sabato 27 febbraio 2010

Chi muore giace, chi è vivo, però, non si dà pace

Fino al 21 febbraio scorso è stato possibile visitare, a Castelfranco Emilia (Modena), una mostra dedicata allo studio archeologico ed antropologico di particolari tipi di sepolture: quelle che presentano dei rituali funerari non convenzionali. Tra i casi più significativi, vi sono 4 scheletri ritrovati durante i lavori per la realizzazione della nuova stazione dell'Alta Velocità a Bologna. Durante gli scavi sono stati anche posti in evidenza tre assi viari fiancheggiati da tombe, una fitta rete di canali e strutture insediative solo parzialmente scavate.
L'area più complessa della nuova stazione è costituita da 142 sepolture, delle quali 116 cremazioni e 26 inumazioni. Il periodo è il I-III secolo d.C.. Le sepolture erano poste in recinti funerari ed avevano stele con la fronte iscritta rivolta verso la strada. Una delle tombe era piuttosto isolata ed è stata datata al II secolo d.C.. L'inumato era un giovane del quale, però, non è stato possibile stabilire il sesso. Giaceva in posizione supina, con gli arti inferiori piuttosto ravvicinati, congiunti all'altezza delle ginocchia e delle caviglie, il che, probabilmente, è indizio di una qualche legatura. Gli arti superiori, poi, erano piegati sul petto e l'avambraccio destro era stato fissato al torace con dei chiodi. Altri tre chiodi erano stati conficcati nel cranio, all'altezza della cavità orbitaria destra. Probabilmente queste ed altre infissioni che il cadavere presenta nelle parti alte del corpo, sono state fatte post-mortem.
La tomba n. 109 conteneva i resti di una donna adulta, deposta supina, con il braccio destro disteso lungo il corpo e l'avambraccio sinistro posto sull'addome. Il cranio recava un grosso chiodo conficcato ed era reclinato in modo che il viso fosse rivolto in alto e la nuca arrivasse a toccare l'omero destro. La sepoltura conteneva molti chiodi in ferro e diversi oggetti di corredo: uno spillone di bronzo e frammenti di aghi e manufatti in osso, spezzati e riposti in un fascio accanto al cranio. Vicino alla tomba della donna sono state intercettate le sepolture di un neonato e di un infante.
Torture ed esecuzioni che richiedevano l'utilizzo di chiodi sono piuttosto frequenti nel mondo greco. Nell'isola di Delo sono stati ritrovati due scheletri femminili del II-I secolo a.C. accanto a diversi chiodi posti a livello degli arti inferiori e delle mani. Dallo studio delle ossa si è potuto accertare che i chiodi sono stati infitti nel corpo ancora vivo e che le defunte sopravvissero alle ferite riportate.
Ovviamente l'esempio più noto di infissione di chiodi è la crocifissione. Nè, però, la tortura nè tantomento la crocifissione possono applicarsi al ritrovamento di chiodi nelle sepolture bolognesi. La ritualità dei chiodi, che rappresentavano anche oggetti di corredo nelle necropoli dell'Emilia Romagna, era dettata da una necessità di protezione contro il ritorno dei defunti dall'aldilà.
Altre due tombe bolognesi presentano elementi rituali piuttosto particolari. La tomba n. 244, piuttosto isolata rispetto alle altre, contiene la metà inferiore del corpo di una giovane donna, morta presumibilmente all'età di 20 anni e deposta prona. Il corpo giaceva obliquo rispetto al fondo in cui era stato deposto. Il terreno di riempimento della tomba conteneva, sparsi, frammenti di ulne, coste, clavicole e mandibola. Il corredo era composto da una bottiglia fittile, una brocca in ceramica, un astragalo, una moneta in bronzo e tre balsamari, uno dei quali inserito in un foro circolare praticato nel bacino della giovane.
La sepoltura n. 161, invece, conteneva il corpo completto di un giovane, inumato con la testa rivolta ad est, gli omeri disposti lungo il corpo e gli avambracci ripiegati, il sinistro sotto il petto, il destro sotto il bacino. Forse il corpo era stato avvolto in un sudario o legato. Nel bacino è stato notato un foro circolare. Tra le ossa del bacino e quelle della cassa toracica si è recuperato un chiodo. Presso il cranio vi erano ben 45 ribattini in ferro, probabilmente chiodi per calzature. Forse si voleva impedire, ponendo le calzature accanto alla testa del defunto, che questi potesse deambulare.
Il mondo antico aveva una vera e propria enciclopedia di ritualità funerarie, da eseguirsi per impedire, soprattutto, che i morti potessero disturbare l'esistenza di coloro che erano rimasti in vita. Si riteneva, addirittura, che lo stesso cattivo odore emanato dai cadaveri fosse veicolo di morte, per cui, nei casi in cui era necessario esumare un corpo per "ucciderlo" definitivamente, veniva consigliato l'utilizzo di materiali o sostanze molto profumate che neutralizzassero il cattivo odore del cadavere. Quindi anche alcune delle tombe rinvenute a Bologna potrebbero essere state riaperte per effettuare dei rituali post-mortem sugli inumati, per assicurarsi che fossero definitivamente passati a miglior vita e non potessero tornare a minacciare i viventi.

Bentornate, Demetra e Kore!

Avevo riportato in questo post l'evento del ritorno delle dee a Morgantina. Questo luogo, in provincia di Enna, è soprannominato la "Pompei di Sicilia" e fu, un tempo, una città siculo-greca, nata come centro indigeno, ellenizzata tra la fine del VII e gli inizi del VI secolo a.C..
La città fu presa dal re dei Siculi Ducezio, alla metà del V secolo a.C. e ricostruita in epoca ellenistica grazie all'intervento di Siracusa. Scomparsa definitivamente nel I secolo a.C., non fu più ricostruita ed ha, pertanto, conservato il suo tessuto urbano.
Negli anni '50 del secolo scorso, gli archeologi hanno cominciato a riportare alla luce l'antica e dimenticata Morgantina che, oggi, ci restituisce un'immagine estremamente unitaria di una grande città ellenistica sorta al centro della Sicilia. Le sue strade sono regolari; le case ampie hanno mosaici pavimentali e pareti rivestite con intonaco dipinto. Una grande agorà a due livelli, compresa in grandi portici, mostra tracce di edifici pubblici e santuari urbani, di un teatro e di granai. Recentemente, poi, è stato riportato alla luce un edificio termale dalla tecnica costruttiva estremamente singolare, che anticipa le grandi soluzioni architettoniche della Siracusa ellenistica.
Tra la fine degli anni '70 e gli anni '80 del secolo scorso, Morgantina è stata depredata di alcuni dei suoi più preziosi tesori, finiti, attraverso il mercato dell'antiquariato, nelle collezioni di grandi musei americani.
All'inizio sono scomparsi dei frammenti di grandi statue in marmo (due teste con rispettive mani e piedi), raffiguranti le dee Demetra e Kore. Poi è stata la volta di un gruppo di quindici pezzi di vasellame da tavola in argento del III secolo a.C., acquistati dal Metropolitan Museum di New York. Nel 1988 appare, nel Paul Getty Museum di Malibu, una grande statua di divinità femminile che era stata trafugata dal santuario di Morgantina, un esempio eccezionale di scultura greca di fine V secolo a.C. raffigurante una divinità di cui si è ancora incerti sull'identità (si pensa ad Aphrodie, Demetra o Persephone).
Nel 2006 un protocollo d'intesa tra il Governo italiano, la Regione Siciliana ed i grandi musei americani, ha consentito il graduale rientro di questi preziosi tesori del patrimonio italiano e siciliano. Così, fino al 2011, si è aperta la "stagione delle dee", con appuntamenti estremamente interessanti per gli appassionati e gli studiosi dell'arte e della storia antiche. Da poco è stata inaugurata al Museo Archeologico di Aidone, in provincia di Enna, la mostra "Il ritorno delle dee. Gli acroliti di Morgantina". Nel corso di quest'anno sarà esposto, inoltre, il tesoro composto di pezzi d'argento che era stato anch'esso trafugato. Nel 2011, poi, rientrerà in Sicilia la grande dea. Il percorso trionfale di questi inestimabili reperti è stato accompagnato dalla riapertura, dopo un lungo restauro, della Villa romana del Casale a Piazza Armerina, che conserva dei mosaici unici al mondo.
Gli acroliti di Demetra e Kore sono statue eseguite con le estremità (teste, mani e piedi) realizzate in marmo, che in Sicilia, all'epoca, non era di facile reperimento. Queste estremità erano, poi, inserite in un corpo di terracotta o legno rivestito di stoffe. Gli acroliti di Morgantina sono datati, in genere, intorno al 530 a.C. e costituiscono il più antico esempio conosciuto di questa tecnica.

mercoledì 24 febbraio 2010

La città dimenticata


Pachacamac, poco lontano da Lima, in Perù, fu una città costruita con fini religiosi che si è sviluppata sulla sponda del fiume Lurin che sbocca nell'Oceano Pacifico. Qui, prima dell'arrivo degli Inca, vi era un antico insediamento in cui si onorava il dio Pachacamac, creatore supremo.
Gli edifici più antichi sembra risalgano al 650 d.C., la città possedeva templi, un convento per donne scelte (accllas) ed un oracolo così famoso che continuò ad essere consultato anche durante il periodo inca. Questi ultimi ingrandirono l'abitato ed aggiunsero altri templi che dedicarono alle loro divinità del Sole e della Luna.
Sicuramente la città possedeva una certa autonomia dal punto di vista economico, grazie soprattutto alle risorse ittiche del vicino oceano e per la sua posizione sulle rotte del commercio sudamericano, dove venivano scambiati tra loro prodotti dell'oceano e prodotti andini.
Finora gli scavi hanno permesso di recuperare 30.000 tombe.
Alcuni sistemi di canali, inoltre, drenavano le acque del fiume Lurin e le convogliavano in città, nei campi circostanti, nei bacini idrici e nelle fontane.
Quando arrivarono gli spagnoli, essi ribattezzarono il tempio di Pachacamac moschea, quando, in realtà, esso non era altro che un vasto complesso cerimoniale costituito da due edifici a forma di piramide. La piramide più antica fu definita Tempio Vecchio, la seconda Tempio Dipinto. Quest'ultimo, si suppone, fu costruito per ampliare le funzioni del primo tempio realizzato dalla cultura Lima, risalente all'800 d.C..
Il Tempio Vecchio ha una pianta apparentemente circolare ed è stato costruito sopra un monticello composto di migliaia di adobes cubici modellati a mano. Della cultura Lima che creò questa struttura, esistono esempi di notevoli piramidi in pieno centro cittadino. Nel Tempio Dipinto, forse, risiedeva un idolo piuttosto famoso. Al culmine della struttura è stato recuperata la porta fatta di tela e canne, con decorazione di conchiglie.
L'idolo, invece, venne scoperto da Alberto Gieseke nel 1938, durante i lavori realizzati al Tempio Dipinto. Ora il reperto è esposto al Museo del complesso archeologico. Esso è intagliato in legno di lucumo e, nella parte superiore, rappresenta un personaggio con due facce contrapposte. Su un lato i vestiti sembrano decorati con mais, sull'altro compaiono raffigurazioni zoomorfe. Sotto, invece, sono identificabili felini, serpenti e personaggi antropomorfi. Pachacamac è ricordato come il dio del fuoco, figlio del Sole. La leggenda racconta che all'inizio della vita, non vi erano ancora alimenti per la prima coppia umana, per cui l'uomo morì di fame. Intervenne il sole che fecondò la donna, ma Pachacamac, geloso, uccise il figlio che nacque dall'unione. Poi sotterrò l'infante e così nacquero gli alimenti essenziali. Pachacamac era un dio invisibile e le sue raffigurazioni sono assai rare. Si riteneva che i terremoti fossero segni del suo malumore.
Son ben 15 le piramidi a rampa identificate a Pachacamac, tutte o quasi prive di pitture parietali. Sembra che appartenessero, nel XVIII secolo, ad individui o gruppi sociali che avevano la particolare funzione di cappelle o santuari provinciali.
Un primo colpo alla ricchezza ed alla prosperità della città si ebbe quando l'ultimo re di Pachacamac, Atahualpa, permise il saccheggio del Tempio. Il sovrano inca, per salvarsi la vita, ottemperò a tutte le richieste poste da Pizarro, ossia riempire una stanza di oro. Gli spagnoli saccheggiarono il tempio, raschiando le pareti che erano ricoperte d'oro. L'idolo che rappresentava Pachacamac venne abbattuto e distrutto. La città entrò, così, nell'oblio.
Ultimamente gli archeologi hanno fatto un'importante scoperta nel sito dell'antica e dimenticata città. Hanno ritrovato i resti di 30 persone, tra le quali ben 19 mummie ancora intatte, risalenti ad un periodo compreso tra il 1000 ed il 1500. Non si è ancora stabilito a quali culture appartengano le mummie, ma è probabile siano state di coltivatori ed artigiani, che vissero prima dell'impero inca. Il cimitero, che ricopre un'area di 200 metri quadrati, si trova all'interno del complesso religioso del Pachacamac.

lunedì 22 febbraio 2010

San Claudio, Spello


La chiesa di San Claudio è appena fuori le mura di Spello, graziosa cittadina a 30 km da Perugia. Tutt'intorno la chiesa, vi sono tracce di frequentazione antichissime. Qui, probabilmente, infatti, si trovava il santuario federale degli Umbri e qui sorsero i più importanti edifici pubblici della città romana: terme, un tempio, il teatro e l'anfiteatro.
In quest'area, inoltre, proprio dietro l'attuale chiesa, si trovava anche una necropoli paleocristiana, utilizzata fin dal V secolo d.C.. La chiesa romanica di San Claudio è posta in posizione strategica per la viabilità antica. La prima citazione è in una bolla papale di Alessandro III, nel 1178, da cui risulta che la chiesa era possedimento dell'abbazia camaldolese di S. Silvestro di Collepino. La costruzione è databile al XII secolo ed è intitolata al protettore dei lapicidi e degli scalpellini. S. Claudio, proprio in virtù di questa dedica, fu frequentata da maestranze che si spostavano di città in città e che lavoravano alle cattedrali. Il santo al quale è intitolato l'edificio sacro, un tempo, era stato un tagliatore di pietra, vissuto nella Pannonia del III secolo d.C.. Egli si sarebbe rifiutato di scolpire la statua di Esculapio ed avrebbe, in tal modo, segnato il suo destino. Chiuso in una cassa di piombo, infatti, fu gettato in un fiume.
Nel tardo medioevo, la chiesa di S. Claudio fu meta di pellegrinaggio anche per coloro che, dopo la morte di Francesco d'Assisi, si recavano sulla tomba del santo. Il 28 novembre 1392 il papa stabilì che chiunque si fosse recato in visita alla chiesa di S. Claudio nell'ultima domenica di agosto, per la ricorrenza della decollazione di S. Giovanni, avrebbe ricevuto il perdono dei suoi peccati. Questo documento è oggi conservato nell'archivio storico di Spello. La chiesa di S. Claudio divenne, pertanto, una meta di pellegrinaggio frequentatissima, al punto che vi si svolgevano anche delle fiere note in tutta l'Umbria. Si trattava soprattutto di fiere del bestiame, lo confermano tracce, tuttora visibili di due strutture rettangolari che affiancano l'edificio religioso, costruite per riparare gli animali.
Tra i vari appuntamenti fieristici, uno è sopravvissuto fino ai nostri giorni: la "fiera delle fantelle", che si svolge l'8 novembre lungo le vie del borgo medioevale di Spello. Le fantelle erano, probabilmente, delle fanciulle che, in occasione della fiera, vendevano i loro prodotti e speravano di incontrare un uomo da sposare. La data, l'8 di novembre, non è casuale. Sfogliando il calendario, in questo giorno, sesto prima delle idi di novembre, S. Claudio fu ucciso al tempo dell'imperatore Diocleziano.
L'esterno della chiesa è assai semplice, la facciata è in pietra bianca calcarea e reca un prezioso rosone. Due bifore sovrastano il portale. L'interno è quasi privo di luce. Le tre navate della chiesa sono asimmetriche e gli archi che le dividono sono sorretti da colonne a destra e pilastri a sinistra. La maggior parte degli affreschi che decorano l'interno furono eseguiti tra il XIV e gli inizi del XV secolo. Ovviamente il santo più raffigurato è S. Claudio, rappresentato sempre in figura intera e con in mano gli arnesi del mestiere: squadra, martello e scalpello. Sugli affreschi gli scalpellini hanno lasciato numerosi graffiti. Si tratta delle tracce del passaggio di monaci e pellegrini che vollero ricordare il loro passaggio in questa chiesa.
La navata centrale della chiesa termina con un'abside ed un catino poco profondo. La pavimentazione è in mattonelle di cotto. Le varie peculiarità che caratterizzano la chiesa di S. Claudio, secondo gli studiosi, deriverebbero dalla preesistenza di murature antecedenti

domenica 21 febbraio 2010

Gli avi del computer


In epoca molto antica esistevano già dei congegni molto simili ai primi computer. Un esempio famosissimo è il meccanismo di Antikythera, risalente ad un periodo tra il 150 ed il 100 a.C.. Ora, però, è stato individuato un meccanismo ben più antico, risalente ad un periodo compreso tra il 1200 e l'800 a.C.
Uno studioso inglese, il paleomusicologo Richard Dumbrill, ha infatti svelato l'esistenza di un meccanismo ancora più antico di quello di Antikythera, che pure ha quasi duemila anni. Dumbrill ha decifrato una tavoletta in cuneiforme rinvenuta in Mesopotamia ed ha riprodotto un modello in rame della macchina descritta sulla tavoletta. Un modello funzionante di una macchina utilizzata per accordare il liuto a sette corde, che corrispondevano alle nostre sette note musicali.
Per tradizione, l'invenzione della scala musicale è attribuita a Pitagora (VI secolo a.C.), ma Dumbrill ha dimostrato che essa era conosciuta molti anni prima di lui. Già nel 2001 due studiosi dell'Università di Bari avevano ipotizzato che la scala musicale fosse stata "inventata" dagli antichi Egizi addirittura nel IV millennio a.C.
La tavoletta dalla quale Dumbrill ha ricostruito il meccanismo babilonese, è ora custodita in un museo di Philadelphia. Il calcolatore ricostruito è formato da due dischi di rame sovrapposti, uno fisso, l'altro rotante. Questi dischi contengono le indicazioni per accordare sette corde. Nel disegno a forma di stella, inciso sul disco libero di ruotare, sono indicati gli intervalli tra le note suonate dalle diverse corde. I musicisti babilonesi quantificavano i rapporti frazionari della lunghezza delle varie corde e grazie a questi calcoli ottenevano le note desiderate servendosi di nozioni matematiche estremamente evolute. Su un'altra tavoletta coeva, è raffigurata la dea Inanna che, per sedurre Enki per sottrargli il suo parere, suona il liuto. Questo ha fatto pensare a Dumbrill che il meccanismo da lui fedelmente riprodotto servisse, un tempo, proprio per accordare lo strumento utilizzato dalla dea Inanna.

sabato 20 febbraio 2010

La "fabbrica" di Giza


Il 14 aprile 1990, una turista americana che stava effettuando un'escursione a cavallo nella zona di Giza, non lontano dalle famose piramidi, fu sbalzata dall'animale che montava. Le zampe del cavallo erano, infatti, finite in una buca. Ma non una buca qualunque. In quella buca vi erano resti di antiche mura.
Quando le pale entrarono in funzione per accertarsi del ritrovamento, si capì immediatamente che si trattava di una tomba, con una stretta camera a volta e due false porte. I geroglifici parlavano di due proprietari del sepolcro: Ptah-shepsesu e sua moglie, sacerdotessa della dea Hathor. Accanto alla tomba, in tre pozzi, i resti mortali degli sposi e della loro prole. Di fronte la tomba, in un patio, altri pozzi identici e, dietro questi, altri ancora.
Il cimitero è separato dalla zona regale da un muro detto Muro del Corvo, interrato. Attraverso una porta di 8 metri di altezza si accedeva alla necropoli reale di Giza. Ad oggi sono emerse 600 tombe, delle quali 70 appartengono ad alte cariche dei responsabili edilizi del complesso. Alcune di queste tombe hanno forma piramidale. Il cimitero ed il relativo centro abitato iniziarono ad essere popolati in un momento, non ben accertato, del regno del faraone Kufu (Cheope), costruttore della Grande Piramide (2575 a.C.). In linea di massima l'area continuò ad essere abitata fino al 2350 a.C., sotto la V Dinastia.
Una delle sepolture più interessanti ed importanti è quella di Nesut Weset, aperta in diretta televisiva per il Nationa Geographic il 17 settembre 2002. I geroglifici definivano il defunto "Supervisore del distretto amministrativo e capo dei capomastri". L'interno della sepoltura custodiva il sarcofago del defunto, sigillato. Nel sarcofago è stato ritrovato lo scheletro di un uomo di circa 30 anni di età, posizionato con lo sguardo verso est. Lo studio delle ossa, condotto dalla Dott.ssa Azza Mohamed Sarry El Din, ha rivelato che Weset, in certi momenti della sua breve esistenza terrena, svolse lavori piuttosto pesanti quali il trasporto di blocchi di pietra. La Dott.ssa Azza ha dedotto questo dalla durezza delle ossa della colonna vertebrale, un caratteristica comune ad altri resti umani rinvenuti nello stesso cimitero.
Tra i casi più studiati, quello di un giovane che, dopo aver subìto l'amputazione della gamba, riuscì a vivere per altri 14 anni. Ancora più insolito il caso di un'operazione al cervello, subìta da un altro defunto. La Dott.ssa Azza ritiene che l'età media degli operai e dei capomastri si aggirasse intorno ai 30-35 anni. Molti degli scheletri recuperati mostrano segni di artrite degenerativa alla colonna vertebrale e nella zona lombare, segno di una vita di duro lavoro.
Altri scheletri di uomini e donne, invece, mostrano tracce di una precoce artrite alla colonna vertebrale ed alle ginocchia, segno del sollevamento di pesi piuttosto ingombranti, così come pure le fratture alle gambe ed alle braccia ed anche le amputazioni. Molti crani, invece, mostrano fratture consistenti, non riconducibili al trasporto od al sollevamento di pesi.
La città dei costruttori, invece, fu scoperta alla fine degli anni '80 a Giza da Mark Lehner. In essa tornarono alla luce una serie di panifici, destinati alla produzione industriale del pane. In altre parti della città vennero alla luce migliaia di ossa di bovini, segno che in questi luoghi ci si radunava per il riposo e la consumazione comune dei pasti. Ipotesi confermata dalla presenza di banchetti, sopra i quali si alzava, ogni cinque cubiti egizi (poco più di 2,5 metri) una colonna con base di pietra calcarea. Vicino i banchi migliaia di resti degli antichi pasti degli operai della piana di Giza. Pare vi fossero anche dei dormitori comuni: sono state, infatti, ritrovate diverse stanze di circa 20 metri di lunghezza ciascuna, ognuna delle quali poteva ospitare fino a 200 persone. E' stata anche riportata alla luce la bottega di un fabbro.

venerdì 19 febbraio 2010

Strani scheletri


Presso Casalecchio di Reno, a pochi chilometri da Bologna, la Soprintendenza ha condotte diverse indagini che hanno messo in luce, nel corso degli anni, di riportare alla luce un piccolo sepolcreto di età tardo antica.
Il sepolcreto è composto di 23 tombe ad inumazione che presentano caratteristiche piuttosto particolari. Si tratta di fosse singole o comuni, in cui gli scheletri giacevano in posa scomposta e recavano tracce di mutilazioni impressionanti. Alcune sepolture erano sovrapposte le une alle altre. Particolarmente interessante è la tomba n. 3, in cui lo scheletro presentava mutilazioni agli arti inferiori e la rimozione del cranio, rinvenuto tra le tibie.
Ma anche altre due scheletri presentano analoghe stranezze. La tomba n. 16 conteneva un individuo di sesso maschile, un uomo di età tra i 20 ed i 34 anni, in posizione supina, con il cranio poggiato al limite della fossa e la mano sinistra sull'addome. Entrambi i piedi erano stati sepolti in una fossa più profonda sotto le gambe, in prossimità delle tibie. Al livello delle caviglie e sulla tibia sinistra appaiono lesioni da taglio che suggeriscono agli studiosi un'operazione di asportazione dei piedi avvenuta poco prima della morte. Le lesioni vertebrali dello scheletro ricordano quelle analoghe di chi è stato giustiziato per impiccagione.
L'individuo deposto nella sepoltura n. 6, invece, pur non presentando lesioni a livello dello scheletro, ha le mani in prossimità delle clavicole, quasi tentasse di allentare la stretta di un oggetto attorno al collo, come avviene nei casi di morte per soffocamento. Sulla tomba n. 6 si trova la sepoltura n. 8, in cui lo scheletro presenta l'amputazione di entrambi i piedi, dei quali uno solo è stato ritrovato.
Gli studiosi hanno avanzato l'ipotesi che gli individui sepolti in questo particolare cimitero, siano stati giustiziati. L'amputazione dei piedi, invece, è stata probabilmente fatta per impedire poco graditi ritorni da parte dei defunti ai quali era stata tolta la vita in modo così violento, che venivano percepiti come potenzialmente pericolosi.

giovedì 18 febbraio 2010

Messaggeri degli déi

Un tempio ed i resti di alcune vittime di sacrifici umani sono stati ritrovati nel Perù del nord, presso Chiclayo.
Il ritrovamento archeologico sembra confermare la leggenda di Naylamp, il dio che, secondo la leggenda, fondò la civiltà preincaica di Lambayeque, nell'VIII secolo d.C., a seguito del crollo della civiltà Moche.
La civiltà Lambayeque, conosciuta come Sicàn era estremamente versata nell'irrigazione. Nel 1375 d.C., fu conquistata dai Chimù, una civiltà che si era insediata sulle coste del Perù settentrionale.
All'interno del complesso, gli archeologi hanno ritrovato una sepoltura a forma di piramide, chiamata Huaca Norte, nella quale sono stati ritrovati ben 33 scheletri femminili. Due degli scheletri conservano ancora i capelli originali, tutti mostrano segni di tagli, forse, prima di essere sacrificate, le donne sono state anche torturate. Gli studiosi ritengono possa trattarsi di sacrifici propiziatori della fertilità

sabato 13 febbraio 2010

Cimitero di famiglia...reale


Si è appena conclusa la seconda campagna di scavi nella necropoli della Doganaccia. Il sito è caratterizzato da due grandi tumuli del periodo orientalizzante (VII secolo a.C.) denominati del Re e della Regina. Il primo, situato in prossimità di un antichissimo ingresso alla necropoli, fu esplorato nel 1928 e restituì, tra gli altri, un'iscrizione dipinta che cita Rutile Hipucrates, un nome greco etruschizzato.
L'Università di Torino, che qui ha scavato, si è piuttosto concentrata sul secondo tumulo, quello della Regina, finora non sottoposto ad un'approfondita indagine scientifica. Gli archeologi hanno riportato alla luce una struttura architettonica di circa 40 metri di diametro, pertinente ad un personaggio di una notevole importanza nell'ambito della società tarquiniese. Probabilmente si tratta di una persona di nobili natali, connessa strettamente alla figura dei lucumoni, i re etruschi.
E' stato liberato un tratto dell'imponente podio perimetrale del tumulo ed il sepolcro si è rivelato la più grande struttura tumulare di Tarquinia. La tomba conserva nella parte anteriore un piazzaletto sacro, a cielo aperto, utilizzato per la celebrazione dei giochi in onore del nobile defunto. La tipologia del tumulo della Regina si ispira alle tombe reali di Cipro. Probabilmente gli architetti od i capomastri che la idearono e la costruirono erano arrivati a Tarquinia circa 2700 anni fa, portando con sé nuovi modelli architettonici.
Un'altra importante scoperta è stata fatta alle spalle del grande tumulo. A pochi metri di distanza è emersa una seconda tomba, uno dei più antichi esempi di sepoltura a doppia camera (denominata "tomba gemina"), che ospitava persone imparentate con il principe o il lucumone deposto nella tomba più importante. Il sepolcro a doppia camera ha un ampio vestibolo di ingresso, formato da una gradinata che doveva accogliere i familiari in occasione delle cerimonie che si tenevano regolarmente in onore dei defunti. All'interno, malgrado la depredazione a cui è stato sottoposto il sepolcro, ha restituito resti di carro.

L'antica via per Gerusalemme


La "Mappa di Madaba", mosaico di epoca bizantina, indica quale fosse l'antica via principale di Gerusalemme, ma finora non erano mai state ritrovate sue tracce.
Adesso, invece, una scoperta archeologica di straordinaria importanza getta nuova luce sulla veridicità delle raffigurazioni dei celebri mosaici di Madaba. E' stata ritrovata, a Gerusalemme, sotto la centrale David Street, traccia dell'antico percorso stradale che, oltre 1500 anni fa, era l'antico percorso principale di Gerusalemme. La notizia dell'importantissimo ritrovamento è stato dato dall'autorità israeliana per le antichità e dall'autorità per lo sviluppo di Gerusalemme.
Secondo la "Mappa di Madaba", mosaico che costituisce la più antica rappresentazione di Gerusalemme, rinvenuto nel 1876 nella chiesa di San Giorgio a Madaba, 30 chilometri a sud di Amman (Giordania), l'ampio ingresso occidentale della città di Gerusalemme conduceva ad un'unica via, l'arteria principale della città.
L'antica strada è stata intercettata a 4,5 metri sotto il livello della città vecchia di Gerusalemme. Sono venuti alla luce anche recipienti di ceramica, monete e piccoli pesi quadrati in bronzo.

martedì 2 febbraio 2010

Un condimento...particolare


Il garum è una sorta di cibo nazionale dell'antica Roma. I Romani lo utilizzavano non solo per insaporire i cibi, ma anche per curare i malanni. Il garum era una salsa a base di pesce ed oggi questa salsa può essere gustata a Pompei, grazie all'archeoculinaria.
Ma non è solo il garum a fare da testimone degli antichi tempi nella ambasciate del nostro paese, ci sarà anche il vino prodotto dalle stesse uve che coltivavano gli antichi Romani, cresciute su vitigni impiantati negli scavi di Pompei. I vini sono l'aglianico, lo sciascinoso ed il piedirosso.
Queste alcune delle iniziative che legano gli scavi di Pompei ad esperimenti per riportare i sapori dell'agricoltura dei nostri antenati. Semi, pollini, frammenti vegetali e residui di cibo che si sono conservati per millenni sotto la lava sono, oggi, analizzati dal Laboratorio di Ricerche Applicate della Soprintendenza di Pompei. Queste analisi hanno dato luogo ad un variegato acquarello della cucina antica che era molto diversa dalla nostra. Vi trionfavano i gusti sapidi e gli odori marini: per esempio proprio il garum, onnipresente nei piatti dell'epoca al punto da venire, oggi, definito il ketchup dell'antichità.
La ricetta del garum, però, lascia alquanto perplessi: "Dagli intestini dei pesci e dalle altre interiora che si dovrebbero buttare via, dopo averli fatti macerare col sale affinché ci sia quel tipico sangue marcio delle cose che imputridiscono, si ricavava anche un altro tipo di squisita salsa, che si chiamava "garo". Questa un tempo si otteneva dal pesce, che i greci chiamavano garon", scrive Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia.
I Romani erano ghiottissimi di questa salsa che sembra essere, a noi moderni, assai poco allettante. Era un prodotto preziosissimo, il garum, ed era al centro di traffici commerciali che si svolgevano nel Mediterraneo. Continua Plinio: "Quasi nessuna altra salsa, tranne gli unguenti, comincia ad avere un prezzo più alto, anche tra le famiglie nobili. La Mauritania e anche la Carteia della Betica catturano gli sgombri che provengono dall'Oceano, a nient'altro utili. Clazomene, Pompei e Leptis sono apprezzate per il garum". Il garum era, in poche parole, un condimento pregiato, per i ricchi uno status symbol.
Petronio, nel Satyricon, descrivendo la tavola di Trimalcione, scrive di un immenso vassoio con una lepre e agli angoli quattro statuette che versano del garum su una guarnitura di pesci. Un trionfo che la dice lunga su quanto la salsa fosse apprezzata.
Anticamente non vi era l'usanza di salare i cibi, poichè il sale era un bene assai prezioso ed era considerato uno spreco, utilizzarlo sulle vivande. La salamoia, pertanto, permetteva di condire le pietanze riutilizzando il sale che era stato utilizzato per conservare i cibi. Inoltre il garum permetteva di riutilizzare anche gli scarti del pesce.
Ancora oggi esistono echi del garum nella nostra cucina tradizionale. Per esempio a Cetara, un borgo di pescatori della Costiera Amalfitana. Qui, da tempi immemorabili, si produce la colatura di alici, una salsa dal colore ambrato molto simile al garum. Le alici, prive della testa ed eviscerate, vengono messe sotto sale in un piccolo tino di legno. Il tutto viene, poi, sottoposto a pressione mediante un grosso peso e lasciato a maturare per quattro mesi. Alla fine si pratica un foro sul tino e si spilla ciò che si è raccolto sul fondo.
Ma il garum, per i Romani, non era solo una salsa da utilizzare come condimento. Era, anche, una sorta di panacea per ogni male. Serviva a curare i morsi dei cani e persino dei coccodrilli. Guariva le ustioni e le ulcere della bocca, anche. E veniva utilizzato persino in veterinaria. Lucio Giunio Columella, vissuto tra il 4 ed il 70 d.C., lo suggerisce come rimedio per una malattia mortale, la labes, che infettava le cavalle. Bisognava versare il garum nelle narici dell'animale in dosi dai 2 ai 3 litri.
Gli studiosi pensano, addirittura, che i Romani utilizzassero il garum per insaporire l'acqua, un pò come il nostro sciroppo. La parte solida, derivante dalla lavorazione della salsa e chiamata allec, non veniva gettata, ma si utilizzava come cibo, a mò di crema da spalmare sul pane.
Sicuramente le città di mare dovevano essere specializzate nella produzione massiccia del prezioso condimento. Soprattutto le città della Campania, nei pressi della foce del fiume Sarno, dove sorgeva il porto e, poco distanti, si potevano trovare le Saline d'Ercole. Resti delle antiche vasche di evaporazione per la produzione del garum non sono mai state rinvenute, ma la loro presenza è rimasta nel ricordo che si è tramandato attraverso il toponimo Porta di Sale, la via che collega, attualmente, Torre Annunziata ad Ercolano.
A Pompei è stato ritrovato il laboratorio di un certo Umbricio Scauro, noto commerciante, la "Casa del garum", dove erano sette anfore con residui del prezioso condimento. Studiando questi residui, il professor Alfredo Carannante, dell'Università Orientale di Napoli, ha concluso che per il garum sono state utilizzate esclusivamente boghe, note come vope, pesciolini che vivono in branchi a media profondità. Altri pesci utilizzati erano: sardine, alose, acciughe e spigole. Plinio, nella sua Naturalis Historia, ci informa che la macerazione del pesce non durava più di un mese. Le boghe, poi, venivano pescate in gran quantità in estate. Tra le coste interessate alla raccolta dell'ingrediente principale del garum vi erano le odierne Lebda, in Libia, Kilizman, in Turchia e l'area degli scavi di Baelo Claudia, in Spagna. Qui è stato scoperto un edificio, vicino la spiaggia, che era stato ideato per ottenere la più alta produzione di garum possibile.

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