domenica 28 aprile 2019

Perù, scoperta una necropoli preincaica

Perù, gli archeologi al lavoro nella necropoli di Pachacamac
(Foto: Université Libre de Bruxelles)
Nei pressi del sito di Pachacamac, sulla costa pacifica del Perù, è stato scoperto un cimitero di più di mille anni fa, in cui i defunti sono stati deposti in posizione fetale, avvolti in diversi strati di materiali diversi quali vegetali, reti e tessuti.
Si tratta di sepolture di gruppo, come ha affermato il Professor Peter Eeckhout, dell'Université Libre de Bruxelles, direttore del progetto di scavo. I defunti sono stati inumati in pozzi profondi, scavati nella sabbia, e sono stati accompagnati da ceramiche ed altre offerte. I pozzi, poi, sono stati coperti di legno e di tetti in paglia.
I resti cultuali sono stati esaminati dagli archeologi, mentre le mummie sono state studiate dagli antropologi fisici guidati dal Dottor Lawrence Owens. Le prime analisi hanno fatto emergere le condizioni di vita piuttosto dure di questi individui che presentano varie fratture alle spalle e alle anche e presentano una concentrazione di casi di tubercolosi, sifilide ed altre malattie che hanno fortemente inciso sulle loro vite. La maggior parte di loro sono guariti e sono sopravvissuti a lungo alle malattie, il che induce a pensare che siano stati ben curati.
Le mummie sono state trovate in un luogo intatto, conservatosi malgrado la successiva costruzione di un grande edificio sovrastante il cimitero e risalente all'epoca dell'arrivo degli Incas, nel tardo XV secolo. Una delle cose curiose, notate nelle sepolture, è stata l'assenza di teschi che potrebbe essere collegabile alle credenze religiose degli Incas. "Le relazioni con gli antenati erano fondamentali per gli antichi andini", ha affermato il Professor Eeckhout. "Perché gli Incas abbiano deciso di asportare parti di questi individui che non appartenevano ai loro antenati è ancora un mistero".

Fonte:
heritagedaily.com

Pakistan, trovato un laboratorio metallurgico indo-greco

Pakistan, una delle zone del laboratorio metallurgico
(Foto:gulfnews.com)
Gli archeologi Pakistani dell'Università di Peshawar, hanno annunciato di aver scoperto i resti di un officina per la lavorazione del metallo risalente al periodo indo-greco, intorno al II secolo a.C. La scoperta è stata effettuata presso la zona di Hayatabad di Peshawar. Sono state trovate monete risalenti al periodo indo-greco, quasi duemila anni fa.
Quanto è stato trovato prova l'esistenza di un centro per la lavorazione dei metalli. Tra i resti rinvenuti vi sono una miscellanea di ferro, stampi, cazzuole, coltelli e punte. Qui si produssero, probabilmente, anche frecce, archi, pugnali, spade. Il laboratorio era diviso in blocchi e sono tuttora visibili i resti di forni, di macine in pietra e di altre vestigia dell'epoca.

Fonte:
gulfnews.com

Grecia, conclusione degli scavi a Dascalio

Isola di Dascalio, particolare degli scavi condotti sull'isola
(Foto: greece.greekreporter.com)
Il Ministero greco della Cultura ha annunciato la conclusione di uno scavo sulle isole greche di Keros e Dascalio, nelle Cicladi, durato quattro anni. Gli scavi hanno interessato una zona chiamata Kavos e l'isolotto di Dascalio, collegato, anticamente con Keros.
I risultati principali comprendono il ritrovamento di un complesso sistema di tubi utilizzati per liberare l'insediamento dall'acqua di mare, ma sono stati anche trovati molti edifici ed altre strutture che risalgono alla prima Età del Bronzo, tra il 2750 ed il 2550 a.C. Questi ritrovamenti dimostrano che l'insediamento aveva un'organizzazione multilivello molto complessa, che gli ha permesso di sopravvivere in un ambiente ostile. Secondo una dichiarazione rilasciata da un portavoce dell'Università di Cambridge nel 2018, la zona era sede di "monumenti preistorici insolitamente sofisticati".
Gli archeologi hanno scoperto che gli edifici di Dascalio erano costruiti in marmo di Naxos, il che dimostra che vi operarono architetti ben addestrati e che vi era, alla base una progettazione ben articolata. I ricercatori erano completamente all'oscuro del fatto che, sull'isolotto di Dascalio, esistessero edifici tanto monumentali.

Fonte:
greece.greekreporter.com

giovedì 25 aprile 2019

El Fayoum, una mummia particolare...

Oasi di El Fayoum, la curiosa sepoltura trovata dagli archeologi russi
(Foto: Rostec International Communications)
La missione archeologica russa che sta operando sugli scavi della necropoli del complesso archeologico di Deir el-Banat, nell'oasi di El Fayoum, nell'Egitto centrale, ha fatto un ritrovamento unico nel suo genere. Si tratta di una sepoltura risalente al IV-V secolo d.C., che può fornire notizie relativamente ai rituali egizi di sepoltura, dall'antichità fino ad epoca tardo-romana. Direttore scientifico dello scavo è la Dottoressa Galina Belova.
E' stato trovato un corpo sepolto nel terreno e avvolto in fasce utilizzate per la sepoltura in modo che la testa fosse tenuta ben emergente - circa mezzo metro - rispetto al corpo. Questo curioso modo di sepoltura è stato ottenuto grazie all'ausilio di fusti di palma. Si tratta, secondo la Dottoressa Belova, di un'incredibile fusione di tradizioni funerarie degli antichi egizi e quelle di epoca romana, unitamente ad influenze di origine persiana.
Gli archeologi al lavoro sulla mummia trovata ad El Fayoum
(Foto: Rostec International Communications)
Il corpo del defunto è stato avvolto con molta cura con un telo, ad imitazione delle bende utilizzate dagli antichi egizi per fissare il cartonnage sulle mummie. Testa e corpo erano ricoperte da uno spesso strato di grano, caratteristica che rimanda all'Antico Egitto, dove il grano era associato alla vita eterna, alla rinascita e al dio Osiride. Il defunto è stato deposto su una sorta di materasso con un cuscino, caratteristica che rimanda ai riti funebri degli antichi Romani. Inoltre i tessuti utilizzati fanno chiaramente pensare all'influenza persiana.
La Dottoressa Belova ha dichiarato che non si è ancora in grado di stabilire se la persona sepolta in questo modo singolare appartenesse ad una élite oppure fosse di condizione sociale modesta. "Sia il cuscino che il materasso sono stai decorati con ricchi ricami, ma molte parti sono andate perdute", ha aggiunto. La sepoltura è apparsa molto ben conservata.

Fonte:
archaeologynewsnetwork.blogspot.com
Sputnik News

I Celti Cenomani di Verona

Verona, scavi al Seminario Vescovile (Foto: Veja.it)
L'analisi di resti umani da una necropoli celtica pre-romana in Italia, mostrano lievi differenze nel trattamento funerario tra gli individui, differenze che potrebbero essere legate allo status sociale dei defunti ma che non sono indicative delle loro condizioni di vita.
Non si hanno molte notizie sull'organizzazione sociale dei Galli Cenomani, una popolazione celtica che iniziò a popolare l'Italia nel IV secolo a.C., dal momento che ci sono scarse fonti scritte ed altrettanto scarse prove archeologiche. In un passaggio preliminare volto a colmare questa lacuna, gli archeologi, guidati dall'antropologa Zita Laffranchi, in forza all'Università di Granada, in Spagna, hanno analizzato dei resti provenienti dagli scavi del Seminario Vescovile di Verona, nei pressi del quale vi era un luogo di sepoltura dei Galli Cenomani utilizzato tra il III e il I secolo a.C.
La necropoli del Seminario Vescovile presenta alcune varietà negli approcci funerari. Alcuni individui sono stati seppelliti a faccia in su, altri, invece, con il volto verso la terra o coricati su un fianco. Alcuni, poi, nella sepoltura sono accompagnati da animali mentre altri hanno, intorno a sé diverse quantità e tipologie di oggetti. Concentrandosi sui 125 individui sepolti nella necropoli, i ricercatori hanno studiato i collegamenti tra il rituale di sepoltura, l'età, il sesso e la dieta. E' il primo studio del genere condotto sulla popolazione dei Galli Cenomani.
Verona, gli scavi del Seminario Vescovile visti dall'alto
(Foto: Veja.it)
Le analisi sulle ossa hanno rivelato diversi livelli di isotopi di carbonio e azoto tra i sessi, il che indica che uomini e donne sepolti nella necropoli del Seminario Vescovile avevano una dieta differente. Le analisi sui denti suggeriscono che la popolazione aveva un alto tasso di usura dello smalto dentale, come altri gruppi umani dell'Italia pre-romana e celtica, dal momento che lo stress fisiologico era già molto elevato durante l'infanzia.
I ricercatori sono stati sorpresi di non trovare nessuna differenza tra i sessi nel trattamento funerario. La presenza di numerosi oggetti nelle sepolture era collegata quasi sicuramente all'età del defunto, ma non sono stati trovati nessi tra l'età e le modalità di sepoltura. Questi risultati suggeriscono una lievissima differenziazione sociale che ha influenzato in qualche modo il trattamento funerario. In linea di massima gli individui di questa comunità hanno condiviso le stesse condizioni di vita.
I ricercatori hanno concluso che gli individui analizzati appartenevano, probabilmente, ad un gruppo omogeneo e potenzialmente di status sociale piuttosto basso all'interno della popolazione di appartenenza. La necropoli è tornata alla luce nel 2004 a Veronetta.

Fonte:
heritagedaily.com

Un'iscrizione svela il destino incompiuto di Carchemish

Carchemish, resti dell'antica città (Foto: gazianteptur.com)
Sargon II, sovrano della Mesopotamia, aveva pensato di fare di Charchemish la capitale occidentale dell'Assiria. In un articolo pubblicato sul Journal of Near Eastern Studies, Gianni Marchesi, ricercatore dell'Università di Bologna, ha tradotto un'iscrizione recentemente scoperta presso le rovine di Charchemish.
L'iscrizione risale al 713 a.C. circa e riporta i dettagli della conquista, dell'occupazione e della riorganizzazione voluta da Sargon per la città di Carchemish. Secondo l'iscrizione la città venne letteralmente ricostruita con rituali e cerimoniali solitamente riservati alle dimore reali delle capitali dell'epoca. Il testo allude alla volontà di Sargon di fare di Carchemish la capitale occidentale dell'Assiria.
Carchemish, parte delle rovine della città (Foto: orientlab.net)
L'iscrizione è stata rinvenuta, nel 2015, su frammenti provenienti da tre cilindri di argilla differenti durante la missione archeologica italo-turca a Carchemish, condotta dall'archeologo Nicolò Marchetti. L'antica città, ora in rovina, si trova sul fiume Eufrate, al confine tra la Siria e la Turchia.
Gianni Marchesi ha analizzato e tradotto le righe, trentotto in totale, dei frammenti di cilindri in argilla, scritte in accadico, utilizzando come riferimento la letteratura accademica ed altri reperti assiri inscritti, al fine di riempire i vuoti del testo. Nessuna riga del testo è completamente integra.
"Anche così, possiamo cogliere molto del testo originale, che si rivela molto istruttivo", ha scritto Marchesi. "Infatti, a differenza di altri cilindri di Sargon, che contengono iscrizioni di riepilogo relativamente standardizzate o resoconti annalistici degli eventi del regno, il cilindro di Carchemish ci fornisce un'iscrizione del tutto nuova, dove si tratta esclusivamente delle città appena conquistate sull'Eufrate in uno stile letterario altamente elaborato".
Nell'iscrizione Sargon racconta il tradimento del re ittita di Carchemish, Pirisi. Sargon invade, allora, Carchemish, deporta Pirisi ed i suoi sostenitori, distrugge il palazzo reale, si appropria del tesoro del re e incorpora nelle sue milizie i soldati del regno. Dopo aver precedentemente bloccato la fornitura di acqua a Carchemish, Sargon riattiva il sistema di irrigazione e fa piantare frutteti e giardini botanici: "Ho fatto il profumo della città più dolce di quello di una foresta di cedri", dichiara.
Inoltre, durante la cerimonia di inaugurazione, Sargon riceve doni dalle province assire ed i relativi sacrifici alle divinità. "Ho invitato nel mio palazzo i miei governanti di Karhuha e Kubaba. (Essi) hanno offerto forti montoni di stalla, oche, anatre e uccelli che volano in cielo". Marchesi è stato colpito dall'attenzione che Sargon ha dedicato a Carchemish, in particolare dalla elaborata cerimonia di inaugurazione e dalla costruzione degli orti botanici, entrambi segni chiari non di una tipica capitale di provincia ma di un palazzo reale.
"Per la sua posizione strategica e per il suo glorioso passato Carchemish aveva pieno diritto di diventare una sorta di capitale occidentale dell'impero assiro, un luogo perfetto in cui ammirare la grandezza dell'Assiria e dal quale controllare la parte occidentale e nordoccidentale dell'Impero", scrive Marchesi. Tuttavia questa visione di Carchemish fu di breve durata: la città non è più menzionata dai successori di Sargon. "La morte imprevedibile ed improvvisa di Sargon sul campo di battaglia di Tabal ha probabilmente arrestato il processo di crescita ed il destino glorioso di Carchemish che non attirò più l'interesse dei re assiri suoi successori", conclude Marchesi.

Fonte:
heritagedaily.com

Aswan, scoperta una sepoltura rupestre greco-romana

Aswan, parte di un sarcofago trovato nella tomba rupestre
(Foto: english.ahram.org.eg)
Una missione italo-egiziana che sta operando presso l'area del Mausoleo dell'Aga Khan ad Aswan, ha scoperto una tomba rupestre risalente al periodo greco-romano. All'interno sono stati rinvenuti resti di una bara in legno verniciato e frammenti di un'altra bara ornata con un testo geroglifico che riporta anche il nome del defunto, identificato come Tjt, e un'invocazione agli dèi della prima cataratta: Khnum, Satet e Anuket nonché ad Hapy, dio del Nilo.
Ayman Ashmawy, responsabile del Dipartimento del Ministero delle Antichità dell'Antico Egitto, ha dichiarato che la tomba è formata da una scala in parte fiancheggiata da blocchi calcarei scolpiti. Questa scala porta alle camere funerarie. L'ingresso è stato sigillato da un muro di pietra trovato là dove era stato edificato, al di sopra della scalinata.
Aswan le mummie di madre
e figlio
(Foto: englis.ahram.org.eg)
La responsabile della missione italo-egiziana, Patrizia Piacentini, dell'Università degli Studi di Milano, ha detto che sono state rinvenute molte anfore e vasi per le offerte, nonché una struttura funeraria contenente quattro mummie e vasi con del cibo. Sono state rinvenute anche due mummie ancora coperte con il cartonnage verniciato, si pensa che si tratti di una madre e di un figlio.
Nell'ambiente principale sono state stipate, all'interno di una nicchia, circa 30 mummie, comprese quelle di alcuni bambini. Contro la parete nord della stanza è stata trovata una sorta di barella intatta fatta di legno di palma e strisce di lino, utilizzata dalle persone che hanno curato la deposizione delle mummie nella tomba. All'ingresso vi erano recipienti contenenti bitume per la mummificazione ed una lampada.
Sui lati dell'entrata c'erano frammenti di maschere funerarie in cartonnage colorato e dorato e una statuetta ben conservata raffigurante il Ba in forma di uccello, vale a dire l'anima del defunto, con ancora, visibili, tutti i particolari. La missione italo-egiziana ha mappato circa 300 tombe risalenti al VI secolo d.C., situate nella zona circostante il Mausoleo dell'Aga Khan, sulla riva occidentale del Nilo.
Il team dell'Università di Milano era stato chiamato in Egitto nel luglio 2018 proprio per la mappatura delle sepolture rupestri attorno al Mausoleo, ma già al primo giorno di missione è stata individuata la scala d'ingresso di una nuova tomba, risultata, poi, depredata già in età antica. La struttura era stata realizzata per Tjt ("capo carovaniere") in epoca tarda ma era stata successivamente riutilizzata fino al periodo greco-romano.
Questa scoperta è importantissima al fine degli studi funerari dell'Antico Egitto. Si conoscevano tombe del 3000 e del 2000 a.C. Il periodo greco-romano era l'anello mancante.

Fonti:
english.ahram.org.eg
djedmedu.wordpress.com

Thasos, l'uomo con il foro nello sterno

Isola di Thasos, parte dello sterno dell'uomo colpito dallo styrax
(Foto: Andrea Agelarakis)
Quasi 2000 anni fa, un uomo piuttosto robusto venne ucciso su un'isola greca. Chi lo uccise ha inferto, con una lancia a sette punte, un colpo talmente forte che ha lasciato un cerchio quasi perfetto nello sterno della sua vittima. Si tratta di una ferita estremamente rara, come ha dichiarato il ricercatore Anagnostis Agelarakis, professore di antropologia presso la Adelphi University di New York.
La lancia che ha provocato questo particolare tipo di ferita è conosciuta con il nome di styrax. Con tutta probabilità non venne "lanciata" sulla vittima ma, piuttosto, venne spinta verso lo sterno da distanza ravvicinata e con estrema precisione. Il Professor Agelarakis pensa possa trattarsi di un'esecuzione. La vittima sarebbe morta rapidamente.
I resti di quest'uomo vennero trovati dagli archeologi nel 2002, durante gli scavi di una parte dell'antica necropoli di Thàsos, isola dell'Egeo settentrionale. In tutto sono stati rinvenuti, nella necropoli, i resti di 57 persone, incluso l'uomo con il foro perfetto nello sterno, sepolto in una cista in pietra di età ellenistica.
Disegno ricostruttivo della punta della styrax
(Andrea Agelarakis)
La vittima era un uomo piuttosto alto per l'epoca, 170 centimetri, e dall'esame dentale si presume avesse circa 50 anni quando morì. Studiando i segni lasciati dai muscoli sulle ossa, il Professor Agelarakis ha stabilito che l'uomo aveva una struttura piuttosto muscolosa, come se si fosse allenato per gran parte della sua vita. Probabilmente si era esercitato in qualche palestra oppure era stato imbarcato come marinaio. La ripetizione costante di certi movimenti ha preteso, però, un tributo: le ossa dell'uomo mostrano i segni di dolorosi problemi articolari, di spondiloartrite ed osteoartrite.
Il foro nello sterno ha attirato immediatamente l'attenzione del Professor Agelarakis che, in un primo tempo, ha pensato ad una deformazione fisica che colpisce circa il 5% della moderna popolazione nel momento in cui lo sterno non è ancora ben formato. Ma il foro (di circa 1,5 centimetri) è ben presto risultato la conseguenza di un "trauma penetrante" dovuto ad uno styrax, replicato in lega di bronzo presso il laboratorio d'arte dell'Adelphi University. Questa copia ha permesso di studiare meglio l'origine del foro.
La vittima, con tutta probabilità, non è stata aggredita durante una battaglia o un corpo a corpo. Probabilmente l'uomo era stato già immobilizzato, con entrambi i piedi contro un muro, in ginocchio, con le mani legate dietro la schiena o sdraiato con la schiena a terra, quando lo styrax penetrò nel suo corpo. Il Professor Agelarakis ritiene che si tratti di una vera e propria esecuzione.
Il motivo per il quale l'uomo venne giustiziato non è chiaro, probabilmente morì durante un periodo di rivolgimenti politici, forse durante dei tumulti militari o per rappresaglia durante un cambiamento di regime. L'analisi dentale ha mostrato che, poco prima della morte, la dieta seguita dall'uomo era peggiorata e questo porta a pensare che negli ultimi giorni di vita fosse tenuto prigioniero.

Fonte:
livescience.com

mercoledì 24 aprile 2019

Israele, trovata una moneta aurea bizantina

Israele, la moneta aurea raffigurante l'imperatore bizantino Teodosio II
scoperta in Galilea (Foto: Nir Distelfeld, Israel Antiquities Authority)
E' stata scoperta una moneta d'oro estremamente rara, coniata 1600 anni fa sotto il regno dell'imperatore bizantino Teodosio II che decretò che gli Ebrei fossero cittadini di seconda classe nella loro stessa patria. E' la prima volta che emerge, in Israele, una moneta del genere.
Il ritrovamento è stato effettuato da quattro ragazzi che stavano facendo trekking nei campi a fianco del torrente Zippori in Galilea. I ragazzi hanno avvisato il loro insegnante di geografia che, a sua volta, ha contattato la Israel Antiquities Authority.
Il dritto del solido - una moneta d'oro massiccio con un peso di circa 4,5 grammi, coniata in epoca bizantina - raffigura l'imperatore Teodosio II. Sul verso è rappresentata la dea Vittoria che tiene in mano una croce. Secondo l'esperta di numismatica della Israel Antiquities Authority, Dottoressa Gabriela Bijovsky, "la moneta d'oro è un solido coniato dall'imperatore Teodosio II a Costantinopoli (oggi Istanbul) intorno al 420-424 d.C. Monete simili sono note nell'impero bizantino d'Oriente, questa è la prima del suo genere scoperta in Israele".
Israele, l'immagine sul verso della moneta con la Vittoria che porta una
croce (Foto: Nir Distelfeld, Israel Antiquities Authority)
L'imperatore Teodosio II (401-450 d.C.) iniziò il suo regno all'età di sette anni. Il suo nome è riportato nel Codice Teodosiano, un insieme di leggi pubblicato nel 438 d.C., raccolte e redatte tra le migliaia di leggi imperiali. Purtroppo lo status degli Ebrei, che fino a quel momento avevano goduto di una relativa libertà, peggiorò notevolmente.
Malgrado il verso della moneta rappresenti la dea Vittoria, Teodosio era un difensore della fede cristiana e promosse il cristianesimo ortodosso orientale quale religione ufficiale dell'impero. Durante il suo regno gli Ebrei furono esclusi dal servizio civile e militare e venne loro vietato di costruire nuove sinagoghe. L'imperatore Teodosio II abolì anche la carica di capo del Sinedrio e stabilì che i contributi finanziari degli Ebrei al Sinedrio venissero trasferiti al Ministero del Tesoro imperiale.

Fonte:
timeofisrael.com

Fiumicino, il ponte di Matidia

Fiumicino, l'arcata del ponte di Matidia tornata alla luce grazie ai
volontari (Foto: ilmessaggero.it)
Prosegue l'azione di recupero storico-ambientale delle Terme di Matidia a Fiumicino, che si trovano oggi sotto una rigogliosa vegetazione.
I volontari dell'associazione LaboraStoria si sono spinti anche a ridosso del ponte di Matidia che, in epoca romana, collegava la via Severiana, diretta all'approdo di Ostia Antica e ai porti di Claudio e Traiano, arrivando a tagliare alberature e rovi cresciuti lungo la spalletta seminterrata di uno dei fornici dell'attraversamento.
Gli scavi, che hanno portato alla luce il ponte attribuito a Salomina Matidia, nipote di Traiano e suocera di Adriano, vennero iniziati nel 1975 proprio vicino alla basilica di Sant'Ippolito oggi patrono del comune di Fiumicino. "I volontari hanno tagliato una grossa parte di erbacce cresciute a ridosso della staccionata che delimita i resti archeologici delle terme di Matidia - dice Giorgia Cuffaro, presidente dell'associazione LaboraStoria. - Abbiamo, inoltre, rimosso i rovi di un percorso che conduce alla spalletta del ponte di Matidia che ora è in parte visibile, anche se presenta l'usura del tempo e soprattutto i danni provocati dalle radici".
LaboraStoria ha messo in cantiere altre due "archeo-mobilitazioni" attraverso cui arrivare a rendere visitabili sia le Terme che il ponte di Matidia e il prossimo autunno festeggiare, nel sito di notevole pregio storico, l'anniversario della morte di Salomina che risale al 119 d.C. Le Terme di Matidia rappresentano un importante collante per la comunità di Fiumicino, la testimonianza che affondano le proprie radici in tempi lontani e quindi rientrano a pieno titolo nella definizione di parco archeologico in virtù dei valori storici, paesaggistici e ambientali.

Fonte:
ilmessaggero.it

sabato 20 aprile 2019

Guatemala, scoperta una bottega di ceramiche maya

Guatemala, uno degli stampi trovati nella bottega appena rinvenuta ad
Aragòn (Foto: Brent Woodfill)
Gli archeologi che stanno lavorando in Guatemala hanno scoperto la più grande bottega artigianale del mondo maya. Questa sorta di laboratorio è rimasto sepolto per più di mille anni ed ha prodotto tutta una serie di figurine che, molto probabilmente, erano connesse con gli scambi commerciali della cultura maya.
La scoperta è stata fatta in un sito chiamato Aragòn. La bottega reca tracce di distruzione, ma gli archeologi sono riusciti a recuperare più di 400 frammenti di statuette e, soprattutto, gli stampi utilizzati per forgiarle, come pure migliaia di pezzi di ceramica.
Le figurine che venivano create nei laboratori artigianali avevano un ruolo chiave nella politica e nell'economia dei Maya. Si pensa che venissero consegnate dai capi maya ai loro alleati per rafforzare e diffondere i legami tra le varie comunità. La bottega di Aragòn era attiva, con tutta probabilità, tra il 750 e il 900 d.C., molto tempo prima di quanto si pensasse potesse esserci, nella regione, una città di una certa importanza. Questa città soccombette al pari della vicina Cancuén, durante i disordini politici che hanno funestato, per un secolo, il mondo maya. Aragòn, pertanto, può restituire importanti indizi sulla potenza politica ed economica di questa popolazione e sul percorso di trasformazione, spesso dolorosa e violenta, di questa civiltà.

Fonte:
sciencemag.org

Croazia, trovate pitture preistoriche antichissime

Croazia, le formazioni rupestri intenzionalmente rotte e dipinte con
cosiddetti speleotemi ed alcuni resti di pigmenti
(Foto: A. Ruiz-Redondo)
Gli archeologi hanno scoperto delle pitture rupestri risalenti al Paleolitico superiore all'interno di una grotta che si affaccia sulla costa settentrionale della Croazia. Si tratta della prima scoperta di arte rupestre paleolitica documentata nei Balcani. I dipinti rossastri raffigurano un bisonte e degli stambecchi e si pensa possano essere stati tracciati più di 30.000 anni fa.
"E' una scoperta molto importante, soprattutto perché è stata fatta in una regione dove finora non si conosceva l'esistenza di una grotta contenente pitture rupestri", ha affermato Jean Clottes, studioso di preistoria francese.
Le pitture sono state rinvenute nella grotta di Romualdova Pecina, un antro profondo 110 metri lungo una sorta di canyon conosciuto come Limski Kanal. Durante il Paleolitico superiore il clima dell'Europa sarebbe stato più freddo dell'attuale ed il livello del mare più basso, così chiunque si sia rifugiato in questa grotta deve aver avuto una sorta di affaccio su un fiume che scorreva verso una vasta e fertile pianura che si estendeva là dove oggi c'è il mar Adriatico.
Autore dello studio è Aitor Ruiz-Redondo, archeologo dell'Università inglese di Southampton, che ha iniziato la ricerca in zona di arte rupestre nell'ambito di un progetto finanziato dal governo francese. Ruiz-Redondo ed i suoi colleghi hanno esplorato oltre sessanta grotte preistoriche e ripari rocciosi in Bosnia-Erzegovina, Croazia, Montenegro e Serbia. La grotta che ha restituito queste pitture preistoriche è una delle due con evidenti tracce di arte di questo periodo.
I dipinti rupestri non sono ben conservati, dal momento che sono stati applicati su uno strato di calcite fossilizzata della parete della grotta che, nel tempo, ha avuto cedimenti in alcune parti. Inoltre altri graffiti del tardo XIX e degli inizi del XX secolo, hanno oscurato quelli più antichi poiché la grotta non era inserita nel patrimonio locale soggetto a protezione. Visite senza alcun controllo hanno, pertanto, provocato la distruzione della maggior parte delle pitture rupestri ed oggi è possibile vedere solo una piccola parte di quello che doveva essere visibile in passato.
Tra gli animali ritratti, gli studiosi hanno identificato un bisonte e degli stambecchi, animali comuni nell'arte rupestre dell'Europa occidentale. Hanno anche individuato due figure che si pensa possano essere delle sagome umane. Per quel che riguarda la datazione, i ricercatori hanno due ipotesi al vaglio: una che ritiene che i dipinti siano stati fatti tra i 34.000 e i 30.000 anni fa, durante i primordi del Paleolitico superiore, il che si adatterebbe allo stile delle pitture e ad alcune testimonianze archeologiche ritrovate nei dintorni; la seconda ipotesi, in base all'età dei campioni di carbone rinvenuti al di sotto delle pitture, farebbe risalire queste ultime ad un successivo periodo del Paleolitico superiore chiamato Epigravettiano e risalente a circa 17.000 anni fa. I ricercatori sperano che, continuando gli scavi all'interno della grotta, si possa pervenire quanto prima ad una datazione più precisa.

Fonte:
livescience.com 

Avebury, nuove ipotesi sui cerchi di pietra

Inghilterra, Avebury henge (Foto: Kevin Standage/Shutterstock)
I cerchi di pietre presenti nei dintorni di Stonehenge ed Avebury, nel sud dell'Inghilterra, potrebbero essere stati "creati" per onorare la presenza di una casa neolitica appartenente ad una famiglia ritenuta nobile. E' questa la nuova ipotesi avanzata dagli archeologi inglesi sui misteriosi cerchi di pietra.
Utilizzando il georadar, i ricercatori hanno scoperto che i monumentali cerchi di pietre di Avebury, a circa 40 chilometri da Stonehenge, erano "centrati" su un'antichissima abitazione neolitica, dipanandosi intorno ad essa, mentre il grande terrapieno venne creato in un'epoca successiva. I ricercatori pensano che questa antica abitazione sia stata edificata dopo il 3700 a.C. e prima della creazione del cerchio di pietre maggiore di Avebury e di quello di Stonehenge, che risultano edificati dopo il 3000 a.C.
Il Professor Josh Pollard, archeologo dell'Università di Southampton, ritiene che la casa di Avebury potrebbe essere stata una delle prime strutture neolitiche significative della zona, costruita quando le popolazioni locali stavano cominciando a creare monumenti importanti. Si tratterebbe, pertanto, di una sorta di struttura di fondazione.
Avebury è uno dei monumenti neolitici più grandi finora rinvenuti. Si compone di almeno due cerchi di pietra racchiusi all'interno di un cerchio più grande, completato da un fossato. Nelle vicinanze sono stati rinvenuti i resti di recinzioni circolari in legno. Il più meridionale dei due cerchi di pietra racchiusi tra gli sterri di Avebury era originariamente centrato attorno all'antica casa neolitica. Pollard sostiene che questa casa sia crollata ad un certo momento dell'edificazione dei cerchi. Nel corso dei secoli il sito si è sempre più ingrandito ed è stato collegato da viali alberati e da altri monumenti in pietra.
Le tracce della casa neolitica erano state già individuate durante gli scavi del 1939 ad Avebury, ma furono attribuiti ad un'abitazione medioevale. Le ultime ricerche, però, hanno permesso di datare i resti ad una delle prime case neolitiche trovate nelle isole britanniche. Tra i resti dell'edificio e tutt'intorno ad esso sono stati rinvenuti i frammenti dei primi strumenti di ceramica del neolitico, nonché delle pietre focaie.
Dal momento che gli studiosi pensano che gli abitanti del neolitico vivessero in strutture di legno, questa struttura in pietra si ritiene possa essere appartenuta ad una famiglia dallo status sociale più elevato, più importante di tutto il resto della popolazione. Per questo è diventata il fulcro, il riferimento principale delle strutture circolari. Probabilmente si riteneva che chi abitava quest'antichissima casa faceva parte della stirpe dei fondatori della comunità.

Fonte:
livescience.com

Libano, i crociati ed i loro discendenti

Libano, una delle fosse comuni contenenti i resti di combattenti crociati
trovata nei pressi della città di Sidone (Foto: C. Doumet-Serhal)
L'analisi del Dna di persone che hanno combattuto per il cristianesimo nel Vicino Oriente durante le crociate, ha rivelato un patrimonio genetico misto ad indicare che i soldati cristiani hanno avuto dei figli con le donne locali e che hanno reclutato questi per combattere la causa cristiana.
Moltissimi occidentali, nel medioevo, hanno viaggiato lungo le coste del Mediterraneo orientale, verso gli stati cristiani da poco costituiti. A partire dal 1095, anno della prima crociata, migliaia di europei si sono riversati nelle terre del Medio Oriente nel tentativo di strappare la Terra Santa al controllo dei musulmani.
Il nuovo studio sull'influenza genetica delle crociate è stato portato avanti da un team internazionale che lavora con il Wellcome Sanger Institute britannico. Lo studio ha implicato il sequenziamento del Dna tratto dagli scheletri rinvenuti nelle sepolture di massa dell'attuale Libano, che ha confermato che i crociati si sono mescolati alla popolazione locale e che i figli nati da queste unioni vennero, in seguito, reclutati a loro volta come combattenti. Lo studio ha anche rivelato che l'incidenza genetica dei crociati fu di breve durata.
Uno scavo recente, effettuato nei pressi dei resti di un castello crociato a Sidone, ha portato alla luce due sepolture di massa contenenti i resti scheletrici di almeno 25 persone, recanti segni di lesioni violente sulle ossa. Il radiocarbonio ha permesso di datare questi resti ad un periodo compreso tra il 1025 ed il 1283. La posizione di questi resti, unitamente alla datazione al radiocarbonio e al rinvenimento di una moneta crociata emessa in Italia tra il 1245 ed il 1250 e a cinque fibbie con disegni tipici dell'Europa medioevale, suggeriscono che le sepolture devono essere quelle di soldati crociati uccisi in combattimento nel XIII secolo.
Gli scheletri rinvenuti nelle sepolture di Sidone appartengono tutti ad individui di sesso maschile e sono chiari i segni di una morte violenta in battaglia sia sui teschi che sulle altre ossa. Sembra anche che i corpi siano stati bruciati. Nelle vicinanze di queste sepolture è stato trovato anche un cranio. I ricercatori pensano che possa essere stato utilizzato addirittura come proiettile lanciato in campo avversario per diffondere qualche epidemia e per demoralizzare il nemico.
Dei nove scheletri analizzati, i ricercatori hanno dichiarato che almeno tre appartenevano ad individui di origine europea (Spagna e Sardegna) mentre altri quattro appartenevano ad individui nati e vissuti nel Mediterraneo orientale, reclutati dai crociati. Altri due individui recano la prova di una mescolanza genetica che suggerirebbe una discendenza da relazioni miste tra i crociati e la popolazione del luogo.
Nell'analizzare e sequenziare il Dna delle persone che popolavano il Libano 2000 anni fa, durante il dominio romano, fino al periodo crociato, i ricercatori hanno accertato che l'attuale popolazione libanese è geneticamente simile a quella che abitava il Libano durante la dominazione romana, per cui l'impatto con i crociato non è stato geneticamente rilevante.
Il processo di estrazione del Dna è stato particolarmente difficile, date le condizioni climatiche del luogo in cui sono state trovate le fosse comuni, che gode di un clima caldo-asciutto che ha degradato il Dna. La sequenza di quest'ultimo è stata possibile solo attraverso moderne tecnologie di sequenziamento e avanzati processi di estrazione.

Fonte:
indipendent.co.uk

giovedì 18 aprile 2019

Egitto, scoperti giardini funebri

Egitto, i giardini funebri di Dra Abu el-Naga
(Foto: vanillamagazine.it)
Circa 4000 anni fa, in Egitto, gli esperti paesaggisti non si occupavano solo di progettare i giardini che dovevano allietare la vita dei faraoni e della famiglia reale. Secondo gli archeologi del Consiglio Nazionale delle Ricerche spagnolo, costoro avevano anche il compito di comporre dei particolari giardini funebri.
Questa scoperta botanica, effettuata sulla collina Dra Abu el-Naga, a Luxor, consente di avere maggiori informazioni su quella che era una volta la vita a Tebe, che all'epoca in cui erano in uso questi particolari giardini, era la capitale del regno unificato dell'Alto e Basso Egitto.
Gli archeologi sapevano dell'esistenza dei giardini funebri dalle illustrazioni presenti in alcune tombe, ma fino ad ora non ne era mai stato trovato nessuno. José Manuel Galàn, l'archeologo che guida lo scavo, descrive il giardino come un rettangolo di 3 metri per due, sollevato da terra di circa mezzo metro e diviso in "letti" di 30 centimetri quadrati. Secondo lo studioso anticamente c'erano due alberi accanto al giardino.
Egitto i giardini funebri visti dall'alto
(Foto: vanillamagazine.it)
"Questa è la prima volta che si è trovato un giardino, fisicamente, ed è quindi la prima volta che l'archeologia può confermare ciò che era stato dedotto dall'iconografia", ha detto Galàn. L'analisi del giardino rivelerà anche quali piante e quali condizioni ambientali fossero presenti nella Tebe dell'epoca.
Le piante coltivate in un giardino funerario probabilmente avevano un significato simbolico e rituale. Secondo Galàn "il giardino fornirà anche informazioni sulle credenze e le pratiche religiose, così come sulla cultura e la società al momento della XII Dinastia, quando Tebe divenne per la prima volta la capitale del regno unificato dell'Alto e del Basso Egitto". La XII Dinastia va dal 1939 circa a.C. al 1760 a.C.
Gli archeologi sanno che la palma, il sicomoro e la Persea erano associate alla forza della resurrezione; altre piante, tra cui la lattuga, erano legate alla fertilità e quindi al ritorno alla vita. "Dobbiamo aspettare, per vedere quali piante si possono indnividuare analizzando i semi che abbiamo raccolto", afferma Galàn. "Si tratta di un ritrovamento spettacolare e più unico che raro, che apre molteplici strade di ricerca", compresi gli studi sulle antiche credenze religiose, le pratiche funerarie e la botanica.
Egito, offerte depositate nei pressi di un giardino funebre ad Abu el Naga
(Foto: vanillamagazine.it)
Gli archeologi hanno trovato il giardino funerario in un cortile aperto, all'ingresso di una tomba scavata nella roccia, risalente, forse al 2000 a.C., all'epoca del Medio Regno. I diversi riquadri in cui era diviso il giardino contenevano probabilmente tipi diversi di piante e fiori, mentre al centro, in due lettucci rialzati rispetto agli altri, dovevano essere ospitati piccoli alberi o arbusti.
Sorprendentemente, in un riquadro del giardino si sono conservati i resti di un arbusto di tamerice, complesto di radici; accanto ad esso gli archeologi hanno trovato una ciotola contenente datteri e altra frutta, forse posta come offerta. Accanto alla facciata della tomba, gli archeologi hanno trovato una piccola cappella di mattoni di fango, contenente tre lapidi di pietra, databili ad un'epoca posteriore a quella del giardino funerario (1800 a.C. circa).
Ogni lapide ha un riferimento a Montu, un dio locale, e agli dei dell'oltretomba Ptah, Sokar e Osiride. "Queste scoperte fanno comprendere l'importanza della collina Dra Abu el-Naga come centro sacro durante il Regno di Mezzo e l'alta concentrazione di tombe appartenenti ad epoche successive", conclude Garlàn.

Fonte:
vanillamagazine.it

Roma delle sorprese: una fornace a Trastevere

Roma, alcuni degli oggetti trovati nella fornace di Trastevere
(Foto: ansa.it)

Una piccola olla in cotto, integra e commovente nella sua prosaica perfezione. Il coperchio in coccio di una pentola, una scodella, una serie di oggetti da cucina e da mensa usciti difettosi dal forno e per questo accantonati. Ma anche piccole lucerne, che tutte insieme raccontano una storia lunga secoli, almeno dal I al V d.C.
Frutto di un ritrovamento casuale riemerge a Roma, nel giardino settecentesco di Palazzo Corsini, sede dell'Accademia dei Lincei, una grande fornace romana, di fatto il più antico laboratorio produttivo nel cuore della città. Un ritrovamento "unico", spiegano il soprintendente Francesco Prosperetti, il funzionario archeologo Renato Sebastiani e l'archeologo Paolo Sommella, grande esperto di urbanistica romana, perchè ad oggi non si conosceva l'esistenza di una fornace all'interno di una città antica.
Soprintendenza e Lincei lavorano, intanto, ad una mostra che potrebbe essere inaugurata dal Presidente Mattarella il 20 giugno p.v. in occasione della sua annuale visita ai Lincei.

 Fonte:
ansa.it

mercoledì 17 aprile 2019

Scavi "medioevali" a Mykonos

Mykonos, la cappella di Aghios Nikolaos, dove si stanno effettuando gli scavi (Foto: greece.greekreporter.com)
L'Eforato delle antichità delle Cicladi, in collaborazione con il comune di Mykonos, hanno condotto degli scavi sull'isola dell'Egeo, facendo interessanti scoperte nel sito posto nei pressi della cappella di Aghios Nikolaos. Qui sono emerse le fondamenta del vecchio molo di Yalos e dell'isolotto sul quale è stata edificata la cappella, collegata da un ponte che univa i due siti.
Nello stesso tempo, lo scavo sta riportando alla luce l'insediamento medioevale di Kastro accanto a Paraportiani, nonché la torre medioevale nei pressi della chiesa chiamata Pyrgiani.

Fonte:
greece.greekreporter.com

martedì 16 aprile 2019

Iraq, ritrovato il luogo della battaglia di Gaugamela

Iraq, la piana di Gaugamela vista dal drone
(Foto: nationalgeographic.it)
La missione italiana dell'Università di Udine, diretta dall'archeologo Daniele Morandi Bonacossi, ha installato un vero e proprio laboratorio all'aperto nel cuore dell'antica Mesopotamia, nel Kurdistan iracheno. Gli archeologi italiani lavorano in questa zona dal 2012 ed hanno presentato, in questi giorni, alla stampa le importanti scoperte emerse dall'esame del terreno.
Tra i risultati più eclatanti dell'ultima campagna di scavi, la sicura individuazione del sito dove, nel 331 a.C., si svolse la battaglia di Gaugamela nella quale le truppe di Alessandro Magno, in inferiorità numerica, sconfissero l'esercito persiano di Dario III, una battaglia che segnò la definitiva sconfitta degli Achemenidi e l'inizio dell'Ellenismo.
Grazie al lavoro sul campo e alle nuove tecnologie, il team italiano ha raccolto evidenze scientifiche sufficienti per indicare il luogo nella pianura alluvionale antistante il sito di Tell Gomel, un piccolo villaggio rurale poco estesto che aveva conosciuto un significativo sviluppo proprio a partire dalla fine del IV secolo a.C., in concomitanza con la vittoria di Alessandro Magno.
"La prova regina è lo studio filologico del toponimo del sito che scaviamo", spiega Morandi Bonacossi. "Il nome attuale di Gomel viene, per corruzione medioevale, da Gogemal, a sua volta storpiatura del nome greco Gaugamela. La dizione greca deriva a sua volta dalla traslitterazione del nome assiro Gammagara/Gamgamara, che si ritrova in un'iscrizione cuneiforme celebrativa del re Sennacherib (704-681) presente sull'acquedotto di Jeruan".
Iraq, veduta aerea di Tell Gomel e della piana di Gaugamela
(Foto: nationalgeographic.it)
Ma significative sono anche le conferme topografiche e i segni della vittoria di Alessandro trovati sul territorio, portati da tre monumenti o rilievi rupestri della regione e riconducibili al passaggio vittorioso del Macedone. Due già conosciuti ma non indagati a fondo, come il rilievo assiro di Khinis, noto dalla metà dell'Ottocento e leggibile ancora all'inizio del '900, a 20 chilometri circa dalla localizzazione del campo di battaglia, in cui viene aggiunto, in periodo ellenistico, un cavaliere con la sarissa, o picca macedone (forse lo stesso Alessandro come rappresentato nel famoso mosaico della Casa del Fauno a Pompei). Un secondo rilievo conosciuto, ma fortemente compromesso dal tempo e da recenti asportazioni vandaliche, si trova invece nel complesso rupestre di Gali Zerdak, nella zona montuosa che domina il sito di Gomel, che dopo la battaglia fu ribattezzato Monte Nikatorion (monte della vittoria) e vede una Nike alata porgere una corona ad un cavaliere, stessa iconografia rinvenuta in pitture ellenistiche e tombe macedoni come quella di Kasta-Anfipoli.
Infine un terzo monumento, trovato nel raggio di pochi chilometri da Gomel, importantissimo anche questo per l'esclusiva iconografia, scoperto proprio dalla missione italiana. Si tratta del rilievo rupestre di Nirok, che rappresenta tre stelle o tre soli, il sole argeade o sole di Verghina, simbolo della dinastia macedone, riconoscibile ma molto mal conservato, anche questo in gran parte distrutto in anni recenti.
"La concessione di ricerca italiana copre un'area di 3.000 kmq, una delle più ampie mai rilasciate in Iraq, un territorio che era il cuore dell'Impero Assiro, di cui per ragioni geopolitiche si conosceva solo la periferia. - Ha detto Morandi Bonacossi. - Il cuore era una regione da anni instabile, in guerra, in cui non si poteva avere accesso che dal 2012 ha consentito al team di scoprire e mappare ben 1.100 siti archeologici, studiare infrastrutture, come la rete di canali costruita dal re assiro Sennacherib, nel 700 a.C., per portare l'acqua a Ninive e irrigare la pianura circostante: una rete di canali lunga 250 chilometri, dotata di acquedotti, i primi acquedotti in pietra della storia, che predatano di almeno 400 anni quelli romani, dighe, sbarramenti, argini e una serie di monumentali rilievi rupestri fatti scolpire dal sovrano sulle montagne nel punto in cui veniva deviato il corso naturale dell'acqua".

Fonte:
nationalgeographic.it

domenica 7 aprile 2019

Abydos, i nuovi "appartamenti" di Ramses II

Abydos, i cartigli del nuovo palazzo di Ramses II
(Foto: english.ahram.org.eg)
Lavori di scavo effettuati nel tempio di Ramses II ad Abydos hanno portato alla luce un nuovo palazzo appartenente al faraone della XIX Dinastia. La scoperta è stata fatta dalla missione della New York University diretta da Sameh Iskander.
Mustafà Waziri, segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità descrive la scoperta come "un importante contributo alla nostra comprensione dello sviluppo dei palazzi del tempio durante il periodo ramesside". La posizione e la disposizione del palazzo mostrano un notevole parallelismo con il palazzo del tempio di Seti I, padre di Ramses II, a circa 300 metri a sud di Abydos.
La missione ha incidentalmente scoperto un passaggio scavato nella pietra presso la porta sudoccidentale di un tempio. Questo passaggio conduceva all'ingresso di un palazzo contenente i cartigli di Ramses II. Le pareti sono in pietra calcarea e mattoni di fango. Anche i pavimenti sono in pietra calcarea e la seconda sala del tempio ha colonne in arenaria e architravi con il nome di Ramses II. Sono stati trovati altri frammenti decorati con stelle.
Le iscrizioni della fondazione del tempio presentato una variante estremamente rara dei cartigli di Ramses II. Questi cartigli compaiono su tutti e quattro gli angoli del tempio e mostrano la nascita del faraone e il nome di intronizzazione dipinto con un colore dorato. I cartigli sono sormontati da doppie piume con un disco solare nel mezzo.

Fonte:
english.ahram.org.eg

Gli Etruschi di Corsica

Aleria, l'accesso alla tomba etrusca nella
necropoli romana (Foto: INRAP)
Gli archeologi francesi hanno portato alla luce, in Corsica, una sepoltura etrusca contenente uno scheletro e dozzine di manufatti. Si tratta di una scoperta estremamente rara che potrebbe gettare nuova luce sull'antica e raffinata civiltà etrusca e sulla sua assimilazione nell'Impero Romano.
La tomba è scavata nella roccia e risale al IV secolo a.C. Si trova ad Aleria, nella regione orientale della Corsica, inserita in una grande necropoli romana. Gli Etruschi popolarono la Toscana durante l'Età del Bronzo (900 a.C. circa) e lasciarono pochissime tracce scritte della loro cultura. Il loro declino fu graduale e le ultime città etrusche vennero assorbite da Roma intorno al 100 a.C.
La scoperta di questa sepoltura etrusca sull'isola mediterranea potrebbe fornire nuovi dettagli sull'esistenza di una comunità etrusca stabile in Corsica e potrebbe portare alla scoperta delle cause della lenta scomparsa di questa grande civiltà.
"E' l'anello mancante che ci permetterà di mettere insieme i riti funerari etruschi, ma rafforza anche l'ipotesi che prima della conquista romana (259 a.C.), Aleria era un punto di transito nel Mar Tirreno, che mescolava interessi etruschi, cartaginesi e fenici", ha affermato il responsabile dello scavo, Franck Leandri.
Vicino alla sepoltura gli archeologi hanno rinvenuto un anello d'oro con sigillo che non recava tracce di usura. Su di esso vi è un volto femminile, forse quello della dea Afrodite.
Aleria, l'anello rinvenuto accanto alla sepoltura etrusca
(Foto: INRAP)
I ricercatori si stanno ora concentrando sullo scheletro, coperto da diversa mobilia d'arredo crollata sul suo cranio. Interverranno sicuramente degli scienziati forensi che avranno il compito di rivelare tutti i segreti di questo defunto.
La scoperta è avvenuta per caso, durante gli scavi preventivi che, come previsto dalla legge, vengono eseguiti prima di avviare la costruzione di un edificio. Gli scavi sono iniziati nel giugno 2018, sotto la guida dell'Istituto Nazionale di Ricerche Archeologiche Preventive (INRAP) presieduto da Dominique Garcia.
Il sito funerario nel quale è inserita la sepoltura appena rinvenuta, risale ad un periodo compreso tra il III secolo a.C. ed il III secolo d.C. Le prime tombe sono di epoca romana, ma successivamente sono stati scoperti i gradini di una scala che portavano al sottosuolo, in uno stretto corridoio di circa 6 metri sotto le sepolture romane. La camera mortuaria ipogea ritrovata risale alla prima metà del IV secolo a.C., l'epoca in cui la Corsica era occupata dagli Etruschi.
Il tetto della tomba, alto 1,40 metri, è crollato senza peraltro rovinare la sepoltura. Il corpo del defunto è stato ritrovato allungato sul fianco alla maniera etrusca. Impossibile ancora definirne il sesso e il rango sociale. Ad accompagnare il morto c'erano due vasi con grandi manici, tre coppe dipinte di nero e un disco verdastro, identificato come uno specchio o un coperchio.
Nel IV secolo a.C. gli Etruschi conobbero una grande espansione geografica. Nel 535 a.C. distrussero la flotta fenicia al largo di Aleria e si impossessarono della città. Nel 254 a.C., durante la prima guerra punica, la città fu conquistata dai Romani che, però, non si sostituirono agli Etruschi. Tra il 1960 e il 1970 ad Aleria, ad 800 metri dalla tomba etrusca appena scoperta, sono state rinvenute 179 tombe con una collezione incredibile di oggetti, oggi esposti nel museo locale, che raccoglie la più grande collezione etrusca di Francia.

Fonti:
reuters.com
italiaoggi.it

Elusa, nella spazzatura i segni della caduta

Elusa, alcuni semi trovati dagli archeologi nella spazzatura della città
(Foto: Guy Bar-Oz)
Il destino dell'Impero Bizantino, la sua caduta, erano scritti nella spazzatura. Gli archeologi hanno recentemente indagato i rifiuti accumulatesi nell'insediamento bizantino di Elusa, nel deserto del Negev, in Israele, ed hanno scoperto che proprio i rifiuti potrebbero fornire le risposte della caduta dell'impero successore dell'Impero Romano.
I ricercatori hanno scoperto che lo smaltimento dei rifiuti, un tempo ben organizzato ed affidabile nell'avamposto di Elusa, cessò verso la metà del VI secolo d.C., cento anni prima della caduta dell'impero bizantino. All'epoca un evento climatico conosciuto come "piccola glaciazione tardo-antica" stava procedendo nell'emisfero settentrionale della terra e un'epidemia, la "piaga di Giustiniano", funestava l'Impero Romano uccidendo quasi cento milioni di persone. Malattie e cambiamenti climatici hanno avuto un riflesso devastante sul bilancio economico di Bisanzio ed hanno allentato la sorveglianza dell'Impero Bizantino sulle terre poste ad oriente già un secolo prima di quanto finora si è creduto.
Elusa, foto ripresa da un drone sulla discarica dell'antica città
(Foto: Guy Bar-Oz)
Elusa è stata in parte già scavata, ma questa nuova indagine è la prima che riguarda i cumuli di rifiuti, finora a lungo ignorati. Le discariche hanno il vantaggio, per i ricercatori, di non essere distrutti come le città, ma di continuare ad essere utilizzate nel corso degli anni e dei secoli, fungendo da vere e proprie registrazioni dell'attività umana. Gli indizi rinvenuti nelle discariche potrebbero, pertanto, indicare lo stato di "salute" di una città, se essa era fiorente o, piuttosto, in piena decadenza. Nelle discariche gli archeologi hanno rinvenuto una serie di oggetti molto importanti per la ricerca: frammenti di ceramica, semi, noccioli di oliva, carbone di legna.
Gli archeologi che stanno lavorando nel sito dell'antica Elusa hanno scoperto che qui la spazzatura aveva continuato ad accumularsi per un periodo di circa 150 anni e che questo accumulo era terminato a metà del VI secolo d.C. Questo ha suggerito che in quell'epoca doveva registrarsi un crollo delle infrastrutture, evento comune nelle città che stanno per collassare.
Sulla base delle nuove prove disponibili, i ricercatori hanno concluso che il declino di Elusa è iniziato circa un secolo prima che l'Islam strappasse la regione all'Impero Bizantino. Elusa stava attraversando un periodo di sostanziale pace e benessere sotto l'imperatore Giustiniano, che aveva spostato i confini dell'impero all'Europa, all'Africa e all'Asia.
Quando un impero gode di un relativo benessere, ci si aspetterebbe che i suoi avamposti siano finanziariamente sicuri. Eppure i dati raccolti ad Elusa suggeriscono il contrario. Si tratta di un fenomeno rimasto a lungo celato ai ricercatori: l'incidenza ferale dei disastri climatici e delle epidemie.

Fonte:
livescience.com

Straordinarie e misteriose offerte votive a Città del Messico

Città del Messico, Templo Mayor
Un tesoro azteco è stato recentemente scoperto nel centro di Città del Messico e, per gli archeologi, non è che il preludio per un più importante ritrovamento: quello della sepoltura di un imperatore azteco. Le offerte sacrificali, oltre agli oggetti, comprendono anche i resti di un ragazzo abbigliato come il dio della guerra azteco nonché divinità solare ed un set di coltelli di selce decorati in madreperla e pietre preziose. Insieme al ragazzo è stato trovato il corpo di un giaguaro riccamente abbigliato.
Le offerte vennero deposte dai sacerdoti aztechi più di cinque secoli fa all'interno di una piattaforma circolare ad uso rituale che, un tempo, si trovava davanti al tempio che i resoconti aztechi descrivono come ultima dimora dei re di questo popolo.
"Abbiamo enormi aspettative in questo momento", ha dichiarato alla Reuters l'archeologo Leonardo Lopez Lujan. "Mentre scaviamo siamo sicuri di trovare oggetti molto più ricchi". L'offerta del giaguaro, che si trova in un grande contenitore rettangolare in pietra, al centro di quella che un tempo era una piattaforma circolare, ha suscitato particolare entusiasmo. Al momento è stato scavato solo un decimo del contenuto di questo grande contenitore, ma già nella parte superiore sono stati rinvenuti molti manufatti, tra i quali una lancia ed un disco di legno intagliato posto sul dorso del felino". Questo disco era l'emblema della divinità azteca Hitzilopochtli, dio della guerra e del sole.
E' stato anche identificato uno strato di offerte marine poste sul corpo del giaguaro, rivolto verso ovest, tra le quali moltissime conchiglie, stelle marine e coralli rossi che rappresentano, con tutta probabilità, il mondo acquatico sotterraneo degli Aztechi, che credevano che il sole attraversasse, di notte, il mare prima di emergere ad est per iniziare un nuovo giorno.
Tra le offerte era presente anche un uccello della famiglia dei fenicotteri, dalle piume rosate ed associato a guerrieri e governanti, che rappresentava gli spiriti di questi personaggi nella discesa agli inferi. "C'è un'enorme quantità di corallo che ci impedisce di vedere il resto", ha affermato l'archeologo Miguel Baez, componente della squadra che ha scavato e trovato le offerte alla base del tempio conosciuto come Templo Mayor, situato appena fuori la trafficata Zocalo Plaza, a Città del Messico.
Si stima che il Templo Mayor fosse alto quanto una piramide di 15 piani. Venne raso al suolo insieme al resto di Tenochtitlan (l'attuale Città del Messico) dopo la conquista spagnola del Messico nel 1521. Il santuario veniva ampliato da ogni re che saliva al trono azteco, poiché era ritenuto il centro dell'universo. Accanto al Templo Mayor vi erano due templi più piccoli, uno sul lato nord, dedicato al dio della pioggia Tlaloc, ed uno sul lato sud dedicato al dio Huitziloochtil. Le offerte appena trovate sono allineate proprio con quest'ultimo tempio.
Nel 2006 venne scoperto un massiccio monolite raffigurante una dea della terra azteca, recante un'iscrizione che venne fatta risalire al 1502, anno della morte del più grande sovrano dell'impero azteco, Ahuitzotl. La morte di questo sovrano fu contrassegnata da una serie di importantissime cerimonie e, probabilmente, il giaguaro appena trovato potrebbe essere una rappresentazione di questo sovrano come un guerriero senza paura.
Accanto al giaguaro è stata trovata una piccola scatola in pietra contenente uno strato di barre di coppale, usato dai sacerdoti aztechi per l'incenso. Accanto a questa vi era un'altra scatola in pietra contenente 21 coltelli in selce decorati in modo da riprodurre dei guerrieri, compresa l'effige in madreperla a forma di disco del dio della guerra, oltre ad una lancia in legno e ad uno scudo in miniatura.
Un'altra delle offerte depositate nel terreno, infine, è rappresentata da un bambino di appena 9 anni di età, oggetto di sacrificio, trovato con un disco del dio della guerra in legno, una collana con perle di giada ed ali di ossa di falco attaccate alle spalle. Probabilmente, al pari del giaguaro, il bambino ebbe il cuore asportato dal petto come parte di un sacrificio rituale, anche se bisognerà aspettare gli esami di laboratorio per confermare questa supposizione.
Tutte queste offerte restituiscono l'immagine del popolo azteco come di un popolo di guerrieri molto simili agli antichi Spartani. Le offerte, per la loro varietà, offrono una finestra sul mondo sacro degli Aztechi e sull'economia di questa popolazione

Gerusalemme, l'ombra di Bes

Gerusalemme, frammento di epoca persiana (V-IV secolo a.C.) che
raffigura il dio Bes (Foto: Eliyahu Yanai)
Un frammento d'argilla del periodo persiano, raffigurante il dio nano Bes, con la lingua sporgente, è stato recentemente rinvenuto durante gli scavi effettuati in una sorta di favissa nel parco nazionale di Gerusalemme. Bes era una divinità egizia, considerato il protettore delle famiglie, soprattutto delle madri, delle partorienti e dei bambini. Venne associato, negli anni, con attività positive quali la danza e la musica.
Uno degli esempi più famosi di produzione artistica riguardante Bes è una statuetta scoperta nell'oasi di Bahariya, ad ovest del Nilo, che ospitava, un tempo, un'edificio sacro consacrato alla divinità dall'aspetto corpulento. Nella tomba di Tutankhamon, poi, è stato rinvenuto un poggiatesta in avorio adorno con l'effige di Bes, risalente al 1330 a.C. circa. Bes doveva proteggere il giovane faraone dagli spiriti maligni che potevano assalirlo mentre dormiva.
Su due grandi vasi, pithoi, scoperti nel deserto del Sinai, un'iscrizione risalente all'800 a.C. menziona Yahweh e la sua Asherah (una divinità femminile), in lettere paleo-ebraiche, affiancate da rappresentazioni di animali e di divinità tra le quali compare anche Bes.
In tutta la Terra Santa sono stati rinvenuti amuleti, statue, decorazioni e vasi in cui il dio nano Bes era il protagonista principale, raffigurato in diverse forme, come nano corto e tozzo o addirittura come un giullare con un cappello piumato. Il culto di Bes è stato adottato da altri popoli, oltre agli Egizi, dai Fenici e dai Persiani.
Il frammento di ceramica appena trovato è il primo raffigurante Bes venuto alla luce a Gerusalemme e sugli altopiani della Giudea. Gli scavi che hanno portato a questa scoperta sono condotti congiuntamente dalla Israel Antiquities Authority e dall'Università di Tel Aviv in un luogo dove sono presenti diverse testimonianze risalenti al periodo persiano (V-IV secolo a.C.).

Fonte:
timesofisrael.com

Perugia, scoperte a Porta Eburnea

Perugia, le lettere appena scoperte (Foto: umbriajournal.com)
Perugia, due grandi lettere, I ed A, una accanto all'altra, sono venute alla luce durante i lavori di ristrutturazione in una abitazione di Porta Eburnea. La scoperta, avvenuta qualche giorno fa, è stata resa nota dall'architetto Michele Bilancia nel corso di un convegno.
In pratica le due lettere, grandi quanto quelle che si leggono sulle altre porte di Perugia etrusca, sono scolpite (e colorate) su un concio e aggiungono un tassello alla frase "Colonia Vibia Augusta Perusia". Apparterrebbero o alla prima o all'ultima parola. Questa scoperta, ha dichiarato Michele Bilancia, "dice che le porte monumentali etrusco-romane della nostra città sono almeno quattro: Porta Marzia, Porta Etrusca, Porta Eburnea e Porta dei Gigli. E questo lo si può affermare anche alla luce delle misurazioni della larghezza di ciascuna di queste porte, che è esattamente di 15 piedi italici o attici, corrispondenti a 4 metri e 44 centimetri".
L'architetto ha aggiunto che alle quattro porte citate, tutte monumentali, vanno aggiunte Porta Cornea, Porta Trasimena, Porta San Savino o del Soccorso e Porta del Sole, citata da diverse fonti storiche. Sant'Ercolaneo, martirizzato durante la guerra gotica (535-553 d.C.), venne ucciso, dopo l'irruzione alla fin dell'assedio dell'esercito di Totila nel 548 d.C., nelle vicinanze di Porta Cornea, proprio nel punto, divenuto sacro per i perugini, in cui venne poi edificata la chiesa-torre ottagonale alla quale venne dato il nome del martire.

Fonte:
umbriajournal.com

sabato 6 aprile 2019

Scoperta la "nave di Erodoto"

Thonis-Heracleion, un archeologo ispeziona la chiglia della nave 17
(Foto: Christoph Gerigk, Franck Goddio - Hilti Foundation)
Lo storico greco Erodoto visitò l'Egitto nel V secolo a.C. e descrisse delle insolite imbarcazioni che percorrevano il Nilo. Per secoli gli studiosi hanno discusso vivacemente su queste descrizioni, dal momento che non era emersa alcuna prova archeologica dell'esistenza di queste imbarcazioni. Ora, invece, una clamorosa scoperta ha confermato le descrizioni di Erodoto. Si tratta di un relitto molto ben conservato, custodito dalle acque che hanno sommerso il porto della città di Thonis-Heracleion, nella baia di Abukir, nel Delta del Nilo.
Al momento del suo viaggio in Egitto, nel 450 a.C., Erodoto vide la costruzione di una di queste imbarcazioni, che egli chiama baris, e che descrive nel secondo libro delle sue Storie come "dei battelli egiziani per il trasporto delle merci, costruiti in legno di acacia e le vele di papiro". Egli scrive che i costruttori "tagliano tavole lunghe due cubiti (circa 100 centimetri) e le dispongono come mattoni. [...] Collegano i pezzi di legno, di due cubiti, con lunghi e frequenti cavicchi; e quando hanno costruito in questo modo vi tendono sopra delle traverse. Nessun uso di tavole laterali. Turano le commessure interne con papiro e apprestano un solo timone che passa attraverso la carena".
Fasciame della nave 17 (Foto: Christoph Gerigk, Franck Goddio -
Hilti Foundation)
Erodoto prosegue nella descrizione di come veniva costruito e assemblato quel tipo di imbarcazione, facendo riferimento anche a delle "costole interne" su cui gli studiosi si sono soffermati per anni, mettendo in dubbio l'attendibilità della descrizione. "Nessuno ha mai capito cosa intendesse dire con quelle 'costole' interne. Quella struttura non era mai stata vista prima", ha detto Damian Robinson, direttore del Centro di Archeologia Marittima dell'Università di Oxford. "Poi abbiamo scoperto la forma di questa particolare barca ed è assolutamente quello che Erodoto ha detto".
Lo scavo della cosiddetta nave 17 ha rivelato una vasta carena a forma di mezzaluna e un tipo di costruzione non documentato in precedenza, che implicava l'utilizzo di tavole assemblate come è stato descritto da Erodoto. Originariamente l'imbarcazione misurava fino a 28 metri di lunghezza ed era una delle prime imbarcazioni prodotte su larga scala dagli Egizi. Ci sono solo due differenze tra il relitto ritrovato e la descrizione di Erodoto: le dimensioni praticamente doppie e la presenza di travi laterali per rinforzare alcuni punti della chiglia.
Dell'imbarcazione sommersa è rimasto circa il 70% dello scafo, custodito grazie al limo del Nilo. La plancia in legno di acacia teneva insieme centine lunghe anche due metri, fissate con dei pioli, che creavano delle linee di "nervature" interne allo scafo. Secondo i ricercatori la baris risale alla metà del V-metà del IV secolo a.C. ed aveva un timone assiale, mai documentato finora in un vero esemplare, pur essendo nota fin dalla VI Dinastia grazie a bassorilievi e piccole terracotte.
Proprio perché la nave ritrovata coincide perfettamente con la descrizione di Erodoto, si ritiene che essa possa essere stata costruita nel cantiere navale che Erodoto ha visitato.

Fonti:theguardian.com
avvenire.it
ilpost.it

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