sabato 28 dicembre 2019

Messico, scoperto un grande edificio maya

Messico, un'archeologa pulisce parte dell'edificio scoperto a Kuluba
(Foto: Reuters Messico)
In Messico gli archeologi hanno scoperto i resti di un grande palazzo Maya di oltre 1.000 anni, in un'antica città nei pressi di Cancun, Kuluba. L'edificio è lungo 55 metri, largo 15 e alto sei metri. Sembra essere composto da sei stanze e fa parte di un complesso più grande che comprende anche altri ambienti residenziali, un altare e un grande forno circolare. Gli archeologi hanno anche scoperto i resti di una sepoltura e sperano che l'analisi forense delle ossa possano fornire ulteriori indizi sugli abitanti di Kuluba.
Il palazzo era in uso durante due epoche diverse della civiltà Maya: nel tardo periodo classico, tra il 600 e il 900 d.C., e verso la fine dello stesso periodo, tra l'850 e il 1050 d.C., secondo quanto affermato dall'archeologo Alfredo Barrera Rubio. "Sappiamo molto poche sulle caratteristiche architettoniche di questa regione, nel nordest dello Yucatan", ha detto Barrera Rubio. "Uno dei nostri obiettivi principali è sia la protezione ed il restauro del patrimonio culturale che lo studio dell'architettura di Kuluba".
Gli archeologi stanno valutando la possibilità di impiantare nuovamente parte della copertura forestale, abbattuta durante i lavori di scavo del sito archeologico, per proteggere le parti più delicate del sito.

Fonte:
theguardian.com
Il copricapo d'oro trovato nella necropoli di Devitsa V (Foto: IA RAS)
Un copricapo in metallo prezioso risalente alla seconda metà del IV secolo a.C., è stata rinvenuta dagli archeologi nella necropoli di Devitsa V, sul Don, in Russia. Si tratta di un copricapo cerimoniale ben conservato, appartenente ad una ricca donna scita. In precedenza sono stati rinvenuti solo frammenti di un copricapo simile.
La necropoli di Devitsa V, chiamata così dal vicino villaggio, si compone di 19 tumuli parte dei quali nascosti, dal momento che questa regione ha un'alta densità di coltivazioni agricole. La sepoltura in cui è stato rinvenuto il copricapo giaceva al di sotto di una piccola collina di 40 metri di diametro. Aveva uno stretto ingresso a forma di dromos sul lato orientale ed anticamente era coperta da tronchi di quercia posti ad incrocio ed a loro volta poggiati su 11 forti pali di quercia. La fossa di sepoltura era circondata da argilla.
All'interno della sepoltura sono state collocate quattro donne di età diversa: due giovani donne di 20-29 anni e 25-35 anni, un'adolescente di 12-13 anni ed una donna di 45-50 anni. La sepoltura è stata saccheggiata già in epoca antica, forse 100 o 200 anni dopo che vi vennero collocati i corpi delle defunte. Nella sepoltura, nella parte nord, sono tornate alla luce più di 30 punte di freccia in ferro, un gancio, sempre in ferro, a forma di uccello, frammenti di imbracatura di cavallo, coltelli in ferro, frammenti di vaso ed ossa di diversi animali.
Nei pressi della parete meridionale ed occidentale sono stati individuati due scheletri ancora nella posizione originale, deposti su letti in legno e coperti da lenzuola d'erba. Uno di loro apparteneva ad una giovane donna sepolta in una posizione detta "del cavaliere". Gli antropologi hanno dimostrato che per comporre questa deposizione era stato necessario tagliare i tendini delle gambe della defunta. Sulla spalla sinistra di quest'ultima c'era uno specchio di bronzo, mentre a destra erano state deposte due lance. Al polso sinistro la donna indossava un braccialetto di perline di vetro. Ai suoi piedi erano stati disposti due vasi del IV secolo a.C.
La seconda donna deposta sotto un lenzuolo d'erba aveva un'età compresa tra i 45 e i 50 anni, un'età avanzata per l'epoca, la cui aspettativa di vita non superava i 35 anni di età. La donna indossava un copricapo cerimoniale, un calathos, ornato di fiori e con ai lembi ciondoli a forma di anfore. Gli oggetti di metallo sono fatti in una lega dove circa il 65-70% era oro ed il resto un composto di rame e argento con una piccola componente di ferro.
Il ritrovamento del calathos è stato definito eccezionale per una sepoltura scita del medio Don. Soprattutto perché il calathos è stato rinvenuto ancora nella sua posizione originaria, sul cranio della defunta. Pochissimi calathos sono stati rinvenuti finora. In precedenza sono stati trovati soprattutto in ricchi carri sciti da contadini o proprietari terrieri.
Accanto alla donna più vecchia venne posto un coltello di ferro ed una punta di freccia in ferro. Questi reperti ma anche molti dettagli delle altre armi ritrovati e dell'imbracatura di cavallo deposta nella sepoltura fanno pensare alle famose Amazzoni, le donne-guerriere che facevano parte delle tribù nomadi e seminomadi iraniche dell'Europa orientale. Le Amazzoni erano di origine scita e nell'ultimo decennio sono state scoperte almeno 11 sepolture di queste giovani donne armate. I carri, separati dalle defunte, erano stati riempiti per loro e sempre per loro sono stati compiuti tutti i riti di sepoltura che erano comuni a quelli riservati agli uomini.
Nella fossa di sepoltura sono state trovate le ossa di un agnello di sei-otto mesi che erano state collocate in una pentola di bronzo posta al centro della tomba. I ladri hanno portato via la pentola, che era di grande valore, e le ossa sono state gettate via. Questo ha fatto pensare che il carro sepolcrale è stato riempito non più tardi del mese di novembre.
Le donne sepolte hanno sollevato un enigma per gli archeologi: due donne nel fiore della vita, un'adolescente ed un'adulta che, secondo gli standard dell'epoca, era anziana. Non è chiaro come abbiano potuto morire nello stesso momento. Non presentano tracce di lesioni alle ossa. Ci sono segni di tubercolosi e brucellosi, ma entrambe queste malattie non possono provocare una morte in contemporanea.

Fonte:
phys.org

giovedì 26 dicembre 2019

Magico e pericoloso kohl...

Egitto, statue di un sacerdote e della sua consorte truccati con il kohl
(Foto: vlad_g/Adobe Stock)
Il kohl, un'applicazione a base di piombo che gli antichi Egizi usavano mettere sulle palpebre, era un composto estremamente pericoloso pur avendo proprietà anti microbiche e magiche, in quanto si riteneva potesse invocare gli dei Horus e Ra. Il trucco era per tutte le classi sociali e tutt'oggi le popolazioni del nord Africa e dell'Asia centrale usano applicare il kohl sulle palpebre.
Gli elementi che facevano parte del kohl utilizzato dagli Egizi erano molti e piuttosto rari e preziosi. L'elemento principale era la galena o solfuro di piombo, un minerale metallico. Nel trucco utilizzato dai ricchi c'erano anche, con tutta probabilità, terra, gemme preziose tra cui rubini, smeraldi e perle. C'erano anche argento, oro, corallo ed una sostanza che oggi è conosciuta come incenso. Il kohl conteneva anche erbe medicinali quali il neem, lo zafferano e il finocchio. Queste sostanze venivano tutte amalgamate e diluite con dei liquidi che le rendevano adatte ad essere applicate sugli occhi. Tra i liquidi venivano utilizzati acqua, latte, grassi animali ed olio.
Il kohl, la cui presenza è documentata nella storia e nella civiltà di tutto il nord Africa, dell'Asia centrale, del Mediterraneo ed Asia orientale, è un prodotto incredibilmente antico, il cui utilizzo viene fatto risalire all'Età del Bronzo (3500-1100 a.C.) e del quale viene fatto cenno anche nell'Antico Testamento, nel Secondo Libro dei Re (9,30) e in Ezechiele 23,40.
Gli Arabi e i moderni Egiziani chiamano questa mistura ancora kohl, mentre gli antichi Romani ed i Greci lo chiamavano kollurion ed i Pachistani surma. Nel 2010 studiosi francesi hanno sottoposto ad analisi chimica 52 antichi contenitori di kohl e vi hanno individuato ben quattro tipi di piombo, tra cui la galena e la laurionite. Questi elementi, molto pericolosi perché possono portare ad un avvelenamento da piombo, non si trovano naturalmente in Egitto e questo significa che sono stati importati per la produzione del kohl.
Anticamente il piombo non era conosciuto come veleno. Malgrado la sua presenza nel kohl, quest'ultimo è considerato un'ottima protezione antibatterica che può aver contribuito alla riduzione della cateratta, della cecità e delle cicatrici oculari, attivando la risposta immunitaria dell'occhio e prevenendo le infezioni.

Fonte:
ancient-origins.net

Nigeria, Oshun, la dea dell'amore madre degli orfani

Un santuario del Bosco Sacro di Osun Osogbo, in
Nigeria (Foto: Alex Mazzeto - Jurema Oliveira)
Nelle civiltà di tutto il mondo l'amore venne posto sotto la protezione di una divinità, di solito femminile. Nel mondo classico era Venere per i Romani, Afrodite per i Greci. Nel Vicino Oriente antico, l'amore era personificato da Ishtar e Astarte. Nell'Africa occidentale il popolo Yoruba crede in una dea dell'amore di nome Oshun.
Gli Yoruba abitano la parte sudoccidentale dell'attuale Nigeria e la parte meridionale del Benin ed il loro pantheon tradizionale ospita ben 401 divinità, gli Orisha, che governano i diversi aspetti del mondo e della vita umana. Oshun non è solo la dea dell'amore. Una delle caratteristica di questa divinità è di essere la protettrice delle acque dolci, divinità dell'omonimo fiume che scorre in Nigeria. Accanto a questo fiume sorge un bosco sacro dedicato ad Oshun.
Il Bosco Sacro di Osun-Osogbo è una fitta foresta che si trova alla periferia della città di Osogo, nella Nigeria occidentale. In passato i boschetti sacri si trovavano comunemente in aree dove vivevano comunità di Yoruba ed ogni città ne aveva uno. Nel corso del tempo questi sacri boschetti sono stati abbandonati o si sono ridotti di dimensioni. Tranne il Bosco Sacro di Osun-Osogbo, che contiene 40 santuari, due palazzi e molte sculture ed opere d'arte. Per questo motivo e per il suo status unico nel mondo, il Bosco Sacro di Osun-Osogbo è stato iscritto nella Lista del Patrimonio mondiale dell'Unesco nel 2005.
Oshun è considerata una dea benevola, protettrice dei poveri e madre di tutti gli orfani. E' Oshun che soddisfa i bisogni dei più sfortunati in questa vita. La dea, inoltre, è considerata la divinità guaritrice dei malati, portatrice del canto, della musica e della danza così come della prosperità e della fertilità. E' spesso raffigurata nelle vesti di insegnante, poiché ha insegnato agli Yoruba l'agricoltura, la cultura e il misticismo. Ha insegnato loro anche la divinazione attraverso delle conchiglie e le meditazioni che le sono state insegnate da suo padre Obatala, primo degli Orisha creati.
Nell'arte Oshun è comunemente raffigurata come una giovane donna molto bella, affascinante e sensuale. Appare adorna di gioielli d'oro, bracciali in ottone, perline, specchi ed elaborati ventagli. Si dice che Oshun sia attratta da tutto ciò che brilla e che è lucido. In alcune storie la dea appare come una sirena, forse alludendo al fatto che è protettrice delle acque dolci.
Oggi Oshun è ancora adorata in Nigeria, in suo onore si celebra una festa annuale chiamata Ibo-Osun e, nel mese di agosto, le viene dedicato un festival di 12 giorni che si ritiene abbia 600 anni. Il festival porta in Nigeria migliaia di visitatori da tutto il mondo.

Fonte:
reunionblackfamily.com

sabato 21 dicembre 2019

L'antica chiesa persa tra i monti Cimini

Il perimetro della chiesa scoperta nel viterbese (Foto: AdnKronos)
La località è indicata con il toponimo di "Piana di S. Valentino", identificato sulla base di un documento del XV secolo. Qui è stata fatta un'altra eccezionale scoperta in un'area archeologica nei monti Cimini compresa tra i monti di S. Antonio, Turello e Roccaltia: il perimetro di quella che doveva essere un'imponente chiesa, una necropoli con tombe romaniche e antropomorfe, oltre a fibule, monete e scheletri. La chiesa ha unica navata di 20 metri per otto e strutture murarie di oltre un metro. E' posizionata su un'altura.
"Si tratta - spiega Giancarlo Pastura, archeologo della Tuscia University e direttore del Museo Archeologico Agro Cimino - di un'area inedita, dove a partire dal 2015 l'Università della Tuscia, in collaborazione con la Soprintendenza e il Comune di Soriano nel Cimino, ha avviato lo scavo di questo grande edificio di culto, databile al XII secolo d.C., rifondato però su un edificio di culto ancora più antico, del VII-IX secolo, di cui è stata rinvenuta anche l'epigrafe dedicatoria. Adiacente a questo edificio - continua Pastura - c'è un'estesa area di necropoli attribuibile all'epoca alto medioevale e a quella pienamente medioevale. La prima necropoli è composta di tombe 'a logette', antropomorfe con l'incavo per la testa, di periodo altomedioevale, poi c'è la necropoli romanica, ma le testimonianze attorno all'area sono tante altre. Testimonianze di epoca romana, legate alle ville rustiche e poi le pestarole, vasche scavate nel masso tufaceo dedicate all'attività lavorativa, probabilmente legate alla produzione del vino. Un esempio della maestosità dell'edificio romanico viene dalla soglia rinvenuta ancora nel sito, realizzata con grande cura e che ci indica l'importanza della committenza e l'importanza del corpo di fabbrica, a testimonianza dei preziosi materiali ritrovati che attestano una forte assonanza stilistica con i principali edifici romani presenti nella stessa zona. Sulla soglia, inoltre, ci sono figure che richiamano temi ben precisi ma ancora da studiare per definire l'esatta cronologia".
Gli archeologi sono anche riusciti a scoprire che tipo di individui frequentava questa zona e le attività che vi svolgevano. Le analisi antropologiche condotte su uno degli scheletri ritrovati ha evidenziato che queste persone praticavano lavori manuali molto pesanti, avevano un'alimentazione squilibrata, il loro lavoro richiedeva l'utilizzo dei denti. Questi individui consumavano molta carne e pochissimi carboidrati. La morte, in questo gruppo umano, era molto precoce.
Le sepolture erano costruite in muratura. I sarcofagi ed i materiali lapidei sembrano potersi collocare cronologicamente in periodi antecedenti alla chiesa romanica, che attestano un fenomeno di riutilizzo e di spoliazione delle numerose ville rustiche presenti ai piedi del monte di Roccaltia.
Tantissimi i reperti provenienti dallo scavo: fibule, chiavi, materiali lapidei, ceramiche monete, ornamenti, metalli, ossa, tutti trasportati nel Museo Civico Archeologico dell'Agro Cimino.
Solo le memorie del passionista Germano di San Stanislao descrivono un edificio di culto di notevoli dimensioni costruito in blocchi squadrati di peperino non legati da malta delle quali durante le ricognizioni del 2014 erano visibili, oltre ad un muro perimetrale a grandi blocchi, i resti di una struttura affiancata da un edificio a pianta rettangolare e sarcofagi monolitici ricavati direttamente sul posto, non più in giacitura primaria. E' stata rinvenuta, tra gli altri elementi, un'iscrizione altomedioevale, perfettamente combaciante con altri frammenti della stessa rinvenuti in una campagna di scavo precedente, all'interno degli strati di crollo, attestante la dedica dell'edificio a S. Valentino in un periodo antecedente a quello della documentazione scritta.

Fonte:
qaedutiria.it

Pompei, la casa del Frutteto

Pompei, la domus del Frutteto appena restaurata (Foto: madeinpompei.it)
Limoni e corbezzoli, piante da frutto e ornamentali, uccelli svolazzanti e un albero di fico cui è avvinghiato un serpente. Così erano decorati i cubicoli floreali della Casa del Frutteto a Pompei. Una vegetazione lussureggiante dipinta sulle pareti, ad avvolgere il riposto degli antichi abitanti di questa dimora posta su via dell'Abbondanza, che conserva uno dei più begli esempi di pittura di giardino rinvenuti nella città.
Gli affreschi raffigurano in uno degli ambienti un giardino luminoso, immaginato di giorno nel pieno rigoglio del verde, con una tale precisione di dettagli da rendere possibile il riconoscimento delle specie vegetali e nell'altro, un giardino immerso nel buio della notte, con tre alberi di diversa grandezza, tra cui il grande fico con il serpente auspicio di prosperità.
A differenza di quanto attestato in altre case dove la pittura di giardino era riservata alle sale di rappresentanza, qui la si trova nei cubicoli. In alcuni ambienti, le raffigurazioni sono, inoltre, arricchite da motivi egittizzanti con riferimenti a Iside, probabile segno di devozione alla dea da parte del proprietario. La domus, scavata parzialmente nel 1913 e poi nel 1951, presenta il classico impianto ad atrio, attorno al quale si dispongono vari ambienti e nella parte posteriore uno spazio verde con un triclinio estivo utilizzato durante la stagione calda in alternativa al più interno triclinio.
I giardini ornamentali, sia raffigurati sulle pareti ad ampliare lo spazio visivo degli ambienti, sia come spazi verdi interni, laddove la dimora lo consentiva, caratterizzavano molte delle abitazioni dell'antica città. Due splendidi esempi di giardini interni sono quelli della Casa dell'Efebo e di Trittolemo, recentemente restituiti al loro splendore, a seguito degli interventi di manutenzione del verde, che ne hanno previsto la risistemazione secondo progetti non impattanti e criteri storico-botanici nella scelta delle essenze.

Fonte:
AdnKronos

venerdì 20 dicembre 2019

Israele e la produzione di garum

Israele, le vasche in si produceva il garum ad Ashkelon
(Foto: Asaf Peretz, IAA)
Scavi archeologici condotti dall'Israel Antiquities Authority nei pressi di Ashkelon, in Israele, hanno portato alla luce un'antica area industriale con presse per l'uva ed installazioni piuttosto rare per la produzione del famoso garum, la salsa di pesce tanto famosa tra i Romani.
Le vasche destinate alla produzione del garum appena scoperte sono tra le poche finora rinvenute nel Mediterraneo orientale. A detta del Dottor Tali Erickson-Gini, dell'Israel Antiquities Authority, "Molto prima della pasta e della pizza, l'antica dieta romana era in gran parte basata sulla salsa di pesce. Fonti storiche si riferiscono alla produzione di una speciale salsa di pesce utilizzata come condimento di base per il cibo in epoca romana e bizantina in tutto il bacino del Mediterraneo. Le fonti riferiscono che i forti odori che accompagnavano questa produzione richiedevano che gli stabilimenti deputati fossero distanziati dalle aree urbane". Infatti le fabbriche di garum sono state scoperte a circa 2 chilometri dall'antica Ashkelon.
Israele, frammenti di decorazione marmorea della chiesa bizantina
che sorse ad Ashkelon (Foto: Anat Rasiuk, IAA)
Secondo i ricercatori si tratta di una scoperta rara nella regione, anche se le fonti antiche fanno cenno alla produzione di un garum ebraico. Scoperte come questa dimostrano che i gusti romani, sia dal punto di vista del vestiario che dell'alimentazione, finirono per diffondersi in tutto l'impero.
Il sito romano venne abbandonato, ma fino al periodo bizantino (V secolo d.C.) sopravvissero le condizioni che avevano portato alla coltivazione della vite. In quest'epoca prosperò, in questo luogo, una comunità monastica che sopravvisse proprio grazie alla produzione di vino. I monaci edificarono anche una chiesa riccamente decorata, i cui frammenti architettonici sono stati trovati nel sito, con frammenti di marmo e mosaici. L'esportazione del vino costituiva il reddito principale del monastero.
Il sito venne abbandonato poco dopo la conquista islamica della regione, nel VII secolo d.C. Più tardi famiglie nomadi, probabilmente abitanti in tende, smantellarono le strutture esistenti vendendo il materiale superstite quale materiale da costruzione. In loco sono stati rinvenuti alcuni pozzi contenenti ossa di grandi animali quali asini e cammelli.

Fonte:
archaeology news network

Egitto, trovata una statua in granodiorite di Horus

Egitto, la statua in granodiorite di Horus appena scoperta (Foto: Ministero delle Antichità)
Nel corso degli scavi effettuati presso il Tempio Funerario del faraone Amenhotep III, una missione archeologica tedesco-egiziana ha riportato alla luce parte di un colosso in granodiorite di Horus, il dio dalla testa di falco.
La statua manca di gambe e le braccia sono rotte, ma sia la testa che il busto sono molto ben conservati. La statua è alta 1,85 metri e raffigura Horus indossante un gonnellino plissettato tenuto in vita da una cintura. La parte posteriore della statua non è incisa.
La statua è stata rinvenuta tra le rovine della sala ipostila del Tempio Funerario di Amenhotep III, noto come il Tempio di Milioni di Anni, a Kom al-Hettan, sulla riva ovest di Luxor. Con il colosso è stata trovata anche la parte inferiore di una divinità femminile seduta e la testa di una divinità maschile, entrambe in granodiorite.

Fonte:
archaeology news network

Grecia, scoperte tombe gentilizie a Pylos

Pylos, due grandi tombe famigliari appena scoperte
(Foto: UC Classic)
Gli archeologi dell'Università di Cincinnati hanno scoperto due sepolture dell'Età del Bronzo, al cui interno è stato rinvenuto un tesoretto di gioielli e manufatti che permettono di indagare la vita nell'antica Grecia. Le tombe sono state rinvenute a Pylos, lo scorso anno, mentre si stava indagando l'area intorno alla sepoltura di un individuo chiamato il "guerriero del grifone".
Le tombe principesche sono state scavate per più di 18 mesi, erano disseminate di foglie d'oro che, un tempo, ricoprivano le pareti. Il "guerriero del grifone" prende nome dalla creatura mitologica - in parte aquila, in parte leone - incisa su una lastra d'avorio trovata nella tomba. In quest'ultima sono state rinvenute armi e gioielli d'oro. Tra gli oggetti vi era un'agata raffigurante un combattimento mortale, ribattezzato come un "capolavoro dell'Età del Bronzo".
Pylos, corniola con leoni, forse dei geni, che trasportano vasi di servizio
e bruciatori di incenso (Foto: UC Classic)
Anche le sepolture scavate di recente contenevano opere d'arte raffiguranti creature mitologiche. Un'agata presentava, incise, due creature simili a leoni che recano un bruciatore d'incenso, un omaggio per un altare accanto al quale è raffigurato un alberello. Compare anche una stella a 16 punte che è presente anche su un manufatto in bronzo ed oro rinvenuto in una delle sepolture. Non ci sono molte stelle a 16 punte nell'iconografia micenea. Il problema è che non si hanno testimonianze scritte di epoca minoica e micenea che facciano cenno ad un certo tipo di religione e ad i suoi simboli.
Gli archeologi hanno rinvenuto anche un ciondolo d'oro con una figura molto simile alla dea egizia Hathor, la cui scoperta è particolarmente interessante alla luce del ruolo che ha svolto, in Egitto, la dea in qualità di protettrice dei defunti.
Pylos, ciondolo d'oro con effige di Hathor, dea egizia protettrice dei morti
(Foto: UC Classic)
Le sepolture principesche appena scoperte dipingono un quadro di ricchezza e di elevato status sociale. Contenevano ambra del Baltico, ametista proveniente dall'Egitto, corniola importata e molto oro. Le tombe presentano una vista panoramica sul Mediterraneo. Questi ritrovamenti dimostrano che un tempo Pylos era una importante destinazione del commercio internazionale dell'epoca. Guardando una cartina, Pylos appare come una zona remota. Bisogna attraversare montagne per arrivare fin qui e fino a qualche tempo fa non era inserita nel percorso turistico. Via mare, invece, il percorso per arrivare a Pylos è sicuramente più agevole.
Le sepolture tornate alla luce si trovano vicine al palazzo di Nestore, un sovrano menzionato sia nell'Iliade che nell'Odissea. Il palazzo venne scoperto nel 1939 dal defunto Professor Carl Blegen. Le tombe erano protette dai potenziali profanatori da circa 40.000 pietre, rimaste per millenni indisturbate. Ad ogni fase di scavo i ricercatori hanno utilizzato la fotogrammetria e la mappatura digitale per documentare la posizione e l'orientamento degli oggetti presenti nelle sepolture.

Fonte:
archaeology news network

Cipro, nuove scoperte a Nea Paphos

Cipro, il teatro di Nea Paphos visto dal drone (Foto: In Cyprus)
Gli scavi effettuati da un gruppo di archeologi australiani presso l'antico teatro di Nea Paphos, sull'isola di Cipro, hanno contribuito ad una migliore comprensione dell'ambiente delle città romane sorte sull'isola, dando, nel contempo, un senso alla complessità delle infrastrutture costruite nell'antica Paphos.
Il teatro è situato sul versante meridionale della collina di Fabrika ed è stato inserito nel novero dei siti Patrimonio dell'Umanità. Il team di archeologi che ha scavato in questo luogo nel corso del 2019 comprende più di 70 persone tra archeologi, specialisti e studenti provenienti dall'Australia. Il teatro dell'antica Nea Paphos è una delle strutture ellenistico-romane più significative di Cipro. E' stato utilizzato per più di sei secoli dalla sua costruzione, nel 300 a.C, fino alla sua distruzione a causa di un terremoto intorno al 365 d.C. Inizialmente il teatro fu utilizzato per rappresentazioni drammatiche ma in seguito, durante la "fase romana", il teatro venne convertito in arena e poteva ospitare anche naumachie.
Nel corso del 2019, nella zona intorno al teatro, è stata smossa una notevole quantità di terra che ha permesso di mettere in luce una serie di monumenti antichi e medioevali intorno alla struttura. A sud del teatro sono state aperte delle trincee con l'intento di esporre ulteriori basoli della strada romana che correva in direzione est-ovest, larga più di 8,50 metri e con una sofisticata opera di drenaggio. I solchi che sono stati riconosciuti sui basoli antichi indicano che questa strada venne utilizzata sia dai veicoli che dia pedoni.
Cipro, parte del lastricato di epoca romana rinvenuto negli scavi del 2019
(Foto: In Cyprus)
La strada è stata esposta per ulteriori 14 metri, durante il 2019. Essa venne costruita nel I secolo d.C., con finitrici calcaree rettangolari ed ha avuto un ruolo fondamentale per le infrastrutture dell'antica città di Nea Paphos e la sua popolazione. Lo scavo ha permesso anche di individuare i crolli dovuti al terremoto del IV secolo d.C. sulla strada stessa e l'utilizzo di parti di quest'ultima nei secoli successivi.
Una nuova trincea aperta a 30 metri a sud della strada ha portato alla luce macerie di un'altro percorso cittadino che indica che la topografia di Nea Paphos era molto diversa dall'attuale. Un muro a nord di questo nuovo percorso viario apparteneva, con tutta probabilità a fondamenta di edifici che sorgevano sulla strada, la cui destinazione d'uso è ancora sconosciuta. Sono stati rinvenuti frammenti di intonaco dipinto del periodo tardo ellenistico o del primo periodo romano, che stanno ad indicare che almeno alcune parti di quest'edificio vennero utilizzate per molto tempo.
Nel contempo gli scavi sulla cima della collina di Nea Paphos, dietro il teatro, hanno rivelato i resti di un grande edificio medioevale, che sembra essere stato in uso per diversi secoli. E' stata rinvenuta una brocca quasi intatta del periodo tardo romano e diversi capitelli in marmo e calcare pertinenti, con tutta probabilità, il teatro. E' stata trovata anche una colonna di granito che, un tempo, faceva parte di un colonnato.

Fonte:
In Cyprus

domenica 15 dicembre 2019

Egitto, scoperto un busto in granito di Ramses II

Egitto, il busto in granito rosso di Ramses II
(Foto: Ahram Online)
Una missione archeologica egiziana del Ministero delle Antichità ha riportato alla luce un busto reale in granito rosso del faraone Ramses II. La scoperta è avvenuta durante gli scavi su un terreno di proprietà privata nel villaggio di Mit Rahina a circa 20 chilometri dalla piana di Giza, dopo che il proprietario del terreno era stato scoperto ed arrestato mentre stava conducendo uno scavo illegale.
Mustafa Waziri, segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità ha affermato che il busto in granito rosso è un unicum, simile ad un altro busto, però ricavato dal legno, appartenente al faraone Hor Awibre, della XIII Dinastia, ora in mostra al Museo Egizio del Cairo.
Il busto appena scoperto è alto 105 centimetri e largo 55. Con il busto sono emersi enormi blocchi di granito rosso e calcare incisi con scene che mostrano Ramses II durante il rituale religioso dell'Heb Sed. Si pensa che questi blocchi possano appartenere ad un grande tempio dedicato al culto di Ptah, il dio degli artigiani, dei costruttori e della fertilità. Secondo gli studiosi, Ptah nella città di Menfi era venerato come "Maestro degli Uomini".
Una particolarità è che sul busto di Ramses II è inciso il simbolo "ka" dell'antica mitologia egizia, che rappresenta l'anima di una persona o di un dio che continua a vivere in una statua dopo la sua morte. Secondo gli archeologi è la prima volta che questa iscrizione viene identificata in una scultura.
Ramses II è raffigurato nella posa di "Elka", simbolo di forza, vitalità e spirito. Indossa una parrucca ed una grande corona. Gli esperti sono stati in grado di identificare la statua con il mitico faraone poiché un'incisione di Nakht Mari Matt, un epitaffio associato a Ramses, che significa "forte toro", è stata trovata incisa sul retro della scultura.

Fonte:
Ahram online
Il Messaggero

Beta Samati e il misterioso regno di Aksum

Etiopia, pendente con croce incisa trovato nella chiesa paleocristiana
di Beta Samati (Foto: Ioana Dumitru)
Un'antica chiesa del IV secolo d.C., con all'interno sia manufatti cristiani che pagani, è stata scoperta in una città nel nord dell'Etiopia, Beta Samati, occupato per più di 1000 anni, dall'era pre-aksumita (750 a.C.) fino al primo periodo cristiano (dal 325 al 650 d.C.). Il sito è stato scoperto nel 2009, a seguito di ricerche condotte con la collaborazione delle locali autorità e della popolazione. Gli anziani nel villaggio locale sapevano che Beta Samati era stato un importante centro di rilevanza storica, anche se molti dettagli specifici della storia del sito sembrano essere andati persi con il trascorrere del tempo.
I reperti gettano una rara luce sull'antico regno di Aksum, una civiltà nordafricana relativamente poco conosciuta, che fu tra le prime a convertirsi al cristianesimo nel IV secolo d.C. La chiesa attualmente tornata alla luce è costruita in stile romano, ad imitazione della basilica. Il nome Beta Samati significa "casa del popolo" in lingua tigrina, il che sembra suggerire che il sito fosse un luogo di amministrazione locale, dove si trovavano le autorità politiche, forse in associazione con la chiesa appena portata alla luce. La città faceva parte del regno la cui capitale era Aksum.
Aksum fu una città molto potente dall'80 a.C. fin verso l'825 d.C. e fu partner commerciale dell'impero romano grazie alla sua posizione vicina al Mar Rosso, sull'antica rotta commerciale verso l'India. L'archeologo Michael Harrower, della John Hopkins University di Baltimora, sta cercando di far conoscere al grande pubblico la civiltà aksumita.
Etiopia, anello con corniola da Beta Samati (Foto: Ioana Dumitru)
Già una spedizione tedesca, nel 1906, aveva studiato i siti archeologici del regno aksumita, ma l'instabile politica dell'Etiopia e la guerra civile che devastò il Paese per ben 16 anni a metà degli anni '70 del secolo scorso, rese le indagini archeologiche difficili e intermittenti.
Harrower ed i suoi colleghi hanno scavato un alto tumulo formato dagli antichi edifici sepolti ed hanno scoperto che Beta Samati era abitata fin dal 750 a.C. e continuò ad essere abitata fino al 650 d.C., quando il regno aksumita iniziò un misterioso declino. L'insediamento, quindi, attraversò il paganesimo, il cristianesimo fino agli inizi dei primi regni islamici confinanti.
Ad Aksum vi è la chiesa di Nostra Signora Maria di Sion, dove la leggenda colloca la presenza dell'Arca dell'Alleanza che si pensa contenga le tavole dove furono incisi i Dieci Comandamenti. In realtà si tratterebbe solo di una copia dell'Arca.
"La chiesa che abbiamo trovato a Beta Samati è molto importante", ha detto Harrower. "Conosciamo basiliche del IV secolo d.C., ma la maggior parte di queste sono state scoperte molto tempo e molte di loro non contenevano manufatti che potessero essere utili al loro studio". Al contrario la chiesa di Beta Samati contiene un tesoro di antichi manufatti religiosi cristiani, monete di bronzo, figurine d'argilla e grandi anfore di ceramica utilizzate per conservare sia il vino che l'olio di oliva. "Questo dimostra che chiunque abbia utilizzato questa chiesa ha avuto accesso a beni commerciali di lusso prevalentemente importati ed era inserito nelle reti commerciali del mondo antico", ha aggiunto Harrower.
Etiopia, scavi a Beta Samati (Foto: Nicole Harrower)
Alcune delle monete in bronzo trovate nella chiesa hanno confermato la datazione di quest'ultima: una moneta risale al primo regno del re Ezana di Aksum (IV secolo d.C.) ed è decorata con una luna crescente, simbolo del dio arabo Almaqah. Le monete coniate dopo il regno di Ezana mostrano che vi fu una conversione al cristianesimo, poiché sono state coniate con l'effige di una croce cristiana. Uno dei reperti più suggestivi è un ciondolo in pietra nera, decorato con una croce cristiana e l'iscrizione "venerabile", nell'antica scrittura Ge'ez dell'Etiopia. Si tratta, secondo Harrower, di un ciondolo indossato, con tutta probabilità, da un sacerdote.
Etiopia, il paesaggio che circonda Beta Samati
(Foto: M. Harrower/Antiquity Publications Ltd)
Altri manufatti quali statuette in ceramica di bestiame e raffiguranti teste di tori sono, forse, la testimonianza di un precedente culto pagano a Beta Samati. "Probabilmente c'è stato un periodo in cui la vita sociale e religiosa presentava una confusione tra riti pagani e riti cristiani, prima di propendere decisamente verso un modello cristiano", ha detto Harrower. Uno dei manufatti più preziosi trovati a Beta Samati è un anello d'oro intarsiano con una corniola semipreziosa, testimonianza di un suggestivo miscuglio di arte locale e straniera. Il design dell'anello suggerisce l'influenza delle tecniche romane mentre l'incisione della testa di un toro sulla corniola è aksumita.
"Beta Samati abbraccia l'epoca del passaggio ufficiale del regno di Aksum dal politeismo al cristianesimo fino all'arrivo dell'Islam nel nord dell'Etiopia", ha detto Harrower. "Chiarisce anche la natura dell'autorità politica e religiosa in un importante centro amministrativo situato sulla rotta commerciale che collegava la capitale Aksum al Mar Rosso e oltre. Le nostre scoperte non sono solo importanti per comprendere le antiche civiltà africane, ma sono anche importanti per comprendere più in generale il cambiamento politico e religioso nelle antiche civiltà".
L'impero Aksumita fu una delle civiltà antiche più influenti dell'Africa, che comprendeva regioni che oggi fanno parte dell'Eritrea e dell'Etiopia settentrionale. Poco si sa di questo impero e di chi lo ha preceduto, per questo la scoperta di Beta Samati è importantissima per gli studiosi. Ad oggi, infatti, la maggior parte degli scavi e degli studi si concentrano sulla capitale Aksum, nel nord dell'Etiopia. "Il regno di Aksum si è sviluppato nell'Etiopia settentrionale ed in Eritrea durante il I secolo a.C. da una complessa combinazione di influenze locali e internazionali". Ha dichiarato Harrower. "Nel corso dei successivi cento anni, Aksum ottenne il controllo di un vasto territorio che comprendeva parti di quello che oggi è il Sudan meridionale e lo Yemen occidentale. Gli Aksumiti avevano un certo peso nelle reti commerciali del Mar Rosso che collegavano, ad esempio, l'area dell'Oceano Indiano con l'impero romano".
Le aree residenziali scoperte a Beta Samati hanno rivelato prove di pianificazione architettonica, di preparazione di alimenti e di attività di laboratorio quali la produzione di metalli e vetro su piccola scala.

Fonte:
Live Science
Newsweek

Egitto, trovati misteriosi copricapi a forma di cono

Egitto, lo scheletro femminile di Amarna con il copricapo a forma di cono
(Foto: Amarna Project, Antiquity Publications Ltd.)
I copricapi a forma di cono erano in uso nell'antico Egitto da moltissimi anni. Persone di spicco che indossavano questo genere di cappelli sono frequentemente rappresentate nell'arte egiziana già a partire da 3500-2000 anni fa. Ma, finora, non è stato mai rinvenuto uno di questi cappelli. Ora gli archeologi ritengono di averne trovato tracce nell'antica città di Amarna.
Fatta edificare dal faraone Akhenaton e occupata dal 1347 a.C. al 1332 a.C., Amarna ospita migliaia di sepolture di gente comune. Di recente sono state scoperte le tombe di due persone con in testa questi curiosi copricapi coniformi. Uno di questi adornava lo scheletro di una donna di circa vent'anni di età, l'altro era stato sistemato sulla testa di un individuo di 15-20 anni dal sesso ancora indeterminato.
Gli scienziati hanno sempre creduto che questi curiosi copricapi si trovassero nelle sepolture della élite sociale, ma si è scoperto che, in realtà, tutti indistintamente gli strati sociali della popolazione di Amarna potevano indossare questi cappelli. Alcuni ricercatori ritengono che questi copricapi erano solamente degli ornamenti artistici e non reali.
L'analisi dei curiosi copricapi ha rivelato che i coni erano vuoti e fatti in cera d'api. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che contenessero grasso animale o cera profumata con resina d'albero. I reperti rinvenuti ad Amarna, però, non contengono tracce di grasso o profumo. Qualsiasi profumo potesse essere contenuto all'interno di questi coni deve essere evaporato nel tempo, ammesso che vi fosse stato inserito. Gli archeologi che hanno riportato alla luce queste interessanti sepolture pensano che questi coni fossero ritenuti uni aiuto spirituale nell'aldilà.

Fonte:
sciencenews.org

Messico, trovata una tavola di offerta a Chichen Itza

Messico, la tavola incisa trovata a Chichen Itza (Foto: The Yucatan Time)
E' stata scoperta, recentemente, a Chichen Itza, una tavola di pietra con incisi geroglifici figure umane risalenti ad oltre mille anni fa. L'archeologo José Francisco Osorio Leàn ha sottolineato l'importanza della scoperta, aggiungendo che si stanno approntando gli strumenti per studiare il prezioso reperto.
Tra le figure incise sulla tavola si distinguono quelle di persone legate con delle corde, forse prigionieri di guerra che dovevano essere sacrificati alle divinità. La tavola in pietra è lunga 1,60 metri ed ha una larghezza di 1,40 metri. E' stata trovata sepolta nel Tempio delle Lumache, nella zona conosciuta come Chichen Viejo. Il tempio risale al 900-1000 d.C.
Quest'oggetto precolombiano è stato riutilizzato, in seguito come tavolo all'interno del Tempio delle Lumache. Il luogo d'origine è al momento sconosciuto. Si pensa che la tavola servisse come altare. Il Direttore dell'Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (INAH) dello Yucatan, Eduardo Lopez Calzada ha supervisionato i lavori di conservazione e restauro generale della zona archeologica nel 2019. I lavori sono stati condotti nella zona di Chichen Viejo, che comprende edifici monumentali della fine del periodo classico e dei primi periodi post classico.

Fonte:
The Yucatan Times

giovedì 12 dicembre 2019

Estonia, tracce vichinghe

Estonia, il pomo della spada rinvenuto in un cenotafio del nord del Paese
(Foto: Mauri Kiudsoo)
L'anno scorso sono stati portati alla luce, in Estonia, i più grandi frammenti di una spada vichinga mai rinvenuti nel Paese. Quest'anno, nello stesso luogo, sono emersi alcuni manufatti funerari che suggeriscono che spade del genere di quelle trovate, in frammenti, l'anno scorso sono state utilizzate dagli antichi guerrieri locali.
Il luogo in cui, in questo periodo, è stato scoperta la sepoltura è a poche decine di metri dal luogo dove sono stati rinvenuti i frammenti di spada. Si questi ultimi che la sepoltura risalgono al X secolo. Quest'ultima è risultata danneggiata dai lavori di aratura. Con la sepoltura sono emerse punte di lancia, briglie, falci e coltelli da combattimento monotaglio. E' stata trovata anche una spilla annerita dal fuoco. Già l'anno scorso erano emersi frammenti di spade vichinghe.
Estonia, le forbici rinvenute nel cenotafio
(Foto: Mauri Kiudsoo)
Gli archeologi pensano che tutti questi oggetti facciano parte di corredi di personaggi molto in vista deposti in cenotafi - tombe in cui non ci sono i resti dei defunti così onorati, che sono, viceversa, sepolti altrove. Attraverso l'analisi dei gioielli gli archeologi possono provare a stabilire qual'è l'origine di questi guerrieri. Solitamente questi gioiello sono spessi forgiati localmente per essere indossati da persone provenienti da Gotland e da altre zone dell'Estonia.
In particolare le spille a forma di balestra erano solitamente indossate da guerrieri della Finlandia sudoccidentale e dell'Estonia nordoccidentale. La sepoltura rinvenuta quest'anno ha rivelato pezzi intenzionalmente rotti e bruciati di una spilla a forma di balestra con teste modellate su capsule di papavero, caratteristiche dell'Estonia nordoccidentale.
Gli archeologi pensano che la sepoltura appena trovata fosse a cremazione in terra. I resti del defunto erano stati bruciati e collocati in una cavità del terreno, coperti da terra e rocce. Questo tipo di sepoltura è stato ampiamente utilizzato nell'Estonia settentrionale durante l'era vichinga. Le forbici, rinvenute anch'esse nella sepoltura, erano usualmente utilizzate per la tosatura delle pecore e per tagliare le stoffe.

Fonte:
Err.ee 

Egitto, nuove scoperte

Egitto, la stele raffigurante Ramses II e Ra-Horakhty
(Foto: ahramonline)
Una missione archeologica tedesco-egiziana che sta lavorando al tempio di Heliopolis a Matariya, ha scoperto diversi isolati ed un grande muro di mattoni di fango risalente al Nuovo Regno. La missione è guidata dal Ministero delle Antichità, dal Museo Egizio Georg Steindorff dell'Università di Lipsia e dall'Università delle Scienze Applicate di Magonza.
Aymen Ashmawi, responsabile del Dipartimento delle Antichità Egizie, ha detto che lo scavo si è concentrato sul settore sudoccidentale del sito, dove, nell'aprile di quest'anno, è stato scoperto un piccolo cimitero dell'XI secolo. Un cumulo di detriti vicino ad una parte del muro del Nuovo Regno contenevano frammenti di una statua reale ed un certo numero di stampi per la produzione di amuleti in faience, nonché frammenti di capitelli a forma di palma di riutilizzo, risalenti all'Antico Regno.
Da tre trincee di scavo sono emerse tracce di un precoce utilizzo di mattoni di fango, numerosi manufatti in pietra e molte ceramiche del periodo di transizione che recano tracce di contatto con la cultura Naqada dell'Alto Egitto. E' stato scoperto anche un laboratorio per la fabbricazione della birra risalente ad un periodo compreso tra il VII e il II secolo a.C. Sono stati trovati anche pozzi risalenti al periodo ellenistico e romano, due dei quali contenevano resti dei rilievi del tempio di Ramses II. Una lastra, in particolare, piuttosto ben conservata, raffigura Ramses inginocchiato di fronte a Ra-Horakhty, signore del cielo e sovrano di Heliopolis. Un altro pozzo conteneva frammenti di due sculture reali, una delle quali è la base di una statua in quarzite di re Seti II (1200-1194 a.C.), mentre la seconda, in granito rosso, raffigura la dea Hathor o una delle spose di Ramses II.

martedì 10 dicembre 2019

Cina, rinvenuta la seta più antica del mondo

Cina, l'urna in cui sono stati rinvenuti i frammenti di antica seta
(Foto: China News Agency)
Gli archeologi cinesi hanno utilizzato la moderna tecnologia per datare i residui di tessuto carbonizzati trovati in un'urna. Quest'ultima era sepolta tra le rovine neolitiche di un centro abitato della cultura Yangshao, nella provincia centrale di Henan. Si ritiene che i tessuti analizzati siano la seta più antica del mondo.
Le rovine del centro abitato in cui è stato rinvenuto l'importante reperto, risalgono a 5000 anni fa. Altri resti di tessuti sono stati portati alla luce nel sito di Qingtai. Tutti questi reperti sono una solida dimostrazione che gli antichi cinesi iniziarono ad allevare i bachi per la produzione della seta più di 5000 anni fa.
I tessuti in seta erano avvolti attorno alle ossa dei defunti e deposti nelle urne. Nel sito di Wanggou un residuo di seta è stato trovato nel cranio di un bambino. Uno dei frammenti di tessuti è stato tinto prima del processo di tessitura. Gli antichi cinesi svilupparono il metodo di cottura della seta per evitare che la tintura si dissolvesse.
La sepoltura in urna dello Yangshao somiglia molto alla pupa di un baco da seta, il che potrebbe sottintendere ad un antico culto che voleva che i defunti rinascessero dopo la morte come la falena del baco da seta, che rompe il suo bozzolo e vola via.

Turchia, rinvenuto un centro più antico di Gobekli Tepe

Turchia, il sito archeologico appena rinvenuto e ritenuto il più antico centro cerimoniale del mondo
(Foto: Muhammd Furkan Gone/AA)
Gli archeologi turchi hanno scoperto un sito archeologico che potrebbe essere più antico di quello che è finora il più antico centro religioso del mondo: Gobekli Tepe. Il sito è Boncuklu Tarla, nella Turchia sudorientale ed ha molti punti di contatto con Gobekli Tepe. Si pensa, però, che sia più antico di 1000 anni rispetto a quest'ultimo.
Questa scoperta, secondo i ricercatori, dimostra che i primi coloni della zona erano genti molto religiose. Si tratta di uno dei primissimi insediamenti umani che gli archeologi fanno risali a 12000 anni fa. Ci sono diverse strutture che somigliano a templi e molti edifici che potrebbero essere delle abitazioni.

Gran Bretagna, lo scudo del guerriero

Gran Bretagna, lo scudo dell'Età del Ferro di Pocklington
(Foto: MAP Archaeological Practice)
In Gran Bretagna è stato rinvenuto, presso il centro abitato di Pocklington uno scudo risalente all'Età del Ferro. Lo scudo era parte del corredo funebre di un'impressionante sepoltura di un guerriero ed è stato ritrovato in notevole stato di conservazione, posto a faccia in giù all'interno di quello che un tempo era un carro trainato presumibilmente da due pony.
E' stato trovato anche lo scheletro del guerriero, un uomo di circa 46 anni di età. I ricercatori hanno classificato lo scudo dell'uomo come forgiato in stile La Tène, arte tipicamente celtica. Sullo scudo sono state repertate anche tracce organiche quali gusci di molluschi. Lo stato di conservazione della sepoltura dell'uomo di Pocklington, del suo scudo e del suo carro non hanno eguali nell'archeologia britannica per quel che riguarda l'ambito dell'Età del Ferro.
Si pensa che gli scudi dalla copertura metallica fossero puramente cerimoniali e servissero a riflettere lo status del defunto ma non venissero utilizzati in battaglia. L'attuale scavo, però, ha mostrato la presenza di un foro nello scudo che si fa risalire al fendente di una spada. Sono state rilevate anche tracce di riparazioni effettuate sullo scudo, per cui i ricercatori ritengono che quest'ultimo fosse stato effettivamente utilizzato dal defunto.
Gran Bretagna, i resti del carro e dei pony trovati a Pocklington (Foto: David Keys)



Gran Bretagna, antiche offerte e antiche...uova

Gran Bretagna, l'uovo di gallina trovato negli scavi
(Foto: Archaeology of Oxford)
Scoperta davvero singolare, in Gran Bretagna: un uovo di gallina di 1700 anni fa. Si tratta di una delle quattro uova di gallina trovate in uno scavo ad Aylesbury, nel Buckinghamshire. Le altre tre si sono rotte durante lo scavo, rilasciando un "forte odore di uovo marcio".
Tra gli oggetti trovati con le uova, vi sono altri reperti organici, quali scarpe in pelle, utensili di legno e un cesto. Le uova sono state gettate in un una fossa durante un rito per propiziarsi la buona fortuna, hanno detto gli archeologi. Questa fossa era piena d'acqua e questo ha permesso di conservare i reperti organici. Oltre all'uovo intatto, il reperto più straordinario è un cesto fatto di fasce di legno di quercia ed aste di salice intrecciate. In questo cesto erano contenute le uova, il cui guscio era comprensibilmente molto fragile.
Le uova erano anticamente associate alla fertilità, alla rinascita e a divinità quali Mitra e Mercurio. Frammenti di gusci d'uovo sono stati rinvenuti anche in precedenza, di solito nelle sepolture romane, ma quello appena rinvenuto è il primo uomo completo risalente ad epoca romana trovato in Gran Bretagna. Gli archeologi ritengono che le uova e il cestino potrebbero far parte di un'offerta di cibo gettato nella fossa come parte di una cerimonia religiosa celebrata durante una processione funebre.
Negli scavi sono stati anche recuperati reperti pre-romani. Lo scavo si è svolto tra il 2007 e il 2016 ed i risultati sono stati pubblicati dopo tre anni di studio e di analisi.
Gran Bretagna, i resti del cesto di quercia e larice contenente le offerte di cibo, tra le quali quattro uova di gallina
(Foto: Archaeology of Oxford)


Fonte:
bbc

sabato 7 dicembre 2019

Pompei, la casa del gromatico

Rilievo di Popidiius Nicostratus, raffigurante attrezzi agrimensori,
esposto all'Antiquarium di Boscoreale (Foto: La Repubblica)
Le competenze tecniche degli agrimensori romani - i tecnici incaricati delle centuriazioni e di altri sondaggi quali la pianificazione di città e di acquedotti - sono leggendari. Progetti estremamente accurati di centuriazione sono ancora oggi visibili in Italia ed in altri paesi del Mediterraneo. Il lavoro degli agrimensori aveva anche connotazioni religiose e simboliche, legate alla fondazione delle città ed alla tradizione etrusca.
Questi agrimensori erano chiamati gromatici, a causa del loro principale strumento di lavoro: la groma, una sorta di croce fatta di quattro braccia perpendicolari da ciascuna delle quali pendeva una corda con pesi equivalenti che servivano come fili a piombo. Il gromatico poteva allineare con estrema precisione due linee a piombo tra loro opposte con pali di riferimento tenuti a varie distanze dagli assistenti degli agrimensori, oppure fissati sul terreno, allo stesso modo in cui le paline vengono attualmente utilizzate nei moderni rilievi teodolitici.
Immagine del codex medioevale che mostra il lavoro dei
gromatici (Foto: AAAS)
Finora l'unico esempio conosciuto di una groma proveniva dagli scavi di Pompei, mentre le immagini che illustrano il lavoro del gromatico sono state trasmesse da un codex medioevale risalente ad un'epoca di molto successiva allo svolgimento di tale pratica. Ora sembra che Pompei abbia fornito nuove informazioni su questi antichi geometri.
Nell'ambito del Grande Progetto Pompei, inaugurato nel 2014 e cofinanziato dalla Comunità Europea, nuove indagini archeologiche hanno portato alla luce, nella Regio V, una casa con una facciata antica e solenne, chiamata Casa di Orione (altrimenti detta Casa di Giove). All'interno sono stati trovati pavimenti quasi intatti, con due bellissimi mosaici rappresentanti, forse, Orione ed una serie enigmatica di altre immagini. L'interpretazione di queste ultime è stata inserita in un documento congiunto di Massimo Osanna, direttore del sito archeologico di Pompei, Luisa Ferro e Giulio Magli, della Scuola di Architettura del Politecnico di Milano. Tra le immagini compare un quadrato inscritto in un cerchio.
Il cerchio raffigurato è tagliato da due linee perpendicolari, una delle quali coincide con l'asse longitudinale dell'atrio della casa ed appare come una sorta di rosa dei venti che divide il cerchio in otto settori equidistanti. L'immagine è sorprendentemente simile a quella presente nel codex medioevale, dove viene indicato il modo in cui i gromatici dividevano lo spazio. Un'altra immagine complessa mostra un cerchio con una croce ortogonale al suo interno, collegata a cinque punti disposti come una sorta di piccolo cerchio ad una linea retta con una base. Il tutto appare come la rappresentazione di una groma.
La casa in cui compaiono queste immagini forse era utilizzata come luogo di convegni di questi particolari geometri dell'antichità o, forse, il proprietario era un gromatico. Al momento non è possibile dar credito ad un'ipotesi piuttosto che ad un'altra.

Fonte:
Archaeology News Network

Minorca, scoperto un deposito di vasi funerari preistorici

Minorca, deposito di vasi preistorici con funzione rituale
(Foto: Museu de Menorca)
Gli archeologi del Museo di Minorca hanno scoperto un deposito intatto di circa 50 vasi preistorici ben conservati, accompagnati da ossa animali, principalmente capre, pecore e maiali. La scoperta è ancora in fase di studio, ma si pensa che questo deposito facesse parte di una o più offerte funerarie deposte all'interno di un ipogeo. Si tratta del primo ritrovamento del genere a Minorca.
Diversi vasi preistorici, quasi 300, sono stati rinvenuti da un ipogeo situato a La Mola e sono databili ad un periodo compreso tra il III ed il II secolo a.C. Si tratta di una tipologia di vasi unica ed esclusiva dell'isola di Minorca: vasi dal fondo alto, legati a scopi rituali e simbolici. Molti archeologi ritengono che questi vasi - rinvenuti nello scavo di Sa Mola tra il 1915 ed il 1920 - provengano da un sito dedicato ad alcune divinità, tra le quali, forse, la punica Tanit.
Gli archeologi hanno condotto una ricerca fogrammetrica completa dell'ipogeo, che consentirà di riprodurlo tridimensionalmente nelle proporzione di come era un tempo e di come sia stato modificato nel corso dei secoli. La pratica della commensalità legata alle sepolture ipogeiche è molto comune nel Mediterraneo, sia in età preistorica che classica. Questa è la prima volta che viene documentata a Minorca.

Francia, trovata una necropoli neolitica

Francia, primo strato di scheletri rinvenuto nell'ipogeo neolitico
(Foto: INRAP)
Un team di archeologi del francese Istituto Nazionale di Ricerca Archeologica Preventiva (INRAP) ha annunciato di aver scoperto una necropoli sotterranea collettiva risalente al periodo neolitico a Saint Memmie, città del dipartimento di Marna, nel nordest della Francia. Nella necropoli sono state sepolte almeno cinquanta persone.
L'ipogeo risale al 3500-3000 a.C. e consiste in un ingresso che si apre su un corridoio inclinato lungo 3,80 metri che conduce ad un'anticamera che consente l'accesso alla camera sepolcrale vera e propria, ampia sei metri quadrati. Non appena esplorato il primo livello, gli archeologi hanno notato che la camera sepolcrale conteneva deposizioni sia maschili che femminili, nonché sepolture di bambini e adolescenti.
Lo scavo ha rivelato diversi livelli di ossa tra loro mescolate, tra le quali più di 40 teschi e 2.000 ossa. sono stati rinvenuti anche oggetti ornamentali quali perline appartenenti ad una collana, canini animali forati utilizzati come ciondoli, strumenti in selce. Si spera che le analisi antropologiche sui resti umani possa fornire notizie circa il numero preciso di persone che sono state sepolte in questo ipogeo, la loro età al momento della morte, il sesso, la salute e le possibili relazioni familiari che le legavano tra loro.
Sono stati identificati circa 160 ipogei nella Marna nel corso dei secoli, in particolare nella Champagne, tra Epernay e le paludi di Saint-Gond, vicino Sezanne. Solo cinque di questi ipogei sono stati adeguatamente documentati, gli altri sono stati semplicemente visitati e svuotati senza che vi sia stato un adeguato studio archeologico.

Gran Bretagna, gli antichi londinesi e...il piombo

Fistula aquaria in piombo esposta al Museo Provinciale Sannitico
di Campobasso (Foto: culturaitalia.it)
Un team di archeologi e scienziati che si occupano della salute, ha scoperto che l'avvelenamento da piombo potrebbe aver afflitto gli abitanti della città di Londinium (attuale Londra) durante l'occupazione romana dell'antica Gran Bretagna. I livelli di piombo che si sono trovati nelle ossa degli abitanti dell'antica Londinium sono talmente alti da aver superato i limiti considerati tossici.
Sean Scott, scienziato della salute dell'Università del Wisconsin-Madison ed i suoi colleghi, hanno scoperto che i livelli di piombo rilevati nelle ossa prelevate da tre necropoli di Londinium sono più di 70 volte superiori a quelli rinvenuti nei resti appartenenti all'Età del Ferro preromana della Gran Bretagna. I ricercatori hanno affermato che i livelli di piombo sono talmente alti da aver avuto degli effetti significativi sulla salute. Forse hanno anche contribuito alla riduzione della natalità.
L'inquinamento da piombo in epoca romana è stato già precedentemente rilevato ed è stato generalmente associato con l'estrazione del piombo. Non è ancora chiaro se un grave inquinamento da piombo possa aver afflitto i cittadini comuni negli insediamenti urbani romani. I ricercatori hanno utilizzato la spettrometria di massa plasmatica per misurare la quantità di piombo nei campioni ossei.
Le fonti di piombo possono essere state diverse. I Romani facevano ampio utilizzo del metallo negli impianti idraulici nei loro insediamenti, ma non ci sono molte prove di questo utilizzo a Londinium. Tuttavia il piombo veniva utilizzato dai romani anche per le anfore potorie. L'acetato di piombo era anche aggiunto al succo d'uva e agli alimenti per dolcificare: si tratta del cosiddetto "zucchero di piombo".
E' risaputo che le aree urbane tendono a sviluppare un concentramento di inquinamento ed i ricercatori ritengono che sia possibile che una cosa del genere possa essere successo anche nell'antichità. Non esisteva, secondo loro, una sola fonte di inquinamento da piombo, ma piuttosto diverse fonti, derivanti anche da pratiche sociali, che possono aver portato ad alti livelli di esposizione a questo metallo tossico. Livelli di piombo del genere erano, forse, comuni in tutte le città dell'impero romano.
I livelli di piombo elevati sono rivelabili dallo smalto dei denti. I ricercatori stimano che la maggior parte dei cittadini di Londinium avesse livelli di piombo, nel sangue, superiori alla soglia individuata come tossica dall'Istituto Nazionale statunitense per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro. Alcuni di loro ritengono che l'avvelenamento da piombo abbia anche contribuito alla caduta dell'impero romano, ma questa è un'ipotesi controversa.

Oman, trovato un amuleto egiziano

Oman, manufatti trovati a Wilayat di Dibba negli scavi della missione
italiana (Foto: Supplied)
In Oman è stata fatta una nuova e importante scoperta archeologica risalente all'Età del Ferro. La scoperta è stata fatta nel sito archeologico di Wilayat di Dibba, nel governatorato di Musandam. Si stima che i manufatti rinvenuti risalgano ad un periodo compreso tra il 1300 ed il 100 a.C.
Gli scavi sono stati condotti dal Ministero dei Beni e delle Culture dell'Oman in collaborazione con la missione archeologica italiana dell'Università di Roma. Il sito di Wilayat è stato scoperto nel 2012. E' stata riportata alla luce una tomba di forma ovale, costruita all'interno di un complesso funerario. La sepoltura risale all'Età del Ferro e all'era pre-islamica, tra il 100 a.C. ed il 300 d.C. e contiene i resti di 12 scheletri, corredi funerari composti da vasi invetriati, in pietra ed in bronzo nonché spade, frecce in ferro e ornamenti in argento ed oro importati dalle vicine civiltà.
Una delle scoperte più importanti all'interno della sepoltura è senz'altro un amuleto egiziano. Si tratta del primo rinvenimento del genere nel Sultanato di Oman. L'amuleto è conosciuto come l'occhio di Horus o Wadjet, Wadjat o Aujat. In Egitto simboleggia la protezione, il potere e la buona salute. Gli amuleti a forma di occhio di Horus trovati negli anni dagli archeologi formavano spesso collane o braccialetti, posti sulle mummie, specie quelle regali, a protezione del defunto.
Sultan bin Saif Al Bakri, direttore generale delle antichità dell'Oman, ha detto: "Questa collana è la seconda rinvenuta in questo sito, dove in precedenza è stato rinvenuto un amuleto appartenente alle prime civiltà originarie dell'Iraq. Si tratta di un amuleto a forma di pietra incisa con il nome, scritto in caratteri cuneiformi, di Jolla, il dio della guarigione nella civiltà mesopotamica". Le tradizioni antiche narrano che Jolla sia stato un grande medico e guaritore babilonese, vissuto nella seconda metà del II millennio a.C.

giovedì 5 dicembre 2019

Roma, il viaggio delle tavole di quercia...

Roma, una delle assi di quercia trovate negli scavi della Metro C
(Foto: Repubblica)
Gli alberi furono abbattuti nel 40 d.C. in una regione compresa tra il Massiccio del Giura e l'Alta valle del Reno, nel nordest della Francia, a 1700 chilometri dalla capitale dell'impero, dove allora imperversava Caligola. I tronchi furono tagliati a poca distanza dal bosco, poi iniziarono il loro lungo viaggio verso Roma.
"Un'organizzazione incredibile per l'epoca, che solo i Romani potevano prodisporre", commenta Mauro Bernabei, ricercatore del Cnr presso l'Istituto di bioeconomia. "E' probabile che le tavole furono trasferite verso sud sfruttando le correnti del fiume Saona, poi quelle del Rodano fino alla sua foce, un centinaio di chilometri a ovest di Marsiglia. Da lì via mare attraverso il Mediterraneo fino al Tevere e quindi nel cuore di Roma". Per la precisione: via Sannio, a poche centinaia di metri dalla basilica di San Giovanni in Laterano. Perché è qui che, quasi 2000 anni dopo il loro lungo viaggio, sono state rinvenute le 24 tavole di quercia.
Roma, gli scavi della metro C da cui sono emerse
le travi di quercia (Fonte: Repubblica)
Il ritrovamento risale alla campagna di scavi realizzata a Roma tra il 2014 e il 2016 in occasione dei lavori per la realizzazione della Metro C. "I colleghi archeologi scoprirono del legno conservato in modo straordinario", ricorda Bernabei. "In genere questo materiale si deteriora facilmente, a meno che non si venga a trovare in un ambiente estremamente asciutto, o, all'opposto, in uno estremamente umido. Sotto via Sannio la falda acquifera è molto alta e le tavole sono rimaste a mollo nel fango per tutti questi secoli". Ma per cosa erano state usate? "Come casseformi dentro cui gettare le fondamenta di un portico, all'interno di una villa molto ricca, a giudicare dalle decorazioni rinvenute", risponde Bernabei che di professione fa il dendrocronologo, cioè studia gli anelli di accrescimento degli alberi, ricavandone informazioni sull'età della pianta, sull'epoca in cui è vissuta e persino sulla regione di provenienza.
"Per questo siamo stati coinvolti nello studio delle 24 tavole trovate sotto via Sannio", conferma Bernabei. "Dallo studio al microscopio delle fibre si è subito compreso che si trattava di legno di quercia. Restava da capire la sua provenienza". E qui entrano in gioco gli anelli. Sin da bambini ci viene insegnato che dal loro numero si può risalire all'età dell'albero. "In alcune tavole abbiamo contato più di 250 anelli, segno che il bosco da cui provenivano era ultracentenario", chiosa Bernabei. Ma non tutti sanno che la forma degli anelli svela l'epoca in cui è vissuto l'albero (con la precisione di un anno, mentre la datazione al carbonio ha una incertezza di 100 anni) e la sua provenienza geografica. "La forma di ogni singolo anello di accrescimento dipende dalle condizioni ambientali in cui si trova l'albero: un anno di siccità darà origine ad un anello striminzito, completamente diverso dall'accrescimento di un anno molto piovoso". E in una stessa area geografica le piante di una stessa specie (in questo caso le querce) avranno una sequenza di anelli molto simile, perché cresciute tutte nelle medesime condizioni.
Gli scienziati sono in grado, in questo modo, di realizzare vere e proprie mappe dendrocronologhiche che caratterizzano le diverse zone del pianeta. "Abbiamo provato a confrontare la sequenza di anelli di accrescimento delle 24 tavole con il database relativo all'Appennino, ma non abbiamo trovato alcuna coincidenza", racconta Bernabei. "Allora abbiamo provato con il database della Germania: c'era qualche elemento in comune, ma non abbastanza. Poi abbiamo cercato tra i dati francesi e lì c'è stata la sorpresa: la sequenza di anelli di accrescimento coincideva con quelle delle querce cresciute nel primo secolo dopo Cristo tra il Massiccio del Giura e l'Alta valle del Reno".
Bernabei spiega che i Romani avevano una straordinaria capacità logistica e di trasporto, che però non applicavano solo ai prodotti di pregio (dai grandi felini utilizzati come attrazione nel Colosseo ai marmi pregiati per le ville degli imperatori) ma anche a materiale edile ordinario. E al legno in particolare. "Non siamo di fronte a materiale pregiato come l'ebano o il cedro per i quali si potrebbe giustificare un trasporto eccezionale", conferma Bernabei. "Sono tavole di quercia lunghe 3 metri e 80, come quelle che si trovano oggi da Brico, utilizzate per le fondamenta. Materiale ordinario, insomma. Eppure le fecero arrivare dai confini dell'Impero organizzandone il trasporto per 1700 chilometri, su tre fiumi e un mare. Segno che per loro era la norma".

Fonte:
Repubblica

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