lunedì 28 giugno 2010

I fantasmi di Alamut


Recenti scavi archeologici nella fortezza iraniana di Alamut, hanno permesso il ritrovamento di depositi per lo stoccaggio del cibo e dell'acqua, nella zona nord ovest dell'antico sito. Questo dimostra che gli abitanti dell'antica fortezza usavano razionalmente le loro abitazioni in pietra. Sono state, anche, rinvenute una serie di scale utilizzate per raggiungere i depositi di cibo.
La più ampia delle stanze, utilizzata come riserva d'acqua, è lunga 11,45 metri e larga 4, ed è profonda non meno di 4 metri. Gli abitanti di Alamut usavano raccogliere l'acqua in queste grandi cisterne, per utilizzarla durante l'arida stagione estiva. Gli archeologi hanno anche scoperto numerosi spazi riservati alle abitazioni vere e proprie.
Il Castello di Alamut era una fortezza montana situata nella parte centrale del massiccio di Alborz, a sud del Mar Caspio, a circa 100 chilometri da dove ora sorge la capitale iraniana. Fu costruito nell'840 ad un'altezza di ben 2100 metri, lungo una via che aveva solo una possibile entrata, il che rendeva la conquista della fortezza pressocchè impossibile.
Nel 1090 la fortezza fu occupata dagli Hshshashin ed in seguito nacquero leggende sui suoi giardini e sulle sue biblioteche. Alamut fu distrutta definitivamente il 15 dicembre 1256 da Hulagu Khan, durante l'offensiva mongola contro il sud-ovest asiatico islamico. Il responsabile della fortezza, in quest'occasione, si arrese senza combattere, nella vana speranza che Hulagu usasse misericordia agli abitanti di Alamut.

Spina, una città leggendaria


Dell'antica città di Spina, scomparsa perchè inghiottita dalle acque, si parlò per molto tempo dopo la sua sparizione. Si diceva che la città fosse stata fondata dai discendenti degli Argonauti e si magnificava la sua ricchezza e la sua potenza, legata strettamente al mondo greco. Si parlava, infatti, di un Tesoro di Spina a Delfi, senza contare che la mitologia greca "ambientò" proprio nelle acque dell'Adriatico di fronte all'antico porto la vicenda di Icaro e la caduta del carro del Sole guidato da Fetonte.
Malgrado questo, però, per quasi duemila anni si è ignorato il luogo esatto dove sorgeva Spina. Molti scrittori, antichi e moderni, si sono cimentati con il mistero della città scomparsa, tra essi Dionigi di Alicarnasso, Plinio il Vecchio, Giovanni Boccaccio e Filippo Cluverius. Il mistero si risolse, per caso, nel 1922, l'occasione fu la bonifica delle valli di Comacchio. Venne, allora, in luce un sepolcreto di epoca etrusca. Gli scavi iniziarono subito e proseguirono fino al 1935. Ripresero, poi, nel 1954, quando furono individuate le prime delle quattromila sepolture ritrovate a tutt'oggi. Sepolture ricchissime di ori, argenti, ambre, paste vitree, ceramiche attiche, bronzi, iscrizioni in lingua etrusca.
La maggioranza delle tombe di Spina prevedeva la sepoltura di un solo defunto che veniva, generalmente, inumato. Poche sono le tombe ad incinerazione. I corredi funerari sono composti da oggetti di uso comune: vasellame da cucina e da mensa, utensili da cucina, candelabri, sgabelli, balsamari, contenitori di unguenti, pigmenti ed essenze ed alcuni gioielli. Tra il vasellame è particolarmente interessante quello inerente le cerimonie simposiali, fabbricato appositamente per essere deposto con il defunto.
Parimenti frequente è la presenza di oggetti di uso apotropaico e di aiuto nel passaggio al mondo infero: dadi, aes rude (un frammento di bronzo che aveva funzione di moneta, un pò come l'obolo di Caronte), astragali, protomi femminili. Le anfore che sono state ritrovate sono tutte anfore destinate a contenere vino, quasi tutte di produzione attica, poche di produzione locale.
Gli archeologi hanno determinato che l'antica Spina era strutturata con edifici regolari e con un razionale reticolo di vie. Gli spazi pubblici erano separati da quelli privati mediante dei veri e propri cippi di confine. Le abitazioni erano costituite da capanne regolari realizzate con assiti di legno, argille e piante palustri.

Gli ori di Spina


E' stata inaugurata, al Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, la "Sala degli Ori", collezione di gioielli in oro, argento, ambra e pasta vitrea sia greci che etruschi, rinvenuti nelle tombe di Spina. I visitatori possono, così, ammirare orecchini, anelli, diademi, collane, ciondoli e monili databili ad un periodo di tempo compreso tra il V ed il IV secolo a.C., che rappresentano più che degnamente l'elevata raffinatezza degli artigiani che li produssero.
Oltre ai gioielli sono esposti, nella "Sala degli Ori", anche due pissidi in marmo e numerosi balsamari in pasta vitrea. La collezione dei preziosi è, in gran parte, nuova ai visitatori. Le tombe hanno restituito i preziosi gioielli, in gran parte etruschi, risalenti agli anni che vanno dal 420 al 400 a.C. che furono il fulcro centrale del benessere di questo misterioso popolo. Le tecniche di lavorazione dei gioielli mostrano l'elevata abilità degli artigiani di questo periodo. Spina, poi, era uno dei centri più importanti per lo smistamento dell'ambra proveniente dal Baltico.
Gli artigiani etruschi si sono sbizzarriti utilizzando, oltre all'oro ed all'argento, anche, appunto, l'ambra, le pietre semipreziose (agata, corniola, cornalina) e le paste vitree.
I gioielli maggiormente presenti, nelle sepolture etrusche, sono gli orecchini, in genere di forma tubolare ricurva. Più scarse sono le fibule, in bronzo ed argento, utilizzate per chiudere le vesti o i lembi del sudario. Gli anelli, poi, hanno castoni in pasta vitrea, le collane sono formate di vaghi e pendenti in ambra.
Nelle sepolture di Spina vennero, poi, occultati intenzionalmente pochi monili in oro realizzati da officine locali. Monili che, malgrado l'esiguità, riescono ad essere estremamente innovativi nelle forme e nello stile.

Localizzazione: Museo Archeologico Nazionale di Ferrara - Via XX Settembre, 122
Tel. 0532.66299
orari: martedì-domenica ore 9.00-14.00
biglietto: € 4,00
info: sba-ero.museoarchferrara@beniculturali.it

sabato 26 giugno 2010

Il sepolcro del Gladiatore


Sulla via Flaminia, alle porte di Roma, è tornato alla luce il sepolcro del senatore Marco Nonio Macrino, generale di Marco Aurelio. L'iscrizione del sepolcro prova l'esistenza di quest'uomo che molti vogliono aver ispirato il personaggio de "Il Gladiatore", interpretato da Russel Crowe.
Ogni giorno, per la Soprintendenza, è foriero di sorprese. Innanzitutto è ritornato alla luce il basamento del sepolcro, lungo venti metri e largo dieci. Il mausoleo è risultato alto quasi quindici metri ed è stato ricavato completamente dal marmo. I frammenti dell'edificio originario sono tutti intorno al basamento: colonne scanalate, capitelli corinzi, strutture del soffitto a cassettoni, rosoni pertinenti al soffitto, pezzi di frontone del timpano, cornici, fregi.
Grazie alla dottoressa Daniela Rossi, della Soprintendenza, che dirige i lavori al mausoleo di Macrino, si sa che il mausoleo aveva un timpano con quattro colonne davanti. Eccezionale è il tetto a due falde, anch'esso completamente in marmo. L'interno è costituito da una cella sepolcrale con fregi d'acanto.
La scoperta più eclatamente è quella di pietre distese che indicano la sepoltura di soldati narbonesi, provenienti da una necropoli sorta dopo la battaglia di Ponte Milvio. Le lapidi recano dediche ai militi di Como, Mediolanum e dell'Austria.

mercoledì 23 giugno 2010

Il ritorno delle urne


I Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Sassari hanno sequestrato, nei giorni scorsi, nove urne litiche di epoca romana. Le urne sono pertinenti a sepolture ad incinerazione tipiche della Sardegna centro settentrionale. Il periodo al quale i reperti si riferiscono è comunemente noto agli studiosi come "periodo romano" ed inizia con la fine della prima guerra punica (264-241 a.C.) per terminare con il dominio dei Vandali (460-467 d.C.).
Le urne sarebbero state sottratte alla nota necropoli di San Leonardo, in territorio di Viddalba (Ss). Con esse un abitante della bassa Gallura aveva abbellito il giardino della sua villa.
Oltre alle urne, nella stessa operazione, i Carabinieri hanno sequestrato alcune monete di epoca romana. Il valore dei reperti recuperati si aggira attorno agli 80.000 euro.
La piana di Viddalba, attraversata dal fiume Coghinas che, in antico, era sicuramente navigabile, fu abitata sin dalla prima Età del Bronzo (XVIII secolo a.C.) da popolazioni nuragiche che si stanziarono in preferenza lungo la sponda destra del fiume.
In località San Leonardo, in particolare, sui resti dell'antico abitato nuragico, presso l'omonima chiesetta, si instaurò, tra la fine del III secolo a.C. e gli inizi del IV secolo d.C., una vasta necropoli romana i cui corredi e stele funerarie sono l'attrazione principale del Museo Civico Archeologico.
Il sito, denominato, in un accordo del 1173 tra il procuratore dell'opera di S. Maria di Pisa ed i vescovo di Civita (odierna Olbia), Villa Alba, riprese vigore durante il Medioevo grazie ad un nuovo fiorire del suo porto fluviale.

Istantanee degli Apostoli


Fabrizio Visconti, sovrintendente ai lavori archeologici nelle catacombe di Santa Tecla, afferma che quelli da poco ritrovati sono i ritratti più antichi che si conoscano degli Apostoli e risalgono al IV secolo.
Già agli inizi di quest'anno era stata individuata e riconosciuta l'effige di San Paolo, ora a questa si sono aggiunti i ritratti di Pietro, Andrea e Giovanni. Le catacombe di Santa Tecla si trovano a circa 500 metri dalla famosa basilica di San Paolo Fuori le Mura. Le immagini degli Apostoli si trovano sul soffitto di un cubicolo che una nobile romana fece edificare nel tardo impero.
Per quanto riguarda Andrea e Giovanni sembra si tratti delle più antiche raffigurazioni esistenti finora. Particolare curioso, il cubicolo che custodisce i ritratti degli Apostoli si trova sotto un edificio risalente agli anni Cinquanta del secolo scorso che, però, non ha danneggiato nè il cubicolo nè gli affreschi, per fortuna.

domenica 20 giugno 2010

Il Rinascimento romano in mostra



Dal 16 giugno al 5 settembre 2010, presso il Museo Nazionale di Palazzo Venezia a Roma, sarà possibile visitare una mostra dedicata all'arte scultorea romana del Rinascimento, in particolare l'arte di Donatello, Andrea Bregno e Michelangelo.
La mostra è organizzata dalla Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Roma, dal Comitato Andrea Bregno e con la collaborazione della Fabbrica di San Pietro. Essa si propone di incentrare l'attenzione sui tre grandi artisti del Quattrocento nella loro produzione per il grandi papi umanisti dell'epoca.
Saranno esposte, tra le tante, due opere di grande impatto visivo di Donatello: la Formella con Angeli Musicanti, un gesso preparatorio per l'originale in bronzo destinato all'altare della chiesa di S. Antonio a Padova, ed una spettacolare Protome equina che doveva servire da modello al monumento equestre di Alfonso d'Aragona, re di Napoli.






Luogo: Roma, Museo Nazionale del Palazzo di Venezia - via del Plebiscito n. 118
Quando: dal 16 giugno al 5 settembre 2010
Tel.: 06.32810
Orario: da martedì a domenica dalle ore 10.00 alle ore 19.00
Biglietto: € 4,00

sabato 19 giugno 2010

Le meraviglie dell'antica Segesta


La Soprintendenza di Trapani, guidata dalla dottoressa Rossella Giglio, in collaborazione con la Scuola Normale Superiore di Pisa e sotto la direzione dei professori Cecilia Parra e Carmine Ampolo, ha riportato completamente alla luce l'agorà di Segesta.
La piazza, che comprendeva anche costruzioni simili ai moderni palazzi, copriva un'area di seimila metri quadri ed era circondata dalle stoai, portici monumentali, sui lati settentrionale e meridionale, mentre il lato occidentale era occupato da un criptoportico. La sala del consiglio, a forma di piccolo teatro, ed il ginnasio si trovavano sulla parte superiore della collina di Segesta ed occupavano un'area di 1800 metri quadri. Le costruzioni, in pietra locale, erano un tempo ricoperte di stucchi colorati.
Gli archeologi hanno potuto raccogliere un gran mole di materiale architettonico pertinente all'agorà, con il quale sono stati in grado di ricostruire, almeno parzialmente, un grande portico monumentale su due piani.
La caratteristica principale dell'agorà di Segesta è senz'altro la sua disposizione su terrazze artificiali, poste a livelli altimetrici diversi, il che ha comportato, certamente, lavori di realizzazione piuttosto imponenti. La strada di accesso all'agorà, poi, che veniva da sud, rese necessario lo scavo di una rampa nel banco roccioso. Il tutto comportò sbancamenti in grande stile.
In epoca romana l'area dell'agorà fu ampliata per costruire il foro. Un'incisione pavimentale ricorda questi ulteriori lavori. Si conoscono anche i nomi di coloro che finanziarono quest'opera edilizia piuttosto impegnativa: Sopolo ed Onaso. Quest'ultimo era un notabile di Segesta, ricordato da Cicerone perchè aveva reso testimonianza a Roma contro Verre. Onaso era proprietario terriero e produceva laterizi nella zona di Partinico.
Il portico settentrionale dell'agorà di Segesta è, in realtà una stoà ad ali, simile a quella di Alesa e Solunto, anche se più grande. Aveva due piani e si sviluppava su una lunghezza di cento metri. Le ali, da sole, misuravano ben venti metri. Lo spazio interno aveva undici metri di profondità ed era suddiviso in due navate da imponenti colonne ottagonali in stile dorico. Nell'angolo nord-orientale, una stanza permetteva la comunicazione con l'esterno.
Il secondo piano di questo imponente portico aveva la fronte composta da semicolonne di ordine ionico-italico, collegate tra loro da transenne a reticolo e dotate di gocciolatoi a testa leonina.
Dei monumenti minori che decoravano l'agorà non rimane molto. In essi erano solitamente stipate le statue dei personaggi più illustri della città, ricordati da iscrizioni in greco e latino.

Il mausoleo di Caucana


Il professor Roger Wilson, dell'Università di Vancouver, sta indagando su una tomba monumentale emersa all'interno di un'abitazione privata di Caucana, in Sicilia.
La sepoltura contiene i resti di una donna dell'età di circa 25 anni e della figlia di 4 anni. I loro corpi sono all'esame di esperti statunitensi che, grazie al prelievo del Dna, hanno potuto accertare l'età ed il grado di parentela delle inumate. Sempre l'analisi del Dna ha permesso di appurare che la donna aveva il cranio malformato ed era malata di epilessia.
Le iscrizioni trovate nella casa che conteneva il sepolcro, fanno pensare che la giovane fosse considerata una santa. Sono state, inoltre, identificate, nell'abitazione, tracce di un focolare, di un tavolo per le offerte, di una fessura che consentiva di effettuare libagioni accanto alla tomba e di altre piccole finestre con bicchieri e tazze.
Le stratificazioni della sabbia proveniente dal vicino mare, hanno permesso di conservare la pavimentazione anche dei piani superiori della casa, crollati. Sia quest'ultima che i resti umani risalgono al 540-550 d.C.. La presenza di un mausoleo all'interno di una casa privata è un evento molto raro ed è, finora, un unicum in Sicilia.

giovedì 17 giugno 2010

I Cananei dell'antico Israele


Scavando in una cavità naturale a Tel Qashish (Valle di Jezreel, in Israele), gli archeologi hanno rinvenuto più di duecento manufatti, la metà dei quali intatti, appartenenti ai Cananei e che costoro utilizzavano per i loro riti.
Tra questi oggetti spiccano un recipiente per bruciare l'incenso ed una statuetta raffigurante un volto femminile che faceva, anticamente, parte di una coppa religiosa. Probabilmente tutti gli oggetti erano parte della dotazione di un vicino tempio cananeo e furono seppelliti dai sacerdoti per metterli in sicuro da un'improvvisa incursione degli Egizi.
Gli oggetti risalgono a 3500 anni fa.

Quel che rimane del Caravaggio


L'agenzia giornalistica Ansa ha diffuso, oggi, la notizia che sono stati individuati i resti del famoso pittore Michelangelo Merisi, più noto come Caravaggio. E' questa la conclusione della ricerca presentata dal Comitato nazionale per la valorizzazione dei Beni storici, culturali ed ambientali.
I resti del famoso pittore, alla fine della conferenza, sono stati esposti in una teca all'ingresso del teatro Alighieri di Ravenna.
La ricerca, coordinata dal professor Giorgio Gruppioni, aveva avuto inizio nel cimitero di Porto Ercole, in provincia di Grosseto, dove si voleva fossero custoditi i resti del Caravaggio, qui sepolto nel 1610. Gli scienziati hanno datato i campioni, escludendo quelli appartenenti a donne e bambini. Hanno verificato se nei frammenti compatibili ci fossero concentrazioni alte di piombo e mercurio, presenti nei colori utilizzati dai pittori dell'epoca e confrontato il Dna con quello dei presunti discendenti del Caravaggio, vale a dire con coloro che portano il cognome di Merisi.
Queste operazioni hanno permesso di individuare delle ossa che sono state ritenute quelle del pittore con una certezza dell'85%.

venerdì 11 giugno 2010

I gemelli da cui tutto ebbe inizio


Alba Longa era la città che, secondo la tradizione, aveva dato i natali agli avi di Romolo e Remo, i gemelli che fondarono, in modo avventuroso, la città di Roma.
I re di Alba Longa costituivano la dinastia dei Silvi, gli "uomini dei boschi". Ma anche Alba Longa aveva avuto una città di origine, di riferimento, era Lavinio, antica città del Lazio, colonia mista di Troiani ed Aborigeni, fondata da Enea.
La più antica testimonianza circa gli avi di Romolo e Remo è presente in alcuni versi della "Teogonia" di Esiodo (inizio VII secolo a.C.). In questi versi l'autore fa cenno ad Agrios ed a Latino, nati dall'amore della celebre maga Circe per Ulisse. Agrios vuol dire "selvoso, selvatico" e può essere identificato con Silvio, capostipite dei Silvi di Alba, antenato di Numitore, nonno dei gemelli.
Pico, padre di Fauno e avo di latino, invece, era un re-uccello che viveva nei boschi e che Virgilio sostienere sia vissuto in una reggia circondata da selve. Il ricordo di questo antenato mitico rimane anche nella leggenda di Romolo e Remo che, nell'iconografia dello specchio prenestino di Bolsena, vengono accompagnati proprio dal picchio, animale che ricorda, appunto, Pico. Fauno, figlio di Pico, era concepito come un essere metà capra e metà umano ed era il dio che presiedeva le campagne ed i territori liberi, in antitesi con lo spazio circoscritto e delimitato delle città. Fauno e Fauna, secondo il commediografo latino Varrone, solevano, poi, predire il futuro all'interno dei boschi. Dionigi di Alicarnasso attribuisce a Fauno ed a suo padre Pico la capacità di suscitare voci dal suolo in grado di confondere gli uomini e di provocare terrore nel loro animo.
In sostanza Pico, Fauno e Latino erano le divinità adorate dagli Aborigeni, i più antichi abitanti del Lazio, prima dell'arrivo di Enea. Il termine Aborigeni viene spiegato o in base all'autoctonia o per il continuo girovagare di questa etnia oppure per il fatto che gli Aborigenes dimoravano sui monti (ore). Quella degli Aborigeni è una tradizione tanto forte e radicata da arrivare fino al IV secolo d.C., quando un anonimo Cronografo sottolineava come il territorio su cui dominava Pico fosse privo di centri urbani (oppida) ma anche di agglomerati rurali (vici), il che vuol dire che non vi erano organizzazioni cittadine o campagnole.
Comunque sia, Romolo e Remo, eredi di Pico, Fauno e Latino, ritrovati dal pastore Faustolo ed allevati da sua moglie Acca Larenzia, divennero - secondo la tradizione più diffusa - pastori come il loro padre adottivo. Uno dei ricoveri di cui si servivano frequentemente, conosciuto come "capanna di Romolo" era indicata dai Romani alle pendici del Palatino o, piuttosto, sul Cermalo, uno dei sette monti sui quali, in seguito, sarebbe sorta Roma. Era una capanna di epoca arcaica che i pontefici avevano cura di restaurare continuamente e che venne religiosamente conservata fino al IV secolo d.C..
I gemelli più famosi della storia ebbero numerosi scontri con altri pastori, uno dei quali evocato dal poeta latino Ovidio nei "Fasti", al quale si ricollega, secondo la tradizione, la festa dei Lupercalia, che si svolgeva a Roma il 15 febbraio di ogni anno e che venne celebrata fino al 500 d.C.. Gruppi di giovani, coperti di soli perizoma, correvano lungo le falde del Palatino, armati di fruste che, secondo quanto si credeva, erano in grado di donare fertilità alle donne che colpivano lungo la loro folle corsa. I riti connessi ai Lupercalia avevano inizio al Lupercale, la grotta dove si diceva che Acca Larenzia avesse allattato i gemelli. Questa grotta era circondata da un bosco con sorgenti che sgorgavano dalle rocce e, in tempi in cui l'edilizia dell'impero aveva coperto la superficie boschiva con innumerevoli edifici, era visibile a ridosso del Palatino, lungo la strada che conduceva al Circo Massimo.
Dal punto di vista storico ed archeologico, la città di Alba Longa, a detta degli archeologi, non è mai esistita. Piuttosto sono stati ritrovati, sui Colli Albani, al suo posto "ideale", i resti di insediamenti sparsi con relative necropoli che risalgono al 1000-900 e 930-830 a.C.. Si sa che sul monte Albano si venerava Iuppiter Latiaris, identificato, talvolta, con il re Latino, in onore del quale tutti i Latini, ogni anno, celebravano riti antichissimi: le Feriae Latinae. I gemelli Romolo e Remo appaiono, in questa ricostruzione, "figure di ricordo, di memoria". Romolo era considerato l'eponimo di Roma. Il suo nome sarebbe derivato da quello del fratello Remo (Rhomos, secondo molti storici greci). Romolo era anticamente chiamato anche Altellus, "il piccolo Altro", "altro" rispetto al gemello Remo. Romolo, secondo gli storiografi, era più versato nella politica e nella diplomazia ed aveva più buon senso e discernimento nelle questioni riguardanti i conflitti. Era anche, rispetto a Remo, il gemello più religioso, pronto a celebrare con devozione i sacrifici tradizionali a favore della comunità, come ricorda Dionigi di Alicarnasso.

mercoledì 9 giugno 2010

I segreti di Apamea


Ad Apamea, in Siria, sono stati fatti nuovi, importanti, ritrovamenti archeologici. Autori, gli archeologi di una missione universitaria belga, che hanno ritrovato muri e pavimenti risalenti a diverse fasi storiche di Apamea.
Le mura, in particolare, sono formate da piccole pietre del periodo omayyade ed abbaside, mentre la pavimentazione emersa è costituita da grandi lastre di pietra. Una serie di pilastri marcano un'antica distruzione e ricostruzione, risalente, con tutta probabilità, al VI secolo d.C..
Intanto sono stati completati gli scavi nella zona nordorientale di Apamea, dove è stato individuato un edificio termale di epoca romana, nel quale sono state ritrovate quattro vasche, un gran numero di colonne circolari in mattoni e condotti termali ancora in situ sotto la superficie intatta del pavimento anch'esso in mattoni. Le terme, ricostruite da Traiano dopo un terremoto del 115 d.C., fu utilizzato fino al VII secolo d.C.. Sempre alla stessa epoca risale il cardo maximus di Apamea, che taglia la città in due per una lunghezza di due chilometri.
Apamea sorge sulla riva destra del fiume Oronte, a circa 50 chilometri a nord ovest di Hama ed un tempo si chiamava Pella, poichè era una colonia militare macedone. La città prese il nome di Apamea solo nel VI secolo a.C., dal nome della moglie di Seleuco I Nicatore, fondatore della dinastia seleucide.

La sentinella del deserto giordano

Un palazzo reale rimasto nascosto per millenni, un mistero nel cuore della Giordania. Per secoli era stato il centro politico di Kirbet al-Batrawi, città fortezza sulla rotta delle carovane che attraversavano l'Oriente.
E' stato il professor Nigro, dell'Università di Roma "La Sapienza", ad annunciare il ritrovamento dell'importante palazzo reale di al-Batrawi, vecchio di 4500 anni. Questo edificio conferma che la cittadina rivestiva, all'epoca, una notevole importanza, una delle prime città-stato del Levante meridionale, con Ebla, Gerico e Megiddo. A differenza di queste ultime, però, che sorgevano in fertili vallate, al-Batrawi era la "guardiana" del deserto, sorgeva in cima ad una rupe e fu distrutta nel 2300 a.C. da un incendio appiccato durante un attacco nemico.
Per salvare i tesori della città, durante l'attacco, gli abitanti di al-Batrawi li raccolsero tutti in una sala interna del palazzo reale. Il crollo del soffitto di legno del palazzo ha permesso di tenere celato per millenni questo tesoro. Quest'ultimo è composto da centinaia di enormi vasi e servizi da tavola, che conservano ancora, carbonizzati, i resti di quanto contenevano. Oltre a questo servizio sono state ritrovate molte asce di rame, metallo molto raro all'epoca, un'enorme coppa cerimoniale, un tornio da vasaio in pietra, quest'ultimo custodito gelosamente in una delle stanze più interne del palazzo.

lunedì 7 giugno 2010

L'anello ellenistico di Taranto


Nel centro di Taranto è stata ritrovata, pressocchè intatta, una sepoltura greca. Si tratta di una tomba a fossa di notevoli dimensioni che gli esperti datano ad un periodo compreso tra il IV ed il III secolo a.C..
La tomba è stata ritrovata casualmente, mentre si stavano facendo dei lavori per il rifacimento della rete idrica cittadina. La sepoltura, oltre ai resti del defunto, contiene reperti in ceramica di fattura ellenistica ed un oggetto piuttosto particolare: un anello d'oro con castone mobile in corniola, che il defunto indossava alla mano sinistra.

Gladiatori in Inghilterra


Potrebbe essere stato risolto il mistero di 80 scheletri trovati, in Inghilterra, privi del cranio. Potrebbero essere i resti di gladiatori romani. Gli scheletri sono stati ritrovati nei giardini di alcune case di York a partire dal 2004 e risalgono a 1800 anni fa.
Gli esami sui resti hanno mostrato che uno degli scheletri presentava il morso di un leone o di un altro animale carnivoro, mentre molti teschi presenterebbero fratture compatibili con un corpo contundente, un martello, per esempio, od una mazza, utilizzati di frequenti per dare il cosiddetto "colpo di grazia" al gladiatore perdente. Anche la decapitazione pare sia stata una delle pene frequentemente inflitte a chi non riusciva a risultare vincitore nei combattimenti dell'arena.
Gli scheletri appartengono a uomini piuttosto robusti che, si è dedotto analizzando i resti, dovevano avere un notevole sviluppo dell'apparato muscolare del braccio destro, come vogliono molti scrittori romani che affermano che alcuni gladiatori erano allenati sin da piccolissimi all'uso delle armi per poi combattere nei circhi. Sempre gli esami clinici hanno rivelato che diversi scheletri appartengono ad uomini provenienti dalle province africane, tra le quali il nord Africa.
Il professor Wysocki, antropologo ed archeologo presso l'Università del Central Lancashire, ha affermato che al mondo non esistono cimiteri di gladiatori così ben conservati come quello ritrovato a York che, oltretutto, era una delle più importanti colonie romane in Inghilterra.
Tempo addietro il ritrovamento di questo considerevole gruppo di scheletri aveva fatto pensare, agli studiosi, ad una rivolta soppressa dall'imperatore Caracalla, oppure ad un rito pagano terminante con la decapitazione se non, addirittura, al martirio di alcuni cristiani. La scoperta, poi, di una necropoli molto simile ad Efeso, in Turchia, ha spinto gli studiosi ad approfondire le indagini e ad arrivare all'attuale rivelazione.
Il cimitero dei gladiatori in Turchia è stato scoperto da alcuni archeologi austriaci. E' stata una scoperta casuale, perchè gli studiosi si stavano occupando di un'antica strada che portava al noto tempio di Artemide. Il cimitero, di circa venti metri quadri, si trova a pochissima distanza da uno stadio e contiene circa 2.000 ossa e 5.000 altri piccoli frammenti, appartenenti ad una settantina di persone.
I reperti sono stati sottoposti ad una vera e propria indagine poliziesca, come quelle che si vedono in numerosi telefilm, che ha permesso di capire come combattevano ed anche come vivevano i gladiatori. Costoro erano alti, in media, 168 centimetri ed avevano un'età compresa tra i 20 ed i 30 anni. Le ossa mostrano anche gli intensivi allenamenti ai quali erano sottoposti questi combattenti. Le ossa dei piedi, inoltre, mostrano che essi combattevano a piedi scalzi, senza i sandali che abitualmente si vedono nei film.
Le analisi delle ossa, inoltre, svelano altri misteri sull'alimentazione dei gladiatori. Contrariamente a quel che si è sempre pensato, cioè che i gladiatori seguissero quasi esclusivamente una dieta di carne, le ossa hanno dimostrato che essi erano per lo più vegetariani. Si nutrivano, tra l'altro, spesso di orzo, fagioli e frutta che conferivano ai muscoli una notevole potenza ma che indebolivano, nel contempo, la dentatura e provocavano un certo sovrappeso.
Attraverso l'analisi delle ossa dei gladiatori di Efeso, si è potuto accertare che costoro erano generalmente ben curati, alcuni scheletri mostrano la presenza di interventi chirurgici ben eseguiti ed anche amputazioni. Le ferite più comuni sono quelle presenti sulla parte anteriore del cranio, dovute, con tutta probabilità, ai frequenti colpi inferti sull'elmo di metallo che i gladiatori solevano indossare nell'arena.

domenica 6 giugno 2010

Sorprese dal Fayyum


A Lahoun, nell'oasi del Fayyum, in Egitto, sono state riportate alla luce ben 45 sepolture. Ognuna di esse conteneva un sarcofago ed una mummia.
La missione archeologica, guidata dall'archeologo Abdel Rahman el-Aydi, ha scoperto ben 4 cimiteri, il più antico dei quali è datato all'epoca delle prime dinastie faraoniche, per un periodo compreso tra il 2750 ed il 2650 a.C.. Il secondo cimitero appartiene al Medio Regno (2030-1660 a.C.). Il terzo ed il quarto cimitero sono datati, rispettivamente, al Nuovo Regno (1550-1070 a.C.) ed al Periodo Tardo (724-343 a.C.).
Il cimitero più antico contiene 14 sepolture, gli altri contengono le restanti 31, la maggior parte delle quali è datata alla XI e XII Dinastia (2030-1840 a.C.). Ogni sarcofago è decorato con pitture tratte dai testi sacri. Vi compaiono le divinità principali del pantheon egizio, che hanno il compito di indirizzare il defunto nel mondo dell'oltretomba.
Una sepoltura della XVIII Dinastia ha restituito ben 12 sarcofagi lignei ordinatamente impilati uno sopra l'altro.

Un'antica città siriana e la sua necropoli


In Siria, a Tell al-Ash'ari, sono state ritrovate ben 21 necropoli, testimonianza della lunga frequentazione del sito.
Cinque sono i cimiteri scoperti che si possono far risalire all'epoca romana (II-IV secolo d.C.), mentre la maggior parte delle sepolture risale all'Età del Bronzo Medio (1600-1800 a.C.). Gli scavi hanno riportato alla luce una notevole quantità di materiale: ceramica, vasellame, lampade, spade, effigi e medaglie.
Sono stati, anche, individuati edifici abitativi di epoca romana, nella parte settentrionale del tell. Nella parte meridionale, invece, è stata individuata una struttura adibita ad hammamat (bagno o terme). Dunque, intorno al sito delle necropoli, era sorta una vera e propria città, in fase di scavo dal 1998.
E' stato anche ritrovato un muro difensivo e sono venute alla luce punte di frecce e lancia e raschiatoi in selce.

La spada nel Brenta


Un ragazzo di 12 anni, nell'agosto 2009, mentre giocava nell'acqua del Brenta, ha intravisto nell'acqua una spada, apparentemente di età preromana.
Il prezioso oggetto, che i genitori del ragazzo hanno provveduto a consegnare alla città di Bassano, potrebbe essere un'antica spada celtica, appartenuta ad una tribù che, nel VII secolo a.C., viveva lungo le rive del fiume.
La spada non è stata ancora restaurata, ha una forma allungata ed ha una sottile patina azzurrognola. Gli archeologi ritengono che non si trattasse di una spada da combattimento ma, piuttosto, di un oggetto votivo che aveva lo scopo di ingraziarsi le divinità fluviali.
Un atto notarile afferma che Bassano fu fondata attorno all'anno Mille, ma i ritrovamenti archeologici tra i quali, ultimo, la spada di bronzo ritrovata lo scorso anno, fanno ritenere che il bassanese fosse stato abitato ben prima della fondazione della città, proprio a causa della presenza del corso d'acqua, via di commercio e di comunicazione per eccellenza.

Tracce templari...


L'Archivio segreto Vaticano rivela che Perticano fu, anticamente, la precettoria templare di San Paterniano. La precettoria coincide con la chiesa parrocchiale di Perticano, comune di Sassoferrato. Qui gli Ospitalieri di San Giovanni, che ereditarono i beni e le finalità del disciolto ordine Templare, possedevano una proprietà che comprendeva una chiesa.
La precettoria templare di Perticano fu colpita da mandato di inquisizione il 28 febbraio 1310. Il tribunale ecclesiastico si trasferì, quindi, da Assisi a Perugia dove i giudici attesero invano che i monaci guerrieri si presentassero per rispondere delle accuse che si muovevano loro. Gli inquisitori, pertanto, condannarono i Templari di San Paterniano in contumacia ed il 7 marzo 1310 li scomunicarono nel corso di una cerimonia pubblica che si svolse nel palazzo vescovile di Perugia.
Nel 1333 la chiesa di San Paterniano ed i suoi possedimenti furono affidati agli Ospitalieri. Il torrente che scorreva attorno alla precettoria, allora chiamato Rigo Petroso ed oggi noto come Rio Freddo, divideva due territori di influenza politico-amministrativa ecclesiastica: quello diocesano di Gubbio da quello di Nocera Umbra. Sulla sinistra idrografica di Rio Freddo si estendevano i territori sottoposti alla giurisdizione ecclesiastica di Gubbio.
La chiesa di San Paterniano de Rigopetroso, de Rigoretroso o de Rivoretroso possedeva un mulino sia sul torrente che lambiva i possedimenti templari che lungo il torrente Sentino

sabato 5 giugno 2010

Un cimitero longobardo


I lavori di risistemazione di una rotonda in località Gallo, a Cividale del Friuli, hanno permesso il rinvenimento di parte di un ampio sepolcreto longobardo. Nel luogo erano state già effettuate scoperte nel 1821, nel 1908 e tra il 1949 ed il 1951, quando, durante l'edificazione di caseggiati al limite sud-est dell'attuale rotonda furono rinvenute ben 17 tombe dotate di un ricco corredo e databili alla seconda metà del VI secolo d.C.
Dalla nuova sistemazione della rotonda sono emerse cinque sepolture gravemente compromesse dalle infrastrutture moderne e dagli sbancamenti effettuati in concomitanza della sistemazione della viabilità. Ai piedi di una delle sepolture è stata rinvenuta una bottiglia di vetro blu, con filamenti in pasta vitrea bianca: un manufatto di lusso degli inizi del VII secolo d.C., che indica che alcune di queste tombe dovevano appartenere ad individui di un certo rango.
In età longobarda la zona funearia si estendeva su un'ampia fascia che andava dalla località Gallo alla zona di San Giovanni, passando attraverso l'attuale stazione ferroviaria.

Scoperta una casa etrusca


Una scoperta senza dubbio notevole, per gli studiosi che stanno lavorando nell'antica città etrusca di Vetulonia. La pioggia battente dei giorni scorsi ha permesso, infatti, il ritorno alla luce dei resti di una domus etrusca risalente al III-I secolo a.C.. In due settimane di lavoro è riemersa una casa patrizia di circa 2400 anni, perfettamente conservata.
Questi resti, unici nel loro genere, permetteranno agli archeologi di venire a conoscenza delle tecniche edilizie utilizzate dagli etruschi, finora piuttosto sconosciute.
L'interno dell'antica casa ha riservato altre, incredibili, sorprese agli archeologi: monete ed oggetti utilizzati durante la vita di tutti i giorni. Gli archeologi, ora, si propongono di completare lo scavo e di permettere la sua fruibilità ai visitatori in un museo all'aria aperta.
Due monete, una etrusca e l'altra romana, hanno permesso agli studiosi di datare il crollo della casa al 79 a.C., quando la penisola era sconvolta dalle guerre civili e dagli eserciti di Lucio Cornelio Silla e Caio Mario. E' stato già riportato alla luce il seminterrato della villa, costruito con pietre legate a secco. In esso la famiglia che abitava la domus conservava le derrate alimentari. Sono stati anche rinvenuti un eccezionale orcio per la conservazione del cibo ed un frantoio per le olive. Il pavimento della casa era in cocciopesto ed era cosparso di pezzi di pietre, di vasi, di stoviglie in vernice nera, che ora saranno recuperati ed esposti dopo il restauro.
La presenza di antichi chiodi fa pensare, agli archeologi, all'esistenza di un piano superiore, un soppalco sorretto da travi in legno ed argilla nel soffitto. Questa scoperta ha permesso di ritrovare e studiare i primi mattoni etruschi che siano mai stati ritrovati. Sono stati anche ritrovati una maniglia per porta e resti di mobilia in bronzo.
La casa, vista la ricchezza che dovevano avere gli arredi, sicuramente apparteneva ad una famiglia piuttosto agiata che vi apportò, attraverso gli anni, anche delle modifiche per ingrandirla e per ospitare, in alcuni ambienti, anche un'attività commerciale.

Emergono altri frammenti del colosso di Psammetico I

Parte posteriore del pilastro del faraone Psammetico I (Foto: Ministero delle antichità) La missione archeologica egiziano-tedesca ha ...