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domenica 11 ottobre 2026

Tunisia, Numluli: una città dalle molte vite

Tunisia, gli scavi di Numluli (Foto: Unione Sarda)

Nel governatorato tunisino di Béja, gli archeologi stanno riportando alla luce una città romana rimasta per secoli quasi intatta sotto la vegetazione ed i terreni agricoli.
La collina di Henchir Matria ospita la città di Numluli, che è ancora leggibile nella sua struttura urbana, con il foro, il Capitolium, gli edifici termali, l'acquedotto, altri luoghi di culto e complessi cristiani. Il sito è noto anche come Sidi Akrout mentre il nome antico, ricostruito attraverso l'epigrafia, è Numluli o Numlulis.
La campagna di scavo appena conclusa, condotta dall'Institut National du Patrimoine tunisino insieme all'Università di Sassari, si è concentrata su due settori che mostrano, come fotogrammi sovrapposti, la trasformazione dell'antica città: da una parte il Capitolium, centro religioso della comunità romana; dall'altra una basilica cristiana di età vandala, costruita intorno alla metà del V secolo. Nel primo settore sono emersi il pavimento della piazza pubblica, una fontana, colonne, capitelli, decorazioni geometriche e frammenti di statue. Nel secondo sono tornati alla luce tombe di personaggi di rilievo della comunità cristiana, ambienti diversi, muri, contenitori funerari, grandi recipienti infissi verticalmente nel terreno per la conservazione delle provviste e pannelli musivi.
L'esistenza del Capitolium era nota grazie alle iscrizioni ed alle esplorazioni archeologiche avviate tra Ottocento e Novecento. Gli scavi attuali stanno restituendo il monumento al suo contesto urbano, riportando alla luce la piazza sulla si affacciava e gli elementi architettonici che permettono di ricomporne progressivamente l'immagine. La dedica del tempio consente di collocare la costruzione al 170 d.C., durante il regno di Marco Aurelio.
La storia del monumento nasconde anche una vicenda particolarmente rivelatrice. Il Capitolium era legato all'evergetismo di L. Memmius Pecuarius Marcellinus e del figlio L. Memmius Marcellus Pecuarianus, quest'ultimo decurione di Cartagine e flamine di Nerva. L'opera aveva un costo, indicato dalla documentazione epigrafica, e nasceva dall'iniziativa di una famiglia inserita negli ambienti privilegiati della società africana romanizzata. Il tempio diventavano così anche una dichiarazione pubblica di prestigio, appartenenza e rapporto con la comunità.
L'evergetismo era la pratica, diffusa nel mondo classico ed ellenistico, che consisteva nell'elargizione benevola e apparentemente disinteressata, di doni e beni materiali alla collettività da parte di singoli cittadini facoltosi o governanti
(schema tratto da stilearte.it)
La decorazione del Capitolium rende il monumento oltremodo interessante. Nei materiali architettonici sono documentati rilievi con armi disposte attorno a un olivo, interpretati in rapporto a Giove e Minerva. L'olivo possiede qui un valore particolare: rimanda alla fertilità, alla produzione agricola ed a una delle grandi ricchezze dell'Africa romana. Il santuario, quindi, non era un elemento isolato dal territorio: rappresentava anche l'immagine monumentale di una comunità inserita in un paesaggio agricolo produttivo.
Numluli occupava una posizione significativa nella rete delle città dell'interno dell'Africa Proconsularis. Il territorio era densamente urbanizzato e caratterizzato da una successione di centri di dimensioni diverse, fattorie, impianti produttivi e strade. La ricchezza agricola della regione contribuiva alla crescita di queste comunità e alimentava un sistema nel quale le élite locali investivano una parte delle proprie risorse in templi, terme, infrastrutture e monumenti pubblici.
Per una fase della sua esistenza, Numluli presenta una doppia identità istituzionale: da un lato pagus civium Romanorum, legato alla pertica di Cartagine; dall'altro la civitas della popolazione locale. Le due componenti vivevano nello stesso spazio urbano e potevano operare separatamente oppure congiuntamente. Una dedica ad Antonino Pio, databile tra il 138 ed il 161 d.C., conserva proprio la memoria della Civitas Numlulitana.
Questa situazione è utile per comprendere meglio il significato politico del Capitolium del 170. Il tempio, dedicato alla Triade Capitolina Giove, Giunone e Minerva, dava forma monumentale alla comunità nel momento in cui le sue componenti istituzionali stavano progressivamente avvicinandosi. La documentazione epigrafica permette di seguire questo processo fino alla probabile fusione nel municipium Numlulitanorum, collocata dagli studiosi nell'età di Settimio Severo. Quando una città dell'impero costruiva un Capitolium non stava semplicemente edificando un tempio, stava riproducendo, in scala locale, uno dei simboli fondamentali dell'ordine romano. Il culto capitolino, inoltre, unificava simbolicamente Roma e le città provinciali. Un abitante di Numluli, di Dougga, di Cartagine o di un'altra città africana poteva trovarsi davanti ad un tempio costruito secondo lo stesso modello ideologico del Campidoglio romano.
La scelta di dedicare il Capitolium di Numluli a Giove, Giunone e Minerva non era, dunque, casuale. In una città caratterizzata dalla convivenza istituzionale tra civitas e pagus, il grande tempio poteva rappresentare visivamente l'inserimento della comunità nell'ordine politico e religioso dell'impero. Il Capitolium non era solo un luogo di preghiera. Attorno al tempio si svolgeva una parte della vita pubblica: cerimonie, dediche, celebrazioni, distribuzioni e manifestazioni collettive.
Qualche secolo dopo il Capitolium di Numluli compare, in città, una basilica cristiana. Lo stesso spazio urbano attraversa così tre grandi momenti: la tradizione locale africana, la città romana con il suo Capitolium e, infine, la città cristiana dell'età vandala.
A rendere ancora più particolare la storia della città di Numluli c'è la storia di un horologium, probabilmente una meridiana pubblica. Un'iscrizione ricorda, infatti, un'opera destinata congiuntamente al pagus ed alla civitas. La documentazione suggerisce che l'iniziativa fosse legata ad un lascito testamentario e ad una forma di evergetismo privato. La meridiana potrebbe essere stata collocata nella zona pubblica, probabilmente nei pressi del foro. Gli archeologi non ne hanno ancora individuato con certezza i resti.
Numluli disponeva anche di un articolato sistema idrico. Un acquedotto prendeva origine nell'area della sorgente di Ain Maatria e conduceva l'acqua verso delle cisterne. Sono stati individuati lo specus, pozzi di ispezione, piccoli bacini e sistemi di raccolta. Le terme conservano ambienti voltati e strutture collegate alla gestione dell'acqua piovana. Questo insieme conferma ancora di più la caratteristica di Numluli come città romana dotata di infrastrutture che richiedevano progettazione, manutenzione e disponibilità economiche.
Accanto al Capitolium e agli altri luoghi di culto pagani sono documentati edifici cristiani tra i quali una struttura a quadrifoglio, interpretata come possibile martyrium. Il passaggio dal mondo religioso romano a quello cristiano non avveniva attraverso un semplice abbandono della città: gli edifici, gli spazi e le aree funerarie continuavano ad essere utilizzati, trasformati e reimpiegati.
La basilica di età vandala venne costruita intorno al V secolo d.C., quando l'Africa settentrionale stava attraversando una fase di profonda trasformazione politica. I Vandali erano entrati in Africa nel 429 e nel 439 d.C. ed avevano conquistato Cartagine, creando un regno che sarebbe durato fino alla riconquista bizantina del 533-534 d.C. L'antica provincia romana rimaneva una delle aree più ricche e urbanizzate del Mediterraneo occidentale. La nuova dominazione non cancellava automaticamente la vita delle città, le istituzioni locali e le tradizioni culturali precedenti.
La presenza delle tombe di personaggi eminenti all'interno della basilica aggiunge un altro elemento. Lo spazio cristiano diventa un luogo della memoria delle élite locali. Le sepolture, i mosaici e gli ambienti di servizio restituiscono una comunità nella quale culto, memoria familiare e vita quotidiana convivono nello stesso complesso. Ancora più curioso è il rinvenimento dei grandi recipienti disposti verticalmente per conservare le provviste: elementi apparentemente domestici che permettono di osservare la basilica anche come spazio concretamente inserito nella vita economica della comunità.
Nell'attuale campagna di scavi è stata rinvenuta una statua in marmo greco policromo, alta circa 55 centimetri, raffigurante un giovane pastore con tunica, accompagnato da una pecora e da un agnello. Accanto è stata trovata una piccola figura di Eros, che apparteneva allo stesso gruppo scultoreo. Restano ampie tracce di colore scuro sui calzari del pastore, sul vello degli animali e sulle ali di Eros. La presenza di quest'ultimo rende prudente l'identificazione del personaggio. Potrebbe trattarsi di una figura mitologica oppure di un'immagine idealizzata del pastore legata a valori idillici. Il dato più importante resta il materiale: un'opera in marmo greco policromo di questa qualità è eccezionalmente rara nell'entroterra tunisino. 
Molti dei resti che oggi sembrano appartenere ad epoche diverse sono, in realtà, fisicamente sovrapposti a Numluli. Il podio del Capitolium è stato inglobato in una struttura fortificata successiva; numerosi elementi architettonici romani sono diventati spolia, cioè materiali riutilizzati nelle costruzioni tarde. Anche le terme hanno subito trasformazioni e riutilizzi.

Fonte:
stilearte.it

mercoledì 7 ottobre 2026

Agrigento, interessantissime sorprese dagli scavi del 2026

Agrigento, parte di un volto maschile dallo scavo del 2026
(Foto: Scuola Normale Superiore di Pisa)

Nella Valle dei Templi stanno emergendo nuove tracce dell'Agrigento Romana. Durante gli scavi condotti dalla Scuola Normale Superiore di Pisa all'interno del Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento, sono stati rinvenuti resti di affreschi, elementi architettonici e stucchi risalenti al I secolo a.C., che testimoniano l'esistenza di un edificio costruito quando la Sicilia era ormai pienamente inserita nella sfera del dominio di Roma. I reperti provengono da ciò che resta di un antico edificio situato poco a sud dell'ekklesiasterion, la cavea destinata alle assemblee dei cittadini liberi dell'antica Akaragas. Gli elementi decorativi potrebbero appartenere al peristilio di una domus oppure a un portico monumentale realizzato in età romana.
Gli archeologi della Scuola Superiore di Pisa hanno rinvenuto diversi frammenti di intonaci policromi che hanno classificato al secondo e terzo stile della pittura parietale romana. Resta da decifrare se l'edificio a cui appartenevano i fregi avesse un utilizzo privato, come domus di dimensioni imponenti, o forse pubblico, come terrazza porticata in connessione con il tempio romano, data la dismissione delle funzioni pubbliche dell'attiguo ekklesiasterion. Inoltre quest'area fu a lungo frequentata come testimoniano i resti di un'abside di una piccola basilica paleocristiana.

Fonte:
finestresullarte.info


domenica 27 settembre 2026

Siponto rinvenute sepolture medioevali

Siponto, lo scheletro femminile rinvenuto negli scavi di una
necropoli medioevale (Foto: ilgiornaledellarte.com)

A Siponto, a pochi chilometri da Manfredonia, gli scavi archeologici stanno restituendo una pagina inedita della storia medioevale della città. Nell'area dell'antico porto, gli archeologi dell'Università di Bari e Foggia hanno individuato una struttura muraria lunga circa trenta metri, al cui interno è emerso un vero e proprio cimitero, con una trentina di sepolture che, secondo le prime analisi, risalgono al XII-XIII secolo.
Tra le tombe, in gran parte appartenenti ad adulti, ne sono state rinvenute alcune di bambini. Particolarmente significativa è la sepoltura di una donna la cui età è stata approssimativamente tra i 30 ed i 40 anni, deposta assieme ad un bambino di circa 4-5 anni. La donna lo stringe a sé con il braccio destro. Il ritrovamento è stato illustrato all'Ansa dall'archeologo Giuliano Volpe, docente dell'Università di Bari. C'è ancora molta cautela nel considerare il ritrovamento come quello di una madre e di un figlio.
Le indagini future cercheranno di gettare luce sulla funzione della struttura che ospitava le sepolture per verificare anche l'eventuale presenza di un edificio di culto.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


sabato 22 agosto 2026

Egitto, scoperte nuove tombe nell'oasi di Bahariya

Egitto, veduta degli scavi a Bahariya
(Foto: ilgiornaledellarte.com)

Una missione egiziana ha portato alla luce tre tombe nel sito di Sheikh Sobi, nell'oasi di Bahariya, nel deserto occidentale del Paese. Le sepolture appartengono a periodi differenti e contengono mummie, sarcofagi e altri reperti che potrebbero contribuire a ricostruire aspetti della vita e delle pratiche funerarie della comunità che abitò la regione.
La missione archeologica è guidata da Sabri Farag, direttore generale delle antichità dell'oasi di Bahariya.
Il sito di Sheikh Sobi ospita numerose tombe appartenenti a sovrani e sacerdoti del periodo tardo della civiltà faraonica. Le nuove sepolture aggiungono ulteriori elementi ad un quadro archeologico già ricco e mostrano come l'area si stata utilizzata per scopi funerari anche in epoche successive. La prima delle tre tombe rinvenute risale al Periodo Tardo e presenta un pozzo quadrato profondo circa tre metri, da cui si accede a due camere funerarie. Nella camera occidentale, una piccola stanza rettangolare, gli archeologi hanno trovato un sarcofago in pietra calcarea collocato direttamente sul pavimento. All'interno si trovava una mummia avvolta in bende di lino. Secondo Farag, la disposizione del sarcofago è coerente con le caratteristiche di altre tombe del sito datate alla XXVI Dinastia, una fase della storia egiziana compresa tra il VII ed il VI secolo a.C.
Sul lato settentrionale del pozzo si trova una seconda camera, più grande e anch'essa di forma rettangolare. Gli archeologi ritengono che possa essere stata destinata alla sepoltura di altri membri della stessa famiglia, suggerendo l'esistenza di un complesso funerario condiviso.
Le altre due tombe appartengono invece all'epoca romana. Una presenta una struttura a pozzo con caratteristiche riconducibili ad un modello a scala: un ingresso conduce ad un piccolo ambiente, inserito all'interno di una struttura rettangolare. In base alle evidenze archeologiche raccolte durante gli scavi, gli studiosi ritengono che questa tomba non sia mai stata effettivamente utilizzata per le sepolture. L'assenza di decorazioni e le caratteristiche architettoniche hanno portato a collocarla in epoca romana. Anche questa sepoltura potrà offrire informazioni sulla continuità delle tradizioni funerarie dell'oasi in un periodo profondamente diverso da quello faraonico.
La terza tomba presenta una struttura più articolata. E' costituita da un pozzo rettangolare con, con un ingresso nella parte inferiore che conduce ad una piccola camera priva di copertura. Secondo gli archeologi, questo ambiente potrebbe essere stato utilizzato durante il rito funerario per accogliere temporaneamente la mummia prima del suo trasferimento nella collocazione definitiva, all'interno di una delle camere della tomba. La camera conduce ad altri due ambienti. Il primo, sul lato meridionale, conteneva frammenti di un sarcofago in terracotta. Il secondo, collocato sul lato orientale, conservava, invece, un sarcofago in pietra calcarea, del quale mancavano alcune parti del coperchio.
Interessante è la presenza di quattro piccoli ingressi disposti sui lati est, nord ed ovest del pozzo. Gli scavi condotti presso l'ingresso orientale hanno permesso di individuare una sepoltura laterale. Al suo interno è stato trovato un sarcofago cilindrico in terracotta, frammentato in diversi pezzi. Il coperchio presenta una raffigurazione di un volto umano dai tratti ben definiti, un elemento che aggiunge particolare interesse alla scoperta e fornisce ulteriori informazioni sulle pratiche funerarie dell'epoca.
Particolarmente interessante è il carattere artistico dei reperti provenienti da Bahariya. L'egittologo Hassan Selim sottolinea come gli artisti locali non seguissero sempre in modo rigoroso i modelli tradizionali dell'arte egizia. Le precedenti missioni archeologiche avevano individuato nelle tombe raffigurazioni di persone facoltose rappresentate come sacerdoti, mentre le iscrizioni hanno restituito informazioni sulla vita quotidiana e sulle divinità venerate nella regione.
Tra i reperti recuperati figura una variegata raccolta di vasi in ceramica, piccole bottiglie e piatti di forme e dimensioni differenti. Sono state rinvenute diverse tavolette votive in calcare e arenaria, insieme a numerose piccole statuette votive realizzate in terracotta cotta. Tra queste sono presenti statuette raffiguranti figure materne e altre caratterizzate da forme animali rielaborate.
Il complesso archeologico di Sheikh Subi, considerato uno dei siti più importanti dell'oasi, comprende anche il tempio Bawiti, costruito durante la XXVI Dinastia dal governatore dell'oasi di Bahariya, Djed Khonsu-Iuf-Ankh, in onore del re Ahmose II.
Già nel giugno scorso, sempre a Bahariya, erano stati individuati nuovi elementi architettonici del tempio dell'Antico Qasr, tra cui una camera in arenaria e blocchi iscritti con il nome e i titoli del faraone Psamtik I.

Fonti:
ilgiornaledellarte.com
finestresullarte.com

venerdì 21 agosto 2026

Egitto, la misteriosa città-fortezza di Mesen

Egitto, frammenti di un'architrave dell'epoca di Ramses
che recano il nome di Mesen (Foto: stilearte.it)

Un'architrave con il nome di Ramses II e di Horus, signore di Mesen, riporta al centro della ricerca un'antica città di frontiera egiziana. Presso il santuario di una città antichissima sono emerse anche le tracce di una lunga storia militare, fino al castrum romano e alle fornaci che distrussero il complesso monumentale.
Di Mesen, citata nelle fonti come luogo di potente e gloriosa manifestazione del dio Horus, s'erano perse le tracce. Ora gli archeologi egiziani, pure con molta prudenza, ipotizzano che i resti di un insediamento soprattutto militare, e di un importante tempio, appartengano proprio alla città perduta. Il nome della città appare in un'iscrizione su parte di un architrave portato alla luce in questi giorni.
Mesen apparteneva ad un sistema militare e propagandistico dell'Egitto verso l'Asia. Chi arrivava alla frontiera incontrava un paesaggio costruito per impressionare: mura, strade monumentali, soldati, edifici imponenti e, soprattutto, il santuario di Horus, il grande dio falco della regalità, della guerra e della vittoria. Horus incarnava la forza del sovrano e la sua capacità di sconfiggere i nemici. Un grande tempio dedicato a Horus, collocato accanto alle fortificazioni, poteva dunque trasformare la frontiera in una rappresentazione visibile della potenza egiziana.
Le fonti antiche ricordano Mesen proprio attraverso il culto di Horus e la collegano alla regione della grande strada militare verso il Sinai ed il Levante. Mesen poteva essere una città-porta, dove architettura, religione e apparato militare costruivano insieme l'immagine della superiorità dell'Egitto sulla frontiera.
Il nome di Mesen è inciso sulla pietra. Ed è proprio questo nome a rendere particolarmente interessante la nuova campagna archeologica condotta a Tell Abu Saifi, presso Qantara Sharq, nel governatorato di Ismailia, sulla riva orientale del Canale di Suez. Il sito si trova a circa 150-155 chilometri a nordest del Cairo, in uno dei punti più delicati dell'antica frontiera egiziana.
Gli archeologi della missione egiziana hanno recuperato un grande frammento di architrave in arenaria, spezzato in due parti e decorato su tre lati. L'iscrizione contiene i titoli di Ramses II e fa riferimento a lavori di restauro eseguiti su una statua di Horus, signore della città di Mesen. Il significato della citazione è importante perché consente di ipotizzare che la statua del dio fosse collocata proprio nella città perduta. Il faraone volle sottolineare, attraverso il restauro della statua stessa, il recupero del controllo pieno, anche culturale, della porta di accesso, da Oriente, all'Egitto.
Il reperto è importante perché Tell Abu Saifi è da tempo coinvolta nella discussione sulla localizzazione di Mesen e sulla geografia dell'antica Via di Horus, la grande direttrice che dall'Egitto conduceva verso il Sinai e il Levante. Lungo il suo percorso si concentravano fortificazioni, stazioni di rifornimento, punti di controllo e strutture necessarie al movimento delle truppe.
Le fonti del Nuovo Regno ricordano una successione di fortezze lungo questa direttrice. Un rilievo di Seti I a Karnak rappresenta e nomina alcune delle fortificazioni sulla Via di Horus. Il percorso usciva dall'Egitto attraverso una città fortificata collegata al sistema idrico del Delta. Studi sulla viabilità del nord Sinai in età greco-romana hanno collegato questa antica direttrice all'area di Qantara e, nelle ricostruzioni tradizionali, a Tjaru, Sele o Sile.
La cosa divenne ancora più complessa quando il paesaggio del Delta cambiò. Il corso dei rami del Nilo e la linea costiera si modificarono nel corso dei secoli, alterando i rapporti fra i centri e la frontiera. Il Ministero egiziano ricorda proprio questo processo per spiegare lo spostamento dell'importanza strategica dall'area di Tell Heboua, associata alla città faraonica di Tharu, verso Tell Abu Saifi.
In età tolemaica Tell Abu Saifi diventa un grande complesso fortificato. Le ricerche hanno individuato una strada in lastre calcaree lunga più di 100 metri e larga circa 11 metri, che dall'ingresso orientale conduceva verso il cuore del sito. Ai lati sono stati trovati oltre 500 cerchi di argilla, interpretati come alloggiamenti per alberi che formavano un ingresso alberato alla fortezza. Sotto la strada romana è stata riconosciuta una precedente pavimentazione di età tolemaica.
Roma eredita una frontiera già organizzata dagli Stati precedenti. Dopo l'annessione dell'Egitto nel 30 a.C., il controllo della fascia orientale diventa parte del sistema di sicurezza della nuova provincia. La strada verso Pelusium, Qantara e il Sinai mette in comunicazione il Delta con uno dei principali corridoi verso la Siria e la Palestina. Pelusium, sulla costa mediterranea, costituisce uno dei grandi punti strategici della regione: le sue vie militari la collegano sia con l'interno dell'Egitto sia con la costa levantina.
Pelusium controlla l'accesso nordorientale al Delta; Qantara presidia il passaggio verso il Sinai; più ad est la Via di Horus prosegue verso le stazioni di frontiera e quindi verso Rafah e Gaza. Tell Abu Saifi si inserisce in questo dispositivo. Anche un millennio dopo Ramses II il luogo è rimasto cruciale, le testimonianze romane qui sono, infatti, numerose. Uno studio dedicato alle arti e ai materiali di Tell Abu Saifi nel periodo greco- romano segnala ceramiche locali e importate, monete, manufatti in pietra, vetri ed iscrizioni. Una delle iscrizioni è datata al 288 d.C. e riguarda un'unità militare romana stanziata a Tell Abu Saifi, allora identificata come Sila. Un'altra iscrizione greca su calcare conserva informazioni sull'organizzazione dell'esercito romano nella fortezza.
La data del 288 d.C. è particolarmente utile perché porta la presenza militare in una fase precisa dell'impero, quando la frontiera egiziana è sottoposta a crescente riorganizzazione. La missione ha individuato alloggi per i soldati, inseriti nell'area della fortezza romana. Il sito, oltre mura e torri, conserva gli spazi della vita quotidiana della guarnigione. Il Ministero egiziano collega queste abitazioni alla presenza militare durante il periodo degli imperatori Diocleziano e Massimiano.
Nel Sinai e nel Delta orientale la funzione dei forti, delle torri e delle stazioni lungo le piste desertiche aveva la funzione di controllare le vie di comunicazione attraverso una presenza militare distribuita sul territorio. A Tell Abu Saifi questa funzione diventa particolarmente evidente nel III secolo d.C., quando parti del complesso vengono riutilizzate per un castrum romano. Tale trasformazione è leggibile anche attraverso la viabilità. La strada romana, più stretta di quella tolemaica sottostante, conduce verso il cuore dell'insediamento. La nuova organizzazione risponde ad esigenze differenti da quelle del grande complesso monumentale precedente.
Nella fase tarda dell'Età romana l'area diventa anche un centro di produzione della calce viva. Gli archeologi hanno individuato quattro grandi fornaci. La loro posizione è particolarmente significativa: furono realizzate sopra l'area monumentale del santuario. Il materiale lapideo degli edifici veniva recuperato e trasformato in calce, distruggendo sistematicamente gran parte delle strutture in pietra del complesso.

Fonte:
stilearte.it


Gortina, i topi...di Apollo

Creta, il santuario di Apollo (Foto:

Nel santuario di Apollo a Gortina, sull'isola di Creta, gli archeologi della Scuola Archeologica Italiana di Atene e dell'Università di Padova stanno studiando un eccezionale deposito votivo con i resti di oltre 450 topi. Il ritrovamento potrebbe documentare sull'isola il culto di Apollo Smintheus, il dio associato ai roditori ed alle pestilenze già evocato nell'Iliade.
Gli scavi del 2026, intanto, stanno ridefinendo uno dei più antichi complessi sacri della nascente polis cretese.
Il deposito votivo, individuato nel 2025, si trova nel recinto sacro dedicato ad Apollo. Il numero dei roditori è eccezionale: oltre 450 individui deposti insieme ad altre offerte. Ed è proprio questa concentrazione ad avere suggerito agli archeologi una possibile interpretazione. I topi potrebbero essere collegati ad Apollo Smintheus, letteralmente l'Apollo dei topi, una particolare manifestazione del dio legata alla capacità di provocare e al tempo stesso allontanare pestilenze ed epidemie. Il riferimento porta direttamente ad Omero che, nel primo libro dell'Iliade, ci presenta il sacerdote Crise che invoca Apollo perché punisca con una pestilenza l'esercito acheo che assedia Troia.
Il principale centro conosciuto del culto di Apollo Smintheus si trovava, infatti, nella Troade, nell'Anatolia nordoccidentale, presso l'odierna Gulpinar. Secondo la tradizione antica, nel santuario venivano mantenuti topi vivi sotto l'altare e la statua cultuale attribuita allo scultore Skopas. La statua avrebbe rappresentato Apollo con un piede poggiato sopra un roditore.
Strabone ricordava, inoltre, diverse località dell'Asia Minore legate al nome Sminthe, indizio di una diffusione del culto più ampia rispetto al singolo santuario anatolico. E' precisamente questo quadro a rendere interessante Gortina. Se l'interpretazione del deposito verrà confermata, i 450 roditori potrebbero documentare una declinazione cretese del culto di Apollo Smintheus e ampliare sensibilmente la geografia religiosa finora conosciuta.
Il topo, nel mondo antico, possedeva un'ambivalenza che aiuta a comprendere il culto. Era un animale capace di distruggere raccolti e riserve alimentari e poteva essere associato alla diffusione delle malattie. Apollo, analogamente, possiede, nella religione greca, una natura duplice: può scagliare la pestilenza e può farla cessare. Il deposito di Gortina potrebbe, quindi, appartenere ad una pratica religiosa costruita precisamente attorno a questo rapporto fra contagio, protezione e divinità. Ovviamente è necessario uno studio archeozoologico dei materiali, della modalità di deposizione e delle offerte associate.
E' anche la cronologia del santuario a rendere importante la scoperta. Il recinto sacro venne costruito intorno alla metà del VII secol a.C., in una fase cruciale per la formazione delle città-stato cretesi. Le tre nuove trincee aperte durante la campagna 2026 hanno confermato la datazione e fornito ulteriori informazioni sulle tecniche costruttive dell'edificio.
Ci troviamo, quindi, davanti ad uno dei complessi religiosi più antichi collegati alla nascita della polis cretese. In una fase storica scarsamente documentata dalle fonti scritte, l'archeologia permette di osservare come culto, organizzazione dello spazio e costruzione della comunità politica procedessero insieme.
Nei secoli successivi il santuario avrebbe conosciuta una lunga trasformazione. In epoca ellenistica era associato ad Apollo Pizio, mentre sotto il dominio romano divenne uno dei principali complessi religiosi della città.
Gli archeologi stanno contemporaneamente lavorando sul vicino Teatro del Pizio, costruito nel II secolo d.C. e considerato il teatro romano meglio conservato di Creta. La cavea semicircolare poteva accogliere circa duemila spettatori ed era preceduta da un grande portico colonnato. Gli scavi del 2026 hanno riportato alla luce nuove porzioni della scaenae frons, la monumentale facciata architettonica che costituiva il fondale del palcoscenico. Lunga originariamente circa 50 metri, doveva presentarsi come una composizione articolata di portali, colonne doriche bianche e nere e rivestimenti marmorei. Dal materiale di crollo stanno, inoltre, emergendo elementi architettonici e frammenti scolpiti che potranno contribuire alla ricostruzione dell'aspetto originario dell'edificio.
Santuario e teatro formavano, così, un sistema monumentale nel quale religione, spettacolo e vita pubblica finivano per occupare spazi strettamente connessi.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com


mercoledì 19 agosto 2026

Sicilia, interessanti scoperte sull'Akragas (Agrigento) cristiana

Agrigento, il pavimento musivo rinvenuto tra le rovine
dell'antica città (foto: finestresullarte.info)

Ad Agrigento si è conclusa l'undicesima campagna di scavi nel quartiere ellenistico-romano dell'antica città. Le indagini hanno restituito elementi utili a ricostruire l'evoluzione dell'antica Akragas, l'Agrigentum romana, tra l'Età tardo-antica e l'Alto Medioevo.
Le ricerche si sono concentrate nel quarto isolato dell'area archeologica del Parco della Valle dei Templi, nelle vicinanze di un vasto complesso termale, dove è tornato alla luce un edificio rimasto in uso per circa otto secoli, dal III secolo a.C. fino almeno al V secolo d.C., testimoniando la lunga continuità di vita del quartiere. L'analisi delle diverse pavimentazioni sovrapposte ha permesso di ricostruire le principali fasi di trasformazione dell'edificio.
Al più antico piano in calcarenite gialla è succeduto un pavimento in cocciopesto di età repubblicana, con tracce di colore rosso, mentre l'ultima fase è rappresentata da un raffinato mosaico geometrico policromo risalente all'età tardoantica.
La scoperta più significativa riguarda alcuni elementi che sembrano documentare la diffusione del cristianesimo in Sicilia tra il III ed il IV secolo d.C. All'interno di una vasca quadrangolare sono stati, infatti, rinvenuti monete, resti di piccoli animali riconducibili a probabili banchetti rituali e alcuni tappi di anfore. Su uno di questi è inciso il monogramma cristiano, dettaglio che suggerisce un possibile collegamento con il vicino luogo di culto ricavato, in epoca precedente, all'interno di una cisterna delle terme.
"Le ricerche degli ultimi anni stanno mettendo il luce una vera e propria città cristiana, con le sue articolazioni intorno agli edifici di culto, le sue necropoli e i suoi spazi rituali. - Ha affermato Maria Serena Rizzo, funzionaria archeologa del parco di Agrigento. - Più difficile riconoscere le tracce della nuova religione all'interno degli spazi abitativi".

Fonti:
finestresullarte.info
magazine.unibo.it


domenica 16 agosto 2026

Roma, il Tevere rivela i resti del Ponte Neroniano

Roma, i resti del ponte neroniano emerso grazie alla secca
del Tevere (Foto: archeomedia.net)

Il livello straordinariamente basso del fiume Tevere, nel cuore di Roma, ha rivelato, in questi giorni, nei pressi del Vaticano, i resti dell'antico ponte romano databile probabilmente al regno dell'imperatore Nerone (54-68 d.C.).
La costruzione, posta nei pressi di Castel Sant'Angelo, consentiva alla Via Triumphalis (l'antica strada consolare che collegava Roma a Veio) di attraversare il fiume, collegando Roma all'area del Vaticano.
Il ponte, realizzato nel I secolo d.C., collegava il Campo Marzio con l'Ager Vaticanus, dove si trovavano le proprietà dell'imperatore Nerone, compresa la villa della madre Agrippina, il circo di Caligola e la via Cornelia, che passava davanti a Castel Sant'Angelo.
Alla metà del Settecento i resti dei piloni, che emergevano dall'acqua, erano più evidenti e venivano impiegati per ormeggiare i mulini natanti che azionavano le loro macine sfruttando la corrente del Tevere incanalata dai piloni. Alla fine del XIX secolo i piloni furono demoliti per rendere più navigale il fiume e negli scavi dei primi del Novecento, intrapresi per realizzare il ponte Vittorio Emanuele II, vennero trovate le puntazze in ferro e le travi in legno conficcate ancora nel letto del fiume.
Non si conosce l'epoca della distruzione e, forse, andò in disuso in occasione della costruzione delle mura aureliane, nelle quali sembra mancare una porta in corrispondenza del ponte, anche a causa della vicinanza del ponte Elio. Non doveva più essere utilizzabile nel VI secolo d.C., all'epoca della guerra gotica. Il Ponte Neroniano avrebbe dovuto essere ricostruito per Giulio II della Rovere con il nome di ponte Giuliano per collegare via della Lungara con la via Giulia, sulla riva opposta, ma il progetto rimase irrealizzato. 

Fonti:
archeomedia.net
Wikipedia


Kainua ed i suoi segreti, torna alla luce un pozzetto votivo a Marzabotto

Marzabotto, una delle statuine rinvenute nel pozzo
(Foto: archeomedia.net

Statuette in bronzo, un rarissimo piatto in bronzo, che conserva ancora l'originario colore lucente del metallo, e offerte votive sono i principali reperti emersi dalla campagna di scavo che interessato un antico pozzo rituale nell'area sacra di Kainua, l'antica città etrusca i cui resti si conservano nel territorio di Marzabotto, in provincia di Bologna. 
Gli oggetti rinvenuti sul fondo del pozzo sembrano essere frutto di una deposizione rituale legata alla fondazione della struttura, che è stata datata tra la fine del VI ed i primi decenni del V secolo a.C., in concomitanza con la nascita della città di Kainua. A testimonianza della fase finale di utilizzo del pozzo, con la conseguente chiusura, sono due scheletri umani, che sembrano segnare il momento dell'abbandono e della chiusura della struttura.
Il pozzo si trova nell'area sacra urbana di Kainua e conferma come questa struttura non fosse destinata solo all'approvvigionamento idrico, ma avesse anche una funzione rituale legata sia alla fondazione della città che al culto dell'acqua.
L'area non è nuova a ritrovamenti di particolare rilievo, come dimostrano i due monumentali templi le cui iscrizioni etrusche sono state attribuite alla principale coppia divina del pantheon etrusco: Tinia (corrispondente a Zeus) e la sua consorte Uni (assimilata ad Hera). Nell'area dedicata ad Uni è documentato, inoltre, il culto di Vei, divinità assimilabile a Demetra, protettrice della fertilità agraria ed umana.
La campagna di scavo è stata condotta dal Museo Nazionale Etrusco di Marzabotto e dall'Università di Bologna, nell'ambito di una collaborazione istituzionale.
L'esistenza della città è nota fin dal 1551, quando frate Leandro Alberti, nel suo Descrittione di tutta Italia, ipotizza la presenza di una città antica sulla base del ritrovamento di alcune rovine di edifici, mosaici e monete. Il sito, malgrado sia andato in parte perduto a causa dell'erosione della marna dovuta al vicino fiume Reno, rimane unico nel suo genere poiché ha perfettamente conservato le tracce della sua planimetria, a pianta ottagonale di stampo coloniale.

Fonti:
archeomedia.net
Wikipedia

sabato 11 luglio 2026

Spagna, scoperto un interessantissimo carro votivo in bronzo

Spagna, il carro votivo in bronzo
(Foto: CSCIC Comunicaciòn)

Nel sito archeologico di Casas del Turunelo, nella provincia di Badjoz, in Spagna, è stato rinvenuto un carro votivo in bronzo di grande complessità decorativa ed iconografica, ritenuto un esemplare senza confronti noti nella penisola iberica. Il reperto è stato individuato all'interno di un passaggio di un edificio a carattere rituale, un'area oggetto già di precedenti scoperte, tra le quali un altare con forma di pelle di toro.
Il carro, databile al V secolo a.C. e riferibile all'ambito culturale di Tartesso, si conserva in forma parziale: è stata recuperata circa la metà del manufatto, con due ruote e parte della cassa principale. Nonostante l'incompletezza, lo stato di conservazione consente la lettura di un apparato decorativo articolato e di una tecnologia costruttiva basata sull'assemblaggio di più elementi in bronzo, uniti mediante componenti in ferro.
Tra le figure rappresentate compare una divinità fluviale identificata come Acheloo, figura diffusa nei contesti greci ed etruschi, affiancata da due grifi collocati agli estremi della struttura. Sono presenti, inoltre, due figure maschili di tipo atlante con funzione di sostegno della cassa del carro. L'insieme iconografico rimanda ad un programma simbolico complesso, collegato a contesti rituali e votivi.
Secondo gli studiosi, non esistono attualmente confronti diretti nella penisola iberica. Alcuni elementi trovano analogie parziali nell'ambito etrusco, ma nessun esemplare noto presenta la stessa combinazione di soluzioni decorative e costruttive. Dopo una prima fase di pulizia e documentazione, il reperto sarà sottoposto ad ulteriori analisi specialistiche finalizzate a chiarirne la funzione, cronologia e significato all'interno del contesto del sito.
La campagna di scavo ha interessato i settori nord e sud del tumulo che copre il complesso archeologico, una struttura del diametro di circa 90 metri ed alta sei metri, sotto la quale l'edificio venne sigillato intenzionalmente alla fine del V secolo a.C.
Le indagini si sono concentrate anche nell'area della stanza H-100, un ambiente di circa 70 metri quadrati, il più ampio finora portato alla luce. Nel settore nord sono stati recuperati due bracieri e un calderone in bronzo, elementi che confermano la ricchezza materiale del contesto. La quantità di ceramica rinvenuta nel corso della campagna risulta tuttavia inferiore rispetto alle stagioni precedenti.

Fonte:
finestresullarte.info


Egitto, importanti ritrovamenti a Marina Alamein

Egitto, il sito di Marina Alamein (Foto: Ministero
del Turismo e delle Antichità Egiziano)

Il Ministero del Turismo e delle Antichità dell'Egitto ha annunciato il ritrovamento di 18 nuove sepolture e di un ricco corredo funerario che contribuisce a ridefinire il ruolo storico di Marina Alamein, antico crocevia tra la civiltà egizia ed il mondo ellenistico.
Le nuove scoperte sono emerse durante una campagna di scavo condotta dalla missione archeologica egiziana e portano a 44 il numero complessivo di sepolture individuate nel sito dalla sua scoperta, avvenuta nel 1986 durante lavori edilizi. Situata a circa 100 chilometri ad ovest di Alessandria, la città è identificabile con l'antica Leukaspis, citata dal geografo greco Strabone, e conobbe il suo massimo splendore tra il I ed il III secolo d.C.
Tra i ritrovamenti più significativi figurano undici ipogei scavati nella roccia, profondi fino ad otto metri e sette tombe in pietra calcarea, alcune delle quali ancora sigillate con le lastre originali. Di particolare rilievo un sarcofago in granito lungo 2,5 metri, rinvenuto intatto con il coperchio ancora in posizione, al cui interno sono stati recuperati resti umani ora sottoposti ad analisi scientifiche.
Gli archeologi hanno inoltre recuperato vasi in ceramica, altari, bacili, elementi architettonici, una statua in marmo di Afrodite, una stele funeraria con un personaggio maschile seduto che tiene in mano un uccello ed una statua in gesso del dio Arpocrate. Eccezionale anche il rinvenimento di 24 amuleti funerari d'oro, le cosiddette "lingue d'oro", collocate nella bocca dei defunti secondo una credenza che garantiva loro la parola nell'aldilà, insieme ad un amuleto raffigurante l'Occhio di Horus.
Le tipologie di sepoltura sono multiple, riflettendo una chiara stratificazione sociale della necropoli. Undici sono ipogei interamente scavati nella roccia, una di queste è il frutto di un adattamento di un pozzo idrico già esistente. Le altre sette sepolture erano costruite in superficie con blocchi di calcare. 

Fonte:
ilgiornaledellarte.com
Ministro del Turismo e delle Antichità
 


Ercolano, torna visitabile la Casa del Mobilio Bruciato

Ercolano, la casa del mobilio carbonizzato
(Foto: archeomedia.net)

E' tornata visitabile una delle domus più suggestive del Parco Archeologico di Pompei, restituita alla città grazie ad un complesso progetto di restauro.
Per quasi trent'anni la domus è stata chiusa ai visitatori, si tratta della Casa del Mobilio Carbonizzato, che ha restituito ad Ercolano uno dei suoi ambienti più intimi e toccanti.
Il nome di questa domus è dovuto al ritrovamento di un tavolino e di un letto con alta spalliera, che conservano ancora tracce di tessuto ed i resti della rete di corda a cui erano agganciate le doghe di legno. Si tratta di oggetti di vita quotidiana, sorpresi dall'eruzione e custoditi dal tempo, riportati alla luce tra il 1932 ed il 1933, durante la grande stagione di scavi condotta da Amedeo Maiuri, il grande archeologo che più di ogni altro ha restituito al mondo il volto dell'antica Ercolano.
La casa si affaccia sul cardo IV ed ha una superficie di 215 metri quadrati. L'atrio è senza impluvium, decorato con pitture in terzo stile, delle quali rimangono scarse tracce, mentre sono più visibili le decorazioni in gesso ed una serie di colonne poste lungo il perimetro superiore, che avevano la funzione di arieggiare ed illuminare l'ambiente.
L'impianto domestico di questa domus si è straordinariamente conservato: gli ambienti si dispongono intorno all'atrio ed al giardino sul fondo, dove un piccolo larario a forma di tempietto accoglieva le devozioni della famiglia. Al piano superiore, un loggiato con colonne che si affacciava sull'atrio già dalla prima fase costruttiva della casa.
Tra gli ambienti più preziosi, il triclinio, a destra dell'ingresso, conserva un pavimento a mosaico con un raffinato emblema marmoreo e decorazioni con nature morte. Il tablinio custodisce, a sua volta, un mosaico con inserto marmoreo e tracce dell'antico soffitto affrescato. E proprio sul fondo della casa, nel cosiddetto oecus Cyzicenus, aperto da una grande finestra sul giardino, vennero ritrovati gli arredi carbonizzati che hanno dato il nome a questa domus: un tavolino ed un letto.
La riapertura della Casa del Mobilio Carbonizzato è il frutto di un percorso di restauro avviato più di dieci anni fa, quando furono eseguite le prime opere urgenti di ricostruzione delle coperture e di messa in sicurezza delle superfici decorate. Gli interventi più recenti hanno dato priorità ad alcune criticità rimaste irisolte, come la ricostruzione di alcuni solai lignei, la sostituzione di architravi compromessi, il consolidamento ed il restauro completo delle colonne che affacciano nell'atrio collocate al primo piano, sopra la copertura del tablinio.

Fonte:
Parco Archeologico di Ercolano
Wikipedia

lunedì 25 maggio 2026

Pompei, l'ultimo respiro di un medico

Pompei, alcuni dei calchi delle vittime
(Foto: archeomedia.net)

A Pompei, a distanza di sessant'ani dallo scavo dell'Orto dei Fuggiaschi, una nuova scoperta consente di dare un'identità professionale ad una delle vittime dell'eruzione del Vesuvio del 79 d.C.: era probabilmente un medico, colto dalla tragedia mentre tentava la fuga portando con sé alcuni strumenti del mestiere.
La svolta è arrivata dallo studio di un piccolo astuccio rimasto nascosto all'interno del gesso di un calco umano, rinvenuto durante le indagini dirette da Amedeo Maiuri nel 1961. In quell'area, allora occupata da un vigneto, furono individuati i calchi di quattordici persone sorprese dalla nube piroclastica nel disperato tentativo di mettersi in salvo.
Le recenti analisi sui materiali conservati nei depositi del Parco Archeologico di Pompei hanno riportato alla luce un corredo personale di eccezionale interesse: una piccola cassettina in materiale organico con elementi metallici, una borsa in tessuto con monete in bronzo ed argento ed una serie di strumenti compatibili con un set medico. Le indagini diagnostiche, condotte tramite radiografie e tomografie presso la Casa di Cura Maria Rosaria di Pompei, hanno rivelato all'interno dell'astuccio una lastrina in ardesia - utilizzata per la preparazione di sostanze medicali o cosmetiche - e piccoli strumenti metallici interpretabili come utensili chirurgici. Questi elementi consento di avanzare l'ipotesi che la vittima fosse un medicus, fornendo un raro e prezioso indizio sulla professione esercitata.

Fonte:
Parco Archeologico di Pompei


sabato 11 aprile 2026

Bacoli, la villa di Dolabella strappata alla camorra

Bacoli, i resti della villa di Publio Cornelio Dolabella
(Foto: profilo FB di Josi Gerardo Della Ragione)

A Bacoli è stata resa visibile al pubblico una villa marittima di epoca romana emersa nell'area di Villa Ferretti. Il complesso, attribuito al politico e militare Publio Cornelio Dolabella, genero di Marco Tullio Cicerone e figura di rilievo nell'età cesariana, si colloca nel contesto archeologico dell'antica Baia. Si tratta della prima villa marittima romana individuata all'interno di un bene confiscato alla camorra.
Il complesso si articola su più terrazze e si inserisce nel sistema monumentale dell'antica Baia, città costiera oggi in parte sommersa nei fondali del golfo. Le indagini archeologiche, comprese le ricerche subacquee, hanno consentito di individuare ulteriori livelli del complesso che risultano attualmente sommersi e di ampliare la conoscenza dell'organizzazione architettonica della villa.
Le evidenze superstiti delineano la presenza di un vasto complesso monumentale, scenograficamente rivolto verso il mare, la cui linea di costa doveva essere allora notevolmente avanzata rispetto a quanto non appaia oggi, a causa dei fenomeni bradisismici. Probabilmente si tratta di una villa d'otium di grandi proporzioni, con una parte forse destinata ad attività produttive.
Ciascun livello è caratterizzato dalla presenza di una sequenza di ambienti paralleli, alcuni dei quali con soffitti voltati, destinati al soggiorno, altri collegati all'utilizzo di riserve d'acqua, immagazzinate in cisterne. La villa si estende su un fronte lineare di oltre 120 metri e digrada per oltre 100 metri verso il mare aperto, fino a 6 metri al di sotto dell'attuale livello del mare.
Publio Cornelio Dolabella nacque intorno all'85 a.C. in una delle più antiche e prestigiose famiglie patrizie di Roma, la gens Cornelia. Le fonti lo descrivono come incline agli eccessi, gravato di debiti e protagonista di una vita pubblica spesso spregiudicata. Per sottrarsi ai creditori adottò una strategia non insolita nella tarda Repubblica: si fece adottare da una famiglia plebea, mutando formalmente status sociale per poter accedere al tribunato della plebe, magistratura preclusa ai patrizi.
Il suo nome si lega in modo diretto a quello di Marco Tullio Cicerone, di cui sposò la figlia Tullia nel 50 a.C. Il matrimonio, però, si rivelò infelice e si concluse con il divorzio pochi anni dopo, segnato successivamente anche dalla morte prematura della giovane.
Durante la guerra civile tra Giulio Cesare e Pompeo, Dolabella si schierò con Cesare e venne ricompensato con incarichi e favori, ma sua carriera rimase segnata da comportamenti controversi. Nel 44 a.C., anno della morte di Cesare, ottenne il consolato, se pure in circostanze politicamente turbolente - e si trovò coinvolto nelle complesse dinamiche del potere post-cesariano.
Dopo la morte di Cesare, Dolabella ottenne il governo della Siria. Qui la sua azione politica e militare fu particolarmente dura: si rese responsabile del saccheggio di diverse città e della repressione violenta di oppositori, tra i quali il filosofo stoico Publio Clodio Pulcro e altri esponenti delle fazioni avverse. La sua condotta gli alienò molti consensi ed attirò l'ostilità del Senato.
Nel 43 a.C. Dolabella fu assediato nella città di Laodicea, in Siria. Di fronte alla sconfitta imminente, scelse il suicidio, secondo un modello di comportamento coerente con l'etica aristocratica romana in situazioni di disonore o cattura.
Il nome "Dolabella" è un cognomen, vale a dire un soprannome ereditario all'interno della gens Cornelia. Deriva dal termine latino "dolabra", che indicava una sorta di piccone o ascia da lavoro, strumento utilizzato sia in ambito agricolo che militare. Il suffisso diminutivo -ella suggerisce un significato letterale di "piccola ascia" o "piccone leggero".
Come molti cognomina romani, anche "Dolabella" nacque probabilmente come soprannome riferito ad una caratteristica fisica, a un'attività o ad un episodio legato ad un antenato. Nel tempo il termine perse il suo valore descrittivo originario per diventare un segno distintivo di un ramo familiare.

Fonti:
finestresullarte.info
sabapmetropolitanana.cultura.gov.it
stilearte.it 

sabato 4 aprile 2026

Saepinum, riemergono le evidenze di una domus imperiale

Il parco archeologico di Sepino (Foto: Ministero della
Cultura)

Una nuova fase di indagini archeologiche nel sito di Saepinum, nell'area di Altilia, in provincia di Campobasso, restituisce un quadro più articolato dell'evoluzione urbana della città antica. Le ricerche, condotte tra il 2023 ed il 2025 grazie anche ai finanziamenti del Ministero della Cultura, hanno portato alla luce strutture e materiali che contribuiscono a ridefinire la storia del centro molisano.
Uno dei risultati più importanti riguarda il settore urbano di Porta Bojano, già oggetto di indagini sistematiche negli anni Cinquanta sotto la direzione del soprintendente Valerio Cianfarani. Le nuove campagne di scavo hanno consentito di riaprire lo studio dell'area, riportando alla luce una domus di notevole rilievo, caratterizzata da un ingresso monumentale affacciato sul decumano, una delle principali arterie della città romana, orientata in senso est-ovest.
L'edificio presenta un articolato palinsesto architettonico che documenta una lunga continuità di frequentazione, dalla prima età imperiale fino al VI secolo d.C. La complessità delle strutture e l'estensione della domus, che supera i limiti dell'area attualmente indagata, confermano le dimensioni monumentali già ipotizzate attraverso precedenti indagini geofisiche.
Le evidenze materiali permettono di ricostruire le diverse fasi di vita del complesso. Le testimonianze più antiche, riconducibili all'età augustea e tiberiana, comprendono antefisse architettoniche e ceramiche che indicano un elevato livello qualitativo della residenza già nel I secolo d.C. Nei secoli successivi, fino al III secolo d.C., la presenza di ceramiche comuni e sigillate africane d'importazione segnala l'inserimento di Saepinum nei circuiti commerciali del Mediterraneo. Nella tarda antichità, tra il IV ed il VI secolo d.C., si registra, invece, una trasformazione funzionale degli ambienti, destinati ad attività produttive o di stoccaggio.
Tra i rinvenimenti si annoverano lucerne in terracotta, un raro bruciaprofumi, contenitori ceramici di piccole dimensioni ed oggetti personali in bronzo, tra i quali anelli ed una chiave di scrigno. A questi si affianca il recupero di un grande contenitore in piombo appartenente ad un sistema domestico per il riscaldamento dell'acqua. Il recipiente, di forma cilindrica, è decorato in rilievo con motivi solari stilizzati e teste di Gorgone, e costituisce una testimonianza delle tecnologie idrauliche adottate nelle residenze di alto livello del mondo romano, anche alla luce dei frammenti di tubature e valvole rinvenuti nello stesso contesto.
La campagna del 2025 ha arricchito il quadro con il recupero di frammenti architettonici in marmo e di un'iscrizione onoraria datata al 139 d.C., durante il regno dell'imperatore Antonino Pio. L'epigrafe documenta un intervento diretto della casa imperiale nella città confermando il rapporto privilegiato tra Saepinum e l'amministrazione centrale dell'Impero.
Il cardo, asse viario principale orientato in senso nord-sud, è stato oggetto di un'analisi stratigrafica che ha consentito di documentarne la continuità d'uso anche nelle fasi successive alla fine dell'età antica. Tra i rinvenimenti più notevoli figura un tesoretto di monete databile al V secolo d.C., individuato in un livello riferibile alla fase di occupazione bizantina della città.

Fonte:
finestresullarte.info 


domenica 8 marzo 2026

Egitto, il deposito dei sarcofagi dei Cantori di Amon

Egitto, i sarcofagi dei "Cantori di Amon"
(Foto: Ministero del Turismo e delle Antichità)

Nel settore sudoccidentale del cortile della tomba di Seneb, nell'area di Qurna, sulla riva occidentale di Luxor, in Egitto, una missione archeologica egiziana congiunta tra il Consiglio Supremo delle Antichità e la Fondazione Zahi Hawass per le Antichità ed il Patrimonio ha individuato un deposito di sarcofagi lignei dipinti contenti mummie, insieme ad un gruppo di rari papiri databili al Terzo Periodo Intermedio (1070/1069 - 712 a.C.).
Secondo quanto comunicato dal ministro del Turismo e delle Antichità, Sherif Fathy, la scoperta si inserisce nel quadro delle recenti attività di ricerca sostenute dallo Stato egiziano nell'ambito di una strategia di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale.
Le indagini hanno portato alla luce una camera rettangolare scavata nella roccia, utilizzata come deposito funerario. All'interno sono stati trovati 22 sarcofagi lignei policromi disposti su più livelli. L'organizzazione interna del deposito evidenzia un preciso sfruttamento dello spazio: i sarcofagi erano collocati in dieci file orizzontali sovrapposte, con i coperchi separati dalle casse per ottimizzare la capienza dell'ambiente. Accanto ai sarcofagi, la missione ha recuperato un gruppo di vasi in ceramica, ritenuti funzionali alla conservazione dei residui dei materiali impiegati durante il processo di imbalsamazione.
La maggior parte dei sarcofagi riporta titoli professionali invece dei nomi personali. L'appellativo più ricorrente è quello di "cantore di Amon", elemento che apre prospettive di ricerca sulla classe dei musicisti e dei cantori attivi nel culto del dio Amon durante il Terzo Periodo Intermedio. Le condizioni conservative dei manufatti lignei hanno reso necessario un intervento immediato del team di restauro della missione. Le operazioni hanno incluso il consolidamento delle fibre lignee compromesse, il trattamento delle superfici in rivestimento policromo interessate da distacchi ed un'accurata pulitura meccanica per rimuovere i depositi superficiali senza alterare la vivacità dei colori originari. Il supervisore della missione, Afifi Rahim, ha attribuito il deposito alle Dinastie XXI-XXV. Nonostante l'assenza di nomi personali, le mummie risultano ancora all'interno dei rispettivi sarcofagi.
Particolare rilievo assume il ritrovamento di otto papiri, rinvenuti all'interno di un grande vaso in terracotta. Alcuni esemplari conservano ancora il sigillo originario in argilla. I documenti presentano dimensioni differenti e saranno oggetto di interventi di restauro e di successive operazioni di traduzione e studio.

Fonte:
finestresullarte.info
 


Un contratto matrimoniale nell'Egitto romano: Chaeremonis e Dionysapollodorus

Egitto, gli sposi Tjay e Naya (1550-1295 a.C.)
(Foto: Tiziana Giuliani)

Il matrimonio, in Egitto, era un accordo privato, solitamente monogamico, basato sul reciproco consenso. Non veniva celebrato ricorrendo a cerimonie ufficiali o alla presenza di autorità religiose o civili. La festa di matrimonio era molto semplice e privata. 
La sposa era accompagnata, in corteo, a casa del suo sposo. Il contratto di matrimonio, perché di tale trattasi, era stipulato dai rispettivi padri, dal momento che nell'antico Egitto la donna era tutelata e godeva di notevoli diritto tra i quali, dal carattere estremamente moderno, quelli di gestire il suo patrimonio, di divorziare e di disporre il proprio testamento.
Gli archeologi sono in possesso di un documento prezioso, a questo proposito: il contratto di matrimonio di Chaeremonis e Dionysapollodorus, due sposi del periodo romano entrambi originari di Ossirinco.
Dal testo sembra che i due giovani, al momento della redazione del contratto matrimoniale, convivessero. Si sa per certo, comunque, che tra il 157 ed il 158 d.C. i rispettivi genitori si sono incontrati e che il padre della sposa ha redatto su papiro il contratto di matrimonio, stipulato in greco e contenente le condizioni e l'elenco degli oggetti che la giovane Chaeremonis avrebbe ricevuto in dote.
Nell'antico Egitto la dote era l'insieme dei beni che il padre della sposa donava a sua figlia per affrontare la nuova vita. Questi beni venivano messi a disposizione della nuova famiglia della sposa, anche se la sposa ne restava la esclusiva proprietaria.
Ossirinco, patria dei due sposi, si trovava nel XIX nomo dell'Alto Egitto. Da qui proviene un'enorme collezione di documenti e testi su papiro di epoca greco-romana, rinvenuti tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo in un'antica discarica. Le particolari condizioni climatiche ed ambientali della zona, l'assenza di inondazioni, il clima secco e ventoso, hanno permesso la straordinaria conservazione dei papiri che sono un tesoro prezioso di informazioni. Si tratta di documenti pubblici e privati, editti, registri, inventari, atti di compravendita, lettere, contratti di varia natura, opere letterarie redatti in greco e latino tra il I ed il VI secolo d.C.
Il papiro contenente il contratto matrimoniale di Chaeremonis e Dionysapollodorus, quantunque piuttosto lacunoso, informa i moderni studiosi sulle pratiche matrimoniali nell'Egitto romano al tempo dell'imperatore Antonino Pio.
Il testo conserva i dettagli della dote fornita a Chaeremonis dai suoi genitori: gioielli in oro e argento, un mantello, vesti, una statuetta di Afrodite, vari oggetti per la casa, uno specchio ed un cofanetto ligneo per unguenti. Si tratta di oggetti di utilità giornaliera ma anche di simboli di sicurezza, prestigio, fertilità e cura personale. Nel prezioso documento vengono menzionati anche beni immobili: un cortile ed un vigneto destinati alla vita comune della coppia oltre alla casa familiare ed un terreno che la sposa erediterà alla morte dei genitori.
Il contratto matrimoniale ha clausole molto precise e rigorose: il marito non poteva ipotecare, vendere o trarre profitto dai beni della sposa senza il consenso di quest'ultima, segno di una partecipazione giuridica femminile all'interno del matrimonio. Inoltre, in caso di separazione senza figli, la dote sarebbe stata restituita immediatamente a Chaeremonis, a salvaguardia del patrimonio familiare. Una clausola che indica quanto i beni femminili fossero fondamentali per proteggere la stabilità economica della donna.
Il contratto di matrimonio tra Chaeremonis e Dionysapollodorus è conservato presso la Oxford University, Papyrology Rooms, Art, Archaeology and Ancient World Library dalla Egypt Exploration Society. Nello stesso luogo si trovano conservati la maggior parte dei papiri trovati ad Ossirinco.

Fonte:
mediterraneoantico.it

domenica 22 febbraio 2026

Egitto, riemergono i resti del tempio del faraone Apries, figlio di Psammetico II

Egitto, la scoperta dei resti del tempio del
faraone Apries (Foto: Ministero del Turismo
e delle Antichità)

Una missione archeologica congiunta egiziano-cinese, coordinata dal Consiglio Supremo delle Antichità, dall'Università di Pechino e dall'Istituto di Patrimonio Culturale e Archeologia dello Shandong, ha portato alla luce un edificio costruito in calcare a Mit Rahina, nel governatorato di Giza. L'elemento scoperto è ritenuto parte dei resti del tempio del faraone Apries, figlio di Psammetico II, sovrano della XXVI Dinastia, già oggetto di precedenti campagne di scavo presso il sito di Tel Aziz, nella parte orientale della zona.
Secondo quanto dichiarato da Sharif Fathi, Ministro del Turismo e delle Antichità, il ritrovamento rappresenta un contributo importante alle ricerche archeologiche in corso a Mit Rahina, permettendo di approfondire la conoscenza di uno dei principali siti collegati alla storia antica della città.
Lo scavo ha, inoltre, permesso di individuare cinque sfingi acefale, blocchi e lastre di pietra incisi con geroglifici dedicati al dio Ptah e cartigli di Apries, oltre ad una varietà di reperti come vasi in terracotta e vetro e monete di rame.
La città di Menfi, situata alla confluenza tra il Nilo ed il suo delta, tra il deserto orientale e quello occidentale, rappresenta una delle capitali più antiche dell'Egitto, centro di attività amministrative, economiche e religiose per quasi tremila anni.
Hisham El-Leithy, Segretario Generale del Consiglio Supremo delle Antichità, ha spiegato che questa scoperta contribuisce notevolmente ad una migliore comprensione della pianificazione urbana dell'antica città di Menfi, nonché delle sue pratiche religiose durante il periodo che va dalla XXVI Dinastia ai giorni nostri, dal Periodo Tardo all'epoca greco-romana. Ha aggiunto che gli studi iniziali condotti sui resti indicano che la parte meridionale di Tell Aziz faceva parte del cuore di Menfi e che il tempio rimase in uso fino all'epoca romana.

Fonti:
finestresullarte.info
ansa.it
 


lunedì 16 febbraio 2026

Tunisia, riemergono i tesori di Numluli, città romana e bizantina

Tunisia, Henchir Matriya, la statua ritrovata
(Foto: Institut National du Patrimoine)

A Henchir Matriya, corrispondente all'antica città romana di Numluli, situata nel governatorato di Béja, in Tunisia, un team multidisciplinare italo-tunisino sta conducendo scavi archeologici nell'ambito di una collaborazione tra l'Institut National du Patrimoine e l'Università di Sassari.
Le ricerche si concentrano sull'area della piazza pubblica, il foro, e sulla chiesa bizantina del sito. I lavori hanno di recente portato alla luce numerosi reperti, tra i quali capitelli e colonne romane appartenenti al Tempio Capitolino, statue di divinità romane con tracce di policromia, candelabri e mosaici bizantini. Lo studio dei reperti e delle strutture emerse offre nuovi elementi per comprendere l'evoluzione urbana e religiosa di Numluli durante le epoche romana e bizantina.
La presenza di statue di divinità romane, ancora in fase di studio, rafforza l'ipotesi di un complesso cultuale di rilievo inserito in un tessuto urbano strutturato e coerente.
Accanto alla dimensione religiosa di età imperiale, emerge quella tardoantica. La basilica bizantina ed i mosaici rinvenuti testimoniano la continuità di vita del centro anche dopo la riconquista dell'Africa da parte dell'Impero Romano d'Oriente nel VI secolo. In questo periodo la basilica - edificio rettangolare a navate, destinato al culto cristiano - sostituisce progressivamente i templi pagani come fulcro spirituale della comunità. I mosaici, realizzati con tessere litiche e talvolta vitree, rappresentano non solo un patrimonio artistico, ma anche una fonte documentaria per la comprensione delle trasformazioni religiose e sociali.
Numluli si inserisce in una regione che, già in età punica, era caratterizzata da insediamenti agricoli e reti commerciali legate a Cartagine. Dopo la distruzione della metropoli punica nel 146 a.C., Roma riorganizzò il territorio valorizzandone la straordinaria fertilità. Béja - identificata con l'antica Vaga - divenne un centro strategico noto per la produzione cerealicola. L'area riforniva Roma di grano, contribuendo in modo determinante all'annona, il sistema di approvvigionamento pubblico della capitale.
Numluli appare come una città di medie dimensioni ma dotata di un impianto monumentale completo: oltre al foro e al Campidoglio, il sito conserva due complessi termali, un martyrium (edificio destinato al culto dei martiri cristiani) e strutture urbane ancora in parte da esplorare. Le terme, articolate in ambienti riscaldati come il calidarium ed il tepidarium, non erano solo spazi per l'igiene, ma luoghi di socialità e rappresentazione civica.

Fonti:
finestresullarte.info
stilearte.it

mercoledì 4 febbraio 2026

Egitto: nuove, interessanti, scoperte a Karnak

Egitto, le rovine del tempio di Montu a Medamud,
nei pressi di Luxor (Foto: Wikimedia Commons)

Nel complesso templare di Karnak a Luxor, in Egitto, una missione archeologica congiunta tra Cina ed Egitto, ha portato alla luce una serie di nuove evidenze che contribuiscono a ridefinire la conoscenza dell'area del tempio di Montu.
Tra i risultati più rilevanti figura la scoperta di un lago sacro finora ignoto, individuato all'interno del recinto del tempio, ad ovest del tempio di Maat. La struttura, estesa per oltre 50 metri quadrati, si presenta come un bacino artificiale antico ben conservato e caratterizzato da una costruzione articolata.
Il lago sacro è stato interpretato come uno spazio rituale dedicato alla dea Maat, divinità associata ai principi di verità, giustizia ed equilibrio cosmico. La collocazione all'interno del recinto del tempio di Montu e la prossimità con il tempio di Maat suggeriscono un rapporto funzionale e simbolico tra le strutture, inserite in un vasto sistema cerimoniale. Dal punto di vista architettonico il bacino presenta un ingresso realizzato in mattoni crudi, blocchi di arenaria riutilizzati ed una scalinata in arenaria lungo il lato orientale.
Le parti superiori delle pareti, in particolare quella meridionale, risultano rinforzate con una combinazione di mattoni rossi, mattoni crudi e blocchi di arenaria, indice di interventi di consolidamento o di fasi costruttive successive. Di particolare interesse è la presenza, integrata nella scalinata, di un blocco in arenaria che sembra provenire dall'antico portale del tempio di Maat, databile alla XXV Dinastia. Tal portale sarebbe stato successivamente sostituito da una nuova struttura in arenaria nel corso della XXX Dinastia, a testimonianza di un riuso sistematico dei materiali all'interno del complesso
La scoperta assume un rilievo ulteriore considerando l'assetto complessivo dell'area: il nuovo bacino è stato identificato come il lago sacro meridionale, in quanto affiancato da un secondo lago sacro situato più a nord, entrambi collocati all'interno delle mura del recinto di Karnak. La presenza di due laghi sacri disposti uno accanto all'altro rappresenta una configurazione inusuale, che apre nuove prospettive interpretative sulle pratiche rituali e sull'organizzazione spaziale del complesso.
Nel corso degli scavi, il team ha inoltre rinvenuto decine di mandibole di bovino, oltre a blocchi architettonici riutilizzati recanti riferimenti a sovrani e alla Divina Adoratrice di Amon, figura sacerdotale di grande rilievo nel periodo tardo, compreso tra il 747 e il 332 a.C. I materiali forniscono elementi utili per la ricostruzione del contesto culturale e saranno fondamentali per stabilire con maggiore precisione la fase iniziale di costruzione del lago sacro.
Le indagini non si sono limitate all'area del lago ma hanno interessato anche un altro settore del sito noto come area della cappella osiriaca. Qui gli archeologi hanno individuato tre cappelle dedicate ad Osiride, una delle principali divinità del pantheon egizio, legata ai cigli agricoli, alla fertilità e all'aldilà. Le cappelle, destinate a funzioni rituali, erano accompagnate da numerose statuette raffiguranti il dio, di dimensioni e materiali differenti, oltre a frammenti associabili nuovamente alla Divina Adoratrice di Amon.

Fonte:
finestresullarte.info


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