrapposte le une alle altre in fitta successione.
Il contesto è da ricondursi alla vasta Necropoli della via Ostiense, sviluppatasi tra la tarda età repubblicana ed il tardo impero, di cui sono attualmente visibili i settori del Sepolcreto Ostiense e della Rupe di San Paolo.
La Necropoli Ostiense era conosciuta fin dal 1917 e si è salvata dalla forte urbanizzazione del territorio.

Fonte:
Ufficio Stampa e Comunicazione MiC


domenica 8 marzo 2026

I tesori nascosti di Roma: emerge una necropoli sulla via Ostiense

Roma, un tratto della necropoli appena scoperta
(Foto: Ufficio Stampa e Comunicazione MiC)

Nel corso delle indagini di archeologia preventiva condotte dal Ministero della Cultura - Soprintendenza Speciale di Roma, per la realizzazione di uno studentato sulla via Ostiense, in zona San Paolo Fuori le Mura, è stata scoperta una vasta area funeraria, con tombe in muratura decorate e sepolture a fossa, eccezionalmente ben conservata.
Questo rinvenimento conferma la straordinaria complessità del patrimonio archeologico della città, che continua ad emergere anche nei contesti interessati da trasformazioni urbane.
Dallo scavo, diretto dalla Dottoressa Diletta Menghinello, archeologa della Soprintendenza Speciale di Roma, è emerso, a circa un metro di profondità, un nucleo di cinque edifici funerari di età imperiale a pianta quadrangolare con copertura a volta, allineati da nord-est a sud-ovest e preceduti da due strutture minori. Un sesto edificio, analogo agli altri ma ad essi perpendicolare, suggerisce, insieme ai resti di ulteriori ambienti, l'organizzazione del complesso attorno ad un cortile interno.
"Lo scavo dei sepolcri - spiega la Dottoressa Menghinello - molto probabilmente identificabili come colombari, ambienti dotati di nicchie destinate ad ospitare le urne cinerarie, è ancora in una fase preliminare. Nella limitata porzione attualmente visibile delle camere sepolcrali, è comunque già possibile riconoscere un elaborato apparato decorativo, costituito da intonaci affrescati a fasce e a motivi vegetali, stucchi, edicole ornate da figure della simbologia funeraria romana (come Oranti o Vittorie Alate). La prosecuzione dello scavo potrebbe consentire il rinvenimento di numerosi elementi di corredo, epigrafi e rivestimenti pavimentali".
Nell'area più prossima alla strada, a profondità via via maggiori, sono stati inoltre riportati alla luce un'aula absidata ed un altro grande ambiente con resti di pavimentazione a mosaico, entrambi in laterizi, la cui funzione si chiarirà con il procedere dell'indagine. In età tardo-antica, una necropoli assai più modesta si impianta alle spalle del settore monumentale occupato dalle tombe di età imperiale, dal quale è separata da un lungo muro in blocchetti di tufo: scarsi oggetti di corredo accompagnano semplici sepolture a fossa, sovrapposte le une alle altre in fitta successione.
Il contesto va ricondotto alla vasta necropoli della via Ostiense, sviluppatasi tra la tarda età repubblicana e il tardo impero, di cui attualmente sono visibili i settori del Sepolcreto Ostiense e della Rupe di San Paolo.

Fonte:
Ufficio Stampa e Comunicazione MiC


domenica 25 gennaio 2026

Pompei, i graffiti tornati leggibili narrano stralci di vita quotidiana

Pompei, uno dei graffiti rinvenuti negli scavi
(Foto: finestresullarte.info)

Nel quartiere dei teatri del Parco Archeologico di Pompei riemergono, grazie alle nuove tecnologie, iscrizioni che restituiscono frammenti di vita quotidiana, tra le quali la dichiarazione d'amore di una donna chiamata Erato e la rappresentazione di un combattimento tra gladiatori.
Racconti di amori, passioni, offese e tifo sportivo che sarebbero potuti scomparire per sempre. Le scoperte riguardano il corridoio di passaggio tra l'area dei teatri e la via Stabiana, un muro scavato oltre 230 anni fa, davanti al quale sono passati milioni di visitatori. Qui, attraverso metodi di ricerca innovativi, sono stati individuate quasi 300 iscrizioni, 200 delle quali già note e79 emerse di recente.
Il progetto, intitolato Bruits de coloir (Voci dal corridoio) è stato ideato da Louis Autin ed Eloise Letellier-Taillefer dell'Università della Sorbona e da Marie-Adeline Le Guennec dell'Università del Québec a Montréal, in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei. La ricerca si è dipanata dal 2022 al 2025 ed è stata basata su un approccio multidisciplinare che unisce epigrafia, archeologia, filologia e digital humanities.
Per garantire una migliore tutela di questo straordinario complesso epigrafico, rinvenuto nel 1794, il Parco Archeologico di Pompei ha previsto la realizzazione di una copertura del corridoio per proteggere gli intonaci incisi e favorire, in futuro, un'esperienza di visita integrata con le tecnologie messe a punto dalle ricerche più recenti.
"Vado di fretta; stammi bene, mia Sava, fa che mi ami!", "Methe, (schiava) di Cominia, di Atella, ama Cresto nel suo cuore. Che ad entrambi la Venere di Pompei sia propizia e che vivano sempre in armonia": questi sono solo alcuni esempi tra quelli già precedentemente noti, che attestano la vitalità, la molteplicità delle interazioni e delle forme di socialità, che si sviluppavano in uno spazio pubblico così frequentato dagli dell'antica Pompei.

Fonte:
finestresullarte.info

venerdì 23 gennaio 2026

Fano, riemerge la Basilica attribuita a Vitruvio

Fano, resti della Basilica vitruviana
(Foto: Ufficio Stampa e Comunicazione MIC)

E' la Basilica descritta da Vitruvio nel "De Architectura" quella emersa dagli scavi di piazza Andrea Costa a Fano: l'unico edificio attribuibile con certezza all'architetto romano. L'annuncio ufficiale è arrivato nel corso di una conferenza stampa alla Mediateca Montanari, alla presenza del Presidente della Regione Marche, Francesco Acquaroli, del Sindaco di Fano Luca Serfilippi.
Durante gli scavi legati alla riqualificazione di piazza Andrea Costa, è stata identificata con certezza la Basilica romana descritta da Vitruvio, con pianta rettangolare e colonnato perimetrale: otto colonne sui lati lunghi e quattro sui lati brevi. La conferma definitiva è arrivata con un ultimo sondaggio che ha restituito la quinta colonna d'angolo, confermando la posizione e l'orientamento dell'edificio tra le due piazze.
Le colonne, di circa 147-150 centimetri di diametro (circa cinque piedi romani) ed alte circa 15 metri erano addossate a pilastri e paraste portanti a sostegno di un piano superiore. La ricostruzione planimetrica, basata sulla descrizione vitruviana, ha trovato una corrispondenza al centimetro. Il riconoscimento si inserisce in un percorso di ricerca avviato già da anni: già nel 2022, in via Vitruvio, il rinvenimento di imponenti strutture murarie e pavimentazioni in marmi pregiati (verde cipollino e bianco venato pavonazzetto) aveva evidenziato la presenza di edifici pubblici di alto livello.
L'esistenza di un edificio concepito interamente dall'architetto cesariano-augusteo Vitruvio Pollione e localizzato nel Foro dell'antica Fanum Fortunae, rinominata, in età augustea, Colonia Iulia Fanestris, è nota da secoli, almeno da quando hanno cominciato a circolare le prime versioni a stampa dell'opera vitruviana.
Nel Libro V del De Architectura, l'architetto fornisce una descrizione dettagliata della basilica: una grande aula rettangolare, circondata da un peristilio colonnato, pensata per le funzioni pubbliche ed amministrative della città.

Fonti:
archeomedia.net
nationalgeographic.it
focus.it

domenica 18 gennaio 2026

Turchia, ritrovano il tempio di Zeus a Limira

Turchia, vista aerea dell'antica Limira
(Fonte: storicang.it)

Limira, in Turchia, era una delle città più importanti dell'antica Licia. Gli storici sapevano che il dio principale venerato in città era Zeus grazie ad una serie di iscrizioni epigrafiche scoperte nel 1982 che confermavano l'esistenza di un tempio a lui dedicato. Ma l'ubicazione era sconosciuta. Gli archeologi lo hanno cercato per oltre quattro decenni sotto strati di storia, pietre e alberi di arancio. Fino ad ora.
Un team guidato dal Professor Kudret Sezgin, dell'Università Hitit, in collaborazione con l'Istituto Archeologico Austriaco, ha posto fine all'annoso enigma con la scoperta dell'ingresso orientale del tempio perduto di Zeus, delle sue mura e di parte della sua struttura monumentale. Il ritrovamento è stato definito uno dei più importanti dell'archeologia licia e greca degli ultimi decenni.
Situata ai piedi del monte Tocak, a circa 9 chilometri dall'attuale Finike, nella provincia di Antalya (Turchia), Limira era un centro politico e religioso chiave nella Licia orientale. Durante il IV secolo a.C., sotto il regno del re Pericle di Limira, la città conobbe un grande sviluppo architettonico e culturale.
Tra i suoi monumenti più famosi vi sono l'heroon di Pericle, che riflette il suo potere monarchico indipendente tra le influenze persiane e greche, il teatro che poteva contenere seimila spettatori, i bagni romani, il Ptolemaion, tempio costruito in onore di Tolomeo II Filadelfo e le tombe scavate nella roccia. Mancava solamente il tempio principale di Zeus, dio protettore della città.
La struttura scoperta coincide perfettamente con le descrizioni architettoniche riportate nelle iscrizioni antiche. La sua facciata orientale, larga 15 metri, era nascosta sotto una muraglia bizantina costruita secoli dopo, cosa che, insieme all'orografia del terreno, ha complicato gli scavi.
La cella, vale a dire la camera sacra interna del tempio, è tuttora sepolta sotto un aranceto privato ma gli archeologi contano di scavare in questa zona una volta concluse le procedure di esproprio dell'area. Si pensa che la cella del tempio possa aver conservato pavimentazioni, arredi votivi e dettagli architettonici ancora intatti.
La cosa più insolita di questi scavi è che si è verificata una reinterpretazione delle strutture precedentemente scavate. Per anni un grande portale monumentale sotto la cosiddetta strada romana è stato considerato un propileo civico. Con le nuove scoperte, gli archeologi hanno concluso che si trattava, invece, dell'accesso cerimoniale all'imponente santuario di Zeus. Allo stesso modo, una cinta muraria attribuita alle fortificazioni ellenistiche, è stata ribattezzata come il muro perimetrale dello stesso tempio, noto come témenos, il recinto sacro in cui era edificato il mausoleo sacro. Questa reinterpretazione riconfigura completamente la gerarchia spaziale di Limira, ponendo il santuario di Zeus come asse simbolico della parte occidentale della città.
Monete, iscrizioni e fonti scritte citano Zeus quale divinità suprema della città durante i periodi classico, ellenistico e romano. Questo tempio era il cuore spirituale di una comunità, che lo frequentò per ben 800 anni.
I ricercatori hanno rinvenuto, nei resti dell'antica Limira, anche frammenti di ceramica che indicano un'attività umana a Limira da almeno 5000 anni, il che fa risalire la storia urbana della città all'inizio del III millennio a.C.

Fonte:
storicang.it

Tunisia, Numluli: una città dalle molte vite

Tunisia, gli scavi di Numluli (Foto: Unione Sarda) Nel governatorato tunisino di Béja , gli archeologi stanno riportando alla luce una città...